username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 29 ottobre 2008
    Quel che è

    Come comincia: Un povero mendicante camminava per la strada guardando mesto le vetrine a festa, di lì a pochi giorni sarebbe arrivato il Natale, occasione di festa e gaudio per tutti, ma per lui uomo solo e stanco, era il periodo più triste dell’anno, quello in cui la solitudine diventava una punta affilata pronta a trafiggergli il cuore.
    Non desiderava ormai più niente dalla vita, se non il tanto che gli permettesse di sopravvivere, un tozzo di pane gli era più che sufficiente, e mentre cercava l’elemosina come tutti i santi giorni per poter soddisfare la sua fame, un uomo dai lineamenti perfetti, elegante nel porsi e curatissimo nel vestiario lo avvicinò dicendo: “Vieni con me vorrei mostrarti qualcosa”.
    Il mendicante aveva a malapena la forza di sollevarsi da quell’angolo di strada, ma era talmente affamato che sarebbe andato ovunque, anche in capo al mondo, pur di mettere qualcosa sotto ai denti.
    Seguì lentamente quell’uomo ben vestito, sino ad una enorme carrozza, dove fu invitato a salire, e non appena il bel signore si fu accomodato al suo fianco la carrozza partì.
    Il mendicante sentiva i morsi della fame confondergli la mente, e con occhi annebbiati osservava l’uomo artefice di quella strana proposta.
    E fu allora che gli disse: “Gentiluomo non chiedo niente di più che un tozzo di pane, per calmare i crampi che mi percuotono lo stomaco”.
    Ma l’uomo l’osservava senza proferir parola.
    E il mendicante continuò: “Dove mi conduce codesta lussuosa carrozza?”
    Non ebbe neppure finito di parlare che la carrozza frenò bruscamente, i cavalli nitrirono all’unisono, colpa delle briglie che erano state tirate con molta forza, l’uomo elegante scese per primo e nel mantenere lo sportello aperto, fece segno al mendicante di scendere.
    L’uomo scese a fatica da quel veicolo e quando ebbe messo entrambi i piedi in terra, vide che non si era spostato di un passo dal luogo in cui era stato raccolto. Confuso più che mai, guardò il gentiluomo dicendo: “Non capisco, è lo stesso posto da dove siamo partiti eppure ho sentito nitidamente la carrozza partire, i cavalli correre e fermarsi, eppure siamo di nuovo qui, nello stesso identico luogo”.
    “No buon uomo” - rispose il bel signore – “non siamo nello stesso identico luogo, siamo nel presente, e tu eri fermo nel passato. Vedi la vita è quel cammino fatto tra “quel che è stato” e “quel che sarà”, ma troppo spesso ci dimentichiamo di guardare a “quel che è”.
    Questo luogo è “quel che è”.
    Restare legato a quel che eri ti ha reso insopportabile vivere il tuo presente, non immagini invece quanto tu sia prossimo al tuo divenire di luce”.
    Il povero mendicate… guardava l’uomo con comprensione, era elegante, intelligente, colto, danaroso, forse voleva solo provare un emozione diversa, quella di prendere in giro un poveraccio. Ebbene se quello era stato il suo intento gli era riuscito pienamente, e pieno di sconforto disse: “Buon uomo, chiedevo solo un pezzo di pane… non un sermone filosofico, vi ringrazio comunque, complimenti per la carrozza, la vostra eleganza e l’evidente ricchezza”.
    Detto ciò fece per andare via.
    “Mendicante, io sono te!” - disse il bel signore. Il mendicante si fermò di scatto a quelle parole, e girandosi indietro prese ad osservare meglio il volto dell’uomo, e come se la vista gli fosse ritornata improvvisamente nitida, vi scorse i suoi lineamenti..
    “Come può essere!”- disse pieno di meraviglia – “che tu sia me, guardami come sono ridotto, mi manca tutto, anche il necessario, mentre tu sei…”
    “Non ti manca il necessario, ma ti è mancato, oggi non sei quel che eri… sono venuto a prenderti per portarti nel tuo presente, il passato era la tua prigione”.
    Il mendicante era stranito, tornò al suo angolo di strada, dove era solito chiedere la carità, le persone erano intente negli ultimi acquisti di Natale, ma nonostante la frenesia del momento tutti nel passare lo ossequiavano in segno di grande rispetto.
    Il mendicante, fece per guardarsi riflesso in una delle tante vetrine e si vide vestito in modo impeccabile, con bombetta, guanti bianchi e bastone in vernice nera.
    Una voce lo chiamò: “Signore la carrozza è pronta”.
    E l’uomo con passo spedito si diresse sino alla sua carrozza.
    “Partiamo?” -disse il cocchiere.
    E l’uomo che ormai viveva il suo presente disse sorridente: “Sì, avanti, destinazione paradiso, ops… futuro”.
    La vita è quel cammino fatto tra “quel che è stato” e “quel che sarà”, ma troppo spesso ci dimentichiamo di guardare a “quel che è”.

  • 29 ottobre 2008
    Sogno

    Come comincia: All’inizio è sempre il vento. Tutto è buio di una densità imbarazzante, non si sente nulla né intorno, né all’interno. E’ il vuoto, che impregna della sua non essenza le invisibili macchie della nostra solitudine.
    La quiete è sorprendente; poi un brivido, ed ecco il vento, ringraziando l’infinito, apre le sue ali di seta e si solleva. Alto, maestoso oltre le nuvole; una goccia lenta cade, immobile e irreale, veloce penetra, s’incrosta di terra e scompare amalgamata in essa; incessante il soffio, si porta trascinando la sua collera e i momenti di quiete.
    Come stridendo tra i rami si insidia nel nulla e lo fa suo, domina l’oscurità e pervade i sensi.
    Lei è li. Non aspetta niente. Seduta su di un freddo masso guarda le onde infrangersi sugli scogli. Vernice poi schiuma, poi ancora vernice, davanti al suo specchio l’acqua gioca con il sole, lo cela e poi lo porta all’altare.
    La luce sacrifica il dolore per dar vita all’estasi dei colori. Questa sera ha colto troppe parole dal suo giardino, le guance sono ancore vive dall’affanno e si preparano a ricevere la dolce carezza del vento.
    Vacilla dolcemente e seguendo l’omelia del mare socchiude gli occhi in cerca di pace, il tramonto ha comprato il suo cuore, moneta calda che scalda la vita e lo innalza a fantasia. Il mare incessante si insidia tra i suoi capelli, volti al volere del vento e delle gocce che ricadono a terra asciutte senza vita.
    Visibile è la luna, nella sua non pienezza la rende simile a lei, non uguale a ciò che è normalità, né identica a ciò che si ritiene realtà.
    Un profumo taglia la scena con una densità che non è propria della sua natura. Un senso di freschezza, armonia, luce. Un senso di vita. Un senso di morte. Come un liquido caldo avvolge il suo corpo, lentamente immobilizza le sue gambe, nello stomaco un brivido, le sue mani tremano, la sua anima urla. L’invisibile prende forma.
    Il silenzio diviene melodia. Sagoma presente in sogno compare all’imbrunirsi del cielo, scostata ma reale, sussurri e lamenti del vento s’interrompono dal suono di una sola parola. E fu il silenzio di un istante, piccola gioia o morte, come angosce saldate ai bordi.
    E nulla turba il vento, e tutto trasporta le emozioni, l’essenza si nutre di visione eterea. E nulla riferito, solo l’eco di quel tutto devasta e innalza quella parola, calore freddo e bollente s’insidia nel profumo della sera. Si mischia al vento, si scioglie all’acqua, si fonde in un sentimento e lei osserva mentre la parola aleggia sola.
    E ora lascia al tempo solo lo spazio di un minuscolo sogno, il resto è vita e la vita potrebbe figurare in sogno, solo che esso non potrà essere reale come lo vorresti, quindi rimane solo un sogno a metà, sospeso in quel lieve soffio di vento.
    E il vento ritorna sulle impronte dei giorni e vi disegna ulteriori solchi per lasciarne il segno del suo passaggio, leggero si posa come incantevole essenza nella mia anima… sola, persa e vuota.

  • 29 ottobre 2008
    Il Giudizio

    Come comincia: La campana emetteva il suo rintocco da quasi un minuto buono quando XX aprì gli occhi e guardò la strada spazzata dal vento. Il sole di metà pomeriggio illuminava i tetti delle case e sembrava rendere colorata l'aria che si muoveva veloce.
    Dovevano essere quasi le 4 pensò stropicciandosi gli occhi ancora socchiusi. La bevuta fatta a pranzo per festeggiare l'arrivo in città del nuovo governatore si era protratta per più di due ore e aveva lasciato il segno su molti dei presenti; la maggior parte si era placidamente abbandonata a dormire per terra, in mezzo all'erba del grande giardino, mentre i camerieri e la servitù si affrettavano a togliere gli avanzi e a risistemare il disordine venutosi a creare.
    Cercò di pensare al discorso del neo-governatore, ma il solo risultato fu quello di accorgersi del terribile mal di testa che lo opprimeva. Si ricordava i particolari del pranzo, il cibo servito su piatti che pretendevano di essere puliti, l'elegante svolazzo di abiti di seta femminili e lo sguardo preoccupato della servitù. Ma erano immagini senza suoni, che sembravano appartenere ad un sogno.
    Il vento soffiava ora più forte e già si intravedevano le nuvole, nere e compatte, aldilà della montagna. Lo sbattere delle persiane e il latrato dei cani avvertivano che presto sarebbe
    cominciato a piovere. In tal caso sarebbe rimasto a dormire, non prima di aver preso due analgesici, per lenire quel maledetto dolore alla testa.
    - "Porta novità questo temporale"- disse la donna entrando nella stanza, -"Le carte..." - cominciò. -"Vai al diavolo tu e le tue maledette carte"- rispose lui con un lieve sogghigno, -"ti ho già detto che non voglio queste diavolerie da strega in casa mia!"- Lei abbassò gli occhi e mormorò qualcosa in quella lingua che lui mai aveva imparato a decifrare. -"E comunque nessuno ti ha chiesto di venire. Semmai ne avessi avuto voglia ti avrei fatta chiamare"- riprese lui. Lei guardò fuori dalla finestra e disse ancora qualcosa a bassa voce che poi fece verso di tradurre: - "E' tutto così chiaro"- e rimase a guardare fuori.
    Lui aveva già chiuso gli occhi per cercare di scacciare dalla sua mente quell'immagine fastidiosa ma come per incanto gli si presentò nella mente un nuovo pensiero. Aveva capelli ondulati, scuri con occhi color madreperla. Il corpo nascosto in quel vestito nero che lasciava intravedere le caviglie nude e le mani piccole e scure. Quell'immagine gli fece male; non riusciva ad associarla ad un momento particolare del pranzo, ma sicuramente avrebbe dovuto rivederla in giornata. Avrebbe voluto darle un nome, ma in realtà non l'aveva mai saputo né forse l'aveva mai chiesto. Pensò che non avrebbe più potuto vivere senza di lei e che in fondo andare a quel pranzo era stata volontà di Dio. Si alzo d'improvviso dal letto e si mise l'abito della festa di lino chiaro, il cappello bianco e le scarpe di tela. -"Dove vai?"- gli chiese. -"Al diavolo"- rispose lui, -"o da un angelo"- proseguì bisbigliando.
    Le foglie e il polverone della strada lo accolsero appena messo piede fuori dalla porta. Il barbiere sostava fuori dall'uscio della sua bottega, col tabacco in bocca e guardava il cielo che si andava riempiendo di nuvole. Si salutarono con un cenno del capo e un piccolo movimento delle mani. Pensò di dirigersi verso il palazzo del governatore, forse lei era ancora la e quando l'avrebbe vista le avrebbe detto che la sua vita, da quel momento in avanti, sarebbe dipesa da lei. Niente di più. Camminava sempre più veloce col rumore del temporale alle sue spalle pensando che dopotutto se non l'avesse trovata al palazzo qualcuno gli avrebbe dato delle informazioni su di lei. Incrociò due guardie che trascinavano un uomo sulla mezza età; un ladro forse, uno dei tanti colti sul fatto. Il nuovo governatore aveva emesso un bando contro di loro per cui se il furto era reiterato il colpevole era passibile di morte. Era l'unica soluzione per fermare quella piaga sociale ed era stata accolta perlopiù con soddisfazione dalla gente. Dove per gente si intendeva tutti coloro non appartenenti alla plebaglia.
    Scomparvero dietro un angolo della strada principale e fu allora che si accorse di essere arrivato alla meta. Il portone era socchiuso; si guardò attorno e si decise a bussare. Nessuna risposta. Ma dopo pochi attimi sentì distintamente i passi lenti del custode che da li a poco apparve sulla soglia, sigaretta in bocca. Disse il motivo della sua visita pensando: "La conoscerà o la ricorderà di sicuro". -"Ma lei è il difensore?"- gli rispose il custode. Rimase sorpreso: -"Difensore di cosa?"-. - "Beh, in tal caso è tardi"- riprese il vecchio -"la signorina è già stata consegnata al giudice. Immagini un po': 3 tentativi in due mesi. Ma questa volta 2 palle nella schiena non gliele leva nessuno. Amico compreso"-. Rimase attonito mentre quello continuava: - "Pensi: venire a rubare in casa del governatore-" disse ridendo mentre gettava la sigaretta davanti ai suoi piedi - "poi uno dice che non se le cercano!"
    E dopotutto pensò che le carte avevano avuto ragione.

