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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 20 febbraio 2008
    Gatta nera

    Come comincia: Vi racconterò che cosa mi ha detto la gatta nera alla quale un giorno ho attraversato la strada portandole sfortuna, perché in seguito venne investita da un camion.
    Mi ha detto: "Ti guardavo ogni sera come scendevi dalla tua automobile e prendevi come minimo una borsa di plastica, qualche volta anche di più e andavi su nel tuo appartamento salendo centinaia di scalini. Al mattino ti vedevo come scendevi e portavi la stessa borsa di plastica (almeno una) e buttavi nel cassone della spazzatura e dopo andavi da qualche parte, probabilmente andavi a prendere altre borse di plastica che portavi su e giù. Ma a noi gatti non è per nulla chiaro... perché in quelle borse di plastica spesso sentiamo gli odori di buon cose..."
    Così mi diceva quella gatta nera che ha avuto la sfortuna di finire sotto un camion. Adesso ho notato che mi osserva una gatta bianco-nera.

  • 20 febbraio 2008
    Leandro

    Come comincia: Era una notte buia e tempestosa quando, ascoltando i precipitosi passi della pioggia scalpitare sul selciato e udendo a tratti il respiro del vento ansimante sfiorare la mia finestra, sentii la sua voce. Era ormai una settimana che poltrivo, avviluppato tra le lenzuola, senza decidermi a reagire. “Smettila di vegetare!” aveva esclamato mia madre nelle trecentoquarantacinque sue telefonate durante questi sette giorni ma, accusando forti dolori di cui non conoscevo, né m'andava di conoscere la natura, avevo trovato il modo di tenermi alla larga dall'ufficio. Ero stanco di tutti e di tutto, deciso a chiudermi in me stesso per snobbare l'ipocrisia di coloro che mi circondano; ero deciso a barricarmi tra queste quattro mura e a vivervi il resto di questa dannata esistenza, cercando di frenare i ricordi che lentamente mi affiorano alla mente, ricordi di quella stupida adolescenza trascorsa tra i banchi di scuola, restando al mio posto per compiacere alla rigida disciplina, ma chiudendo per sempre i miei sogni nel cassetto.

    “Leandro, vuoi fare lo scrittore?” mi domandavano i falsi amici d'una volta, sghignazzando come ubriachi ed io, inscatolato in questo corpo a velare i miei veri sentimenti, non rispondevo. È destinato forse ad esser calmo chi si chiama Leandro? Eppure non sono mai stato calmo, se non all'apparenza e certo non lo ero quando sentii la sua voce. Smarrito, fissai il ripostiglio, poi la finestra: impressionante la suggestione dello spettacolo pirotecnico che si svolgeva fuori, spettacolo di tuoni e pioggia, sostenuti da un vento incessante.


    Leandro! Ecco, il mio nome, pronunciato da una voce familiare, a me nota, ma non poteva essere lei!
    M'aveva salvato dall'isolamento - lo so - m'aveva offerto una speranza ed io avevo incominciato a credere di nuovo nella vita. L'ho conosciuta, l'ho amata, ma come ogni speranza è spirata via insieme al vento. La sentivo, era la sua voce, la distinguevo tra la burrasca e diventava sempre più forte...


    Leandro! Ancora il mio nome, la mia condanna, il mio atto d'accusa, ma di cos'ero colpevole, io, se non di esser rimasto nell'ombra per tanto tempo? Dopo tanti anni, dopo le false promesse dei falsi amici d'una volta, lei aveva giurato e quel giuramento era valso più di tutto. M'aveva tradito ed io avevo reagito, ma in quella notte buia e tempestosa lei si ripresentava a me, scalpitando di corsa sul selciato ed ansimando con violenza, sino a sfiorare la mia finestra.


    Era impossibile! Doveva essere lì, nel ripostiglio, dove l'avevo lasciata. Corsi ad aprirlo: il sacco era lì, il suo braccio pendeva fuori, stillante di sangue...


    “Pentiti, Leandro, pentiti! Sei ancora in tempo per salvarti!” mi urlava, e così tutta la notte. Soltanto all'alba è tornata la calma, allora mi son vestito e sono corso qui.


    "E questo è tutto?" - chiede il commissario.


    "Già" - afferma Leandro, col viso sbattuto: "Però è avvincente la storia del mio riscatto. Ci sarebbe di che trarne un romanzo. E dire che mi credevano pazzo!"

  • 20 febbraio 2008
    L'Avvoltoio

    Come comincia: Mettiamo il caso che decideste o il Buon Dio, per voi, di andarvene all’altro mondo, guardatevi, allora, dall’Avvoltoio. Chi sarà mai questo essere? Sì, pensiamo di averne conoscenza nei film che abbiamo visto. Non è quell'infame uccello, ma un essere umano. E’ una comparsa quasi obbligatoria degli ultimi giorni dei mortali che vivono nelle nostre città. Non si sa perché appaia e chi lo chiami. Forse un parente, forse un conoscente fa girare questo nome nella camera dove voi state spirando.
    Il vostro medico, che vi conosce da anni, ha compreso i limiti prossimi della vostra vita e purtroppo l’inutilità di quelle cianfrusaglie medicinali in suo possesso che nulla possono contro le porte aperte del fato. Ma c’è chi può, più di lui. E’ una carta segreta che gira in questi momenti dolorosi come un jolly ed ecco che improvvisamente ve la trovate ai bordi del letto.
    Non avete scampo! Dovete soggiacere a questa ultima prova. E’ la comparsa di un personaggio che entra nella commedia della vostra vita con l’appellativo di Salvatore. Si dicono di lui cose fantasiose, addirittura degli “alzati e cammina” evangelici. Per contattarlo non è facile: risponde una voce bionda di una segretaria forse bruna che vi consiglia di incontrarla di persona. Il professore è occupato all’Università. Non sarà semplice persuaderlo ad una visita domiciliare, in quanto il professore non scende mai a questi livelli, propri del medico della mutua. Comunque viene stabilito il giorno e l’ora in cui  dovranno andarlo a prendere sotto il portone di casa. Il primo contatto sarà disastroso, saluterà appena e mostrerà di avere notevoli difficoltà nel trovare posto nel sedile angusto della vostra auto che avrà inondato di lavanda francese. Vestito scuro con cravatta firmata, occhiali orlati d’oro. Un tamburellare delle sue mani sul cruscotto evidenzierà un padellone di orologio, grandi marche. 
    “Ma dove mai abita?” - sarà la prova fonetica della sua voce, pronta a denunciare una perdita di pazienza, sciupando il suo tempo preziosissimo per la scienza. L’auto si aggirerà nel traffico e all’arrivo:  “ Possibile al quarto piano, senza ascensore? “  Ma salirà ingoiando l’affanno.
    “Ringrazio il mio footing mattutino”. Dirà, paonazzo, sulla porta d’entrata di casa vostra. Passerà le due file di parenti, amici, coinquilini, portierato, schierati ai lati del corridoio, non vedendoli. 
    - “Dove sta il malato?” - chiederà ancora spazientito, scorgendovi, infine, boccheggiante sul vostro letto. Voi inconsapevolmente lo potreste scambiare per il funzionario delle pompe funebri che viene a prendervi le misure.
    Ma lui si siederà sull’unica poltrona della vostra camera, stenderà le gambe e chiederà:
    - “Sì, grazie, un caffè, se me l' offrite, lo prendo subito” - un drappello dei vostri cari si dirigerà in cucina per esaudire questa prima richiesta. 
    Sorseggiando il caffè, chiederà poi a voce alta: “Chi è il medico curante?” E quando qualcuno dei presenti, a bassa voce, e con un po’ di vergogna, pronunzierà il nome del medico, dalla mimica del suo volto si giocherà il futuro di chi vi ha curato per un’intera vita.
    Se apparterrà alla categoria dei magnanimi potrà dire: - “Un bravo ragazzo!” - Naturalmente all’indirizzo del vostro medico ultrasessantenne. Ma altre contratture dei muscoli mimici lasceranno dubbi spaventosi sulla fama cittadina del vostro medico.
    Un parente gli offrirà un malloppo di cartelle cliniche dove c’è tutta la vostra vita di malato. Troppo tempo a scartarle ed a leggerle. Per cui le restituirà immediatamente e chiederà di suggerirgli la vostra malattia con: - “Ma insomma che ha?” Un silenzio imbarazzante lo costringerà ad aprire la sua borsa. No, non è come quella del vostro medico, enorme, piena di carte e scartoffie, di medicine per l’occorrenza. E’ una borsettina quasi femminile che racchiude un minuscolo fonendoscopio e un ricettario, niente più. Si alzerà e verrà verso di voi.
    - “Seduto” - vi intimerà e subito correranno a sorreggervi i più cari dei vostri cari. Vi sentirete osservato dai suoi occhi a riflessi dorati, sentirete le sue mani fredde infossarsi nella vostra carne. Se avrete acquisito nella vostra vita un minimo di intuito, vi accorgerete che lui non starà pensando a voi, ma a qualcos’altro, la sua amante, l’uscita di una nuova potente auto.
    A visita terminata vi abbandonerà e ricupererà la poltrona.
    I volti dei cari chiederanno domande silenziose di speranza, ma lui, amimico, guardando il muro bianco, pronuncerà la frase: “Abbiamo perso troppo tempo… cercheremo di recuperarlo”.
    E questa frase dividerà tutti i presenti in due fazioni: quelli per il medico curante, increduli al nuovo arrivato, e fedeli a lui e la fazione di quelli contro, che improvvisamente faranno traboccare antichi rancori verso questa figura quanto mai casalinga.
    Il ricettario del professore ora compare dalla borsa: è fatto di fogli che sono il doppio di grandezza di quelli del medico della mutua e hanno una decina di righe di attributi del nostro. E’ il momento delle analisi da farsi. Ne sono state fatte a montagne, con regolarità negli ultimi giorni. Non le consulta minimamente. Redige una lunga fila di analisi banali ed altre con sigle sconosciute, che metterebbero a dura prova un analista. Ma l’analista è il suo, di fama e serietà non comuni. Anzi ne scrive l’indirizzo sulla ricetta. Ora tocca alla prescrizione delle medicine salvatrici. Qui la mano autorevole si scatena su omonimi ed altro, compreso gli onnipresenti “lavaggi”, essenziali per le credenze popolari.
    Ma è la quantità che fa la sua grandezza. E quanto a questo è imbattibile. Un cesellatore dell’ovvio.  – “Iniziate subito” - ordina e qualcuno strappando la ricetta di mano già scende per le scale a saltelloni. Siamo all’epilogo.
    Il nostro si alza, dà un colpo al fondo giacca; sembra togliersi la polvere di dosso accumulatesi nel frattempo.  “Manderò un mio assistente a controllare”. 
    Una tossettina richiede il pagamento. “Professore mi dica?” -  Il parente economo si inchina a mo’ di paggio. -“ Facciamo, per voi, quattrocento euro. Per piacere, l’assegno lo intesti alla mia segretaria, la Claretta”.
    Avrete ancora il tempo di chiedervi per quale malattia ve ne state andando.
    Già, Lui si è dimenticato di dirvelo. Ma lo avrà capito? Ed è a questo punto che l’avvoltoio spiccherà il volo a cerchi larghissimi nel cielo azzurro, intravisto dalla vostra finestra.

