username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • Come comincia:

    Il ramo materno della famiglia di Luigi XVI aveva un gene che li rendeva enormi: tranne l’avvenente conte d’Artois, sfuggito per caso a questa maledizione, il delfino e l’altro suo fratello, il conte di Provenza, la sorella più piccola Clotilde, erano sproporzionati. Clotilde, poi, che adorava mangiare a quattro palmenti, era soprannominata “Madama grossa”. Malgrado non amasse la propria ciccia, le gote paffute e il doppio mento, era capace di farsi servire montagne di crema chantilly dopo un pasto abbondante. Non erano da meno il Delfino e Provenza che, quando avevano preso lezioni di danza, si erano accasciati col fiatone tenendosi la pancia. Il conte di Provenza, che invidiava Luigi Augusto per il destino da re, gli assomigliava moltissimo in peggio: stessi occhi chiari, stesso viso pieno e largo, stessa figura tarchiata ma quando camminava sembrava proprio un orso e il suo passo, dondolante a causa di una malformazione delle anche, si reggeva su cosce tonde che sfregavano una contro l’altra. Ad aggravare la situazione c’era che, al contrario di Luigi Augusto, non poteva e non voleva andare a cavallo, non era cacciatore e non faceva alcun esercizio fisico.

    Comunque il 14 maggio 1771, un anno dopo le nozze del fratello con Maria Antonietta, Luigi Stanislao Saverio conte di Provenza  sposò la nipote di Carlo Emanuele III, Giuseppina di Savoia, che aveva diciotto anni, tre più di lui, e in quanto a bruttezza lo eguagliava.

    Quando la conobbe Maria Antonietta, sollevata di scoprire come fosse tutt’altro che una temibile rivale, ebbe uno slancio affettuoso:

    - Cara cognata… vi insegnerò tutto della nostra vita, sarò una sorella…
    - Grazie… - rispose l’altra timidamente.
    - Vi divertirete… a Versailles abbiamo un ballo a settimana…
    - Grazie… qui è tutto diverso…

    Scendevano le gradinate antistanti la reggia in direzione del parco in un pomeriggio di sole: accanto a loro le fontane fiorivano in alti zampilli, lontano scintillava il Gran canale. 

    - Dio mio che splendore! Mai vista tanta acqua… – disse estasiata la contessa di Provenza in un piemontese francesizzato che l’altra stentò a decifrare – da noi non è così…
    - Viviamo nel palazzo più importante al mondo, siamo fortunate!  - esclamò pronta Maria Antonietta.

    Giuseppina cambiò discorso:

    - Usate il belletto?
    - Certamente… voi no? -  la Delfina la osservò pensando che per quel viso olivastro e coperto di peli, per quell’ orribile naso,  ci voleva ben altro.
    - Alla corte dei Savoia non si usa… La gran maestra che ho qui voleva spalmarmelo… mi sono tirata indietro… lo trovo ripugnante…
    - Ma che dite! La moda francese è questa… – poi sottolineò con severità  – questa è una cosa che una signora deve fare per piacere al marito.
    - Ha ragione la gran maestra?
    - Sicuro.
    - Allora me ne farò mettere tanto, ne ordinerò oggi stesso molti barattoli – annuì  Giuseppina ansiosa di piacere alla cognata.

    “Una provinciale insulsa”, pensò Maria Antonietta, “piccola, racchia… chissà se suo marito ce la fa…” aveva infatti molta paura che mettesse al mondo un erede: in quel caso per lei era la fine. “Le apparenze non fanno ben sperare” si rassicurava, sapeva però che delle apparenze non bisognava fidarsi. Provava nei confronti della savoiarda un sentimento misto di pietà e competizione, non riusciva a scindere le due cose perché, per quanto forti le pressioni dell’ ambiente, sentiva che Giuseppina era come lei una ragazza sola in terra straniera. Scoprendo che Luigi Augusto stava bene in compagnia della nuova arrivata non sapeva se rallegrarsene o essere gelosa.

    ***

    Come sua madre le aveva raccomandato, Maria Antonietta si prese cura della cognata durante il periodo in cui, dopo il matrimonio, la corte si trasferì a Fontainebleau. Quella sera, mentre i loro mariti si facevano servire la cena, le mogli si preparavano al gran ballo in onore degli sposi. In Francia da più di un anno la Delfina si scopriva conoscitrice e padrona, investita di un ruolo e di un potere da esibire all’altra con orgoglio. Entrambi per l’occasione sotto le abili mani delle dame d’onore, la contessa di Noailles e la duchessa di Valentinois, che si odiavano con il sorriso sulle labbra, erano state truccate pesantemente e indossavano abiti dai colori squillanti, scollatissimi  e con grandi paniers.

    - Non stiamo esagerando? – chiese a Maria Antonietta la schiva Giuseppina quando si trovarono da sole, guardandosi allo specchio il magro decolté – Non siamo a carnevale…
    - Carnevale? Non avete idea di come si presenterà stasera madame du Barry…
    - Be', ma che c’entra…
    - C’entra…
    - Quella signora è una favorita – spiegò Giuseppina - non può fare sfigurare il re!
    - Anche voi la difendete? Devo già sorbirmi Mercy-Argenteau e mia madre che vogliono che la saluti…
    - Non la salutate?
    - Mai.
    - Mio Dio! E il nonno che dice?
    - Non so…
    - Strani i francesi, questo è uno strano paese…
    - Avete ragione – Maria Antonietta annuì improvvisamente solidarizzando con la cognata nel sentimento di “figlia acquisita” per ragioni politiche -  questi scandali a Torino non ci sono vero?
    - Per carità… mai!
    - Appunto… i francesi invece con tutta la loro grandeur… la grandeur del Re sole… poi si perdono dietro una gonnella… - dimenticando le amanti dell’imperatore suo padre, per le quali la madre aveva sofferto, sentenziò: - anche gli austriaci sono assolutamente morigerati!
    - Già… i francesi sono molto libertini…
    - Anche vostro marito? – chiese interessata la Delfina.
    - In che senso?
    - Nel senso che… ci riesce?

    Giuseppina arrossì fino alla radice dei capelli.

    - Be’…
    - Be’… cosa?
    - Be’…

    ***

    Quella sera stessa, serviti da molti “ufficiali della bocca” Luigi Augusto e suo fratello, il conte di Provenza, stavano dando sfogo nei piccoli appartamenti al loro insaziabile appetito con molte portate di cacciagione innaffiate da un Borgogna di ottima annata fatto a corte. Il Delfino che non amava a Versailles l’esibizione dei grands couverts, era lieto quando poteva mangiare in pace a Fontainebleau, a Marly e ancora di più a Compiegne, dove i balli venivano dati ancor meno. Fu dunque infastidito quanto sentì in cortile uno scalpiccio di zoccoli, un cigolare di ruote e di carrozze sempre più numerose.

    - Gli ospiti sono già qui? – chiese a Provenza
    - Così pare…
    - Maledizione, non ne ho nessuna voglia stasera…
    - Non preoccupatevi, non è per voi che vengono…

    Il Delfino lo guardò distaccato.

    - Stasera vengono per me e per la mia consorte – continuò sussiegoso Provenza - voi avete già dato…
    - Già…
    - Anch’io comunque non mi lamento, sto dando e dando molto… - disse allusivo Provenza.
    - Che date?
    - Ci do sotto… tre o quattro volte per notte…

    “Figuriamoci, con quella bruttona…”  pensò Luigi Augusto e non fece commenti.

    - A proposito come la trovate la mia signora? – chiese ansiosamente Provenza che soffriva di non essere nato primo e padrone, di non essere stato destinato a mesdames importanti ma di secondo ordine quale sua moglie era.

    Luigi Augusto lo guardò dritto e senza tradire emozioni.

    - Volete che sia franco?
    - Certo.
    - Ebbene non mi pare un granché… se l’avessi avuta per moglie non mi sarei fatto dei problemi…
    -  Ah sì? – rispose piccato il conte di Provenza – mi fa piacere che siate caduto su una di vostro gusto. Così siamo contenti tutti e due perché la mia mi piace enormemente! Presto avremo un figlio!

    Il Delfino ammutolì fissandolo a bocca aperta.

    Da quel momento la notizia che la contessa di Provenza fosse incinta corse e non molto tempo dopo colpì al cuore come una freccia avvelenata Maria Antonietta, scavando nel suo animo una tristezza e un’apprensione non fugata dall’idea che, come sostenevano i cortigiani più fidati, fosse pura vanteria.  Incontrando casualmente al tavolo da gioco Luigi Stanislao Saverio, fingendo grande superiorità, osò chiedergli:

    - C’è qualche fondamento nel fatto che vostra moglie aspetta un bambino?
    - Molto Madame, non passa giorno che non possa dimostrarlo.

    La Delfina annichilì, prese le carte, non le valutò, sbagliò mossa,  perse. Si alzò, uscì dal salone, imboccò il corridoio: quando raggiunse una saletta deserta si chiuse dentro e pianse.

    ***

    Non fu facile l’ estate al castello di Fontainebleau, anche se Maria Antonietta ricevette da Luigi XV molte carezze per la premura con la quale aveva accolto la cognata, le restava un vago timore per il futuro che al momento opportuno poteva esplodere. Quel lunedì mattina il Delfino e la Delfina si trovavano nelle stanze del conte e della contessa di Provenza con i quali Luigi Augusto si vantava delle proprie qualità di cacciatore.

    - Saranno un centinaio i cinghiali che ho fatto fuori negli ultimi tempi – diceva con solennità - nemmeno riesco più a contarli…
    - Non esagerate… – ribatté Stanislao Saverio - più esagerate e meno sembra vero…
    - Volete dire che amo gonfiare le cose come fate voi? Mica vado a caccia da solo… chiedete, chiedete a chi viene con me…
    - Già chiedete! – si intromise Maria Antonietta alzando la voce e fissando adirata il consorte negli occhi – Come fosse argomento del quale vale la pena parlare! Ma non capite che questa passione smodata vi distrugge la salute? Credete che la caccia faccia bene?!

    Luigi assunse un’aria mortificata e si bloccò.

    - Non solo fa male – continuò la Delfina -  vi trasforma il corpo in peggio… non vedete come siete ridotto? – gli diede uno sguardo da capo a piedi -  Siete rude, trasandato!

    Questo era davvero troppo!  Il Delfino si sentì umiliato ma, come dettava il suo temperamento, non  fece valere le proprie ragioni, se la diede  a gambe: chiudendosi la porta alle spalle fuggì verso i suoi appartamenti privati. Maria Antonietta lo  inseguì per i corridoi finché non piombò nella sua camera da letto.

    - Dove credete di scappare? Dovete darmi ascolto! – gridò - Non sono forse vostra moglie? Oppure alla vostra salute, a quella dei vostri discendenti, non ci tenete proprio?!

    Luigi comprese che dietro quelle frasi dure si celava molto più che un semplice alterco, c’era la tensione delle ultime settimane, lei lo stava processando perché era un fallito.  Non riuscì a trattenere l’emozione,  scoppiò in singhiozzi.

    - Basta Monsignore… - disse la giovinetta venendogli più vicino.

    E d’improvviso lo abbracciò mischiando le sue lacrime a quelle di lui.

    ***

    Per il suo sedicesimo compleanno Maria Antonietta ricevette dalla madre una missiva che la scosse e la indusse a modificare, come spesso succedeva, una sua ferrea presa di posizione. La lettera veniva da Vienna e datava 31 ottobre 1771.

    “Le belle notizie di vostra sorella regina di Napoli mi riempiono di gioia, come pure quelle di Ferdinando, che è incantato dalla moglie; vi accludo qui la lettera che mi ha scritto sul loro primo incontro, e vi confido in segreto che la prima notte è stata quella in cui lei  è diventata  sua, tutti e due sono visibilmente innamorati, anche se la visita delle generalessa, arrivata a sproposito il 17, ha provocato molta impazienza”.

    Maria Antonietta pensò che “la generalessa”, come sua madre chiamava le mestruazioni, con lei era un cronometro mentre sua sorella Maria Carolina aspettava un figlio e suo fratello, l’ arciduca Ferdinando, presto lo avrebbe fatto. Sospirò.

    “Ma queste buone notizie, che dovrebbero colmarmi di contentezza, sono avvelenate dalle preoccupazioni per la tua pericolosa situazione, resa ancor peggiore per il fatto che non comprendi, o non vuoi comprendere, il pericolo. Ti rifiuti semplicemente di usare i mezzi necessari per uscirne”. Maria Antonietta respirò prima di continuare. “Mi dite che avete parlato al re. Questa deve essere la vostra occupazione di tutti i giorni, non solo quando avete domande da fare. Un padre così buono, un principe così buono…”

    Già, si disse la Delfina, soprattutto nella sua condizione di sposa illibata era necessario essere conciliante con il sovrano, guadagnarsi la sua benevolenza,  se voleva vivere a Versailles: e lei lo voleva. Per entrare nelle grazie di Luigi XV bisognava accettare la sua vita privata… Questo desiderava sua madre, anche per il proprio tornaconto. Capiva che le chiedeva di rinsaldare l’alleanza franco-asburgica messa in pericolo dai recenti fatti di Polonia: tale era il potere della du Barry! Maledizione, pensò, ma sentiva il peso della responsabilità.