  • Come comincia: Era da tempo che il signor Leandro Prestirognoni non faceva una cena così sostanziosa.
    Generalmente aveva l’abitudine di alzarsi dal tavolo con ancora un po’ di appetito; lo aveva sentito in una di quelle trasmissioni televisive che parlano di salute ed alimentazione e da allora lo aveva preso come una dottrina, come una legge da seguire perché, a quanto pare, faceva bene, evitava quel senso di pesantezza post-pasto tanto fastidiosa.
    Quella sera invece il signor Leandro non aveva resistito alla tentazione del polpettone preparato dalla moglie e si era lasciato vincere dall’invitante intingolo vietnamita che ne guarniva le pareti, condendo il tutto di uno straordinario sapore a cui nessuno avrebbe potuto dire di no.
    Aveva mangiato. Aveva mangiato tanto quella sera il signor Leandro Prestirognoni, tanto da scoppiare, tanto da fregarsene completamente delle sue abitudini salutistiche... tanto in una sera, non avrebbe messo su chissà quanti chili! Il problema però si era manifestato dopo.
    Il signor Leandro non riusciva a muoversi, si sentiva gonfio; avrebbe dovuto camminare, farsi un giro, smaltire in qualche modo quella cena lussuriosa.
    Ma dove sarebbe potuto andare? Si….è vero sarebbe bastato fare solamente due passi, anche da solo, ma non ne era abituato, lui che aveva sempre cercato un fine nelle cose che faceva anche nelle cose più comuni ed elementari.
    Capirete quindi, perché quella maledetta sera aveva preferito restarsene tra le mura amiche a condividere il suo tempo con l’unica persona che lo aveva sempre ascoltato, assecondato, capito e soprattutto amato; sua moglie Baldassarra.
    Il tempo di sparecchiare, aiutare un po’ in cucina ed il signor Prestirognoni si era preparato ad entrare in salotto e distendersi sul suo amato divano. Eh! quante storie ci sarebbero da raccontare su quel divano, ma non è né tempo né circostanza per farlo.
    Dicevamo: il signor Leandro si era appena disteso sul divano, convinto di guardare la televisione, ma subito si era accorto di non aver ancora dato una scorsa al giornale!
    Lo aveva comprato con tanto amore la mattina ma poi, preso da una immane quantità di commissioni da sbrigare, non era più rientrato a casa.
    Ecco che quindi il giornale era rimasto lì, integro e mai aperto dato che, essendo la moglie analfabeta, l’unico in grado di poterlo leggere in quella casa (seppur, bisogna ammetterlo, con qualche difficoltà) era proprio il nostro signor Prestirognoni.
    Si era quindi deciso a leggerlo, ed in particolare gli era venuto in mente di andare a vedere una notizia in cronaca nera.
    Infatti, durante il giorno, aveva sentito gente mormorare (il suo è un paese piccolo…) a proposito di alcune persone morte in circostanze misteriose, pare per colpa di alcuni giornali, ma nessuno sembrava aver capito come.
    Fatto sta che il signor Leandro (un secco rutto gli fece capire che il polpettone aveva cominciato in maniera positiva il percorso naturale che lo avrebbe portato ad essere defecato nel giro di poche ore) si era seduto ed aveva aperto il quotidiano,gli aveva dato due poderosi strattoni, come si fa di solito quando si vuole che le pagine si distendano bene, ma stranamente le braccia gli erano sembrate reagire in maniera opposta.
    Il signor Leandro stentava a capire. Aveva riprovato a stendere le pagine ma queste non si muovevano anzi, sembravano fare resistenza.
    Che strano!
    Il signor Leandro aveva subito tirato le sue conclusioni da uomo pragmatico e razionale quale era… “Sta a vedere che ho mangiato veramente troppo. Oltre ad avere pesantezza di stomaco mi sembra di avere le traveggole!”.
    Ciononostante non aveva cambiato idea.
    Dopo essersi stropicciato gli occhi come a confermare il fatto di essere ben sveglio aveva cominciato a leggere il giornale.
    Per qualche minuto tutto era sembrato essere tranquillo, quando ad un tratto era stato proprio il giornale a dargli uno strattone!
    Il signor Leandro era rimasto sorpreso e sembrava voler mollare la presa, ma non riusciva a farlo! Era come se il giornale tenesse lui per mano!
    Il signor Leandro d’un tratto si era fermato ed aveva fissato il centro del foglio.
    La sua espressione era passata gradatamente allo stupore più primitivo al terrore più profondo fino a che aveva cominciato ad urlare.
    In quello stesso istante il giornale gli era balzato in viso ed aveva cominciato a dilaniarlo.
    La scena che si presentava a Baldassarra (a minuti vedova Prestirognoni) era tremenda.
    Il suo povero marito era li che si contorceva in preda ad urla e spasmi violentissimi, con il giornale stretto nelle mani!
    Poi dopo qualche istante era cominciato a sgorgare sangue in enorme quantità, il giornale a macchiarsi e dopo qualche secondo ancora, dopo un’orrenda agonia, tutto era finito.
    Il corpo del signor Leandro si era posato su un fianco, le braccia erano scese giù di colpo ed il giornale ormai inanimato era caduto a terra.
    Al posto della testa del signor Leandro c’era un’incredibile accozzaglia di materiale cerebrale, e tanto, tantissimo sangue che aveva ormai cambiato colore a quel divano che tante storie aveva da raccontare.

  • 29 ottobre 2008
    Dispersioni

    Come comincia: “La Napoli del XVI secolo era un teatro di lotte e conflitti continui per il predominio del regno tra dinastie francesi e spagnole che, a loro volta, si alternavano nella città, tra scontri diretti e pubbliche battaglie” il vecchio professore di storia fissò il giovane pescatore che aveva trovato l’arrugginita scatola metallica contenente ciò che il secondo considerava un antico reperto, una carta ormai ingiallita nei secoli che conteneva una poesia in Spagnolo successivamente tradotta da un esperto in Italiano.

     

    Mi libertad está demasiado lejana,
    tu soledad ya demasiado cercana.
    El tiempo nos deja insomnes,
    el espacio nos hace presos.
    Tienes un rincó n que yo no encuentro
    Y todo se me hace má s triste.
    Siempre esperaré amaneceres
    Llenas de colores perdidos
    Entre los recuerdos de la vida.

    La mia libertà è troppo lontana,
    la tua solitudine già troppo vicina.
    Il tempo ci lascia insonni,
    lo spazio ci fa prigionieri.
    Hai un angolo che io non trovo
    e tutto mi si fa più triste.
    Aspetterò sempre albe
    piene di colori persi
    tra i ricordi della vita.

    Proprio tra le acque del Golfo di Napoli, quell’antica scatola era rinvenuta tra la pesca del giorno del giovane che ne aveva subito portato il contenuto ad un qualcuno che più di lui ne avrebbe potuto, qualche modo, rivelare l’origine e, forse, la storia passata.
    L’autore o l’autrice della partecipazione poetica di una qualche situazione esistenziale del periodo storico accennato dal professore, aveva appositamente custodito la carta nella scatola buttata o forse persa, poi, in mare.
    A tutto avrebbe potuto accennare chi ne aveva scritto le parole e chissà, invece, a chi sarebbe potuta esser destinata a suo tempo.
    “Difficile dirlo” commentò il professore pensieroso che, però, già sapeva a chi portare il ritrovamento.
    La qualunque libertà può sempre esser considerata troppo lontana e la solitudine di chiunque troppo vicina.
    Il tempo può far troppo pensare, per lasciar insonni e lo spazio può confinare per render prigionieri di qualsivoglia cosa , in ogni suo senso.
    Ma, forse, nemmeno poteva aver un senso chiedersi a cosa si riferisse anche l’angolo accennato e non trovato, tra la tristezza di un’attesa di albe , in quanto inizi di giorni di vite nuove, fatte dei colori persi tra i ricordi di una vita mai identificata.
    Per anni, da allora, rimase tra le mani degli studiosi e degli esperti storici della città che, col suo mare ed alla luce del suo sole, nel tempo, si apprestava a restituire ciò che documentava aver attraversato nei secoli.
    La storia di un forte amore, di una fragile lotta, di un importante conflitto, di una giovane ribellione, di un coraggioso passato, di un sentito dolore, di una travolgente passione o di una vana speranza aveva dato, a suo modo, luogo a delle parole forse perdute, forse lasciate, forse abbandonate, forse rubate o forse spedite al volere d’un destino che sapeva farne più uso di quanto avrebbe potuto far l’umana volontà.
    Le acque come il vento possono rapire e mai lasciar ritrovare, tra passato e presente, rivolti ad un futuro che non ricolma poi, realmente, il dovuto creduto perduto, ma mai davvero ceduto al tempo forse innocuo o forse tiranno esistenziale.
    La Napoli antica pari alla moderna dei vicoli urlanti, delle stradine scoscese, del mare travagliato, del sole infuocato, della voglia di riscatto, delle guerre morali, delle stagioni dimenticate, dei singoli affranti, dei tanti litiganti, delle realtà capovolte, dei mondi opposti, si face forte dei suoi misteri in una storia che tornava a galla, dalle acque del Golfo, riscoprendo il valore appartenente a chi da sempre ne dimenticava il senso, nel sogno dell’invano scorrer via più lontano.
    Chissà poi, dove e quanto lontano andava od intendeva andare la città con le sue storie, nella realtà più attuale e chissà quando e quanto avrebbero influito i suoi valori e le sue virtù naturali ed avallate.
    Al Museo di Capodimonte il reperto fu esposto per la prima volta nella Primavera del 2020.

  • 29 ottobre 2008
    Schegge

    Come comincia: Scopro, che in me vive un ammasso di contraddizioni che mi sorprende così, all’improvviso:  irrompe prepotente e toglie il fiato, esplode come magma incandescente e adagia gelatinoso sulle ali di un ricordo greve, approdando naufrago su un mare in cui non intravedi salvezza. Sequenze di vita senza suoni, alla ricerca di cosa è stato. Ma cosa è stato? Ti regalo un sorriso, ti racconto di parole scritte nel vento, frugo nella mente alla ricerca di ricordi sbiaditi. Non esistono domande, non ci sono risposte. Vorrei essere… o forse non essere! Mi sorprendo a scavare nei recessi della mente, contrastando cuore e membra intorpidite, alla ricerca di un’ Armonia lontana che il tempo ha sbiadito. Riaffiora e prende forma, tra le dita, la magia di un momento in cui il tuo pensiero, guidato da inspiegabile alchimia si sia incontrato con il mio, in un punto indefinito dell’Universo. Flash improvvisi come lampi pregnanti di sconforto, di vuoto, di desolazione e sbalordimento che avvolgono in spesse coltri di rabbiosa insofferenza: quanta tristezza, o forse è solo rabbia furente, quanto è più grande la consapevolezza di ritrovarsi nudi, inermi, impotenti e imprigionati nelle trame di un groviglio di ingiustizie. Ho tracciato e cancellato mille volte un pensiero lontano: i profumi di un tempo incompiuto, la precaria fragilità di un soffice prato fiorito che, le prime piogge autunnali hanno irrorato. Cosa avevo, che ora non ho più ? L’ acqua ha lavato il sangue dai graffi della vita. Ho scostato la tenda e il sole entra nella stanza. Vorrei parlarti, vorrei tanto poterti parlare. Il mio pensiero, corre a quelle mille sere silenziose: silenzi adagiati sulla città calda e mi sembra di percepire qualcosa di molto importante da dire che brucia nel petto, intensa, e corre rapida verso il cervello con furia devastante e inarrestabile ma il pensiero è sfuggente … e resto muta! Ti ho offerto le mie mani, la mia vita, i miei pensieri e i miei occhi… Ho cercato l’Altrove in ogni luogo, ho preso treni e perduto coincidenze, abbandonato fogli su una scrivania. Ho smarrito appunti per un viaggio che non ho mai fatto. Annullo schegge di silenzio che si ripercuotono nell’aria, intorno, trattengo il respiro con la meravigliata sorpresa di chi torni a sentire la stabilità del suolo dopo un salto nel vuoto… Pensieri, si infrangono su pareti di cera e vetri frantumati. Cammino in fretta, sola, nella strada deserta. I passi sono rapidi, ansiosi, senza sapere dove stia andando, o non è del tutto vero, se percepisco di saperlo ed è qui, che mi fermo di colpo, con le braccia abbandonate, inerti lungo i fianchi e chiedendomi, che ne sarà di me. Voglio pensare che sia così: realtà che colma il mio sogno, presenza che mi fa compagnia, tenerezza che riempie i miei silenzi… Scorre nel suo letto, il fiume, e ti ho cercato ovunque incontrandoti in una terra senza nome. Ho tanto camminato alla ricerca di quello che volevo e che, ancora una volta non c’ è: attenderò che le mie gambe riprendano padronanza… sono la luna e senza il buio non posso stare, sono la tramontana e riprenderò il mio viaggio verso un sogno grande. Nostalgie autunnali, accentuano una malinconia latente e qualcosa prende forma nei miei pensieri. Mi rifugio, a volte, in una muta preghiera e resto in attesa: quella di un segnale, di una certezza che superi la soglia della mia vulnerabilità. E' grande la città, misteriosa e imperscrutabile, parossistica e assediata da una quotidianità opprimente e vacua. Strade di polvere che attanagliano la gola, parole perse, sogni smarriti e mai raggiunti. Rinnego un tempo corso via, che mi ha allontanato dalla mia vita e da tutte le persone che ho amato. Chi mi vuole, chi mi cerca, chi ha bisogno di me? Forse più nulla mi ferisce adesso: La barriera dipinta intorno a me, sia sorriso, sia silenzio, sia rimprovero, sia abbraccio, mi protegge dai mali. Ti ho guardato e tremo, poiché nei tuoi occhi ho riconosciuto i miei. Ricamo frasi che scaturiscono dal mio sudore, dai miei affanni. Silenziose statue che popolano la notte, mi passano accanto senza vedermi : fisso le stelle, cercando in esse le risposte ad un passato e al futuro, fluttuando al ritmo frusciante dei passanti inghiottiti in vicoli silenziosi e bui. Poco alla volta, cerco di sopperire alle perdite della mia vita trangugiando calici di amarezze, con la mera illusione che divengano dolce nostalgia, e la rabbia, energia positiva. Mi volto alla ricerca di tutto ciò ch’è stato scritto: scorre una folla d’ ombre che non produce nemmeno più dolore. Vissuti distanti, eppure, la storia è semplice: lampi di rabbia vividi, sovrastano i miei pensieri turbinando, scuotendo un passato serrato nella mente, richiamato alla vita, incombente come un temporale estivo che sia lì per scatenarsi, e non concede attimi di tregua. Farsi spazio nei giorni a venire,  ricacciare un singulto, silenziose lacrime amare che accompagnano una tristezza pesante come un fardello insostenibile che preme sulle spalle, e il mondo intorno, tace. Muto!

