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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 maggio 2006
    Sogni di fango

    Come comincia: Spesso la nebbia ci lascia addosso l'odore del crepuscolo eterno.
    Oggi mi sono coricata di fianco mentre il temporale stava trapassando la casa e rimbombava sulla “tomba” delle scale. Stava precipitando sopra il tetto.
    Stava allagando il lucernario.
    Stava martellando la lamiera dell'auto in sosta.
    Stava scorrendo sui cunicoli trascinandosi il rumore dei sassi.
    Rotolava in silenzio la grande massa della goccia.
    L'idrogeno aveva scisso l'ultima molecola di un ossigenato mattino.
    La ruggine la sento nelle ossa.
    Il braccio ora si allunga verso il comodino.
    La mano cerca una sigaretta e al buio tasta, palpa, massaggia, sposta, accarezza, spinge, intuisce.
    Lo sguardo delle dita afferra un rettangolo molliccio, duro.
    Il corpo è ancora abbandonato. Giace sul fianco. Rumore di sigarette cadute.
    La donna/io ora veste un abito elegante, quasi ecclesiastico. Il passo fa strada al polpaccio.
    Il tacco segue il ticchettio del cuore spillato da spine di rovo.
    Assenza, presenza.
    Il gesso sta tracciando parole incompiute e formula paradossi sulla lavagna d'ardesia.
    Un nuovo mutismo sta trasfigurando l'aria.
    Vorrebbe sparire, eclissarsi tra la folla come un corpo celeste che tende a scurirsi in pieno giorno.
    Non è pianeta.
    Non è satellite.
    Non è normale che nevichi in questa stagione.
    La donna/io ora gira l'angolo ed evita il danno dell'inquinamento atmosferico strozzandosi il labbro col foulard zuppo di santa pazienza.
    Erano in tanti a camminarle a fianco, eccetto me che guardavo da lontano.
    Ecco, ora lascio cadere un biglietto scaduto con un tonfo. Un eco di carta ora risuona nell'aria.
    Ora la donna/io vorrebbe un caffè.
    Indecisa se entrare o aspettare di arrivare in un bar più decente, annusa l'aria.
    I semi di caffè sono piccoli chicchi profumati d'amaro.
    Caffè macchiato, caffellatte, caffè corretto, cappuccino.
    cappuccino all'italiana, latte macchiato, latte gocciato, caffè macchiato, caffè gocciato: che palle!
    Il ticchettio del cuore segue il tacco a spillo, la gonna resta sulla porta ed io mi carico le narici di odore di varechina. Stanno lavando le coscienze di tutti immacolando le lapidi dell'innocenza.
    Questo vicolo porta in una zona depressa della città.
    La donna/io è depressa dentro l'abito elegante.
    Anche la borsa della donna/io ora conosce la depressione monetaria del cambio iniquo.
    Deprimente la saracinesca abbassata dell'ultimo fallimento.
    Si butta in un cinema.
    La donna piovosa stringe lo sguardo asciutto. Che cavolo di titolo gli hanno dato? Prima proiezione nazionale assoluta alle dieci del mattino. La folla spinge avanti in cerca di biglietti, paradossalmente mi trascinano davanti alla cassiera che non ha tolto la cispa dall'occhio.
    Alla cassa arriva velocemente nonostante la lunga coda.
    Al mattino voleva solo una proroga e invece ha ricevuto l'ennesima delega.
    Nessuna deroga era possibile ed ora la donna/io camminava alla deriva con stile fondamentalmente descrittivo sul pavimento di un cinematografo, fotografando il mutismo dello schermo. Oggettivamente del film non le importava molto alla donna/io che, voleva solo ammazzare le ore.
    La donna/io fa passare ottantanove minuti su una poltroncina, ultima fila rossa, cinema multisala, schermo medio/grande, audio DTS-DOLBY DIGITAL,posti a sedere 200, intero sei euro e settanta.
    Tessera quarantacinque euro per dieci spettacoli.
    La donna/io sembra distratta e non ascolta.
    Esce dal cinema.
    Con gesto indelebile accarezza un cucciolo fermo davanti alla porta.
    Non vuole affrontare di nuovo tutta la fatica del lento cammino.
    Il cane la segue, anche lui solitario disegno, intirizzito abbozzo di strada.
    Vede una donna pulire il culo di un cane e vomita schifo sociale.
    L'umidità cresce.
    La donna/io accosta l'orecchio alla sorda parete.
    Attraversa la strada, esce dal vicolo e fugge fino a casa.
    Non pronuncia parola e non c'è consolazione di specchi.
    L'amore rimandato aspetta dentro due ciabatte.
    Prende le ciabatte e l'ascensore e non proferisce verbo.
    Non per versare sangue, o per sporcare linde piastrelle.
    Lascia le ciabatte sulle scale.
    La donna/io compie il volo sfracellandosi in cortile.
    Schizzi impressionisti ovunque sul cemento surrealista esistenziale.
    Io raccolgo l'ultimo sorriso prima che c'imbavaglino di nuovo.
    Sulla tomba delle scale si distillano molti passi a ritmo piuttosto lento, poi sempre più veloce dentro un volo che mantiene vivo il nostro limite. Allegro ma non troppo, lentamente andante.
    La donna/io sfida ogni equilibrio ed elimina definitivamente ogni riferimento ambiguo.
    Scopre la verità della legge gravitazionale e tocca con ali invisibili la nuda reliquia di una nuvola danzante.
    La morte accidentale passeggia tra le note e cerca l'eterna consolazione rimandata.
    Con un urlo raggiunge il pavimento. L'avvoltoio notturno ha rivelato due ali di fango. Una penna traccerà l'ultima visione.
    La puzza dell'urina sale fino al soffitto, tolgo il pigiama bagnato. Ho solo bisogno di un bagno caldo.

