1981. Addio a Tavolara e Coda Cavallo

Il cielo è un lenzuolo.
Di nuovo nei miei panni,
ripongo la sua foto,
sollevo la valigia e parto.
Con la riserva di energia
che mi rimane,inspiro
lunghe boccate d'aria e
affronto il nuovo sole.
Sento le labbra livide,
vivo come le ortensie del
giardino che ho lasciato.
Avanzo tra gli alberi,
per l'ultima volta gioco
ad aggirar la sua ombra,
la distesa dei campi all'alba
si spiega davanti a me vergine,
vasta e maestosa e immersa
nel silenzio.
Guardo il paesaggio rapito,
respiro l'odore del vento
come un tentativo di catturare
il cielo intero.
E benché il vento cupo non si avvicina,
la natura del posto sembra ricordarmi
che non è ancora stagione di pietà.
Soltanto i corvi porteranno via la pena
da questi prati.
Discendo la collina,
lentamente,
tastando la terra con i piedi come
le mani di un contadino.
La valigia è pesante.
Giunto all'altezza de la suaredda,
rivolgo un doveroso saluto al mare e,
quando sono vicino alla casermetta
con il tetto rosso scarlatto,
nel sentiero di badualga,
decido di non guardare alla mia destra:
non voglio dire addio alla salina bamba
e dall'appendice del paradiso
in questa terra.
Arrivo in paese.
Accanto all'ufficio postale, scorgo il
pullman stanco e polveroso
in attesa nella strada a me familiare.
Tutti i passeggeri sono già seduti,
pazienti e assonnati,
con i volti segnati dalla stanchezza.
Seppur stremato, impongo al mio corpo
ancora intirizzito di raddrizarsi,
e salgo sul torpedone.
Quando sono seduto al mio posto,
accanto al finestrino,
lo sguardo rivolto ai costoni di Tavolara,
torno con il pensiero al tema del tempo
percettibile e tremando, medito:
Lei non c'è più, un giorno toccherà anche a me
e io cosa ho strappato alla morte?
Soltanto uno sguardo e un lungo bacio?
La corriera parte e vedo il paese allontanarsi.
Leggo in uno striscione:
"Arrivederci a presto".
Un "presto" eterno.
Il paesaggio mi distrae.
La gamma infinita dei verdi dell'inverno
mi sorprende ancora una volta mentre
la corriera arranca nella vecchia statale,
lasciandosi alle spalle il mare.
Le sughere sembrano bandiere con
le macchioline rosse delle bacche di
corbezzoli, intrecciate tra i rami.
La mattina si rannuvola,
è durato poco il primo sole.
Il giorno che nasce sarà come
la luna argentata.
Le nuvole sono basse.
Come sono lontano,penso,
alle nuvole vicine.
Passano attraverso una macchia di mirto,
la cui corteccia di un'arancione abbagliante
mi ricorderà sempre quest'Isola
perennemente umida d'inverno
e radiosa nella calura dell'estate.
Chiudo gli occhi e mi addormento
pensando al mio amore perduto,
al mio eterno amor di principe
ranocchio e alla cenerentola bionda...