     



    Settembre 2008

  • Come comincia: Io cammino in genere a sinistra. Poi, si sa, abbiamo denti dentro spazi che non sono privati e a volte nascondiamo frigoriferi nella pancia per quel gusto barocco della privata proprietà.

     


    Biologicamente, abbiamo adunanze di ossa o di cellule che abbisognano di ordini e congegni massonici, senza che ce ne accorgiamo molta della nostra economia biologica o cellulare è già organizzata in ordinanze massoniche; intere micro-masse di cellule accorpate o di reazioni cellulari che nell’interazione concentrano nella sostanza di un “ordine ordinato” la propria consistenza. E’ complicato fare un decalogo che non sia “casuale” di essenze massoniche non previste: scuole, edifici abbandonati, piscine pubbliche, osterie, stadi di calcio, segreterie, ospedali e centri per il cosiddetto benessere, caserme, luoghi di culto, centri estetici, discoteche, fabbriche, industrie o i misteriosi depositi all’ingrosso per merci dentro cassette di cartone. Biologia, natura, civiltà, strutture e logistica urbana, infrastrutture, logiche di arredo, concepimenti architettonici. Nel biologico, lo sviluppo per asse o lo sviluppo degli ordini – fissati o armonici – ha una valenza strutturale che se non è “struttura” non è funzionale. Avrebbero tutte poche cunette, queste strade d’Italia,  ( l’Italia per intenderci industriale e buontempona, ) se non fossimo tanto poco accorti a contare una per una le rughe presenti nella fronte di Andreotti. Non esisterebbero gli asfaltatori: e neanche le veline forse. “Ma farebbe bene alla mia corte sapere a che pro l’escavazione di una tesi in merito”. E per la cronaca contiamo: un servitore, uno scribacchino, un corsivista, un cronista, un ammaestratore dialettico, un paggio delle occasioni, un esperto di tematiche, un saggio, un grammatico, un fachiro, un copista, un traduttore e un dattilografo. Abbiamo anche macchinari per la refrigerazione ma non amiamo vantarcene come taluni.

  • 28 ottobre 2008
    Romeo

    Come comincia: Erano le 8,30 quando Romeo aprì gli occhi. Era veramente di buon umore: si prospettava una di quelle domeniche che vanno ad incrementare una vita felice.

     


    Romeo adorava svegliarsi la domenica sempre alle 8,30, quando un merlo si metteva a fischiare sul davanzale; allora Romeo, come tutte le domeniche, gettava delle briciole che aveva preparato la sera prima, davanti alla sua finestra e si fermava ad ammirare il panorama: il sole a quell'ora illuminava appena le colline che scendevano dolcemente come una enorme cascata verde punteggiata di giallo e che si tuffavano in una sanguigna spuma di alberi di Giuda; alcune nuvole si dilungavano un po' troppo per ammirare lo spettacolo mattutino di primavera. "Caspita! - pensò Romeo - Speriamo che non voglia piovere. Se no la mia meritata gita va a monte!"


    Romeo aveva appuntamento per le 9,30 sotto casa di Angelica, la sua fidanzata; dopo sarebbero dovuti passare a prendere Carlo e Cristina per andare a Bracciano.


    Si stiracchiò soddisfatto e si diresse verso la cucina per la sua salutare colazione: caffelatte , succo d'arancia, pane bruscato con la marmellata di albicocche fatta da nonna Luisa appositamente per lui. Tutto procedeva, come al solito, alla perfezione: mentre si faceva la barba si compiaceva del suo bel viso dai tratti regolari e dai lineamenti eleganti, adorava i suoi capelli corvini che si modellavano in onde sempre perfette e i suoi begli occhi neri, profondi e da insolente, come diceva la sua Angelica. Già: Angelica, o meglio, la sua "pucci", come la chiamava lui, che finalmente aveva deciso di sposarlo.


    Bisogna ammetterlo: la sua vita era permeata di tutto quello che può esserci di positivo al mondo: la sua fidanzata lo amava, era circondato da  amici che gli volevano molto bene e la sua carriera di avvocato procedeva a gonfie vele.


    Romeo era felicissimo: se fosse stato una persona come le altre avrebbe urlato la sua gioia al mondo intero, ma, essendo una persona moderata, si sarebbe limitato ad avvertire il mondo di essere felice.


    Si ammirò allo specchio per darsi un ultimo sguardo d'insieme e sentenziò che era proprio affascinante, soprattutto con quella camicia a quadretti bianchi e azzurri che metteva ancor più in risalto la sua pelle leggermente ambrata; come ultimo tocco un bel maglione giallo buttato sulle spalle che "fa domenica" e via! verso una giornata perfettamente fantastica.


    Ma... Un'imperfezione, un neo... e, forse, qualcosa di peggio... Romeo corrugò la fronte: "Ma che ore sono..." il suo orologio segnava le 9,45... Come era possibile? Cercò la sveglia, ma anche le sue lancette erano posizionate paurosamente sulle 9,45. Scrutò tutti gli orologi di casa che affermavano imperterriti che fossero le 9,45 e mentre li guardava uno dopo l'altro diventavano le 9,46, le 9,47; i telegiornali, poi, ostentavano orribilmente orari come le 9,48 o le 9,49 e la sveglia telefonica asseriva starnazzando che fossero le 9,50. "Sono in ritardo!" gridò Romeo (per la prima volta da quando l'avevano sculacciato sul sedere appena nato); "Sono in ritardo!" ansimò mentre si metteva le mani fra i capelli corvini "Sono in ritardo!" e la voce gli si fermava in gola.


    Cominciò, poi, a girare per la stanza in preda al panico con le lacrime agli occhi, finché non urto paurosamente contro la sua libreria da dove cadde un suo vecchio libro di filosofia di quando era al liceo, che si aprì a pagina 84. Romeo si fermò e lesse automaticamente: "A cominciare dalla realtà esterna il Locke riconosce che non si può arrivare a dimostrare l'esistenza con un ragionamento, ma la nostra certezza che essa esiste è fondata sulla sensazione; aver la sensazione di una cosa certamente non è una prova della sua esistenza, perché essa potrebbe essere così soggettiva come le visioni di un sogno...". Romeo pensò un poco: "Un sogno?"... Angelica! Devo andare da lei! Mi ucciderà! Dobbiamo andare a Bracciano con Carlo e Cristina!". Prese le chiavi della macchina e si precipitò giù per le scale verso il garage portando con sé il libro di filosofia...


    Per la strada correva come un pazzo pensando a come poter calmare la fidanzata: sudava freddo e passava col rosso; sudava freddo ed andava contromano; sudava freddo e si spettinava ancora di più. Erano le 10,10 ed ancora non era riuscito a trovare un parcheggio "Oddio! Oddio" Angelica!" balbettava senza voce "Oddio! Oddio!" e decise di fermarsi sul marciapiede. Volò fuori della macchina e scivolò su una pozzanghera e da questa arrivò carponi sotto casa di Angelica, ma... Orrore!... Lei stava parlando con un uomo che non era lui! Anzi: stava parlando con un uomo che era lui... E lo abbracciava pure! Era lui! Era bello, con gli occhi da insolente e i capelli corvini, con la camicia a quadretti azzurri e bianchi che metteva in risalto la sua lieve abbronzatura e il maglione giallo buttato sulle spalle che "fa domenica". Istintivamente levò il fango dal suo orologio... erano le 9,30...


    La bella coppia si avvicinò con aria compassionevole al povero Romeo che li guardava coperto di fango, a bocca aperta: "Non è giusto - disse l'altro Romeo - che alcune persone abbiano tutto dalla vita e che altri non abbiano nulla... Tenga, buon uomo, si compri qualcosa da mangiare, è domenica anche per lei." e gli porse 20.000 lire. Romeo non disse nulla, solo rimase lì ad osservarli mentre si allontanavano tenendosi per mano. Pensò a lungo: oltre  a non capire nulla di quello che stava succedendo, provava una grande rabbia ripensando alla sua Angelica con un altro uomo che poi, cosa ancora più grave, era lui stesso... "In effetti, se quello ero io, non dovrei essere geloso.. mica era con un altro, mica Angelica sta con uno che non sono io, no! Sta con me anche se io non sono con lei, e, comunque,  lei mi ama e l'ho visto io stesso come mi abbracciava e come era felice con me..." quindi un problema era risolto: pucci non lo aveva tradito ed oggi andava con lui, Carlo e Cristina a Bracciano. Già, non aveva pensato a Carlo e Cristina che erano i suoi amici e che gli volevano molto bene e che lo avrebbero aiutato. Corse allora alla macchina, scansò il vigile che gli stava facendo la multa, ingranò la retromarcia e urtò un alberò, inserì la prima e graffiò l'automobile di una suora, dopo di che si diresse verso casa di Carlo senza rispettare i vari stop e i semafori.


    Giunto a destinazione, cominciò  a suonare ripetutamente al citofono di Carlo, non accorgendosi che lo aveva alle spalle: "Scusi, posso aiutarla...?" chiese Carlo arricciando il naso; Romeo si voltò e, preso l'amico per le spalle, cominciò a balbettare convulsamente qualcosa di indecifrabile sul fatto che aveva bisogno di aiuto e che non aveva capito che cosa stesse succedendo. Di tutta risposta Carlo cominciò a gridare inorridito finché non giunse in suo soccorso l'altro Romeo preceduto da un carabiniere e seguito a distanza da una Angelica tremebonda. Romeo (l'originale), preso dal panico, decise di scappare e così fece: salì velocemente in macchina e guidò senza avere una meta precisa, finché non si ritrovò in prossimità del bar di Giorgio. Era, questo, un locale dove Romeo era cliente abituale, uno di quei posti dove sull'insegna trovi scritto "da Giorgio" e pensi di entrare in un bar normale e invece entri in un inferno dove i camerieri ti servono con aria di sufficienza e tutto costa il doppio. Romeo, sceso dalla macchina, si diresse verso il locale, mentre un corteo di sguardi sbigottiti lo seguiva, e giunto sulla soglia, si rivolse direttamente al buon Giorgio: "Oh! Giorgio. Carissimo. ti prego, il solito, grazie. Ho avuto una giornata... Sapessi... ". E così Romeo si vide cacciare per la prima volta da un locale: si vide venire incontro come in sogno Antonio che con insistenza gli intimava di andarsene mantenendosi sempre a debita distanza;  tutto intorno a lui sembrava distorto e deformato, irreale. Tutto quanto si stava come sciogliendo lentamente, tutto era completamente indecifrabile tranne che uno specchio accanto a lui che gli rimandava l'immagine di un uomo sporco, coperto di fango, e con una maschera di disperazione sul volto mentre veniva afferrato per un braccio da un poliziotto. Romeo lo scacciò e corse alla macchina, la mise in moto e se ne andò via: guidava senza accorgersi di nulla e di nessuno... Poi vide infine qualcosa. Vide un ponte, bellissimo, e sullo sfondo un cielo insanguinato come gli alberi di Giuda che si vedono da casa sua e pensò, mentre scendeva dalla macchina, che non aveva mai posto attenzione al fatto che a quell'ora il Tevere sembrava oro fuso e brillava come il più prezioso dei gioielli, anzi, sembrava anche più brillante del sole stesso... E fu così che Romeo decise di farsi un "bagno" nel Biondo Tevere: si arrampicò su per il parapetto e si gettò nelle acque.


