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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 gennaio 2009
    Depressione cronica

    Come comincia: La pioggia insiste con il suo incessante punzecchiare la superficie metallica ed il vetro del mio groviglio meccanico; mi rilassa il pensiero di essere ancora qui stanotte.
    Nascono i pensieri a volte nascosti, reconditi nella profondità del mio stato d’animo, ed osservo il cielo, non una stella a farmi compagnia nel buio più profondo della notte.
    Un lento tiro di sigaretta e la cenere crolla nuovamente sui pantaloni, non ho tempo per toglierla, sono assorto, complice delle mie debolezze, e le domande assillano la mia testa, siamo veramente noi la causa della nostra solitudine? Un nichilista cerca il proprio spazio tra i silenzi, scosta le situazioni e si dimena in un sonno irrequieto forse, sono dunque questo? Non credo. Sono qui adesso e questo mi basta per adagiare la mia testa sul volante, un movimento apatico il mio, ma l’unico da quando sono qui.
    Le luci scintillano dalla collina con una imprecisione data dal caos, abitazioni, famiglie e gente unita brillano nei loro movimenti; è questa la molteplicità dell’individuo?
    La facoltà di potersi organizzare in gruppi, la falsità di trovare un compromesso per condividere un progetto comune, l’unione della carne per creare altre vittime, è solo questo che ci lega? Credo che la realtà sia crudele sull’essere umano, solo perché egli plasma questa realtà a proprio piacimento e ne risponde degli sviluppi. Io mi ritengo un unico sognatore atipico, lontano dall’idea di una corretta linea guida, al di fuori della normalità ed essenzialmente libero.
    Un eremita moderno che lascia al tempo il suo spazio, senza calcolo, mi sento consapevolmente fiero della mia esistenza.
    E allora come spiegarsi quel dolore allo stomaco, un vortice di tentacoli viscidi che stringono le interiora ad ogni passo, ad ogni scelta; non sono tanto forte quanto credo, ne tanto debole da crollare, vacillo verso il baratro, mi ci tuffo e cado all’infinito, non voglio uscirne, ne tantomeno toccarne il fondo, sono sospeso nell’oblio, e solo.
    Ma è una colpa quella di essere soli da non poter alzare la testa ed accennare un sorriso?
    Non vorrei cadere nell’ipocrisia mediatica dei nostri giorni, ma neppure essere lasciato in disparte, vorrei trovare il mio giusto stato emotivo, vorrei porre fine alla battaglia dentro me stesso, solo così potrò sentirmi veramente vivo e pronto per proferire qualche sillaba, per poi rimbombare in parola ed esplodere in frasi.

