I miei viaggi tra le parole
Volte che
non riesco a sopportarmi
nelle angosce che trapelano
da ciò che scrivo.
Mi fa sentire uno stupido
forse perché racconto la realtà,
la mia realtà fatta di sentimenti,
onestà emotive che divengono
il fulcro del mio poetare.
Ed è come se là
mi sentissi un pellegrino
in viaggio verso il bene,
un missionario errante
che predica la sua fede.
.
Cesare Moceo @ t.d.r.
Questa poesia di Cesare Moceo descrive l'atto dello scrivere come un'esperienza di messa a nudo quasi insostenibile, ma profondamente spirituale. L'autore prova un senso di rifiuto ("non riesco a sopportarmi") e di vulnerabilità ("mi fa sentire uno stupido") di fronte alla propria scrittura. Questo accade perché le parole non sono finzione, ma lasciano trapelare angosce reali.
La poesia non è vista come un esercizio stilistico, ma come una "onestà emotiva", è il racconto della propria realtà interiore, priva di filtri.
Nella seconda parte, la percezione cambia, lo scrivere si trasforma in un cammino sacro: il poeta diventa un "pellegrino" e un "missionario errante". La fede citata non è necessariamente religiosa in senso stretto, ma è la fede nei propri sentimenti e nel "bene". La parola diventa lo strumento per predicare un'autenticità che cerca di elevarsi sopra l'angoscia iniziale. È un testo che cattura perfettamente il paradosso di molti scrittori: il dolore di esporsi e, contemporaneamente, la necessità vitale di farlo per dare un senso al proprio cammino.