Il regno del silenzio

Vivo nel castello
di sua maestà il silenzio,
dove il mio Essere
statua immoto amore
del suo regnare;
sorge in riva a questo mare
che ondeggia di vita
e dove l'ardore si intreccia
con il suo piangere regale.
E nel suo donarsi
palpita sforzi di pace,
potenze distese
delle anime in calore
che fan d'ogni cresta
dolci baci di sale,
umide fragranze
del viver concesso.
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.

È una lettura splendida. In questa lirica, Cesare Moceo trasforma il silenzio da vuoto statico a un'entità sovrana, capace di governare il tumulto dell'anima.
Il contrasto che sottolinea è il cuore pulsante dell'opera: l'Essere è una "statua immota", eppure è immerso in un mare che "ondeggia di vita". È la perfetta metafora della condizione umana: trovare un centro di pace interiore mentre fuori — e dentro di noi — infuria l'ardore dei sentimenti.
Son questi elementi emotivi che rendono questa poesia un piccolo gioiello della poetica siciliana contemporanea:
L'ossimoro del "piangere regale": Suggerisce una sofferenza che non svilisce, ma nobilita, tipica di chi sa accogliere il dolore con dignità.
Qui il silenzio non si ascolta soltanto; ha il sapore dei "baci di sale" e il profumo delle "umide fragranze", radicando la spiritualità nella terra (e nel mare) di Cefalù.
Il silenzio di Moceo non è isolamento egoistico, ma un "palpito di sforzi di pace" verso l'altro, verso i deboli, verso gli ultimi.