    Dopo tre giorni il corpo di Romeo fu ritrovato su una sponda dell'Isola Tiberina: in molti si dispiacquero della morte di un così bel giovane, molti di più furono quelli che si stupirono di un corpo così integro dopo aver passato tre giorni nelle "bionde" acque del Tevere, eppure nessuno si recò all'obitorio per riconoscere il misterioso suicida che rimase senza nome.

  • 28 ottobre 2008
    Al lago

    Come comincia: "Scusi signorina, ma con questo freddo si fa un pediluvio ammollo nell'acqua del lago? Signorina... Ma si sente bene?" chiese il vecchio Amintore accompagnato dal sul bisbetico bastardino nero, Benito. "Non si sente bene, signorina?" incalzò. Lei si voltò e lo osservò a lungo: sembrava pensierosa: "Vorrei ben vedere signore! Sono morta."
    Amintore non comprese, non capiva affatto e dunque non disse nulla. Quella continuò: "Ma, vi prego, signore, state un po' con me, per cortesia. Sapete mi annoio molto, non capita spesso di poter aver una così graziosa compagnia. Sapete, voi somigliate molto a quel pover'uomo di mio nonno, lo amavo molto... non son più riuscita ad incontrarlo (e dire che è morto prima di me)" - disse accostandosi alla riva e tendendo la mano la mano bianca al vecchio Amintore che continuava a non capire se quella signorina così educata stesse male.
    "Mi aiutate, per favore? Faccio alquanto fatica a giungere sulla riva... Ma, ditemi, siete sempre così mattiniero, signore, o forse non siete riuscito a prendere sonno?" Amintore aiutò la bella signorina profumata di magnolia e di limone: "Ho l'abitudine di fare una passeggiata prima di colazione tutte le mattine, o meglio, abbiamo l'abitudine, non è vero Benito?" chiese al cane, e ne ricevette una teoria di guaiti a mo' di risposta. "Che esserino amorevole!" sentenziò la giovane sorridendo. "Mi scusi se sono indiscreto..." cominciò Amintore "Ma cosa ci faceva con questo freddo nell'acqua del lago?"... Lei sembrò stupita, aggrottò la fronte per un attimo e pensò per un po': "Avete ragione!" e poi: "Sapete non vi avevo posto attenzione, ero assorta nei miei pensieri. Ma, vi prego, accomodiamoci su quella panchina sotto a a quel salice, qui è un posto così ameno! Lasciate, poi, che vi racconti la mia storia: non l'ho mai raccontata ad alcuno e, giacché siete così somigliante al mio povero nonno, ve la riferirò con maggior piacere." il piccolo Benito, intanto, abbaiava festoso al padrone e alla nuova venuta dai capelli neri. "Dovete sapere che io sono morta, ma non riesco a ricordare quando, né il punto preciso di questo lago dove mi hanno uccisa, o meglio, dove mi ha uccisa, perché... Sapete? Mi uccise quel bruto del mio futuro sposo." Amintore spalancò gli occhi: "Uccisa... Morta? Morta... " balbettò "In che senso...? Scusi l'indiscrezione... " - mormorò incuriosito.
    Benito intanto cercava di addentare la veste turchese della signorina. "Figuratevi! Nessuna indiscrezione. Ora vi racconto cosa accadde... Ma mi sfugge quando accadde... E dove accadde... Forse lì oppure lì... Comunque: tutto ciò non è di alcuna importanza. Ebbene, dovete sapere che io fui promessa sposa ad un giovane benestante, molto innamorato di me, ma, purtroppo per lui, non corrisposto. Devo ammettere che non potevo essere biasimata per non provare alcun affetto per lui... Egli era di bell'aspetto, sì, ma decisamente noioso e privo di interessi, eternamente stanco e, come si è dimostrato più tardi, poco savio e assai folle. Dopo circa un mese dal fidanzamento conobbi un altro giovane... Era tutto ciò che si poteva desiderare: ancor più bello del primo, vivace, brillante, colto e di gran lunga più ricco del mio futuro consorte. Anche la mia povera, quindi, ne rimase affascinata e riuscii facilmente a convincerla a rompere il fidanzamento con quell'individuo noioso... Voi vi renderete conto, fu un affronto incredibile per costui... Che pena mi fece quando gli annunciai la mia felice decisione! Anche se ora provo assai più pena per me... Non ricordo dove fossimo quando gli dissi - Mi dispiace Edoardo,  ma mi congiungo in matrimonio con una persona che non sei tu - . Ma ricordo che di sicuro eravamo in qualche luogo qui vicino, ricordo l'acqua fredda. Già, Edoardo mi gettò in acqua e quando feci per uscire egli mi trattenne per il collo. Ebbene sì: sembrava proprio che volesse uccidermi... (be' in effetti l'ha fatto.) Non fu un'esperienza punto piacevole. Le sue mani ruvide mi stringevano per la gola in una morsa mortale! L'acqua ghiacciata, amara, di metallo mi riempiva la bocca e mi rendeva pesante e mi bruciava la pelle che veniva ferita dal fondale ghiaioso. Intanto l'acqua mi entrava nei polmoni, invadendomi l'Anima, la quale, estenuata, decise di separarsi dal Corpo...".
    Amintore la guardava esterrefatto con gli occhi sbarrati.
    "S'è fatto tardi." sentenziò la Morta "Debbo andar via. Non so come ringraziarvi: siete stato di una gentilezza squisita a conversare  con me. Spero di potervi rivedere in un tempo non troppo lontano... Ma non conosco il vostro nome, siete...?" il vecchio saltò in piedi: "Amintore Cedrini, per servirla!". La Deceduta sorrise, allungò la mano verso l'anziano il quale la baciò. "Amintore, avete un nome importante... Imponente! Buona mattinata, dunque, e fate una buona colazione anche. Arrivederci." e se ne andò via, verso il sentiero, mentre il vecchio la seguiva con lo sguardo.

  • Come comincia: Una notte Blu Marina, una ragazza di appena tredici anni, decise di uscire a fare una passeggiata nel bosco, giacché non riusciva a dormire.
    Erano le undici e mezzo e fuori non c’era nessuno fuorché lei. Per un attimo ebbe paura, ma poi senza pensarci due volte, s’inoltrò rapidamente nel bosco. Gli alberi erano altissimi, c’era tanta nebbia ed era tutto buio. Ad un tratto si fermò. Sentì un leggero fruscio. Si voltò di scatto e… cosa vide?
    Uno scarafaggio color rosso sangue camminava lentamente verso i suoi piedi nudi, che nella fretta non aveva coperto con scarpe o ciabatte. Lanciò un urlo micidiale e si mise a correre all’impazzata senza neanche vedere dove stesse andando.
    Si fermò.
    Riprese fiato e si guardò attorno: tutto le parve sconosciuto. Si era persa.
    Nel buio, scorse una luce fioca. Cercò di farsi strada e di seguire la lucina. Cammina cammina giunse ai piedi di una collina, e notò che la luce proveniva da un vecchio castello.
    A prima vista Blu Marina notò che le pareti erano piene di verde muschio, la porta d’ingresso era malandata e c’era solo una brutta finestra in cima ad una torre. Il castello era poco invitante, ma Blu Marina aveva le gambe a pezzi e i piedi lividi e pensò che sarebbe stato meglio entrare.
    Oltrepassò il cancello, e bussò lentamente alla porta, ma poi notò con molto stupore che era aperta. Quindi, s’intrufolò velocemente dentro e si guardò attorno: i muri erano pieni di polvere, così come i tavoli, le sedie e gli altri mobili. Era tutto buio e Blu Marina senza accorgersene urtò un ostacolo, rischiando di cadere, e avanzò con difficoltà fino a raggiungere un’alta scalinata che sicuramente portava al piano superiore.
    Salì con cautela, molto attenta a non cadere e giunse in cima. Si accorse che era entrata nella più alta torre, dalla piccola finestra che illuminava un vecchio letto rosa. Pensò che il castello fosse disabitato, quindi si stese sul letto e si addormentò.
    Il suo sonno fu però interrotto da strani rumori provenienti dal piano inferiore.
    Spaventata Blu Marina si alzò dal letto che con un tonfo cadde in pezzi. Dal muro sbucò una mano, morbida e silenziosa come le ombre, che le accarezzò la faccia con le dita di seta. Blu Marina indietreggiò e cadde a terra. Le sue mani, tremanti di spavento, toccarono qualcosa di umido. Si girò e vide che dal soffitto scendeva uno strano liquido verde che le aveva attaccato la pelle al pavimento.
    Si liberò subito di quella schifezza e afferrò una lanterna. Respirava a fatica, tenendo la lanterna immobile. Improvvisamente il pavimento iniziò a vibrare sotto i suoi piedi e la lanterna si spense. Nell’oscurità sentiva muoversi corpi e scheletri. Sentiva le invocazioni sussurrate di fantasmi, sempre più vicine e il terrore l’assaliva.
    Voleva non essere mai uscita di casa o che quello fosse solo un sogno, un brutto sogno. Decisa di tornare a casa, Blu Marina scese le scale. Poi una mano fredda afferrò la sua. Lanciò un urlo prima di sentire una voce bisbigliare:
    - “Morirai!” - era un vecchio fantasma coperto da un lungo mantello grigio che gli avvolgeva tutto il corpo evanescente. Il viso era nero e non si riuscivano a distinguere gli occhi, il naso o la bocca.
    Blu Marina era atterrita. Sentiva la presenza nel castello di forze occulte, potenze malvagie, ignote. Il fantasma era scomparso così come era apparso. Raggiunse la porta che però inspiegabilmente era sbarrata e chiusa definitivamente da più lucchetti in ferro.
    Blu Marina era disperata. Non sapeva cosa fare. La notte declinava ed il buio aveva raggiunto anche la più piccola stanza.
    All'improvviso sentì uno strano odore proveniente da chissà dove. Si guardò vicino e scorse un piccolo cunicolo sotterraneo. Entrò camminando carponi e s’imbucò nello stretto passaggio. Ma il passaggio sotterraneo non finiva lì; esso sbucava in una stanza. Blu Marina, pensando che fosse una via d’uscita, si sollevò da terra ed entrò nella dimora. Vide stesi a terra i cadaveri di più donne strangolate o pugnalate. Dietro di loro ce n’era una, che pareva stesse lì, immobile da secoli, seduta su una sedia che sembrava non riuscisse a reggere il suo peso. Mentre la osservava inorridita, questa prese vita e le si buttò addosso cercando in tutti i modi di impedirle il respiro. Con una capriola, Blu Marina si levò dalle grinfie di quella brutta strega. Ma questa, senza tregua la riafferrò e le cavò gli occhi con tanta veemenza da farla soffrire. Allora Blu Marina iniziò ad urlare a più non posso. Tremava e aveva freddo. E, mentre sentiva la risata agghiacciante della strega aprì gli occhi e vide sua madre che cercava invano di tranquillizzarla. Allora capì che era stato un incubo. Un sogno angoscioso che l’aveva uccisa. Ma, nel buio delle tenebre sentì una voce conosciuta che mormorò: - “Non finisce qui…” -
    E poi, spenta la luce Blu Marina s’addormentò.