  • 31 maggio 2006
    Trasteverino verace

    Come comincia: Quant'è deprimente Roma.... quanno uno soffre pe' amore e 'n più se deve sorbì sti tramonti colorati e ruffiani, sto ponentino che spira così languido che pe' conquistà na pischella nun devi nemmeno aprì bocca... è lei che te casca ai piedi! Funziona co' tutte... tranne che co' lei.
    Ma sì, lei, l'amore mio, quella pe' cui potrei fa' pazzie!... Perchè io so' 'n tipo focoso sa'? Quanno me metto 'n testa 'na cosa... Me capite no? Pe' 'l momento 'n testa c'ho solo... 'n so manco come se chiama.
    Come dite? Chi so' io? Nun ve l'ho detto? 'Nnanzi tutto so' romano, anzi, peggio, trasteverino, se non de sette generazioni almeno de tre o quattro e poi, ahimè, 'n innamorato sfigato. Da quanno l'ho vista pe' la prima volta... che ve devo di', nun so' stato più io.
    Pure l'amici hanno notato che so' cambiato, prima ero l'allegrone della compagnia, mo' Romoletto dice che nun ne po' più de sentimme sempre sospirà e Nando che co' me nun se ride più, che c'ho sempre er muso. Te credo! Quella manco sa che esisto! E' una dei quartieri arti, io 'nvece so' 'n vagabbondo... Mi' madre m'ha accannato ch'ero 'n pupo e mi' padre... me sa che nemmanco mamma sapeva chi era...
    Ma mica me sto a lamentà eh? So' sempre stato felice, ho fatto quello che me pareva e ho conosciuto la vita mejo de quei rimbambiti dell'amici mia che 'n se moveno mai. Ce credereste che Romoletto nun è mai entrato nel Colosseo? Io 'nvece modestamente li monumenti me li so' fatti tutti, armeno quelli do' se po' annà senza pagà dazio.
    Chiedete si lavoro? E che bisogno c'avrei? Uno come me 'n pezzo de pane lo trova senza lavorà. Er segreto è annà a bussà dai più sensibili. Po' capità che quarcuno te cacci 'n malo modo, ma de anime pietose ce n'è tante.
    E poi li regazzini! Pe' me vanno pazzi, li faccio divertì.... a loro nun je 'mporta che nun c'ho proprio un bell'aspetto. Sì, perchè io lo riconosco: so' uno de quei tipi... come di'... allergici all'acqua e sapone. Ao, ognuno c'ha le antipatie sue! Sì, sì, c'avete ragione, sto a divagà, mo ve racconto li fatti 'mportanti.
    Allora, 'n giorno bighellonavo per Centro (me piace bazzicà quelle parti, che ne so, tra tutti quei signori me pare de diventà fine pur'io). Camminavo tutto spedito pe' Via Veneto, sapete, quella strada elegante, quanno... nun so manco come... me la so' trovata davanti.
    'N sogno! du' occhi verdi scintillanti, er passo fiero ma allo stesso tempo morbido, e poi er portamento, 'na classe mai vista prima. L'avrei rimorchiata subito, senonchè lei stava co' la "mammina" e l'ho potuta solo seguì a distanza fino a Villa Borghese.
    Nun c'ha manco fatto caso che je stavo dietro! Da allora ogni pomeriggio a 'st'ora sto qua: lei ce viene a passeggià e io spero sempre che 'na vorta o l'artra s’accorga de me.
    Nun me so' mai avvicinato! ma oggi ho deciso... me dichiaro. Me so' pure dato 'na lavata pe' l'occasione! Mo appena ariva l'abbordo e je faccio tutto er repertorio der perfetto pomicione.
    'Ntanto me nasconno dietro sta siepe, sbuco de scatto e vedrai che sorpresa. E lei chissà che farà, rimarrà a bocca spalancata, me lancerà 'no sguardo da sotto le ciglia, poi 'n soriso e a quer punto sarà mia, me seguirà perfino 'n capo ar monno! Oh, ma qua io sto a sognà e me distraggo e intanto, puntuale come sempre, ecco lei che m’appare in lontananza.
    Come sempre co' "mammina" , è 'na visione celestiale, avanza, s'avvicina, me passa de fianco, devo esse' pronto, coraggio che je la fo, faccio 'n balzo improvviso, me je paro davanti e... MIAOOOOOOOOO...  è fatta, me so' rivelato, e mo' co' tutti sti zompi che sto a fa' nun se po' dì che nun me so' fatto notà.
    Je dovrò piacè pe’ forza, nun me dirà de no. Oh, ma… mamma mia che botta! Che sta a succede ao? Aio, ancora ‘n’artra, e ‘n’artra ancora. E’ “mammina”, che co’ l’ombrello che c’aveva in mano me randella senza pietà, e co’ na voce stridula e nervosa strilla “Fifì, Fifì, vieni da mammina! E tu brutto gattaccio, vattene, pussa via, prendi questa, e quest’altra, così impari a infastidire la mia piccola”.
    E Fifì? Pe’ quanto la riguarda ‘sta matta me potrebbe pure accoppà, nun alza un dito pe’ aiutamme. Anzi,  mentre s’accoccola tra le braccia de “mammina” me guarda co’ la faccia canzonatoria, co’ l’aria de disprezzo… e co’ quell’occhi verdi duri e freddi come er ghiaccio… A guardalla bene nun è manco tanto bella! Dopo ‘sta scarica de botte se ne so’ andate, offese e impettite, e m’hanno lasciato qua tutto ammaccato, pe’ fortuna che c’ho sette vite, perché una me la so’ quasi giocata! Come dite? Certo, so’ ‘n gatto, che ‘n se po’? Io mica ho mai detto er contrario, ma perché, voi che pensavate? Ah, capisco, è che pe’ voi è dato pe’ scontato che i sentimenti, er core che batte, so’ na prerogativa solo dell’umani.
    Lassamo perde va, voi co’ du gambe ‘n ce capite niente, m’avete solo fatto perde tempo… ma chi ariva laggiù? È Romoletto, tutto trafelato, che je sarà successo? Che dici? Er macellaro t’ha dato ‘n po’ de trippa? E che aspettamo? Noo, ma che davero oggi sei stato ar Colosseo? Era ora che cominciavi a diventà ‘n gatto de cultura. Bello eh, te l’avevo detto. E domani te porto pure ai Fori.
    Quella? No, è finita, nun ce penso più, m’ha stufato. Sai come se dice da ste parti? Morto ‘n papa se ne fa sempre ‘n’artro. Anzi, a proposito, l’artro giorno ho incontrato tu’ sorella Assuntina, ma lo sai che sta a venì su proprio bene? Quasi quasi ce faccio ‘n pensierino! Che vor dì nun la devi neanche guardà, lo sai che la rispetto, pe' chi m'hai preso, te me conosci, so’ er mejo amico tuo! Anzi, sai che te dico? Che domani ai Fori ce porto proprio lei! Eh, quant’è bella Roma co’ la luna che se sporge sur Tevere biondo, co’ li monumenti antichi che cominciano a prende sonno, e co’ sto venticello che te spira nelle orecchie e sembra quasi che te parli…
    Come che te dice? A Romole’, te nun c’hai pe' niente l’animo poetico. Annamo a magnà, va!

  • 29 maggio 2006
    Un locale qualunque

    Come comincia:

    Già, l'invito. In un locale qualunque
     
    Perché non importa dove e come
     
    Perché in quel momento non esisterebbe nulla al di fuori del nostro tavolino.
     
    Del nostro pezzo di bar.
     
    Perso in un angolo della città, nella confusione della città, tra smog e afa di primavera.
     
    Esisteremmo noi con le nostre debolezze e il nostro orgoglio lì in agguato,pronto a colpire in caso di bisogno, pronto a uccidere per difendersi.
     
    Ci saremmo noi, seduti e impacciati ma forse sinceri.
     
    "Cosa prendi?".

    "Non saprei. Magari un thè freddo, non bevo alcolici".
     
    E ora dimmi davvero: "Come stai? Cosa senti? cosa desideri?"
     
    "Eh sì, lo sapevo che prima o poi ci saremmo visti".
     
    "Che bella serata, eh? Hai freddo?".
     
    "No sto bene, grazie".
     
    Se mi vedi tremare non è il freddo è una certa emozione che prende lo stomaco.
     
    È una certa sensazione che ha radici profonde e lontane e antiche e magiche e misteriose.
     
    Qualcosa d'istintivo e animalesco che non puoi fermare.
     
    E i brividi non cessano. Fermali tu, con i tuoi occhi magari O col sorriso o con una semplice parola, una frase giusta, se esiste.
     
    Eccoci
     
    Ora mi hai davanti, che mi dici?
     
    Ora che puoi avermi
     
    Ora che posso averti
     
    Parlami ancora. E ancora. E non fermarti.
     
    Continua a parlarmi, anche nel silenzio.
     
     
    Sssssssssh
     

    Voglio sfiorarti
     
     
    Posso toccarti? Posso baciarti? Posso morderti?
     
    Tanto lo so che a fine serata ti avrò toccato
     
    O sfiorato
     
    O baciato
     
    O morso
     
    E allora perché aspettare? Cosa aspettare?
     
    Lo sai che se ti guardo i miei ormoni come proiettili esplodono, si agitano e spingono come palle da biliardo, da una sponda all'altra in cerca di un po’ di pace.
     
    Lo sai che se ti guardo voglio avere da te delle risposte.
     
    E non puoi sbagliare
     
    Sennò il castello crolla
     
    Stai attento
     
    Regalami stasera
     
    Regalami il sogno
     
    Adesso
     
    Solo per un momento
     
    O per qualche ora
     
    Ma abbracciami solo se lo desideri
     
    Prendimi e tienimi solo se ne senti il bisogno, come lo sento io
     
    Guardami ancora, dritto negli occhi e non essere sarcastico, non essere retorico.
     
    Non essere stronzo
     
    Ho bisogno che tu sia tu, stasera
     
    E se di me non hai voglia
     
    Trattami male e lasciami andare.

  • 29 maggio 2006
    Karol, il Grande

    Come comincia:

    Il nostro Papa è morto.

    Il papà di tutti. Proprio di tutti.

    La storia lo ha già appellato IL GRANDE.

    Ormai siamo già al termine del giorno dopo.

    Il primo in 26 anni. All’improvviso il vuoto.

    Non nego che questa forte quercia ci aveva abituati ad averlo quasi in casa.

    Tra noi, con noi. Come un immortale. Era illuminato da un carisma unico.

    Talmente unico da riflettere la luce di Dio anche quando nel mondo regnava il buio più assoluto.

    Sul suo viso l’immagine riflessa del Cristo che ci piace.

    Quello che ci guida, che veglia su di noi proteggendoci. Quello che alza la voce per farsi sentire. Quello che si arrabbia se non lo stai ad ascoltare.

    Ci aveva abituato troppo bene. C’era Lui. Era una certezza.

    Ora?. Questa assurda e intensa sensazione di trovarsi nel deserto senza acqua.

    In mezzo al mare e non saper nuotare.

    Ci manca questo uomo semplice nella sua immensa potestà, il Grande Atleta di Dio.

    Il campione da cui attingere coraggio e forza, colui che tanto ha creduto nel futuro che leggeva negli occhi dei giovani.

    Non c’è più quell’anello che teneva legate tra loro tutte le religioni, le persone che lo hanno stimato come uomo e amato come Padre. Piange questo mondo. E finalmente scopre che lo sa fare ancora. Il provare dei sentimenti puri e sinceri che si pensava persi nell’inferno della vita sempre più in discesa, rapida e ripida cosparsa di fuoco e cenere.

