È Lui

Ogni poeta,
uomo che sia,
incespica scivolando
sul suo scrivere;
e anche se s'inerpica
su ripide montagne,
da quelle vette poi,
rotola nella sua miseria.
E scrive amandosi
a farsi leggero e libero,
piegando la sua anima
ai peccati di cui ha molestia,
e dimenticando,
in fondo alla sua strada,
d'esser Lui il primo peccatore.
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Cesare Moceo @ t.d.r.

Questa poesia di Cesare Moceo, intitolata "È Lui", offre una riflessione profonda e disincantata sulla figura del poeta e, più in generale, sulla condizione umana dell'artista.
Moceo spoglia l'intellettuale di ogni aura di perfezione; nonostante la capacità di "inerpicarsi" verso vette sublimi attraverso l'arte, il poeta rimane un uomo che "incespica" e "scivola", destinato a tornare ciclicamente alla propria "miseria".
E si consola nella scrittura come catarsi e inganno: infatti l'atto di scrivere è descritto come un tentativo di amarsi, di alleggerirsi dal peso dell'esistenza e di trovare una libertà illusoria. Il poeta "piega l'anima" per giustificare o attenuare i propri tormenti ("peccati di cui ha molestia").
Il finale è una sferzata di realismo. L'autore sottolinea il paradosso di chi, intento a scrutare il mondo e l'anima, finisce per dimenticare la propria natura fallibile, ignorando di essere lui stesso "il primo peccatore".
In sintesi, Moceo descrive la poesia non solo come elevazione, ma anche come una forma di auto‐assoluzione che spesso nasconde una mancanza di umiltà o di consapevolezza del proprio limite umano.