     

  • 06 ottobre 2008
    Giugno

    Come comincia: Sono cresciuta in una terra di campagna, tra campi di grano e lunghe strade bianche attraversate solo da cani randagi e qualche bicicletta.
    Avevamo un abete accanto al giardino, non so se l'avesse piantato mio padre, io ci ero molto affezionata, perché mi sedevo sotto i suoi rami e gli raccontavo le mie storie di scuola.
    Ero convinta che quell'albero mi ascoltasse, credevo che la sua voce fosse il vento e che quando c'era la bufera lui fosse arrabbiato proprio con me.
    Per fortuna che non succedeva spesso che il cielo diventasse scuro borbottando parole senza senso con l'aiuto della pioggia, per cui tornavo subito dopo a chiedergli scusa.
    Tutti i giorni della mia infanzia ho lasciato uno sguardo a quell'angolo d'ombra che mi proteggeva dall'insistenza del sole.
    Avevo circa dodici anni quando seppellii tra la resina e le pietre una piccola chiave, che avevo trovato per caso.
    Pensavo che lì sarebbe rimasta al sicuro e che nessuno avrebbe mai saputo il mio segreto.
    L'abete diventava sempre più grande finché non raggiunse un'altezza per me infinita.
    Si trasferivano diverse famiglie d'uccelli sulla cima e a primavera sembrava d'avere un'orchestra in casa.
    Non c'era niente di più bello che vedere piume volteggiare nell'aria ed il verde tutt'intorno.
    Per molto tempo passai le estati a inseguire il litigio delle api e a sbriciolare le nuvole con la fantasia.
    Ricordo che un giorno decisi di dare un nome al mio abete. Giugno. Si, si sarebbe chiamato giugno, perché era il mese in cui i suoi colori prendevano vita e lo facevano diventare un incanto.
    Aveva il tronco enorme, io gli dicevo di non nutrirsi troppo, perché poteva ingrassare e imbruttirsi.
    Le radici dovevano essere molto profonde. Mi immaginavo che ci fosse un mare sotto ai suoi piedi e che le acque lo cullassero ogni sera prima di dormire.
    Qualche volta gli raccontavo delle favole per farlo divertire, perché secondo me soffriva la solitudine. Se non ci fossi stata io a prendermene cura, penso sarebbe stato molto triste.
    Giugno sembrava imbarazzato quando gli aerei lo fissavano dall'alto, non lo so, magari pensava che lo spiassero per raccontare a chiunque dei nostri incontri.
    Gli parlavo spesso di mia madre, dei suoi ottimi piatti e della sua maniacale attenzione per l'ordine.
    Credo che sentisse spesso le sue urla, quando mi sgridava per qualcosa di sbagliato.
    Una cosa non sono mai riuscita a svelargli, la prima volta che mi ero innamorata.
    In quel periodo evitavo spesso di parlare, passavo le ore a fissare le vigne del vicino, contando gli acini d'uva.
    Non penso che lui percepisse la mia scarsa attenzione, ma mi rendevo conto che non riuscivo a dirgli la verità, lui non era più l'unico dei miei pensieri, ora era l'amore a occuparmi il cuore e la mente.
    I miei non erano timori infondati, nel suo piccolo sapevo che Giugno mi voleva bene e che non mi avrebbe mai capito.
    Non aveva importanza se era una cosa impossibile credere che un albero provasse emozioni, quel che conta era che lui aveva combattuto sempre al mio fianco, aiutandomi a superare gli interminabili ostacoli dell'adolescenza e della vita.
    Lui era parte di me, anche se non rispondeva alle mie domande o non esprimeva mai nulla.
    Ora Giugno non esiste più, i miei genitori l'hanno dovuto tagliare, perché aveva una larva che l'aveva divorato piano piano.
    Quell'abete è stato il mio punto di sfogo, un faro verde che ha illuminato il mio cammino
    facendomi sognare continuamente.
    E così, ancora oggi, quando mi capita di tornare a casa, osservo quel vuoto e mi lascio rapire dalle voci d'un tempo.

  • 06 ottobre 2008
    Nordisti e Sudisti

    Come comincia: Avevo cinque anni e vivevo con la mia famiglia in una grande villa ottocentesca , in cima ad una collina boscosa , alla periferia di Serravalle Scrivia. Si era fuggiti precipitosamente, una mattina, da Genova dopo un bombardamento. Ricordo i lampi di luce nel buio del rifugio, l’odore del fiammifero che si spegne, acuto per le narici di un bimbo. Papà che non scendeva giù con noi ,ma restava sulla porta tra le implorazioni di mia mamma e di sua madre, nonna Olga. Vetri che s’infrangevano improvvisamente lasciando la visione di sacchi pieni di terra, messi li per proteggere. Nonna Olga aveva una boccettina di colonia che si premurava di porre sotto il naso delle persone più deboli che sembravano avere un deliquio per lo spavento. Ricordo i suoi merletti che le cingevano il collo. Per noi bimbi aveva una scatolina con mentine colorate: -“Una”-. Era un invito ed un comando parsimonioso. Ma quel sapore, nel ricordo, mi cancella le paure che devo aver provato. A Villa Adela, questo era il suo nome, arrivarono i genitori di mio padre, genovese lui, romana, lei e i genitori di mia madre, tutti “meridionali”: nonno magistrato, nativo di Noto, nonna Amina, di Melfi ( mi raccontava spesso di aver vissuto bambina il terremoto di quella località: i cavalli imbizzarriti, fuggivano dalle stalle ed erano il pericolo preponderante per chi usciva in strada). Villa Adela divenne ben presto un campo di battaglia tra nordisti e sudisti. Imparai a cinque anni che l’Italia era divisa in due fazioni, i nordisti che “ abitavano a Genova e un po’ più su” e i sudisti che comprendevano il territorio a “sud di dove era nata Nonna Olga, Roma (!)” . I nordisti si potevano chiamare genericamente tutti quanti “milanesi” in qualunque città del nord abitassero e i sudisti si fregiavano dell’appellativo di “napoletani”, anche se nonno Angelo insisteva che la sua Sicilia non aveva niente a che vedere con Napoli. Le tensioni famigliari si evidenziarono ben presto nella conquista dell’unico gabinetto. Un ricettacolo molto angusto, sospeso esternamente al secondo piano. Ricordo la lastra di marmo con un buco circolare che mi incuteva paura, in quanto temevo che mi risucchiasse sino al pozzo nero. L’uso comune della grande cucina, l’approvvigionamento dell’acqua che andava fatto quotidianamente, pompando l’acqua dal pozzo dell’orto sino alla cisterna della casa fu causa di veri scontri. Devo confessare che la squadra meridionale vinse sempre queste tenzoni. Ricordo gli urli di nonna Amina che si strappava i suoi capelli (perché mai?) e le ciabatte di nonno Angelo, il magistrato, che volavano verso i "genovesi" costernati e timorosi. Quest’ultimi finirono assediati in una unica stanza dove si cucinarono per non frequentarci. Papà in guerra ,si tolse da posizioni imbarazzanti. Io con la sapienza inconsapevole di un bimbo di cinque anni, li guardavo e li ammiravo nelle loro differenze che sapevo ben riconoscere. Finivo per parteggiare ignobilmente per entrambe le fazioni a secondo dove mi trovassi e ne assorbivo le critiche reciproche che mi sono rimaste in mente negli anni. I “napoletani” mangiavano porzioni esorbitanti a tavola, mentre i “milanesi” erano uccellini, beccavano porzioni piccolissime ma igienicamente necessarie. I “napoletani” erano rumorosi: la villa si svegliava con le canzoni di mia madre e sua sorella maggiore, zia Maria, cantate a voce alta (la radio non c’era). Poi il “Bon,Bon,Bon”, note aspre e tuonanti,di nonno Angelo che avvisava le donne che stava scendendo dalla camera da letto ed esigeva il silenzio immediato e la loro attenzione assoluta verso i suoi bisogni mattutini. Il profumo di pulito e la quiete della camera nordica di nonna Olga. L’odore di colonia, la pelle di montone caldissima sul letto in cui mi rifugiavo nelle giornate freddissime. Gli oggetti fascinosi sul comò, regali del fratello,zio Errico, navigante sui Vapori dei signori: Rio de Janeiro, dipinta con ali fosforescenti di farfalle, bamboline spagnole, uova esotiche. Non ricordo nessuna unione o falsa pace neanche nelle festività. Poi un pomeriggio arrivò su per il viale una colonna motorizzata di soldati tedeschi e la villa dovette ospitare, con noi dentro, lo stato maggiore che occupò il piano terreno. I miei ricordi sulle due famiglie hanno termine quel giorno, perché il fascino di quei soldati mi prese ogni pensiero. E’ rimasta in me negli anni quella che io chiamo “la questione meridionale infantile” radicata nel suo insoluto quadro. L’aver vissuto una vita a sud da napoletano mi fa dire che la conoscenza è l’unica maniera per estirpare il pregiudizio, che nasce dall’ignoranza.

  • Come comincia: Ricordi?
    Quand’eravamo ragazzi, a volte, prendevamo la bici, la domenica pomeriggio, e andavamo a infilarci su per ripide stradine di montagna in cerca del posto perfetto da cui guardare il panorama della valle senza trovarlo mai. Ci fermavamo ad un certo punto della nostra “biciclettata” vinti dal caldo e dalla fatica e tu dicevi “Facciamo una pausa”. Tiravi fuori dalle tasche un pezzo di fumo e con l’accendino davi inizio alla scrematura, poi, con mani sapienti, ribaltavi il tutto in una Smoking Gold farcita con la mista e il filtro che, nel frattempo, io preparavo. Tu mi mostravi ammirato un panorama che non c’era ma che a noi, ugualmente, sembrava bellissimo, vuoi per la stanchezza, vuoi per l’immaginazione che andava a rimpiazzare l’effettiva mancanza di un belvedere, vuoi per l’hascisc che, volenti o nolenti, non tardava a fare il suo effetto e a rapire, a piccole dosi, le nostre menti.
    Ricordi, vero? Sono certo di si.
    Ci sono state milioni di volte in cui il tuo sguardo si soffermava fisso su qualcosa e io ero convinto di leggervi i tuoi pensieri, chiari come in un foglio di carta scritto in stampatello a caratteri grandi.
    Quelle volte che tu, d’estate, arrivavi sotto casa mia e sghignandoti, mi mostravi l’alone di sudore di sudore sotto l’ascella, testimone di una giornata di fatica, fiero come il guerriero che porta al villaggio gli scalpi dei nemici. Quelle volte eri il migliore.
    Io ricordo anche di quando ti alzavi e prendevi a cantare dimenandoti nel mezzo dei nostri amici senza metterci molto a contagiarli con la tua dilagante allegria. Trascinavi le persone attorno a te nella spirale psichedelica e affascinante dei tuoi pensieri senza nemmeno immaginare il fascino che esercitavi.
    Sono sicuro che anche tu te le ricordi queste cose.
    Ricordo così tanto di te, di noi, che potrei riempire un libro con le tue storie.
     
    Quand’ero più giovane ogni tanto prendevo la bici e venivo a trovarti, sfidando il sole cocente d’agosto o le intemperie invernali, macinando i tre o quattro chilometri che ci separavano.
    Avevo sempre molta voglia di stare assieme e raccontarti qualcosa anche se non potevi rispondere.
    Lasciavo la bicicletta fuori dal cancello e mi avviavo verso il tuo posto, mi sedevo lì accanto e tra una sigaretta e l’altra, una birra e l’altra e talvolta anche tra una canna e l’altra, stavo a farti compagnia per qualche ora. Quasi sempre facevo scivolare qualche foglio di carta con scritti alcuni pensieri nel vaso accanto ai fiori e mi sentivo un po’ meglio allontanandomi per  tornare a casa.
    Presa la bici e iniziata la pedalata una canzone mi martellava la testa e rimbalzava da una parte all’altra del cervello, inghiottendomi. Sempre. Ogni volta che me ne andavo da te.
    So, so you think you can tell Heaven from Hell, blue skies from pain. Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil?
    Do you think you can tell? And did they get you trade your heroes for ghosts?
    Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze?
    Cold comfort for change? And did you exchange
    a walk on part in the war for a lead role in a cage? How I wish, how I wish you were here. We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
    running over the same old ground. What have we found? The same old fears,
    wish you were here.
    Questi versi mi martellavano il cervello e mi rendevano faticosa la pedalata. Le lacrime mi toglievano la vista e la lucidità e il respiro si faceva affannoso.
    E’ che tu questo non te lo puoi ricordare. Non lo puoi ricordare perché te ne eri già andato. Questo non lo sai. Tu non la conoscevi nemmeno la strada che facevo per venirti a trovare. Non la conoscevi nemmeno la strada per il camposanto.