    Lui era l’acqua di cui noi avevamo bisogno per fermare il fuoco del male e dissetarci quando la sete di Dio ardeva nella nostra gola. Arsura.

    Sofferenza. Profonda, incontenibile che trascina allo sbando.

    Poi ci pensi, ti accorgi che dovresti vivere la sua morte con gioia perché è questo che ci ha insegnato il Papa.

    Che ci vuole dignità sempre: nel vivere, nel soffrire e nel morire.

    Perché, per il vero cristiano, la morte è l’inizio di una nuova vita… l’incontro più desiderato e bello a cui aspiriamo ma quasi mai preparati. Piangiamo per la morte e non ricordiamo che è solo un altro modo di assaporare la vita.

    Senza famiglia. E’ mancato senza quella mano che lo poteva rincuorare e coccolare. Senza figli ma padre di tutti i giovani del mondo. "Per madre la Madonna, per fratello Gesù e per padre Dio".

    Era sereno il nostro Papa mentre stava lasciando il suo, il nostro mondo. Stava per salire le scale di "casa sua", intravvedeva il sentiero cosparso di rose e fiori che lambivano il giardino del Paradiso.

    A Karol, al secolo il Grande, il Santo, il Padre che ci ha abituato a lui come il pane sulla tavola. Presenza quotidiana.

    A te una lacrima di dolore per il vuoto in cui ci hai lasciati.

    A te una preghiera perché continui a tenerci per mano e proteggerci come solo un Padre vero farebbe coi suoi figli.

    A Dio un ringraziamento con tutto il cuore per avercelo regalato e lasciato così tanto a lungo da scoprire che la fede, la speranza, la carità e la pace possono esisteste ancora. 2000 anni dopo.

    Ci mancherai ma questo applauso, l’ultimo rivolto a te, è per salutare un abile maratoneta che dopo aver vinto la sua gara più lunga e difficile, con la medaglia d’oro al collo, lascia la pista vuota, avvolta nel silenzio di uno stadio ormai chiuso. Su quel tabellone, scritto in rosso, il nome del primo partito ultimo.

    Ti ricorderemo sempre così. Alla finestra, quel 16 ottobre 1978 quando al mondo col naso all’insù pendeva dalle tue labbra hai detto: "Non nego di avere avuto paura ma come Cristo accetto il volere del Padre Mio " e poi, a voce alta, il Papa polacco che a stento comunicava in lingua italiana, ci mostra in tre parole la strada per "tornare ad essere" buoni cristiani… " Non Abbiate Paura! Non abbiate paura di aprire le porte a Cristo".

    Addio Karol detto il Grande.

    Ma per tutti Uno di Noi.

    Volevo dirti solo questo: grazie.

  • 29 maggio 2006
    Home sweet home

    Come comincia: Questa è la mia casa, forse potrebbe piacervi, o forse anche farvi inorridire. Dipende dal grado di lettura al quale arrivate, dipende dalla circonferenza media delle vostre narici, dalla sensibilità del vostro udito e del vostro olfatto. Questa casa non è tutta uguale. Ci sono stanze dove ogni cosa è al suo posto, perfettamente in ordine, lucidate e spazzate quasi una volta al giorno. Ci sono stanze dove gli orologi sono fermi su un’ora passata da diversi anni e la polvere si è depositata in silenzio e i pupazzi hanno gli sguardi spenti di chi sa di aver fallito la propria missione, ma non ne ha mai avuto la piena percezione. Qui mangio, dormo, cago, piscio, suono, scrivo, prendo appuntamenti, e faccio molte altre cose. Ma, e voglio che questo sia chiaro, nessuna di queste cose è sostanziale. Cosa intendete voi per sostanziale? Ve lo chiedo. Pensateci su e magari potrete rispondermi inviandomi un’email o una cartolina. Il mio indirizzo presto sarà su tutti i giornali. Promesso.

     

    Ho aperto gli occhi ed era tutto bianco. Il soffitto bianco, bianche le pareti, bianchi i tubicini che mi entravano nelle vene, bianco il liquido contenuto nei tubicini. Mi sembrava di essere sotto una gigantesca cappa di sperma solidificato. Magari qualcuno di nascosto aveva raccolto il mio ogni volta che mi ero fatto una sega. Oh, la mia solita mania delle congiure improbabili e dei complotti di stato e del potere che ci controlla. Ne sfornavo milioni ogni giorno, di queste teorie fantapolitiche. Il mondo era popolato di gente che ti controllava quando pisciavi, facevi sesso, mangiavi un panino o andavi dal dentista. La domanda ora era: cosa ci faccio qui? Cosa sono questi tubicini che entrano nel mio corpo? E chi gli ha dato il permesso? E perché sento prurito dappertutto? Lo chiedevo alla volta di sperma bianco. Il bianco è il colore degli angeli, ma loro non rispondono mai. Poi entrò mia madre. Poi mio padre. Piangevano. Gli dissi che non ero stato io a dimenticare di chiudere la macchina in garage, che non era del tutto colpa mia se ero un fallito, che se da piccolo avevo telefonato a una chat line erotica era stato solo perché ero troppo intelligente e sapevo consultare il televideo. Poveretto. Poveretto. Delira. Delira. E’ fuori pericolo vero? E’ fuori pericolo vero? Una voce fuori campo rispondeva a queste domande ma non riuscivo a capire cosa dicesse. Ma la domanda ‘è fuori pericolo?’ era quantomeno idiota. Siamo sempre in pericolo se siamo in alto mare su una zattera circondati da un branco di squali. Mi dissero che mi ero dato fuoco. E che ora la mia pelle non esisteva più. Ero un fascio di nervi e muscoli bruciacchiati. Una bistecca al sangue. Avevo sempre adorato le bistecche al sangue. Chi di voi nella vita non ha mai tentato di essere ciò che adora? Non alzate le mani tanto non serve, dalla posizione in cui sono vedo solo la cappa di sperma bianco. A tutte le infermiere chiedevo: ti piacciono le bistecche al sangue? E se loro annuivano gli dicevo: ok, scopiamo? Ma non capivano, e sulla cartella clinica continuavano ad annotare tra i sintomi della degenza la parola ‘delirio’. Capii che dovevo smetterla o non sarei più uscito di lì. Uscire. Ma per fare cosa? Il testimonial di una nota ditta di bistecche surgelate magari, era un’idea. Mi sentivo quasi rincuorato ora. Finalmente avevo un futuro concreto davanti. Concreto anche se bizzarro. Concreto e bizzarro. Si può chiedere di più dalla vita? Le bende venivano a cambiarmele almeno due volte al giorno e con la coda dell’occhio riuscivo a vedere i miei arti rossastri coperti di ematomi e sentivo il puzzo di carne bruciata. Se ero davvero riuscito a combinare tutto quel casino da solo ero davvero un eroe e il governo avrebbe dovuto darmi una medaglia al valore. Anzi al plusvalore. Non relativo ma assoluto. I miei continuavano ad entrare ed uscire dall’ospedale e io continuavo a pensare: teste di cazzo, quando uscirò serviranno bende, medicine, un letto speciale per le piaghe da decubito, magari persino una persona che mi stia accanto 24h su 24. Al posto di venire a perdere tempo qua, andate a lavorare cazzo. Altrimenti tutte queste spese come le pagate eh? Li avevo messi in un pasticcio più grande di loro e mi sentivo davvero felice e in pace con il mondo.

  • 26 maggio 2006
    L' amatore

    Come comincia: L’amatore paga per giocare e nessuno lo va mai a vedere. La domenica mattina con la sbronza della notte prima e un pacchetto di Marlboro in tasca, che non basta. L’amatore non ha tempo per il riscaldamento, odia le checche, gli schemi e i colpi di tacco. Rispetta soltanto chi ci muore dentro al campo, non chi sta fuori criticando, non chi sta fuori criticando.

    L’amatore gioca molto duro, falcia spinge sbotta scalcia come un mulo, nei contrasti sempre un po’ in ritardo, faccia viola piede di legno polmone d’ asfalto. L’amatore non ha tempo per il corteggiamento, schietto coi santi, arbitri compagni e avversari. Rispetta soltanto chi ci muore dentro al campo, non chi sta fuori criticando, non chi sta fuori criticando.

    L’ amatore e il suo ginocchio operato, lo stiramento la pomata e il ghiaccio. Una promessa che promessa è rimasta: ti dà tutto perché è un appassionato.