  • 11 febbraio 2008
    L'allegra quarantena

    Come comincia: Il giorno seguente la morte di Luigi XV una piccola imbarcazione risaliva la Senna diretta al castello di Choisy, per consegnare spezie, piante, frutta esotica e semi di ananas coltivato nelle sue serre dai tempi del re Sole. Era una chiatta che riforniva le dimore aristocratiche della mercanzia più rara, tortuosamente  arrivata anche attraverso navi negriere che da Nantes e Bordeaux facevano scalo in Nuova Guinea per scambiare fucili, polvere da sparo e acquavite con uomini di pelle nera da rivendere nelle Antille, soprattutto a Santo Domingo, dove la nobiltà francese aveva bisogno di schiavi per le proprie colonie. Un gabbiano la seguiva nella speranza di cibo e quando, dopo aver scaricato, lo lasciò a digiuno, sfrecciò gridando stizzito oltre i giardini, dove un sole primaverile splendeva su gelsomini, violacciocche e lillà, al cui profumo quella mattina si era svegliata la corte in fuga dal vaiolo. 
    Al tavolo del nonno, i gomiti poggiati sul ripiano di marmo, il futuro sovrano stava pensando cosa scrivere al segretario di stato, il duca di La Vrillière,  che prima di lasciare Versailles lo aveva scocciato con richieste circa i nuovi incarichi, sui quali non aveva idea. Unica cosa ormai assodata, che avrebbe regnato nella tradizione dei suoi avi col nome di Luigi,  il sedicesimo.
    Quand’era in dubbio Luigi XVI rimuginava, per questo prima di decidersi a vergare con grafia tondeggiante temporeggiò come un gatto. Finalmente intinse la penna d’oca:

     

    Luigi XVI al Duca di La Vrillère

    Choisy 11 maggio 1774

    Signore, nel doloroso momento nel quale ieri ci siamo trovati, non ho potuto dare ordini riguardo Madame la Contessa du Barry. E’ necessario, poiché è a conoscenza di troppe cose, che sia rinchiusa il più presto possibile. Mandatele una lettera col mio sigillo affinché vada in un convento di provincia e ordinatele che non veda nessuno. Lascio a voi la scelta del luogo e dell’appannaggio (perché viva onestamente) che gli do in considerazione della memoria di mio nonno.

    Chiuse con la ceralacca e sentendo un tramestio si volse verso la porta. Furono annunciate la regina e la contessa di Artois che entrando si inchinarono. Abbandonate le  carte, Luigi andò loro incontro: poco credibile nei nuovi panni lo osservarono divertite.

    - Non avete ancora smesso di ridere? -  domandò Luigi infastidito.
    Il giorno prima infatti, dopo essere partiti da Versailles la cognata savoiarda, che parlava male francese, aveva storpiato una parola rendendola indecente e la comitiva dei parenti si era sbellicata fino alle lacrime dimenticando il morto.

    - Maestà siamo venute a chiedervi se volete che si predisponga per il grand couvert -  disse Maria Antonietta
    - Non ci penso nemmeno!
    - Sono d’accordo con voi -  asserì la contessa di Artois -  allora ci vediamo da mia sorella come al solito… o preferite pranzare al Petit Choisy?
    - Il Petit Choisy  no,  domani arrivano le mesdames tantes…
    - Non dovevano andare al Trianon? Se ci attaccano il vaiolo? -  chiese allarmata la regina
    - In attesa di essere vaccinate staranno nel padiglione del parco.

    Maria Antonietta, che sperava nel ritorno del ministro che aveva trattato il suo matrimonio, quel Choiseaul esiliato da Luigi XV, sapendolo inviso alle zie, sbuffò:

    - Cosa vengono a fare?
    - Non lo so madame… - il re deviò il discorso - ho appena scritto una lettera per far rinchiudere la Du Barry…
    - Benissimo…

    Lei pensò che era già qualcosa e, presa sotto braccio la cognata,  uscì dallo studio con la sensazione che diventar regina volesse dire realizzare finalmente tutti i desideri.

    ***

    Il Petit Choisy l’aveva fatto costruire nel giardino vent’anni prima il Beneamato,  nello stile galante e intimo che amava. Il 12 maggio 1774 suo nipote andò a incontrarvi le signore zie, appena arrivate da Versailles  per una riunione importante: si doveva decidere chi designare come primo consigliere. A parte l’ inesperienza, l’ ignoranza e l’insicurezza,  la scelta era resa difficoltosa dal fatto che ministri e segretari  erano in quarantena e non potevano essere consultati. Poche le cose chiare a Luigi XVI  fino a quel momento: lui non sarebbe stato un libertino quale il predecessore e per niente al mondo avrebbe dato incarichi, come la moglie chiedeva, al duca di Choiseaul. Figuriamoci: maman Marsan e La Vauguyon, bambinaia e tutore,  insinuavano addirittura che avesse avvelenato  suo padre! Non dubitava di lui a tal punto, però  Choiseaul aveva capeggiato l’opposizione parlamentare: privilegiati, beneficiati di titoli nobiliari,  che invece di essere riconoscenti arrivavano a voler modificare di testa propria gli editti e le ordinanze del re, tanto che Luigi XV doveva imporre la propria volontà attraverso il letto  di giustizia, stratagemma che trasformava i decreti regi in legge dello stato. “Il potere del sovrano è assoluto…”, sbuffò, “mio nonno ha fatto bene a cacciar via quel parlamento… ”.
    Fece ingresso con la scorta e grande fragore di tacchi. Le figlie di Luigi XV gli andarono incontro.

    - Siete solo? - madame Adelaide si guardò intorno circospetta
    - Solo…
    - Andiamo a tavola -  suggerì Vittoria.

    Il seguito si fermò sulla soglia. Le vetrate della sala davano sul giardino lussureggiante, la gran maestra  batté le mani e apparvero quattro dame, sei ufficiali della bocca e due valletti: servitù minima per un pranzo segreto. Poi, a poco a poco, affiorò cigolando dal piano inferiore la “tavola volante”, deliziosa idea dell’ingegner Guerin, rotonda, con al centro una composizione di fiori, imbandita per quattro dei dodici  posti. Quando si fermò, si accomodarono. Arrivarono vassoi d’argento sui quali pesci di Senna e uccelli di bosco profumavamo di bacche.  Vittoria, iniziando la preghiera, alleggerì la colpa per l’ appetito sproporzionato anche nel lutto. Si  buttarono sul cibo.
    Madame Adelaide parlò per prima:

    - Avete già in mente qualcuno maestà?
    - Non chiamatemi maestà -  disse Luigi succhiando un osso di pernice -  anche i miei fratelli non devono farlo…
    - E come volete essere chiamato?
    - Signore… monsieur…
    - Ma non è mai successo! -  esclamò preoccupata Sofia
    - Non sarà pericoloso? -  chiese Vittoria con la bocca piena -  C’è chi potrebbe non capire, ne va della vostra autorità…
    - Volete distinguervi come Luigi il buono? -  Adelaide aveva l’aria di saperla lunga.
    - Preferirei il saggio o il severo.
    - Ma a chi pensate per il vostro consiglio?

    Luigi la guardò.
    - Non ho la più pallida idea.
    - Vi serve un consigliere non tra quelli in carica, che abbia esperienza e sia fidato -  si raccomandò Adelaide -  che aiuti la vostra formazione politica e continui ciò che ha iniziato il re defunto…  uno che vi segua  dall’esterno…
    All’improvviso lui scostò il solitaire dal collo e frugò nel  frac traendone  una cassettina  che depose sul tavolo. Les mesdames si avvicinarono. Tolto il sigillo, ne uscì una pergamena.

    - Cos’è? - sussurrò Adelaide

    La srotolò. L’ansia delle donne era palpabile, guardandole negli occhi disse  grave:

    -  E’ il testamento politico di mio padre, me lo ha consegnato il vescovo di Verdun che era suo amico… c’è una lista di persone che raccomanda…
    - Fate vedere! -  disse quasi strappandogliela dalle mani Adelaide e prese a leggere, scandendo bene le parole, a voce alta:
    - Il signor di Maurepas “perché ha conservato il suo legame con i principi veri della politica, che madame de Pompadour ha misconosciuto e tradito…

    Fatti altri nomi, si aprì una discussione controversa.

    Luigi ricordava che La Vauguyon tesseva gli elogi di Jean Frédéric Phélypeaux conte di Maurepas e, per quanto stimasse poco il tutore, il suo giudizio pesava ancora. La Vauguyon gli aveva detto che a soli quindici anni Maurepas era succeduto al padre come segretario di stato del Beneamato. Poi della marina e delle colonie, dove si era adoperato per migliorare i porti e aveva soppresso, da uomo illuminato, l’arma delle galere fatta di schiavi e prigionieri.  Sospettato di aver scritto una canzoncina contro la favorita pro tempore, madame de Pompadour, Maurepas era stato esiliato da Versailles nel 1749. “Sono passati venticinque anni”, pensò, “ma  se questa è la volontà di mio padre…”. E le zie sembravano d’accordo.

    Stanco, desideroso di chiudere il discorso e azzerare l’ansia con una soluzione, disse infine:

    - Scriverò a Maurepas perché ci raggiunga subito, fate sellare il cavallo più veloce…

    Così fu scelto il consigliere del sovrano, qualcuno disse il mentore: stesso carattere indeciso del re, gli rimase accanto sette anni, fino a che visse.  Nipote del cancelliere di Luigi XIV, esperto di misteri e intrighi, di un potere succhiato con il latte, l’anziano aristocratico sembrava l’ esponente di un’età dorata e il più adatto a dividere il fardello della corona. Col senno di poi invece, si afferma che se Luigi XVI non lo avesse disgraziatamente scelto, la sua esistenza non avrebbe imboccato la china fatale. Tuttavia una sola persona non ha  influenza  su avvenimenti complessi e per la storia i “se” non contano.

    ***

    Provando acuta nostalgia della caccia, vietata per lutto, nella foresta di Sénart, Luigi non vedeva l’ora di concludere la quarantena malgrado le passeggiate piacevoli con Maria Antonietta nei giardini di Choisy o lungo la terrazza dominante il fiume. Ma un nuovo avvenimento lo distrasse: il vaiolo aveva colpito anche le signore zie, pur se in forma benigna,  e ciò obbligò la corte a rimettersi in fuga verso il castelletto di La Muette ai margini del bois  de Boulogne.
    Il “petit La Muette”, vissuto come un piéd a terre, in realtà aveva centinaia di logge, affiancate da padiglioni e dipendenze, ed era stato della regina Margot. Fattolo ristrutturare, Luigi XV vi aveva voluto un passaggio nel bosco di Boulogne per raggiungere la Senna da cui ammirare Bellevue,  dimora della Pompadour. A soli otto chilometri dal centro di Parigi, La Muette era il luogo ideale per la cerimonia delle condoglianze delle dame presentate a corte e di molti altri, che oggi chiameremmo “vip”.
    Le signore accorsero tutte, dalle più giovani alle più vecchie, dalle fidate a chi remava contro, ricercate, ingioiellate, sofisticate e vanitose, sfilarono rigorosamente in nero, porgendo un volto mesto, dilungandosi in salamelecchi. Con perle nei capelli, in sontuoso abito da lutto, Maria Antonietta attorniata da prime donne, al centro del salone come una divinità, da ore inclinava la testa, appena il busto, faceva cenno con le sopracciglia, rispondeva con parole graziose, ripeteva frasi di circostanza o rimaneva muta, in enigmatico sorriso, a seconda del rango delle mesdames e dell’opportunità. La fila delle contrite aumentava. Il tempo non passava. Doleva la stanchezza.

