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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 16 ottobre 2007
    Tango

    Come comincia: Lo zoppo era grasso e agile. Trascinava quel che era rimasto della sua gamba, con un movimento del corpo perfettamente sincronizzato. Per questo l’avevano soprannominato Tango.
    A dirla tutta, non era esattamente il passo di un tango a ricordare la menomazione, ma, si sa, in un piccolo paese di montagna di mille abitanti, l’immaginazione si ferma all’interno della valle circondata dalle cime, innevate per buona parte dell’anno.
    Così che quando nacque, Tango doveva averlo avuto un nome, ma, gli durò troppo poco per essere memorizzato dalla collettività. Già che a nascere ed essere abbandonati fuori di un convento dentro a una cesta, non è il massimo della fortuna, le suore gli avevano tuttavia permesso l’accesso ufficiale a questa vita terrena. Le prime e uniche mani femminili ad accarezzargli il corpo, furono le loro. L’unico profumo della pelle di una donna, miscelato all’odore di minestrone, restò nella memoria olfattiva, legato a loro: alle suore.
    Nei giorni seguenti fu affidato all’orfanotrofio e altre consorelle si presero cura di lui.
    Gli odori, le percezioni olfattive, imbrigliate in quel piccolo mondo che esalava aromi confusi. Pietanze e acqua santa, una tantum, il profumo del sapone.
    L’unico viaggio in macchina Tango lo fece a quattro anni, dentro all’ambulanza che a sirene spiegate l’aveva portato al nosocomio del capoluogo più vicino, in una tarda mattinata di diciotto anni addietro.
    L’ortolano che si curava delle piccole coltivazioni dell’orfanotrofio, manovrando il trattore non si avvide del piccolo sgusciato dal refettorio.
    E anche in quella occasione Tango, Felice all’anagrafe, dovette ringraziare il suo santo protettore.
    San Felice era caduto per puro caso nel calendario un gelido 14 gennaio, giorno in cui fu trovato.
    In fondo, per come era iniziata la sua vicenda terrena, non si poteva del tutto definirla una propria e vera “sfiga”.

     

     - La gamba maciullata non è stata amputata.
     - Vedi che Gesù ti ha tenuto stretto al suo cuore?

    Alla fine, anche il più scettico e ostinato degli atei, si convincerebbe.
    Tango non ebbe negli anni seguenti molte opportunità per farsi una propria idea personale relativamente alla fede, né di lasciarsi cullare la mente dalla fantasia. Meno che meno di oltrepassare la soglia di un’istruzione primaria.
    Effigi di santi, madonne e crocifissi stigmatizzarono il suo immaginario anche quando, negli anni della pubertà certi riflessi involontari del suo basso ventre lo lasciavano attonito.
    Poi ci si abituò, come un cane maschio, quando da cucciolo diventa adulto e, automaticamente alza la zampa.

     - E’ la natura - gli disse un giorno l’ortolano al quale aveva fatto domande confuse.
     - E’ la natura - confermò una delle suore più evolute.

    In un certo qual senso, lo zoppo grasso e agile, viveva all’interno di una bolla di plastica opacizzata.
    Quelle di cristallo erano già state esaurite nel gran mercato dei destini, quando nacque.
    Qualcosa aveva imparato negli anni trascorsi in convento: come e quando si concima il terreno.
    Quanto si ricava dalla vendita delle patate e tutto sommato a ventidue anni, non era neppure l’ultimo barbone della terra. Un letto nel convento assicurato per il resto dei suoi giorni, grazie alla carità dei fedeli. Un lavoro che gli garantiva la pagnotta e, la vita che gli aveva donato il suo Dio. Eh, sì

     - “La vita che ti ha donato Dio è una cosa preziosa” - avevano ripetuto fino allo sfinimento le monache, ignorando forse, chissà, che la vita la doveva formalmente a una donna che si prostituiva e non avrebbe saputo cosa farsene di lui.

