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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 24 maggio 2007
    Risveglio

    Come comincia: Rumore assordante. Luce accecante. Piccole stelle nell’infinito oceano dell’universo, galassie sperdute, polveri cosmiche in nuvole porpora, blu, scie di magia lontane che all’improvviso appaiono così vicine da commuovere col loro spettacolo.

     


    Non riesce a capire.


    Sabato sera. Telefono che squilla. Lei nervosissima, trattiene le lacrime. Sarà lui? Forse sì, l’ultima volta l’ha cacciato di casa in maniera a dir poco drammatica. Perché non capisce? Il telefono continua a squillare. Segreteria.


    “Lo so che sei in casa, ti prego rispondi… sono due giorni che non vieni a scuola, perché ti nascondi? Cosa ti ho fatto, stavamo così bene! Ok, senti, domani passo da te, e non voglio scuse, dobbiamo parlare.”


    Parlare, certo la fa facile lui… non è la sua vita che è cambiata da un giorno all’altro, in un attimo di distrazione, per un quarto d’ora d’amore. Non è lui che dovrà rinunciare alla scuola, all’università, a un futuro da avvocato. Due minuti. Terzo test positivo. Porca puttana!


    Rumore assordante… vetri in frantumi. Cazzo, il vaso preferito della mamma…


    I suoi sono preoccupati, non mangia decentemente da due giorni.


    “Tesoro, perché non tocchi niente? Dai, solo una forchettata di pasta…”


    “Ecco, lo sapevo. Vuoi finire anche tu come tutte quelle ragazzine anoressiche? Guarda che la vita è la tua, non delle case d’abbigliamento.”


    “Già, la vita è mia… perché non dovrei fare quello che è giusto per me, e non per qualcun altro… un abusivo dentro di me, figurarsi… e io non volevo nemmeno, quel pomeriggio, avevo mal di testa.”


    Lei non è preoccupata, è disperata. Finge di star male, dice di avere la febbre. Bella bugia, lei sta male dentro. Vorrebbe non essere più lei, annientarsi, strapparsi le viscere, gridare, gridare di dolore, d’amore, di rabbia. Vorrebbe uscire da quell’incubo, vorrebbe non pensare più. Vorrebbe tornare indietro, cambiare le cose, tornare alla sua stupida vita di tutti i giorni, le amiche, i trucchi, i vestiti, Johnny Depp quant’è bello e così via.


    Si guarda allo specchio e vede il riflesso di un’altra. Dov’è il sorriso così luminoso che tutti adoravano? È annegato in un mare di lacrime. Dove sono quegli occhi frizzanti, più verdi di un prato, più azzurri del cielo? Si sono spenti come due stelle cadenti, e non torneranno più. Quegli occhi li hanno uccisi.


    “Ma tu chi sei? Io non sono così, io non mi riduco mai in quello stato. Io sono forte, non mi arrendo alla prima difficoltà. Perché ti sei ridotta così?! Lo so che 19 anni sono pochi, ma non sei più una ragazzina. Rinunciare all’università non è così tragico, ce la caveremo.”


    Brava, mentiti da sola. Guarda che se ti ripeti spesso una bugia poi finisci per crederci.


    Reagisci! No, ma che fai, corri in ospedale prima che sia troppo tardi. Ma sei matta, uccidere? Tu non sei un’assassina. Ma non sei una martire. Sei brava nello studio, sei determinata, hai un futuro davanti. Bel futuro, ti ricorderai a vita di quello che ti è successo, non dormirai più dal rimorso. Beh, non dormirai comunque. Non li vedi tutti quei telefilm? Le ragazze madri finiscono male, fanno la fame e nessuno le ama! Ma no, se la cavano abbastanza. E poi i tuoi non sono dei mostri, non ti cacceranno via.


    Ancora telefono. Ancora lui. Non è così male, alla fine potrebbe prenderla bene.


    Finalmente si è decisa. Uscirà di casa, prenderà una boccata d’aria, poi in macchina e guiderà fino a casa sua (ma non poteva abitare nello stesso paese? va be’, una ventina di chilometri non è mai riuscita a separarli in quei due anni), poi sarà verità assoluta. Almeno con lui.


    Ah, doccia rinfrescante, purificante, calda, fresca, lunga. Facciamo qualcosa per questi capelli, troppo vaporosi. I capelli lisci fanno più persona seria. Piastra. Ok, fondotinta, fard (gli piacciono le mie guanciotte!), rossetto, matita nera che dà profondità allo sguardo, mascara waterproof (so già che piangerò). Ancora rossetto, non guasta mai.


    Già si sente diversa. Che dirà la gente tra qualche mese? Ma chi se ne frega. La gente adora sparlare, continuerà a farlo in ogni caso. Che parli, è un piccolo paese, si scandalizzano anche se baci un ragazzo in mezzo alla strada. Sono cose sporche, si fanno in privato.


    “Bah, per fortuna me ne andrò tra poco. E se fossi costretta a rimanere? Se dovessi essere messa al bando da tutti i miei amici? No, non lo faranno, almeno non quelli sinceri. E se non ne avessi di amici sinceri? Mi abbandonerebbero? E lui che dirà? Se ne andrà, lo so.”


    Perché pensare così a lungo? Che bello il non pensare, atrofia dei pensieri… dovrebbe essere una disciplina.


    Jeans strettissimi, se è così non potrà permetterseli a lungo. Maglioncino scollato, del genere guardaperchèoggitelopermetto. Scarpe da ginnastica. No, un po’ di tacco non guasta, se lei si mette in tiro lo fa per bene. Soffoca l’angoscia. Inghiotte a fatica. Trema. Profumo. Il suo preferito, non troppo dolce, leggermente fruttato; per tutto l’anno sa di estate. Buonissimo, tira su il morale.


    “Chissà come sarà diversa quest’estate. Niente viaggio in Grecia suppongo. E gli esami…”


    Le prude il naso. Non vuole rimettersi a piangere.


    Accende lo stereo. Lo spegne subito, non è aria. Scende le scale e si rende conto che ha dimenticato le chiavi. Torna su e vede che ha dimenticato anche tutta la borsa. Bellissima: nera, piccola ma capiente, con quel fermaglio così particolare. Comprava troppe borse. E troppe scarpe. E troppi libri. Almeno quelli non erano da buttare dopo qualche anno. Erano immortali.


    Poche cose nella borsa: le chiavi, i fazzoletti, il portafogli con la patente, il cellulare, il lucidalabbra, il burrocacao, la matita, il mascara, le gomme, le caramelle al caffè, un braccialetto spezzato, carte e scontrini (“dovrei buttarli prima o poi”), occhiali da sole(“alle 7 di sera?!”)… a malapena si chiude.


    Elimina gli occhiali da sole. Scende le scale. In macchina. Silenzio. Amatissimo e venerato silenzio. Poche gocce di pioggia iniziano a cadere. “Merda, i capelli!Dannata umidità!” Attimi di bellissima solitudine. Non si rende ancora conto che non è sola. E non lo sarà mai più.


    La pioggia inizia a scrosciare. In realtà ama la pioggia: lavata, la città sembra meno impura. Lei si sente meno impura, perché la pioggia scende dal cielo, e forse è benedetta quanto l’acqua in chiesa.


    Solo che quando ha i capelli piastrati non gradisce affatto che tornino allo stato crespo che fa tanto pelo pubico non autorizzato! La macchina parte, segue la strada. Una donna che guida da sola e riflette. “Una donna...” Una piccola lacrima le rotola giù per la guancia. “No, il trucco!” La piccola lacrima è per l’adolescenza che l’ha abbandonata. O forse l’adolescenza se n’era già andata tanto tempo fa, solo che non se n’era accorta. Sorride. Sorride fra le lacrime. Che ragazza strana! Si accarezza la pancia inconsapevolmente. Dentro di lei c’era già tutto e non l’aveva mai saputo. Aveva saputo quando era stato il momento giusto per il primo bacio. Aveva saputo quando era stato il momento giusto per iniziare a truccarsi. Aveva saputo sempre tutto e non ci aveva mai fatto caso, perché la vita non è qualcosa d’astratto o idealizzato, la vita è il quotidiano, il respiro, il battito del cuore.


    Adesso lo sta capendo. Capisce che non sta accettando l’irrimediabile, sta vivendo la sua vita.


    Le lacrime non scendono più adesso. Anzi sì, scendono, ma così naturali da non essere notate. Scendono come le gocce di pioggia. Chi le conterebbe mai? Chi direbbe che sono contro natura? La natura è lei. E’ qualcosa che ha nella pancia. E’ qualcosa che ha nel cuore. E’ quella strada, quegli alberi lì intorno, quei sassi così antichi, quel cucciolo di volpe sulla strada. Sulla strada?!


    Frena di colpo, stupido tacco incastrato! “Non sbandare, non sbandare, mantieni il controllo… frenare a fondo evitando il bloccaggio delle ruote, la fanno facile loro…”


    Rumore assordante. Luce accecante. Piccole stelle nell’infinito oceano dell’universo, galassie sperdute, polveri cosmiche in nuvole porpora, blu, scie di magia lontane che all’improvviso appaiono così vicine da commuovere col loro spettacolo.


    Non riesce a capire.


    Le sembra di essere inconsistente, di fumo. Si volta indietro. Il piccolo cucciolo di volpe zampetta al margine della strada, nel suo sguardo solo paura. Dall’altro lato c’è un mucchio di metallo disintegrato contro gli alberi, ancora fumante. Un cerchione rotola, si fermerà tra qualche metro contro uno di quei sassi così antichi. Lì dentro c’è ancora lei. Non riesce a vedere. La troveranno solo tra qualche ora.


    Come prima, anche adesso sa cos’è la cosa giusta da fare. Volta le spalle a quel fumetto a colori, prende per mano la piccola presenza che già la chiama mamma e si lascia trasportare tra le stelle, con un sorriso che non ha niente a che fare con quelli che ha fatto finora.

  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 6

    Agli appartamenti di sua altezza reale si entrava attraverso una olimpica scala di marmo, protetta da un corpo di guardia numeroso e sfaccendato che ingannava il tempo spettegolando, giocando d’azzardo, tenendo a distanza i venditori che, come farebbero oggi firme rinomate, rifilavano a prezzo esorbitante normale mercanzia. Visitatori e corrieri, sbandierando affari imperdibili, riuscivano a intrufolarsi fino all’anticamera della sala pranzo dove uno stuolo di domestici, ciascuno con la divisa che stabiliva la gerarchia delle mansioni, attendevano in attesa di ordini. Mops, l’amatissimo cane di Maria Antonietta, un carlino fulvo e con la coda ricurva che era stata costretta ad abbandonare durante il viaggio verso la Francia e che con grandi proteste si era fatta rispedire a Versailles, correva sul parquet con rinnovato vigore assieme a un suo compagno, libero e viziatissimo,facendo cacca e pipì dove gli pareva.

    La fece anche quel pomeriggio, mentre l’arciduchessa prendeva lezione di canto.

    Quando Madame de Noailles, la dama d’onore, entrando se n’accorse, impietrì: un odore nauseabondosviliva i gorgheggi della pupilla.

    - Altezza! - sussurrò cercando di attirare l’attenzione.

    Gli acuti di Maria Antonietta coprirono la sua voce.

    - Ooooooh! Aaaaaah!
    -Fa diesis, altezza reale! Fa diesis! – disse il maestro al clavicembalo.
    - Altezza! Per carità di Dio… - esclamò disperata Madame de Noailles.

    La musica tacque.

    - Altezza reale, Mops ha mollato qualcosa di… - e turandosi il naso la guardò scandalizzata.
    - Ebbene? - rispose l’altra imperturbabile - Fate provvedere…
    - Sarebbe opportuno che i cani stessero fuori…

    Ma la Delfina, alzando un ciglio, la gelò con lo sguardo.

    Nessuno dei servitori aveva, in effetti, l’incarico di badare agli animali che erano, per questo, veramente sudici. Mops passava il tempo a rosicchiare gli arazzi pregiati che coprivano fino a terra le pareti, grattava il mobilio, strappava la tappezzeria delle poltrone, si rotolava sul pavimento con il figlio del primo valletto e della prima cameriera di Maria Antonietta, due bambini di quattro e cinque anni che si divertivano a rincorrerlo e che, proprio in quel momento, si fecero sulla porta.

    - Venite qui! – li chiamò la Delfina appena li vide.

