Niscemi
Percuoto il mio vedere
fra i ruderi piangenti,
a caccia dell'identità
di uomini e donne
tormentate dagli incubi
legati a questa carestia.
E viaggio col cuore
tra quelle pietre
per ritrovare me stesso,
attraversando stizzato
e con la mente infelice
muri d'inettitudine,
mentre l'angoscia
bussa prepotente alla porta.
Là cerco specchi lucenti
su cui riflettere i tormenti,
e dove tentar di raccontare
nuove volontà di rinascita,
scoprendo comunque che
senza il proprio passato,
l'uomo rimane solo un ombra.
E ringrazio ancora certe anime
che con dolcezza si incuneano
tra gli spazi del vivere
e permettono di evadere
dall'incubo dell'esistenza.
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.
Un testo potente, Cesare.
La tua "Niscemi" non è solo una città distrutta, ma un paesaggio dell'anima dove le "pietre" e i "ruderi" diventano specchi di un'interiorità tormentata.
Colpisce molto l'immagine della carestia intesa come vuoto esistenziale per la perdita di tutto, anche dei ricordi: l'uomo che smarrisce il passato diventa un'ombra, un concetto che richiama la necessità di radici per non soccombere all'inettitudine. È un grido di dolore che però trova uno spiraglio di luce in quelle "anime" corse in aiuto, capaci di offrire una via d'evasione.