    Quello che Tango non riuscì mai a spiegarsi, fu il cumulo di emozioni che lo travolsero quel giorno memorabile. Il giorno dell’innamoramento al primo sguardo, benedì le sue sensazioni segrete, suonò le note sconosciute di uno strumento percussivo.
    Il cuore iniziò a battere così forte che temette di udirlo echeggiare nella valle.
    Jlenya gli si parò alla vista in una mattinata di inizio estate. Alla fermata del pulman che collegava il paese, era sola ad aspettare la prima delle quattro corse giornaliere; l’unica via di congiungimento con la rete ferroviaria distante trenta chilometri.
    Tango, a bordo dell’Ape carica di patate destinate al mercato, arrancava sulla salita e l’ebbe di fianco, come se la visione di un angelo si fosse improvvisamente materializzata.
    Rallentò a tal punto che la tre-ruote si spense e Jlenya incrociò il suo sguardo beota per la frazione di un istante.
    Com’è vero che sono i nostri occhi a vedere quello che vogliono vedere.
    Jlenya nello sguardo di Tango non lesse null’altro che quello che c’era: un grande vuoto la cui assenza di vita interiore appiattita, rendeva innocuo.
    Lui, invece, vide il riflesso degli aghi dei pini, il più bel tono di verde dell’erba e, le forme acerbe di Jlenya gli ricordarono Suor Giselda, quand’era giovane e lui la spiava dalla grata del dormitorio prima di dormire.
    Così iniziò quell’amore. E divenne l’amore segreto di Tango-Felice.
    Divenne un tale fisso e costante pensiero che forse ci fu qualcuno ad accorgersi che in lui qualcosa stava mutando. Era più Felice che Tango.
    Quegli incontri si moltiplicavano; lui l’aveva rivista altre volte alla stessa fermata della corriera e, alla fine, si convinse che quello era una sorta di appuntamento tacito.
    Jlenia dalla pelle bianca e gli occhi verdi, non aveva nome per lui. Non lo conosceva.
    Era semplicemente la “ragazza bionda” che lo aspettava tutte le mattine.
    Nello scambio delle stagioni, l’estate volò e l’autunno giunse con il suo bel carico di nuvole e pioggia, che in montagna durano per giorni e giorni.
    Quella pioggia era benedetta come l’acqua santa.
    Se non fosse piovuto con una tale intensità quel mattino, chissà mai se Jlenya, fradicia e inzuppata fino al collo, avrebbe fatto segno con la mano a Tango, di fermarsi. Tutto era assurdamente in ritardo quella mattina alle sei e trenta.
    Anche lo zoppo agile e grasso lo era, con il suo solito carico di patate, ma si fermò.

     - Mi daresti un passaggio fino alla piazza? Forse riesco ancora ad acchiapparlo il pulman -

    Tango guardò all’interno dell’abitacolo, lo strapuntino del tre-ruote aveva posto per il corpo esile del suo amore segreto. Alzò il braccio dal manubrio e lo sporse in fuori, parallelo al busto, così che Jlenya sgusciò dentro e gli fu sotto l’ascella.
    Ecco, quello fu il momento più bello di tutta l’intera esistenza di Tango -Felice.
    Un momento di un’intensità fuori da ogni grazia terrena e, non si sarebbe potuto spiegare a nessuno quello che lo zoppo avvertì scorrergli dal cuore alla testa.

     - Sono Felice - riuscì a balbettare lo zoppo e, per davvero, la sua mente danzò un Tango denso di virtuosismi e caschè.

    Jlenya sorrise, pensando che essere felici sotto quell’acquazzone era a dir poco originale e si sapeva che, in fondo in fondo, ogni donna iniziava proprio in quell’età adolescenziale ad avvertire la forza della propria femminilità. Non che le importasse poi molto di essere valutata da uno come lui.
    Era una sensazione vaga di vittoria mescolata al fastidio.
    Il tergicristallo segnava come un compasso una mezza luna che immediatamente si opacizzava e il rumore nell’abitacolo pareva il suono di una vecchia sveglia. 
    La pioggia scrosciava come se migliaia di secchiate d’acqua cadessero contemporaneamente su loro.
    Svicolando attraverso la strada sterrata che passava in un tratto di bosco, le fronde degli abeti funzionavano a mo’ di ombrello e, Tango, arrestò all’improvviso il trabiccolo.
    Chiusa nella stretta di quell’abbraccio obbligato, Jlenya fu presa da una strana vertigine di paura.
    Cercò con la mano la leva d’apertura della portiera, ma lui la tenne stretta a sé.
    Tango stava sequestrato all’interno di onde dense e liquide.
    Il calore gli saliva a flutti sulle gote e gli colorava il viso di chiazze.
    All’improvviso, era stato all’improvviso.
    Come una folata di vento annoiata di posarsi sulle fronde degli alberi e decide di infischiarsene della rotta. Può essere che il vento ha questa improvvisa voglia di spazzare via tutto, stanco d’essere considerato brezza, ponentino?
    Le sensazioni aggredirono Tango nell’arco temporale che passa tra l’istinto e l’azione, scavalcando a piè pari tutti i comandamenti.
    Aveva tra le braccia il corpo della ragazza dalla pelle bianca che si divincolava.