    Timidi i piccoli avanzarono.

    - Andate a pulire la cacca del cane, prendetela e portatela via.

    I bambini si guardarono incerti.

    - Su… andate! - ribadì imperiosa sua altezza.

    I monelli scattarono chinandosi sotto il tavolo, strisciarono sotto il clavicembalo, sotto le poltrone, ballonzolando raggiunsero una consolle a mezza luna e cercarono di aprire il suo cassetto decorato di foglioline d’oro.
    - Ma dove state cercando, stupidi! – strillò Maria Antonietta.

    Finalmente, in un angolo contro il muro, trovarono gli escrementi, li avvolsero in uno straccio lurido cavato da una tasca e vociando corsero via, fuggendo a piedi scalzi insieme ai cani.

    Facendosi vento con le mani Madame de Noailles, rossa in viso, sembrava stare male: Maria Antonietta osservandola provò piacere, una sorta di inconsapevole rivalsa per la sottile violenza che le infliggeva la gran maestra della casa con la pretesa di stenderle un tappeto di fiori.

    Sacerdotessa dell’etichetta, delle sue regole e delle buone maniere, che esercitava con portamento altero, severità, compita freddezza, Anne Claude Laurence contessa di Noailles, era totalmente assorta nel ruolo, al quale dava importanza assoluta perché rappresentava per lei l’apice di quella grandezza che la sua famiglia, attraverso intrighi abilissimi, aveva raggiunto a corte.L’ incontro tra la Delfina e Madame de Noailles, o meglio Madame l’Etiquette,come era stata soprannominata da Maria Antonietta, era avvenuto all’isola delle Spezie, durante la cerimonia del commiato, il giorno che la piccola austriaca era stata ufficialmente accolta in territorio francese. Allora Maria Antonietta di slancio le aveva teso le braccia, ma l’altra si era scansata perché il cerimoniale prevedeva che per primo l’abbraccio spettasse a suo marito, il conte di Noailles. Da quel momento Madame l’Etiquette non aveva smesso di tallonarla da vicino, tormentandola sul modo con il quale salutare il tale o il tal altro: quando fare un cenno con la testa, quando inclinare il busto, quando, in caso di una principessa di sangue, far l’atto di alzarsi restandoseduta;quando destreggiarsi con lo strascico dell’abito, quando gli inchini prescritti,quando la riverenza che doveva essere secondo i maestri “umile, graziosa e nobile”. Una serie di regole rigide e faticose, un formalismo incredibile che cozzava con l’abituale cattiva igiene etrasandatezza di Versailles. Una schiavitù che la Delfina mal sopportava, anche perché a Schonbrϋnn non si era mai applicata.

    - Altezza, sono sconvolta… non dovreste permettere ai vostri animali tutte queste libertà! - esclamò Madame l’Etiquette, quando si riebbe dallo shock.
    - E perché no? Io amo i cani, per me hanno i nostri stessi diritti…- poi rivolta all’insegnante di musica Maria Antonietta fece cenno di chiudere il clavicembalo- abbiamo finito…potete andare.
    - Ma altezza reale… - le corse dietro la gran maestra della casa.
    -Pensavo un giorno di farmi scolpire teste di cagnolino sui braccioli delle sedie, non lo trovate originale? – rise la ragazzina uscendo dalla sala.

    La formale Madame de Noailles, ferita nell’amor proprio, allargò gli occhi offesa.

    ***
    Si alzava una tersa mattina, fredda come un lago all’alba, nel boudoir della Delfina il fuoco era stato acceso.Dopo la vestizione alla presenza di tutti, durante la quale aveva sentito la pelle accapponarsi per gli spifferi gelati, era grata di poter sedere al caldo.

    Vestirsi un’esibizione faticosa, che il cerimoniale rendeva in certi casi un supplizio. Le dame consideravano l’atto di porgere i panni alla futura regina un onore che sottolineavano con estrema lentezza e che difendevano con le unghie e con i denti: da sola l’arciduchessa non avrebbe potuto indossare alcun indumento, così stava mezza nuda per un tempo interminabile.Madame l’Etiquette aveva ispezionato la biancheria preparata dalla prima cameriera e solennemente l’aveva offerta alla Delfina. Poi aveva esibito il bustino di stecche di balena.

    - No Madame! Sapete bene che non lo sopporto! – aveva protestato la giovinetta.
    - Altezza reale oggi è domenica… c’è il grand couvert… molti verranno a vedere il vostro pranzo, l’abbigliamento dovrà essere perfetto…
    - Non insistete… ho detto che non lo sopporto!

    La gran maestra della casa aveva alzato gli occhi al cielo rassegnata, come a chiedere perdono.

    Ora, seduta davanti al bureau a cilindro, il suo angolo privato, Maria Antonietta gustava finalmenteun momento di relax: leggeva, per la terza volta e con grande gusto, la lettera di sua madre.Avrebbe voluto poterla toccare, sentire il suo calore, il pensiero che quel foglio fosse stato tra le sue mani le dava sollievo. Quando vivevano insieme pensava di essere trascurata, era gelosa della sua predilezione per “Mimi”, la sorella Maria Cristina, ma la separazione aveva reso il legame più forte.

    Gli occhi le si velarono scorrendo le frasi che portavano la data del 6 gennaio 1771:

    Madame mia cara figlia

    … Ieri il corriere ci ha portato la notizia della disgrazia di Choiseaul. Riconosco di esserne stata colpita: nella sua condotta non ho visto che onestà, umanità e attaccamento all’alleanza, per il resto non voglio entrare nelle ragioni del re, e voi ci entrerete ancora meno. Spero che il re lo rimpiazzi e che i suoi successori meritino la nostra fiducia. Non dimenticate che la vostra attuale sistemazione è stata opera sua e di dovergli della riconoscenza. Ora più che mai avete bisogno, figlia mia, dei consigli di Mercy e dell’abate Vermond che, sapendo la sua onestà, avrà sicuramente avvertito il colpo;ma voinon lasciatevi indurre in alcuna fazione, restate neutrale in tutto, fate a ciascuno il saluto dovuto, fate ciò che fa piacere al re ela volontà del vostro sposo. Fate buone letture, sono più necessarie di qualsiasi altra cosa… soprattutto in inverno non va messa da parte questa risorsa… incaricate l’abate Vermond di farmi conoscere tutti i mesi a cosa vi siete applicata e cosa contate di cominciare… Mi raccomando di essere riservata su tutto, di non concedervi alcuna confidenza o curiosità, se volete conservare tranquillità e approvazione generale… Sono incantata dai balli che si danno davoi e che fanno gran bene al Delfino…

    Maria Antonietta sospirò e ripose la lettera in un cassetto del bureau che chiuse a chiave. Non aveva capito granché del motivo che aveva spinto Luigi XV a esiliare il duca di Choiseaul, colui al quale doveva il matrimonio, colui che aveva fatto molto per l’alleanza tra Francia e Austria. La sua caduta le spiaceva perché decretava il trionfo della favorita del re, la scandalosa du Barry, e dei suoi alleati.Nonché il ridimensionamento di persone avverse a quella fazione, membri del suo entourage, come la contessa Du Grammont, sorella del duca. Più in là dei piccoli drammi delle persone vicine, l’adolescente Delfina non vedeva, sentiva le problematiche politiche astruse e lontane, non la riguardavano ed era sicura non potessero esistere situazioni di insoddisfazione: i reali in quanto divini non sbagliavano mai. Si occupava solo di sé stessa e considerava normale essere la prescelta, un dono che il signore aveva fatto al popolo,da coltivare e difendere.

    Invece, proprio in quel periodo, Luigi XV aveva questioni gravi: la Francia andava incontro a una crisi fiscale, bisognava imporre nuove tasse perché il tesoro era sull’orlo di una bancarotta. Il sistema tributario aveva necessità di una riforma, ma questa era impossibile perché l’autorità del sovrano era tenuta in scacco dai parlamenti locali, dove la nobiltà pretendeva di avere il veto sugli editti del re. Ogni volta che i ministri reali cercavano di fare pagare le tasse ai nobili i parlamenti insorgevano: Choiseaul, che appoggiava questi parlamenti,aveva ovviamente perso il posto. Per dirla in parole semplici: monarchia e aristocrazia erano impegnate in una lotta per il potere all’ultimo sangue. Venire a patti non era facile e fu uno dei tanti aspetti che, tra gli altri, diciotto anni dopo sfociarono nella rivoluzione.

    “Mia madre vorrebbe che leggessi, ma non c’è tempo” - pensò Maria Antonietta e guardò il pendolo: doveva andare, farsi preparare per il trucco, presenziare alla cerimonia del pranzo, il grandcouvert - “chissà cosa dirà Madame l’Etiquette quando vedrà che ho invitato la principessa di Lamballe”…

    ***
    Il grand couvert, o pranzo pubblico, era un avvenimento al quale, nei giorni di festa, chiunque fosse vestito decentemente, poteva andare a curiosare. L’etichetta voleva che gli uomini portassero la spada, ma per chi non ne disponeva ce n’era sempre una pronta ai cancelli della reggia, così come oggi chi entra al Parlamento, se non ha la giacca, può farsela prestare. Il pranzo dei reali era considerato una visione talmente appetibile che per le scale di Versailles gli spettatori correvano da una all’altra ala del palazzo per non perdere gli spettacoli in atto: il pasto di Luigi XV, di Maria Antonietta e Luigi Augusto, delle signore zie, del conte di Provenza e di Artois, fratelli del futuro Luigi XVI, che avevano residenze separate. In quei momenti i sudditi erano lune che giravano intorno al sole e vivevano di luce riflessa, così come il duca di Choigny,che aveva il compitodi porgere la candela al sovrano durante la cerimonia del coucher, si sentiva risplendere in quell’atto servile perché lo metteva vicinissimo al suo signore.

    Al grand couvert della Delfina e di Luigi Augusto quel giorno erano stati invitati i fratelli di Luigi e la principessa di Lamballe che Maria Antonietta aveva conosciuto, all’inizio del carnevale, a uno dei balli che la gran maestra dava nei suoi appartamenti, compito per il quale veniva strapagata. Madame l’Etiquette era gelosa di tutto l’entourage della pupilla, ma in particolare della principessa di Lamballe, perché aveva capito come fosse entrata nel cuore della sua protetta.

    Quando Maria Antonietta apparve in sala insieme al Delfino, gli altri commensali erano già a tavola, Madame l’Etiquette, inginocchiata su uno sgabello con il tovagliolo su un braccio, con accanto quattro dame ad assisterla, ispezionava con gli occhi gli ufficiali della bocca per dare disposizioni. La sua posa pietrificata fu per l’arciduchessa motivo si ilarità:

    - Rilassatevi Madame – commentò sedendosi.

    Madame l’Etiquette la fulminò con un’occhiata, “piccola austriaca incolta” pensò ricordando come tempo prima, scivolata sul pavimento sopra il panier, le avesse chiesto: “Quando una dama va per terra col sedere che si fa?”. D’altro canto, l’impertinenza di Maria Antonietta non era ben vista da nessuna signora anziana, la sua diversità, l’appartenenza a un casato straniero, erano di ostacolo a corte. Proprio per questo la Delfina sentiva il bisogno di un’amica vera e la principessa di Lamballe, per niente intrigante, timida, arrendevole, più grande di sette anni, decantata per la purezza, vedova infelice di un dissoluto discendente di Luigi XIV prematuramente morto,sembrava la più adatta.

    - Angelo mio – disse Maria Antonietta rivolta alla Lamballe – ho saputo che il caso di Mademoiselle de Lorraine è arrivato sino a Luigi XV…
    - Sì, è stato un grande scandalo…il sovrano ha risposto che se Mademoiselle dovesse aprire il ballo questo non creerà nessun precedente e non ha ancora dato disposizioni…

    Bisogna sapere che quello di aprire iballi a corte era un grande privilegio e l’etichetta voleva che ciò toccasse alle duchesse. La madre di Mademoiselle de Lorraine, contessa lontanamente imparentata con gli Asburgo-Lorena, per promuovere la figlia aveva premuto perché si facesse un’eccezione al cerimoniale epotesse iniziare il minuetto: insomma una cenerentola in carne ed ossa che tentava la scalata sociale. Ma l’avanzamento mondano di Mademoiselle di Lorraine era sembrato una tale minaccia all’ordine costituito che l’arcivescovo di Reims e il Vescovo di Noyon furono obbligati aprotestare presso Luigi XV.
    - Al re questo da molto fastidio – s’intromise il conte di Artois, il più giovane dei nipoti, che non ancora quattordicenne era sveglio in queste cose – cerca di lavarsene le mani ma gliene parlerò…la soluzione sarebbefar aprire le danze a Mademoiselle senza offendere gli altri…
    - E come? - domandò ansiosa la principessa di Lamballe.