    - Le più sincere condoglianze maestà…
    - Dio ve ne renda merito…
    - Volevo anche segnalarvi mio figlio, valoroso ufficiale dell’esercito…

    La regina fingeva di ascoltare, annuiva con il capo, prometteva senza sapere cosa. Aveva bisogno di una pausa. Guardava le centinaia in attesa. Sbuffava. A un tratto le parve che la marchesa di Clermont-Tonnere, obbligata a stare in piedi dietro di lei, fosse scomparsa. Un attimo di incertezza. La cercò con gli occhi. Si sentì tirare la gonna e guardò in basso: la vide seduta per terra al riparo degli enormi paniers.

    - Non ce la faccio più, mi fanno male i piedi…

    Maria Antonietta scoppiò in una risata che mimetizzò con il ventaglio.

    - Che barba… mi siederei volentieri anch’io…

    Lo scambio di risatine, gli incomprensibili ammiccamenti, non sfuggirono alle signore più anziane, più altolocate e  più arcigne.

    - La regina si sta prendendo gioco di noi -  sibilò una
    - Ci tratta male perché siamo vecchie… come non l’avessimo mai avuta…
    - Non metterò più piede a corte, che beffarda!

    E l’indomani qualcuno inventò una canzonetta sarcastica, quasi un avvertimento, che passò di bocca in bocca:

    Reginetta di vent’anni,
    insolente e forestiera,
    da rispetto e non far danni
    o ripassi la frontiera!

    ***

    A La Muette però si trascorrevano gli ultimi giorni di una quarantena felice. Il re aveva disdetto il servizio degli “ufficiali della bocca”, fastidiosa etichetta a scapito di comodità e privacy,  inaugurando la dolce abitudine di pasteggiare nelle stanze della regina, senza cerimoniale. A Luigi piaceva star solo con lei, erano ormai in confidenza, sebbene non ancora fisica. Fiero della moglie che tutti definivano bella come una dea. Fiero di poterla esibire, passeggiando per i giardini del castello senza scorta, a  chi veniva ad ammirarli e applaudirli. Non conoscevano la canzonetta irriverente e, anche se lo avessero saputo, non avrebbe incrinato la loro fiducia.
    Quel giorno a pranzo furono serviti da un solo cameriere che tagliò il filetto, servì il puré,  versò il vino e si eclissò come avevano chiesto. La finestra spalancata lasciava entrare il sole e l’aria boschiva. Maria Antonietta indossava una semplice veste da camera ampia, scura, ricamata e aveva i capelli sciolti.

    - Siete molto graziosa madame -  disse Luigi -  il lutto vi si addice…
    - Grazie monsieur… - sorrise portando il cucchiaio alle labbra ma subito si batté la tempia -  mi avete fatto venire in mente una cosa….

    Si alzò dirigendosi alla consolle su cui poggiava un portagioie, lo aprì, ne trasse un astuccio, tornò a sedersi e lo consegnò al marito. Lui  lo esaminò curioso: era una tabacchiera nera  in oro e pelle di zigrino, su un lato, incastonata come un cammeo, l’ immagine di Maria Antonietta e  la scritta “La consolazione nel dolore”. In francese la parola chagrin  traduce sia dolore che zigrino.

    - Bellissimo gioco di parole… perfetto per il lutto…  - commentò il re
    - Me l’ha portata la principessa di Lamballe, ha detto che ha fatto la fortuna di chi l’ha messa in commercio…
    - Il popolo vi ama, siete davvero la sua consolazione… - la guardò come un innamorato timido.

    Compiaciuta Maria Antonietta bevve un sorso.

    - Come va con Maurepas?
    - Non me ne parlate… vuole che scelga il ministro degli esteri e dell’economia tra persone  vicine al vecchio parlamento…
    - Quello soppresso dal nonno?
    - Esattamente…
    - Per riflettere e prendere tempo potreste sempre farvi vaccinare…
    - Una buona scusa….-  Luigi si asciugò la bocca col tovagliolo - non sarà pericoloso? E’ proprio vaiolo quello che inoculano…
    - I medici dicono che la novità stia facendo miracoli…
    - Mmh…  - lui allungò la mano verso il Borgogna, fermando il valletto, e ne versò un dito alla consorte -  con Maurepas ho convenuto di tagliare il diritto alla cintura e quello alla successione…

    Il diritto alla cintura, in riferimento alla borsa attaccata alla cintura della regina, era una tassa sui vini che serviva a mantenere i suoi dipendenti. Il diritto alla lieta successione  una gabella che si pagava per ogni ascesa al trono.

    - Farà una gran bella impressione e vi ameranno -  convenne Maria Antonietta -  ma i nostri soldi?
    - Dopo si vedrà…

    Così, il 30 maggio 1774 Luigi XVI fece rinuncia con un editto a ventiquattro milioni di luigi.
    La notizia si propagò in un baleno tra la gente che, piena di speranza, uscì dalle case signorili, dalle topaie, dagli abbaini,  dai vicoli sporchi e malfamati, dai caffè, dai mercati puzzolenti, dalle bettole, dalle bische, dai teatri, dalle fabbriche, dai postriboli, dalle grotte e dalle risorte  “corti dei miracoli”.
    Parigi corse al castello di La Muette inneggiando al nuovo corso:

    - Viva il re! Viva la Regina! Lunga vita al re! Lunga vita alla regina!

    Luigi e Maria Antonietta commossi e stupiti si affacciarono alla finestra per salutare una folla in luna di miele, che acclamava alimentata dal “passaparola”, dalle menzogne, dai rumori, dalle consorterie, dai fogli clandestini e dalle discussioni illuminate. Un fenomeno nuovo capace di critica: la pubblica opinione, la cui potenza, tutt’altro che effimera, anche i signori delle moderne democrazie temono e manipolano.