  • 21 gennaio 2009
    La magnolia

    Come comincia: Ettore si svegliò di colpo dopo aver fatto un sogno strano.
    Alle mani e ai piedi aveva delle insolite chiazze rosse, gli prudeva il naso e non riusciva ad alzarsi dal letto.
    Aveva riposato poco, ma ricordava di aver avuto un sonno tranquillo.
    Decise di provare a scendere, ma niente, le gambe erano immobili.
    Non riusciva a vedere bene davanti a sé, aveva gli occhi ancora mezzi chiusi.
    Non sapeva cosa stava  succedendo al suo corpo, si sentiva solo molto strano.
    Forse stava ancora dormendo e stava vivendo nel suo sogno.
    Dalle finestre della stanza, però, le luci dell'alba gli accarezzavano i capelli, non poteva essere un sogno.
    E i rumori della strada li sentiva bene. Non c'era dubbio, qualcosa non andava.
    Pensò di allungare le mani verso un cassetto dell'armadio.
    Trovò un piccolo specchio, tutto impolverato.
    Provò a guardare dentro, ma era troppo opaco, la sua immagine non era nitida.
    Doveva cercare di stare in piedi, andare alla finestra e far entrare più luce, solo così avrebbe potuto capire qualcosa.
    Legò il lenzuolo all'unica sedia che gli stava vicino, e tirandolo come una fune si fece forza.
    Dopo molti tentativi, riuscì a sollevarsi.
    Le gambe gli pesavano come due tronchi, e pensare che lui era magrissimo.
    Aperta la finestra, l'aria gelida gli tagliava la pelle, arrossandogli il viso.
    Doveva vedersi in uno specchio a qualsiasi costo, rischiando di cadere.
    Strisciò verso la stanza della madre, con la bocca aprì la porta, ed entrò.
    Lo specchio era ad un passo dai suoi occhi, presto avrebbe saputo.
    Tremava di paura, non voleva vedersi.
    Si bendò con le mani per non subire un trauma.
    Lentamente le fece scivolare via ed ecco il suo volto.
    Foglie ovunque, foglie verdi e lucenti.
    Gridò, e poi cadde a terra, stravolto.
    Non era possibile, era diventato una magnolia!
    Si riprese, sperando di aver vissuto un incubo.
    Ma le sue braccia erano rami possenti e lunghi, le gambe un tronco robusto, i piedi profonde radici.
    Disperato, chiuse gli occhi con la speranza di avere solo qualche allucinazione.
    Lo specchio rifletteva sempre la stessa immagine.
    Preso dallo sconforto, cercò di nascondersi, non poteva certo farsi trovare dalla madre in quello stato.
    Cosa sarebbe stato di lui?
    Come faceva a spiegare alla madre che era diventato un albero?
    Doveva fuggire via, ma come?
    Vicino alla finestra c'era un abete, forse lo poteva aiutare.
    Che follia, chiedere aiuto ad un abete! E poi, neanche parlava!
    Si trascinò di nuovo nella sua stanza, le radici erano secche, aveva bisogno di acqua.
    Tentò di parlare all'albero della sua casa, ma non ebbe risposta.
    Provò a buttarsi giù, era l'unica soluzione.
    Ad un tratto, sentì una voce.
    Ma non capiva da dove veniva.
    Ancora un urlo, poi un fischio. L'abete lo stava chiamando.
    Non poteva crederci! Allora anche gli alberi parlavano.
    Si avvicinò a lui piano piano.
    Ettore gli chiese cosa poteva fare per tornare un bambino.
    L' abete sorrise e gli rispose che lui non poteva fare nulla, se non fargli spazio accanto a lui.
    Ettore si mise a piangere e con le sue lacrime nutrì le sue radici.
    L'abete lo consolò stringendo i suoi rami a quelli della magnolia.
    Ettore aveva solo sognato, non era mai stato un bambino, voleva esserlo da sempre, ma era nato albero, e sarebbe rimasto lì per secoli con un nome inventato dal vento.

     

  • Come comincia: Questo venerdì sera ho una cena di lavoro. Odio queste liturgie post moderne in cui il poveraccio di turno viene abbindolato dopo essere stato preso per la gola con squisitezza culinarie, ma devo farlo.
    Si tratta di chiudere una trattativa, così da poter aprire un cantiere per la costruzione di sei palazzine  in un’area periferica della città. Già. È questo il mio lavoro. Faccio l’impresario. Costruisco. E poi vendo.
    Ho iniziato come geometra, poco dopo avere finito di studiare, schifando quello che facevo e le persone che mi circondavano, aspettando il momento giusto per cambiare aria e giurando che mai, mai sarei finito come loro. Sicuro, mai come loro.
    Invece. La famiglia. I figli. I soldi. Tutto il mondo si è preso gioco di me, così anch’io ho giocato, come i bimbi con i Lego, poggiando mattoni su mattoni, sapendo benissimo che non serviva a niente, sapendo benissimo che ogni edificio che costruivo era un altro traguardo del potere, sapendo benissimo che ogni gettata di cemento su di una terra era allontanarmi di un passo alla volta da me stesso.
    Poi, un giorno, non ci ho pensato più. La famiglia. I figli. I soldi. Mi è sembrato che tutto quello di cui avevo bisogno, che la felicità, stava dalla parte in cui mi ero messo. Che dipendeva da me e dal mio lavoro. Nulla più di questo. Non ho mai accettato le etichette della nuova classe dirigente, del benessere figlio degli anni ’80. Mi sono imborghesito nella forma ma non nella sostanza, anche se non mi sono mai concesso di andare oltre a questo piccolo baluardo di quello che rimane dell’orgoglio, perché, sapevo che al di là c’era l’abisso della mia intelligenza e non mi sarei potuto permettere di cadervi a picco. Allora non mi fermo mai a riflettere, il mio mestiere è lavorare, lavorare, lavorare, senza guardarmi indietro, senza avere paura, cercando di non cadere mai in nessuna trappola che metta a rischio i frutti di più di trent’anni di fatica. L’intelligenza è una trappola, la coscienza è una trappola e forse tutte e due assieme sono un marchingegno mortale per il millenario processo di evoluzione della specie umana. Così, finisce che mi fermo sempre sulla soglia dei miei pensieri. Senza coscienza. Con poco intelligenza e riversata in strategie imprenditoriali, e capita anche che mi senta felice qualche volta.
    Non so cosa mi prende e perché mi sto concentrando su questo. Talvolta sono estremamente lucido, tanto da spaventarmene. Sicuramente è perché oggi è venerdì, un giorno che detesto. Per di più devo concludere un affare e mi scoccia non poco: mio padre e il padre di mio padre mi hanno inculcato che non si comincia mai nulla di venerdì, che porta male, ma non ho alternative e, in fondo, non sono mai stato superstizioso e ho sempre creduto che non fosse saggio lasciarsi condizionare da queste medievali credenze popolari.