    La Polonia a quel tempo era travagliata da una guerra civile, cosa che per le grandi potenze quali Russia, Austria, Prussia, rappresentava una ghiotta occasione per arraffarne i territori, a condizione di riuscire a mettersi d’accordo su come spartirsi la torta, senza piombare a loro volta in nuovi conflitti. La Francia, tradizionalmente amica della Polonia, come avrebbe reagito a questo esproprio? Ne avrebbe risentito l’alleanza franco-asburgica?  Preoccupazioni senza risposta per l’avida Maria Teresa d’Austria.

    Maria Antonietta volle parlarne con l’ambasciatore Merci-Argenteau che convocò nel suo gabinetto:

    - La linea che abbiamo adottato nei confronti della Polonia potrebbe suscitare scalpore in Francia – disse Mercy-Argenteau guardandola serio – ma l’alleanza con la Francia deve continuare a essere il pilastro della politica austriaca…
    - E’ come trovarsi di fronte a una crisi familiare… - sussurrò allarmata la Delfina.
    - Esatto… e chi potrebbe appianarla questa crisi?

    Maria Antonietta pendeva dalle sue labbra.

    - Soltanto voi altezza… con l’aiuto dei miei consigli…

    ***
    La notte del 31 dicembre 1771 fu memorabile a Versailles. Aveva talmente nevicato che la fontana di Latona era coperta per intero, tuttavia nel piazzale davanti alla reggia le carrozze continuavano ad arrivare incuranti del cattivo tempo. Ne discendevano mesdames e monsieurs che unendosi agli abitanti del palazzo formavano una piccola città: i presenti quella notte furono migliaia. Ci fu chi disse che le portate del sontuoso cenone fossero quarantotto, chi settantasette. Con precisione non lo sappiamo perché i cuochi, sotto il comando del gran cerimoniere, erano decine e non riuscirono a farsi un quadro preciso della situazione. Nel castello, mirabilmente illuminato, lo champagne scorreva a fiumi sin dalle prime ore della sera. La tavola, lunghissima negli enormi saloni, apparecchiata per un grandissimo couvert, aveva una tovaglia di damasco ricamata in oro, ogni posto  segnato con precisione per rango. Maria Antonietta, la contessa di Provenza, “Madama grossa”, la principessa di Lamballe, madame du Barry, la stessa madame l’Etiquette si preparavano all’evento: l’entrata  in scena tra la noblesse al gran completo, davanti al re. E poi si sarebbe danzato sino a tardi! Per le stanze già echeggiavano le prove dei musicisti e un minuetto alla moda.

    - Altezza reale – disse l’ambasciatore Mercy-Argenteau a Maria Antonietta – ho saputo che madame du Barry sta venendo da voi.

    Lei lo guardò interrogativa: doveva augurargli buon anno? Cercò con gli occhi la contessa di Noailles, la gran maestra della casa: cosa dettava l’etichetta in quei momenti? All’improvviso Madame du Barry apparve: era insieme al sovrano e a uno stuolo di dignitari, sensuale, come raramente può esserlo una donna, ma casta nel sorriso timido incorniciato dai riccioli chiari. Si inchinò davanti alla Delfina.

    - C’è molta gente questa sera a Versailles… - disse Maria Antonietta.
    -  C’è molta gente… - fece eco Madame du Barry.  Sorrise. Accanto a lei sorrise Luigi XV che, prendendola sotto braccio, si allontanò  scortato dai cortigiani.

    “Può bastare per salvare l’alleanza?”  la piccola austriaca, futura regina di Francia, cominciò l’anno con questo quesito. Poi il 21 gennaio 1772 scrisse a sua madre: Non dubito che Mercy vi abbia riferito della mia condotta a capodanno e spero che ne siate contenta. Credetemi, sacrifico tutti i giorni pregiudizi e ripugnanza, purché non mi si proponga nulla contro la mia dignità. Sarebbe stata la disgrazia della mia intera vita un disaccordo tra le nostre famiglie. Il mio cuore è sempre vicino alla mia…

    Si sentiva investita di una missione grande, felice di scoprirsi eroica e messaggera di pace tra i due casati e loro popoli ignari e inferiori.

    In realtà, se Luigi XV non dichiarò guerra a nessuno, era perché la Polonia  non rappresentava un vero problema, altrimenti nulla avrebbero potuto Maria Antonietta e la du Barry. Ma non si può negare che fatti insignificanti e privati come quello qui raccontato, abbiamo un potere enorme: siano inizio della storia, non solo dell’anno in corso, ma di molti altri a venire.

  • 13 giugno 2007
    Corpi

    Come comincia: L’aveva colpito sullo sterno con un pugno dato bene, e il vecchio era andato lungo disteso a terra, sbattendo l’anca contro lo spigolo del tavolino basso che reggeva il telefono e le cornici in silver plated.
    Paolo ora era di spalle, affacciato alla finestra, intento a ignorare la voce di suo padre resa rauca dal dolore. La strada non sembrava cambiata, dall’ultima volta che era stato lì. Certo, le palazzine erano aumentate, le biciclette e le cassette della posta anche, ma a parte questo nient’altro: stessi lampioni, stessi tombini intasati d’estate, stesse aiuole mal curate.
    Si accorse del silenzio sceso nella stanza, così si girò verso il corpo supino a gambe larghe sulle piastrelle: il vecchio dormiva, la bocca mezza storta, la canottiera macchiata sotto le ascelle diafane. L’odore d’alcool riempiva la stanza, Paolo vagò con lo sguardo fino alle tre bottiglie in fila sul lavandino: in una c’era ancora un dito di vino scuro. Il vecchio rantolò, poi fece un rutto marcio girandosi sul fianco.
    Si avvicinò riluttante, prese suo padre sotto le ascelle, lo alzò a peso morto e lo lasciò cadere in malo modo sul divano.
    Mancava da quella casa da mesi, e mentre girava la chiave nella toppa, due ore prima, sperava che qualcosa fosse cambiato. Ed era così in effetti: la faccia che lo aveva accolto era morta, non conservava nulla dei lineamenti che aveva amato, solo carne rinsecchita a fare da contorno agli occhi. Eppure non era stato quello di suo padre, il funerale celebrato sotto il sole di luglio dell’estate precedente. Non era stato lui, a morire.

     

    I fiori che aveva scelto erano appassiti subito, appena li aveva posati ai piedi della bara in noce. C’era il ronzio fastidioso del frigorifero, appoggiato con cura sopra al corpo, a rendere diversa l’aria nella camera mortuaria numero 9. Il rumore metteva a disagio tutti quelli che entravano per fare le condoglianze. Non era guardare il corpo di sua madre e rendergli omaggio attraverso il vetro. Era il rumore, il rumore da frigorifero di casa, l’assurdità di quel lutto.
    Paolo all’inizio si era opposto a quell’accorgimento, ma il primario d’oncologia era stato chiaro. Il tumore che l’aveva uccisa progrediva ancora e per i due giorni di veglia prevista era necessario mantenere bassa la temperatura. Così i parenti, gli amici, i semplici conoscenti, entravano nella stanza con il collo sudato e i vestiti leggeri, avvicinandosi al registro delle firme ad occhi bassi sulle piastrelle grigie e asettiche, con quel rumore continuo e imbarazzante che li accompagnava poi fino al feretro per l’ultimo saluto.
    Andò verso l’armadio della camera da letto. Era pieno di polvere, con le maniglie in ottone ossidate. Aprì le ante una alla volta, fino a quando non trovò una coperta in lana grossa che puzzava di naftalina; poi coprì il corpo del vecchio, che nemmeno si mosse.
    Nell’appartamento faceva freddo. Appena entrato in casa aveva appoggiato una mano sul termosifone scoprendolo gelido.
    “Perché non c’è il riscaldamento acceso?”aveva chiesto al padre alla porta, in canottiera e a piedi nudi.
    La sua risposta era stata un borbottio incomprensibile, le uniche parole chiare”soldi"e”scaduta".
    “Ti ho mandato un assegno un mese fa. Non l’hai incassato?"
    Il vecchio aveva fatto un gesto vago con la mano, prima di disinteressarsi della cosa e fissare tutta la sua attenzione in un punto oltre il televisore acceso.
    Paolo si era tolto il cappotto imprecando tra sé. In cucina si accorse subito dei sigilli al contatore del gas. Sentì la rabbia fischiare nelle orecchie, poi richiuse lo sportello.
    “Allora mi rispondi? Che ne hai fatto dei soldi? Come fai senza gas?”
    Il vecchio aveva cominciato a piagnucolare, con un mugolio finto e nessuna lacrima.
    “Cristo Santo. Cristo, Cristo Santo, smettila subito con questa lagna. Piantala cazzo !"
    Quando Paolo era piccolo il padre svettava sopra di lui con un sorriso sempre pronto e la cravatta allentata. Rientrava dal lavoro all’ora di cena e il suo primo gesto in assoluto, prima ancora di togliersi il cappotto o di posare la piccola valigia di pelle, era baciare sulle labbra la moglie che lo aspettava. Paolo ricordava bene la gioia che gli procurava quell’intimità.
    Ora invece sentiva solo una gran rabbia per il vecchio che fingeva di piangere e sputtanava chissà dove i suoi soldi. Sarebbe dovuto toccare a lui, morire.
    “Sono andato al cimitero”
    Quella voce lo sorprese, gli fece venire la pelle d’oca, da quanto gracchiava.
    “Sono andato al cimitero a trovare tua madre"
    “E questo cosa c’entra con la bolletta del gas e il mio assegno?”
    “Sono andato al cimitero a trovarla”
    Il mal di testa di Paolo, a quel punto, era esploso in una bolla pesante.
    “Papà perché ti hanno chiuso il gas? Quando è successo? Come hai fatto a farti da mangiare? E lavarti? Rispondimi per favore. Che cosa hai fatto con i soldi?”
    “Ho fatto delle cose, ho comprato da mangiare”
    “Che cazzo stai dicendo? Li hai spesi tutti al supermercato? Devi avere il frigo strapieno allora, adesso vediamo subito, eh? Che ne dici?"
    Aveva aperto il frigorifero facendo sbattere lo sportello sul muro. Tutti e tre i ripiani erano vuoti, a parte una confezione di grana grattugiato e una bottiglia d’acqua.
    “Oh, ma quante buone cose che hai comprato, papà"
    Il timbro di voce non era quello che avrebbe voluto e l’effetto fu di una frase avvilita. Moscia.
    “A chi hai dato i soldi? A chi hai dato i mille euro che ti ho passato?”
    Paolo in fondo lo sapeva, dove erano finiti i soldi, sia i suoi che quelli della pensione. Lo sapeva prima ancora di scoprire del gas.
    “Devi piantarla, mi hai capito? Non serve a un cazzo, ti stanno solo fregando. Ma non lo capisci? Non c’è niente che puoi fare, non c’è più niente ormai. E’ morta, morta, morta !"
    Il vecchio si era alzato dal divano barcollando fino al tavolino basso, poi aveva preso la foto del matrimonio pulendosi il naso con il dorso della mano. Stava di nuovo piangendo, ma questa volta sul serio.
    “Smettila con questa sceneggiata, smettila, smettila subito! Che cosa credi, di intenerirmi? Sei patetico, stai andando fuori di cervello, sputtani tutti i soldi per quelle due maghe del cazzo. Che cosa credi di fare? Di metterti a parlare con lei da morta perché ti sei dimenticato di farlo quand’era viva? E’ questo papà? Vuoi rimediare ai tuoi errori? Be,’ ti do una notizia: è tardi. E’ tardi ormai, cazzo”
    “Tu non l’hai mai amata come l’amavo io”
    Fu la lucida cattiveria di quella frase a far scattare Paolo, così aveva tirato il cazzotto con tutta la forza che poteva. Suo padre aveva emesso un rantolo, prima di cadere scomposto picchiando l’anca sul tavolino. Per un secondo la speranza era stata quella di averlo ucciso.

