liberarsi dall'oscurità del male e rinascere

La mattina mi alzavo per non pisciarmi addosso
e la notte dormivo per dormire ancora
il divano aveva il colore dell’uva matura
lo vedevo  nero
lo vivevo intensamente
divano, poltrona e sedia

mi sforzavo di vendere sapone
coi capelli sporchi e  l’anima malata
Sylvia Plath  mi parlava di sera
avevo la testa troppo vuota
e le pagine mi brillavano bianche

lottare per uscire da quel mio dentro
da quel cancro dell’anima che mi stava divorando
sempre sola a combattere quella vita interiore

e poi uscire
camminare nel vuoto
incontrare gli occhi di mia figlia
e far finta di non sapere il suo vedere

camminare per non fermare la mente
perché non sapevo come fare a morire

non avevo quella vocazione

il desiderio forte, questo si!

autocommiserazione?

Amavo troppo il silenzio
e non volevo chiasso intorno

Mi lasciavo risucchiare
in un mare di sale amaro
nero e prezioso
e mi chiudevo gli occhi per non guardarmi male

I tuoi occhi di bambina
erano pieni di tutto
tutto quello che può fare una figlia
anche far finta di nulla
la coperta tra le dita della tua solitudine
una coperta di pura lana
perché il freddo che avevo era tanto

Camminare per reagire
in quel vuoto di mare inghiottito dalla pietra
camminare per guardarti negli occhi

E le pagine bianche brillavano come le tele incolori
e tu eri sempre là
con le tue cavalline e i tuoi cani a Cancania
la città in veranda

camminare per ritrovare un senso
a quelle sbronze solitarie

tu madre e io figlia

incarnato di guance rosee di  bambina
troppo grande, troppo saggia: troppo per me!

e non è abbastanza l’amore che ti porto dentro
e adesso che le nostre mani sono di nuovo mani
che le nostre braccia sono di nuovo braccia

adesso posso guardare l’inchiostro che torna a sgorgare
libero e abbondante
posso vedere le tele riprendere colore
e il mare tinteggiare il cielo