     

    ***

    Imbocco con l’automobile il vialetto del luogo in cui sono stato invitato e noto una bella villa tra gli alberi, è una vecchia casa padronale di campagna recentemente ristrutturata, uno di quei luoghi in cui la gente con i soldi può compiacersi della propria posizione sociale che gli consente di non doversi mischiare alle persone normali, in un comune venerdì sera, in un volgarissimo ristorante.
    Mi aspettavo una cena formale ma noto, con un misto di piacere e disgusto, che si tratta di un ricevimento, certamente per una qualche ricorrenza di cui io non sono stato informato, al quale sono stato invitato esclusivamente per sbrigare alla svelta delle fastidiose pratiche lavorative. Meglio. Almeno potrò coltivare la mia voglia di solitudine confondendomi tra gli ospiti, girovagando tra i bicchieri e i vassoi, fingendo di essere perfettamente a mio agio e sorridendo, di tanto in tanto, a qualche signora e a noiosi conoscenti con cui scambierò brevi convenevoli.
    Negli affari il mio modo di essere ha funzionato sempre alla grande, probabilmente perché le persone con cui tratto hanno creduto che fosse tutta una tecnica mirata a darmi un contegno che incutesse soggezione e suscitasse rispetto e fiducia, ma la realtà è che sono sempre stato per i fatti miei perché non sopporto le ritualità di questa classe borghese putrida fino all’osso ma luccicante e perfetta nel presentarsi in società. Come una Napoli ripulita della monnezza in occasione del turismo estivo.
    Non li ho mai sopportati, anche se pare mi sia unito a loro.