  • 11 febbraio 2008
    La maschera di cera

    Come comincia: Nella piccola stanza da bagno un ricciolo di fumo si posò sul lavandino. Stefano spense la sigaretta e gettò il mozzicone nel cestino sotto il lavello. Un filo di luce penetrava dalle tendine rosso fuoco che velavano la finestrucola del cesso e lasciavano intravedere il calore di quell’estate così torrida. Aveva sentito proprio quella mattina alla radio che da cinquant’anni non si viveva una stagione così arida e bollente. “E fra un anno diranno esattamente la stessa cosa” pensò con un sogghigno chiudendosi dietro la porta del bagno. La camera era stretta, spoglia alle pareti, ma riscaldata da una luce rossastra e dal profumo dell’ incenso patchuli, che fumava da sopra il comodino. Stefano gettò uno sguardo alla cravatta appoggiata sul letto, poi prese a trastullarsi con le stringhe delle scarpe, con una libidine da feticista pervertito. Quelle guaine di cuoio, strette e appuntite, lo costringevano al patibolo ogni santa mattina di lavoro. Scarpe scomode, cravatta ben annodata, giacca, pantalone inamidato e perfettamente stirato, calzino lindo, camicia linda, capello lindo e valigetta linda con firma. Tutto il neçessaire del provetto bancario si adagiava ogni settimana, escluso sabato e domenica, sul corpo ben rodato del nostro quarantenne. Pronto per la giungla, pronto per la battaglia quotidiana, pronto per cacciare fuori la lingua con costante e splendente vitalità.
     Magda entrò proprio in quel momento.
     - Sospiri? – gli chiese sorseggiando lo champagne.
     - Come? – rispose Stefano riprendendosi di colpo dai pensieri. – Già, qualche grattacapo.-
    Magda lo pregò di attendere un  momento e uscì dalla stanza. Dopo un po’ tornò con una sedia di vimini e un altro bicchiere di champagne.
     - Tieni – disse porgendogli il bicchiere – bevici su e racconta.-
    Stefano la guardò un attimo di traverso, poi sospirò ancora e dette un piccolo sorso.
     - Non è niente di che Magda.-
     - Niente di che? Ma guardati… Sembri appena uscito da un campo di battaglia. Lavoro? –
     - No.-
     - Silvia?-
     - Silvia…-  sospirò senza guardarla negli occhi.
    Magda spostò la sedia sulla quale si era accovacciata e si avvicinò all’ uomo.
     - Cosa è successo?-
     Stefano la fissò con uno sguardo nudo e rigido che la spaventò un poco.
     Le raccontò della mattina, poche ore prima, dell’auto che aveva fatto le bizze e della corsa per andare a prendere l’autobus. Della calca che ci aveva trovato, l’odore di sudore e chiuso al quale ormai da tempo aveva perso l’abitudine. Quell’ odore che lo rimandava all’ infanzia, all’ adolescenza, alla scuola e le vacanze estive, agli amici e le partite di pallone, alla sera che lo trovava sfinito e felice.
     Quell’ autobus colmo di gente sconosciuta, quegli odori familiari eppure così lontani e sfumati, gli avevano stretto la gola. Era sceso ben prima della sua fermata, a una quindicina di minuti a piedi dalla banca. Non riusciva a sopportare il ritorno di quei pensieri. Da molto tempo la sua vita si era trasformata in un automatismo perfetto, lubrificato e calcolato al millesimo. Si svegliava, si vestiva, prendeva il primo dei quattro caffè della giornata, usciva e raggiungeva la banca con la sua macchina splendente, salutava i colleghi e controllava la scrivania, si sedeva, accendeva il computer e spengeva il cervello. Poi, una volta finito il lavoro, un breve salto in palestra oppure il rientro a casa, il bacio a Silvia, il cane, il divano, la cena, il sesso, i denti lavati, filo interdentati, uno sguardo allo specchio e poi Morfeo. Così ogni giorno, fino al sabato e alla domenica che si perdevano in una nebbia di routine ancora più vuota e impersonale.
     Adesso che l’ autobus si allontanava lungo la strada, Stefano osservava quella città -  la sua città fin da quando aveva un giorno di vita -  per la prima vera volta. In movimento, in fermento, in balia dell’ umano vagare. Stefano ruotava gli occhi su quello spettacolo da macello che è la prima mattina, così umana da far rimpiangere il tempo della scimmia. Le bocche gli apparivano troppo larghe o strette, troppo sorridenti o contratte, troppo svenevoli o acide. Notò l’ Uomo e il suo ghigno incipriato. Fotografò la vita in controluce e ne restò atterrito. Non credeva a niente, ma le sue gambe presero a muoversi. Dovette fare uno sforzo per controllarne il movimento e cambiare direzione. Non aveva voglia di banca, né di colleghi. Sarebbe tornato a casa e dato malato almeno per oggi. Forse domani quell’ incubo sarebbe scomparso e la realtà avrebbe ripreso i suoi colori e confini. Ma oggi, Stefano era lì, ghiacciato da un pensiero nato e morto in un autobus troppo affollato. Potere dell’ imprevisto! La macchina lo aveva sempre condotto in porto sano e salvo. Ma quell’ avaria mattutina aveva fatto si che l’ esilio dal mondo terminasse, e in modo piuttosto brusco.
     Stefano giocava coi gioielli della camicia, regalo di Silvia per il loro quinto anniversario di matrimonio. L’incenso era buono e pizzicava con dolcezza le narici dell’ uomo. Magda posò il bicchiere di cristallo sul comodino e prese nelle sue la mano di Stefano. Aspettò che continuasse, ma il suo silenzio pareva non aver fine.
    - È questo che ti ha sconvolto? Quella sensazione, quell’ immagine dell’ infanzia? Ehi, guarda che capita spesso anche a me. A volte esco a passeggio, e zac! ecco un ricordo che spunta e mi folgora, anche nelle situazioni più strane: mentre faccio la spesa, dalla parrucchiera, mentre mi provo un paio di scarpe nuove… E’ così, pensi ai cazzi tuoi e di col…-
    - Magda, Magda, MAGDA!-  la interruppe gridando lui. –Non c’entra niente quel pensiero… O meglio non è solo quello…-
     Stefano le chiese una sigaretta, la accese e ne assaporò il gusto acre. Poi, proseguì con il suo racconto.
     Era lì imbambolato sul marciapiede, incapace di pensare e volere. La mente gioca brutti scherzi quando il pensiero riesce a sorprendere la ragione. Le auto non gli erano mai sembrate così veloci. Persino la gente non camminava più come al solito, bensì correva, si urtava, cadeva, scattava a velocità supersonica. Le nuvole schizzavano nel cielo, i raggi del sole bruciavano l’ iride, il vento colpiva con forza. Tutto il mondo pareva ruotare in un frullatore. Eppure lui, sentiva le sue articolazioni incapaci di proseguire, bloccate e trattenute da qualche braccio appiccicoso.
     - E poi cosa è successo? Sei tornato a casa?-  gli chiese Magda accarezzando quelle dita lisce e ben curate.
     - No.-  rispose Stefano con voce ferma e sicura, la voce di un uomo consapevole e tuttavia incredulo. - Sono entrato in un bar e ho ordinato un caffè.-
     Il bar era affollato; ora di colazione. Il barista gli gettò un’ occhiata distratta, indifferente. Eppure Stefano sentiva gli sguardi di tutti puntati solo su di lui. Gli pareva di avere pesi immensi legati ai polsi e alle caviglie. Forse gli altri fingevano di non vederlo, ma certo lo stavano osservando di sottecchi. Questo accrebbe il suo fastidio e la rabbia, l’ impotenza dei gesti lo facevano sudare. Con un filo di voce ordinò un caffè a quel barista beffardo e bisunto, afferrò tremante la tazzina e si sedette al primo posto libero; proprio in mezzo alla sala. Adesso ne era certo: tutti i clienti lo fissavano. Alzò di colpo lo sguardo e… niente! Nessuno dei presenti pareva dargli peso: furbi... Aprì lo zucchero e ne versò mezza bustina, prese il cucchiaino e iniziò a girare piano. L’odore del caffè riusciva a calmarlo. Sempre, ovunque si trovasse, il caffè aveva su di lui quel potente effetto rilassante. Guardava la schiuma rarefarsi piano piano e sentiva l’angoscia scivolare via. Ma che idiota, pensava. Tutto per uno stupido bus: la folla, un pensiero, e il mondo perde i suoi confini! Avrebbe dovuto rivolgersi a uno psicologo, giusto per buttar via un po’ di soldi, o forse no, forse era solo stanchezza.
     Eppure c’era qualcosa di più dietro quel piccolo insignificante incidente; Stefano aveva compreso, forse per la prima volta nella sua vita, qualcosa di sconvolgente, qualcosa che avrebbe potuto mandare in frantumi l’esistenza intera, la famiglia, il lavoro, gli amici, lui stesso: provava noia. Non aveva mai avuto il tempo di staccarsi dal suolo e osservarsi dall’ alto per un po’. Adesso che quell’ insignificante trauma gliene aveva dato l’opportunità -  imprevista e non voluta certo – poteva permettersi di guardare cosa fosse in sostanza la vita di Stefano Trabesi: una tabella sincronizzata e ben oliata, priva di imprevisti imprevedibili e di emozioni. Ebbene si, per la prima volta comprese di vivere una vita piatta e asettica: da formica. Aveva una posizione certo, era rispettato, poteva permettersi molto e fare quella che si chiama “la bella vita”; cene fuori, macchine, casa, regali di lusso. Ma cosa era lui in fondo? Un uomo in carriera? Bello, ma cosa diavolo significa? Un uomo rispettato? Ma rispettato da chi? No, sentiva qualcosa stridere nel profondo, una rabbia repressa per lungo tempo e ora in procinto di esplodere. Quello che vedeva riflesso nello specchio del bancone non era più un uomo: era un automa privo di tridimensionalità.
     Quel maledetto autobus – adesso ricordava era giallo, era sempre stato giallo, fin da quando era bambino – quello stramaledettissimo carrozzone di merda lo aveva reso cosciente: e la coscienza può essere peggio del napalm. Pensava a Silvia e al loro amore, ora. Quante volte la guardava davvero? Quante volte la amava davvero, con foga, con passione, con – perché no? – rabbia? Quando era stata l’ultima volta che la aveva pensata con amore? Non ricordava, nonostante tutti gli sforzi. Da molto tempo ormai, Silvia non era altro che un numero nella sua personale tabella, un altro orpello da usare, conservare, adoprare. Ma che pazzo era stato, che uomo cieco! Guardò il bancone lustro e ben lucente, vide il suo riflesso e un ghigno impermeabile sul suo volto sconvolto. Scosse la testa e soffiò via quella maschera di cera.
     Fuori il mondo aveva ripreso i suoi ritmi normali. Nessun movimento sospetto, nessun proiettile supersonico sfiorava la sua mente adesso. Si incamminò verso casa, lucido come un cristallo. All’ angolo si fermò dal fioraio per comprare delle rose. O no, girasoli, a lei piacevano tanto.
    Prese un pezzetto di carta e scrisse un piccolo pensiero per Silvia. La mattina era già calda. Il sole di luglio cominciava il suo sporco lavoro di roditore invisibile. Attaccava le strade, fin negli angoli più nascosti, sotto i tendoni, dietro agli ombrelloni dei negozi, sotto le camicie di tela e le magliette di cotone fino alla pelle pregna di sudore. Ma Stefano non si curava più di niente.
     Affrettò il passo, non vedeva l’ ora di giungere da lei. Forse non era ancora uscita per fare la spesa, magari si rigirava ancora assonnata fra le lenzuola. Pensò, sorridendo di sorpresa, che neanche si ricordava di che colore si era fatta fare i capelli dal parrucchiere, solo due giorni prima. L’aveva guardata? Come sempre, solo vista di sfuggita. Adesso si batteva la mano sulla fronte, conscio della stoltezza che lo aveva imbrigliato in quegli anni di dura carriera. E il figlio che volevano, le vacanze, i natali soporiferi dai suoi genitori, le cene per i compleanni, per gli anniversari, per San Valentino e Ferragosto. Quanti attimi vissuti eppure fuggiti chissà dove. Stefano si sentiva in preda a un raptus. Vivo e vitale, folle di energia, stava ai piedi del palazzo come Maometto o Mosè di fronte alla montagna: ansioso, speranzoso, timoroso ma pieno di felicità.
     Aprì il portone del palazzo. I gradini volavano via come schegge sotto il suo passo slanciato. Arrivò al terzo piano in un baleno. Tese l’ orecchio e non sentì nulla. Bene, doveva ancora dormire. Infilò la chiave nella toppa, piano, facendo attenzione a non fare il minimo rumore. Un pallido odore di caffè si aggirava per l’ingresso. Chiuse la porta e si tolse la giacca. La casa era fresca. Il sistema di condizionamento dell’ aria che aveva fatto da poco installare funzionava alla perfezione. Il torrido clima estivo si fermava fuori della porta e così sarebbe stato anche per il freddo invernale. Potenza della tecnologia e vantaggi del quattrino. Stefano appoggiò la giacca sul divano, si tolse anche le scarpe per fare ancora meno rumore e si incamminò così, sudato allegro e con il suo paio di scarpette in mano, verso la loro camera da letto. S’ impuntò di colpo, quando sentì un rumore provenire proprio da lì. Tese ancora l’orecchio, ma non riusciva a percepire nient’ altro che un bisbiglio sommesso e qualche strano sospiro. Con il cuore in gola si avvicinò alla porta socchiusa e gettò uno sguardo nella camera. Il materasso era scoperto, il lenzuolo di seta sfregava contro il pavimento e poi… una scarpa sconosciuta. Spinse ancora un po’ la porta e fu allora che tutto gli esplose davanti. Silvia di spalle gemeva e sospirava, e un uomo giovane, dall’aspetto possente e pieno d’ energia, la stava scopando da dietro, proprio lì, sul loro letto, nella loro stanza.
     Un lamento strozzato uscì dalla bocca tremante di Stefano. I due si fermarono di colpo, saltando giù dal letto e Silvia iniziò a gridare. Ma Stefano non sentiva più niente. Senza proferire parola, si voltò e di scatto partì verso la porta d’ingresso. Uscì correndo per le scale, saltando tre quattro scalini alla volta. La forza che lo aveva spinto fin lassù, adesso lo stava schiantando verso il suolo con potenza quintuplicata. Sentiva Silvia dietro di sé, ma come un’ eco lontana e soffusa, impalpabile.
     Era in strada ormai, perso fra la folla che, ora si, lo stava fissando sbalordita. Con la cravatta ancora allacciata e le scarpe in mano, Stefano correva chissà dove, senza meta né scopo, correva solo per fuggire lontano da lei, da tutto. Da se stesso. Adesso l’ ombra era totale, la fossa aperta e pronta per l’ inumazione. Stefano sentiva le lacrime solcargli il viso e allora ricordò l’ ultima volta che aveva pianto di dolore, d’amore. Molti anni prima, proprio davanti agli occhi di quella che sarebbe diventata sua moglie, per uno stupido bacio che aveva dato e che lei aveva scoperto. Bacio che non era stato solo un bacio, ma qualcosa di più; un bivio, la scelta di una vita. E lei aveva finito col vincerla, su tutte, persino su di lui. Capiva quanto l’ inganno di una mente abile fosse stato allora fatale e piangeva, correva, gridava. La pazzia lenisce ogni dolore e così lui voleva essere: pazzo da legare.
     Questo era tutto. Era arrivato da Magda, proprio come un cane trova il suo giardinetto preferito: con l’odore. Era giunto da lei, aveva suonato a quel campanello conosciuto, aveva salito i soliti scalini e aveva fatto tutto ciò che aveva sempre fatto negli ultimi sette mesi. Così, come un automa sull’ orlo di un crisi di nervi, tuttavia perfetto e lucidissimo.
     Magda lo fissava. Aveva nuovamente riempito il bicchiere di champagne e accavallato le belle gambe. I capelli biondi, biondo- finto ma ugualmente belli, le ricadevano sulle spalle seminude. La sottoveste le ricamava il seno e attraeva l’ occhio come una ipnotica danza. Era bellissima. Stefano se ne accorse solo ora e ne rimase disgustato: Magda era davvero un essere meraviglioso. Si sentiva piccolo piccolo di fronte a lei e fece fatica ad alzarsi dal letto. Si guardava attorno, ma non riusciva a trovare qualcosa.
     - E la giacca?-  disse poi con la voce di un bambino.
    Magda gli sorrise e poi gli disse:
     - Non la avevi quando sei entrato. Forse…-  e lasciò cadere la frase nel vuoto con un’ alzata di spalle.
    Stefano taceva. Guardava la donna come se volesse giustificarsi di qualcosa, con le braccia aperte e i palmi delle mani rivolti al cielo.
     - Vedrai che tutto si risolverà… Magari ci vorrà un po’, ma tornerà tutto a posto.-  esclamò la donna, per rompere quel silenzio opprimente e ridicolo.
     - A posto dici? Forse è proprio questo che mi spaventa…-  disse con un sospiro. - Non so se voglio che tutto torni a posto, ma francamente adesso non so più niente.-
    Prese la cravatta dal letto e se la infilò nella tasca dei pantaloni. Poi, guardò la donna e sorrise.
     - Quanto ti devo Magda?
     - Centocinquanta euro caro, come sempre!