  • 06 ottobre 2008
    L'accompagnatrice

    Come comincia:

    C’è ancora un sole giovane e lucente, balza da dentro la finestra sulle sue guance addormentate, e Sabrina con una provvida occhiata allo specchio, d’improvviso si ridesta.
    Il tempo di un caffè e scende giù per le scale, la camicetta di cotone sgualcita, un profumo vagamente esotico, le ciglia che si stagliano nere e prospere.
    Il bus trecentocinque giunge puntuale, come al più atteso degli incontri; osservare quella calca di sconosciuti trattenere finanche il respiro, sebbene siano l’uno così vicino all’altro, non fa che rendere più irreversibile la condizione del suo smarrimento. Sabrina si presenta del tutto incerta al cenno dell’autista, latore della fretta generale; le gambe salirebbero anche, ma la mente è restia a dare l’impulso.
    Il volto più ombroso del conducente diventa una seria minaccia al suo tentennamento. Eccola che sale; una manciata di secondi e s’inoltra a occupare quell’unico posto rimasto vuoto sull’estrema sinistra, che lei sente come averla aspettata.
    Il mezzo,pur nella scorribanda dell’ora di punta, prosegue lesto verso il capolinea.
    Sabrina vorrebbe andare sparata dal conducente, per dirgli; “ Stronzo sono salita, ma adesso guida piano, che non ho fretta”.
    Via dei Carrettieri, Corso Maruzza, l’incrocio con Largo Biscenti, e il semaforo che diventa rosso:
    “Diglielo più gentilmente: senta, le spiace aprire il portellone? Su, stronzo, cosa ci vuole!”
    Invece rimane immobile fino a quando non scende alla sua fermata.
    La palazzina di via Alfieri con i pezzi d’intonaco cadenti, è ritta al proprio posto. Sabrina ricorda di averla sognata la scorsa notte, che crollava inesorabilmente, dopo che qualcuno aveva misteriosamente appiccato il fuoco all’appartamento del terzo piano.

    L’ex generale ha cinto il braccio villoso intorno a quello morbido di Sabrina. Procedono a passo lento per via Alfieri, scambiandosi di tanto in tanto uno sguardo occasionale.
    “Dove vuole che la porti oggi, generale?”
    “Mi sembrava di averti detto di chiamarmi Arturo”.
    “ Sì, certo”.
    “E dunque?”
    “ Arturo…dove vuoi andare oggi?”
    “In via Oberdan, c’è il mercato dell’usato storico. Cerco una radio Balilla, di quelle che si usavano ai tempi del duce. Tu hai studiato il fascismo da quel libro che ti ho dato, vero cara?
    “Si, lo sto leggendo generale, volevo dire…”.
    “ Passiamo prima da Calogero, però”.
    “…ok, Arturo”.
    Fino a qualche settimana fa, Sabrina si adoperava a rispondere con la più spontanea vivacità alle domande del generale relative allo stato di salute dei genitori, al suo progresso negli studi, ai suoi incontri serali in parrocchia, raccontandogli ogni cosa sino ai minimi dettagli.
    Adesso usa per ogni domanda la stessa formula affermativa, a un tempo vaga e stringata:
    “Va tutto bene”.
    Saliti sopra il centoottantaquattro, Sabrina si accorge di avere gli arti più freddi e irrigiditi, e di non riuscire a compiere un semplice gesto, come quello di aprire la tracolla ,senza prima controllare dove siano diretti gli occhi smussi e indagatori del generale Rizzi.
    Calogero è l’inquilino meridionale dell’angusto locale di proprietà del generale, in cui Rizzi entra ed esce a suo piacimento, senza che la cosa comporti discussioni con Calogero, avendo ben rilevato la pochezza di carattere del manovale siciliano, innanzi a ogni suo ferreo volere.
    “Entra cara, Calogero a quest’ora non è in casa”.
    Sabrina s’introduce lenta come un’ombra, mentre Rizzi avanza sul divano-letto, si toglie la giacca visibilmente larga per quel corpo esile e scricchiolante, e si distende per lungo, le braccia dietro la nuca.
    “I soldi della settimana stanno sul primo cassetto della credenza, dentro l’astuccio della pipa. Troverai anche gli extra, naturalmente”.
    Sabrina li rinviene con l’inerzia abituale delle cose che non stupiscono più, cercando allo stesso modo di rallentare il respiro fattosi più convulso, obbligandosi ad assumere una visuale meno cosciente possibile.
    “Vieni qua, che fai lì all’impiedi?”
    “Vado un secondo in bagno, generale.”

    Si lancia ad aprire la finestrella del bagno, per cercare il caloroso contatto di qualche raggio, ma il sole è scomparso dietro una spessa coltre di fumi e nebbia.
    Si avvicina allora alla specchiera brandendo una spazzola, e prova a ordinarsi la folta capigliatura riccia.
    “Cazzo, perdo già i capelli!”, e ne afferra una piccola matassa nera, rimasta tra i denti della spazzola.
    Dalla borsa recupera lo smalto fucsia, e comincia a passarselo sulle unghia, che le cadono una dopo l’altra.
    “Non è possibile”.
    Rizzi intanto la invoca a gran voce, ora dandole del lei, ora chiamandola per nome, poi abbozzando un “tesoro” , con tono via via più acceso e confidenziale.
    Sabrina si sfiora le guance con le dita ed emette un suono stridulo e dannato, poiché le pare di avere toccato una pelle non già liscia e turgida, ma floscia e squamosa, la stessa pelle che odia.

  • 06 ottobre 2008
    Piccolo mondo operaio

    Come comincia: Gianturco, è una strada polverosa e disselciata, i bàsoli ballano ad ogni passaggio di autocarro e di autobus, basta un po’ d'acqua a terra ed il selciato diventa una pista; E' una strada,  ripeto, anche se viene intesa come un quartiere: la zona industriale.
    Sono nato lì, ed allora come adesso, anche se c'è la luna, nessuno se ne accorge, troppo intenti a guardare a terra, per non inciampare e per raccogliere un ultimo sogno svanito. Nessuno sogna neanche più, tanti anni fa bastava desiderare un posto in fabbrica, una piccola casa vicino, ora non c'è più neanche una fabbrica, e le case cadono a pezzi.
    Era dicembre del '60, dicono piovoso, molto piovoso, e freddo, com'era fredda la mia casa, all'ultimo piano di un palazzo, che ai miei occhi di bambino mi sarebbe apparso enorme, ed ora mi appare nella sua misera dimensione, sono nato lì, al n. 90, di via Galileo Ferraris.
    Olio nelle strade, nelle scale, sugli sgabelli, questo mi ricordo di Gianturco; Olio che veniva coperto da segatura, per la strada si faceva un impasto che a guardare dal balconcino di casa mia, sembrava una crostata di more. Ce ne andammo da lì che avevo otto anni, ora ci passo per andare alla stazione centrale, butto l'occhio a quel balconcino, dove da bambino guardavo la prima auto spuntare dall'incrocio a destra, e la seguivo rapito fino a quando spariva sotto il ponte dell'autostrada a sinistra, e poi guardavo la successiva. E poi un'altra ancora, a volte per tutto il pomeriggio. Le botteghe dei fabbri chiudevano tardi, a me piaceva guardare quegli uomini laceri e neri, con scarpe e berretto più unto della tuta, mi piaceva guardarli quando si sedevano su tutto il possibile per mangiare a mezzodì, poggiavano una bottiglia mezza piena di vino rosso a terra, vicino ai loro piedi e si pulivano le mani con i fogli di giornale. Quante volte ho desiderato di mangiare il pane seduto in mezzo a loro e non le minestrine di mia madre, che non aveva per niente al mondo programmato per il figlio un futuro da operaio, infatti non lo sono diventato, ma in fondo alla mia anima, è rimasto quel desiderio di mettermi una tuta blu, di bestemmiare contro tutti, e di mangiare il pane parlando delle cosce della panettiera.

  • 02 ottobre 2008
    Il più bello dei mari

    Come comincia: “Baci e Abbracci” – recitava la t-shirt bianca, con le lettere coperte da paillette - proprio all’altezza di quel seno così generoso - ma lui recepì solo in parte quella scritta come un esplicito invito. Dopo una leggera stretta di mano - forse un po’ troppo rapida - Mattia chiuse la porta, ringraziò, appoggiando sul mobile basso dell’ingresso il bellissimo vaso di fiori, si scusò e corse ad abbassare il gas dei fornelli. “Quanti viaggi!” - esclamò Alice entrando in cucina, dopo aver velocemente squadrato la lavagna di sughero con le foto e le cartoline fermate dai piccoli cilindri colorati. “Crêperie Saint Germain – 33, rue Saint-André-des-Arts – 75006 Paris” – i caratteri scuri dell’indirizzo emergevano da un cartoncino spiegazzato e spostandolo solo un po’ trovò il biglietto di un teatro: “n. 35 – file central”. Al centro i pescatori di Amalfi - stampati in bianco e nero - ritiravano le paranze in secca prima del tramonto, davanti al Convento dei Cappuccini. Poco più in alto, infilato nell’angolo quasi in castigo, un Fidel Castro giovane e sorridente stringeva la mano ad un Ernest Hemingway appesantito dagli anni e dall’alcool. La ragazza, tra sorpresa ed eccitazione, non sapeva più cosa guardare per prima esitando, avidamente, persino sulle date delle bollette prossime alla scadenza e sistemate in primissimo piano. Non voleva girarsi per paura di perdere l’amabile disordine di una vita ricca di colorate emozioni - proiettata in maniera così distratta e convenzionale su di una stantia parete d’angolo - ma già da un po’ sentiva alle sue spalle lo sfrigolio dell’olio e l’odore dei germogli di bambù, nel wok dal fondo arancio. Nel loro ultimo incontro, di fronte all’ascensore, lei aveva suggerito una cena cinese e lui adesso improvvisava uno spezzatino di pollo al curry separando i pezzi di carne sul tagliere. Alice continuò a guardare ancora per qualche secondo quel rettangolo di sughero, un po’ patchwork, cercando di trovare un nesso logico tra tutti quegli oggetti. “Cotto o gamberetti?” – chiese il padrone di casa, interrompendo quell’enigma non facilmente risolvibile, mentre in attesa della risposta rimaneva con i vassoi sulle mani offrendo al prosciutto l’alternativa dei crostacei - dopo aver realizzato con entrambi la forma di un cuore - piegato leggermente in avanti, plastico ed elegante come un métre del Grand Hotel. Il riso era già al centro del tavolo, nella grande coppa avorio di porcellana bone china ricamata a fiori blu, e bisognava solo decidere come condirlo. “Che domanda – tutti e due!” – rispose lei, avanzando con passo sornione verso la sagoma dell’uomo che, fermo sulle gambe, continuava a proporre le due portate in silenzio muovendo a scatti le braccia alla maniera di una maschera del teatro dell’arte che ha dimenticato la battuta. Spiazzato dalla salomonica quanto scontata conclusione della donna ed assistito fisicamente dalle sue mani, Mattia rovesciò il contenuto di entrambi i piatti regalando, così, a quei chicchi bianchi ed un po’ allungati la giusta vivacità di una pietanza orientale. Tra i piatti unti della cena, lui le continuava a parlare di Cuba e dell’anziano professore di Matanzas con i frammenti di tabacco appiccicati sui denti. Del suo alito rancido e delle sue mani nervose che agitavano un mozzicone spento tra le dita, facendogli perdere i pezzi migliori.
    Nel suo racconto anche le pieghe nella pelle del viso di quell’uomo ricordavano un vecchio cohiba confezionato male. Avrebbe ancora insegnato storia antica se la rivoluzione fosse andata diversamente o se glielo avessero permesso invece adesso, coperto di stracci e seduto tra i cartoni di frutta e le mosche, intratteneva i turisti di fronte la vecchia stazione. Parlava un discreto italiano. Erano parole buone per tutti ed imprecazioni per qualcun’altro. Senza mai pronunciare il suo nome riusciva ad imitarlo perfettamente. La sua fisionomia, il suo carisma. Con una mano si raddrizzava il berretto militare e con l’altra, allungandosi la punta del mento verso l’asfalto, simboleggiava una lunga barba. Infilò il dito indice della mano destra in una banana sfatta, piegando l’avambraccio verso l’alto, e con una mimica perfetta marciava sul posto come avrebbe fatto un veterano durante una passerella militare.
    “CALIGULA! CALIGULA!” - gridava, imprecando verso quel cielo così bello, convinto che la maggior parte dei presenti non avrebbe mai capito il suo lamento disperato. Per ironia della sorte, dietro di lui il solito cartello di propaganda ritraeva il Leader Maximo ed il Comandante a cavallo sotto la scritta a caratteri cubitali “Hasta la Victoria Siempre”. Lui, un metro e sessanta di cultura e dignità, sapeva perfettamente di cosa stava parlando. Dilatati per la rabbia gli occhi, ingialliti ed affamati, brulicavano di capillari ed erano proprio la sua cultura e la sua dignità, malamente coperte in questo triste presente da indumenti lisi e polverosi, che non gli avevano mai permesso di chiedere l’elemosina per mangiare. La conferma della sua bravura gli venne dal viso del giovane estasiato per quell’ottima ricostruzione - forse un po’ troppo d’avanspettacolo - e dal dollaro gualcito dalle tasche che questi gli stendeva. Adesso, con quella banconota verde tra le dita, era quasi commosso. Una lezione di storia della Roma Imperiale ad un italiano non gli capitava tutti i giorni ed allora il vecchio, dopo aver barattato la cartamoneta con l’equivalente - secondo le sue possibilità - di una logora patacca in metallo mangiata dal tempo, gli strinse la mano rubandogli l’ultima promessa - “Racconta a tutti le penose condizioni di vita della mia gente”. Mattia l’aveva rispettata almeno in una ventina di occasioni, ma ogni volta il suo interlocutore, dopo avergli sorriso amaramente, divagava chiedendo un reportage completo e dettagliato delle calde e famose notti cubane. “Mala suerte, mala suerte” ripeteva a bassa voce, guardando il barista attraverso le bollicine dorate della cervèza nacional, rimovendo nervosamente il sello de garantia bianco e verde dalla bottiglia appena uscita dalla ghiacciaia. Dal piccolo altoparlante, incastrato tra le botticelle di Anejo, ascoltava distrattamente una canzone di Celia Cruz. Le parole fresche di El Carnaval rimanevano sospese nell’aria condensate nelle gocce di umidità e racchiuse tra il calore ricacciato dalla terra e l’odore acre dei sigari. Lanciando in aria la moneta ripensava al vecchio docente ingabbiato in una rivoluzione che durava ormai da più di quarant’anni. Lui forse no, ma su quella nazione circondata dal mare qualcuno di sicuro l’aveva vinta. “Testa o croce” - intimò alla sagoma dai contorni scuri mentre il disco in lega d’ottone da un Peso ruotava in aria velocemente. Il suo interlocutore la prese al volo per poi schiacciarla con forza sotto il palmo calloso della mano sul bancone di legno di mogano, mostrando un’ebete sorriso di soddisfazione. Apparve l’effigie di Josè Martì con la scritta “PATRIA O MUERTE”. Mattia la raccolse e la rimise in tasca pagando la cuenta in dollari, unico vero dinero che aveva ancora valore su quell’isola. Era l’ora di ripartire e dopo aver lasciato un dollaro di mancia al tassista, gliene rimanevano ancora venticinque. Una volta consegnata quella cauzione alla dogana sarebbe uscito definitivamente dagli ingranaggi contorti e corrotti di quel paradiso terrestre martoriato dagli uragani. Al cambio attuale quel denaro equivaleva, per lui, ad una serata tra amici in pizzeria, ma la gente di quell’isola - affamata dall’embargo - per arrivare a quella cifra doveva arrotolare le foglie di tabacco per due mesi e mezzo. Riflettendo su quella realtà così paradossale accompagnava con lo sguardo la valigia che rullava sul nastro trasportatore - segnata dal cordoncino bianco, rosso e blu che l’hostess aveva messo intorno al manico - pensando alla cassetta di puros che avrebbe viaggiato con lui avvolta nella biancheria sporca. “Prosit” - disse Alice, proponendo un brindisi con il bicchiere di sakè alzato verso il volto leggermente contratto di Mattia, interrompendo la narrazione di quel viaggio per qualche secondo. Dopo aver bevuto un ultimo sorso di riso fermentato si alzò di scatto, andando verso il frigo, incuriosita dalle scritte sul piccolo foglio che si muoveva leggero - bloccato in cima solo da un magnete - e che da seduta non riusciva a leggere bene. “Il più bello dei mari è quello che non navigammo” – era la prima di quelle quattro frasi e le parole uscirono dalle sue labbra in modo un po’ algido. Mattia che le conosceva a memoria cominciò a recitarle - partendo dal secondo inciso - nello stesso istante in cui la sua ospite, in piedi, riprendeva la lettura cercando questa volta la giusta intonazione. “Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto”. – continuò con la voce maschile in sottofondo che la supportava e gli faceva da eco a brevissima distanza. Dopo quel secondo brano il padrone di casa si era alzato muovendosi verso di lei che, ricominciando a leggere con sempre maggiore intensità ed impegno, non si era accorta della sua presenza. “Il più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti” – recitarono le due voci all’unisono, sottolineando il sentimento sincero che quelle semplici parole riusciva ad ispirare. Durante quell’ultima frase erano uno di fianco all’altro, lei continuava a leggere, mentre l’uomo, declamando a memoria, guardava quel profilo botticelliano con un certo incanto.“E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. Finiva così quella lirica d’amore scritta tanti anni prima da un uomo innamorato della vita, della libertà, ma soprattutto della sua donna. I loro occhi continuavano a riempirsi ancora del sapore originale ed avvolgente di quelle parole. Una specie di incantesimo, una formula magica, un rito di iniziazione che andava siglato per renderlo valido ed indissolubile. Si baciarono.

