A mani aperte.
Non siamo padroni di nulla, se non del momento esatto in cui decidiamo di sentire. ⏳
Mentre gennaio si avvicina, sento il peso dolce di un traguardo invisibile: compirò venticenticinque anni. È un'età strana, un crinale su cui tutti sembrano chiederti di piantare bandiere, accumulare certezze e stringere forte i tuoi progetti per il futuro. La fretta del mondo ti dice che devi possedere: un ruolo, una direzione, il controllo assoluto sul domani.
Ma proprio ora, alle soglie di questo quarto di secolo, io scelgo di fare un passo indietro e respirare. Guardo l'aria fredda dell'inverno e capisco che la mia vera crescita non sta nel collezionare cose o trattenere persone, ma nell'imparare l'arte di accogliere e lasciare andare.
Il tempo ci è stato dato in prestito, scriveva Seneca, non ne siamo i padroni. A venticinque anni, capire questo non significa arrendersi, ma liberarsi. Significa guardare un amore o una serata felice e non avere l'ansia di doverli congelare. Come ricordava Eraclito, non possiamo bagnarci due volte nello stesso fiume, perché tutto scorre e noi stessi cambiamo continuamente. Ma in questo fluire c'è una bellezza sacra. Come scriveva il poeta William Blake, chi bacia la gioia in volo vive nell'alba dell'eternità.
Il fiume scorre, e a gennaio io cambierò ancora. Ma non ho più paura del flusso delle cose. Ho capito che la bellezza dei miei vent'anni non sta nelle risposte definitive che stringo tra le mani, ma nella capacità di toccare la vita con dita leggere, grata per ogni singolo istante che mi è concesso di sentire.
‐Viola Corallo‐