    Maria Antonietta sapeva che quello era un pasticcio architettato dal suo ambasciatore Mercy-Argenteau per favorire gli alleati. La madre di Mademoiselle de Lorraine era stata amante del duca di Choiseul e l’imperatrice Maria Teresa avrebbe visto di buon occhio la promozione di qualcuno che veniva da uno dei tanti rami del suo casato. Non potendo prendere posizione, cercò di capire il punto di vista di chi le stava intorno.

    - Non avete nulla da dire in proposito? – chiese al marito.

    Assorto in un’animata discussione sulla caccia con il conte di Provenza, l’altro fratello ancora più grasso e più sgraziato di lui,Luigi cadde dalle nuvole:

    - Perdonatemi, non ho sentito…

    Infastidita si voltò e ripose la domanda alla gran maestra:

    - Voi cosa dite?
    - Sia fatta la volontà del re – rispose Madame l’Etiquette, ma in cuor suo ritenevaignobile che una ragazzina viziata, appena arrivata lì, potesse favorire i parenti anche a costo di trasgredire le regole di Versailles.

    ***

    All’imbrunire del giorno fissato per il ballo si videro le duchesse ferite nell’orgoglio, giovani e meno giovani, aggirarsi intorno alla corte in abiti informali, nonostante i preparativi per le toilettes della sera richiedessero molto tempo.Avevano minacciato di disertare la festa.Qualcuno se ne andò in giro canticchiando un motivetto nato lì per lì …

    Sire i grandi alle vostre danze
    vedranno con immensa pena
    un’umile principessa di Lorena
    aprir senza pudor le maestranze.

    Nell’imbarazzo generale, il ricevimento iniziò con un paio d’ore di ritardo, quando la maggior parte degli invitati si decise finalmente a prendervi parte. Sebbene l’inverno non fosse finito e i vasti appartamenti, a dispetto di camini e bracieri, fossero gelati, gli ospiti che erano una moltitudine riuscirono a scaldare con i loro corpi il salone delle feste. Dappertutto fruscio di raso e velluti, bisbigliare di voci, piacevoli accordi di clavicembali e viole amplificate  all’acustica. Dappertutto l’odore inconfondibile di Versailles: quello della cipria e della pomata che serviva a fissarla. Poi, allo scoccare della fatidica apertura del minuetto, un silenzio glaciale.

    Si levarono le prime note e sembrarono eterne. Mademoiselle di Lorranine avanzò in un grazioso abito rosa e amaranto sostenuto da un voluminoso panier: cenerentola avversata, ora splendeva di rivalsa. Un volteggio, un grazioso inchino. Tornò al posto con la soddisfazione stampata in volto tra la costernazione generale. Subito dopo si vide il conte di Artois, il più agile e bello dei rampolli reali, invitare una duchessa e condurla sulla scena. Un passo, due, tre. Via col minuetto. A quel puntoun sospiro di sollievo si diffuse: “Anche se balla per secondo, un membro della famiglia del re
    è infinitamente più illustre di una Mademoiselle qualsiasi- pensarono tutti i nobili importanti – dunque questa messa in scena è solo una bizzarria, un’infrazione al cerimoniale senza conseguenze”…

    Fu così che la vittoria di Mademoiselle de Lorraine venne a mancare e tra il plauso generale si ritornò all’ordine costituito: l’etichetta continuò a stabilire caste e gerarchie, il rango trionfò, le differenze tra gli uomini furono esaltate, la meschinità fu scambiata per grandezza. E la vicenda di Cerentola tornò al regno di legittima appartenenza: quello trasgressivo e incantato dei sogni.

  • 19 maggio 2007
    Wolf

    Come comincia: Grande spinone bianco, macchia nera intorno all’occhio, lecca la ferita sulla fronte. Fratello, gioca in giardino col triciclo.
    Mamma, al piano di sopra. Altro cane, ben chiuso dentro il recinto.

     

    Wolf inizia ad abbaiare, Raf latra pure lui… attenzione… disteso in cantina… uno sbrego da paura in testa… due mesi d’ospedale; ventotto punti di sutura, quattordici interni e quattordici esterni.
    - Suo figlio è stato fortunato signora. A un anno e mezzo, poteva essere morto. Qualche millimetro oltre e avrebbe preso la tempia. -
    Caduto dalle scale, senza una goccia di sangue.
    Dalla ferita intravedi la vena pulsare balletti di possibile morte.
    Il telefono squilla, mia madre sale, la seguo a gattoni… nessuna colpa…
    Inciampo nella prima rampa. 

    Mio padre è un cacciatore anche adesso, nonostante la veneranda età.
    Un uomo non si deve mai smentire per le scelte. Fino alla fine.
    Iniziò da bambino, assieme a suo fratello e qualche amico.
    Passò dalla carabina ad aria compressa al calibro trentadue monocanna pieghevole a libro, al ventotto, poi il sedici.
    Oggi adopera fucili del dodici, automatici o sovrapposti: rosa di pallini più ampia, resa ottimale, certezza di colpire il bersaglio.
    Negli anni di mezzo c’è stato di tutto…
    Tiene, per ricordo, una doppietta calibro sedici con cani esterni, un vero pezzo da museo, da antologia dello sparo.
    Usciva all’aperto…
    - Cosa prendiamo per pranzo, oggi? –
    Stornelli, pernici, merli, tordi, cardellini, passeri... la fame…
    Il fagiano non circolava: preda rara, assente, introdotta qualche decennio dopo.
    In mezzo alla boscaglia, giusto fuori casa, già campagna.
    Stormi di allodole oscuravano il cielo, la migratoria concedeva pioggia di selvaggina… Cose che non succedono più… Giorni e giorni di nuvole, come passasse Dio, a seminare fertilità. L’uomo…
    La mia vita è sempre stata contornata dagli animali.
    Animali morti, in gabbia, nel recinto. Imbalsamati.
    Gatti, cani.
    Wolf, spinone italiano, bellissimo grifone imponente, un cavallo. Dopo l’ospedale, pensavo di essere John Wayne, con le pistole al fianco e un mucchio di bende in testa, al posto del cappello. Aggrappato in groppa, la criniera tra le mani, i piedi quasi sfioravano il prato…
    Amavo quel cane, uno dei tanti…
    Instancabile, andava in ferma con qualsiasi selvatico.
    Spariva in cerca troppo lontano… si accucciava ad aspettare… la preda già volatilizzata… il povero cacciatore, mio padre, tardava ad arrivare. A Wolf impossibile stargli dietro… potenza fisica... Apparteneva ad una razza peculiare… unica ad andare al galoppo… Uno spettacolo vederlo correre, all’aperto; incredibile. Il mantello ispido; rustico, resistente alle intemperie, adatto al bosco, dove c’è tanta vegetazione.

    Si stava bene, il boom economico, la possibilità di crescere benestanti… gli anni sessanta.
    Dopo tutto crollò, ma questa è un’altra questione…
    Già… il sessantotto.
    Abitavamo sempre nella stessa casa.
    Wolf non tornò più: successe un giorno.
    Mio padre l’aveva ceduto.
    In compenso, due segugi.
    - Sai, i segugi seguono le lepri fino allo sfinimento, corrono, non mollano, alla fine agguantano la preda coi denti, se non arriva il cacciatore, succede un macello… -
    Li chiamano segugi con qualche valido motivo, o no? Peggio di Attila… Più combattivi che mai… “Nick mano fredda”, Paul Newman, perennemente inseguito…
    Quegli anni tenevamo bracchi, setter, pointer, un vero e proprio allevamento. Vedevo partire la combriccola, armata di tutto punto. Telemetri, cannocchiali, mirini, giubbe, stivali, bussole. Fucili, grandi fucili, coltelli, richiami, collari, guinzagli, fischietti, archi, frecce, cartine topografiche. Vino, sigarette, cibo. Tende, paletti, vanghe, fiammiferi, giornali. L’orologio cronografo “Jungfrau”, diciassette rubini, antimagnetico, al polso di mio padre, vicino alla mano che stringevo. Amavo schiacciare quei bottoni: avvio tempo, arresta, riparti. Il cinturino flessibile si contorceva, compivo evoluzioni sul braccio paterno. Prima del commiato ero sempre nervoso, temevo di non rivedere più quello splendido orologio, quella macchina perfetta che cercavo sempre di possedere.  Sparivano per giorni. Tornavano con le loro fantastiche “prede”.
    Piangevo, vedendo quegli animali morti, le bestiole massacrate dai colpi. Non capivo perché Wolf partecipava, lui, il cavallo di John Wayne…
    Nella voliera tenevamo canarini, lucherini, cardellini, merli, tutto un casotto di cinguettii. Un giorno, l’amico di famiglia, il compagnone di caccia, appassionato uccellatore, ebbe la brillante idea di donarci (caso strano, perché, nell’ambiente, nessuno regala) un crociere. Strano uccello, grosso come un tordo, più o meno, e, particolare incredibile, con le punte del becco incrociate, robustissime. Come una ics, vi assicuro. Comunemente nominato “Il becch’in croce”… forse l’uccello del cimitero, pensavo.
    A vederlo sembra innocuo, si muove saltellando e vola cadendo dall’alto dei rami, tozzo come un sasso, in caduta libera verso il basso, senza un minimo accenno di battimento d’ali. Pareva Calimero, con questo becco incrociato, gli occhi tristi. Zampettava in una gabbietta piccolissima, così decisi, io, di spontanea volontà, la sua liberazione assieme agli altri pennuti, nello spazio grande della voliera, tre metri per quattro, situata in giardino.
    Col tempo, ogni notte, qualche uccellino cadeva morto stecchito. Quei giorni, in cui mio padre era via per lavoro, fu una vera mattanza. Ogni mattina trovavo qualche volatile a zampe all’aria sul fondo del gabbione. Non capivo proprio cosa potesse essere stato.
    Il crociere guardava con occhi tristi, zampettava.
    Alla fine rimase da solo, l’unico sopravvissuto, e capii…
    Mi guardava sempre, quell'uccello.
    Non potevo far altro che seppellire i morti.
    Mio padre tornò a casa.
    “Leggermente” arrabbiato dalla scoperta. Disse che il crociere doveva rimanere solo, nella gabbietta originaria. Per questo ce l’avevano regalato, perché non serviva a niente, le sue carni non pregiate, non cantava, brutto, solo “ciuop” ogni tanto, e poi ti guardava con quegli occhi tristi. Assassino. Con difficoltà lo riacciuffammo; per non ferirlo e soprattutto non farsi beccare, usammo i guanti… un’impresa.
    Io credevo che, con quel becco là, non riuscisse nemmeno a mangiare… altroché, peggio di una tenaglia. Papà riteneva fosse in grado di aprire di tutto, noci comprese. A dimostrazione: le povere teste dei cadaveri raccolti sul fondo della voliera.
    Assassino.
    La gabbietta rimase lì per non so quante settimane.
    Alla fine mi decisi.
    Chiesi un passaggio in automobile e andammo con Wolf a liberare il crociere in montagna, nel suo habitat, dove, territoriale come era, poteva vivere. Tra le conifere, arrampicandosi come i pappagalli, cibandosi di semi, bacche, insetti e larve.
    Così avvenne…
    Quegli occhi tristi mi facevano stare male… quasi estinti, ora… sono protetti.