    E invece il vecchio non era morto, e ora dormiva pesantemente sul divano in salotto.
    Paolo infilò la mano nella tasca dei jeans e trovò il pacchetto di Marlboro morbide quasi finito.
    Fumava come un pazzo, dall’estate precedente. In fondo pensava che fosse un modo come un altro per obbligarsi a respirare.
    Sua madre si era ammalata alcuni mesi prima di morire. Il tumore aveva avuto un decorso veloce, talmente rapido da spiazzare perfino i medici. Paolo l’aveva vista prosciugarsi da un giorno all’altro, ritorcendosi in sé stessa.
    Non era stata forte. No. Nemmeno un po’. Molto lontana dalle combattenti che si rifiutano di soccombere, sua madre era morta dentro appena le avevano diagnosticato il male, accasciandosi sulla sedia di fronte al primario. Lasciando penzolare verso il pavimento braccia e mani.
    Successe tutto rapidamente. Il ritorno a casa, gli antidolorifici, l’infermiera assunta per cambiarle la flebo, le notti passate al bar o a puttane per non sentirla urlare nel letto.
    Nemmeno una volta aveva cercato di convincerla a farsi operare. Non aveva nemmeno parlato con lei per più di dieci minuti, dal giorno del responso medico fino alla morte.
    Suo padre aveva fatto quasi lo stesso. Ciondolava per casa in preda alla disperazione, bevendo e imprecando, tenendosi alla larga dal letto, dall’infermiera severa e attenta, che li compativa entrambi.
    Eppure l’amavano, tutti e due. L’amavano tantissimo.
    Morì una mattina di luglio, prima di pranzo, dopo una notte in uno stato di semi incoscienza silenziosa, che aveva permesso a lui e a suo padre di dormire. Era chiaro che non avrebbe superato il giorno, ma era una certezza talmente enorme che nessuno ne parlava. Paolo avrebbe voluto tenerle la mano, seduto al suo capezzale, ma gli scivolava in continuazione, inerte e sottile. Morì con un respiro rumoroso e rauco, spalancando gli occhi verso il soffitto, scuotendo la stanza con un risucchio da annegato. Non guardò nessuno. Fissò il lampadario polveroso, e basta.
    L’infermiera le chiuse gli occhi e uscì dalla stanza, lasciandoli lì soli, di fronte al corpo.
    Paolo dopo il funerale se n’era andato da casa, prendendosi una stanza in affitto vicino all’ufficio. Ogni due mesi passava un assegno da mille euro al padre, per mettersi a posto la coscienza e per non sentirsi completamente inutile.
    Di notte sognava il rantolo disumano e la mano secca incapace di trattenere, così quasi sempre si svegliava, fumava e aspettava il giorno per andare a lavorare.
    Suo padre al telefono diventò ogni giorno più strano, più fuori di testa, fino a quando non se ne uscì con la cazzata delle medium. Era convinto che prima o poi sarebbe riuscito a parlare con la moglie, per chiederle scusa.
    Paolo schiacciò il mozzicone nel portacenere in latta.
    Chiederle scusa. E di cosa? Di non essere stato capace di farla morire da essere umano? Di non averla baciata sulle labbra livide nell’ultimo respiro? Era questo l’errore? Non essere stato all’altezza della morte?
    Si passò una mano sulla fronte.
    Il vecchio si riscosse. Spostò la coperta di lana e a fatica si rialzò dal divano. Guardò il figlio negli occhi, poi andò in cucina.
    Prese la bottiglia dal lavello e versò il vino rimasto in un bicchiere sporco lì vicino. Lo bevve in fretta e poi armeggiò nel mobile in cerca di una bottiglia nuova.
    “Tua madre era molto bella il giorno del matrimonio”
    Paolo guardò la foto nella cornice in silver plate. Era bella sul serio, lo era perché quel giorno ancora non stava morendo.
    “Lo so papà. Lo so"
    Il vecchio tolse il tappo in sughero versandosi di nuovo da bere. Preparò due bicchieri, ma ne prese uno solo prima di tornare a sedersi sul divano.
    “Sono andato al cimitero a trovarla", mentì.
    Paolo guardò il bicchiere pieno lasciato sul lavandino. La mano con cui l’aveva colpito era tornata normale e le nocche non bruciavano più. Ora era la gola a dargli fastidio.
    Deglutì ed era secca, piena di sabbia.

  • 13 giugno 2007
    Il Camaleonte

    Come comincia: Il Camaleonte si muoveva agile e silenzioso, un guizzo sfocato tra alberi e cespugli.
    Era arrivato in quel bosco diversi anni or sono e si era subito sentito a casa: gli alberi offrivano allo stesso tempo un sicuro riparo e un nascondiglio ideale per tendere imboscate ai mercanti e ai cavalieri di passaggio.
    Un albero, poi, era particolarmente adatto: alto, enorme, sovrastava tutti gli altri di quasi 2 lunghezze; dalla sua cima era possibile dominare la vallata che si estendeva ai confini del bosco per miglia e miglia, i suoi rami nodosi costituivano un sicuro appoggio da cui scagliarsi sul nemico sorprendendolo alle spalle.
    In tutti quegli anni aveva accumulato oro, pietre preziose e vestiti pregiati: a volte si chiedeva come sarebbe mai riuscito a spendere tutte quelle ricchezze; aveva sentito di un ladro di un lontano passato che rubava ai ricchi per dare ai poveri.. scosse la testa, no non era per lui, lui era fondamentalmente un egoista.
    Un ramo spezzato in lontananza attirò la sua attenzione: qualcuno era entrato nel bosco.
    “Bene bene...” toccò istintivamente lo stiletto argentato che portava sempre con se e si preparò a colpire.
    Gli bastarono pochi secondi per individuare gli intrusi: un gruppo di quattro soldati a cavallo che scortavano un forziere:”bene... facile facile...”pensò. Una voce nella sua mente gli sussurrò” perchè così pochi soldati ...”, ma scacciò subito il pensiero.
    Impugnò lo stiletto e si preparò a colpire; si lanciò sul cavaliere più vicino e lo pugnalò tra le costole: il soldato morì all'istante, ridotto in cenere...
    “In cenere???? Cosa diavolo.... Demoni!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Cosa ci facevano i demoni nel Suo Bosco???”
    Intanto gli altri tre cavalieri avevano estratto le spade e puntavano su di lui.
    Il Camaleonte saltò da un lato e cercò di mimetizzarsi tra gli alberi: una lancia passò a pochi millimetri dalla sua guancia, l'avevano già trovato.
    Si maledisse per non aver ascoltato la sua vocina...
    “E ora cosa doveva fare? Un conto era uccidere un demone di sorpresa pugnalandolo alle spalle, un conto affrontarne tre in uno scontro diretto!”
    Simile ad un guizzo cangiante tra piante e foglie, cercava di distanziare i suoi inseguitori anche se con scarsi risultati, ogni volta che si voltava erano sempre lì, non riusciva affatto a seminarli.
    Giunse in una radura nel bosco e si volse ad affrontarli, ma adesso il Camaleonte non era più solo: ora c'erano dieci Camaleonti, dieci contro tre: le sorti della battaglia potevano essere ribaltate.
    E i dieci Camaleonti attaccarono, vennero abbattuti uno ad uno, sistematicamente, svanendo nel nulla quando venivano colpiti, pure e semplici illusioni, illusioni che diedero il tempo al vero Camaleonte di sorprendere e uccidere un'altro demone.
    “Due contro uno... ecco così andava meglio... però ora doveva usare un altro trucco... non ci sarebbero cascati un'altra volta.”
    I due cavalieri ringhiarono verso di lui e si prepararono a colpire, ma il Camaleonte scomparve nel nulla, senza lasciare tracce, senza alcun rumore e nella piccola radura ora c'erano 3 cavalieri demoniaci, 3 cavalieri e nessun Camaleonte.
    Si chiese quanto sarebbe stato efficace questo trucco, ma a giudicare dalla reazione, i due demoni sembravano disorientati.

     

    Tutti contro tutti: le armi dei tre combattenti cozzavano una contro l'altra, spada contro scudo, scudo contro spada, finché la bravura di uno dei tre decretò la morte del più debole, colpito e vaporizzato all'istante.
    “Uno contro uno...”ma il Camaleonte sapeva che anche così lo scontro sarebbe stato impari e lui era dannatamente a corto di idee.
    Il demone rimasto era alto e imponente, brandiva uno spadone nero come la morte, indossava un'armatura irta di aculei e lame e al braccio sinistro aveva uno scudo enorme che mostrava l'effige del Teschio Maledetto; il suo cavallo sbuffava pregustando la vittoria del padrone.
    Il Camaleonte invece era piccolo e snello, una semplice armatura di cuoio ricopriva il suo corpo e impugnava solo il suo stiletto argentato.
    Il Camaleonte doveva assolutamente ridurre lo svantaggio e decise di agire subito.
    Un piccolo dardo avvelenato colpì la cavalcatura del demone tramortendola: ora anche il cavaliere avrebbe dovuto combattere a terra.
    Il demone roteò lo spadone e sferzò l'aria con dei poderosi fendenti: il Camaleonte indietreggiava e schivava a destra e a sinistra; il suo stiletto non riusciva a trovare un varco nell'armatura dell'avversario.
    La sua vocina parlò ancora “... il nascondiglio...”; per una buona volta, decise di dar retta a quella voce, scartò di lato e si buttò a capofitto nel bosco, ma non fu abbastanza veloce, un fendente lo colpì alla spalla, facendolo rotolare per qualche metro.
    Sanguinante e dolorante riprese a correre, il respiro del demone sempre più vicino.
    Arrivò al nascondiglio, una grotta nella foresta, si buttò di lato e cercò di confondersi con le rocce: con la mano individuò una roccia più sporgente delle altre, la schiacciò ed entrò in un passaggio segreto.
    Ora il demone per arrivare a lui se la sarebbe dovuta vedere con tutte le sue trappole: non era sicuro che sarebbero state sufficienti a fermarlo, ma almeno gli avrebbero dato qualche prezioso minuto di vantaggio.
    Cercò di tamponare e fasciare la ferita alla meglio, per il momento sarebbe dovuto bastare.
    Entrò nell'antro dove custodiva tutti i suoi bottini e adesso? perché la vocina non gli diceva cosa doveva fare???
    Si guardò intorno sperando di trovare qualcosa di utile, individuò alcune boccette su uno scaffale: antidoti per il veleno, pozioni d'amore, filtri magici, qualche fialetta d'acido... acido??? beh si quelle potevano servire, le prese e le infilò nella cintura.
    Un fragore violento ruppe il silenzio dell'alcova, il demone era arrivato: la sua armatura mostrava i segni delle trappole, ma a parte qualche ammaccatura e graffio il cavaliere era in piena forma; aveva abbandonato lo spadone, poco maneggevole in spazi così angusti a favore di una mazza ferrata molto più pratica e comoda da usare.
    Il Camaleonte scagliò una fiala d'acido contro il demone che urlò per il dolore, ma il dolore accrebbe unicamente la sua rabbia e la sua ira, sembrava una furia inarrestabile.

    Il Camaleonte non voleva morire: c'erano ancora così tante persone da derubare al mondo.
    Lanciò due fiale d'acido contro il demone che sollevò lo scudo per proteggersi, si buttò verso il basso e conficcò lo stiletto nei giunti dello schiniere destro, trafiggendo la gamba, poi scartò di lato per evitare la mazza che l'avrebbe ucciso sul colpo.
    Però adesso aveva finito le fiale...
    Il demone avanzava zoppicando, “Fa male vero???” urlò il Camaleonte con quanto fiato aveva in corpo, come se le sue urla potessero spaventare quella creatura demoniaca.
    Con una rapida occhiata ispezionò la sala, doveva per esserci qualcosa di utile: un tomo di magia in un angolo attirò la sua attenzione,”bahhh...” lui non era un mago non sapeva nulla di incantesimi.
    Ci voleva qualcos'altro…
    Il demone avanzava zoppicando, la Morte era apparsa alle sue spalle e pregustava l'imminente banchetto.
    Quasi divertito, il Camaleonte si chiese se la Morte poteva essere comprata, ma scartò subito l'idea.
    La mazza calò inesorabile su di lui, non fu abbastanza veloce, migliaia di aculei di dolore esplosero lungo la sua spalla destra colpita in pieno dal demone... era la fine... stelle... buio... buio... stelle...

  • Come comincia: ... Cosa accadde quando l'eunuco mi comprò?
    Perchè ancora mi duole pensare il passato?

    ...300 donne, rinchiuse in una gabbia dorata. Simili a rari uccelli esotici, a fiori mai visti.
    E’ strano ricordare e descrivere cosa occhi profani possano vedere per la prima volta in quello che dall’alto appare come un immenso castello che si estende in orizzontale, con mille stanze.
    Quello che nell’immediato colpisce è  che ancora oggi rimane in me, è l’intenso profumo che impregna l’aria, un misto di fiori, incensi, oli ed il caratteristico e inconfondibile odore dolciastro e acidulo della pelle delle donne.
    Ci si accorge dei colori e del  lusso nella quale la maggior parte delle concubine vive percorrendo i vasti corridoi che ti addentrano dentro quello scrigno d’oro; colpiscono gli occhi come raggi di sole troppo brillanti, quelle pennellate sui muri così vivaci, quei decori così accesi da apparire irreali: le tende, i morbidi tappeti, i cuscini di seta, in ogni luogo dove si volga lo sguardo c’è qualcosa di luminoso che attira l’attenzione rapendoti in un vorticare di scintillanti bagliori, lasciandosi esausta e nauseata, insolitamente brilla.

    E poi le voci, i sorrisi, gli sguardi maliziosi ed indulgenti delle donne che ti osservano, la loro invidia tangibile, la loro tendenza naturale all’intrigo e persino all’omicidio, visibili, vivi in ogni centimetro di quelle stanze. Loro soppesano con lo sguardo il tuo corpo appena giungi, giudicano, spiano, ridacchiano in un melodioso turbinio di lingue diverse.
    Una sorta di malinconia sopita attraversa come trama invisibile le pareti, sfiora e colpisce le fanciulle languide sui cuscini di raso, tramite le note morbide di un'arpa o di un flauto, le colpisce tutte: cento donne e poi altre cento.

    Alcune di loro erano molto belle, altre brutte, altre ancora mi apparsero come spettri nelle gonne bianche, ampie, con i calzoni pieghettati così diversi a ciò che ero abituata, coi turbanti di garza, le tuniche ricamate e i giubboni ornati di sciarpe multicolori e collane.
    Mi addentravo sempre più nel cuore stesso dell’harem, ed un suono mi colpiva la testa sconvolgendomi, come una martellata pesante e senza pietà data da un fabbro ad un pezzo di metallo: il cigolio ed il tonfo sordo delle porte, alte quindici piedi e spesse un piede, che si chiudevano oltre il mio passaggio.

