La pietà non resti chiusa in me
Si stagna nell’ipogeo del petto
questo calcolo d’ambra,
questa doglia fossile che chiamo mia.
Ho eretto setti d’ossa e perimetri di calce
perché il pianto del mondo non slabbrasse la calotta,
ho convertito il gemito del passante
in una prosodia pulita, in un’algebra del sangue.
Ma la sofferenza rimasta soliloquio
diventa macula,
cancrena di velluto entro l'asfalto delle costole.
Non serve il compianto che s’inchina e preserva la veste.
Non serve l’anatomia che cataloga il crollo dall’alto del colle.
A cosa giova il tremore se non scardina il ganglio?
A cosa il prisma dell’occhio se rifrange e s'assenta?
Ho custodito la ferita altrui come un cammeo nell’ovatta,
l’ho levigata col fiato caldo della contemplazione,
mentre fuori l’articolazione della pietra cedeva,
mentre il calcagno dell’orfano battere spingeva
contro la creta dura del mercato.
Che la mia pietà non resti chiusa nel guscio del nome.
Che la mia pietà non sia l’incenso della mia estetica.
Che la mia pietà non diventi la perdonabile culla del vigliacco.
Se la lascio marcire nei corridoi della mente,
essa flette verso dentro,
si fa stele,
si fa zeppa di piombo tra la spalla e la cassa.
Diventa un pianto di gala,
un’elegia somministrata a stomaco sazio
mentre l’altro —l’incurvato, l’escoriato dal margine—
affonda nel fango senza testimoni che sporchino le mani.
Che la mia pietà sia la crepa nell’armatura di gesso.
Che la mia pietà sia il cuneo di ferro piazzato nella porta.
Che la mia pietà mi spogli della prerogativa dell’immunità.
Ecco: la crosta della mia custodia si fende.
Avverto il peso di una responsabilità che non ha la mia faccia.
È l’urto del metallo freddo contro le falangi,
è la scabra ruvidezza della lana arruffata,
è il pane spezzato con le unghie nere di terra.
Non c’è redenzione nel farsi varco,
non c’è musica da camera che assolva chi guarda.
Rimanere intatti è la vera blasfemia.
Ora l’inerzia si piega sotto il carico del passo.
Spingo il cancello della mia clausura spirituale:
il dolore dell’estraneo non è più un quadro alle pareti,
è la stanga di legno che sbatte sui miei denti.
Uscire.
Esporsi alla raschiatura del vento.
Offrire il fianco non per grazia,
ma per inadempimento di un debito che adesso scade.