    Gli anni passano e Wolf sicuramente starà correndo, assieme ad altri cani, nelle verdi praterie.
    L’altra sera, mentre oliava il percussore del fucile, notai emozione, negli occhi di mio padre. Il vecchio guinzaglio di cuoio fuori dall’involucro che lo proteggeva, dalla polvere.
    - Sai, oggi mi è tornato in mente Wolf… Camminavo in silenzio col  bastone alla mano, per cercar cove di fagiani. Improvvisamente, appena girato l’angolo, me le sono trovate davanti: quattro cerve, ferme controvento, dietro un boschetto. Sorprese, mi guardano, ritte sulle zampe, impietrite… e quegli occhi, così dolci, grandi… Potevo quasi toccarle, a pochissimi metri. Mai in vita mia ho provato una sensazione simile. Stavo sognando? Sapevano che, la stagione venatoria, era finita? Quale presentimento faceva intuire a quelle bestiole che, anche se potevo, non avrei sparato? Perché ad  ucciderle, te lo giuro, non sarei riuscito… Quegli occhi… Quattro cerve, ma ti rendi conto? Da non credere… –
    - E cosa ti ha fatto ricordare Wolf? Gli occhi? –
    - No… la bellezza. La bellezza della vita. –
    - Stai diventando vecchio. Troppo tenero. –
    - Sono già vecchio, purtroppo… -
    - Posso farti una domanda? –
    - Chiedi, chiedi pure… -
    - Perché non hai più ripreso uno spinone, un altro come Wolf? –
    - La settimana scorsa sono uscito con un amico: contentissimo, aveva acquistato uno spinone di pochi mesi, già un asso. E io, insomma, bravo come Wolf... Tu, proprio tu, mi chiedi perché? Lo sai, il motivo. Inutile parlare. –
    - Dovevi tenerlo, quella volta, lasciarlo nel recinto, a finire i suoi giorni. –
    - E come? Lui voleva uscire, non sarebbe mai stato fermo. In battuta si sacrificava sempre, instancabile. L’ultima volta lo raggiunsi, lungo il canale, e lì capii che non ce la faceva più.
    Era distrutto, ansimava, si reggeva a fatica sulle zampe. Lo sollevai in braccio e mentre guaiva, mise il muso sulla mia spalla. Appoggiai la mano, percependo il cuore andare a mille; ansimava nervosamente. Lo adagiai piano sul sedile della macchina. Gli altri cani li chiusi nel bagagliaio. Dopo qualche settimana Wolf cambiò casa. Da Roberto morì l’anno successivo, serenamente. –
    Questo mi disse mio padre, l’altra sera.
    Di anni ne ha sulle spalle e anch’io non scherzo, in fatto di età.
    Penso proprio che, tra un po’ di tempo, prenderò un altro cane.

  • 09 maggio 2007
    L'ultimo giorno

    Come comincia: Arrivarono all'ultima cittadina affacciata sul Mar Baltico quando già era sceso il buio, l'aria già troppo fresca.
    Si fermarono in un piccolo locale del porticciolo, le luci accese quasi impercettibili.
    Li accolse una giovane dagli occhi verdi e la pelle color del miele, una musica di lacrime risuonava tra le mura. Al banco tre pescatori bevevano vodka attendendo il levarsi della notte e l'inizio della quotidiana battaglia.
    La ragazza offrì ai due l'unico tavolo. Al centro di esso una composizione di fiori secchi e una tovaglietta ricamata d'altri tempi. Lunghe ore trascorsero senza che i due scambiassero alcuna parola.
    Gli occhi di lui si voltarono, illuminandosi del primo raggio di sole.
    Uscirono. Dinanzi a loro l'immensa spiaggia deserta. Iniziarono il cmmino fra la sabbia grigia, profili di barche disturbavano l'acqua addormentata, l'ombra di lui si stendeva lunga e irraggiungibile.
    Incontrarono una duna rocciosa e vi ci sedettero. Ancora gli occhi di lui accolsero la luce del sole, lo sguardo fisso in un'espressività logorata dal tormento.
    Le mani di lui sfiorarono l'acqua, accarezzarono le sue forme morbide, il suo respiro si fece ansioso. Soltanto in quell'istante si accorse di non essere solo, di non esserlo mai stato.
    I capelli di lui profumavano del vento salmastro.
    I due si allontanarono.
    Venne il giorno, poi venne la notte.

  • 08 maggio 2007
    La mazzata

    Come comincia: Se ci fosse una parola chiave per la mia città, quella sarebbe palestra. Decine, dozzine, cinquantine: secondo precisi studi statistici, è presente una palestra ogni dieci nuclei familiari, ovvero 0,001 pezzo di palestra in ogni metro quadro della città.

     

    La mia, anzi, la breve storia mia e del Paola (veramente il suo nome è Domenico-Maria Paolantonetti, ma dato il nome ridicolo che ne scaturisce si preferisce chiamarlo il Paolo)… stavo dicendo… la nostra breve storia avviene in una palestra della mia città, il tempio della cura del corpo più ricercato, il luogo d’incontro dei truzzetti più vip e preferiti dalle ragazze (io e il Paola però non siamo in questo elenco), quella frequentata da chi conta.

    Il nome è sputtanato, Fitness World, e per grandezza non è paragonabile all’olimpico della nostra città (l’altrimenti detto Civitelle-stadium), ma qui io e il Paola abbiamo passato e passeremo grande parte della nostra adolescenza, con fini ben precisi: fare il gioco ‘se-tu-sollevi-40kg-alla-panca-io-ne-metto-due-in-più-e-ti-ho-battuto’, e tentare di abbordare... sempre invano.

    In quel momento stavo vincendo al gioco ‘se-tu-sollevi-40kg-alla-panca-io-ne-metto-due-in-più-e-ti-ho-battuto’… il Paola si fa fregare molto facilmente. Per chi non l’avesse capito il Paola è quel ragazzo magrolino che sta appoggiato al muro, braccia scheletriche conserte, occhiali alla Ciccio Graziani e pizzetto alla Trezeguet. Non ha 32 anni, ne ha 15.

    Per lui l’uomo perfetto deve avere la saggezza di Gandhi e la forza d’Arnold Schwarzenegger. Lui è uno dei pochi ad avere l’intelligenza di Big Show e il fisico del nostro prof di filosofia, alquanto gracile.

    Io sono il ragazzo che lo sta additando, ridendogli visibilmente in faccia. Poco da raccontare di me: fisico bello e prestante, nonostante qualche rotolino di grasso, nessuna traccia di pettorali scolpiti e addominali larghi. O era il contrario? Addominali o Tricipiti? Bicipite anteriore o quadricipiti femorali trapezoidali?

    Non è che in due anni abbiamo capito molto in fatto di palestra e cura del corpo, figurarsi riguardo le ragazze e problemi della vita molto più seri. Per questo quel giorno ci siamo messi nei guai.

    Comunque la nostra totale ignoranza è dovuta a quel tipo laggiù, quel ragazzino alto 1,70 m fisico scolpito e messo in risalto dai vestiti aderenti, il nostro capo-palestra, che si muove con grazia robotica allungando lo sguardo per notare discepoli poco attenti, come noi, ragazze piacenti e statue di marmo che reputa suoi migliori alunni.

    Una volta il Paola gli disse che senza t-shirt aderente e scollata, molto spesso, il fisico non è che gli si potrebbe vedere molto: quel giorno dovetti spiegare alla mamma del Paola perché lui quel giorno aveva lo sguardo fisso, comunicava solo con mugolii . Ma ci volevamo bene in fondo.

    “Passami la mazza.”
    “Che battuta ambigua.”
    “C’è poco da scherzare.”
    “Sicuro di volerlo fare?”
    “NO. Anche se è un ordine del capo.”
    “Lo so, quando il capo comanda. Ha sempre ragione.”

    70 kg di ciambelle, in gergo, ovvero di pesi metallici, 70 kg a un’estremità e altri 70 kg all’altra del bilanciere. Il gigante li alza con grazia, conta digrignando i denti, strabuzza gli occhi di tanto in tanto e dopo quell’impresa riposa il peso sui due blocchi metallici che paiono non vogliano accettare quel quintale e mezzo di ferro appena sollevato dall’energumeno. Tutti guardano la bestia, circondata da pochi fedeli, persone fidate, persone che ogni tanto vanno da lui per chiedergli qualche consiglio o lavoretto. Lo chiamano il Capo, vi lascio immaginare il perché.

    Conosce pezzi grossi quel tipo, è una macchina che fiuta denaro ovunque, che non ha paura di niente, che carica senza guardare in faccia a nessuno: a me e al Paola ha commissionato spesso dei lavoretti, di tanto in tanto. Molto retributivi. Ma molto pericolosi.

    Solo ora però mi accorgo che io e il Paola siamo due pirla. Abbiamo sempre rischiato grosso quando abbiamo lavorato con lui. E l’ultima volta abbiamo rischiato veramente troppo: avevamo smerciato per il Capo un po’ di Marja e stavamo fumandocene ciò che restava laggiù, ai giardini pubblici, alla luce della luna,che ci guardava sorridente con gli occhi sognanti e stanchi, che ci rimproverava sul fatto che fosse troppo tardi e che dovevamo andare a riposarci, dopo una notte passata tra ragazzi gasati perché avrebbero provato la prima canna e tossici in crisi di astinenza.

    E infatti era notte fonda, ma si sa, gli sbirri non dormono mai. Ricordo solo le parole che ci tradirono.

    “Cosa vi state fumando ragazzi?”
    “Philip-Morris fine…”
    “Ma di solito le sigarette fine non sono così fine.”
    “Sono speciali.” Disse il Paola ammiccando allo sbirro, prima di poter prendere a testate il muro e guardarmi sussurrandomi nelle orecchie.

    “Questo è un tipo ambiguo. Ci sta provando con me”

    I guai che abbiamo passato, e che il capo per poco non passò, ci fecero guadagnare la sua collera. E soprattutto quella dei genitori.

    In quel momento, al cospetto del bilanciere, altare sacro nel tempio della cura del corpo e della mente, attorno a quell’uomo che, così come Socrate attirava flotte di giovani, ci inchiniamo per ingraziarci il capo. Ci ha chiamati per dire una cosa molto importante.

    Il Paola è molto affascinato dalla figura del Capo, soprattutto per i suoi discorsi filosofici, politici, religiosi. Teorie semplici per il Paola, irreali ma affascinanti per me, che ripropone, giorno dopo giorno, con qualche particolare diverso.

    Ci illustra nuovamente il suo pensiero politico, cioè che se ci fosse stato il Duce ora ci sarebbe stato l’ordine e che i totalitarismi erano state cose buone perché tutti sapevano cosa e come fare, ci racconta riguardo al suo pensiero filosofico, ovvero che la bellezza della mente non è equiparabile a quella del corpo (o viceversa? Non ricorda tanto), ci illumina riguardo al suo pensiero religioso, ovvero che c’era e c’è una cupola, un concilio di persone che da duemila anni controlla il mondo, che ci comanda attraverso la religione. Detto ciò, inizia ad illustrare il suo piano.
    Se fosse andato in porto, avremmo riconquistato la sua fiducia. Avremmo solo dovuto fare ciò che un comune mortale con senno avrebbe di sicuro rifiutato.

    Accettiamo e il capo ci spiega la situazione.

    “Non me la sento.”
    “E dovrei sentirmela io? Tu hai accettato.”
    “Sì… però bisogna proprio fare tutto questo?”
    “E’ questione di secondi”
    “Provaci tu…”
    “Ti ricordo che gli ordini del capo sono ordini.”

    “Ho un favore da chiedervi, ragazzi.”
    “Parli pure, capo.”

    Il capo mi fulmina con lo sguardo.

    “Non sei tu a dirmi quello che devo fare.”.

    Il Socrate che conoscevamo ora diventa uno Stalin. E continua a parlare.

    “In ogni caso…se volete riguadagnare la mia fiducia. Dovete fare un favore per me.”

    Anafore, allitterazioni, altre figure di suono e di sintassi. Il Paola successivamente mi parafrasa le cose dette dal Capo e mi spiega cosa dobbiamo fare: andare da una certa parte, a un certo orario, e aspettare certi altri ordini che avremmo trovato dentro una busta dentro un albero.

    Aprire la busta ed eseguire gli ordini.

    Guadagno: 80€ a testa.

    Rischi: pochi, se il lavoro fosse stato fatto alla certa ora.

    La certa ora si aggira tra le 2 e mezza e le tre di notte.

    Ci teniamo svegli davanti al televisore, dalle nove di sera fino alla certa ora, passando il tempo con tutti i videogiochi che il Paola in 15 anni della sua vita era riuscito a racimolare ingannando i bambini. Ai miei avevo assicurato che stavo in campagna dal Paola.

    Come stiamo?

    Occhi stanchi e arrossati da qualche sigaretta di troppo, fisico stressato dalla palestra, materia grigia degradata dal troppo fumo, passivo e non: la missione inizia per il verso giusto.

