Tragedie al mattatoio

I capretti,
stretti l’uno all’altro
come innocenze smarrite,
non domandavano pietà:
chiedevano memoria.

Il vitello,
con lo sguardo spalancato
che cercava ancora la madre,
non cercava scampo:
chiedeva memoria.

Il maiale,
con quel grugnito disperato
che sembrava un grido umano,
non implorava salvezza:
chiedeva memoria.

E in questo coro spezzato
che l’uomo non vuole ascoltare,
ho sentito la loro ultima richiesta
attraversare il silenzio del mondo.

Così li porto con me,
non come ferita,
ma come promessa:
che almeno uno,
tra mille,
non distolga lo sguardo.

Giovanni Mascellaro


Questi versi sono nati da un’immagine che mi ha attraversato come una rivelazione dolorosa. In televisione scorrevano scene di un mattatoio: capretti tremanti, vitelli smarriti, maiali che gridavano con una voce così umana da lacerare il silenzio della stanza. Non era un documentario: era la realtà nuda, crudele, che irrompeva senza chiedere permesso.
In quegli sguardi e in quei suoni spezzati ho percepito qualcosa che andava oltre la paura: una richiesta muta, disperata, eppure limpida. Non chiedevano salvezza — quella era già stata loro negata. Chiedevano memoria. Chiedevano di non essere cancellati, di non essere ridotti a merce, di non essere inghiottiti dall’indifferenza.
Questa poesia è la mia risposta a quella richiesta. Un atto di pietà, non di accusa. Un gesto di ascolto, non di condanna. La promessa che almeno uno, tra mille, non distolga lo sguardo.