  • 26 maggio 2006
    Nina e Barabba

    Come comincia: Dalle nostre parti si emigrava, c’era la fame e la malaria che ammazzava. La tavola è rimasta apparecchiata quando è arrivato quel telegramma. Con le valigie pronte da mesi bastò chiudere la porta e partire, salire sulla nave  e non pensare. “Nina, no sta piansare, che anca in cao al mondo mi vegno a sposarte” ma Barabba non aveva un soldo, era uno sbandato, povero e alcolizzato.

    A San Paolo la vita era dura e ogni treno che fischiava la famiglia sospirava. Nessuno sa come ma Barabba in Brasile ci arrivò. Lui e Nina si sposarono e in Italia ritornarono.

    Ma la Spagnola che non portava certo allegria si prese Nina e se la portò via. Caricata su una carriola per portarla alla fossa Barabba non fece la strada più corta. E ad ogni osteria: “Nina, ti spetame qua, che me bevo ‘naltra ombra”.

  • Come comincia:

     

    "Tutte le lettere d’amore sono
    ridicole.
    Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
    ridicole."

    F.Pessoa

     

    Ci sono nuvole oggi in cielo. Le vedi? Forse sta per piovere. Forse non lo farà e tutto questo grigio che sfila lassù sarà servito solo a rendere più cupa un’altra giornata.
    Non danza il vento. L’aria è immobile, quasi addormentata.
    Fiuto tempo d’attesa, di cose che stanno per accadere, che accadranno, sperate, desiderate. Idee assillanti che sembrano piccole follie, che lo sono. E lo sai.
    Com’è che si comincia a pensare a qualcuno?
    Com’è che ci si riscopre con la testa assediata da qualcuno?
    Com’è che mi sento piena di te?
    Non conosco la tua voce, il profilo del tuo volto, i lineamenti.
    I tuoi capelli. Di che colore sono?
    Le tue mani. Sono lisce e grandi tanto da curarmi l’anima, cullarmi il cuore? O forti quanto basta da sfidare la vita con i pugni alzati?
    E gli occhi. Sono di chi sa raccogliere nella loro profondità tutto il blu del cielo? Oppure, somigliano più a piccole finestre accostate sul mondo che si serrano rapide di fronte al dolore?
    Le braccia. Nidi robusti dove coricare pensieri dolci/amari? O piuttosto morse improvvise che attanagliano il corpo inducendo al peccato?
    Non so. Non so nulla di te. Eppure qualcosa del tuo essermi ignoto è talmente affine da catturami intimamente.
    Hai mai provato un simile desiderio? Un frastuono nella mente, alito caldo che soffia nei pertugi della coscienza con tanta violenza da lasciarti inerme?
    Ti sogno, quando non v’è più nulla da sognare.
    Ti cerco, quando non ho altre strade da seguire se non quella dei palpiti in corsa che ti rincorrono.
    Ti desidero, la notte. Nelle ore dove il sonno come uno zingaro vaga bramando dimore felici. Lentamente una carezza, poi un’altra, giù lungo il ventre, su per le labbra umide, tracciano a pelle le voglie di te.
    Ti prendo, ti lascio andare.
    Raccolgo adesso gli ultimi pensieri, sono per te. Per tutto ciò che non conosco.

    Ci sono nuvole oggi in cielo. Le vedi? Forse pioverà. Forse no, e questo grigio che sfila lassù sarà servito solo a rendere più cupa un’altra giornata.
    Un’altra senza di te.

  • 23 maggio 2006
    Un giorno di riposo

    Come comincia: Ognuno di noi credo che ogni tanto desideri essere avvolto dalla dolcezza della normalità. È bello e rassicurante ma soprattutto caldo come la coperta di lana sul letto. Con un solo aggettivo si potrebbe dire “umano”. Chi non vuole trastullarsi nella tranquillità e nella serenità portate dalla normalità? Solo i pazzi. Oggi per esempio è proprio una di quelle giornate in cui a me riesce difficile pensare alla vita e allora tutto è positivo ed il mondo mi appare facile. E non a caso oggi. “Oggi” perché è la tipica giornata tra l’autunno e l’inverno: c’è il sole ma è povero e freddo e le foglie sono metà a terra e metà sui rami. Allora ho preso la mia motocicletta e sono andato a fare un giro perché è questo che facevo quando avevo sedici anni. Prendevo la moto e senza casco vagavo a caso per le strade della città. Ricordo inoltre che ero anche assai fissato con i soliti percorsi, raramente esploravo nuove traiettorie. Mi piaceva lasciare che il freddo autunnale di metà pomeriggio mi entrasse attraverso il giubbotto. Amavo guardare il sole con sfida poiché era debole e fiacco anche se riscaldava. Giravo per ore e ore e altro non mi interessava. Credo che neppure pensassi: ai tempi conoscevo il Vuoto. Poi sono tornato a casa e sono andato a leggere al parco sotto casa mia. Ci stavano i bambini che giocavano e allora anche in quel frangente mi sono accorto che stavo cercando un tempo andato. Prima però lo cercavo con tristezza, ora con stupore. Quando avevo tredici anni alle ore quattordici ero già all’oratorio a giocare a pallone. Era sempre ottobre o novembre. Freddo ma sopportabile e le foglie stavano basse. Non so bene cosa sentissi oggi, eppure il prato, l’erba e le foglie sembravano essere le stesse di quindici anni prima. I ricordi erano vivi, caldi, proprio come un costato aperto da una lancia metallica. Allora oggi è stata una piacevole giornata per me. In questi giorni non voglio stare altrove ma solo qua con le comodità della mia casa. La sedia, per esempio, oppure il divano che mi accoglie morbido se voglio leggere rilassato. Non vorrei essere su per le strade polverose dell’Asia a parlare con chi sa chi e neppure ad imparare nuove teorie filosofiche. In questi giorni sto bene così come sono e con quel poco che so, senza voler altro. Mi sembra quasi che sia giusto, anzi che sia la sola possibilità che io sia nato qua ventotto anni fa. Non ne vedo altre di possibilità. Certo tra poche ore questo giorno sarà andato e domani potrebbe accadere nuovamente il caos, ma prima che succeda voglio assaporare tutto questo con tutti i miei sensi, affinchè tra dieci anni io possa narrare di codesto giorno di riposo!

  • 23 maggio 2006
    Un filo di speranza

    Come comincia: Ripensando nuovamente (diciamo pure senza vergogna per l’ennesima volta) alla mia condizione e più in generale alla condizione dell’Uomo non ho alcun motivo per essere felice. Di sicuro non mi siedo in un tavolo imbandito di cibo e bevande. Cibi grassi e vini speziati. No, tutt’altro. La tavola è scarna e la pancia vuota come quella di un bimbo sfortunato del terzo mondo. O peggio ancora se qualcuno il tavolo lo vede ricco e grasso ha preso solo dei grossi abbagli. L’inganno è sempre in agguato. L’inganno stesso credo sia generatore di tutto ciò. Ma l’inganno alla fine dei conti di tutto ciò è l’oggetto o il soggetto? Che miseri che siamo! Quanto valiamo poco! Gettati in una caverna buia e guidati da ombre e odori filtrati. Possibile che non esistano elementi sufficienti per poter arrivare a delle conclusioni o almeno per potersi creare dei solidi punti di partenza. È ovvio che questi sono necessari. Come posso andare avanti a danzare su tavole sconnesse? La mia è una danza troppo pericolosa che porta a morte certa. Ma non quella morte che è l’unica certezza che noi tutti condividiamo. Io parlo della morte del mio Io. Guardo avanti a me e cosa mi attende? Forse un futuro roseo fatto di soddisfazioni mentali o culturali? Di progressi della mente? No, tutt’altro. La staticità mi attende. Ecco la mia fidata amica alla quale farò presto bene ad assoggettarmi e ad andarle incontro proponendole una resa incondizionata. La staticità del pensiero e della mente. Nessuno sviluppo, nessun passo in avanti. Tutto quello che mi verrà offerto saranno solo piccole fondamenta illusorie e di breve durata. E io dovrò accontentarmi come un senzatetto si deve accontentare delle panchine per il suo riposo e degli scarti dei ristoranti per soddisfare la sua fame. Dovrò stare in silenzio. Non devo opporre alcuna resistenza. Ma come posso nascondere a me stesso e a tutti voi che un filo di speranza in me risiede. Un filo esile, infinitamente piccolo. Trasparente. Inesistente ma presente. Se non vi fosse codesto filo, un essere come me come potrebbe tirare avanti?