     -Non piangere, non gridare. Non voglio farti male -

    Avrebbe voluto accarezzarla, accarezzarla, ma lei riuscì ad aprire la portiera di latta di quell’inferno e si mise a correre incespicando nel fango.
    Era zoppo, grasso, ma agile e gli fu subito alle spalle; l’agguantò per una caviglia.
    Caddero entrambi sulla terra bagnata impastata di aghi di pino e muffe.
    Il terrore stravolgeva i lineamenti di Jlenya: il viso contratto in un’accozzaglia di smorfie. Paralizzato dalla paura.
    La mano libera dello zoppo scivolò lungo l’altra gamba.
    La pelle umida di Jlenya era un fiume che scorreva. Oltre gli argini, distese di prati estivi e lusinghe sconosciute.
    Lo ebbe sopra; l’alito dello zoppo disegnava brevi fiotti di condensa nell’aria fredda.
    Allora lei gli piantò le unghie sulle guance, iniziò a scalciare come una forsennata sentendo quell’arma nascosta di Tango, farsi largo tra le sue gambe.
    Se non fosse piovuto, se non avesse chiesto quel passaggio, se Tango fosse nato in un’altra situazione o non fosse mai nato, chissà se sarebbe andata così.

     - E’ la natura. E’ la natura - ripetè allo spasimo Tango -Felice

    La natura bruciò in pochi secondi e, lui, l’ebbe nuovamente di fronte come la prima volta che l’aveva vista, solo che sembrava un’altra.
    Lo sguardo paralizzato, catturato da un punto invisibile del cielo scuro come la terra, che filtrava dai rami dei pini.
    Tutt’intorno il silenzio interrotto dal rumore del diluvio incessante.
    Il sangue colava dalla testa di Jlenya e veniva mano a mano che scorreva, lavato dalla pioggia.
    In quel gran cataclisma della natura Tango non si era neppure reso conto di averla colpita più volte con quel sasso alla fronte, che teneva ancora in mano.
    Gli occhi immobili e spalancati di Jlenya intrappolati al di là delle curve della vita, avevano rubato un lembo al cielo per l’ultima volta.

  • 16 ottobre 2007
    Martino

    Come comincia: (Devo stare attento a dove metto i piedi. I piedi devono stare attenti a dove si mettono. Devo stare attento a dove metto i piedi. La mamma dice che devo stare attento a dove metto i piedi. Non trovo più la figurina nella tasca. Devo trovare la figurina e devo stare attento a dove metto i piedi)
    Martino cammina mano nella mano con la sua mamma. Vanno da qualche parte, Martino non lo ricorda, ma la mamma l'ha detto prima d'uscire.

     

    -Devi stare attento a dove metti i piedi che fuori piove e ti inzaccheri tutto se non guardi-.

    (Come faccio a trovare la figurina nell'altra tasca se la mamma mi tiene la mano?-Devo stare attento a dove metto i piedi e i piedi devono stare attenti a dove si mettono)

    Martino ha dodici anni e quando è nato, per incuria dei medici che non hanno deciso per il parto cesareo in tempo, è rimasto troppo a lungo in asfissia. Il danno che ha riportato è rimasto come una ferita inguaribile nella sua mente e come una coltellata che sanguina in continuazione, nel cuore di sua madre.
    Come lo ama questo bambino che non avrà mai la mente di un uomo, che non gli si invecchieranno mai i pensieri, non gli si logoreranno mai i sogni.
    Martino va in una scuola speciale, una di quelle scuole dove non si promuove e non si bocciano i ragazzi. Si aiutano e basta. Martino ha dovuto penare per imparare a muovere le gambe in sincronia. Non è perfetta, ma cantano con garbo i passi, attento a non incrociare le punte dei piedi, Martino va.