    Saliamo sui motorini e ci avviamo verso il certo luogo. La strada è libera, sgombra, una deserta discesa ricoperta di platani e luci offuscate dei lampioni semi-fulminati. Ecco il posto: un quartiere di gente per bene, abitato da dottori e commercialisti, gente calma, che vogliono bene alle proprie mogliettine per bene, che si fanno i fatti loro e non cercano guai. E’ lì che dovevamo svolgere la missione.

    Il Paola scova la busta. La apre, mi guarda con i suoi occhi stupiti. Con l’altra mano impugna una mazza da baseball che sta buttata per terra, ai nostri piedi.

    “Non posso.”
    “Spacca sti vetri.”
    “Merda.”
    “Dai che lo faccio io.”

    Il Paola mi strappa la mazza da baseball dalla mano e inizia il lavoro.

    Il bello è che i vetri della Marea sono molto resistenti. E il Paola ci mette molto per distruggerli completamente.

    Però alla fine ci divertiamo. Così come il Paola scarica le legnate sui piccoli fanali della Marea, facendo roteare con grazia, eleganza e divertimento la mazza, io guardo divertito la scena, scaricando lo stress accumulato da una vita. Avrei voluto provare anche io, ma venti secondi dopo, scappammo con i nostri mezzi.

    Giorno dopo. Palestra. Il capo ci guarda con occhi felici, porgendoci un’altra busta.

    “Sono molto felice del lavoro che avete combinato ieri sera.”.
    “Si figuri capo, per il suo rispetto tutto è lecito.”
    “Dentro c’è una sorpresina, godetevela. La potete vendere oppure usarla.”
    “Che cosa è?”
    “Secondo voi perché io sono così?”

    Doping? Testosterone? Creatina? Lo lasciai al Paola. Io avevo solo voglia di tornare a casa.

    Il Paola vuole rimanere perché doveva provarci con una tipa. Una certa Annalisa, una dea della bellezza, un angelo caduto dal cielo, una creatura più unica che rara… secondo lui… lo lascio andare... poraccio, anche uno come lui può amare. Lo lascio e torno a casa.

    “Che schifo."
    “Che c’è, father?”
    “Lascia stare?”
    “Che succede?”
    “Figlio.”
    “E’ la prima volta che mi chiami figlio.”
    “Figlio…questo mondo fa schifo.”
    “Che è successo?”

    Mio padre prende una boccata d’aria prima di parlare, poi mi mostra delle foto.

    Un auto. Un auto semi-distrutta. L’auto semi-distrutta. L’auto-semidistrutta da due vandali. L’auto distrutta da me e dal Paola.

    “Guarda che schifo.”
    “Di che si tratta?”

    E Il father mi spiega la storia. Un giornalista, pure un po’ testardo e cocciuto; aveva scritto un articolo molto compromettente contro una persona importante. E qualche bastardo aveva mandato qualcuno a distruggergli la macchina.

    Tacqui.

    “Che schifo.” Pensai.

    Il Paola mi sventola davanti al naso la bustina.

    La vuole provare. Ma non lo sa per quella stupidaggine cosa abbiamo combinato.

    “Dai… la proviamo?”
    “No…buttala?”
    “Ma stai a dire sul serio?”

    Do uno schiaffo alla mano del Paola: la neve bianca si sparge per la camera, poggiandosi ovunque. Il Paola si dispera silenziosamente, gli occhi gli si fanno lucidi quando vede il suo cane, entrato in camera, che lecca il pavimento, starnutisce, si rotola su se stesso.

    Il Paola si butta per recuperarne quanta più possibile, poi la assaggia e mi guarda.

    “Cosa ci saremmo dovuti calare? Chetamina? Coca? Creatina?”

    Il Paola lacrima leggermente.

    “Polvere di gesso aromatizzata con schiuma da barba.”

    Il capo. Si alza dalla panca e come al solito viene circondato dai suoi amici, dai ragazzini in cerca di favori, da uomini alla disperata ricerca di favoretti. Tutti in fila.

    Non li guardo con invidia. Sto uscendo dalla palestra quando incrocio il Paola che entra in palestra.

    Lo guardo, lui fa la stessa cosa, poi indica con il mento davanti a se.

    Annalisa, la sua ragazza, o almeno quella con cui avrebbe dovuto provarci, che entra in uno stanzino con un palestrato con i capelli meshati, espressione da beota, che le sorride con una strana luce negli occhi.

    E’ il Paola il primo a parlare.

    “Qual è la morale di tutta questa storia?”

    “Non so… mi sembra uno sceneggiato di un film comico di serie B.”

    “Ma i film comici di serie B hanno sempre un finale lieto. Alla fine veniamo ripagati e i cattivi finiscono in prigione.”.

    “Ti ricordo che siamo noi i cattivi.”

    “Allora… è una metafora della vita? Per soldi siamo capaci di fare tutto, ci si gasa, ci si monta la testa e non si sta con i piedi a terra, si fanno cose cattive senza accorgersene, si calpestano innocenti, ma alla fine ci si accorge, tra la melma dei sensi di colpa, che siamo noi stessi i calpestati…”

    “No… meglio una morale…”
    “Politica?”
    “Che tutti quanti siamo mercenari e che non abbiamo più ideali?”
    “Lascia stare.”
    “La vuoi sapere una cosa? Questa storia non ha una morale.”
    “E’ immorale?”

    Guardo il Paola. Ha sempre la battuta, stupida, insensata, che non fa ridere spesso ma pur sempre appropriata, in certi momenti in cui non ci resta altro che piangere.

  • 07 maggio 2007
    Pirati! 1 Marzo 2004

    Come comincia: ... Certi segnali in oceano non si notano neanche, spesso spariscono dopo un paio di minuti, non ci può essere un'altra imbarcazione da queste parti, sarebbe un caso raro... eppure quel maledetto puntino continuava a lampeggiare sul radar come se volesse farsi notare a tutti i costi, come messo di un vicino pericolo... non ero tranquillo, sentivo che c'era qualcosa di strano e ciò mi turbava per questo presi tutte precauzioni possibili ed imbracciai il binocolo alla ricerca di qualcosa di abbastanza grosso da lasciare un segnale così nitido... non vedevo niente... l'oceano sa essere così crudele a volte, ti circonda di una foschia in realtà quasi inesistente, quanto basta per sgranare le immagini di oggetti lontani... "non devo preoccuparmi", pensai, ma all'istante la coscienza prese il sopravvento sulla ragione e cambiai opinione... quella maledetta eco non era un'onda più grossa delle altre... si avvicinava... rapidamente... dopo mezz'ora cominciai a notare un microscopico puntino all'orizzonte... dovevo coprirmi gli occhi, era proprio contro il sole rovente dei tropici e a quell'ora, mezzogiorno preciso, era quasi insostenibile... ma il fastidio di una luce così intensa proiettata nelle mie pupille non mi faceva demordere, continuavo a guardare il puntino che intanto aumentava la sua dimensione... presi il binocolo una seconda volta, ci misi qualche istante a centrare l'obbiettivo, il vecchio Makalos ballava sulle onde quanto bastava da costringere me e il resto dell'equipaggio a trovare solidi appigli per potersi muovere con sicurezza, non riuscivo a vedere... l'aria era calda, molto calda, ma non mi dava fastidio poiché la brezza marina compensava dando invece un senso di benessere... un benessere talmente appagante da risultare quasi scomodo visto il mio nervosismo... il mare è grande, nel più completo dei sensi...

     


    Tutta questa apparente tranquillità cominciava a darmi i nervi, sentivo che qualcosa non andava eppure non succedeva ancora niente, c'era solo quella sagoma che si avvicinava sorniona, in maniera quasi inquietante... "lo sapevo"... è questo che dissi non appena capii cosa avevo di fronte... una barca... una grossa barca di legno, con lo scafo dipinto a strisce orizzontali in tipico stile somalo... la cosa non prometteva bene... noi eravamo armati, fino ai denti, proprio a causa dei pirati somali che impestavano il corno d'Africa... i miei pensieri si accavallavano di continuo... "i pirati!", "macché, e poi proprio a noi? no, è impossibile"... ecco che tutto diventa più chiaro... vedo distintamente una decina di uomini che trafficano verso poppa... calano una barchetta in acqua... con una frenesia tale da farmi pensare ad un'emergenza... ma capii subito che non era così... la barchetta, in cui salirono tre uomini, si avvicinava a tutta velocità verso di noi... era il momento della verità, pirati o no adesso avrei capito a cosa andavo incontro... poi d'improvviso ebbi quasi un infarto... ero stato lì, ad aspettare, senza aver avvisato nessuno... chiamai subito mio padre a squarciagola, con un tono tanto preoccupato che nonostante fosse a dormire mi raggiunse in pochi istanti... appena vide la barca avvicinarsi pronunciò delle parole che mi penetrarono il cuore... "ci siamo"... cosa voleva dire? lo capii subito, non appena prese l'AK-47 e lo poggiò sul tavolo da carteggio... quel gesto mi fece tremare...


    "Sono armati?" mi chiese lui mentre li centravo col binocolo... "no" risposi io deciso... riuscivo a vedere nitidamente l'interno della barca in avvicinamento e potevo dire con certezza che no, non erano armati... il tempo di rispondere che i tre individui raggiunsero il Makalos... "fish, fish!"... pesce?! ma come? non erano pirati?? provai un'enorme sollievo... anche papà sembrava rinsavito all'istante... rispondemmo di no, in maniera decisa... come potevamo comprare del pesce a duecento miglia dalla costa? era ridicolo... troppo ridicolo... era stupido... già, stupido... e questo pensiero era talmente spontaneo che spontanea fu anche la paura che lessi nel volto di mio padre... alla nostra risposta negativa uno dei tre uomini prese un coltello dalla cesta del pesce, un piccolo coltello da cucina... non lo rivolse contro di noi, ma all'esatto opposto... verso la barca più grande... era un segnale... stava facendo riflettere la luce del sole sulla lama di metallo... sentii come se d'un tratto si fosse rotto qualcosa... quella tensione emotiva che aveva preceduto quel gesto era svanita nel nulla, lasciando invece il posto ad un naturalissimo istinto di sopravvivenza... papà si mise al collo il fucile, lasciò scorrere la mano nel gesto di caricare quel mostro pieno di piombo e subito dopo le barchette divennero due.. non più con tre uomini a bordo, distinguevo sei uomini per barca, erano talmente tanti che la scena, se non vissuta direttamente, poteva sembrare anche comica.. ma tutto era tranne che comica in quegli istanti di apprensione e perse tutta la sua importanza nel momento in cui dalla barca più vicina a noi partì, chiaro come una scritta nera su un foglio bianco, un colpo di fucile... ci sparavano addosso... ero terrorizzato, non sapevo che fare, il primo istinto fu quello di nascondermi sotto coperta, magari nella sentina... ma non potevo comportarmi in maniera così vigliacca, ero in pericolo e dovevo affrontare da uomo la situazione... mi girai, vidi la scatola dei proiettili sul tavolo da carteggio e senza esitare riempii un caricatore, così da poter dare un supporto a mio padre nel caso avesse finito i colpi... papà era interdetto, nel suo volto si leggeva sia paura che coraggio ma alla seconda raffica, questa volta ad altezza d'uomo, rispose con ferocia, le due imbarcazioni cominciarono ad avvicinarsi a tutto gas; erano a cento metri quando con mio immenso stupore papà mi dette il fucile e si mise ai comandi del Makalos nel tentativo di seminare gli aggressori... ma eravamo palesemente più lenti di quelle rapide lance di legno, si avvicinavano sempre di più, ero terrorizzato... con un AK-47 tra le braccia... cosa fare? in quei momenti si cessa di pensare... si agisce... e fu così che risposi ancora una volta al fuoco, ad altezza d'uomo, senza curarmi dei miei stessi principi morali che facevano dell'omicidio un terribile delitto... sparai, sparai, e sparai ancora, il sordo rumore delle pallottole che esplodevano all'interno del fucile mi dava una carica enorme, non ero più me stesso, ma un animale che proteggeva il suo territorio... fino a quando non vidi chiaramente dei frammenti di legno volare per aria tra le due barche che ci inseguivano... avevo fatto centro... la cosa mi eccitava e mi inorridiva allo stesso momento... ma fu lì che capii di aver fatto la cosa giusta... misi paura ai "pirati".. che senza batter ciglio cambiarono direzione e a tutta velocità tornarono verso il grosso barcone di legno...