  • Come comincia: Oh, eccoci qua! Si avvicina Carnevale e lo sento solo perché faccio un lavoro, almeno momentaneamente, che mi permette di udire il suono delle maschere e degli scherzi, il brusio dei coriandoli mentre solcano l’aria durante i loro voli arzigogolati e quel profumo che sa di bimbo travestito. Qualche giorno fa ho avuto un nuovo attacco alla mia psiche da parte del mondo lavorativo e del suo senso. Essendo ovviamente allo stato attuale un insegnante – quanto è strano il mondo se io sono diventato ciò! – l’oggetto del malanno è stata ovviamente la scuola, con tutto il suo sistema di voti e lezioni e tutto quello che può significare e rappresentare. Tutto è accaduto in una giornata tranquilla e lieve, comunque piovosa e bigia, interrotta solo da qualche brutto voto, tra cui anche un due! Un bel dolce e sonante due. Non era certo la prima volta che appioppavo ad uno studente fannullone tale voto. E non credo sia stato il voto in sé ad attivare quel processo rivoluzionario nella mia mente che io ben conosco! Solo che ad un certo punto ho visto quel ragazzo adulto e uomo, padre e vigile della sua vita, magari anche misera ma pur sempre uomo e cresciuto. Allorché ho capito che l’unica cosa che separava quel ragazzo scarso a scuola da quell’uomo di famiglia era il tempo. Il solito maledettissimo ingannevole tempo. Possono mai avere alcuna importanza i voti per il Tempo che tutto ingurgita? No! Allora basta dare voti e provare a insegnare. Anche questo è in fondo un lavoro ridicolo, un lavoro in cui adulti hanno a che fare con ragazzini, adulti che devono perdere tempo a giudicare e sezionare questi animi giovani e ribelli. Ragazzini a cui spesso e volentieri non frega nulla della storia o della matematica ma pensano a tutt’altro. Ognuno ha da fare le proprie strade, belle o brutte che siano ma ognuno è l’artefice delle proprie strade. Eppure mi piacerebbe battere il mio personale record di permanenza continua in uno stesso lavoro che attualmente è fisso a sei mesi. Le possibilità sono notevoli, visto che mancano poco meno di tre settimane. I miei allievi lo sanno e se la ridono di gusto. Il mio CV parla chiaro: otto lavori diversi in meno di tre anni dalla laurea. Quello che poi farò l’anno prossimo è compito del destino buttare giù qualche appunto. Io spero solo sia qualcosa di gradevole e simpatico, non noioso e molto rapido. Spero di non chiedere troppo ma nella mia nuova filosofia di vita del wu wei tutto è magnifico e ben accetto; dunque avanti destino: fai pure il tuo corso su di me!

  • Come comincia: Ho parlato di noi, con la stessa malinconia di chi ha perso l’ultimo viaggio per il mare, la sua mezzanotte da fiaba scoccata troppo presto perché resti più di un ricordo, che di tanto in tanto, amo apparecchiare nei banchetti solitari con me stessa, come si sistemano certe candele a centro tavola, sperando che il buio clemente non le inghiottisca.
    E’ una fiamma così ingannevole quella della memoria. Riscalda per quel poco che il pensiero l’alimenta, poi si estingue in un frullare di tante piccole lucciole disperse nella malattia del tempo, nella fissità delle giornate che mi hanno portata immancabilmente lontana. Irraggiungibile dai più e da te.

    Raccontarti è stato come inventare un amore alla volta, un personaggio alla volta, potendo io plasmarti a mio piacimento solo dall’assenza che hai lasciato su questo palcoscenico, costruito a misura d’eroina senza alcun cavaliere intrepido a freddare notti ostili a colpi di spada.
    Ma che puoi saperne tu delle mille volte che ti ho abbandonato, ucciso, pianto e riabbracciato. O delle infinite volte che mi hai abbandonata, uccisa, piegata al pianto e di nuovo abbandonata.
    Due amanti distanti vivono delle percezioni che sono soliti cogliere tra una partenza e l’altra, un richiamo muto e l’altro. Il gelo delle sere d’inverno simili a questa li sconforta e riunisce, perché nei loro intenti cresce il desiderio di carezze mancanti sulla pelle, la “buonanotte” sussurrata stretti nell’attesa dei sogni o il respiro che si accende in un angolo del letto mentre si cercano.
    Sono debole, fragile come una foglia che si sgretola lenta sull’asfalto. Incompiuta, come la luna al suo mezzo giro, quando mostra una parte di sé alle stelle e nasconde l’altra dietro un sipario d’ombra che la riavvolge.
    Afflitta, come un gabbiano che ha smarrito la rotta e non trova  l’orizzonte.
    Sono forte, amore mio, forte come le onde che s’abbattono furiose sui moli per scuotere le navi addormentate. Più feroce dell’arsura al solleone che getta negli stenti i contadini e i loro campi.
    Sono impossibile, più impossibile di te, che mi sei apparso in veste di miraggio ovunque andassi a posare lo sguardo affamato, sognante, desolato...
    Tu, semplicemente autore e attore in primo piano. Spettatore parco d’applausi in un silenzio disarmante.
    Vedi, com’è stato facile raccontarci, inventando un amore alla volta, un personaggio alla volta. Un mattino eri grande e superbo tanto da farmi vergognare della mia pochezza, un altro eri misero e delicato quanto un bambino in cerca di conforto, di  una caramella da succhiare per dimenticare il sapore amaro dell’inquietudine.

    Non ho mai detto d’amarti. Eppure, in quanti modi l’ho detto.
    Mi chiedo a volte se sia giusto ricordarti che esisto. Dimenticarsi, sì, forse dimenticarci è l’unico espediente possibile per sfuggire alla condanna di un  destino che ci ha ingannati.
    E’ ora che riprenda il mio viaggio per il mare, amore mio. E’ la cura che ho scelto alla mia nostalgia di te.
    L’ultimo biglietto l’ho conservato con cura per lasciarti in questa casa che a lungo abbiamo abitato senza mai incontrarci…
    Troppo distanti per amarci davvero, troppo vicini per giocare al gioco degli amanti o di qualche innamorato infelice.

  • Come comincia:

    (Racconto da leggere dal basso verso l' alto)

     

    Markow chiude gli occhi.

     

    Una smorfia gli taglia la faccia, porta una mano al petto, barcolla, cade, picchia la testa per terra.

     

    Apre la porta di casa, è una maschera di sudore, gli duole un braccio, stringe i pugni.

     

    L’auto in garage.

     

    Guida piano ma ha fretta di arrivare, la strada scorre a fatica, non sente la musica dell’ autoradio.

     

    Arriva al parcheggio col fiatone, è stanco.

     

    Markow esce: fuori  pioviggina.

     

    “Cos’hai? Stai male? Resta seduto che chiamo un medico” dice Katrine preoccupata.

     

    Una fitta al petto lo siede sullo sgabello e gli sbianca il volto.

     

    Markow vorrebbe prenderla a schiaffi “non mi hai mai voluto! Ed io ho vissuto una vita intera da solo. O te o nessuno ti dicevo… come uno stupido …”.

     

    Dei clienti si avvicinano al bancone ma Katrine li allontana “va tutto bene! Va tutto bene!”.

     

    Markow si alza dallo sgabello “Ma ti rendi conto? Me lo dici adesso?… dopo 30 anni?”.

     

    Katrine tace, rossa in volto, gli occhi lacrimosi.

     

    “Dimmi che è uno scherzo” implora lui.

     

    Katrine abbassa la testa “non è uno scherzo”.

     

    C’ è un lungo silenzio. Il fumo dentro al bar si ferma ad aspettare. Poi Markow “ah! ah! ah!  devo dire che ci sono proprio cascato …comunque è uno scherzo un po’ pesante…non ti pare?”.

     

    “Gli innamorati hanno buona memoria” fa subito lei.

     

    Lui si gratta goffamente le testa “non so proprio come fai. Io non ricordo neanche cosa ho mangiato stasera” e poi sorride.

     

    Katrine lo prende in giro “tu sei vecchio, lo vuoi capire o no? Lo sai da quanto tempo ci conosciamo? Da più di 30 anni… Entrasti da quella porta con un paltò giallo canarino ed un dopobarba… come dire… nauseabondo?”.

     

    Markow finisce la birra: “Mi sa che vado a casa presto stasera… sto diventando vecchio”.