  • 02 ottobre 2008
    Quotidiana follia

    Come comincia: Roma. Ore 07:10. Il suono della sveglia del cellulare mi butta giù dal letto; la tecnica di posizionare il cellulare lontano da me per costringermi ad alzarmi funziona sempre e mi permette di evitare di chiudere la sveglia mentre sono semidormiente e semisveglio, cosa che talvolta è accaduta.
    Mi alzo, vado a lavarmi e mi preparo una buona colazione.
    Sono fresco e riposato, pronto a cominciare questo nuovo giorno.
    Esco di casa per andare a lavoro.
    Percorro i soliti trecento metri per arrivare alla fermata del tram di Largo Telese, sulla Prenestina.
    Sono le 07:53, devo essere in ufficio per le 09:00, un’ora dovrebbe avanzarmi per arrivare all’altezza di Piazza Navona, dove lavoro.
    Per fortuna il tempo è ottimo, fa molto caldo ed a Giugno è più che normale, c’è un bel sole che illumina una città che si prepara a vivere un altro giorno della sua storia lunga e gloriosa.
    Giunto alla fermata, vedo molta gente sulla banchina, quasi tutti con il viso rivolto verso un tram che pare lontano all’orizzonte.
    Mi avvicino, noto che si vocifera, dunque mi decido a chiedere informazioni.
    “Mi scusi, è molto che aspetta ?”
    “Guardi – mi dice con un sorriso misto di consolazione e sarcasmo – ero un giovanotto quando giunsi a questa fermata, ora ho 56 anni.”
    Accolgo con un sorriso l’ironia, ma anziché assecondarlo con un’altra battuta che inevitabilmente genererebbe una discussione polemica sul servizio pubblico, non volendo perdere tempo per non fare tardi a lavoro, ribatto con una domanda seria.
    “Ma sa se è successo qualche cosa ?“
    “Non si sa nulla, sono passati una decina di tram dall’altra parte, ma da qui sarà almeno mezz’ora che non passa nulla.”
    “Ok, la ringrazio.”
    Cominciamo ad essere troppi alla fermata, molti hanno cominciato a fumare e di conseguenza anche io, pur non essendo un fumatore, attivo si intende, perché come fumatore passivo sono un veterano.
    Quando il mormorio comincia a salire, ecco finalmente intravedersi in lontananza un mezzo che somiglia a un tram, diretto proprio nella nostra direzione. Gli animi lentamente si placano, ma comincia uno strano movimento.
    Come nelle migliori strategie del gioco degli scacchi, ogni persona si sceglie una posizione strategica.
    Il tram arriva, ma è già stracolmo, vedo delle facce spiaccicate sui finestrini, scompare quasi subito l’illusione di alcuni di trovare posto a sedere, è già tanto se riusciremo a trovare posto per viaggiare, qualcuno probabilmente dovrà restare fuori, aspettando un’altra chance o rinunciando prendendosi un giorno di ferie.
    Le porte del tram si aprono a fatica, ma si aprono, c’è qualcuno che scende, non si sa se perché sia giunto alla propria destinazione o per motivi di salute, giunta anch’essa al capolinea.
    Il problema ora è che chi volesse scendere non può neanche esercitare tale facoltà poiché non appena è avvenuta l’apertura delle porte, i passeggeri in attesa sulla banchina si iniziano il loro lancio tipo kamikaze. C’è qualche scambio sereno di battute tra chi sale e chi scende, ma il clima è ancora accettabile.
    Passano circa cinque o sei minuti di contrattazioni, alla fine quasi tutti siamo riusciti ad entrare nel tram, ma dobbiamo ringraziare il metodo “Tetris” per esserci riusciti.
    Il metodo “Tetris” funziona così.
    Ogni persona si spinge con forza, nonostante non vi sia apparentemente spazio sufficiente, fino ad entrare per incastro tra una o due persone, l’utilizzo di olio sulle braccia può facilitare tale inserimento. È importante inoltre avere una certa malleabilità e flessibilità, oltre a scegliere di volta in volta il verso corretto per introdursi. Una volta che la persona si è incastrata tra due o più persone, non avrà nemmeno bisogno di reggersi agli appositi sostegni, poiché resterà in piedi qualsiasi cosa accada, anche se dovesse avere un infarto.
    Sono le 8:08, finalmente ci muoviamo da Largo Telese, destinazione finale, per me, Stazione Termini, ovvero il capolinea.
    L’aria non è molta, siamo davvero tanti, qualcuno più fortunato è alto oltre il metro e ottanta quindi riesce a sfruttare quel minimo di circolazione di ossigeno, ma non oso immaginare come si sta ad un metro e sessanta centimetri.
    Ogni fermata sembra una stazione della Via Crucis, ognuno vive la propria passione personale ed ognuno la viva in maniera distinta. C’è chi si arrabbia, chi tace, chi sbuffa, chi mormora, chi fa battute, chi ha gli occhi chiusi, chi dorme, chi è svenuto.
    Fortunatamente ci sono anche le distrazioni che aiutano a portare la croce.
    Alcune delle possibilità sono:
    - ascoltare le storie di vita che si raccontano i due vicini accanto
    - se lo spazio lo permette, leggere le notizie sul giornale o un libro
    - ascoltare in cuffia un po’ di musica
     