    Era tutto finito... mi venne spontaneo guardare l'orologio... erano le 12.20... era successo tutto in venti minuti... venti minuti che erano sembrate ore interminabili... come interminabile fu l'abbraccio che dopo quasi due ore di motore a pieni giri ci scambiammo con mio padre... eravamo salvi.. un padre e un figlio potevano continuare la loro avventura...

  • 07 maggio 2007
    Pensieri

    Come comincia: Quei momenti in cui ci si guarda in giro e si vede un paese straniero diventare la propria casa... quelli sono momenti da ricordare, che ti formano, che ti insegnano a vivere... io ero lì, sul ponte del Makalos, e guardavo quella foresta selvaggia ancora una volta... e non sentivo più dentro di me quella sorpresa, quel senso di novità che ci impedisce di apprezzare a pieno l'essenza di ciò che si vive... ma ora cominciavo a capirla quella foresta, a conoscerla, ad essere in definitiva parte di lei... io e la foresta, io e il mare, io e quelle isole sperdute nell'oceano indiano, non eravamo più due cose separate, ora eravamo una cosa sola, e la cosa mi conferiva un senso di appagamento senza precedenti... E proprio lì, in quegli istanti in cui io mi sentivo perfettamente integrato, capivo che ero a casa... non uno stabile, non una provincia, non una nazione... ero a casa, ovunque fossi... la consapevolezza di vivere in un mondo che è casa di tutti e proprietà di nessuno mi rendeva felice... forse era un modo per scacciare i ricordi di ciò che avevo lasciato, un modo per evitare di sentire la mancanza delle persone che ora erano lontane decine di migliaia di chilometri, ma ciò non mi turbava più di tanto... sentivo l'aria tiepida del giorno che mi accarezzava il viso, il profumo di mare che riempiva le mie narici e non c'era più niente che potesse turbarmi... avevo scacciato i miei fantasmi, avevo raggiunto l'appagamento, non c'era niente che desiderassi oltre al vivere quei momenti... e capivo... capivo quanto sia piccolo l'uomo davanti alla natura, così selvaggia e implacabile, così materna e protettrice, così spietata e attraente...

     


    Tutto questo avvolgeva la mia mente in un caldo mattino di Mahè... Non ho più smesso di provare quell'appagamento... e ciò può sembrare un bene, ma non lo è... Se si vive in un mondo che sentiamo nostro, che ci appaga totalmente, il suo ricordo, così intenso, può farci male quando siamo costretti a lasciarlo... Tornato in Italia mi resi conto di quanto distante fosse in realtà la mia casa... non ero tornato a casa... capii che la realtà dei fatti era che io a casa non c'ero mai stato prima di quel viaggio in Africa, prima di quel viaggio con me stesso...


    E forse tutto questo ha giocato a mio svantaggio... ho cercato in tutti i modi di rendere partecipi le persone che amavo, ma come si fa a trasmettere un'emozione così forte e appagante con le parole? non si può, si può provare, certo, ma non si può riuscire... e questo mio disperato tentativo ha portato solo alla creazione di un muro tra me e i miei amici... mi sentivo come chi grida aiuto sotto una campana di vetro... si può gridare con tutta la forza possibile senza però essere sentiti, tantomeno ascoltati... Non ero superiore agli altri, ero solo stato più fortunato, avevo visto ciò che nel mondo "civilizzato" non si può vedere, la VERITA'... e questa mia fortuna si trasformò tragicamente in un peccato mortale... io amavo quelle persone, ma quegli stessi individui per cui davo l'anima ogni giorno mi voltarono le spalle, forse perchè mi vedevano diverso... io ero straniero... perchè ero stato a "casa" per un anno... sì ero diverso... molto diverso... e come tutto ciò che è diverso ricevevo pregiudizi di ogni sorta... ebbene sì, ero diverso, ma non mi sono mai pentito di questo... perché pentirsi di vivere è la più grande offesa che si possa fare a noi stessi...


    C'era un tempo in cui un ragazzo ebbe la fortuna di vedere il mondo com'era realmente... C'era un tempo in cui egli provò a rendere partecipi i suoi simili.. C'era un tempo in cui egli si ritrovò solo...


    Ora le cose vanno certamente meglio grazie ad una Stella caduta dal cielo, ma questo non può e non deve bastare... basta cattiverie, basta prese in giro, basta falsità... il mio compito è di far capire agli altri cosa ho provato, perché muore lentamente chi non condivide la felicità con chi gli sta vicino... e io non voglio morire lentamente... voglio vivere... vivere.... vivere fino in fondo... col sorriso sulle labbra... e la coscienza di aver fatto ciò che andava fatto...

  • 04 maggio 2007
    Il Generale Inverno

    Come comincia: Ghiaccio, freddo e neve: Legoran ne aveva abbastanza di quel maledetto tempo. La Corporazione l'aveva pagato profumatamente per quella missione, ma lui era deciso a chiedere almeno il doppio al suo ritorno in città: se mai fosse riuscito a tornarvi.
    Ma che diavolo ci faceva lui, un elfo, in mezzo a quelle montagne innevate? Chi glielo aveva fatto fare? Come al solito non lo faceva per soldi né per far colpo su una donna, ma solo per pura e semplice ambizione, esibizionismo, voglia di mettersi alla prova con sfide sempre più pericolose... ma c'era forse anche dell'altro?
    Quella, doveva ammetterlo, era forse la più difficile missione in cui si era trovato fino ad allora.
    I suoi occhi scrutarono le montagne intorno a lui per poi scendere verso il basso nella Gola dell'Orsa: tende, voci, fumo, un accampamento.
    Si concentrò e individuò la sua preda, un uomo, un uomo tra tante strane temibili creature: Yeti delle montagne, Troll dei ghiacci, goblin e coboldi.
    Un uomo sufficientemente forte da poterle comandare: il Generale Inverno.

     

    Il Generale era un uomo di mezza età, alto, forte, robusto: i suoi capelli bianchi contrastavano con la sua carnagione ancora giovanile e i suoi occhi erano di un azzurro gelido.
    Nessuno sapeva il suo vero nome, nessuno sapeva da dove fosse venuto: tre anni fa era apparso all'orizzonte alla testa del suo esercito e non c'era stata città che fosse riuscita ad opporsi alla sua marcia.
    Il freddo e il gelo erano i suoi validi alleati e nulla riusciva a spezzare la morsa del ghiaccio con cui circondava le città sotto assedio.
    Nessuno era in grado di stabilire se fosse un guerriero, un mago, un chierico o uno sciamano o peggio un terribile connubio di tutte queste classi; c'era comunque un solo aggettivo adatto per descriverlo: invincibile.

    Legoran lo stava seguendo ormai da quasi otto mesi, otto lunghi interminabili mesi lontano dalla patria, unico testimone vivente della distruzione del Generale.
    Certo alcune volte c'era mancato un pelo che fosse scoperto, ma col passare del tempo si era fatto furbo e aveva iniziato a conoscere meglio il suo nemico, a temerlo per la sua forza e a stimarlo per la sua audacia.
    Se non fosse stato al servizio delle forze del Male forse sarebbero potuti anche diventare amici, ma la realtà era diversa: lui, Legoran, rappresentava il Bene, il Generale era il Male.
    Bene contro Male, la lotta eterna iniziata nella Notte dei Tempi, si ripresentava nuovamente nel mondo, un mondo che non era ancora pronto per una nuova guerra.
    Legoran, non era il primo a cui era stata affidata quella missione, altri l'avevano preceduto, ma tutti avevano fallito incontrando presto o tardi la morte.
    Cavalieri e maghi avevano usato l'acciaio, l'argento e la magia per fermare il Generale ma erano stati annientati, i chierici non erano riusciti a salvarli: nessuno era preparato a far fronte all'enorme poteri dei Ghiacci Eterni.
    La Corporazione disperata si era rivolta anche ai migliori assassini: ma il risultato era stato lo stesso: morte, morte, morte.
    E intanto le città capitolavano una dopo l'altra...
    Legoran doveva fermarlo: presto il Generale sarebbe arrivato anche nella foresta degli Elfi, nella sua patria, non doveva permetterglielo.
    Legoran si chiuse in se stesso, ripassando il piano nei minimi dettagli.
    Non poteva affrontare il Generale insieme al suo esercito, doveva sfidarlo da solo: e finalmente aveva trovato il modo. L'accampamento era fermo nella Gola dell'Orsa da quasi una settimana: qui il Generale con l'aiuto della Magia e dei Troll aveva scavato nella Montagna una grotta, la Grotta del Gelo, così Legoran l'aveva sentita chiamare più volte dai soldati.

    Legoran sapeva bene cos'era: il tempio del Generale, l'unico posto dove non era ammesso entrare a nessuno, l'unico posto dove avrebbe potuto affrontare il nemico in un duello diretto; sfidare il nemico a casa propria era praticamente un suicidio ma Legoran non aveva altra scelta.
    L'adrenalina scorreva abbondante nelle vene e gli dava quel senso di euforia che lo accompagnava ogni volta che andava incontro alla Morte.

    Il sole tramontò lasciandosi dietro una notte buia senza stelle; Legoran penetrò nell'accampamento, un'ombra tra le ombre: neutralizzò le due sentinelle davanti al tempio ed entrò.
    L'atmosfera era gelida, il suo stesso respiro si trasformava in minuscoli cristalli di neve, il silenzio era assoluto: le pareti di ghiaccio isolavano completamente il piccolo tempio dall'esterno, almeno nessuno li avrebbe sentiti mentre combattevano.
    Una voce ruppe la quiete... "Ti stavo aspettando, Elfo!", Legoran sbiancò. Il Generale apparve dal nulla di fronte a lui, armato di spadone, protetto da un'armatura di piastre, avvolto nel suo mantello coperto di rune: invincibile, imbattibile...
    Niente fattore sorpresa, niente imboscata, uno scontro faccia a faccia con probabilità di riuscita praticamente nulle, adrenalina alle stelle.
    Legoran si riprese dalla sorpresa e agì: impugnò la spada e caricò il nemico, facendo una finta a destra per poi colpire a sinistra sperando di penetrare nella guardia del nemico, ma il Generale era uno spadaccino formidabile e sembrava anticipare ogni sua mossa.
    Un ghigno malefico accompagnava ogni parata e Legoran iniziava ad avvertire i primi segni della stanchezza.
    Il Generale lesse la sua incertezza negli occhi, colse l'attimo e lo colpì. L'impatto fu tremendo: sebbene l'armatura elfica avesse deviato lo spadone, Legoran fu trafitto al braccio da migliaia di piccoli aghi gelidi, sentì il freddo tocco della Morte e per un istante temette di essere giunto alla fine.
    Istintivamente sollevò la spada e riuscì a salvarsi da un affondo letale, ma la potenza dell'impatto era superiore alle proprie forze e la spada gli scivolò di mano.
    Era ferito, disarmato, sfinito...

    Il Generale guardò il suo avversario pregustando la vittoria, il trionfo del suo potere, ma Legoran non era solo un guerriero... troppo tardi il Generale si accorse dell'incantesimo che l'elfo stava recitando.
    Un getto d'acido lo colpì in pieno, il suo mantello lo protesse, ma lo spadone si sciolse.
    Erano entrambi disarmati: la partita era ancora aperta.
    Il Generale era furente: evocò il suo potere e scagliò delle lame di ghiaccio contro l'elfo che lo trafissero a morte.
    Troppo facile... maledizione era solo un'illusione...
    Legoran era alle spalle del suo nemico: la magia scaturì ancora dalle sue mani assumendo la forma di una lancia di fuoco.
    Il Generale colpito alla spalla, urlò di dolore e di odio "Basta trucchi!": l'intero tempio fu colpito da una tempesta di ghiaccio; l'elfo cadde a terra colpito in pieno dalla furia del freddo.
    Legoran era quasi in punto di morte: era sfinito, ma la sua mente continuava a pensare; adorava quei momenti, sembrava quasi che avesse volutamente spinto il nemico a portarlo in quella situazione in bilico tra due mondi: la Vita e la Morte...

    E Lei gli parlò, come sempre, in tutti quei momenti difficili in cui lui era sul punto di soccombere Lei arrivava a dargli nuova forza e nuove energie, Lei la sua Signora: "Coraggio Cavaliere, sei destinato a ben altre imprese, non puoi soccombere proprio ora... Alzati Cavaliere Mistico..."