    Tra il buffet dei secondi e quello dei dolci mi apparto in una piccola sala con il mio futuro socio e col notaio, dove, in pochi minuti, sbrighiamo gli impicci di lavoro. Firmo un pacchettino di carte, un poche le firma lui e brindiamo alla nascita del nuovo complesso residenziale.
    Mentre l’altro sorride nell’avvicinarmi il bicchiere per il brindisi penso che sono sempre più stanco dell’iconografia della ricchezza.
    Nemmeno il tempo di sorseggiare il vino e una ragazzina, senza preavviso, apre la porta dello studiolo rivolgendo poche parole al mio nuovo affiliato, suo padre, che si affretta ad allontanarsi in direzione del buffet dove è richiesta la sua presenza ma non prima di avermi indicato con l’indice della mano libera dal prosecco, invitando la figlia ad intrattenersi con me.
    “Avrai sicuramente un sacco di cose di cui parlare con questo signore, sai, è stato ad uno di quei concerti lì, roba da hippie, Woodcock… Woodroof…, vero?”, balbetta incerto e sollecito.
    Sento che la mia faccia si sta contraendo in una smorfia pietosa mescolata ad assenso mentre mi accorgo che la ragazzina prende ad osservarmi come fossi una bestia rara.
    “Woodstock, papà. Si dice Woodstock”, lo sguardo rassegnato mentre biascica poche parole in direzione del padre già oltre la soglia.
    “Eccola” penso io “un’altra ragazzina ricca che non sa come vivere i soldi e riversa tutta la sua passione sugli anni ’70 che, in fin dei conti, le permettono di essere fricchettona e, allo stesso tempo, mantenere tutti i suoi fottuti soldi in tasca”. Questo penso, e non so se ridere o avere lo scoramento.
    Me la ritrovo davanti con gli occhi sgranati. Mi fissa ancora come fossi una bestia rara. Avrà avuto si e no diciott’anni. Era carina. Non so come non l’avessi notata, così stravagante, variopinta e disinvolta, ci sembrava veramente uscita da un qualche giornale sbiadito dell’epoca. In mezzo a quell’ammasso di carne, siliconata e modaiola, che sono gli invitati dell’altra sala, in effetti, era difficile non notarla. Ghigno, tra me e me, al pensiero delle frasi scambiate sottovoce tra le dame della nuova imprenditoria “Guarda che stracciona! Con tutti i soldi che ha pare una zingara”, “Fosse mia figlia le svuoterei l’armadio mentre dorme e darei tutto alla Caritas!”, “Buona famiglia o no sono sicura che è uno di quei drogati del parco!” e potrei continuare ad elencare malignità. Sono solo supposizioni , certo, ma dubito che il livello discorsivo ai tavoli possa essere molto più elevato. E quale pretesto migliore di una ricca ragazzina hippie per sputare sentenze senza correre rischi? Certe cose non cambiano mai.
    Anch’io di primo acchito sono stato malevolo quando in verità, questo caleidoscopio che ho di fronte, mi ispira anche simpatia.
    “Veramente? Veramente è stato a Woodstock?” mi chiede ansiosa di essere illuminata.
    “Si. No. Cioè, non a Woodstock, a Monterrey…”
    “Sta in Messico, vero? Lo conosco. ’67?”, mi interrompe.
    “Già. ‘67”.
    Lei, espressione d’attesa.
    Anch’io, espressione d’attesa.
    “Bhè, non mi racconta niente? È stato un festival pazzesco, il primo di tutti i festival, c’hanno suonato tutti…”
    “Si, infatti, li ho visti tutti i concerti. Tre giorni indimenticabili”.
    Continua a guardandomi aspettando qualcosa da me.
    Ricambio lo sguardo.
    “Io darei qualsiasi cosa per tornare indietro a quegli anni per un solo giorno, e neanche ero nata, e ora, lei, che c’era ed ora è qui con me, non mi dice niente?”, sbotta la diciottenne spazientita.”
    “È che… è stato così tanto tempo fa, l’hai detto, non eri ancora nata!”.
    “Si è drogato vero?” mi sorride indagatrice.
    Sorrido pure io.
    “Lei non mi sembra per niente uno che è stato hippie. Uno che ha fatto il ’68. Si, insomma… la  vedo in forma e non mi aspettavo che fosse così uno che ha vissuto tutti quegli eccessi”. Si accorge subito che è stata troppo diretta, arrossisce, ma io, nonostante l’atteggiamento riservato, non sono uno che se la prende facilmente o che bada troppo a questioni formali.
    “Grazie” rispondo “anche se non sono sicuro che, il tuo, volesse essere un complimento”.
    “Io devo sapere”, ribatte lei sgranando gli occhi.
    “Tutto era come era realmente e niente era realmente come sembrava” l’apostrofo secco prima di andarmene.
    “Ma come?” ribadisce per l’ultima volta.
    “Mi dispiace molto ma devo proprio andare” balbetto mentre sento delle scosse che mi trafiggono il petto e mi costringono a fermarmi. “Ci saranno altre occasioni per incontrarsi e ti prometto che la prossima volta ti racconterò dei concerti. Ah, bella la tua gonna”, mi complimento con questa ragazzina estrosa e curiosa prima di uscire, alludendo alla sottana ricamata di rosso e oro, in vero stile hippie.
    “L’ho trovata in un mercatino di Londra. Magari era di qualcuna che stava a Monterrey!” dice guardandomi divertita.
    “Magari!”. Stringo la maniglia ed esco dalla stanza. Saluto velocemente gli ospiti  e me ne vado.
    Una volta salito in macchina, nell’abitacolo, mi sento finalmente protetto, al riparo dalla sensazione opprimente che iniziavo ad avvertire già dall’ultima conversazione.
    Non l’avevo percepito ma ora mi sento scosso dall’ansia e mi accorgo di non riuscire a liberarmene.
    Respiro profondamente, accasciato sul sedile con gli occhi chiusi e dopo un paio di minuti sono di nuovo a posto. Compiaciuto, quasi mi complimento con me stesso per la puntualità con cui si è manifestato l’improvviso malore fornendomi così l’occasione per svignarmela in fretta dal ballo mascherato della celebrità.
    Giro la chiave, metto in moto, imbocco nuovamente, ma in senso inverso, il vialetto d’ingresso alla villa e mi dirigo verso casa dove mi attende tutto quello che mi mette tranquillo e mi renderà libero dalle riflessioni di questa serata, quello che mi accoglie e mi completa, tutto ciò che mi fa sentire protetto.
    Accendo lo stereo. My Generation. The Who.