     

    Siena, 3 settembre 2007

  • 11 febbraio 2008
    Mistero

    Come comincia: Da tempo, circa quattro anni, la ragazza mi passava davanti.
    L’avevo notata, la prima volta, mentre ero intento nella lettura di un libro, seduto alla panchina del parco.
    Appena tornato da un viaggio in Giappone come consolazione dall’abbandono della ex fiamma di origini orientali.
    Compivo un gesto liberatorio: purgarsi tra le isole Ryu-Kyu, a Okinawa.
    Purtroppo non erano più i tempi del passato. Ogni cosa cambia.
    Meditavo su quanto stupido è viaggiare in aereo… costringersi per ore tra morbide poltrone, sorbirsi degli interminabili scali, seduto ad aspettare mentre, i guadagni di una vita, tanto faticosamente risparmiati, prendono il volo.
    Già, perché di soldi si tratta. Lasci il lavoro per una meta esotica. Scegli di cambiare strada.
    Torni a girare il coltello nella ferita, sperando di trovare un’altra donna simile a lei, dagli occhi a mandorla tanto belli.
    Non sono le bellezze tailandesi che cerchi, quelle dei mille italiani sempre seduti a parlare tra loro, in molti dialetti… una lingua unica. Linea intercontinentale.
    Amore orale, scavato con la forza, tra bocche sporche a discapito di ragazze poco più che bambine.

    Quel posto così bello tra i fiumi, ricco di alberi e vegetazione, rilassa. Non penso al denaro per vivere, alle cose viste e le situazioni trascorse… Semplicemente contento: riesco ad essere felice. C’è uno scopo nella vita: guardare gli altri.

    Fino ad allora il mio massimo sforzo era l’adattamento al mondo esterno, il sacrificio per obbiettivi che non erano nemmeno i miei ma quelli altrui, imposti dalla società in cui si vive.
    Quel periodo in Oriente fugò ogni dubbio sul da farsi nella vita: niente.
    Non avrei più preso aerei, che tanto male sopportavo, con attacchi di panico continui.
    Nessuna coda per il museo o per un biglietto della metropolitana.
    Anni di lavoro ripetitivo e monotono hanno esaurito le mie membra, consumato le suole delle scarpe, guanti e attrezzi da lavoro.
    Partii lasciando tutto là, nell’armadietto con su il nome.
    Non mi pento di aver speso tutti i soldi, una cosa utile, come capire che nessuna donna può rimanere con te molto a lungo se non sei in grado di dare la normalità.

    Ogni giorno vado a meditare in quei posti ricchi di pace.
    Osservo tutto, non mi sfugge niente.
    Conosco persone, instauro rapporti.
    Ne ho letti, di libri.
    Sono passato da Osho a Suzuki, da Kundera a Calvino: pagine di capolavori tra le miei mani e, nonostante gli sforzi, ancora trovo difficoltà negli accenti, nella pronuncia delle parole. Confondo idiomi e leggi grammaticali, cerco di convincermi che la lingua è universale, come l’amore… e sbaglio in pieno.

    La ragazza camminava sveltamente, correva.
    Tacco punta, tacco punta. Rallentava.
    Le cuffie e il lettore mp3, occhiali scuri anche d’inverno (perché sì, venivamo entrambi anche col freddo), vestita in tuta e maglietta di colori scuri, spalle e schiena belle dritte, coda di cavallo, uno due, uno due. Le natiche ballonzolavano, all’ inizio mollicce, poi, col passare dei mesi, sempre più sode.
    Passi lunghi, belli distanziati.
    Sono certo avesse gli occhi scuri, come i capelli, corvini.
    Le scarpe bianche, di marca, da trekking, me le ricordo.
    Arrivava in macchina, anch’essa nera o blu, parcheggiava nelle vicinanze del cancello in ferro,
    all’ingresso.
    Io sopraggiungevo e notavo che c’era, perchè distinguevo in lontananza l’automobile.
    - Questa è più pazza di me… -
    La chiamavo “Mistero”.
    Nessuno sapeva dove abitasse, da dove venisse: faceva il suo giro e non salutava nessuno. Imperterrita proseguiva verso l’ auto nonostante molti si sbracciassero davanti a lei.
    - È pazza… -  sostenevano alcuni.
    Dal canto mio, provai diverse volte un cenno di saluto, però mai ricambiato. Si fa per cortesia, come dovere acquisito col rispetto tra persone, vedendosi giornalmente, o quasi. In un raptus avrei desiderato finirle addosso, cadere pesantemente ai suoi piedi, improvviso ostacolo.
    Ma dovetti desistere quando, un giorno, la vidi insieme a una signora.
    Dall’ aspetto ed età, sembrava essere sua madre: normali entrambe, stesso portamento, parlavano animosamente.
    Miracolo! Erano passati tre anni e adesso… Mistero parlava!
    Ci riunimmo in tre di noi, due uomini e una ragazza, abituali frequentatori del posto, per carpire qualcosa dell’ animata discussione…
    - Quel bastardo! (Parolaccia, bestemmia!, bestemmia!, parolaccia) Se lo ritrovo tra i piedi lo uccido! –
    (Fatica stargli dietro a quelle due…)
    Urlavano.
    - Porta pazienza, vedrai che cambierà!... Non dire quelle parole! Basta! –
    Due donne isteriche, sull’orlo di una crisi di nervi…
    - Sono veramente più pazze di me… -
    Poi, per un anno, Mistero calmò di nuovo i suoi nervi, o almeno così pareva… Perché improvvisamente sparì.
    Per mesi molte persone si chiesero dove fosse finita, Mistero.
    Non potevamo darci una risposta.
    Io nel frattempo curavo gli impegni, cercando di risolvere eterni problemi di lavoro e soldi.
    Con la rinuncia completa alle donne capii che le spese diminuivano. Rimpiango di non essere rimasto più a lungo a Okinawa, ad imparare qualche altra mossa segreta.
    Gli sforzi continui per sopravvivere mi danno la certezza che non viaggerò e non lavorerò più...
    Sto troppo bene senza far niente, e non capisco come mai, in Italia, ancora la gente non lo ha dedotto.
    Forse il Giappone, arrivando fino al nord- est, ha inculcato in testa alle persone che bisogna lavorare fin da piccoli.
    Come ad Osaka, anche dalle mie parti il destino di tutti è già codificato, prima di nascere.
    Uno stampo sadico-masochistico crea l’imprinting delle future generazioni. Quando, il tutto, mi è sfuggito di mano?
    Mistero dov’è finita? Tutti ce lo chiediamo…
    Rimango ore con un libro aperto aspettando, l’attendo, Mistero, con grande desiderio.
    Trovo il coraggio di parlarle, per dire che non sono innamorato, anzi, mi è indifferente, ma, almeno una volta, vorrei che salutasse.
    Non me o qualcun altro, ma il mondo intero.
    Che si svegliasse dal lungo letargo e aprisse finalmente la bocca, l’accenno di un sorriso, il rilassamento dei muscoli facciali.
    Desidero vederla immobile, ferma. Il massimo: seduta.
    Anche la bionda, quella anoressica che cammina sempre di corsa (come farà? Boh!) in tutte le capezzagne intorno, saluta!
    Incrocia il tuo sguardo, incontra Mistero sul percorso, un cenno non ricambiato, prosegue… Mentre compi un quarto dell’anello di strada bianca, argine, margine del parcheggio, panchina, laghetto, altro argine, questa ha già esaurito due volte il giro completo.
    Bellissima anoressica. Potenza della fame. Mia, quando penso all’ampia falcata, ‘ste costolette e ‘ste gambette fini. Come scoperà, se ne avrà la forza?
    Col culo piatto fin che vuoi e la pelle raggrinzita, questa: sa- lu- ta- va! Capito Mistero?

    Tornai a leggere molto, in quel periodo.
    Passarono mesi, cadde la neve, quasi passò l’estate.
    Una mattina comprai il giornale quotidiano. Solito posto, caldo. Ombra, vicino al fiume. Girando i fogli vidi la foto. Era lei, Mistero.
    “Giovane donna si è tolta la vita: Ilaria G. ha compiuto, la scorsa notte, un gesto estremo. Il corpo è stato ritrovato senza vita, sfracellato nella discesa ai garage del condominio. Risiedeva, con la famiglia, in un appartamento al quinto piano. Rinvenute alle prime luci dell’ alba, le spoglie saranno sottoposte ad autopsia, ricomposte al più tardi domani pomeriggio per la sepoltura della salma.
    Non ha saputo reagire allo shock di una brutta vicenda, sostengono la madre e il fratello, prostrati dal dolore. In passato, ancora ragazzina, Ilaria fu vittima di abusi: aggredita, sequestrata e stuprata da alcuni balordi in un giardino pubblico.”
    Oggi il mio libro l’ho finito presto. Una silloge di poesie.
    Non capisco… le poesie riesco a leggerle così velocemente…
    Le parole scorrono davanti agli occhi come fotocopiassi le pagine; ingurgito pensieri d’amore, elaborazioni sofisticate e perdo il senso del tempo.
    Come certi giorni, me ne sto a letto senza combinare nulla.
    Dormo e basta.
    Mia madre ogni tanto viene a farmi visita, a casa.
    Apre con le chiavi che le ho consegnato io, tempo fa.
    Mi guarda dalla porta con le braccia incrociate sul petto.
    “Fannullone!”, mi urla… “Meglio un buon disoccupato che un cattivo lavoratore”, rispondo...
    Devo agire, darmi una mossa, studiare...
    I pensieri volano, cercano spazi lontani, l’infinita continuità dei giorni, persi a meditare.
    Apro gli occhi, il soffitto.
    Rammento i posti visitati, le situazioni vissute.
    Riposo… troppi ricordi da ricordare…
    Il libro della vita scorre davanti, come poesia…
    C’è l’anoressica.
    - Buongiorno! -
    - Buongiorno! –
    - Come ti chiami? –
    - Francesca… -
    - Io Guido. –
    Fa per ripartire, il mio braccio sinistro la blocca.
    Osservo i suoi occhi azzurri, il disagio che imprime nella bocca, in uno strano ghigno.
    - Voglio fare l’amore con te! –
    Si divincola, guarda inebetita, riprende il cammino.
    Veloce, più veloce, sempre più veloce!
    Quattro giri completi, non va via, non sparisce, non è impaurita.
    Saluterà ancora?
    Mistero.

