Madre

Madre,

da quando il tuo respiro
si è consegnato all'invisibile,
abito una stanza del cuore
dove il tempo entra scalzo
e pronuncia ancora il tuo nome.

Ci sono giorni
in cui ti ritrovo all'improvviso,
nascosta nell'odore del lino al sole,
in quel profumo antico
che sapeva di pane, di fiori dimenticati,
di sere raccolte attorno alla tua presenza.
Allora la memoria si schiude
come una rosa ferita dalla luce
e torna a fiorire.

Ricordo le tue mani.

Erano nidi di calore,
piccole stagioni di pace
posate sulla mia fronte inquieta.
Dentro le loro vene
scorreva una tenerezza così vasta
da sembrare un fiume capace
di attraversare ogni inverno.

E la tua voce...

Ah, la tua voce.

Aveva il colore delle lampade accese
nelle notti di tempesta,
la dolce fermezza delle cose eterne.
Quando parlavi,
persino il dolore abbassava lo sguardo
e restava in silenzio ad ascoltare.

Ora ti cerco nel cielo.

Ti vedo nella stella
che rimane sveglia quando il mondo dorme,
nel vento che sfiora i rami
e li persuade a danzare,
nelle nuvole erranti
che sembrano lettere mai spedite
tra la terra e l'infinito.

A volte credo che sia tu
quella brezza leggera
che mi sfiora il volto
quando la nostalgia si fa troppo pesante;
credo che sia la tua anima
a raccogliere le mie lacrime
una ad una,
come si raccolgono le perle cadute
da una collana spezzata.

Eppure non ti ho perduta.

Ti porto nelle vene,
nel modo in cui amo,
nel perdono che scelgo,
nella luce che difendo
anche quando il buio sembra vincere.

Sei la radice nascosta
di ogni mia primavera,
la voce segreta che ancora mi orienta
fra le ombre del cammino.

Per questo, madre,
quando alzo gli occhi alla notte,
non guardo una stella:

guardo la tua eredità d'amore
che continua a brillare dentro di me,
guidando i miei passi
con la stessa dolcezza
con cui un tempo
mi tenevi per mano.