    Accanto a me, con passo fermo, simile a quello di un uomo, camminava la kiaya, la governante dell’harem,  per scortarmi perentoria in quel mondo assurdo in cui ero stata catapultata: ella avrebbe avuto il compito di educarmi e rendermi una perfetta ed umile gedicli, una schiava, e più avanti forse una kadin, in attesa che nel tempo il califfo potesse notarmi ed eventualmente ingravidarmi.
    Scoprii solo col passare dei mesi che senza neanche volerlo avevo oltrepassato il primo  problema di protocollo di quel mondo. Senza rendermene conto ero salita al primo gradino della rigida gerarchia che vigeva fra le donne dell'harem, non ne compresi mai il vero motivo, il perché di quel salto. Non riesco a spiegarmi tuttora come mai non divenni una semplice odalisca, una gedicli, un’umile addetta alle cucine, una schiava che serviva i pasti per le altre donne; non mi occupai mai del bagno e delle abluzioni delle concubine senza avere alcun diritto di parola nelle questioni. Io ero diversa.

    Avevo l’età di una delle figlie minori del califfo, non ero giovanissima, ma la mia kouss era ancora intatta. Ero una vergine.
    Proseguimmo. La kiaya mi accompagnò nell’hammam; fui spogliata da alcune donne e condotta nella prima camera.
    Trattenni il respiro nel vedere l’alta cupola sopra la mia testa, dalla quale la luce scendeva attraverso centinaia d’aperture rotonde non più grandi del palmo di una mano.
    Fui affidata a tre schiave che cominciarono a prendersi cura di me,  dopo aver tolto dal mio corpo ogni segno di peluria ed avermi ispezionato; stranamente non sentivo imbarazzo alcuno, ma provavo tremendo fastidio nell’attenzione morbosa che tutte quelle donne avevano nei miei confronti.

     Mi avvolsero in una leggera camiciola di mussola che non nascondeva nulla del mio corpo ancora acerbo, cosi simile ancora a quello di una bambina, poi senza alcuna fretta mi condussero nel primo calidario.
    Vidi più di cinquanta donne presenti nella prima camera, alcune avvolte in morbidi drappi, altre no, ed il mio sguardo vagò a lungo su quelle figure così diverse che mai sarebbe parso possibile immaginarle. Vi erano matrone dalle forme opulente, alte, con occhi scuri, labbra tumide e narici dilatate, aristocratiche nei loro molli gesti, ed anche ragazze di pochi anni più grandi di me a quel tempo, dai seni alti e sodi, i busti allungati e le gambe simili a quelle di un’adolescente, ed altre ancora piccole e grassottelle con la figura, gli occhi, il naso e bocca egualmente tondi, infantili e rassegnate tanto da apparire simili a balocchi.
    Tutte spettegolavano allegramente con occhi  astuti e capricciosi.
    Mi condussero da una camera ad un'altra, dal caldo insopportabile alle vasche rinfrescanti, alle docce tiepide, al vapore che toglieva il respiro. Ero la loro bambola, il loro nuovo gioco, la novità straniera con la quale svagarsi un po’.
    Passò un tempo che mi parve un’infinità mi vestirono con babbucce bianche ai piedi ed una tunica ricamata d’oro, sopra una camiciola di lino finissimo, mi sciolsero i capelli e li profumarono con olii poi mi diedero un piccolo copricapo rotondo ed aderente ricamato di perline. Mi sentivo una di quelle stupide marionette che addobbano gli scenari ed i palcoscenici per sollazzare la gente.
    Ero frustrata e sconvolta e dentro di me infuriava una tempesta, i miei pensieri si scontravano con le idee e quando fissavo quelle giovani donne sorridenti immaginavo il loro viso putrefarsi e le loro ossa sciogliersi nel tempo, era un incubo melenso dalla quale non potevo uscire, volevo fare la carnefice, volevo essere il serpente che distrugge il nido,  volevo che gridassero di dolore e che fossero mortificate nel corpo e nell’animo, placavo la mia disperazione con la rabbia e restavo imperterrita, pietrificata, chiusa nel mio mutismo.
    Da quello che potevo vedere, le altre donne, non soffrivano della loro condizione d’uccelli in gabbia, anzi ne godevano e se ne pavoneggiavano, trascorrendo mollemente le ore nel dedicarsi alla loro persona e nel rendersi migliori ed interessanti agli occhi del califfo, anche se le attenzioni di egli, probabilmente mai si sarebbero posate su di loro. Le donnine ci tentavano, ci speravano, vivevano in agognata attesa che un giorno il fazzoletto dell’uomo che deteneva il potere di vita e di morte, gli venisse recapitato o potesse cadere ai loro piedi innalzandole al rango di gozde per poter dunque passare una notte con lui.
    Era la loro unica aspirazione, gongolavano nel tedio che sono certa mi avrebbe ucciso se solo avessi permesso ad esso di afferrarmi.
    Barricata dietro il muro di silenzio eretto, decisa a rimanere in quello stato tutto il tempo che occorreva, almeno fin quando non mi fosse stata chiara la situazione, fin quando non avessi appianato le mie idee ingarbugliate e avessi deciso come agire in merito a tutto.
    Non potevo far a meno di fissare con disprezzo tutte quelle figure femminili che da quel giorno nell’hammam per altri otto lunghi anni mi avrebbero attorniato, facendo in qualche modo parte della mia vita. 

    Da quella  notte cercai  la maniera migliore per sentirmi viva in qualche modo e se questo implicava il farlo soffrire sarei diventata il loro strumento di tortura.
    Non desideravo la loro gentilezza, né le loro attenzioni, né la loro eventuale amicizia. Volevo rimanere da sola.

    La kiaya mi accompagnò in una sala ampia e lunga con finestre su entrambi i lati: al centro c’erano file di cassapanche dipinte. La luce penetrava in fasci obliqui dalle finestre e la sala era molto spoglia rispetto a ciò che gia avevo visto, il pavimento nudo; allo stesso modo c’era comunque il brusio di voci e lingue diverse che accompagnava ogni singolo metro dell’harem.
    Ella mi portò in disparte e mi fece spogliare per l’ennesima volta, suo compito era valutare se la merce appena acquistata, se la kouss cosi preziosa, era realmente intatta o se chi aveva acquistato la mia verginità per donarla al califfo era stato raggirato.
    Mi avevano comprato solamente per quel motivo, non importava loro se fossi stata sorda, muta, cieca o altro, sarebbe stato un particolare che avrebbe arricchito la mia persona distinguendomi dalle altre, ero come una bambola di quel raro materiale, il vetro, fragile e pronta a rompersi in mille pezzi, pensavano che fossi chiara e trasparente e riflettessi la luce, ma non sapevano, non potevano neanche immaginare che sarei stata per loro la rovina.

     

    Una scheggia di vetro tagliente che nelle mani sbagliate poteva procurare enormi ferite. Dovevano solo prendermi, afferrare quel bicchiere che credevano di aver comprato per brindare ai loro successi e romperne il fragile stelo.
    E se non fossi stata un dono interessante? Avrei potuto passare il resto dei miei giorni alle cucine come gedicli, finire in isolamento nel palazzo delle lacrime, essere condannata a morte, rimettermi semplicemente alle decisioni del califfo, di certo non sarei potuta trovarmi qui a scrivere.
    Rimasi immobile durante quel contatto con la kyaya, assolutamente silenziosa e inerme, continuavo a fissare la sua nuca, come se non vedessi nulla, come se fossi distante in un altro luogo ed in un altro tempo, con rabbia crescente facilmente celata, mentre le  mani callose dell’anziana guardiana, mi frugavano in cerca di un piccolo difetto.
    Quando ella parve soddisfatta ed annui a se stessa borbottando  in una lingua che ancora non conoscevo, fui  condotta lungo un ampio corridoio fino ad una stanzetta molto piccola e angusta e là giunta,  costretta a bere un intruglio nauseabondo, che  mi addormentò i sensi e la mente facendomi scivolare in un sonno agitato, ricco di suggestioni, visioni, ombre e paure.
    Ne sono certa urlai, con quanto fiato avevo in gola, perché il dolore era troppo forte anche per la  mente ottenebrata, livido ed intenso come un tizzone di fuoco che brucia la pelle. Non potevo muovermi, cantilenai parole sconnesse per placare il dolore, come facevo da bambina quando mio padre sfogava su di me la sua collera,lentamente, qualcosa di comprensibile solo a me affiorava e poi sprofondava nel buio, fomentava e teneva viva la rabbia e la voglia di vendetta. Persi i sensi o mi addormentai, non ne sono certa. Tutto era nero e rosso allo stesso tempo e le voci, le voci di donna, che poi imparai a riconoscere una per una erano talmente lontane e confuse, vi era il  vuoto, ed il mio corpo talmente freddo  che pensai di stare finalmente per morire.
    La campana di legno annunciò il sorgere del primo sole e in seguito di mille altre albe ancora, segnò il tramonto, scandì l’ora del pasto e quella della preghiera, delle fantasticherie e del coprifuoco, sempre alle stesse ore.
    Tutti i padiglioni erano di legno dipinto con foglie d’oro e aperti al cielo, e le finestre si aprivano su splendide vedute. I cortili interni erano un’alternanza di luce e di ombra, di fontane, pozzi, sorgenti, orizzonti incorniciati dalla filigrana delicata delle finestre a grate e dalle porte ad arco. Gli alberi centenari, scuri cipressi e platani chiari, davano un’illusione di spazio, le terrazze ed i giardini e tutto intorno il mare, infinito, variabile, ad ogni momento del giorno e della notte, che cambiava con le maree, le ore e la luce… il mare, l’unico elemento davvero libero.