    Il vortice della memoria si apre sotto i miei piedi e come un baratro inghiotte me con tutto ciò che mi circonda, mi trascina nei meandri sperduti e dimenticati della mente, scuotendomi ma avvolgendomi caldamente, rassicurandomi, facendomi sentire in un posto sicuro come solo i ricordi possono essere.
    Ho in testa immagini confuse di quegli anni, flash e spezzoni, sensazioni, parvenze, fotogrammi. Mentirei se affermassi di averli impressi chiaramente. Certamente stanno lì, nelle fondamenta della mia intimità ma la mente è traditrice e quel periodo è stato troppo intenso e pieno e vivo e vero e veloce, ma anche troppo sperimentale e nuovo e psichedelico e inafferrabile e, persino lento a volte, per poterne conservare una percezione esatta. Nessuno può avere questa presunzione nei confronti della propria memoria e a maggior ragione se la memoria deve scavare tra macerie che probabilmente non sono mai state niente di integro.
    “Se qualcuno ricorda gli anni ’70 è perché non c’era”. Sono pienamente d’accordo. E chi c’era era impegnato a cercare di riordinare tutto per potergli dare una forma. Impossibile. Non solo perché qualsiasi tipo di droga circolava abbondantemente e con facilità ma anche perché la gente è stata investita da una quantità di stimoli inimmaginabile. Per quanto i benpensanti si ostinino, con una benda sugli occhi, a non volerlo riconoscere, in un ventennio si è cambiato il mondo, s’è vestito a nuovo e s’è mostrato, come mai prima, in quella veste ammaliatrice e affascinante che a noi oggi sembra normale ma che ha scombinato chi, fino a poco prima, era costretto dentro a schemi che si ripetevano, vecchi e ciechi, da troppi decenni.
    Siamo stati liberi. Così tanto da averne addirittura perso il senso.
    Abbiamo fatto la rivoluzione. Così profondamente da arrivare a ripudiarla.
    Abbiamo fatto l’amore. Per la prima volta e con chi ci pareva a noi.
    Abbiamo avuto il rock’n’roll e qui non c’è nient’altro da aggiungere. Il rock’n’roll.
    Non voglio dire della politica, sarebbe spegnere la magia riducendola a schieramenti opposti. Certo che c’appassionava! Amavamo essere politici ma questo, checche se ne dica, non c’entra nulla con la libertà. La libertà, cos’è, l’ho già chiarito. Più il rock’n’roll, certo.

    Un ragazzo di colore vestito in maniera sgargiante, con una fascia sulla fronte e tanti capelli sta facendo con la chitarra cose che non ho mai, mai, mai sentito.
    Ora la stende sul palco e ci si inginocchia davanti. Sembra la stia scopando, la chitarra. Sta scopando con la chitarra!
    Tira fuori da una tasca dei fiammiferi e le da fuoco alimentandolo con della benzina. Poi la prende e inizia a sbatterla a terra fino a romperla.
    Non ho mai visto ne sentito nulla del genere. Mi sa che anche questo è rock’n’roll.

