Il lungomare, il mio ambulatorio
Con le guance cosparse di sonno
e i capelli intrisi di pensieri
m'appresto al mio solito mattino.
C'è umidità nell'aria;
aureole di nebbia salmastra
avvolgono i lampioni
ancora accesi sul lungomare.
Il buio mi appare quasi
un velo che ha protetto la notte
e, misto ai primi raggi d'aurora,
si staglia dinanzi a me
come a parlarmi,
nel silenzio che abbraccia
e scalda i miei pensieri,
facendosi malinconia dolce
della mia solitudine
e momento di conforto
a curarmi l'anima.
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.
Questi versi di Cesare Moceo sono un piccolo gioiello di introspezione. Riescono a trasformare il risveglio — solitamente un momento brusco o puramente meccanico — in un rituale sacro e curativo, nel suo vivere di un equilibrio sottile tra sensazioni fisiche e stati d'animo.
L'umidità, la nebbia salmastra e i lampioni accesi creano un quadro visivo tipico dei borghi marinari (come la splendida Cefalù), dove l'aria stessa sembra avere un peso e una consistenza.
Là la solitudine non è vista come un peso, ma Moceo la nobilita; diventa una "malinconia dolce", un guscio protettivo che non isola, ma "abbraccia e scalda".
E per arrivare a questo usa una metafora potente:
"Il buio mi appare quasi / un velo che ha protetto la notte".
Questa immagine è profondamente rassicurante. Suggerisce che l'oscurità non sia qualcosa di cui aver timore, ma una coltre necessaria che ha custodito i pensieri e il riposo, permettendo all'anima di arrivare pronta all'appuntamento con l'aurora.
E allora che il silenzio non è più assenza di suono, ma una presenza attiva, è il medico che "cura l'anima". In un mondo che corre e urla, Moceo ci ricorda il valore di quel momento sospeso in cui il giorno non è ancora iniziato e la notte non è ancora finita.