Il panico del tripudio

Pace,
non t'invoco invano,
prego che la tua luce immensa
ascenda nelle menti
fino a giungere in sciali
di gesta di diamanti,
da contrapporre vivaci
alle oscurità delle inquietudini,
nella brillantezza di giorni
vissuti in armonia.
E così accrescere il vivere
con dolci di miele,
di musiche e di balli,
a colmare l'universo.
.
Cesare Moceo @ t.d.r.

Spiegazione del testo:

Questa poesia di Cesare Moceo, intitolata "Il panico del tripudio", è un’invocazione lirica alla pace intesa come forza trasformatrice e luminosa. L'autore non chiede una pace passiva, ma una "luce immensa" che deve elevare le menti umane. L'uso di termini come "sciali" e "gesta di diamanti" suggerisce una bellezza preziosa, solida e splendente. La poesia vive della contrapposizione tra la "brillantezza di giorni" e le "oscurità delle inquietudini". La pace è l'arma "vivace" per sconfiggere l'angoscia esistenziale. Nella seconda parte, il componimento evolve in un inno alla gioia sensoriale. Il "vivere" viene arricchito da metafore dolci e vitali: il miele, la musica e la danza, fino a sfociare nel desiderio finale che questa armonia non rimanga confinata all'individuo, ma si espanda fino a "colmare l'universo", trasformando il "panico" (spesso associato a un timore sacro o travolgente) in un "tripudio" di festa collettiva.
È un testo che trasforma una preghiera civile in un'immagine di splendore estetico e vitale.