  • 12 maggio 2006
    Punti di vista

    Come comincia:

    L'erba è arancione! Qualcuno può giurare il contrario? Bene, si faccia avanti. Per me l'erba è arancione... No, non sono impazzito... Magari lo fossi... Avrei la vera coscienza delle cose. Ma vediamo le cose con ordine: io sono daltonico; cioè confondo alcuni colori come il rosso e il verde e il blu e il viola. Questa cosa da piccolo è sempre stata frutto di vergogna e scherno da parte dei miei coetani..Oggi per me è un orgoglio e un modo per sentirmi  autonomo e dotato di un mio senso personale delle cose... Dunque io l'erba l'ho sempre vista di colore arancione ma naturalmente mi è stato insegnato  fin da bambino che invece è verde. Un giorno riflettevo su un fatto: ma se io iniziassi a dire quello che vedo veramente e a credere a quello che vedo, la gente cosa penserebbe? Bene... Mettiamo vicini una persona daltonica, una con una vista cosidetta normale e un cane; facciamoli osservare una distesa d'erba: allora il daltonico come me direbbe che è arancione se fosse libero dai punti di vista che gli sono stati imposti dalla nascita, l'uomo con la vista "normale" direbbe che è verde e il cane se potesse parlare direbbe che è o bianca o nera visto che loro vedono in bianco e nero. Probabilmente un altro animale darebbe un altra risposta ancora.... Ora chi ha ragione? Nessuno dei tre... Ognuno reagisce alla luce in maniera differente ma nessuno dei tre può dire di avere ragione... E se ci fosse un essere superiore alla nostra natura umana che è in grado di cogliere colori a noi sconosciuti? In natura ci sono animali che sono in grado di cogliere odori e colori a noi sconosciuti..... Insomma ogni cosa la vediamo non per quello che è realmente ma in base alla nostra reazione a quella cosa... Non esistono punti di vista unici sulle cose... E oggi sono orgoglioso di urlare: l'erba è arancione!!!

  • 12 maggio 2006
    Black... out!

    Come comincia: Mi ricordo qualche anno fa quando ci fu il blackout di corrente elettrica in Italia per una notte intera.Ero in luogo affollato e all'improvviso... Il buio!!! La gente naturalmente non era conscia di quello che stava per succedere... Ore e ore di buio totale. Io all'inizio guardavo fiducioso verso il Cielo sicuro che a minuti sarebbe apparsa la luce che tutti aspettiamo da secoli... Il primo pensiero fu rivolto alla mia giovane vita e alle cose che ancora avrei voluto fare che sarebbero state all'improvviso interrotte per sempre... Per fortuna o per sfortuna (dipende dai punti di vista) non fu quella la  causa della mancanza di corrente. Con il passare delle ore il panico della gente era sempre maggiore: c'è chi si stava già preoccupando della puntata del Grande Fratello che avrebbe perso e del rimborso che avrebbe chiesto a Sky per la mancata messa in onda di quei momenti indimenticabili di televisione. Tutti erano spazientiti... Io non capivo perchè. Per me era una novità incredibile... Ero l'unico che gioiva. Che bello poter vedere l'orizzonte della mia città privo di luce. Sembrava un po' una di quelle città fantasma che si vedono nei film western americani. Insomma, la mia curiosità nei confronti di quell'atteggiamento della gente aumentava sempre di più. Iniziai a fantasticare e ad immaginare e soprattutto a sperare in un blackout lungo una settimana: immaginai tutti quei "malati di lavoro", direttori di filiali, impiegati, avvocati, capo reparto, ecc. che il giorno dopo non avrebbero potuto recarsi nel proprio ufficio perchè i computer non funzionavano e  ho provato ad immaginare cosa avrebbero sentito e provato... Pensavo a quelle ore libere che all'improvviso si sarebbero trovati ad impegnare: probabilmente si sarebbero resi conto in un solo momento di essere ancora vivi... Di essere resuscitati da un letargo durato anni... E pensavo alla loro disperazione data dal fatto che perdendo il loro "distinto e rispettato ruolo" che si erano guadagnati con anni di sudato lavoro non avevano più un segno di distinzione: non ci sarebbero stati più direttori o comprimari... Tutti uguali... Tutti i ruoli sociali svaniti in un colpo... Che sogno... Questa sì che sarebbe stata una rivoluzione... La rivoluzione che sogno da anni. Purtroppo la corrente è tornata dopo poche ore e il mio sogno è rimasto tale... Ma ancora oggi quando mi trovo davanti a qualcuno che su un luogo di lavoro fa l'arrogante o sfrutta la propria posizione superiore, lo guardo con distacco glaciale, e dentro di me rido pensando a cosa succederebbe se ci fosse veramente un blackout così lungo...

  • Come comincia: Occorre saper riconoscere la felicità quando è ai tuoi piedi, avere il coraggio e la determinazione di abbassarti a prenderla tra le braccia e custodirla gelosamente. Questa è l’intelligenza del cuore.

    Nessuno possiede la vera felicità. Il nettare della felicità non verrà mai gustato del tutto per colpa della negligenza, dell’abitudine, della paura, della troppa certezza o della assurda presunzione.


    Il sentimento più bello che il Signore ci ha regalato è la capacità di condividere: ciò ci rende più umani e fa in modo che, chi non ne è capace, sia menomato e non sappia cosa si è perso dalla vita.


    E’ dunque un fatto logico che le emozioni sono nate per essere condivise con gli altri… in questo modo cade l’egoismo e nascono le vere amicizie, i veri amori.


    In fondo, è quando si dona quel poco che si ha, che diamo veramente. Mentre si perde tempo a calcolare, valutare i pro e contro che la vita ci passa sotto le dita rendendoci difficile recuperare il tempo perso.


    La vita è meravigliosa peccato che ce ne accorgiamo solo quando ci abbandona in punta di piedi, allora scopriamo che va gustata con l’appetito di tutti i giorni. Nel suo lungo viaggio non ci si deve dimenticare dei sogni: saranno il motore della nostra esistenza, il gusto e il profumo delle nostre giornate, gli alimentatori delle speranze. I sogni che riusciamo a vivere insieme con chi ci vuol bene o ci ama, diventano i ricordi più belli e, con un briciolo di complicità, potrebbero anche trasformarsi in realtà… allora dovremo essere pronti ad affrontarla.


    Vivi la vita…non ne avrai che una sola.


    Ciascuno ha il suo mondo: diventa fondamentale piantare le proprie radici dove lo riteniamo più giusto.


    Non si può vivere il tutto: l’importante è saper vivere l’essenziale.


    Per vivere la vita occorrono due cose: la forza di volontà ed il coraggio La solitudine è un giardino dove l’anima diventa secca ed i fiori che vi crescono non hanno alcun profumo. Non lasciamo, quindi, che le persone inasprite ci disorientino gli istanti magici che ci accompagnano nel corso della vita. si possono definire con un solo nome: stupore. Sta solo a noi fare in modo che la vita sia un continuo stupore… sarà il gusto più grande del lungo viaggio che ci spetta.


    Se non dovessimo riuscirci e la nostra esistenza dovesse trasformarci il vivere in un calvario pressochè quotidiano, diamo fiducia al tempo: egli rimarginerà ogni nostra ferita anche se non ci risparmia qualche cicatrice.


    L’importante è non mentire a se stessi perché questa sarà la menzogna più grossa.


    Piuttosto lasciamoci andare al dubbio perché è certo che non viene mai da solo ma è sempre accompagnato da una scelta che il dover vivere ci impone. Il dubbio e la scelta faranno vibrare le corde delle emozioni. Ciò che conta è solo l’armonia di queste vibrazioni. L’esistenza, in questo caso, diventa desiderio.


    Talvolta, però, di fronte ai nostri desideri, ai nostri impulsi, a ciò che ci succede, siamo impotenti e questo ci provoca un tormento che spesso è insostenibile. Questo sentimento ci accompagnerà per tutto il trascorso della vita: a volte lo dimenticherai, altre sarà come vivere un’ossessione. Una parte della nostra esistenza dipende dalla capacità di combattere la nostra impotenza. Naturalmente è difficile perché questa genera paura: distrugge le nostre reazioni, sopisce l’intelligenza e apre le porte alla debolezza. Si deve cercare di avere pochi dubbi perché l’incapacità di fare le proprie scelte genera il male di vivere. Ogni decisione presa ci potrà aiutare a conoscere meglio noi stessi.


    E questo è tutto.

  • 08 maggio 2006
    Fiore di pietra

    Come comincia: Camminava.

    Ai bordi del sentiero le due file di cipressi incolonnati sbarravano il passo ai raggi.

    Sui sassi le ombre della sera proteggevano i viandanti dalla calura del mezzogiorno afoso.

    La vecchia calpestava la polvere e la pietra.

    Sembrava che quel giorno fosse nato casualmente.

    Incidentalmente si era alzata molto presto.

    Aveva visto le ultime stelle sfidare l’orizzonte mentre si colmava gli occhi dei colori dell’alba.

    Voleva allontanarsi dalle sue pareti per annusare l’alitare del vento.

    “Ci fosse stato almeno un soffio” .

    “Poter fuggire alle torri imponenti dell’ipocrisia”

    “Abbandonare quell’anima, inabissata, nell’inferno quotidiano”.


    I cipressi sembravano tante guardie allineate e si assottigliavano fino a sparire quando la vista abbandonava gli occhi.

