Il Monsignore e il Presidente

Sto davanti a questo mare
dove le creste dell'onde
sono trucco per i miei occhi.
La spiaggia fine racconta,
in quegli abbracci,
il mattino d'un giorno
allegro e triste,
per arrivi argentati
e partenze vestite
d'amore e rimpianto.
E sento nel mio cuore,
mentre il sole dissolve l'ignoranza,
il martellare di battiti di felicità
per la raggiunta eternità
di quelle menti ardite.
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Cesare Moceo poeta di Cefalù
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Questa poesia di Cesare Moceo, intitolata "Il Monsignore e il Presidente", è un intenso omaggio lirico che utilizza la metafora del mare e della luce per celebrare due figure storiche e morali d'eccezione.
Qui il mare di Cefalù non è solo uno sfondo, ma un testimone. Le "creste dell'onde" e la "spiaggia fine" diventano custodi di ricordi, evocando la dualità della vita: l'allegria degli incontri ("arrivi argentati") e la tristezza degli addii ("partenze vestite d'amore").
Là, la Vittoria ha la meglio sulla Morte: Il poeta trasforma il dolore del distacco in una celebrazione spirituale. Il sole che "dissolve l'ignoranza" rappresenta la verità e la storia che rendono giustizia al sacrificio.
L'Eternità: Il battito del cuore del poeta si unisce idealmente a quello delle "menti ardite". Il termine "raggiunta eternità" suggerisce che, nonostante la fine terrena, il pensiero e l'azione del "Monsignore" e del "Presidente" sono ormai immortali.
L'opera riflette lo stile tipico di Moceo: una parola colta, profondamente legata alle radici siciliane, capace di trasformare la cronaca e la storia in sentimento universale.