  • Come comincia: Janis. Ad alta voce. Era sempre stato così.
    Come se le avessero appicicato un’etichetta, a chiamarla in quel modo e quando si era sentita smarrita e persa, per ritrovarsi non doveva fare altro che pronunciare, ad alta voce, il nome con cui l’avevano battezzata, i suoi genitori ed una sfilza di fratelli, in una piccola chiesa, con abiti e pizzi confezionati in casa, come si usava allora.
    Janis. Ad alta voce.
    Ecco la strada di casa. Janis. Ad alta voce.
    Non si trattava solo del fatto del nome o del fatto che venisse pronunciato ad alta voce, questo era solo il giochetto che le piaceva fare per darsi importanza. Janis. Era la voce la parte bella del rito. Era la voce la strada di casa. Perché tutto quello che era, è racchiuso lì. La voce, ecco cos’era. E poi il nome.
    Janis. Ad alta voce.
    Ma forse non era nemmeno solo il fatto della voce. Era il modo in cui usciva dallo stomaco, avvolgente e roca, stranziante, e sensuale, e stridula a volte, ma piena e carica. Tenera e delicata, come le carezze di due amanti. Era la passione. Quella passione che premeva sulle viscere e la faceva urlare e dimenare e piangere e amare e cantare.
    Janis. Janis. Ad alta voce.
    C’era stati periodi durante i quali portare le chiappe davanti allo specchio e guardare il proprio corpo nudo era peggio della più feroce delle torture. Sarebbe stato meglio potersi strappare la pelle di dosso e rimirare il sangue sgorgare sul pavimento. Periodi in cui l’unico pensiero era scappare scappare scappare.
    Janis. Con il blues che non ti dava respiro. Con un blues da far rizzare i peli quando è stata la tua voce a raccontarlo. A cantarlo.
    Janis. Ad alta voce.
    Distesa su quella sudicia poltrona, non credo che i suoi pensieri raggiungessero quello stato in cui riescono a prendere forma. Credo, piuttosto, che per l’inquietudine che non le lasciava respiro e la attanagliava piacevolmente a sé in una spirale di abissi ed euforie, di forme e colori indefiniti ma allo stesso tempo smaglianti, trascinasse la sua mente verso luoghi spaventevoli e amati, scivolando, e scivolando scivolando scivolando scivolando.
    Passione, amore, morte. Malgrado l’odio. Malgrado l’amore. Malgrado il dolore e le profondità infinite della rabbia. Malgrado tutto. Like a ball and chain.
    Janis. Janis. Ad alta voce.
    Distesa su quella sudicia poltrona, però le forze ti abbandonavano, vero Janis?
    Stavi male, lo so. Stavi solo aiutandoti un po’. Come si può. Lo so.
    Così la voce non c’era. Non c’era più nulla. Nemmeno Janis.
    Nemmeno Janis. Ad alta voce.
    Non c’era più nulla.
    Stavi male, lo so. Stavi solo aiutandoti un po’. Come si può. Lo so.
    Come si può.

  • 06 febbraio 2008
    Il Bus

    Come comincia: A volte si cercano le parole giuste per riuscire a comunicare quel che si sente, un pensiero, un’emozione; com’è difficile riuscirci…
    Si sprecano paragoni con colori, suoni e odori; si prova a ricreare il momento, l’istante preciso nel quale si è vissuta quell’emozione adoperando quel che ci stava attorno, proprio lì in quel luogo…
    È semplice quando si ha a disposizione un tramonto piuttosto che, magari, lo sciabordio delle piccole onde del mare calmo, sulla spiaggia o, ancora, se è successo al limitare di un bosco coi colori caldi dell’autunno.
    Ma, a Piero, no; a lui era successo su un bus della linea 12, in piena ora di punta, con tutti i suoi ventiquattro metri di vettura bloccati nel bestiale traffico del venerdì pomeriggio, quando sembra che tutta la città abbia voglia di tornare fra le mura domestiche, per vedere se riesce ancora una volta a dimenticare quelle cinque giornate di lavoro e di rottura dei santissimi attributi.
    Lui era lì, piazzato su quel sedile, con quel volante in mano, già da due ore; dietro, oltre quella parvenza di cabina di guida, una miriade di voci sprecava commenti sull’ingorgo; gli arrivavano accavallate, a momenti quasi indistinguibili, somiglianti a un rumore molesto che volesse rivaleggiare in potenza col motore o con i clacson delle auto.
    Cercava, con scarso successo, di non far troppo caso nemmeno alle richieste che puntualmente la gente, i passeggeri, gli indirizzavano; erano domande senza risposta sensata, quelle che, nei momenti di riposo o nelle soste ai capolinea, tutti gli autisti si scambiano come pillole di buonumore e antistress.
    Gli sembrò che, in un attimo, fosse calato il silenzio in quella gabbia viaggiante; quasi si meravigliò e, per istinto, si volse all’indietro, senza guardare nell’ampio specchio che stava appeso lì sopra; aveva l’incredibile sospetto che il bus si stesse svuotando.
    Due occhi meravigliosamente scuri, un nasino come solo certe bambole riescono ad avere senza che intervenga un chirurgo, una chioma nera liscia e lunghissima: solo questo vide, voltandosi.

     

    "Mi scusi, potrebbe farmi scendere, già che siamo fermi?"

    Una voce dolcissima, in quell’attimo di totale silenzio.

    Ipnotizzato, rimase zitto per interminabili attimi; un unico, stupido pensiero girava fra le sue meningi: "Mi puzzerà il fiato?".
    Scrollò la testa, vistosamente, come a riassestare i pensieri e scacciare quell’enorme belinata del fiato.

    "Mi perdoni, veramente, non si può, siamo fuori fermata e se le succedesse qualcosa andrei nei guai.."

    Stava per accampare altre motivazioni, le solite che, giustamente, vengono rivolte agli utenti quando chiedono questo strappo alla regola; ma non fece in tempo; con un gesto elegante, dimostrando una flessuosità non da poco e mettendo in bella mostra una notevole dotazione anteriore, molto prossima alla quarta misura, Marta si alzò un poco in punta di piedi avvicinando il viso all’orecchio del giovane autista e abbassando la voce: "Mi scappa la pipì, lì c’è un bar… sia gentile, siamo a un passo dal marciapiede…"
    Poteva sentire il profumo dei suoi capelli, il contatto vellutato della sua guancia; ebbe un altro attimo di vero e proprio smarrimento quando il suo istinto di bestia maschio irruppe sotto forma di una voglia matta di darle un bacio sul collo.
    Rosso acceso come il semaforo là in fondo dalle Gavette, non seppe far altro che spingere il bottone che apriva le porte e raccomandarle, sorridente: "Stia attenta, mi raccomando, finiamo nei guai".


    Marta, elegantemente, quasi non avesse quell’impellenza, scese a terra e si avviò verso il bar; Piero, l’aveva seguita con lo sguardo e non poté fare a meno di sgranare i suoi occhi azzurri constatando che anche tutto il resto della carrozzeria era di primissimo ordine.
    Nuovamente scrollò il capo stavolta per riprendere coscienza del proprio ruolo, per ritornare in posizione canonica; lui era l’autista, che diamine.
    Subito dal branco partirono risolini e commenti a mezza voce; una vecchiettina, arguta e simpatica, esprimendosi in genovese e sovrastando il vociare di tutti gli altri, zittendoli all’istante, esclamò:
    "Fosse successo a me, avrei fatto il lago lì per terra; ma son giovani, beati loro…"
    Il solito rozzo commentò a mezza voce, non senza una punta d’invidia per Piero: "Tira più un pelo di m…. che una coppia di buoi…"; qualcuno rise, altri, pur provando la stessa invidia, guardarono l’uomo un po’ di traverso, quasi compatendolo per l’espressione infelice.
    La colonna di auto e bus era sempre ferma, ogni tanto uno scooter riusciva a passar oltre e si perdeva laggiù, oltre la curva del gasometro; era uno di quei momenti nei quali vengono in mente i tempi passati, "quando c’erano poche macchine e si giocava a pallone per le strade", "quando si andava più lenti ma si arrivava prima" e via ciarlando.
    Ormai Piero quelle frasi le sapeva tutte a memoria; è così che accade, sempre, nei momenti di sospensione del tempo, quando si è costretti a star fermi in un qualsiasi luogo chiuso, sia esso un bus o la sala d’attesa di un ambulatorio; quasi che la ridotta distanza tra le persone inneschi la voglia di comunicare, di dire qualche parola e pare difficile rimanere in silenzio; tutte le volte che l’uomo apre bocca quasi solo per cambiar aria ai polmoni, senza avere nulla di originale da dire, arriva il momento delle frasi fatte, dei proverbi, dei commenti scontati e delle volgarità.
    Questo pensava il nostro "chauffeur" (a Genova, questo francesismo, si accompagna da sempre alla divisa degli autisti dei bus) mentre, coi gomiti appoggiati al volante, guardava sconsolato il serpente di mezzi che si allungava inerte sulla strada; ogni tanto buttava un’occhiata alla porta del bar, quel bar che si era fagocitato la sua bella passeggera; da quando era scesa avevano percorso neanche una decina di metri e il tempo gli sembrò ancor più dilatarsi; dietro, il vociare dei pinguini (così, irrispettosamente, qualcuno, raro per fortuna, dell’azienda, chiamava gli utenti) non si arrestava che in qualche attimo; questi rari momenti di silenzio sono classicamente sfruttati da qualche malcapitato per farsi scappare una sonora belinata, che si sarebbe persa, prima, fra la mille voci di quella specie di alveare ma che, ora, risalta come un urlo nella valle del silenzio.
    Tutte scene già viste, come se tutti seguissero un canovaccio, una trama, scostandosi da quel testo non scritto solo raramente, forse per timore di non apparir normali; erano rare le persone che si discostavano da questi canoni, come quella bellissima moretta, col suo profumo, i modi gentili, quegli occhi profondamente neri e quel bisogno espresso con tanta dolce timidezza da far correre il rischio a Piero di prendersi una multa, se solo lì in giro ci fosse stato un suo superiore.
    Un altro attimo di silenzio calò improvviso in tutto il bus, tutti, persino il cagnolino peloso che una signora teneva in braccio, zittirono; Marta stava uscendo dal bar, pochi metri più avanti.
    Si girò verso il bus e vedendo che era lo stesso che aveva lasciato una decina di minuti prima allargò un sorriso e agitando lievemente la mano salutò; a gesti, Piero, le fece capire di venire verso di lui, aprì nuovamente la porta anteriore per esser meglio compreso.
    Una breve elegante corsa e lei era lì davanti, con quel meraviglioso sorriso; salì, la porta si richiuse alle sue spalle, si guardò attorno per cercar di capire come mai ci fosse quel silenzio e tutti nel bus la stessero guardando, come se aspettassero un suo gesto, spettatori di una platea quasi tutta in piedi che sembravano attendere la battuta finale di una commedia; il silenzio, di nuovo il silenzio, innaturale silenzio di quel momento.
    Timidamente Piero si sporse col capo fuori dalla cabina di guida, voleva chiedere sottovoce se fosse tutto a posto ma non fece in tempo; la sua bella moretta lo baciò sulla guancia ringraziandolo.

    Simile ad un applauso esplose dalla gente lì dietro, un unico suono, un vocalizzo di sollievo; una vecchietta guardò Piero negli occhi, gli sorrise, gli indirizzò un gesto con la mano, agitandola per traverso a simulare una sculacciata e sussurrò: "Che birbante".
    A pensare a quel pomeriggio, Piero e Marta, solitamente, sentono una gran voglia di abbracciarsi e riempirsi di dolci coccole; son passati un po’ di anni e hanno un figlio grande, quasi adulto, che vuol diventare anche lui uno "chauffeur"; come dargli torto, pensano, è un lavoro pesante ma a volte riserva belle sorprese.

  • 06 febbraio 2008
    Turismo post-apocalittico.