    Ho succhiato la vita fino al midollo e poi l’ho risputata, stanco e provato. Provato e stanco dall’aver vissuto così tanto e intensamente. Forse è per questo che ora la mia vita, se posso definirla tale, è tanto piatta e borghese. O forse no.
    Non ne parlo mai. Non ci penso, nemmeno. Magari perché tutti quei “quand’ero…”, “ai miei tempi…”, “quando facevo…” mi sbattono addosso la mia vecchiaia e, dal momento che è tutto talmente bello e confuso, nei miei ricordi, non ho intenzione di riordinarlo e analizzarlo. Mi sembra tutto tanto distante, eppure così vivo, dentro di me, talmente fondamentale… Come ho fatto a seppellirlo?
    La verità è che non ne parlo mai, non ci penso, nemmeno, per non concedermi di guardare indietro, se lo facessi dovrei prendere gli ultimi trentacinque anni, gettarli nel cesso e scappare, scappare lontano, lontano, lontanissimo, senza mai voltarmi.
    Non ne parlo mai e non ci penso, nemmeno, perché altrimenti dovrei scontrarmi con il fallimento che sono, di quello delle mie idee, dei miei sogni e più in generale del fallimento del mondo intero.
    Eccomi. Sono caduto nella trappola della memoria. Nella trappola dell’età. Nel tranello del ricordare.
    Quegli anni sono come un sogno in cui però io c’ero e voglio conservarli nella mente come tali. Sono stato già disilluso abbastanza da quello che è venuto dopo. Probabilmente è sempre stata questa, anche allora, la realtà che vedo oggi, il modo di funzionare dei meccanismi umani, economici e sociali. Probabilmente è sempre stato un mondo triste. Gli anni ’60 e ’70 sono stati una parentesi colorata, piena di idee e pace e fumo e fiori e di rock’n’roll, certo, per pochi privilegiati casualmente nati sotto giusta congiuntura. Una parentesi. Una sporcheria. Gli anni ’60 e ’70 sono stati una sporcheria. Però meravigliosa. E dato che, nonostante il vintage, non ne è rimasto nulla, quello che ho lo custodisco, geloso e fiero, per non dimenticarlo mai. Anche se non ne parlo mai e non ci penso, nemmeno.

    Una ragazza si avvicina ridente e mi fa scivolare in mano un quadratino colorato. Dice “Prendi, è la chiave del paradiso”.
    Mi metto il quadretto sotto la lingua e lo lascio sciogliere.
    È bellissimo.
    Gli occhi suoi, gli occhi del paradiso non li ho scordati più.

    Incrocio. Semaforo rosso. Sono costretto a fermarmi e il flusso dei ricordi si interrompe riportandomi, prepotentemente, allo stato di coscienza vigile.
    Ho percorso già più di metà tragitto ed entro una decina di minuti potrei essere a casa. Non mi va di andarci subito pertanto decido di non fare la solita strada ma di prendermela comoda, di allungare il percorso in modo da stare ancora un poco con i miei pensieri, oggi, che li ho ritrovati, faccio fatica a staccarmene. Già.
    Non ne parlo mai. Non ci penso, nemmeno, perché sono una trappola. Già. È che oggi devo sentirmi vivo e voglio immergermi nel pozzo della memoria.
    Già.
    Verde.

    Quella notte l’ho impressa a vuole. Nella mia testa vuole dire maturità. Libertà. Vita. Avevo diciannove anni ed erano afose giornate di inizio estate. Avevo lasciato da poco, e con disappunto dei miei genitori, un lavoro ingrato ma avevo dei risparmi, così raccattai i miei due soldi e le quattro cose che mi sarebbero potute servire e me ne andai senza preavviso.
    Due amici, curiosi e irresponsabili quanto me mi attendevano sotto casa a bordo di uno scassato furgoncino che a vederlo non gli si davano due lire ma che, invece, ci ha portato in capo al mondo.
    Non c’era ancora stato niente di quella rivoluzione di cui tutti mormoravano a mezza voce o che sbandieravano nelle piazze ma si captava perennemente un fermento nell’aria di qualcosa che doveva accadere. Si era inevitabilmente in odore di ribellione, di cambiamento, di libertà ed io non ne ero certo rimasto immune. Tutto dentro me si scontrava ferocemente con quello che stava fuori e mi sentivo montare dentro la rabbia, la necessità di giustizia, la consapevolezza di poter modificare ciò che non mi piaceva e ciò che non potevo giustificare.
    L’estate più grandiosa di ogni tempo. 1967.
    In qualche modo – credo che usare la parola rocambolesco potrebbe illustrare bene la situazione- riuscimmo ad arrivare negli Stati Uniti. Percorremmo chilometri di strade immerse nel nulla, strisce di terra che non si capiva da dove iniziassero e dove finissime. Non si capiva se sarebbe realmente potute finire. Strade impolverate che sapevano di ricchezza e di saggia irresponsabilità. E poi arrivammo in Messico. Il Messico… e chi se l’immaginava che da un paesino di provincia della bassa veneta mi sarei trovato all’altro capo del mondo?
    Al festival ci siamo stati per puro caso, come se la strada ci avesse portato lì e proprio lì. Nessuno di noi sapeva neanche che cos’era un festival, non ne erano mai esistiti prima. Migliaia di persone, di giovani, riversati su un prato ad ascoltare della musica, la loro musica. Woodstock è venuto dopo, tutto è venuto dopo. Tre giorni. Monterrey. Io c’ero. Ed entrando da quei cancelli ho creduto di entrare un poco anche nella storia.

