Sei Cento Diciannove

Faccio sempre lo stesso sogno:
tu che mi sproni ai fianchi e che
ripeti: " Sono io, sono io per te".
A volte sei vestito da dottore, in
altre da ambulante: o mi curi
o mi nutri. Di certo sai di pino,
di gomiti puntati su tavolacci e
pegni, di cortesie mancate e lana
usata più che spesso, armatura
su cui sono caduti tanti inverni.
Di certo sai di spalle e di pensieri,
di tegole e spioventi, di fiori che stanno
solo in piano e per i quali ogni declivio
è ghiaccio. Faccio sempre lo stesso
sogno: il mio seno che chiude dopo
le venti come un confessionale, le mani
nella folla delle prudenze e dei dinieghi e
la tua forma confusa con quella di
un bancale. O siete immobili o
siete vivi. Certe fiamme sembrano
dipinte fino a quando attraversandole
senza guardare, il fuoco non ci investe.