  • 08 giugno 2007
    Gli sposi di Auschwitz

    Come comincia: La guerra imperversava inesorabile, per le strade non si udiva altro che il rumore dei fucili e delle bombe che frequentemente venivano lanciate. La gente era costretta a barricarsi in casa per evitare di incappare in qualche colpo d’arma da fuoco. Quasi nessuno però riusciva a sottrarsi alle persecuzioni delle S.S. e ogni giorno erano sempre di più le persone che raggiungevano il campo di sterminio di Auschwitz. C’erano proprio tutti: uomini, donne e persino bambini i quali venivano completamente strappati alla loro identità e improvvisamente catapultati in un mondo fatto di crudeltà e di orrore. Lo spettro della morte viveva quotidianamente con loro poiché temevano di essere uccisi da un momento all’altro.
    Un giorno, a bordo del convoglio che trasportava l’ennesimo carico di prigionieri, vi era Carlo; un giovane di circa vent’anni di origine calabrese strappato alla sua terra e alla sua famiglia e destinato a diventare un’altra delle numerosissime vittime prodotte dal secondo conflitto mondiale.
    Nonostante la giovane età, Carlo era un grande lavoratore; già da piccolo infatti aiutava spesso suo padre nel suo lavoro di falegname e, molto presto anche lui avrebbe imparato a svolgere brillantemente questa professione. Quella di Carlo era una famiglia piuttosto povera e non poteva permettersi di mantenere agli studi il giovane.
    Il ragazzo ancora non immaginava il destino che lo attendeva una volta entrato all’interno del campo di sterminio; egli credeva infatti di essere stato condotto lì per continuare a svolgere il suo lavoro ma fu immediatamente smentito quando uno dei capi delle S.S. si presentò nel piazzale del campo per controllare quanti fossero i nuovi arrivati. Erano davvero tanti, tutti allineati come un grande esercito e nei loro occhi si leggeva la paura di chi stava per prepararsi ad un destino sicuramente tragico.
    Carlo sembrava essersi reso conto di tutto ciò che stava accadendo e le sue sensazioni vennero confermate non appena alcuni militari delle S.S. lo condussero, insieme ad altri prigionieri, in una modesta stanza con soltanto un misero letto in cui tutti erano costretti a dormire come dei veri e propri ammassi di carne umana.
    Anche il cibo che ottenevano lasciava molto a desiderare; ogni giorno infatti Carlo e i suoi compagni di sventura mangiavano soltanto un pezzetto di pane stantio e un po’ di brodo dal sapore molto sgradevole. La sveglia per Carlo e per tutti gli altri prigionieri suonava alle cinque del mattino e immediatamente cominciava per loro una nuova giornata di duro lavoro. Il giovane Carlo sembrava essere stato preso di mira dai militari delle S.S. i quali lo sottoponevano ai lavori più faticosi ma lui non osava mai ribellarsi alla loro volontà perché sapeva che sarebbe andato incontro a torture molto dolorose. La vita all’interno del campo di concentramento diventava ogni giorno più dura ed era sempre più frequente udire colpi di fucile indirizzati a coloro che venivano ammazzati come altrettanto frequenti erano le urla di disperazione dei prigionieri vittime di torture. Da quel luogo inoltre era impossibile qualsiasi tentativo di fuga, infatti, chi in passato aveva provato a fuggire, si era immediatamente trovato di fronte due guardie con i fucili pronti a sparare in qualsiasi momento.
    Erano ormai trascorsi alcuni mesi dall’arrivo di Carlo ad Auschwitz e per lui le speranze di sopravvivenza diventavano sempre più tenui; un giorno però fece il suo ingresso all’interno del campo di sterminio una persona che riuscì parzialmente a distogliere l’attenzione del giovane falegname dall’orrore a cui quotidianamente era costretto ad assistere. La persona in questione era Maria, una ragazza poco più che ventenne anch’ella come Carlo di origine calabrese e figlia di agricoltori. In un primo momento nemmeno la giovane donna sapeva che cosa il destino le riservasse una volta arrivata lì ma guardando i severi volti dei militari delle S.S. avvertiva che quello era un luogo tutt’altro che tranquillo. Appena lo sguardo di Maria incrociò quello di Carlo, il giovane rimase letteralmente rapito dalla lunga chioma bionda della ragazza e dai suoi splendidi occhi azzurri. Fu così che tra i due nacque immediatamente un sentimento di tenera amicizia e man mano che il tempo passava, sembrava che i due non potessero più fare a meno di stare insieme anche se erano costretti a vedersi di nascosto e per pochissimi minuti. Durante il brevissimo tempo che trascorrevano insieme i due ragazzi chiacchieravano del più e del meno raccontandosi le loro rispettive storie; entrambi provenivano dalla Calabria e man mano che la loro conversazione andava avanti Carlo e Maria scoprivano di avere tantissime cose in comune. Talvolta Carlo, quando si sentiva lontano dagli occhi indiscreti dei militari delle S.S., riusciva persino a rubare a Maria un affettuoso bacio sulle sue labbra. Carlo stava imparando a conoscere Maria sempre di più e la sua permanenza all’interno del campo di sterminio sembrava in parte alleggerita da quella ragazza che fin dal suo arrivo aveva conquistato il suo cuore.
    Nonostante tutto però la barbarie ad Auschwitz era senza sosta; ogni mattina i prigionieri si alzavano prestissimo per svolgere lavori molto umili e duri e chi osava ribellarsi alla volontà delle S.S. pagava a caro prezzo il suo rifiuto; spesso infatti i prigionieri ribelli, dopo essere stati barbaramente uccisi, venivano bruciati nei forni crematori in modo che di loro non restasse altro che cenere.
    Oltre che con la bella e dolce Maria, Carlo aveva stretto amicizia con Pasquale, un suo coetaneo napoletano ma purtroppo questo legame durò davvero molto poco. Pasquale infatti aveva infatti sfidato un militare delle S.S. ribellandosi ad un suo ordine e questi non esitò nemmeno per un momento a fucilarlo. La perdita di questo carissimo amico gettò Carlo nello sconforto più profondo anche perché egli temeva che prima o poi sarebbe capitata anche a lui la medesima sorte. Fortunatamente Maria era al suo fianco e in qualche modo cercava di rendergli la vita meno difficile in quel luogo dove la sopravvivenza era quasi impossibile.
    Il destino però si dimostrò tutt’altro che benevolo nei confronti dei due giovani amanti. Una mattina infatti Carlo si sentì male, il suo peso si era notevolmente ridotto a causa della scarsa alimentazione e quando i militari delle S.S. lo esortarono ad alzarsi dal letto il giovane riuscì a stento a muovere entrambe le braccia.
    - “Non riesco ad alzarmi, sto male!” disse Carlo in preda alla disperazione; a queste parole di Carlo uno dei militari replicò con tono molto severo:
    - “Ti aspetti che io ci creda? Alzati e raggiungi gli altri”.
    Carlo stava davvero molto male quel giorno e non sapeva proprio cosa fare per convincere quel militare della veridicità di ciò che diceva.
    I giorni passavano e Carlo peggiorava a vista d’occhio; questa volta nemmeno le premure di Maria erano sufficienti a tirarlo su. Sembrava che il terribile spettro della morte stesse ormai per divorare la vita del giovane falegname calabrese. Nonostante tutto però l’amore per Maria riusciva in qualche modo a tenerlo in vita e fu così che Carlo, resosi conto che ormai non poteva fare più a meno di quella dolce fanciulla dagli occhi azzurri, le fece un’importantissima richiesta destinata a cambiare la vita di entrambi.
    - “Mia dolcissima Maria” sussurrò Carlo “tu mi hai aiutato a sopravvivere in questo maledettissimo luogo e ogni giorno che passa mi accorgo di quanto tu sia indispensabile per me; per questo prima che la morte mi separi da te vorrei che tu diventassi mia moglie”.
    Nel sentir pronunciare queste parole, la ragazza non potè fare altro che accettare questa importante proposta e, con il cuore gonfio di commozione rispose:
    - “Come posso dirti di no mio amato Carlo, anche tu sei stato fondamentale per me e sono disposta a sposarti anche subito”.
    L’indomani la cerimonia nuziale si svolse in una chiesetta non lontana dal campo di sterminio. Non era la cerimonia che Maria aveva sempre sognato per il suo matrimonio; tutto infatti era piuttosto triste e gli unici invitati erano alcuni militari delle S.S. arrivati per sorvegliare i due prigionieri. Le forze di Carlo erano ormai arrivate al limite e sull’altare il giovane riuscì a stento a pronunciare il “sì” che lo avrebbe legato per sempre alla sua amata.
    Alcuni giorni dopo il matrimonio uno dei militari delle S.S. accortosi delle precarie condizioni del giovane Carlo, compì un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato: liberò i due giovani sposi indirizzando Carlo in uno dei più importanti ospedali della Germania affinché potesse guarire al più presto dalla sua malattia affidandosi alle cure dei migliori medici tedeschi.
    Dopo alcuni giorni di degenza Carlo e Maria poterono finalmente fare ritorno in Calabria e riabbracciare i rispettivi parenti. I due giovani, ormai conosciuti al loro paese come gli sposi di Auschwitz, andarono ad abitare in una splendida tenuta situata nelle campagne calabresi e poterono così iniziare una vita serena dimenticando man mano ogni singolo attimo di terrore vissuto all’interno del campo di sterminio. Il ritorno a casa della giovane coppia coincise anche con la definitiva fine delle ostilità e Carlo e Maria poterono tirare un ulteriore sospiro di sollievo consapevoli che la paura di morire la quale per molto tempo li aveva assaliti, questa volta li aveva abbandonati per sempre.

  • 07 giugno 2007
    Corda

    Come comincia: Quando si alzò per prima cosa guardò fuori dalla piccola finestra del suo soggiorno: era ancora notte fonda; le quattro. Una cappa di buio infinita attanagliava la vecchia città. Si meravigliava di come quello scenario, seppure a lui abituale, avesse il potere ogni volta di sorprenderlo e di intimorirlo allo stesso tempo. Il buio era diventato una sorta di buongiorno per lui e tutti i suoi colleghi. Da più di venti anni era così e chissà per quanto tempo ancora lo sarebbe stato. Ne valeva la pena? Ogni volta se lo chiedeva e si rispondeva ma paradossalmente la volta dopo si domandava quale fosse stata la sua risposta il giorno prima. Non lo ricordava o forse non voleva ricordarlo dopotutto.
    Mentre attraversava il piccolo soggiorno ebbe un brivido di freddo alla schiena: gennaio con un riscaldamento che funzionava saltuariamente. Se gli fosse venuto in mente quando era ancora a letto alzarsi sarebbe stata un’impresa. Ritornare sotto le coperte? Come al solito tale pensiero scomparve con la stessa rapidità con il quale era venuto. Ma ne valeva la pena? Lentamente cominciò a vestirsi. Aveva lasciato i suoi indumenti vicini al termosifone con la speranza che al mattino li avrebbe trovati almeno un po’ tiepidi, ma ancora una volta sentì con amarezza la fredda lana del suo maglione blu scuro sulla sua pelle. Le quattro e un quarto. Buio pesto. Avrebbe volentieri preparato un caffè caldo ma si ricordò che si era dimenticato di comprarlo il giorno prima. O forse erano due giorni prima? Guardò in camera da letto dove lei stava dormendo profondamente. Aveva una specie di sorriso sul suo viso. Forse stava sognando in pace con se stessa e con il mondo. Avrebbe voluto accarezzarle i capelli ma temeva di svegliarla perciò decise di uscire subito e cominciare ad incamminarsi.
    Fu assalito subito da una ventata gelida. Sembrava che il vento corresse per tutte quelle viette strettissime che assomigliavano ad un intricato labirinto, fischiando e colpendo col suo freddo tutto ciò che incontrava. Non c’era anima viva in giro. Da lontano sentì indistintamente il suono di una nave che forse attraccava o forse lasciava il porto. Cominciò a camminare più veloce per tentare di riscaldarsi. Aveva sonno, nonostante l’abitudine. Non capiva perché volesse continuare a fare una vita di tali sacrifici. O forse lo sapeva ma in quel momento non lo ricordava. Sua moglie in fin dei conti avrebbe potuto trovargli un altro impiego. Aveva una posizione di rilievo nella società cittadina. La consideravano una sorta di nobildonna con il gusto dello strambo. Una nobildonna non certo molto ricca intendiamoci. Però possedeva abbastanza averi da permettersi una vita se non agiatissima comunque tranquilla. Lo strambo era sicuramente lui. Faceva il pescatore da quando era ragazzo. Non conosceva altri mestieri se non il suo mestiere. Nessuno capiva come fosse stato possibile per entrambi innamorarsi l’uno dell’altro. Forse era stata questa loro diversità ad attirarli tanto e a legarli. Comunque sia si erano subito trovati bene e quella che era stata definita anni addietro come un’unione impossibile era in realtà funzionata e di questo lui ne andava giustamente orgoglioso. –“Ma perché ti ostini tutte le mattine con questo lavoro?”- gli aveva chiesto lei una volta. Qualcosa lui le aveva risposto, non si ricordava però. Ebbe però la sensazione di non averle dato una risposta sincera.
    Seguendo il filo dei suoi ragionamenti si ritrovò senza accorgersene al porto. Il mare era liscio e se non fosse stato per le piccole onde che si infrangevano contro la banchina di cemento del porto si sarebbe detto di vetro. Si girò e guardò in alto verso la città. Tutto era calmo e silenzioso. Tutti dormivano, lei anche. - “Forse anche lei” - pensò poi, ma non riusciva a capire a chi si stava riferendo. Attraversò a passi decisi il pontile di legno e si fermò all’interno del bar messo proprio lì nel mezzo. C’erano tutti naturalmente. I suoi compagni lo salutarono come sempre con un mezzo cenno del viso e un “buongiorno” detto a bassa voce, come se avessero avuto paura di svegliare la città che ancora dormiva. Le cinque meno dieci. Ordinò il caffè che non aveva potuto bere a casa e si sedette al tavolino per dare una piccola occhiata ai giornali. Gli altri stavano discutendo della giornata che li aspettava, facevano previsioni sullo stato del mare e sui posti in cui avrebbero tentato la fortuna quel giorno. Ogni mattina sempre la stessa cosa, Le stesse parole e le stesse immagini. Ma nonostante tutto non provava noia. Soltanto una certa dose di impazienza. Per chi o per che cosa ancora non lo sapeva o forse non lo ricordava.
    Si sentì suonare una campana. Era il segnale che stava cominciando la loro fatica quotidiana. Buio e freddo. Ma soprattutto buio. Salì a bordo e cominciò a lavare una parte del pavimento della nave dove venivano buttati i pesci. Era ancora sporca dal giorno prima e già era consapevole del fatto che il giorno dopo sarebbe stato uguale. Uguale come il buio.
    Erano in viaggio da più di un’ora. Tutti stavano preparando le attrezzature, chi fumando e chi continuando a bere il caffè conservato dentro al termos. Quando ebbe finito di sistemare il tutto, si alzò e uscì a prua. Si appoggiò al parapetto che era intrecciato da una corda spessa, marcia d’acqua e di sale che sembrava essere lì da centinaia di anni o forse lo era davvero. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Pensò a casa sua, a sua moglie che forse in quel momento aveva finito di sorridere mentre dormiva e al riscaldamento che magari in quell’istante stava funzionando.
    Si chiese il perché di tutto questo: il perché di una vita così. Apri gli occhi e vide la sua risposta e la sua fortuna. Ad est il sole si stava lentamente alzando dal fondo del mare. Sembrava l’occhio socchiuso di una persona che stava vigilando su di lui. In pochi minuti l’occhio fu aperto del tutto e sotto di lui il mare stava bruciando ed aveva assunto l’aspetto di una enorme colata lavica. I gabbiani incominciarono a stridere nell’aria e la barca si ripopolò. I rumori quotidiani lo svegliarono una seconda volta. E allora capì e ne fu un po’ rattristato: lì stava la sua risposta, il suo motivo e la sua giustificazione di vita ma già pensava che l’indomani se ne sarebbe dimenticato come sempre. E che si sarebbe svegliato per andarli a cercare di nuovo.

  • 07 giugno 2007
    Regalo

    Come comincia: "E ora cosa significa questa faccia? Non mi vorrai dire che non te lo aspettavi? Ma su dai, era ovvio! Ovvio, ovvio!

     


    Pensavi di potermi trattare come una pezza, come uno senza palle che china la testa e ubbidisce guardando sempre per terra?


    Cosa ti aspettavi? Ora sei felice? Sei soddisfatta?


    Un passo indietro. Che faccio senza problemi. Perché lo faccio guardando comunque avanti. Avanti."


    "Ma scusa non è che ci vuoi ripensare, magari?"


    "Ma magari cosa? Ripensa piuttosto tu a quello che mi hai detto! Umiliazione. Denaro rubato. A chi? A te? Al mondo?


    No, io non ci sto. Non vado in alto per poi cadere causa vertigini. Non volo alto se so che le mie ali non reggono il peso. Perché me la hai impiombate. Grigie e plumbee. Come le giornate vissute qui".


    "Ma non potevi dirlo prima?"


    "Dire cosa? Cose che già tu sapevi? Non hai una memoria? Però la coscienza quella sì. Guardami in faccia e abbassa lo sguardo. Non lo puoi reggere con me. E ora i sorrisi non valgono. Valgono uno sputo."


    "Non credo di meritare questo!"