    Legoran puntellò le mani nel terreno e si alzò in ginocchio: un rivolo di sangue gli scorreva dalla tempia, ma non aveva importanza.
    Una nuova tempesta lo colpì in pieno, e poi un'altra ancora e un'altra, ognuna più potente della precedente, ma nulla in quel momento sembrava scalfirlo.
    Il Generale era furente, una facile vittoria si stava trasformando in un vero grattacapo: il freddo della tempesta assunse la forma di lance acuminate ma anche questo incantesimo superiore non riuscì a colpirlo...
    Cosa stava succedendo? Il Generale era perplesso, spaventato, incapace di spiegare quanto stava succedendo, ma non si perse d'animo.
    Le sue mani si chiusero e da una spirale di ghiaccio apparve un enorme golem di ghiaccio.
    Legoran colpì il nuovo nemico con acido e fuoco ma il golem era un automa creato dagli Antichi e quindi immune a quelle forme di attacchi.

    Il Generale approfittò del vantaggio numerico e attaccò l'elfo alle spalle.
    Legoran si avvolse in una colonna di fuoco e riuscì a guadagnare qualche secondo approfittando della posizione di stallo in cui si trovavano.
    Il combattimento si era spostato da una dimensione fisica ad una magica e spirituale.
    Anche il Golem era fermo e studiava l'avversario cercando di capire il suo punto debole.
    Poi all'improvviso il Generale cambio forma e si mostrò nel suo vero aspetto: era il Messaggero, figura d'incubo della fantasia popolare più remota, il simbolo stesso della distruzione.
    Legoran avrebbe dovuto immaginarlo: solo quel demone poteva essere in grado di compiere tanta devastazione.

    Golem e Demone, entrambi appartenenti alla magia dell'antico passato da un lato, un giovane elfo padrone della magia di questo tempo dall'altro: e nessuno degli incantesimi che conosceva avrebbe potuto seriamente colpire i suoi due avversari.
    Legoran aveva molte risorse e ancora alcuni assi nella manica: i Cancelli del mondo della Vita e quello della Morte erano ancora aperti e gli davano energie sufficienti per continuare a lottare; Legoran convogliò la colonna di fuoco che aveva eretto a sua protezione in un turbine di fuoco e lo scagliò sugli avversari, ma il Generale si difese con un incantesimo analogo.
    I due erano nuovamente in stallo... ma il Golem, dove diavolo era il Golem?
    Troppo tardi Legoran ne avvertì la presenza alle sue spalle... sentì il maglio dell'automa calare sulla sua testa... "questa è davvero la fine" pensò " mi dispiace mia Signora, non sono riuscito a mantenere la promessa... non sono riuscito ad affrontare la prova... non sono degno di essere un Cavaliere Mistico..."
    "Basta! Legoran, Maestro del Fuoco" la Signora interruppe la sua supplica e parlo nella sua mente "non siete ancora morto!"
    "Ma il maglio del Golem?"
    "Quale Golem?" replicò la Signora...
    Legoran aprì gli occhi... il suo corpo ardeva di una fiamma intensa e incandescente come la lava di un vulcano, incandescente come il calore della fucina dove gli Antichi avevano creato il Cuore di ogni golem, di intensità tale da riuscire a fondere quel Cuore.
    Il Golem si era semplicemente sciolto, privo del suo cuore, non era che semplice ghiaccio.
    La signora parlò ancora nella sua mente "Bravo, ma non hai ancora finito... usa il potere che ti ho concesso..."
    "Invisibili sentinelle dei due mondi
    lacerate la carne di questo demone
    che passi dalla Vita alla Morte in un solo istante..."
    Il piccolo tempio di ghiaccio si riempì del potere di magie ancestrali e iniziò a sgretolarsi: la furia delle sentinelle si abbatté sul demone dilaniandolo.

    "Mia Signora.... grazie per la forza che mi avete dato... senza di voi non sarei mai riuscito a vincere questo nemico..."
    Le sue parole riecheggiarono nel tempietto ormai deserto: lui era in salvo, i portali dei Due Mondi si erano chiusi e non c'era alcun modo ora per poter parlare con Lei, per sentire la Sua voce o ammirare la Sua bellezza unica.

    Raccolse da terra la sua spada, la infilò nel fodero e ridivenne un'ombra tra le ombre.
    Quella era la sua eterna maledizione, poter vedere la donna amata solo quando si fosse trovato in bilico tra la vita e la morte e attingere potere dal loro amore...
    Ironia della sorte: nel suo annullamento c'era la sua speranza di vivere...
    Non temere Mia Signora, riuscirò a rompere questo sortilegio...
    Il tempio era deserto, le truppe prive del loro comandante erano allo sbando e Legoran era già lontano cavalcando verso l'alba di un nuovo giorno.

  • Come comincia: A volte le cose non vanno come avremmo voluto.
    Io volevo solo diventare uno scrittore.
    Ma dopo quella giornata capii il reale e opprimente senso di questa anomala battuta.

     

    Agnone. Anonimo Agglomerato Altomolisano, Abitanti: 6000.
    Precisamente, Liceo Scientifico Giovanni Paolo I, corridoio del 2° piano, ricreazione.

    L’unico momento in cui folle di ragazzini del biennio, dai volti ancora segnati dalle occhiaie delle piccole ore e da tre ore consecutive di latino, spopolano le poche ed esigue e poche classi per riversarsi come d’impulso per il corridoio, senza mete precise, dato che durante quell’ora tutto è concesso, senza scopi definiti e senza fini utili, distribuiti in gruppi apparentemente omogenei.

    Magari ce ne fosse qualcuno diverso… qualche punk dalla capigliatura ridicola e sguardo incazzato, qualche timido metallaro dal braccio completamente borchiato e con la seconda pelle di cuoio nero luccicante, qualche rocker capellone e dallo sguardo confuso, causa gli spinelli, qualche dark asociale dallo sguardo cupo e trucco pesante spaventoso, qualche tecnoboy, qualcuno con i rasta, qualcuno…diverso dalla folla, da tutti.

    NO. Sono tutti ‘truzzi’, tutti uguali, tutti aspiranti ‘tronisti’, aspiranti modelli col fisico inesistente, aspiranti calciatori dislessici alla Totti, aspiranti tennisti ansimanti e lamentosi alla Nadal. E tutti vestiti nello stesso modo. Cappello rosa con un coniglietto bianco disegnato sopra, jeans calati fino alle ginocchia, tali da far notare il proprio didietro, spropositato o inesistente, camicette nere o magliette dai colori o dalle scritte inverosimili.

    E tutti che, nonostante siano alti un metro e una banana, ti spintonano, con le spalle, nonostante sia sceso giù perché chiamato dalla prof in quell’ora di fuoco. Peccato che con il loro finto fisicaccio non siano proprio dei maghi nel contatto, quindi scendo e in mezzo a quella miriade di ragazzini sporgo la testa per poter vedere la professoressa. Qualcuno mi strattona. Basta. Gomitata. Allungo il gomito e lo blocco fino a pochi centimetri dallo stomaco della professoressa, che mi guarda stupita.

    Mi scuso imbarazzato, pensando in pochi attimi a come sarebbe cambiata la mia vita se avessi allungato il colpo, ma con un sospiro di sollievo saluto la prof con una voce quasi strozzata.

    Lei risponde con un sorriso imbarazzante e mi guarda, dalle fessure dei suoi occhi, la prof, secchissima. La professione l’ha rovinata. Tutti i professori fanno la solita fine: quella di finire in questo stato, spesso diventando acidi, spesso pignoli, spesso arrabbiatissimi (vorrei usare un termine meno attenuato), ma la prof in questione non è ancora arrivata a questi livelli.

    “Ho letto il tuo racconto” - sorriso smagliante, anche se per metà.

    “Allora, professoré. Come è?” - I miei occhi luccicano per la speranza. Ma in un attimo il volto sereno della prof, il suo sorriso radioso, anche se un po’ incompleto e ridicolo, si trasforma in una smorfia di compatimento e compassione, con alcune smagliature sopra le labbra che preludono a una piccola insoddisfazione, degli occhi rimangono solo le pupille, dato che le palpebre si socchiudono sempre di più.

    “Mah… A parte il contenuto, troppo elaborato, dove un lettore normale, nonostante sia attento, potrebbe perdere il filo…”

    ‘Meno male’ penso. ‘Ciò che mi importa è il contesto e la tesi di fondo’. La prof riprende fiato e continua, notando il mio sguardo assente per un attimo, perso nei miei pensieri.
    “…la forma, che presenta molti errori, il narratore esterno, usato molto spesso impropriamente…e il contesto, troppo drammatico e la tesi…troppo…”
    “Pessimista?”Aggiungo con un pizzico di voce, tra l’umiliazione e la preoccupazione.
    “Diciamo di sì...” Certo…il racconto che ho passato alla prof, una storia ambientata in epoca post-nucleare con una filosofia basata solo sulla sopravvivenza forzata, non può essere paragonabile a un volgare romanzo rosa, tutto fiori e cuoricini, bacetti e pomiciate alla “Tre metri sopra il cielo”.
    “A parte tutto ciò... il resto va bene” cioè il titolo: ‘A due passi dall’inferno’, così tronfio e pompato, è l’unica cosa che va a genio alla prof.

    “Presentalo in segreteria.”
    “Prof! Meglio se glielo do a lei. Là è un ….”
    “Non preoccuparti. Tu, scendi. Vai alla segreteria degli studenti, dici: “Sono Guido e sono qui per consegnare il racconto per il progetto ‘ALUNNI-SCRITTORI’.- E’ sicuro che te lo pubblicheranno insieme ai lavori degli altri ragazzi.”

    Un ‘arrivederci poco convinto e mi faccio largo tra la folla di ragazzini fino alla segreteria.

    Ragazzini. Li guardo e mi ricordo per qualche attimo quando io facevo il primo. Sembrano essere tutti esaltati come me due anni fa, gasati, felici di essere finalmente al liceo, pieni di progetti, desideri di diventare qualcuno entro i prossimi cinque anni, ambizioni di essere enfant prodighe. Ricordi veloci della mia prima adolescenza mi attraversano mentre scendo le scale. Il ricordo di quando sognavo assoli di chitarra incitati da un pubblico esaltato, nonostante all’epoca e tutt’ora non conosca nemmeno un accordo, l’immagine del pugno chiuso esultante per l’ultimo punto di un torneo nazionale, tennis o calcio non c’era differenza. Ma in pochi anni si cambia tutto.

    “Cosa vuoi?” Una voce forte, acida, roca mi parla da dietro il tavolo. E’ la voce di chi ha vissuto la vita, ha visto di tutto, un tono capace di farti capire cosa ha vissuto quella già vecchia segretaria.

    Ha vent’anni dicono, ma non ci credo (la scuola rovina tutti, alunni, bidelli, presidi, insegnanti e addetti agli uffici).

    “Avevo intenzione di partecipare al concorso ALUNNI-SCRITTORI” - dico cercando di abbozzare un sorrisino timido sul viso affinché il dialogo sia teso alla più possibile gentilezza.

    La segretaria con grazia, garbo ed eleganza mi strappa dalle mani il foglio con il racconto: gli occhi scorrono nervosi e rapidi a destra e a sinistra da dietro gli occhiali, mentre ogni tanto la testa viene scossa profondamente: le labbra che sembrano muoversi invitando il resto del corpo alla calma.

    Io, non so che fare. Allungo il collo e guardo tutte le cartacce sul tavolo, tutte sistemate ordinatamente senza nessun ordine logico e cronologico, a destra e a sinistra, alcune disposte in livelli in due o tre strati sopra il computer.

     “Sono documenti d’ufficio. Maleducato. Non si guarda.” Si intromette subito un’altra donna, compostamente seduta su una poltroncina, con i piedi sul tavolo e le mani coperte e ricoperte di anelli e bracciali denotanti un gusto estetico molto discutibile, una sulla parte della tastiera libera dai fogli, l’altra che regge in mano una tazza di caffè.

     Lei si risistema gli occhiali con il dito medio, poi, con uno sguardo sufficiente e abbastanza scocciato ricomincia a guardare. Zitto, aspetto che qualcuno parli.

    “Oggi, secondo il Pof e la nota A del paragrafo B della direttiva ministeriale C/17 il progetto sarebbe scaduto proprio un’ora fa. Ma vai da Marcella e vedi cosa può fare.”

