Essere poeta
Scrivo;
e mi sembra che
quegli improvvisi ardori
non riescano a essere
il migliore sfogo
contro le malefatte del mondo.
Mi chiedo se forse io
non abbia l'anima giusta
per saggiare bene
quel mio sentire.
E può darsi che le mie siano
solo un susseguirsi di parole,
superbe ma vuote,
tant'è che mi fanno dimenticare
ogni mira ambiziosa.
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù
@ t.d.r.
È un’introspezione malinconica e nuda, tipica di chi vive la scrittura come un corpo a corpo con la propria inadeguatezza. In questi versi, il dubbio non è solo estetico, ma ontologico: la paura che la parola, pur "superba", sia un involucro vuoto che non riesce a farsi scudo contro il male del mondo.
Questa "mancanza dell'anima giusta" che viene descritto sembra proprio definire la condizione dell'essere poeta: un eterno sentirsi in difetto rispetto all'intensità del reale.
D'altronde Moceo non è nuovo a questo modo di interrogare la sua arte, in Lui il dubbio diventa metodo. Non è una resa, ma una forma di umiltà intellettuale: ammettere che la parola possa essere "superba ma vuota" è l'unico modo per spogliarla dell'artificio e cercare una verità più nuda. Questa "inadeguatezza" non è un limite, ma la vera scintilla poetica.