    "Meriti peggio. Ma non ti colpirò. Perché non è la mia prerogativa ora. Non hai potere su di me. Sputerai veleno tra qualche tempo. Fallo! Coraggio! Mi saprò difendere con i denti e con l'onore. E con la mia personalità onesta. E racconta ciò che vuoi: sarò onorato delle storie che si racconteranno su di me!"


    "Tutti abbiamo dei momenti così"


    "Ma tu non puoi saperli. Chi sei tu per dirmi questo? Non rappresenti nulla. Sei l'ennesima nuvola durante un temporale. Pioverebbe lo stesso con o senza di te. Ma io sarò al riparo. E mi bagnerò se ne avrò voglia. Se. Capito? Se."


    E la conversazione finì.

  • Come comincia:

    "Quando un amante ti perde significa che è un vigliacco. Quando non riesce a perderti è un ladro".
    Alda Merini

    Io donna, attendo sempre lo straniero che smuova le mie zolle di brezza e tempesta.
    Sospiro l’amore che s'accenda in un attimo e che bruci una vita.

    La mia carne è il terreno dove il giardiniere insinua le mani per strappare ortiche. E un vero giardiniere, io ho il sospetto di non averlo conosciuto mai.
    Sere fa, ho tentato di ricucire agli angoli i miei mezzi amori per ricavarne storie che mi suggerissero almeno l'incipit del sogno, e nemmeno una ne ho inventata. L’uomo che non si è accampato nelle mie terre, quelle più calde verso sud, è colui che dopo avermi seminata di baci e parole è fuggito nell’oscurità lasciandomi vergine come mi aveva trovata.
    Tutti i miei amanti mi hanno fatto condividere il letto con donne che non ho mai visto. Donne dalle quali si rifugiavano nella torre dei silenzi per ingannare un amore che non c’è di carezze, le stesse che mi avevano rubato ancora, perché quanti sono usciti dal cancello di casa mia non si sono più curati di richiuderlo. Così, a tutte le ore mi sono alzata per riparare alla loro dimenticanza fino a quando non ho deciso di mostrarmi assente.
    Una storia che non può sperare nel domani è acqua che ristagna in una pozza senza tornare al mare.
    La verità è che c’è stato un tempo in cui confidavo nella Luna. Stella polare degli innamorati sperduti che giocano al gioco semplice dell’amore. Quante volte con occhi ciechi d'illusione la scrutavo indovinandone il sorriso o l’occhio beffardo. Le ho permesso di lavorare scialli di stelle che poi non mi ha fatto trovare sul ciglio dell’alba. Lei che prometteva. Lei, che credevo ascoltasse dall’altra parte del cielo i respiri di chi sentivo mio e fosse messaggera di dolci deliri notturni. Ma adesso, ditele che non la cercherò più. Dite a quella signora dalle cosce generose che per me è solo una sgualdrina. Una sgualdrina per anime sole, la notte.

    Io bambina, immaginavo fiaba ogni uomo sfiorato con lo sguardo di chi brama il suo tempio d’amore, e mi sono scoperta vestale a bruciare incenso per dei senza patria e senza nome.

  • 07 giugno 2007
    Paris, Paris!

    Come comincia: Come poter scrivere di Parigi senza cadere nella tentazione di ricordare le ore trascorse con te.
    “Chi non ama, non dovrebbe mai parlare di questa città” – Sono parole di  Anna Maria Ortese nel “Mormorio di Parigi”. Le ho cercate nella mia biblioteca per trarne la forza a superare quel pudore che mi possiede quando ti penso. La mia incertezza è riconoscere il limite del mio amore tra te e questa città.
    Parigi dietro di te, come un fondale di una rappresentazione, Parigi che ti racchiude, Parigi nel tuo accento musicale, nel tuo vestire, nel tuo venirmi incontro sorridendomi.
    Gli anni sono trascorsi, eppure ti riscopro in una realtà sconcertante ad ogni mio ritorno. Forse perché i ricordi hanno la dimensione del reale sino a quando siamo disposti ad accettarli come tali.
    Vacanze di Natale all’Università. Una notte di viaggio da Marsiglia a Parigi con tuo padre che guidava il camioncino Peugeot. Tutti e tre davanti. Tu  tra me e lui. La nazionale n.7 allagata; i fari scavavano cunicoli di luce nel buio. Sapevi ignorare la presenza di tuo padre in una maniera che mi metteva a disagio. Il contatto delle tue labbra sulla mia guancia.
    Tuo padre ci lasciò a Place Vendome nella solitudine dell’alba. Ad una traversa di Rue de la Paix, il profumo del pane appena sfornato. Il sapore di quei bocconi, intensi come ostie tra una parola, un sorriso, un tuo gesto.
    La città si svegliava lentamente. Un crescendo di rumori, di luce, di movimento ci avvolse.
    La salita a  Monmartre con il sole che forava le nubi e si rifletteva sulle bianche cupole del Sacrè-Coeur. Ci fermammo sui gradini della chiesa con altri studenti americani. Cantammo con loro. Io nascondevo le mie note stonate al riparo del tuo canto. Iniziò a piovere e tu pretendesti di farti ritrarre ugualmente, al riparo di  un ombrello, da uno studente giapponese. Quelle tracce di pioggia sulla carta, con un tuo appunto a matita: “Autoritratto della pioggia” !
    Ci rifugiammo al Lapin Agile, la cave dei grandi della Belle-Epoque. Pranzammo in un angolo, quasi buio, al lume di una candela. I tuoi occhi. Le tue parole d’amore, trascritte in qualche grumo di cellule, mi tengono compagnia negli anni. La certezza di ciò che è stato è un approdo più accessibile.
    Alla stazione del metrò a Pigalle, incontrammo un tuo amico, violinista. Arrotondava l’assegno del padre suonando per i passanti. Il tuo abbraccio, troppo caldo, urtò la mia gelosia.
    Poi, l’attraversata di Parigi a passo svelto, in lotta con il tempo: tuo padre ci avrebbe ripreso a sera. L’Etoile, un gorgo di vita che si placa nei larghi viali degli Champs-Elysèes. Place de la Concorde, l’immensità disegnata in una città. Ti indicai il posto dove era stata eretta la ghigliottina. Immaginammo lo scivolare freddo della lama, il suo lampo, seduti sui gradini di una fontana barocca.
    Giungemmo a Place des Voges che c’era una grande luna. Un unico blocco di edifici, un quadrilatero di portici  che racchiude un verde giardino. Si respira il tempo del Re Sole con le due serie di mansarde di ardesia illuminate da tenui luci.
    Quella panchina freddissima. Solo noi. Io nel tuo cappotto che mi avevi aperto sulle spalle ospitandomi vicino a te. La sensazione di una centralità non solo di posizione ma anche spirituale: la solitudine dell’unicità irrepetibile di un attimo breve come un sentimento d’amore.

  • 06 giugno 2007
    Lungomare

    Come comincia:

    Il vecchio scrutava, pipa in bocca, l’orizzonte marino. Un vento di grecale gli attraversava la sua faccia a sinistra, portando con sé innocue nuvole. Glielo avevano insegnato sin da bambino: il grecale non porta pioggia, solo un po’ di freddo.  I gabbiani stridevano la loro voce nell’aria cercando di lottare disperatamente controvento. Il mare cominciava ad assumere quella caratteristica forma di increspato, di un colore verde intenso, quel colore con cui tutti immaginano il mare in inverno.
    Si era ritrovato sul lungomare senza un apparente perché. Non aveva niente da fare quel giorno e perciò aveva pensato che quello fosse un modo come un altro di riempire quelle ore vuote che lo attendevano. Così, appoggiato al parapetto, continuava a scrutare alla ricerca di un segno, di un qualcosa che rompesse l’equilibrio di quel verde e dell’orizzonte blu scuro. Neanche una barca si vedeva.  O perlomeno non quelle che lui definiva barche che consistevano poi in piccole imbarcazioni a vela o rustici pescherecci che portavano ogni mattina e ogni notte centinaia di pescatori nel bel mezzo del loro “habitat di lavoro”. Quelle barche ultramoderne e spaziose, con quei colori chiari metallici erano piuttosto (o almeno lui le considerava come tali) degli intrusi del mare. Delle novità non richieste. - “Ecco cosa deve aver provato l’indios americano il 14 ottobre 1492” - si trovava sovente a pensare. Tre imbarcazioni piene di diavolerie d’ogni sorta che avrebbero turbato per sempre l’equilibrio e la vita del loro popolo. E lo stesso accadeva per il mare. Solo che alle volte il mare si era ribellato con conseguenze assai spiacevoli per questi invasori, buttando alla deriva e strappando gli ormeggi di barche ritenute “capolavori dell’ingegneristica”.
    Si spostò di qualche metro più in la, per cercare di vedere il paesaggio marino nascosto dallo stabilimento balneare che d’inverno assumeva la forma di una casa fantasma tutta diroccata. Se non fosse stato per le reti e i remi appoggiati sulla terrazza si sarebbe detta abbandonata da sempre. Sputò per terra e riprese a fumare con evidente piacere la sua vecchia pipa. Ogni boccata sembrava avesse il potere di ripararlo dal freddo. Il grecale ora soffiava con maggiore forza. Si tirò su il colle del maglioncino blu notte. Non che il freddo lo spaventasse. Ne aveva patito così tanto da giovane che ora le sue ossa, le sue labbra e il suo viso erano entrati in simbiosi con lui. Un dono gentilmente offerto dal suo lavoro.
    Gli si avvicinò e cominciò anch’egli scrutare il mare. 
    - “Se non cala il vento stanotte la vedo dura” - .
    Lo guardò di sfuggita e assentì.
    -“Maledetto tempo. Alla domenica non si muove mai una foglia, in settimana decide di farci ballare a tutti quanti” - e sospirò amaro.
    -“Come è andata ieri?” gli chiese.
    L’altro riprese: - “Uno schifo. Non so neanche come farò a ritornarci stasera. Non appena trovavi il posto buono quelle onde del cavolo facevano rollare il tutto. Addio stabilità e addio tutto. Ad un certo punto ho pensato che non sarei più tornato neanche a riva. Ho avuto paura. Brutto segno, brutto segno”. - “Era la prima volta?” -. 
    - “Giuro, la prima e spero anche l’ultima. Se cominci ad avere paura di non rivedere la terraferma è meglio cambiare lavoro. Manco ci devi pensare alla terraferma la in mezzo”- e indicò con un cenno il mare.
    Poi proseguì: -“A te è mai capitato?”- .
    Il vecchio lo guardò con un sorriso: -“Può darsi. Non ci giurerei però; gli anni passano, la memoria svanisce e i ricordi delle paure sono i primi che se ne vanno”-.
    Accese una sigaretta e si aggiustò il berretto in testa. Aveva dormito solo poche ore e il rumore del vento che sentiva mentre era sdraiato sul suo letto, invece di invitarlo a dormire lo convinse ad uscire di casa. Magari di pomeriggio avrebbe cercato di riposare un po’ prima di uscire nuovamente. Altrimenti, sicuro, non avrebbe retto la notte.
    -“Si sa niente di ***?”- domandò, così, d’istinto. Il vecchio continuava a fissare il mare.
    - “Nulla”-. 
    - “Per me quello ha salutato tutti e ora chissà dov’è. Lo diceva che un giorno avrebbe mollato il mare per i campi. Alla fine lo ha fatto. Era sempre stato un suo chiodo” -.
    Il vecchio non rispose.
    - “Però è un peccato. Conosceva il mestiere meglio di tutti. Gli avevi insegnato bene. Peccato quel chiodo di idea. Cosa ci troverà la gente nella terra…” -. 
    Il grecale soffiava ora impetuoso.
    –“Maledetto vento. Ci manca solo la pioggia ora”-.
    - “Non ne porta, non ne ha mai portata”- ribattè subito il vecchio.
    - “Sarà, ma giuro che se piove io stasera salto; vado alla taverna e mi rinchiudo. Cerco di rifarmi di domenica; maledetto baro!”- e sorrise con rabbia.
    - “E’ tempo di andare ora va, a presto. Ci vieni tu da ### domenica?”-.
    -“Non so, farò sapere”-.
    Il mare continuava ad incresparsi sempre più. Ora i gabbiani sembravano in piena balia del vento; forse avevano deciso di lasciarsi trasportare e punto. Pensò a ***: chissà cosa stava facendo, se stava facendo. Sperava che dovunque fosse stato, quel maledetto grecale gli avrebbe dato una tregua almeno a lui. Ora che si era autoesiliato dal mare. Che aveva perso il suo essere. Il mare ora era in burrasca.

