Ombre
ad imbrigliare la diafanità dell'alba
in patologica ricerca d'assenza
e paure
strofinate all'abbraccio
di insopportabili respiri incauti
come risvegli di fieno e d'improvviso
su labbra arse
dall'intermittenza del sale.
E' così
che annego le mie stagioni
in un guazzabuglio di colori astratti
e rane verdi
come principe che adesca gli specchi
per ridestarsi rospo
all'imbrunire del dì che giudica
dall'apparenza il trono.
Ho sete del nulla
e di lacrime amare
ho il senso di lame spezzate
che divorano carne
e spettri di luce
che lo sguardo rifugge
all'elisir degli occhi
il mestruo appassito.
Sono l'assurdo e l'intarsio
di un ribelle sodomita.
31 luglio 2016
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