    Come comincia: Non appena giunse in quel posto, Bodom fu pervaso da una strana sensazione: compiuto quel normale passo sentì di essere passato dal mondo concreto e razionale a quello dei sogni, delle illusioni, un universo parallelo, un pianeta plasmato dalle mani di un bambino, più radioso e felice di quello reale.
    Lo aveva già intuito quando, dopo aver lasciato in macchina i suoi due compagni Connor e Riddick per esplorare la zona, inalò a pieno l’aria pulita del posto: il cielo era sgombro dalle ceneri nucleari, i fumi grigi delle atomiche che avevano colpito il mondo non coprivano il paese.
    Azzurro limpido. E verde floreale. Colori che non vedeva da tempo. Anche quando sbirciò le onorificenze date alla località, “Città d’arte” “Città Regia” “Bandiera verde” “Rotary Club” “Amici della montagna”, sentì che il big bang, la grande apocalisse che aveva distrutto l’intero mondo occidentale, non era di casa. Anzi, a giudicare dalla strada, un gigantesco boulevard che pareva essere l’arteria della piccola city che svettava sui negozi e sulle botteghe disseminate per il corso principale, dai palazzi ben tenuti, dagli alberi rigogliosi sembrava che il posto si fosse fossilizzato direttamente nel ventesimo secolo.
    Per un attimo fu ammaliato dalla bellezza del luogo, quasi come un turista post-apocalittico che rimane a contemplare ciò che i suoi occhi non vedevano da tempo, ricordando, subito dopo, il vero motivo per il quale si trovava là. Doveva trovare una qualsiasi tanica di benzina. Peccato che non c’era nessuno per strada.
    Improvvisamente lo pervase una strana sensazione: sentì di essere braccato. La caccia alla quale aveva partecipato per tutto il suo viaggio non era finita.
    Ogni passo di Bodom diventava sempre più veloce, la presa del suo fucile più stretta, il sudore che imperlava la sua fronte aumentava a dismisura. Si girò di scatto: dietro di lui un uomo, vestito da pagliaccio, truccato con un sorriso triste, conciato indecentemente. La prima cosa che tentò, invano, di fare fu di assumere l’aspetto saggio di un intellettuale, prendendo la parola.
    “Come osi, ribaldo, entrare nella mia pura e casta città?”
    Bodom continuò a squadrarlo, colpito dalla teatralità del personaggio, il quale si ostinava ad atteggiarsi filosoficamente.
    “Io di questo paese son il potente. Sì, la comando da sempre questa piccola città unica nel suo genere, la più grande e rinomata e conosciuta. Indi, straniero, non sparare. Sappi con chi hai a che fare.”
    Leggero inchino, poi lasciò la parola a uno stupito Bodom, intento a fissare il pagliaccio, intenerito dall’aspetto buffo dell’interlocutore, il quale continuò nel suo sproloquio.
    “Cosa cerchi? Perché sei qui, straniero? Qual cosa cerchi? Squisiti formaggi? Bronzee campane, tinozze di ferro o fili di rame?”
    Lasciando Bodom sul posto, il nuovo arrivato si avvicinò al portone di una casa. Lo aprì mostrando, con sguardo fiero, un barbuto gigante, un grassone pelato che batteva il martello sull’incudine (così, senza aver posto su di essa alcun oggetto da forgiare) all’interno di una bottega. Peccato che non ci fosse nient’altro nella stanza, a parte l’artigiano che si affannava in quell’inutile lavoro.
    Bodom glielo fece notare indicando il lavoratore e facendo cenno di no con la testa al clown governatore. Con uno scatto, egli sbatté la porta e prese quell’improvvisato turista per la lunga strada deserta della città, rimasta intatta.
    “Pagliaccio?”
    “Chiamatemi sindaco, o buon uomo.”
    “Cerco semplicemente del carburante per la mia macchina.”
    “E allora vi porterò dove si trova carburante, ser…qui siamo sempre gentili con la gente straniera…”
    “Grazie…posso sapere come si chiama questo splendido paese?”
    “No.”
    Bodom fu colpito in pieno da quella risposta, poi chiese con curiosità.
    “Perché qui non c’è stato alcun attacco nucleare?”
    “Attacco nucleare?” Il pagliaccio pareva molto confuso, come se preso l’avessero preso in contropiede.
    “Il Big bang? I bombardamenti, i missili, i razzi?”
    “Qui si è sempre vissuto bene.”
    “Senza sapere dell’esistenza dell’operazione di distruzione mondiale, che ha messo in ginocchio l’intero mondo occidentale?”
    “E che ne so?”
    “Non avete visto neanche gli aerei?”
    “C’era qualche pirla che per un po’ di tempo si è messo a fare casino, ma per ora tutto tranquillo.”
    “Ma siete tagliati fuori dal mondo? Dove stanno le telecomunicazioni? Il digitale, una minima forma di contatto con il mondo esterno? L’adsl, qualsiasi cosa che vi abbia tenuto al corrente dei fatti accaduti nel mondo esterno?” Bodom stava iniziando a scaldarsi.
    “L’adsl? Non tocchi quell’argomento. Dal 2004 lo aspettiamo. Giovedì prossimo però, lo portano…” Il pagliaccio-sindaco si gonfiò di orgoglio. “…grazie a lui…”
    “Ma come grazie? Ora l’Adsl è (anzi, era, dato che non esiste più  nulla) obsoleto, superato…e poi chi è quel deficiente che ve l’ha promesso?”
    “Lui, il presidente. E non osi minimamente toccarlo.” Nonostante Bodom fosse armato, pareva che il pagliaccio volesse saltargli addosso, ma egli si trattenne, respirando a fatica. Poi puntò il dito verso un palazzo (il municipio forse). Sopra le grandi arcate vi era un gigantesco ritratto di uomo, dalle fattezze molto simili a un suino. Un porchettaro forse?Sì, un porchettaro dall’aria astuta che, da dietro le gigantesche labbra sorridenti e il naso abnorme, lasciava trapelare un’espressione felice, ma furbesca.
    “Presidente? Ormai non esiste più un vero governo dopo il Big Bang…”Continuò Bodom.
    “Non è vero…il presidente è grande, senza di lui io non sarei il capo di tutto questo…non osate toccare il pre-si-den-te” sillabò il pagliaccio con foga.
    “Ok, anche se poteva ricordarselo prima di darvi Adsl!”
    Bodom ridacchiò spingendo la canna del fucile contro la schiena del pagliaccio, che aveva assunto ora l’espressione di un bambino triste.
    Ad un tratto il pagliaccio sporse l’orecchio verso la strada. Anche Bodom si accorse che non era deserta.
    “Nascondiamoci, straniero, subito.”
     Rumore di motociclette in arrivo,
     “Sono arrivati, dobbiamo celarci alla loro vista.”
    E Bodom sapeva quali sventure significassero. Fu preso dal pagliaccio e buttato dietro un fredda panchina di marmo.
    In un attimo, arrivarono una decina di moto. I rider che le guidavano indossavano tutti tute nere con alcuni riflessi rosa: nello stesso istante in cui frenarono, derapando rumorosamente, i dieci centauri scesero dai loro bolidi e si tolsero all’unisono i loro caschi (su ognuno di essi vi era la scritta, DE PUTA MADRE 69).
    Se non fosse stato per le fattezze dei volti, sembravano tutti fatti a stampo.
    “Che cazzo sono?”
    Il pagliaccio tirò una sberla sulla nuca scoperta di Bodom.
    Tutti i nuovi arrivati avevano uno sguardo perso nel vuoto, piercing sul naso, capelli tinti di viola, leggero trucco sul volto, orecchino a brillantino. Erano adolescenti, adolescenti del ventunesimo secolo, una razza che si dava per estinta. Bodom fu esterrefatto davanti a quella visione. Quello che pareva il capo si mise davanti agli altri nove.
    “Loro sono il nostro futuro.”Bisbigliò il pagliaccio a Bodom, che guardava sempre più stranito la scena.
    “DUX MEA LUX” Gridò il capo.
    Con la mano destra alzata, gli altri nove salutarono l’immagine del presidente. Poi presero delle spranghe attaccate alle loro moto.
    “Chi sono ‘sti coglioni?” Bodom iniziava a preoccuparsi.
    “Le nostre speranze, il destino di questo piccolo paese, i nostri figli, i baldi, onesti e attivi giovani della città. Loro che continuano a far navigare questa città nell’oro.”
    Un rumore di vetri rotti. Poi il pagliaccio rise.
    “Vedi quel bel giovanotto?” Il sindaco-clown indicò con il mento un ragazzone alto e goffo, che con una spranga aveva scheggiato una vetrina di un negozio vuoto. Intorno a lui tutti gli altri esultavano felici. “E’ mio figlio, il nostro primogenito.”
    “Perché fanno così?”
    “Il presidente combatte il crimine!”
    “Ovvero?”
    “Gli immigrati: i cinesi, i marocchini, gli slavi, i rumeni, i comunisti, i francesi e gli americani. I nostri giovani ci proteggono dalle loro minacce.”
    “Ma se il paese è deserto…”
    “Sti francesi sanno come nascondersi.”
    Ad un tratto tutti i giovani si stesero a terra.
    “Gliel’abbiamo fatta pagare a quei bastardi.” Urlò affannato il figlio del capo, che si stava appena sparando una meritata siga con gli altri compagni.
    “Ora andiamo tutti in palestra a far a gara a chi alza di più.”
    I dieci ragazzi si alzarono, corsero verso le proprie moto e sfrecciarono via. Bodom rimase impietrito. Intanto il pagliaccio si era alzato da sotto la panchina.
    “E loro sarebbero il vostro futuro?”
    “Ma certo. Abbiamo insegnato loro i valori cristiani e morali, li abbiamo sempre mandati a catechismo, e con questi valori devono andare avanti nella vita per far rinascere questa terra, già grande di suo, ma piccola di popolazione.”
    I due si avviarono, chi fiero di sé, chi completamente spaesato. Nonostante il posto fosse splendido, la gente, poca, stupida, disonesta e meschina rovinava quell’oasi nel nulla. Dopo un po’ arrivarono di fronte a un gigantesco capannone: bianco, titanico, a ridosso di una collina, una struttura barocca con archi, rosoni, guglie, un po’ gotica, un po’ romanica, un po’ rinascimentale, un po’ di tutto (In parole spicce, non si capiva nulla della tipologia della struttura. Il pagliaccio esortò Bodom ad entrare subito dentro la struttura mastodontica.
    Un uomo all’entrata, barbuto e muscoloso, capelli corti e grigi ma sguardo poco furbo, vestiva con camice… aprì loro calorosamente la porta…
    “Cos’è questo, un ospedale?”
    “Aspetti, straniero.”
    Dopo aver attraversato un lungo corridoio, un infermiere, barbuto e muscoloso, capelli corti e grigi ma sguardo poco furbo, con una camicia verde, iniziò a salutarli calorosamente. Se non fosse stato per gli occhiali spessi, Bodom avrebbe giurato di averlo già visto.
    Raggiunsero un’altra sala, dove vi era un medico con il camice bianco, seduto di spalle. A che scopo, però entrare in un ospedale?
    “Il presidente ha  salvato dalla distruzione questo fastoso, attrezzato e bell’ambiente. Ammira straniero. E anche il nostro personale. Unico nel suo genere.”
    Il medico si girò, barbuto e muscoloso, capelli corti e grigi ma sguardo poco furbo, il camice bianco sembrava che gli volesse sfuggire da un momento all’altro. Se non fosse stato per quello, Bodom avrebbe giurato di averlo già visto.
    “Ecco la benzina…”
    “In un ospedale” Si scioccò Bodom, prendendo la tanica di benzina semivuota. Mentre usciva dalla stanza notò con la coda dell’occhio una figura. Mostruosa, un fantasma, il volto ricoperto dall’ombra e dall’oscurità dello stanzino. Si bloccò e la squadrò. Il fantasma prese vita e uscì dall’ombra. Un uomo dall’aspetto saggio, canuto, che si muoveva con calma ascetica, sapienza sprizzava dietro gli occhi accesi ancora di azzurro, nonostante l’età che si deduceva dal bianco della lunga barba.
    “Chi è lei?”
    “Il classico filosofo dell’opposizione.” Rispose il clown al posto dell’uomo. Con una spranga, presa da chissà dove, il pagliaccio colpì il filosofo sulla testa. Egli cadde a terra. Bodom gli si avvicinò ed egli iniziò a vaneggiare.
    “Bello il paese?” Il vecchio si fermò per fare una risata da pazzo. “Pagliacci al potere grazie a mafioso porchettari, giovani che sanno come comportarsi, disinformazione, spopolamento, lavori inutili, filosofi all’opposizione che non fanno altro che parlare, come me. Tutto ciò poteva esistere negli anni cinquanta, ma non nel ventunesimo secolo. Il paese è rimasto arretrato, niente è cambiato e tutti se ne sono pian piano andati via. Più gli anni passavano più noi intellettuali ci sentivamo dimenticati, mentre la gente rimasta si riversava dentro questa costruzione. Un bel giorno, il presidente minacciò di chiudere questa struttura, noi ci arrabbiammo, lui ci disse di non arrabbiarsi e che l’avrebbe lasciata aperta ancora…e intanto mentre fuori tutta la città va silenziosamente a rotoli, questo posto sta diventando un semplice magazzino. In compenso, puoi trovarci di tutto. Io ho preso questi due libri”
    Il vecchio sfoderò dalla tasca una copia del principe di Machiavelli e una rivista zoopornografica.
    A un tratto il pagliaccio saltò addosso all’intellettuale. Bodom si sentiva a disagio. Prese la tanica di benzina e iniziò a scappare.
    Mentre fuggiva dall’ospedale-magazzino, dal paese-fantasma, dai pazzi che lo abitavano, pensava a come niente di quel posto gli sarebbe rimasto nella mente. Tutto si sarebbe perduto nell’oblio. Forse, si sarebbe ricordato di quella fermata come di una brutta esperienza da turista post-apocalittico.
    Poco male, pensò, mentre si avvicinava alla jeep.