  • 06 giugno 2007
    Tramonto

    Come comincia: Ero appena arrivato, trafelato. Sapevo dentro di me che lì sarei potuto stare in pace, almeno per qualche minuto. Mi tolsi le scarpe e le appoggiai sopra un ammasso confuso di legni. Il sole tiepido stava scendendo e, d'un tratto, salì il rumore del mare. Era un suono che veniva da lontano, che parlava di immensità incomprensibili e di angoli nascosti chissà dove. Erano ricordi di millenni, di forze e debolezze umane, di desideri e speranze. Il rumore era incessante e vigoroso; anche senza uditori, esso continuava imperturbabile riversandosi sulla terra ferma assieme a tutto quello che doveva far sentire. "Ci vuole coraggio per ascoltarlo" pensai tra me. L’aria era strana, commovente e delicata, così mi prese e mi trascinò in un alone di abbandono; fui inebriato e l’orizzonte all’improvviso mi apparve più vicino. La luce, sebbene perdesse vigore, assunse una dimensione nuova, colorava in modo diverso il mondo che gli stava di fronte, ne esaltava particolari prima ignoti e ne attenuava altri. Il rosso intorno al disco in fiamme sulla linea dell’orizzonte sembrava voler raggiungere il cielo sopra la mia testa, ma non serviva che lo facesse per disegnare un quadro meraviglioso quanto sfuggente. L’azzurro del mare si trasformò e rese omaggio alla maestosità di quell'evento, colorando ogni singola onda della sua distesa infinita di un celeste irreale, purissimo e inimitabile. Al suo interno lasciò spazio solo al grande riflesso di luce che, per quanto tentasse di ingigantire il riverbero, inevitabilmente si assottigliò insieme ad esso. Le montagne in lontananza, imponenti nella loro mole, stavolta addolcirono le proprie forme per lasciare che il quotidiano addio della luce e del calore avvenisse nel tripudio che meritava. Un brivido mi pervase mentre mi resi conto che il disco già non era più distinguibile, le nuvole si allungarono per timore di non resistere senza, il cielo porpora sembrò voler trattenere ancora il giorno, ma il mare, profondo conoscitore dei segreti umani, sapeva di dover far morire tutto quel calore dentro di sé, affinché l’indomani esso potesse di nuovo nascere e stupire. La sabbia sotto i miei piedi, nel frattempo, aveva ceduto e tra le dita il mare non aveva smesso il suo dovere. Rialzai la testa e c’era solo il ricordo di quello che avevo visto ma che non riuscii ad assaporare fino in fondo. Il buio corse a rintuzzare gli ultimi spazi ancora concessi a quella luce tremula e delicata che mi aveva inebriato. L’aria allora mi colpì al volto con un colpo di vento inaspettato e il freddo mi percosse con un brivido ben diverso da quello precedente. Respirai forte. Il rumore del mare continuava. Fu allora che, inaspettatamente, sentii la sua voce. Mi voltai di scatto e non vidi nessuno. Cercai di scorgere qualche figura in lontananza ma l'oscurità scendeva velocemente e gli occhi mi ingannavano di continuo. Niente. Non c'era nessuno. Capii subito che ero tornato al mondo reale. Il suo ricordo era tornato prepotente ad infastidirmi. Solo per pochi attimi, di fronte ad una meravigliosa quotidianità, mi ero dimenticato di essere nuovamente solo.

  • 05 giugno 2007
    Pub

    Come comincia: L’idea o meglio l’interrogativo gli venne mentre scendeva le scale. E se fosse stato un giorno diverso? No, non poteva esserlo in realtà. Intendiamoci: avrebbe potuto esserlo se avesse voluto ma così, senza nessuno sconvolgimento da parte sua, poteva giusto immaginare e sognare. Sapeva già cosa lo attendeva: l’ufficio con le sue mille carte sulla scrivania e il telefono che non si sarebbe mai stancato di suonare. E se avesse cambiato percorso? Se avesse sbagliato strada solo per una mattina? Guardò il cielo azzurro dell’estate. All’orizzonte si intravedevano nuvole e per un attimo si sentì felice: poteva quasi ammirare l’orizzonte da quel punto, senza i soliti palazzi che ostruivano la sua vista e i suoi sogni. Un leggero vento soffiava da est. I rumori della città gli giungevano però distanti quasi come fossero al di la di un vetro spesso.

     

    Camminava. Si rese conto della velocità dei suoi pensieri perché in realtà aveva fatto pochi metri da casa sua. Sembrava passata un’eternità. Un’eternità di sogni. Decise. Quello sarebbe stato il suo giorno; l’inizio di un nuovo futuro. Un futuro in cui non ci sarebbero più stati né ufficio né moglie né nulla. Il cuore gli batteva forte nel petto. La decisione era presa ma attuarla non sarebbe stato facile. Non ricordava quale poeta o scrittore avesse scritto un giorno “tra il primo pensiero di un’azione terribile e il suo compiersi l’intervallo è come un sogno notturno popolato di fantasmi e di paure”. Chiunque l’avesse detto era la sua frase, senza dubbio. Come avrebbe cominciato? Telefonare a sua moglie per dirle che non sarebbe più tornato era troppo difficile per lui. Non era umanamente possibile; si erano lasciati sulla soglia di casa da dieci minuti e tutto era stato come al solito. Terribilmente di routine. Abbandonare tutto ora sarebbe stato un azzardo e un gioco assurdo. Si chiese se ne sarebbe valsa la pena e si rispose di no. - “In fondo ho tutto ciò che voglio qui” - pensò.
    Ma cosa voleva davvero? Vivere una vita come aveva sempre fatto o cambiare verso il nulla, verso l’estraneo? Non riusciva più a camminare ora. Era come immobile anche spiritualmente. Se non prendeva una decisione in poco tempo sarebbe rimasto lì paralizzato, nel bel mezzo di un marciapiede. La gente che passava di fianco a lui sembrava non accorgersi di nulla. Sicuramente però lo stavano osservando. Fermo in mezzo al marciapiede con la bocca semiaperta e con espressione da idiota stampata sul viso. Gli sembrava di sentire i loro pensieri: - “Poverino, così giovane e già malato”, “Ubriaco”, “Non è che si sente male?”-

    Un sussulto lo fece muovere. Ricominciò a camminare ma non sentiva più nulla nella mente. Era confuso e sentiva anche freddo ora. Sentiva solo che il vento aveva cominciato a soffiare sempre più forte e che il cielo andava via via oscurandosi.

    Un temporale. Un temporale d’estate. La voce del cielo che si faceva sentire o lo riportava all’ordine. O forse lo stava spronando. Ma ancora il tuono non si sentiva. La gente intorno a lui cominciò ad affrettare il passo; tra pochi minuti il cielo avrebbe lasciato cadere un oceano. Forte e violento. Terribile e distruttivo. Cosa stava pensando fino a cinque secondi prima non lo ricordava più. Aspettava solo un segno o un qualcosa che gli facesse tornare in mente qualcosa che aveva pensato di fare fino a poco prima. Non riusciva a capire, non riusciva più a respirare bene. Piangeva e non se ne accorgeva. La gente ora stava correndo come impaurita o trasportata di forza dal vento che ora soffiava impetuoso mentre un’enorme nuvola nera era sopra di lui. Ma il tuono dov’era? Dov’era?

    Erano ormai più di cinque ore che si era rinchiuso in quel pub. Aveva ordinato una pinta dopo l’altra, all’inizio quasi con timore e vergogna ma poi l’alcool gli aveva sciolto i movimenti e i pensieri. Non gli importava molto del fatto che non aveva mai bevuto di mattino. Lo stomaco comunque aveva retto. Almeno fino a quel momento. Sul viso aveva stampato un sorriso e nella bocca si sentiva la lingua come anestetizzata. Osservava dalla grande vetrata la gente che correva con gli ombrelli per strada. Si perché stava piovendo. Ma il tuono dov’era? Non poteva più sentirlo ormai. La musica del pub, le voci degli altri avventori e le porte chiuse non permettevano un collegamento con il mondo di fuori. Sembrava come il primo spettatore di un film muto. E poi all’improvviso si ricordò di tutto. Era ubriaco ma non per questo meno lucido. Doveva andare a casa e dirlo. Tutto doveva finire per cominciare qualcosa di nuovo.

    Ritornò a casa in un attimo e salì le scale di corsa. Non sapeva bene cosa le avrebbe detto per giustificarsi. Ma lo avrebbe detto di sicuro. Aprì la porta e vide il vuoto. Lo doveva capire, avrebbe dovuto capirlo. Solo una lettera con mille giustificazioni e mille lacrime. E fu allora che finalmente sentì il tuono.

  • 05 giugno 2007
    L'ultimo dei sognatori

    Come comincia:

    Alla Mia Luna Gitana
    Al mio amico Patrick Edera


    "Mi disegno leggera
    come dolce chimera
    su lembi di cielo
    a seguire un veliero
    tra le braccia del mare
    nel suo eterno viaggiare.
    Getto il mio mondo
    in un sonno profondo
    di fate di elfi
    di luoghi dispersi
    e mi corono di stelle
    mie uniche ancelle
    governate una ad una
    perché son io
    sua Maestà la Luna."


    Hai annusato mai profumo di stelle, mia Amica Amante Madre che posi fissa nell’oscurità senza veli ogni volta che il mondo approda alle rive del sonno, del suo disperdere chimere perché la vita sia più leggera di un petalo sfilato via dal vento?
    O pianto casomai, d’un pianto che non ha ragioni. Gettata in pasto a malinconie vaghe di senso radicate in quel vuoto che l’uomo si porta dietro da secoli come abitudine dell’anima fragile?
    Dimmi, tu che sai, quante Fate popolano ancora i sogni e se ve ne sono poi ad ingannare di magia i domani, padroni del mio vivere ribelle.

    Oh, abbraccerei l’avvenire più incerto se promettesse almeno un luogo ai margini del tempo che per natura fosse immobile nel miraggio di sere come questa.
    Così, altrettanto, dovessi smarrire la via di casa oggi afferrerei il primo pensiero che conservi un po’ di sapore d’Africa per non tornare. Per librarmi in voli seguiti solo da quaggiù, vaneggiando…

    Scelsi la follia di chi siede a un passo da te un giorno. Di chi nel consumarti di sguardi al rapimento si concede inerme quando sospira un desiderio appena nato.

    E dimmi luna dunque, sarò io l’ultimo dei sognatori a delirare al cielo?


    04/03/2006

  • Come comincia: Il convento dei Padri Trinitari, sulla cima di Esperia alta, oltre ad ospitare un orfanotrofio, dalla fine di dicembre del 1943,  ospita una piccola comunità di suore francescane alcantarine sfollate dal convento di Itri, loro casa di riposo, ora requisito dal comando tedesco. Sono una dozzina, tutte molto anziane.

     

    La madre superiora, una bolognese grande e grossa,  fino a qualche mese prima lavorava in un ospedale romano ma, avendo compiuto sessantacinque anni, l’ordine ne ha disposto il pensionamento. Suor Maria del Bambin Gesù, al secolo Luisa Gerlando, non ha accettato di uscire di scena e quindi, appena può, coglie l’occasione per continuare a fare l’infermiera, come ha fatto per oltre quarant’anni in vari ospedali d’Italia e nelle colonie d’oltremare.

    L’atrio del convento dei Trinitari è stato trasformato in ospedale di fortuna per i soldati tedeschi feriti nella battaglia di Ausonia e negli scontri sull’altopiano di Pollica. Per i feriti più gravi Suor Maria non può fare molto, solo morfina per affievolire il dolore e qualche preghiera, insieme a quelli che ci credono, per dare conforto.

    Dopo che la caduta della linea difensiva giù al cimitero il colonnello Von Bosch, comandante della piazza di Esperia, ha convocato Suor Maria e Padre Paolo, Priore dei Trinitari. Il colonnello ha perso l’abituale, impeccabile immagine, il viso è coperto di terra, la divisa è impolverata e macchiata di sangue, sulla fronte una ferita da scheggia sommariamente medicata. Malgrado ciò  non perde il suo stile: “Reverendissima madre Superiora e reverendissimo Padre Priore, vi prego di allontanarvi quanto prima possibile da Esperia, non posso più garantire a lungo la vostra sicurezza e soprattutto, vi prego di credermi, non è propaganda di guerra, le truppe nemiche che stanno arrivando non sono rispettose della convenzione di Ginevra né di principi di umanità e civiltà. Posso mettere a disposizione automezzi per i confratelli e le consorelle e farvi condurre in una località lontana dalla linea dei combattimenti”.

    Suor Maria e Padre Paolo si guardano per un attimo negli occhi, hanno lo stesso pensiero: potrebbero mettersi al sicuro, ma Padre Paolo dovrebbe abbandonare tutti gli orfanelli e Suor Maria molte suore che per età e malattia non sono trasportabili, insieme a tante donne e bambini e bambine che si sono rifugiati nel convento.

    Risponde  Suor Maria con voce ferma e si fa interprete anche del pensiero di Padre Paolo: “Colonnello ringraziamo, ma il nostro ufficio e le nostre regole ci impongono di restare ad assistere le persone che ci sono state affidate. Quel che accadrà domani sarà volontà di Dio”

    Padre Paolo annuisce in silenzio e si limita ad aggiungere sottovoce: “E sia fatta la volontà di Dio”.

    Il colonnello si alza in piedi e bacia le mani ai due religiosi: “Ammiro la vostra fermezza”.

    Intanto, lungo la stretta strada di accesso al paese, i combattimenti tra paracadutisti tedeschi e goumiers sono sempre più intensi, faccia a faccia, a colpi di mitra , bombe a mano e scontri all’arma bianca. I paracadutisti, inferiori di numero retrocedono. Esperia è in mano alle truppe marocchine..

    Gli ufficiali ed il colonnello Von Bosch,  vista la battaglia persa, ripiegano verso Pontecorvo e lasciano dietro di loro  un piccolo contingente a proteggere la ritirata.

    La battaglia prosegue sempre più feroce .

    Tre soldati tedeschi che si sono arresi a braccia alzate, sono fatti inginocchiare e decapitati.

    Un altro tedesco è  inseguito da una schiera di marocchini, per non farsi catturare e decapitare, si lancia nel burrone sottostante la loggia del convento dei padri trinitari. Ad un tratto non si sentono più esplosioni .

    La battaglia di Esperia è finita.