    Un graffio sulla schiena. Sì, è così. Sembra una tipa schiva e timida nonostante i pantaloni a zampa dorati la facciano luccicare. Sembra una ragazza timida, e invece, quando apre bocca ci graffia lungo la schiena facendoci venire i brividi.
    Strisciando, come un blues.
    Non ho mai sentito un dolore più straziante.
    Mi hanno detto che si chiama Janis Joplin.

    Abbiamo perso la verità dopo allora, ne sono certo. Io stesso l’ho persa e per avere il coraggio di guardarmi allo specchio tutte le mattine devo fare finta che, prima di queste maledette palazzine che costruisco, in me, non ci sia stato nient’altro. Solo per avere il coraggio di esistere. Per avere il coraggio di esistere devo fingere di non essere esistito mai.
    Mi da il vomito il mondo in cui vivo: mi ha abbracciato stretto, mi ha sedotto, mi ha illuso e poi mi ha sputato fuori. Mi ha spiegato che cos’è la libertà e poi se l’è ripresa un tanto ogni giorno senza che nemmeno me n’accorgessi. Il mondo mi ha dato grinta e gli strumenti per combatterlo e per fare valere la giustizia  e poi si è ritirato dal terreno di scontro. Mi ha insegnato ad amare e poi si è dimenticato di continuare le lezioni con le generazioni successive. Il mondo mi ha plasmato e poi non mi ha voluto più. Ho avuto il rock’n’roll, e quello, da lì dentro le viscere dove s’è sistemato, chi lo leva più?
    Temo che queste siano solo le conclusioni tardive di un uomo che si trova, ormai, alle porte della vecchiaia senza avere fatto i conti con quello che è stato.
    La verità è che se siamo a questo punto è solo colpa nostra, di noi, che c’eravamo, che diciamo di averci creduto e di essere stati disillusi da pretese troppo al di là del reale ma sappiamo benissimo che non è questo. È che ad un certo punto ci siamo stufati di crederci, tutto qui.
    O forse è solo la vita che si prende il meglio e restituisce solo quello che sappiamo cogliere tra una piega e l’altra. Ed io credo di aver saputo cogliere poco.
    Avrei potuto essere molto di più.

    People try to put us down, just because we get around.
    Things they look awful cold, I hope I die before I get old.
    This is my generation.

    Sono stanco.
    Penso a mio padre. A quanto poco abbia realmente capito di me in tutti quegli anni passati a farci la guerra. Penso a quanto si sia spaccato la schiena, in fabbrica, per permettere a me e ai miei fratelli di studiare e di avere delle opportunità migliori di quelle che ha avuto lui e a quanto, nonostante l’amore, siamo stati distanti, a quante incomprensioni non sono state risolte e a quanto tardi sia ora, anche solo per avere dei rimpianti. Penso a quanto sono diventato simile a lui malgrado l’unico saldo proposito della mia vita fosse non esserlo mai. Mai. Già. Quante volte ho detto mai.
    Penso a tutte le volte avrei voluto fosse fiero di me e delle poche cose che la mia giovinezza aveva da offrire senza riuscirci mai. Ora lo sarebbe, ora si. Sono infelice, ma rispettabile.
    Mi si parano minacciose, davanti agli occhi, le immagini dei miei due figli. Cosa sono io per loro? Cosa ho fatto io per loro? Mi assale la paura di non avere dato abbastanza amore, di non averli capiti, di essermi concentrato solo sulla mia non-esistenza, su quella illusione borghese del benessere che poi non è altro che il nulla travestito da denaro. Ho paura di essere per loro quello che mio padre è stato per me. Credendo di insegnar loro come si fa a vivere non ho fatto altro che fortificare le mura che mi asserragliano da troppi anni. Ho creduto di far loro del bene, dandogli quello che mi hanno insegnato essere importante ma mi sono dimenticato quali sono le cose che io ho imparato essere importanti. Ho paura di avergli dato tutto quello contro cui ho lottato. Non può bastare. Ho sbagliato tutto.
    Ho perso tutto, eppure avevo così tanto. Ho perso, e ora che me ne sono accorto mi rendo conto di avere tra le mani solo detriti.
    Sono il re del monopoli.
    Non sono nemmeno l’ombra dell’uomo che sarei potuto essere.
    Dov’è finito il coraggio? Quand’è finita la vita? Dov’è il rock’n’roll? Io voglio tutto. Me lo voglio riprendere.

