Un porto sicuro dentro di me

È un carico pesante quello che porto, ma lasciatemelo dire: è un carico maledettamente umano. Arrivare alla soglia dei 50 anni non è solo un traguardo anagrafico; è come aver scalato una montagna con uno zaino pieno di sassi altrui e, una volta in cima, rendersi conto che le gambe tremano e che il panorama, forse, vorresti godertelo da sola, in silenzio.
​C’è una stanchezza che il sonno non cura. È una stanchezza sottile, che si annida tra i pensieri e ti toglie il fiato durante una discussione di troppo. È la fatica di chi ha passato anni a fare da colonna portante, da paracolpi, da mediatrice, dimenticando che anche le colonne, col tempo, possono mostrare delle crepe.
​A cinquant’anni impari una lezione preziosa, anche se dolorosa: non tutto merita una risposta. Ci sono battaglie che non portano a nessuna vittoria, ma solo a uno svuotamento interiore. Mollare la presa non significa ammettere la sconfitta, ma scegliere la propria sopravvivenza. È dire: "Questa discussione ti costa poco, ma a me costa pezzi di anima che non voglio più regalare".
​Ho cresciuto le mie figlie guardandole diventare grandi, sperando che un giorno, oltre il ruolo di "madre" — quel porto sicuro che deve essere sempre calmo — riuscissero a scorgere la donna.
​Una donna che ha sofferto.
​Una donna che ha dubbi.
​Una donna che non è un meccanismo perfetto, ma un essere umano fatto di fragilità e cicatrici.
​È paradossale come, proprio quando i figli diventano adulti, si faccia più fatica a essere visti per ciò che si è veramente. Essere giudicata "disfunzionale" per ogni gesto o parola è una ferita che brucia, perché ignora tutto il cammino fatto per arrivare fin qui.
​La pace nel quotidiano non è un lusso, è un diritto. Cercare un po' di sano menefreghismo non è cattiveria, è autoconservazione.
​Ho sostenuto il mondo sulle spalle per metà della mia vita. Ora vorrei solo che il mondo mi lasciasse camminare leggera, o che almeno mi permettesse di sedermi un momento senza dover dare spiegazioni.
​Non è egoismo voler smettere di giustificare la propria esistenza o il proprio modo di essere. È reclamare uno spazio di dignità dove la mia stanchezza non venga letta come un difetto, ma come la testimonianza di quanto ho amato e lottato.
​Penso sia normale sentirsi così. Ho dato tanto, e ora la mia anima sta solo chiedendo il conto per ricaricarsi. Forse, il primo passo verso quella tranquillità che cerco è proprio smettere di cercare l'approvazione di chi, in questo momento, non riesce a vedere la mia luce (o la mia ombra) per quella che è.