    Cento metri di corsa, di affanni e dolori alla milza e sono davanti all’altra segreteria.

    “Allora?” dice la segretaria dai capelli rossi, intenta a sfogliare testi di alta cultura.

    Solita richiesta. La segretaria poggia Novella2000 sul tavolo e con grazia mi prende il racconto.

    “Sono 50 pagine.”
    ”E allora?”
    “Il progetto ne richiede massimo 40.”
    “Ma io…”con voce strozzata e supplicante.
    “Senti…Vai da Paola e vedi che ti dice.”

    Da Paola. “Allora. Vai un attimo da Peppino, veloce se no poi non hai più tempo.”.
    Il brizzolato uomo dallo sguardo perso, detto Peppino: “Vai da Marcella.”.
    Marcella. “Cosa ci fai di nuovo qui? Vai da Paola. Di corsa se no il concorso scade.”
    La storia si ripete altre due volte. E con toni sempre più accesi e arrabbiati rischiano di causarmi un esaurimento nervoso.
    Mi arrendo. Salgo in classe meditando vendetta.
    Non vogliono lasciarmi partecipare a questo progetto?
    Me la caverò da solo. Ci sono tanti editori in giro.

    Non penso che a tutto questo per il resto delle lezioni, evitando di aizzarmi per il Che-Guevara appiccicato sul banco brutalmente sfregiato con il taglierino da Antonio, per la professoressa che mi chiede di come è andata in segreteria, senza sapere di poter peggiorare le cose, per Antonio che con una sberla mi fa sbafare il disegno di Tecnica al quale ero stato una notte intera, per Antonio che ride, per Antonio che quando lo minaccio, scappa fuori a nascondersi dentro gli armadietti.

    Il terzo l’ho trascorso più o meno così. Ma se mi trovo qualche editore il racconto, insieme a me, potrà trovare la luce del sole.

    Mentre esco da scuola, strattono per sbaglio un quindicenne, che cammina imperterrito a testa bassa. Lo guardo negli occhi. Tristi, mesti, malinconici. Non so perché, dati tutti i miei impegni, mi fermo a guardarlo per un attimo camminare, e poi compatirlo. E mi rispecchio nei suoi occhi smarriti.

    La prima cosa che penso…non è più un mammoccio esaltato, gasato, e cosciente, forse, di una cosa che quei bambini del primo non sanno. Il secondo anno al liceo è così diverso e così uguale al primo. Stesse materie, ore e tempo libero. Però lui è diverso da quei bambini che ho visto prima. Leggo in pochi attimi lo smarrimento e il malore nel suo modo di fare in pochi attimi. Avrà capito che i suoi sogni e le sue ambizioni non sono che colossi dai piedi d’argilla, pronti a crollare prima o poi. Ci penso molto mentre cammino e ritorno a casa.

     Accendo il pc. E’ una bestia il mio pc, 58Mb di Ram, 5 o 6 Gb di Hard Disk e una linea di connessione a 28 kbps garantiti al 60%. Dopo un’ora e un quarto sono in rete a ricercare una qualsiasi casa Editrice. Al Paola (veramente è un ragazzo che si chiama Paolantontonetti Armando, ma per comodità tutti lo chiamano Paola), avevo detto “Lo sai… se poi la scuola non riuscisse a pubblicare il mio racconto, lo sai a chi lo faccio pubblicare? No… Rizzoli è troppo grande… Mondadori? E’ di Berlusconi.... Einaudi? E’ da sfigati. Sellerio Palermo Editore. E’ piccola ma pubblica i Camilleri, Paola, è perfetto.”

    Edizioni Termolesi Marino Saia. L’unica trovata. Cosa Faccio?
    Spedisco il mio racconto post-nucleare. 10 minuti di upload. Fatto,
    Ora posso godermi l’attesa della risposta dell’editore chattando.

    Ed ecco Eugenia su MSN.

    GUIDO… HELL… SONO UN MITO… scrive:
    :-D Ciao Ciccia. Lo sai che ho fatto oggi?
    Gegy Innamorata…Sei la mia vita…scrive:
    Ciao Gui…Che hai fatto?
    GUIDO…HELL…SONO UN MITO…scrive:
    Ho inviato al direttore di una casa editrice di media importanza un mio racconto.
    Gegy Innamorata… Sei la mia vita… scrive:
    Ma cosa hai combinato?. Sei uno stupido. -_-‘‘ Pirla Pirla Pirlaccia. Perché?
    1. Chi ti dice che il direttore possa accettare il tuo racconto?
    2. Chi ti assicura che il direttore non ti freghi i diritti e il racconto?
    3. Chi ti assicura che il sito non sia un flop per fregare racconti e idee a pirla come te?
    GUIDO…HELL…SONO UN PIRLA…scrive:
    Cosa ho combinato? :’(
    Gegy Innamorata…Sei la mia vita…scrive:
    Non preoccuparti. Vai su 'sto sito che è sicuro. Una mia amica c’ha pubblicato un libro di illustrazioni..

    Clicco sul link. Un sito serio, professionale, dalla schermata si apre un POP UP di aspetto marmoreo, su cui è scritto ‘Stampa il tuo libro’. CLICCO SUBITO.
    Tutta la pagina ha uno stile molto decoroso, nobile quasi, sfumature gotiche. Ecco la griglia con a sinistra il numero di copie del libro e a destra altri inutili numeracci.

    100 Copie. Poche ma buone per farsi un nome. A destra. 800€.
    Sono così felice che lascio abbandonare la testa sopra la tastiera molto violentemente.
    E CHI CE LI HA 800€?

    Potrei provare con Italo. E ci provo subito, infatti. Ma mio padre Italo risponde semplice, dolce e carino: No.
    Spengo il Pc.
    Mi rassegno.

    Ora ho sedici anni. Ho imparato a conoscere tutti i miei limiti ormai da tanto tempo. Posso continuare a scrivere per me stesso, tenendo i racconti e le storie negli angoli remoti delle cartelle del mio computer, ma ormai anche il sogno di scrivere e pubblicare qualcosa è da archiviare nei meandri della mia mente insieme ai miei miraggi del … da prima adolescenza. In pochi anni sono diventato realista al massimo. Ma ormai ci sono abituato. Non sono più un quattordicenne esaltato o un quindicenne depresso. Ho sedici anni. E ormai, ci sono abituato.

    Comunque resta il fatto che io desideravo pubblicare qualcosa.
    Nemmeno diventare qualcuno.
    Volevo solo diventare uno scrittore.

  • 02 maggio 2007
    L'Albero

    Come comincia: BridgeStone era una fiorente cittadina sorta nei pressi del fiume Argento, la sua posizione favorevole aveva contribuito notevolmente alla prosperità e al benessere della popolazione.
    Quasi tutti i cittadini erano a conoscenza che la vera fortuna della città non dipendeva dal fiume, o dall'abilità particolare dei suoi capaci mercanti, ma dall'Albero.
    L'Albero sorgeva nel centro del paese, c'era sempre stato e tutti erano pronti a scommettere che nulla lo avrebbe abbattuto: le sue chiome frondose offrivano riparo dal sole cocente, i suoi rami nodosi si aprivano a ventaglio, sotto la sua ombra si svolgevano quasi tutte le attività dal commercio alle riunioni, agli incontri dei giovani innamorati: era parte della vita del paese, testimone silenzioso degli eventi passati, presenti e futuri.
    Solo alcuni sapevano che l'Albero riusciva persino a mitigare il clima e a rendere fertili i campi e abbondanti i raccolti.
    Magia o Potere di Madre Natura? Chi poteva dirlo...
    L'albero però stava morendo: la sua chioma non era più fitta come un tempo, i suoi rami stentavano quasi a sfidare la forza di gravità, le sue capacità benefiche stentavano a manifestarsi...
    Era successo tutto all'improvviso, una foglia, un rametto, un ramo e l'infezione si era estesa implacabile, senza sosta, senza motivo.
    Arach, il sindaco di Bridgestone, si rese ben presto conto del problema, la verità era difficile da accettare: l'impossibile era accaduto e non erano pronti a far fronte al problema.
    Arach consultò il consiglio ed insieme decisero di convocare uno dei Custodi...

     


    * * *

    L'Ordine dei Custodi era uno degli ordini fondato dagli Antichi Saggi, destinato a vegliare e prendersi cura della Natura e della sua Magia: alcuni di loro erano diventati potenti druidi, altri avevano preferito la vita sedentaria nella foresta, altri servivano il loro compito mantenendosi come boscaioli o falegnami.


    * * *

    E i Custodi arrivarono, padre e figlio: un vecchio stanco che portava su di sé i segni della vita e un giovane che sembrava aver appena messo piede fuori di casa.
    Il morale della gente del villaggio era molto basso: come potevano riporre il loro futuro in quei due vagabondi? Alcuni di loro pensarono anche che si trattasse di impostori, eppure le loro tuniche verdi con il simbolo marrone della quercia erano inconfondibili: erano proprio Custodi.
    La diagnosi del vecchio fu molto rapida, la conclusione semplice e sicura: bisognava tagliare il ramo malato, le capacità rigenerative dell'Albero avrebbero fatto il resto.
    L'intero paese era disposto in cerchio intorno all'Albero, un silenzio reverenziale aleggiava nell'aria: tutti erano curiosi di vedere quali strani arnesi o arcane magie avrebbero usato i custodi per portare a termine il loro compito: restarono molto sorpresi quando il giovane estrasse dal suo zaino una semplice e comunissima sega; un vero e proprio mormorio generale si propagò nell'aria, il malcontento aleggiava tangibile.
    A dirla tutta la sega non era neppure una comunissima sega: l'impugnatura era molto rozza, la lama completamente rovinata insomma a chiamarla sega ci voleva proprio un bel coraggio...
    Il vecchio andò a sedersi all'ombra della quercia, in assoluto silenzio, gli occhi chiusi, sembrava addormentato.
    Il giovane avanzò con passo incerto, la testa bassa, le spalle incurvate, quasi avesse paura dell'enorme Albero.
    Il sole era alto nel cielo: sarebbe stata una giornata molto calda, afosa.
    Con passo tremolante salì sulla scala e individuò il punto in cui tagliare il ramo malato: con un movimento lento e regolare avanti e indietro iniziò a segare il legno.
    Urla e scherni anticipavano ogni movimento del giovane accompagnati anche da offerte più o meno serie di collaborazione da parte della gente: "Ehi, vuoi la mia sega figliolo?", il giovane ignorava sia gli uni che gli altri.
    L'unica cosa che lo proteggeva dalle grida della gente era solo la sua tunica verde e quello che rappresentava...
    Più volte si era chiesto perché avessero scelto proprio lui per quella missione particolare: sapevano tutti quanto fosse importante quell'albero.... perché lui? Perché non John o uno degli altri con così tanta esperienza... E poi... perché mai gli avevano dato quel vecchio e consunto seghetto?
    L'unica spiegazione che gli veniva in mente era che lo volessero mettere alla prova: scosse la testa, scacciò tutte le domande e ritornò al suo lavoro.
    In pochi attimi grazie al suo addestramento ripercorse tutti gli insegnamenti e le lezioni che aveva appreso: "...diventa tutt'uno con l'albero... l'albero non è il tuo nemico..." brevi frasi dal significato profondo...
    Appoggiò entrambe le mani all'albero e si concentrò sulla corteccia esterna, lentamente penetrò nelle difese dell'albero, seguì il flusso della linfa e infine giunse al midollo. Le voci e le urla della gente solo un lontano brusio destinato a svanire nel nulla.
    E l'Albero parlò e disse una sola semplice parola: "Aiutami..."
    Il giovane impugnò la sega e riprese con nuova lena a tagliare il ramo: il paese ammutolì all'istante, non c'erano più parole di scherno o risa, solo il silenzio...
    La sega scintillava di una luce argentea, la magia dell'Albero era entrata in risonanza con il potere dei Custodi seguendo accordi e armonie creati nella notte dei tempi e il ramo infine cadde: un tonfo secco accompagnato dall'esultanza di tutta la gente.
    Il giovane Custode aveva capito la lezione: non era la sega che aveva tagliato il ramo, era stato lui, lui con la sua volontà e le sue energie...
    E l'Albero parlò di nuovo, breve e rapido come la volta precedente "Grazie...".