    Ed ora comincia il massacro, in esecuzione della promessa del generale Juin. 

    Distesa a terra, sulle vecchie pietre della piazza e sulla scalinata della chiesa, una cinquantina di donne, a pancia in giù, completamente nude.

    Sono donne vecchie, giovani, qualche bambina, fatte uscire dalle case a colpi di baionetta.

    Legato al portone della chiesa,  Padre Paolo, a gambe divaricate, tra le natiche il grosso crocifisso di legno della processione del Corpus Domini, una pozza di sangue si allarga sotto il suo corpo, gocciolando da una larga ferita sul ventre.

    I goumiers si avvicinano a schiera alle donne  e le violentano.

    Chi fa resistenza viene sgozzata.

    Altri soldati tengono lontani gli uomini dalla piazza con la punta delle baionette.

    E chi cerca di opporsi viene sgozzato, impalato.

    Dopo la prima ondata di donne ne arrivano altre.

    Sono le suore con in testa Suor Maria che prega.

    Ora i goumiers sazi di sesso cambiano gioco, il tiro al bersaglio, fanno correre nella piazza le suore e poi sparano. Alcune suore, le più vecchie e malate restano immobili ed allora calci, colpi di baionetta ed alla fine il taglio della gola.

    Suor Maria al centro della piazza prega e conforta le consorelle, un caporale marocchino, barcollante, forse per eccesso di vino e di hashish,  le si avvicina e la spinge con la baionetta: “Corri vecchia puttana”.

    Suor Maria ha servito nei Manicomi quindi è in grado di tener a bada pazzi furiosi, ha servito negli Ospedali Militari,  quindi conosce le armi, suo padre era cacciatore e da bambina la portava a caccia sui monti dell’Appennino emiliano  quindi sa usare le armi. Il marocchino le è addosso, Suora Maria gli strappa  di mano il moschetto con la baionetta, glielo punta al petto e  mormorando: “Dio mi perdonerà” - spara. Il marocchino crolla morto, i suoi compagni rimangono immobili per lo  stupore.  Suora Maria si fa il segno della croce, ricarica il moschetto, se lo punta alla gola e dopo aver mormorato “Signore perdonami ancora” preme il grilletto e cade morta al centro della piazza,  a braccia aperte a croce.

    I marocchini le saltano addosso e fanno scempio del corpo a colpi di baionetta.

    Sazi di violenza e di sangue i goumiers lasciano la piazza.

    Il saccheggio e le violenze continuano nel resto di Esperia ed andranno avanti ancora per due giorni.
    Soldati marocchini portano le barelle con i loro cadaveri avvolti in coperte.

    Scendono verso la parte bassa del paese.

    Altri cadaveri vengono portati sospesi a pali, come gli agnelli al mercato,  sono quelli tedeschi ed i civili.

    Si sta facendo pulizia, stanno arrivando gli ufficiali del comando, gli americani e quelli della Combat film.

    La battaglia è vinta : la via per Cassino è aperta e come diranno gli ufficiali francesi nei loro rapporti: “Per i civili vi sono stai alcuni danni collaterali inevitabili”.

    A terra fra le macerie della chiesa un'effigie del Sacro Cuore di Gesù. Un soldato marocchino porta con sé una coppia di candelieri di argento ed  un ostensorio d’oro.

    Ed intanto continuano intense le esplosioni sulle colline intorno a Montecassino

    I goumiers sazi di sesso e di sangue hanno lasciato il centro di Esperia.

    Dal suo rifugio in una cantina esce una donna anziana, vestita di nero e inizia a scavare a mani nude tra le macerie, è la sua casa, ne è rimasto in piedi solo una parete con attaccato il quadro di Re Vittorio Emanuele che ora è al sicuro a Brindisi. La donna passa tra le macerie, raccoglie qualcosa, poi si avvicina al quadro, lo stacca dalla parete, lo scaraventa a terra  e lo schiaccia con ferocia con i talloni.

    Si allontana portando sulle spalle un piccolo fagotto.

    Più avanti sulla strada che porta al cimitero, seduti su un muretto tre ragazzi con gli abiti a brandelli e ricoperti  di sangue piangono silenziosamente.

  • Come comincia: Hamar ha due figli grandi, uno in arrivo, e lavora tutto il giorno. Non parla molto di lui o di quel che ama, a dirla tutta non parla proprio, un tempo credevo fosse muto, poi ho capito: basta guardarlo in fondo per capire tutto.
    Hamar è negro e suda molto. Alle otto ogni mattina è pronto a fissare i bulloni sulle piastre, apre il forno e il caldo gli appanna gli occhi: la pistola ad aria compressa nella mano destra, le scarpe pesanti ai piedi.
    Alle otto e trenta è già sudato e puzza, ma Hamar è negro.
    Mio padre torna tardi la sera, sa di vino e di bestemmie, lavora sempre tutto il giorno, quando vuole, e di problemi lui ne ha tanti, dice. Mio padre è bravo a fare il suo mestiere, ma mio padre è bianco. Come me.
    Mio padre si è sposato a diciotto anni, aveva conosciuto mia madre andando a messa, è sempre stato molto cattolico e praticante mio padre, ha voluto subito mia madre, subito dopo quel giorno che è rimasta incinta; mi ha sempre detto, mio padre, che il Dio dei giusti ci guarda e ci protegge, e mio padre è giusto, mio padre è bianco.
    Hamar non fa mai la spesa, lui lavora e basta, lascia che sia la moglie ad occuparsi di queste cose. E' negra come lui quindi puzza come lui, credo.
    Non ho mai visto da vicino la moglie di Hamar, solo in lontananza, con i figli per mano che sorridono felici anche se sono negri.
    La portinaia mi ha raccontato che quelli li hanno promessi da bambini, dice che nelle tribù funziona in questo modo, viene deciso da piccoli chi bisogna sposare, e loro sono stati scelti appena nati. A vent' anni si sono sposati e dopo qualche anno è nato il primo dei loro figli, erano felici mi ha detto la portinaia. Erano felici, chissà perché.
    Mio padre non ha mai fatto la spesa: quando torna la sera si sdraia sul divano per bere e bestemmia, bestemmia.
    Bestemmia.
    Solo a volte parla.
    Mia madre compra quello che può, come il vino e quella crema strana che puzza e unge ma che fa bene contro i segni che le lascia mio padre sulla pelle quando è troppo stanco, ma lui lavora, lavora tanto e non ha mai tempo per capire quel che vuole lei.
    Noi.
    La moglie di quello esce sempre vestita con una specie di lenzuolo tutto colorato, ne avrà una ventina credo, di tutti i colori, e ride con tutti, saluta tutti, anche la portinaia quando la vede, anche Hamar sorride tanto e si vede bene su quel suo viso negro, quando passa sotto casa lo guardo a lungo. I suoi bambini sembrano allegri, gli vogliono bene, credo.
    Chissà perché.
    Ha una macchina piccola e di troppi colori, riparata spesso dal carrozzaio all'angolo, fa rumore quando è in moto, ma lui ride sempre se sta con quei piccoli animali negri.
    Mio padre invece non sorride mai, e non ricordo più i suoi denti, ma in fondo lui è stanco e lavora tanto, non ha poi molto da sorridere: l'affitto costa fatica e sudore, dice sempre così lui.
    La macchina non l'ha più, l'ultima volta si è fermato contro un semaforo, aveva bevuto troppo perché di problemi ne ha tanti e almeno così si aiuta un po'.
    Quando lavora Hamar non capisce mai la lingua, è troppo difficile per lui l'italiano, qualcuno gli parla in francese, qualcuno prova a spiegargli le cose come si fa con gli animali, altri a gesti gli dicono cosa fare, lui continua il suo lavoro, sorride e suda.
    Avvita bulloni e vive dentro quei forni, è negro e puzza, ma è sereno, chissà perché.
    Ieri mattina ho visto il postino che gli ha portato una busta, ha detto qualcosa nella sua lingua e la moglie gli ha risposto, hanno riso insieme e poi è uscito, la portinaia mi ha detto che era una multa.
    Negri.
    Non sanno leggere e gli fanno la multa, poi ridono.
    Mio padre sa bene l'italiano, lui è bianco e conosce la differenza tra un divieto di sosta e un senso unico, non ha mai preso una multa, tranne quella volta che ha sbattuto. La polizia lo riportato a casa in piena notte, ma il processo è stato veloce, nessun ferito e nessun problema, era da solo in auto, pochi danni alla proprietà pubblica, solo lui ci ha rimesso.
    E io.
    E mia madre.
    Solo qualche livido in più il giorno dopo, ma lui è stanco, ha tanti problemi e noi non lo aiutiamo molto.
    Mio padre ha fatto ogni lavoro, capisce bene cosa fare, ma lui è bianco e non può mica morire come un negro, ha i suoi diritti lui e ogni giorno li fa valere, per questo quelli vogliono solo gente come Hamar, perché quelli basta che lavorano per mantenere la famiglia, si farebbero uccidere per i figli e per la moglie, senza pensare ai loro diritti e a ciò che è giusto, sono negri che ne sanno loro di quello che è giusto, che ne sanno loro della vita.
    Mio padre sì, che sa che cosa fare.
    Il mondo gira ogni giorno, Hamar ha due figli e un terzo in arrivo, mio padre beve e puzza di vino e bestemmie. Io sono bianco e so bene come vanno le cose: sono come mio padre.
    Hamar invece non lo sa come va il mondo, ama la sua famiglia e vuole il meglio per lei, lavora sempre suda troppo.
    Hamar non è mio padre, io sono bianco, Hamar non è mio padre e non lascia lividi sulla pelle dei suoi piccoli animali negri.
    Hamar sorride e mi saluta quando passa.

  • Come comincia: Ero seduto nel pullman col libro di Teorie e Tecniche della Comunicazione di Massa  aperto dinanzi a me quando t'ho vista a quella fermata.
    Nella tua ostentata giovinezza affrettavi il passo per non perdere il mezzo che poteva riportarti a casa;  coi tuoi capelli neri e vestita con un semplice jeans ed una magliettina, sei salita sul bus facendo una linguaccia ad una amica a piedi.
    Ti osservavo, nella spensieratezza dei tuoi diciott'anni, nella leggiadria con cui ti toglievi lo zaino di scuola e ti sistemavi i capelli; ero contento.
    Il pullman gremito intanto continuava la sua corsa ed io ero lì ad osservarti, distogliendo lo sguardo ogni qualvolta ti giravi verso di me: maledetta timidezza.
    Neppure un metro ci divideva eppure sembrava uno spazio infinito.
    E poi,  l'apice dell'emozione: un misto di gioia e sorpresa; felicità e paura, quando il nostro sguardo s'è incrociato ed un tuo dolce sorriso di approvazione ha sottolineato il mio gesto di rispetto verso un anziano signore che ho fatto sedere al mio posto.
    Mi sono alzato, riponendo il libro in borsa, ed ho continuato nella mia opera di contemplazione mentre intorno i suoni di un pullman nell'ora di punta continuavano sbiaditi il loro percorso.
    Poco dopo però è svanito tutto. E' arrivato il momento per te di rompere questo mio idillio: era la tua fermata, le porte si sono aperte, ti sei girata verso di me, mi hai sorriso per la seconda volta, poi sei corsa giù per gli scalini lungo la strada che ti porterà a vivere la tua vita.
    Ed io? Un attimo di smarrimento, nelle cuffie del mio lettore mp3 "Leave right now" di Will Young a fare da sottofondo alla tristezza che si era fatta breccia nel mio cuore.
    Ti ho trovata...
    Ti ho subito persa...
    Ma è stato bellissimo.

  • 05 giugno 2007
    Un attimo e un'emozione

    Come comincia: Sandro era mattiniero. Determinato uomo di legge, tutto d'un pezzo. Oggi incontrava una ragazza prima di andare a lavoro.

    L'aveva pensata molto. Conosciuta in una chat. Appuntamento alle 9 in punto. Davanti a quel bar della piazza Garibaldi.


    Immediato il riconoscimento! Un abbraccio ed un bacio. Il dubbio che lei avesse esitato.

    Sei tu?! Non vedevo l'ora.

    Mi fai emozionare. Tremo. Che bello stare qui con te.


    I baci più appassionati dentro la macchina lercia di cicche e scopate passate. Sei speciale. Una cosa bella che mi sta succedendo. Voglio viverti. Sei nell'anima. Sei importante...


    Note brucianti accompagnavano questo apparente inizio di un folle amore.


    Saluti e baci. Poi ancora abbracci. Sms di arrivederci un minuto dopo la separazione. Bellissima storia che dura un giorno e finisce.


    Al lavoro. Sandro non mette mai nulla prima di questo. Ligio, puntuale. Agente scelto. Un giorno qui, poi a Bologna. Si torna a Napoli.


    Il telefono squilla. Minchia che vuole?!

    Il telefono squilla mille volte.


    Sì, un nuovo incontro, finalmente ritrovarsi. Strana freddezza.

    Come se il tempo avesse cancellato dal cuore ogni passata grande emozione.


    Per restituire quei baci in modo più appassionato che mai, con l'amore più profondo, come mai vissuto prima. In un posto squallido, quasi a presagire il dopo. Lei, avvinghiata al niente, cerca col pensiero un contatto, il suo cuore.

    Nessuna emozione profonda, nessuna farfalla intrappolata nelle viscere.

    -Che faccio con questo?-

    -Ti amo...Ti amo...-

    -Sì, anch'io ti amo!-

    Ciao.

    Fine di una storia.