    Può capitare anche di fare due chiacchiere con qualcuno, il che è quasi sempre piacevole.
    Il viaggio prosegue molto lentamente perché ad ogni stazione devono ripetersi tutte le operazioni di incastro e disincastro.
    La domanda che si sente più spesso in questi casi è: “Scende alla prossima?” , ed è una domanda carica di speranza, speranza che l’altro risponda “Si”.
    Mentre il viaggio prosegue, avverto un certo disagio e una delle prima goccia di sudore in fronte mi suggerisce una questione profonda.
    “Come mai, pur essendoci almeno 28° gradi ed usufruendo del tanto calore umano a disposizione, tutti i finestrini sono chiusi ?
    Possibile che nessuno abbia caldo ?
    Possibile che nessuno cominci ad avvertire questo pesantissimo odore di aria viziata ? Possibile che nessuno si accorga che non c’è l’aria condizionata ?”
    Da notare che quando capita di avere in funzione l’aria condizionata, i finestrini sono miracolosamente e stupidamente tutti aperti; paradossi della vita che sempre stenterò a capire.
    Intanto giungiamo ad un’altra fermata. In teoria dovremmo essere al completo e non potremmo contenere altre persone, eppure le persone che in sosta alla fermata urlano:”Andate al centro! Al centro c’è tanto spazio!” ed è a questo punto che si accende un piccolo caos, poiché da una parte le persone che sono sul tram non accennano a spostarsi, e hanno pure ragione poverini, difficile biasimarli, d’altra parte peraltro coloro che si trovano alla fermata hanno tutto il diritto di viaggiare con i mezzi per i quali pagano biglietto o abbonamento. Dunque, la diatriba è aperta: “E’ giusto che chi sta già sul mezzo possa viaggiare e chi invece si trova alla fermata debba aspettare il mezzo successivo, facendo così tardi e per di più col rischio che anche il successivo sia pieno, dovendo quindi sopportare la medesima pena ?”
    Come si risolve la cosa ? Molto praticamente, attraverso il metodo “UNZIP”.
    Questo metodo consiste nel aumentare la capienza del bus o del tram attraverso la compressione delle persone. Si attua dando forti spinte e facendo pressione sulle persone che automaticamente si appiccicano l’un l’altra diventando, come le prime comunità cristiane dopo Cristo, “un cuor solo e un’anima sola”. In questo caso si arriva a condividere anche il cervello, le braccia, tutto tranne borse e portafogli, gelosamente custoditi e supervisionati da sguardi polizieschi.
    A questo punto un ragazzo esclama: “Evidentemente oggi è il giorno della memoria, ricordiamo l’Olocausto”.
    Un signore casca in pieno nella battuta, e non comprendendola risponde seriamente:”Davvero? Perché?”
    E il ragazzo: “Viaggiamo stretti come gli Ebrei… non vede?”
    Beh, con l’assist servito, la battuta non poteva che riuscire, probabilmente è anche un po’ eccessiva, però comprensibile vista la situazione critica a cui siamo sottoposti; dopotutto, il fisico e la psiche sono messi davvero a dura prova.
    Intanto un altro ragazzo, rivolgendosi a una ragazza, dice: “Una volta una mia amica è salita su un tram normale ed è scesa incinta.”
    Le battute si sprecano, forse si cerca di distrarsi per ammazzare il tempo che sembra essere rallentato dal caldo o forse dall’autista che va a passo d’uomo nonostante la corsia preferenziale. Sta riuscendo a prendere tutti i semafori rossi, quando è verde rallenta e aspetta il giallo, e quando scatta il giallo si ferma e aspetta il rosso. Secondo me se li prende tutti rossi da capolinea a capolinea vince un premio, altrimenti non si spiega questo fatto.
    Comincia a mancare l’aria, siamo troppi e troppo stretti. Qualcuno scende per la disperazione.
    Siamo così stretti che è facile fidanzarsi, infatti la vicinanza con una ragazza talvolta è tale che nemmeno con la propria fidanzata si è stati così vicini.
    Sembra un film di fantascienza, “2007 – Odissea nel tram”.
    Cerco di non pensare che giunto a Termini, dovrò prendere un altro autobus e continuare la Via Crucis.
    Sono le 08:35 e siamo a Porta Maggiore.
    Molta gente scende, ma che succede ? Chiedo a una signora:
    “Mi scusi, che succede adesso ?”
    “Eh… ogni giorno una nuova, si è rotto il tram… dobbiamo scendere e aspettare il successivo.”
    Incredibile. Sconforto. E il ritardo cresce. Scendo tra il mormorio generale.
    Fortunatamente il tram seguente arriva quasi subito, ma sfortunatamente è stracolmo di tutte quelle persone che non riuscirono a salire in precedenza.
    Nemmeno il miglior Dante poteva immaginare un contrappasso di tale portata.
    Adesso noi che siamo giù osserviamo i volti soddisfatti di quelli che sono sul tram e che sorridendo sotto i baffi stanno consumano la loro vendetta.
    “In quale girone dell’inferno mi trovo oggi ?” , penso tra me e me.
    E mi rispondo anche.
    “Il girone dei pendolari a Roma, uno dei peggiori, dove solo i più pazienti e tolleranti sopravvivono… ma chissà per quanto…”
    Qualcuno cerca di usare il metodo UNZIP per salire, ma io ci rinuncio, sono troppo stanco e già troppo in ritardo, preferisco arrivare in salute all’ufficio.
    Dopo altri cinque minuti giunge un altro mezzo, stavolta c’è spazio, posso riprendere il mio cammino verso la santità.
    Non manca molto verso la destinazione tanto ambita, comincio a sentirmi meglio a tale pensiero. Intanto mi godo alcune scene grottesche, di quelle che capitano praticamente tutti i giorni.
    Ci sono, infatti, quelli che si piazzano davanti le porte e lì sostano, come se dovessero scendere da un momento all’altro, ma in realtà devono giungere al capolinea; così facendo si beccano ogni due minuti l’insulto da parte del soggetto di turno che deve scendere e si era messo in fila supponendo che colui che gli stava davanti avesse buon senso, e non ponendo la mitica domanda:”Scende alla prossima ?”.
    Guai a non fare questa semplice domanda.
    Affidarsi alle supposizioni può risultare comodo ma è molto pericoloso oggi giorno, visto che il buon senso non esiste ormai più e siamo nel regno dell’assurdo.
    Fermata. Succede quello che temevo accadesse.
    Le porte si aprono. Molte persone devono scendere, ma il tizio in sosta (vietata) che sta in prima fila non si muove e blocca tutti.
    “Allora si muove ?”
    “Perché si mette davanti alle porte se non deve scendere ?”
    “Mi fa passare per cortesia!”
    “Si sposti!”
    Dopo un po’, questo piccolo putiferio si placa, si ripeterà comunque alla fermata successiva se quel genio non si sposterà da lì.
    Poi ci sono quelli che stanno seduti e si ricordano solo all’ultimissimo minuto che debbono scendere.
    La scena è questa.
    Il tram arriva alla fermata, si aprono le porte, la gente scende.
    Il tizio è ancora seduto. Le porte cominciano a chiudersi. Improvvisamente lo stesso si ricorda che forse deve scendere, si alza di scatto e, sgomitando e divincolandosi come può, comincia a chiedere:”Permesso! Permesso! Scusate….devo scendere!! Mi scusi, autista, può aprire ??”.
    Ora, a questo punto le sorti sono nelle mani del conducente, tutto dipende dalla sua misericordia.
    Sulla base delle ultime statistiche, nel 93% dei casi l’autista fa finta di nulla, chiude le porte e prosegue il suo viaggio.
    Ripartiamo.
    Sono le 08:48. Piazza Vittorio Emanuele.
    Qui molta gente scende e finalmente si può tornare a respirare e a riprendere l’uso degli arti superiori e inferiori.
    Ormai manca poco alla Stazione Termini, da lì prenderò un altro autobus, o due se il 70 non passerà, e giungerò in ritardo all’ufficio, ma almeno arriverò, di questi tempi e con questi mezzi è già qualcosa.
    Ore 09:13.
    Sono arrivato.
    Stanco e sudato.
    Roma. Ore 07:10. Il suono della sveglia del cellulare mi butta giù dal letto.
    “Azz… ma allora era un incubo ?” – mi chiedo.
    Già… doveva essere proprio un brutto sogno, perché la realtà non è questa, per fortuna.
    Altrimenti, sai che vita, ogni giorno una giornata in quel modo.
    Ogni giorno, vivere una quotidiana follia.

  • 02 ottobre 2008
    Mantra

    Come comincia: Liceo Scientifico, ore 8,10: puntuale come un cronometro la campanella segna l’inizio delle lezioni. Entro in aula già rassegnata ad annotare sul registro di classe i soliti ritardatari.
    Nel brusio concitato degli alunni già presenti, mastico tra i denti un’amara riflessione sulla mancanza di direttive precise sul problema ritardi da parte del Dirigente scolastico, poi tiro fuori la piccola penna bianca e comincio a scorrere l’elenco. Naturalmente manca Sebastiano! Quando imparerà ad uscire di casa con dieci minuti di anticipo?
    Bussano alla porta. –Avanti – urlo, pronta al rimprovero di prammatica. E invece lui mi si avvicina, indifeso nella sua timidezza, si scusa per il ritardo, come al solito, e mi chiede di leggere una cosa che ha scritto ieri sera, dopo cena e che vorrebbe io giudicassi, ma spassionatamente. – È un racconto, prof. .Vorrei tanto il suo parere -. Prendo il foglio e lo mando a posto, promettendogli di dargli un’occhiata nel pomeriggio, benché non lo meriti. La curiosità mi divora. Il racconto si intitola “Mantra”. Lo leggo tutto d’un fiato durante l’ora di intervallo.

     

    ***

    Il cuore le si era fermato in un dolce battito costante, in un solleticare leggero di emozioni tuttigusti. Non avrebbe mai pensato di poterlo vedere quella mattina, però era l’unica cosa che sarebbe riuscita a risollevarla un po’ alle 9.05, dopo un’ora pesante, e per giunta noiosissima, con quel vecchiaccio di Scienze, sempre troppo lontano dal pensionamento.
    E invece era successo e ora era tutta uno smaniare eccitato, era irrequieta, stupidamente felice. Chi l’avrebbe distolta, adesso, dal pensare a lui tutto il giorno? Ma ormai era fatta! Era condannata a quel suo personale supplizio, che segretamente cercava.
    Certo, non c’era poi da emozionarsi troppo! L’aveva appena intravisto di sfuggita mentre saliva le scale, avvicinandosi indifferente all’aula di Chimica che si trovava sullo stesso piano della sua classe. Puff! Era entrato, sparito dentro la porta, parlando senza entusiasmo con un suo compagno di classe, un tipo bruttino che però non le sembrava poi tanto insignificante, forse perché brillante della luce riflessa dell’altro. Almeno per lei, infatti, tutti quelli che lo circondavano, lo conoscevano, gli parlavano erano estremamente invidiabili, rispettabili, fortunati e lei avrebbe dato chissà cosa per essere una di loro.
    Forse il suo problema era averlo posto su un piedistallo irraggiungibile e splendido. Forse non ce ne sarebbe stato motivo. In fondo era un ragazzo come tanti altri, ma i suoi occhi, i suoi occhi erano speciali.
    Profondi ed intensi, tanto da farle mancare il respiro quelle poche, rarissime volte in cui si erano incontrati con i suoi, ovviamente per puro caso. Avevano il potere di trapassarla e trafiggerla come uno spiedino di frutta, la facevano sentire inadeguata, fuori luogo ed evanescente, uno spiritello schifoso che infastidisse il suo irraggiungibile eroe dagli occhi di giada. E allora lei, naturalmente, preferiva scappare via, rifugiarsi nelle dolci e molto più sicure fantasie della sua mente, ormai invasa da quella splendida figura, un flash idealizzato, un’icona che venerava quasi avesse una oscura sacralità fascinosa di cui non poteva più liberarsi.
    Imperturbabile e tenebroso, con i suoi jeans di marca sdruciti, con quell’espressione sempre imbronciata come se il mondo intero non fosse alla sua altezza, il bell’adone probabilmente ignorava  persino  la sua esistenza. Eppure ciò che avrebbe voluto più di ogni altra cosa al mondo era conoscerlo, potergli parlare una sola volta, sentirsi rivolgere la parola una volta soltanto. Un semplice “ciao” l’avrebbe resa felice, a condizione che uscisse dalle sue splendide labbra, e l’avrebbe fatta sentire al settimo cielo. Se la prendeva con il caso, domandandosi stizzita come mai, nella infinita gamma di possibilità esistenti, nessuna fortuita occasione avesse mai permesso il tanto desiderato incontro. Eppure sarebbe bastato così poco! Un’assemblea di istituto, un casuale incontro al distributore di snack, un fortunato scontro-incontro giù per le scale, quando la fiumana di ragazzi, tutti urla e spintoni, si sballottavano gradino per gradino, impazienti di guadagnare l’uscita al suono dell’ultima campanella. Immaginava diecine di queste situazioni e quando, al pomeriggio, la dimostrazione di matematica languiva sul quaderno, aspettando di essere risolta, si abbandonava al calcolo delle probabilità, facendone il suo passatempo preferito.
    E in effetti era diventata una vera campionessa nell’ideare le situazioni più impensabili e assurde, indulgendo poi nell’infarcirle dei più minuti particolari e se ne compiaceva, calandosi mentalmente il quel fantasioso e perverso giochino ingenuo, fino quasi a credere che fosse realtà.
    C’era solo un retrogusto amaro in tutto ciò: in fondo sapeva che le sue erano e sarebbero rimaste inutili fantasie, attimi di un sogno che sarebbe svanito, lasciandole come risultato tangibile soltanto la dimostrazione di matematica irrisolta sul quaderno.
    La porta dell’aula non era ancora stata chiusa e lei, intavolando un pigro discorso fatto di –Ah sì!?- e –mmm…- mugugnati, finte risatine e battute distratte con il compagno rompiscatole, ne teneva d’occhio la soglia, sperando di vederlo ancora comparire. Improvvisamente se lo vide davanti, si era fermato un attimo quasi indeciso sul da farsi, se entrare o meno. Si guardava intorno e infine fermò lo sguardo proprio nella sua direzione. Nello stesso momento il suo cuore si fermò in stand by, poi cominciò a battere freneticamente quando lui, nei suoi jeans scoloriti, prese ad avvicinarsi. Lei, in un incredulo replay interiore, diceva: - Sta venendo qui- …- Sta venendo qui- … - Sta venendo qui- … - Sta venendo qui- … -

    Scandiva così quel suo frenetico mantra propiziatorio all’unisono col ritmo martellante del suo cuore: un battito - Sta venendo qui- boom!… un battito - Sta venendo qui - boom!… un battito - Sta venendo qui – boom!
    Nei pochi secondi che ormai la dividevano dal bel tenebroso, aveva fissato lo sguardo su un punto imprecisato al di sopra della spalla destra di lui, che adesso le era molto vicina.
    Cercò di ridere più forte alla pietosa battuta del compagno di banco, cercò di fare l’indifferente, cercò, almeno! Mentre la testa stava per esploderle in quel suo ossessivo, ritmico ripetersi –Sta venendo qui –
    Il mantra si interruppe bruscamente e con esso il battito del suo cuore: ad un metro da lei, lui si era fermato. Con squisita naturalezza, la testa dei suoi sogni si era voltata in una plastica e lentissima rotazione verso destra…tutto il suo corpo l’aveva seguita e in un istante lui era uscito, per imbucarsi subito dopo nell’aula di chimica. La porta venne chiusa rumorosamente dal vecchio, odioso prof.
    Le sembrò quasi di sentire lo sfracellarsi del suo cuore contro quella porta, mentre le sue morbide aspettative si scioglievano miseramente come un soufflé beffardo, sformato troppo presto. Flop.
    Era troppo! Il mantra si trasformò in imprecazioni irripetibili e le lacrime ruppero la diga del cuore, inondandole vergognosamente le guance.
    Sciogliendosi dalla sua posa innaturalmente indifferente e sensuale, fulminea si alzò dal banco e si precipitò verso il bagno delle ragazze, piantando in asso l’amico che continuava a dire stronzate.
    Nella folle corsa riuscì, però, a vedere il volto dei suoi sogni che era appena uscito dall’aula: fissava divertito la corsa atletica di quella strana ragazzina, mentre un sorriso incuriosito già illuminava i suoi splendidi occhi di giada.