    (Dovrei fermarmi, lasciare la mano della mamma e cercare la figurina nell'altra tasca. Non posso fermarmi, devo stare attento a dove metto i piedi. I piedi devono stare attenti a dove si mettono. Forse la figurina l'ho lasciata a casa.)

    Egle aveva desiderato quel figlio quanto la terra arsa dal sole desidera la pioggia. Anni a sperare di stagione in stagione di vederlo crescere dentro di lei quel bel sogno.
    Quando finalmente era successo, avevano pianto di felicità lei e suo marito.
    E di nuovo avevano pianto d'un dolore atroce e spaventoso, dopo che Martino era nato. Dolore, rabbia per quegli incoscienti di dottori e la loro superficialità che stava ancora dentro alla causa,ad aspettare che qualcuno gliela facesse almeno pagare. Allevare un bambino con i problemi di Martino, non era stato facile.
    Quello che angosciava Egle, era il futuro di Martino. Non lo puoi vedere il futuro d'un bambino che ha i problemi Puoi immaginarlo grande, all'università, a fare il militare, a partire per una vacanza con gli amici? Puoi immaginarlo con una ragazza, innamorato, che l'aspetta con il motorino e il casco sulla testa, sotto casa?
    Come rischi di guardarlo diventare vecchio senza farti cogliere dal terrore? E sì. Ti viene la paura che ti assale se ti puntano la canna d'una pistola carica sulla tempia. E' caricata a tempo quell'arma; come una mina.
    Sperare che Martino muoia prima di loro. A chi mai lo lascerebbe? Ad un Istituto?
    Dio come lo ama Egle quel suo bambino rimasto cucciolo, anche se di fuori è cresciuto. Quanto ama quel suo passo lento e dondolante che ti fa venire voglia di proteggerlo solo a guardarlo.
    Il padre, il marito di Egle, non ha mai più smesso di piangere dalla notte in cui Martino è nato. I momenti terrrificanti rimasti conficcati nel cuore come spilli, gli brucia l'anima un'ortica cresciuta con la disperazione: Martino cianotico, Martino che non piange, la bocca che annaspa in cerca d'un refolo. Poche ore prima, nella pancia della mamma volteggiava come un astronauta nel silenzio, nella pace, coccolato da un amore che gli arrivava attraverso un cordone.
    Ancorato come una barca nel porto, Martino era stato felice dentro quella piccola, calda isola.
    Poi, come un uragano che ti strappa con violenza dalla terra la sua felicità era finita. Un lungo viaggio senza respirare, il mare ormai lontano, le tiepide acque un ricordo. Giù nel profondo del burrone, giù, sempre più solo, al buio. Mai più pesce, mai più acqua, mai più isola, mai più.

    (La mamma mi tiene la mano. Non posso aprire la mano.

    Quando torno a casa cerco la figurina. Forse è nella tasca.Devo stare attento a dove metto i piedi non posso lasciare la mano della mamma, la mia mano è in quella della mamma)
    Piove che pare un castigo di Dio quel giorno di ottobre.
    Piove sul viso di Egle e la pioggia si mescola alle lacrime.
    Piove anche su Martino, ma lui l'acqua la adora. Non sa perchè, ma la ama tanto l'acqua.
    (Devo stare attento a dove metto i piedi. Non posso lasciare la mano della mamma. La mamma mi tiene la mano. La figurina forse è casa.)
    Non fa in tempo a frenare il macchinista. Li vede troppo tardi.
    Il treno passa su Martino e sua madre. Pezzi che volano come vele che si staccano dalla terra e si portano via le storie, i sentimenti. Tutto.
    (Era in mezzo ai binari con il bambino stretto vicino. Ho azionato i freni, ma in quel tratto chi può aspettarsi di trovare qualcuno al centro delle rotaie?-)
    Piange il conduttore del treno.