    Quella marcia solitaria s’interruppe solo quando lasciò l’ultimo cipresso alle sue spalle.

    Si trattenne ad ammirare la carezza di un raggio sulla roccia che andava a morire dentro una crepa triangolare disegnata sul granito.

    Le alte pareti rocciose s’incurvarono piegandosi al passaggio dell’anziana signora.

    Il liscio granito s’innalzava penetrando nell’azzurro, sino a toccare il cielo e carpiva la luce imprigionandola, nel grigiore del macigno.

    Il rumore dell’acqua s’insinuò dolcemente nella mente, mentre il concreto, del piede bagnato, la liberò dal pathos in cui era scivolata.

    Il ritmo del cuore incalzava il battito e nel delirio della sua impotenza l’apparizione dell’edera, arrampicata alla pietra, le ricordò che aveva sempre vissuto come un albero che non si sfoglia mai.

    Non aveva pensato alla rosa appassita né alla primula sfiorita.

    Non aveva pensato che ogni fiore cede la sua intensità per ore, per poi morire nel marcio dell’acqua stagnante del vetro.

     


    Aveva visto l’età della felce preistorica dalle corna di cervo, immutabile nella sua immortalità.

    Aveva vissuto ignorando l’esistenza dell’avanzar del tempo.

    Ai suoi piedi scorreva l’acqua, inesauribile. Un ruscello scaturito da un’invisibile sorgente che correva, serpeggiando tra i sassi, inghiottendo la polvere, le foglie e quant’altro. Non sapeva.

    L’urlo si perse scheggiando l’aria muta.

    Il fiume le restituì l’immagine del volto appassito.

    La bocca, tremante d’ira si contorse in una smorfia.

    Assenza di linfa.

    Tempo passato e volto meno bello.

    Labbra grinzose, passo stanco e mani increspate.

    L’acqua riportava l’immagine in rovina trascinando nella follia delle piccole onde ciò che di lei restava.

    Poi, ogni cosa un miraggio.

    Le ninfee catturarono l’occhio, le viole accentuarono il desiderio di trattenersi ancora a riposare sul letto di quel fiume eterno.

    - Lei così vecchia –

    - Lui così fluido e sinuoso benché assopito.

    La vecchia si sdraiò sopra la sponda; gli occhi aperti sul soffitto del cielo e i piedi immersi nell’umidità del limo.

    Cullata dalla dolcezza dell’aria e dal silenzio del giorno ormai inoltrato s’avviò in un sogno mai pensato.

    Rifletteva i suoi pensieri dentro lo spazio azzurro e infinito, meditando sulla sorte, sulla bellezza ormai svanita e sull’assurdità della vita che l’aveva portata a riposare sopra un letto di pietra con il corpo indurito dall’artrite.

    Non sapeva da dove arrivava il valzer di Chopin

    Il silenzio cantava note e fondeva il brusio solitario dell’acqua.

    Ferma nell’illusione dell’istante, per un attimo rifiorì la sua bellezza senza tempo.

  • 03 maggio 2006
    A partire da te

    Come comincia: Un grande cielo, un semplice filo d’erba, che implora acqua per sopravvivere alla siccità del suo cuore. Ed una risposta inattesa, che lo delude:

    Bevi del tuo pianto! L

    Ma nel proferir del cielo non vi è improvvisata parola, il senso profondo appare a chi nel suo dir le labbra vorrà inumidir.

    Entra a far parte delle parole, leggi tra le righe e disseta la tua sete, non esistono verità che non ti appartengano già.

    Il mio pensiero.

    _____________________________________________________

     

    In piedi!

    Disse il cielo al filo d’erba.

    E il filo d’erba che era senz’acqua ormai da giorni, alzò un poco il capo, dicendo:

    Ho sete, tu sei cielo dammi l’acqua, e ti farò vedere come mi alzerò in piedi in fretta.

     

    In piedi!

    Ripeté il cielo.

    Tu non devi attendere l’acqua dal cielo, hai radici prendila dalla tua terra.

    E il filo d’erba stanco e debole con voce flebile disse:

     

    Ma che dici se non piove da giorni, che acqua prendo dalla terra.

     

    Bevi del tuo pianto.

    Disse il cielo senza sarcasmo.

    E il filo demoralizzato, rispose:

    Ho già bevuto sappi, e delle lacrime versate potrei dissetare il mondo intero.

    Cielo, ti pensavo dalla parte dei fili d’erba, da te il sole che ci fa belli, da te l’acqua che ci disseta, e tu ora mi dici di bere delle mie lacrime e del mio dolore, ti trovo malvagio.

    Si malvagio e la parola che più ti si addice.

    Bevi delle tue lacrime piccolo filo d’erba, in esse e solo in esse c’è l’antidoto al veleno che ti devasta il cuore, non c’è altra cura per il male che divora voi fili d’erba, il tutto è racchiuso nel vostro piccolo e complesso essere, e non fuori da Voi.

    Non chiedere al cielo di sanarti solo tu possiedi l’antidoto al tuo dolore.

    La mia acqua, disseta ma non ti sana.

    I lunghi periodi di siccità torneranno a martoriarti affinché tu sia costretto a bere delle tue stesse lacrime, solo attraverso il dolore potrai comprendere la via che ti conduce al benessere.

    Caro cielo il tuo fine è nobile, ed io seppur piccolo filo d’erba lo comprendo, ma non chiedermi più di non implorare acqua e troppa la sete che sento, e ripeto delle mie lacrime ho già bevuto.

    Piccolo filo d’erba è giunto il momento che ti sveli il senso finale di tutto ciò.

    Dimmi sono tutto orecchi come direbbe un uomo:

    La vita che ti è concessa è semplicemente un passaggio e come tale va vissuta, ma in questo breve passaggio molte cose dovrai fare,

    crescere e comprendere,

    vivere e protendere,

    morire e divenire.

    Quando il tuo breve viaggio sarà terminato,

    tu sarai ancora filo d’erba ma i tuoi campi saranno nei cieli e non in terra.

    Ma dimmi allora a che serve bere delle proprie lacrime qui in terra, per ritornare ad essere ancora filo d’erba nei cieli?

    Chiudi gli occhi, ed ora immagina, lunghe distese di pace, un cielo di luce ed un profumo semplice che da solo inebria, lo hai immaginato?

    Si ed è bellissimo? Questo è il paradiso in cielo?

    No, non è il paradiso, questa è la vita sulla terra se attraverso le vostre lacrime laverete il male che è nei vostri cuori, e quel giorno il cielo e la terra torneranno ad essere un solo giardino di fili d’erba, e non ci sarà più cielo e terra, ma la vita.

    Pertanto non ti stancare di bere delle tue lacrime, è in te la salvezza del tuo essere e attraverso lo splendore del tuo filo d’erba molti, altri saneranno il loro.

    Ricorda un solo giardino di luce, tutti i fili d’erba mossi da un solo vento insieme verso un mondo migliore, a partire da te.

  • Come comincia: “Meglio formica che leone nella comprensione”, disse un giorno una stella alla luna. E la luna incuriosita le chiese il senso delle sue parole, e la stella le raccontò una storia:

    La luna era alta e il cielo pieno di stelle, un Leone riposava a pancia all’aria soddisfatto del giorno trascorso, aveva divorato una gazzella e uccise altre due solo per il gusto di farlo, al suo fianco una piccola formica rossa stanca del suo incessante lavoro, rimirava anch’essa lo stesso cielo.

    “Come concepisci il creato” disse la piccola formica al Leone, il quale senza curarsi di guardare da dove provenisse la voce rispose con voce roboante:

    “Il creato è MOLTEPLICE é tutto da VIVERE”.

    E tu? Cosa ne pensi? - Disse il leone.

    E la formica rispose, ripetendo le sue stesse parole:

    “Il creato è MOLTEPLICE  è  tutto da VIVERE”.

    Il leone alla risposta si girò per guardare con chi stava interloquendo, e quando vide che a parlare  era soltanto una formica disse con voce offesa:

    Come ti sei permessa di rivolgermi la parola?

    Tu sei un essere troppo piccolo per meritare di vivere, sai che ti potrei schiacciare semplicemente con una mia zampata, e mettere fine ora in questo istante alla tua inutile esistenza?

    La formica prese a tremare per la paura, quel Leone che sino a qualche minuto prima le era apparso amichevole, ora le si era rivoltato contro.

    Non ti ucciderò. –  continuò nel dire il Leone –  Il tuo stesso ardire ti riconosce un animo coraggioso, ed io Leone, Re della foresta, nella mia grande magnanimità ti concederò di vivere, perlomeno qualche altra ora, sino a quando non mi sarò stancato di te.