  • Come comincia: I due erano giovani, uno musicista di nome Taco, disperato, estroverso l'altro Andrea uno studente nella facoltà di medicina profondo e sensibile. Una sera uguale a tutte le altre, annoiati dalla routine del solito bicchierino al pub di Nicola e una pagliuzza fumata al chiaro di luna, presero una decisione: un cambiamento di programma che sarebbe costato loro molto caro. Tutto ciò che avevano guadagnato nelle loro vite sarebbe di li a poco andato perso. Solo una cosa sarebbe rimasta…

    Taco, il più pazzo dei due, era irrequieto spintonava l’amico intento a parlare con gli altri del gruppo. Erano tutti sul ciglio della strada davanti al pub, come sempre a decidere il da farsi della serata. Non c’era uno straccio d’idea buona e sapevano bene che nessuno si sarebbe mosso di lì. Taco aveva i capelli corti un naso che odiava e un fisico asciutto. I suoi occhi erano sempre arrossati dalle parti per via di una dermatite che secondo lui un giorno l’avrebbe ucciso. Andrea era un bel ragazzo, aveva tutto scuro: i capelli, gli occhi, i vestiti e l’orologio. Andava in chiesa la domenica sera perchè il sabato si ubriacava. Non era un alcolizzato. Amava la compagnia e il dialogo. Quella sera aveva in mano una bevuta che più di una volta rischiò di finire in terra per via dell’altro.
    “Si può sapere che cazzo hai? Fatti un drink e sta buono un attimo!”
    In realtà Taco era gia sbronzo. Teneva una boccetta piena di tequila nel cruscotto della macchina e Dio solo sa quanto amasse svitare il tappo in guida, annusare un po’ l’interno e poi con uno scatto tirare giù una piccola sorsata. “Stasera è la serata Tes!” disse Taco all'amico. Tessa era il nome di una ex di Andrea. Era nato come un gioco, una presa di giro del suo amore infinito per una milanese che sul più bello lo lasciò nel peggiore dei modi, poi quel nome è diventato parte di lui. A ricordargli forse di pensarci due volte la prossima volta che una fighetta gli spara un “Ti amo!” da zero.
    “Andiamocene da questo schifo…”sparò Tac.
    In quell’istante una ragazza gli si avvicinò salutandolo e lui di risposta mollò una correggia che fortunatamente nessuno udì.
    “Ciao.” Era quella che un mese prima si era sbattuto nella sua macchina in versilia. Una serata memorabile.
    “Che fai di bello stasera?”
    “Scappo da questa merda” disse indicando gli altri e il pub di fronte.
    “Qual è il problema bello mio? E’ per via della tua musica vero?l’ho ascoltato il pezzo non è male però forse è troppo tecnico. Non ci capisco molto…”
    “Fanculo la musica!Non c’entra, è questo posto, questa gente è sempre uguale non succede mai un cazzo di niente! Sono tremendamente frustrato e ho voglia di scoppia…” un ragazzo dietro l’aveva spinto facendogli mangiare le parole. Subito chiese scusa.
    “Secondo me sei solo depresso. Mi fai pena. Hai tutti i tuoi amici qua, le bevute scontate e poi ci sono io. Vieni da me stasera ti tiro su” Tac sapeva che non alludeva al sesso ma ad una lunga chiacchierata sulla vita e la bellezza dei fiori nei campi.
    “No grazie, stasera non mi va. Te l’ho detto ho bisogno di novità!”
    “Va bene va bene. Allora alla prossima caro. Non te lo stuzzicare troppo eh…ciao…” Salutò che gia era di spalle e Taco pensò che aveva un gran di dietro ma che come tutte le donne era una stronza micidiale, con quelle frecciatine poteva andarsene a fanculo.
    Tes non era più fuori sulla strada, si stava dirigendo verso l’entrata del pub districandosi tra la gente accalcata davanti. Era a braccetto con una bionda molto più bassa di lui, forse una ex.
    “No! La ex no! Non farmi questo” pensò Taco dirigendosi verso l’amico.
    Lo raggiunse con un braccio alla spalla e lo tirò a sé.
    “Sei irrequieto stasera” disse Tes scocciato, intanto la biondina era svanita nel fumo sull’ingresso. Non si poteva fumare dentro così tutti stavano sulla soglia creando un alone nebbioso densissimo.
    “Andiamocene, ti ricordi della promessa?”
    “Stasera?Gli altri non verranno mai”
    “Chi ha detto che devono venire. Noi due da soli”
    “Sembra una frase da finocchi”
    “Non cambiare discorso. Si va con la mia, gli altri lasciamoli qui”
    “Aspetta dai almeno sentiamo se hanno voglia” Ma Taco era gia girato intento a raggiungere la macchina. Aveva una jeep scassata del due dopocristo. Andrea voleva un bene fraterno a Tac, avevano fatto gli studi insieme e ogni tanto suonavano lui al piano e l’altro alla batteria, lo strumento della sua vita, si scambiavano pareri gioie e dolori. Erano una bella coppia. “Andre!hey dove vai? Ti sto ordinando la grappa!” era Marco un amico di recente scoperta di solito simpatico, uno con cui puoi passare una serata. “Devo andare via” urlò Tes dalla porta
    “E perché?”
    “Quell’ altro è impazzito non vorrei facesse delle stupidaggini”
    “Non sarebbe la prima volta…” disse ridendo con la grappa in mano
    “Devo andare, poi ti racconto saluta gli altri! La prossima offro io!” si girò di scatto e con un balzo saltò fuori. “Ora dov’è” pensò.
    Tac stava passando un periodo strano: amici che si allontanano riflessioni sulla vita che deprimono e il futuro che gli pareva sempre più nero. Era già in macchina quando arrivò Tes con il suo cappottane mosso dal vento e dal correre frenetico. Si appoggiò alla macchina e disse “Pensavo fossi già partito”.
    Dolcemente rispose “No amore mio non ti ci lascio da sola!” e poi grave “Salta su patata!”.
    Tes aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile sfondato della macchina.
    “Accidenti! Lavala ogni tanto , sta macchina puzza di vomito. Hai mica scurreggiato?” disse mentre apriva il finestrino.
    “Allora dove andiamo?” Aggiunse Andrea.
    Taco rispose con un sorriso diabolico che partiva da un orecchio fino all’altro. “Da Ginger!Speravo tu avessi capito…”
    “Vuoi andare in quel posto di sfigati veramente?”
    Ginger era un night, una specie di discoteca dove nessuno balla e le donne si spogliano appoggiate a un palo di metallo.
    “Andiamo a dare un occhiata sono curioso. Fanculo quello che dice la gente”
    “Quanto hai?”
    “Abbastanza”
    “Quei posti costano”
    “Offro io”
    “Non è questo il punto…”
    “Certo che lo è, poi me li ridarai”
    “Ok …” prese la boccetta del cruscotto e tirò giù un goccetto.
    Uno qualsiasi dei poliziotti anche il più stupido avrebbe capito che il conducente era ubriaco ma a loro non importava, erano giovani, era la loro serata. (continua... vedi seconda parte)

  • 01 febbraio 2008
    Nero leccese

    Come comincia: Il rubinetto lascia cadere le goccee una ad una. Si schiantano in successione sullo specchio d'acqua raccolta nella bacinella. Poco ancora e trabocca.

    Il buio circonda gli edifici, le strade, la natura incontaminata e quei pochi uomini ancora in giro. Di solito dormo a quest'ora, oggi invece no. Oggi sono sveglio. Oggi proprio non ne vogliono sapere le palpebre di chiudersi. Guardo il soffitto. Di là il lavandino rumoreggia ancora ma non mi va di muovermi. Non ci penso proprio ad alzarmi. Ho un flash nella mente di attimi vissuti durante il lungo giorno.


    Di visi divisi alla nascita: due gemelle, ma no, neppure sorelle. Due donne bellissime. O di uomini grigi in volto che camminavano assorti nei loro pensieri sui marciapiedi vicino alla famosa piazza dedicata al patriota. Mazzini. Le vetrine illuminate, i prezzi sui cartoncini, le commesse. Oh! Se ce ne sono di belle.


    Accendo la luce. Mi abbaglia. C'è l'Europa in un libro sulla scrivania. Un bicchiere, una bottiglia e due gocce di malinconia. Non penso che fumerò, forse chiuderò il lavandino tormentatore e poi una camomilla calda, sperando di prender sonno. O forse no. Basta! Ho deciso. Mi vesto ed esco. Fuggo fuori, all'aria aperta.

  • 01 febbraio 2008
    Alba

    Come comincia: Chiediti perchè valga la pena alle volte svegliarti presto alla mattina.
    Forse perchè il mattino d'inverno ha dei colori così particolari, così freddi eppure vivi allo stesso tempo che nessun artista potrebbe mai né immaginare né dipingere.
    Quel colore nero che si tramuta piano piano in un profondo blu scuro, ma forse blu non è la parola adatta, e che all'improvviso comincia ad assumere tonalità arancioni e turchesi. Come se verso est il mondo fosse in fiamme, come gli ultimi falò della sera prima. E poi dalle acque sale quella nebbiolina leggera, quei vapori e mentre li osservi per qualche attimo, il colore che prima avevi davanti agli occhi si è già tramutato, ed è come se il sole cominciasse ad infilarsi il cappotto per preparasi ad uscire. Nel suo abito migliore.
    E quel freddo che è pungente, che sembra fare da specchio a centinaia di stelle. Perché le stelle ci sono, eccome...
    E poi il silenzio, solo il rumore della macchina, ma tutto intorno è spento. Dura un'attimo, appena prima dell'arrivo del sole il mondo si popola e tutto torna come prima. Ma gli attimi precedenti!
    Chiediti perché valga la pena svegliarti presto alla mattina. E risponditi così.