  • 11 ottobre 2007
    Imparai l'amore...

    Come comincia: Imparai l’amore in un fienile della campagna pugliese.
    Io, quindici anni e la voglia di scoprire il mondo che faceva a cazzotti con una timidezza grande quanto il mondo stesso; lei, Irene, diciott’anni e una vita totalmente diversa dalla mia.
    Irene aveva visitato già Londra e Parigi; per me era la prima volta fuori da Napoli, e da solo.
     
    La conobbi durante una giornata di corse tra i campi di grano, e divenne subito un dolce incubo; coi suoi grandi occhi verdi; quel sorriso stampato in volto e quell’accento milanese che mi affascinava.
    In quell’estate 1995 ero in vacanza da un amico, Irene invece da sempre trascorreva in quel paesino del salento quindici giorni lontano dallo stress della metropoli lombarda; i suoi erano originari del posto ed amavano tornare nella loro terra.
    Parlavamo molto, Irene ed io; forse fu la mia prima vera amica, di un’amicizia intensa e vera, nonostante non avesse modo di durare. Andavamo in giro col suo motorino, un “Sì” della Piaggio che divenne compagno di avventure vissute tra il sole ed il mare.
    Irene mi educò a vivere senza troppi pensieri; a guidare un mezzo a due ruote; a sognare ad occhi aperti; ad ascoltare il rumore del vento.
    Io le offrii la mia spontaneità; la mia tenerezza e, nonostante l’età, un gran senso di sicurezza.
    Ci bastavamo, non avevamo bisogno di molto altro oltre noi stessi; stavamo bene così.
    Irene mi guidò con dolcezza ed amore nella scoperta del corpo di una donna.
    Fu Dea, madre, amante, maestra.
    Assaggiai le curve del suo seno; Scoprii il piacere di stare tra le sue gambe; Denudai la mia anima e la diedi in dono a Lei, che mi insegnò la bellezza dello stare abbracciati in silenzio.
    Imparai l’amore in un fienile, quell’estate.
    E, quell’amore, non lo dimenticherò mai.

  • 11 ottobre 2007
    Tu verrai

    Come comincia: Il fumo della sigaretta si mescola col raggio di luce che filtra dalla finestra, creando strani effetti. È il tuo volto che emerge stamattina dalle volute, così come ieri, come un anno fa, come… Quanto?
    Nato nell’adolescenza, rimasto lì, in un angolo del cuore, nascosto, coccolato, rinnegato, esasperato, irrimediabilmente amato.
    Isola che non c’è in cui trovare rifugio contro le contrarietà della vita. Favola in cui sono confluiti sogni, speranze, primi turbamenti, malinconie adolescenziali e frustrazioni adulte.
    Tu, meraviglioso.
    Tu unico, insostituibile principe sul bianco destriero che uccidi i draghi dei giorni uguali-normali-banali
    Arroganti “Spiacente, non c’è niente per la sua taglia”, mito della giovinezza sbandierata come un vessillo, ansie di carriera, decenni di conquiste femministe, si infrangono miseramente contro la tua lucente armatura.
    Tu mi proteggi, mi difendi, mi incoraggi. Tu disperdi al vento l’angoscia del primo capello bianco e l’ossessione delle orde di ragazzette lisce e sode come uova, danzanti come colibrì.
    Mi fai bella perché mi vedi bella.
    Io, principessa, domino incontrastata sul tuo cuore fiero e coraggioso. Tra le mie braccia si scioglie la tua armatura, come neve. Per te, il mio sorriso vale più di un impero.
    Mi alzo, perché il mondo continua a correre e reclamano attenzione maggioranza-Pollicino di governo, suocera che del ficodindia ha solo la buccia spinosa, argomenti eternamente al tavolo delle trattative, idraulico più ricercato di Brad Pitt.
    Ma io lo so. Quando i problemi della quotidianità rischieranno di prendere il sopravvento, quando il mese apparirà troppo lungo e lo stipendio troppo piccolo, quando lo specchio rifletterà una nuova ruga, tu verrai.
    “Verrai e mi porterai via”, là dove il sole non tramonta mai.