    A quel dialogo arrogante ed insensato, aveva assistito una stella che girovagava da quelle parti, sotto forma di porcospino:

    Salve passavo per caso - disse la stella travestita - Ho ascoltato involontariamente le vostre parole ed avrei da dire una cosa: A te formica riconosco d’aver detto il vero, ma alle tue parole Leone attribuisco menzogna e falsità.

    Il Leone che aveva già tollerato a malincuore il suo interferire,  esplose di  ira.  Il suo ruggito di  rabbia  fu talmente potente che se il porcospino avesse avuto i capelli ricci glieli avrebbe fatti lisci, ma per fortuna il porcospino non aveva capelli, ma solo dure spine, e fu in virtù di quelle spine che il Leone lo risparmiò non divorandolo subito.

    “Sire” riprese a dire il porcospino “se ha superato l’ira che proprio ora l’ha resa più simile alle bestie che ad un essere pensante, completerei il mio pensiero. Sempre che il confrontarsi con le parole non le sia troppo difficile?

    Nel leone  si rifece vivo il  sentimento omicida, proprio non sopportava l’ardire di quel piccolo essere inferiore, ma adesso era in gioco il suo buon nome. La sfida lanciatagli dal porcospino era ben chiara, voleva confrontarsi su un terreno diverso da quello in cui solitamente era avezzo.

    Ebbene buon porco - spino parla pure dici. Disse il Leone sforzandosi.

    TI ASCOLTO  aggiunse immediatamente con voce già più grossa ed intollerante.

    La buona formica ha detto : “Il creato è molteplice, è tutto da vivere” e ciò è vero;

    Voi Sire avete detto: “Il creato è molteplice è tutto da vivere” e ciò è falso.

    Il Leone era sempre più convinto di doverlo uccidere prima che gli venisse un infarto per la rabbia, e stava cercando un sistema pratico per non ferirsi, ma nel frattempo decise di rispondergli:

    Tu che sembri tanto saputello, hai invece detto una sciocchezza, non vedi che sia io, che la formica abbiamo proferito e dico proferito (termine colto) le stesse parole?

    Come fai allora ad asserire  che ciò che ha detto la formica è vera, e quello che ho detto io è falsa?

    Vedi un Leone sa combattere anche su un terreno diverso che non sia la violenza, ammettilo ti ho schiacciato.

    “SCHIACCIATO ripeté stavolta nei suoi pensieri, forse è un idea quasi, quasi lo schiaccio sotto un masso così non mi ferisco neppure.”

    Ebbene Sire lei sarà pure il re della foresta ma in quanto a sensibilità posso assicurarle che è meno di protozoo. Vede è vero ciò che ha detto la buona e altruistica formica,  “Il creato è molteplice è tutto  da vivere” e lei conferma questo suo dire non solo nelle sue parole, ma anche nei gesti.

    Pertanto le sue parole sono nel vero.

    Menzognere invece le sue, seppur identiche non hanno ugual significato, perché nel suo vivere non vedo amore per il prossimo.

    Quel cielo immenso e costellato di stelle ha ispirato ad entrambi le stesse parole, ma non ne avete fatto tesoro in egual modo.

    Di voi Sire ho una gran pena, sarebbe stato meglio che foste nato formica, meno sarebbero stati gli ostacoli alla vostra comprensione. Invece…..

    Porco ormai hai toccato l’apice della mia benevolenza, mi hai stancato, sappi che la comprensione non mi riempie la pancia. Ritorna pure a scavare solchi in terra prima che decida di stroncare la tua inutile vita.

    Il porcospino guardò il leone con pietà, e poi disse:

    D’accordo vado via, è inutile la mia presenza qui, è troppo grande la vostra mania di onnipotenza, essa e come un manto buio che Vi limita nel vedere.

    Sire oggi lei appartiene ai grandi del vivere e la vostra dimora e su un alta torre, dall’alto della quale giudicate con senso di superiorità ogni cosa, ma faccia attenzione ai suoi passi da grandi che sono, potrebbero divenire piccoli, e la torre da voi costruita cadere in miseria, e credetemi cadere è già brutta cosa, ma cadere da una torre tanto alta  equivale a morire.

    Il porcospino girò le spalle per andarsene via e il leone colto da un profondo ed incontrollato odio, alzò la zampa tentando di schiacciarlo. La  razionalità che sino a quel momento lo aveva frenato, era crollata  sotto il peso dell’odio e del rancore, ed aveva compiuto un passo falso.

    Le spine del porcospino gli si conficcarono nel piede e da quel giorno il re della foresta divenne zoppo, e il suo passo piccolo, piccolo.

    Ti è piaciuta la storia disse poi la stella alla luna, e la madre del cielo disse:

    Non vorrei sminuire la tua conquista piccola stella, ma ricorda chi prima di te aveva già spiegato questo concetto:

    “E' più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!”

    Ricordi?

    E’ vero, ma  ho usato altre parole forse più vicine all’uomo di oggi, che dici mi avranno capita?

    Ti capirà solo chi avrà orecchie per sentire, per gli altri non ti crucciar altre stelle vegliano sul loro sonno.

  • 03 maggio 2006
    Il mendicante cieco

    Come comincia:

    L'amore è come un mendicante cieco,

    vaga per il mondo senza meta.

    Puoi riconoscerne il volto,

    ma solo chi gli andrà incontro

    lo guarderà negli occhi,

    per  ritrovarci  i suoi.

    L'amore non  scorge l'egoista, ne il generoso,

    accoglie nel suo abbraccio,

    chiunque ne abbia cercato lo sguardo.

    Ama in modo incondizionato,

    ama te stesso,

    e  il frutto dell’eterna pienezza,

    dimorerà per sempre nel tuo respiro.

    ***

    Un mendicante cieco dalla nascita, vagava attraverso gli  immensi spazi bui della vita, ascoltando addolorato, la voce della gente, le risa delle giovinette, le urla dei bambini, nell’immaginare che volto avesse quel insensato vociare.

    Tutto gli appariva insapore, ma non ci stupisca oltre questa sua buia visione della vita, perché laddove non vivono i colori, il mondo appare sbiadita ed insensata cosa.

    Un giorno una timida luce prese a creare un varco al suo vedere, e l'uomo inizialmente spaventato da quella miriade di ombre, nate al contrasto con la fioca luce, pianse per il terrore. Quando la  luce dell’amore si accende in un cuore, con essa s’infiammano ad una ad una le mille fiamme della conoscenza e al loro scintillare le ombre svaniscono per sempre. 

    Il povero mendicante ormai non più cieco, riprese a camminare per il mondo, stavolta i rumori della vita presero ad incarnarsi nelle persone, di cui sino ad allora aveva solo superficialmente ascoltate le voci. Ed in quel mondo nuovo, amò la gente, gridò con i bambini e rise con le giovinette.

    Un giorno molto lontano, quando il suo passato di cecità era ormai un ricordo, gli capitò di incontrare sulla sua via un altro mendicante cieco. Egli con il suo lungo bastone si faceva strada molestamente per la via, la sua cecità lo aveva reso avido ed arrogante. Con una violenza inaudita bastonava senza un minimo di attenzione qualsiasi cosa gli si facesse incautamente incontro. 

    L'uomo che aveva ritrovato nella vita, l'amore e la comprensione, vide nel passo incauto del mendicante cieco molto dolore per il suo prossimo. E pertanto gli strappò il bastone dalle mani, spezzandoglielo.

    Il mendicante cieco, che sino ad allora a causa della sua cecità aveva solo provocato dolore, aiutato anche dal suo bastone, si trovò improvvisamente senza bussola, e prese a gridare il suo profondo odio per la vita fermando il suo  procedere.

    Avvilito, impaurito e disorientato tese le mani in avanti alla ricerca di un aiuto, trovando ad attenderlo le mani dello stesso uomo che gli aveva spezzato il bastone.

    Talvolta nella vita sono necessari dei piccoli traumi, affinché l'uomo possa riconoscere in se l'umiltà, essa è una delle porte della conoscenza, è un varco, ma non un  filtro tra il vero e il falso. L’umiltà è un percorso difficile che schiaccia e solleva, talvolta assomiglia ad un maglione di lana tarlato, se lo indossi sempre sarai scambiato per uno straccione. Vestiti di umiltà solo quando é l’umile a chiedertelo, ma nel caso del mendicante cieco, l'umiltà era una porta che non aveva mai saputo aprire, ed ora un breve momento di dolore gli aveva aperto l’uscio, di una porta che gli apparteneva da sempre.

    L'uomo che nel passato era stato cieco, accolse il viandante, e lo guidò per mano sino al giorno in cui la sua piccola fiammella prese a brillargli intensamente nel cuore, e da quel momento lo lasciò andare per la sua strada.