  • 04 ottobre 2007
    Marmellata di mandarini

    Come comincia: Nonostante la congestione nasale, mi arrivava forte l’odore di mandarini sbucciati.
    Mia nonna sedeva nella penombra, con lo strofinaccio sulle ginocchia ed il coltello in mano. Sbucciava i mandarini metodicamente, eliminando prima la scorza aromatica e poi, con il coltello, ogni pellicina bianca. Lo faceva strizzando gli occhi ogni volta che l’operazione produceva schizzi.
    Il fuoco schioccava là accanto, quasi in polemica con i ciocchi che lei aveva appena aggiunto.
    “Nonna” le dissi all’improvviso trovando il coraggio chissà dove “hai sentito tutto il casino con mamma e papà?”
    Lei continuò il suo lavoro come se non avessi neppure aperto bocca, ma una muta esitazione nei suoi gesti mi disse che aveva inteso.
    Assecondai il suo voluto silenzio, perché conoscevo molto bene quella cara donna.
    Infatti, dopo qualche minuto trasse un lungo sospiro e: “Ho sentito, ho sentito” disse a bassa voce.
    “E cosa ne pensi?” le chiesi ormai padrone di un coraggio effimero come le fiamme della stufa che mi si riflettevano sul viso.
    Altra pausa studiata, altre bucce di mandarino, alto crepitio di legna, altri minuti sudati.
    “Ma tu gli vuoi veramente bene?” chiese, e dalle sue parole capii la fatica che le erano costate.
    “Da impazzire, nonna” fu la mia risposta condita dalle lacrime.
    “E allora tappati le orecchie” mi disse, ma lo fece in dialetto come per dare un peso maggiore a quella frase.
    Soffiai il naso, per il raffreddore ma soprattutto per il silenzioso pianto di gioia che quelle semplici parole mi avevano provocato.
    “Hai ragione” le dissi io a quel punto “ma significa che non mi vorranno più vedere, li hai sentiti?”
    Le ultime parole mi uscirono strozzate dalla rabbia di quegli ultimi giorni, di quegli ultimi 18 anni: i miei.
    Posò il coltello, radunò le bucce in un barattolo, gli spicchi in una pentola, e con la mano a cucchiaio raccolse i residui da buttar via.
    Si alzò leggera, eppure il suo cuore non doveva essere molto leggero dopo quella chiacchierata.
    Mise la pentola sul fuoco, aggiunse lo zucchero che aveva pesato poco prima, rimestò il tutto e mi si avvicinò.
    Quel che seguì fu tutta la mia vita.

     

    * * * * * * * *

    “Ma ti vuoi svegliare una buona volta?” urla Gus dal bagno.
    Io, come sempre, di alzarmi proprio non ne ho voglia, ma il rumore del caffè ancor prima del suo odore mi solletica il naso come in un cartoon.
    “Sul tavolo ci sono già le fette imburrate” aggiunge Gus per convincermi, e questo mi convince.
    C’incrociamo in corridoio, io ancora in mutande e lui – scontato – già vestito di tutto punto.
    Un bacio veloce, quello che distrattamente ci scambiamo nei frenetici inizi di giornata in settimana, poi ci sediamo ai due lati opposti del tavolo, e mentre lui mi versa il caffè io apro il barattolo di marmellata.
    Di mandarini, la mia preferita.
    La ricetta è di mia nonna, che ora non me la fa più perché non c’è più.
    Mi ha lasciato due mesi fa, una malattia ha deciso per lei, e così è stato.
    Ma ho insegnato a farla da solo, un giorno mi è venuta vicino e mi ha detto: “Se non ti vorranno più vedere, ti avranno perso. Io non ti voglio perdere, e sarò sempre qui ad aspettare che mi vieni a trovare. E adesso siediti, che t’insegno come si fa la marmellata di mandarini”.
    Non ha aggiunto altro. Anzi, che dico! Ha aggiunto un sorriso rugoso che mi ha ridato la vita.
    Oggi mi gusto la colazione col mio amore, Gus, che sta per Gustavo, e che invece di Fabio mi chiama Fans.