    Era questo quello che volevi sapere, ragazzina?

    I pensieri mi attraversano il cervello velocemente, scappano alcuni, ma quando imbocco la strada di casa svaniscono e quasi subito ricomincio ad avvertire l’ansia fastidiosa che s’era impadronita di me al ricevimento e che sta facendo accelerare i battiti del cuore.
    Riesco a parcheggiare ma, questa volta, per riprendermi, mi ci vogliono quindici minuti buoni. Sento delle fitte al torace e alle braccia. Questa volta è stato peggiore di prima ma superata la difficoltà mi scordo rapidamente del male e mi avvio verso il portone dove infilo la chiave, entro, bevo un bicchiere d’acqua in cucina e salgo le scale verso la camera da letto.
    Devo andare al bagno e cerco di fare piano per non svegliare mia moglie che dorme beata sicuramente da molto. Mia moglie. L’unico  amore della mia vita, una delle mie poche certezze, a dispetto di ogni povero clichè contemporaneo.
    Infilatomi sotto le coperte mi avvicino al suo corpo che mi infonde un piacevole calore che sa odore di sonno e la sicurezza di essere, finalmente, salvo da tutti i miei demoni, al mio posto. A casa.
    Scivolo rapidamente nel sonno, dimentico dei dispiaceri, delle preoccupazioni e delle paure, cullato dalle immagini di una giovinezza che ho tentato di reprimere ma che, malgrado tutto, continua a infiammarmi l’anima.

    ***

    Alle 04:26 del mattino arriva l’ambulanza chiamata da mia moglie che al telefono ha detto di avere sentito i miei lamenti e movimenti agitati. Arrivano anche i miei figli che rientrano dalla serata e si preoccupano molto nel ritrovarsi dinnanzi lo spettacolo del loro padre in pericolo di vita.
    Mi trasportano all’ospedale e in un paio d’ore riescono a riportare i miei valori nella norma.
    Sono disteso in uno scomodo letto di degenza con la maschera per l’ossigeno e una flebo attaccata al braccio sinistro.
    Infarto.
    Sapevo che mi avresti fatto visita prima o poi, vecchio bastardo.
    Ho 60 anni.
    Dovranno decidere se operarmi o meno e i medici mi intimano di tenere uno stile di vita più disteso e rilassato. Di prendere una pausa dal lavoro, magari.
    I miei famigliari dicono che è un periodo di forte stress per me e che può essere la causa del malore, ma io so che non è questo.
    So io cos’è stato.
    I dottori mi prescrivono riposo e si raccomandano che faccia attenzione alla mai salute ma non ho intenzione di dar loro retta.
    Non mi sento così bene da tanti anni.
    Io lo so cos’è successo. So cosa devo fare.
    Devo ricordarmi come si fa a vivere e ricominciare a farlo, e dopo questa notte non credo ci metterò molto a rinfrescarmi la memoria. Mi guarderò allo specchio e finalmente ritroverò  quello che credevo di avere perso. Potrò darmi alle persone che mi amano.
    Sono libero. Libero dalla schiavitù che avevo imposto alla mia coscienza
    Questa notte sono nato, di nuovo.
    Non potevo chiedere di meglio.
    Rock’n’roll.

     

     

  • 21 gennaio 2009
    Le bistecche

    Come comincia: Poi vogliono dire che non siamo nella civiltà dello spreco, accidenti a mio cugino Pilade che sostiene d'essere un morto di fame perché non ha più una lira ma soltanto qualche milione di euro!
    Un sabato dell'estate scorsa la mia signora mi fa: - Togli quel chilo e otto  di bistecche dal congelatore e mettile nel frigo basso che le portiamo al mare!-
    Lì per lì, che fa lì alla seconda, ho pensato: " Ha ragione; anche loro si devono svagare , poverine, stanno sempre in casa" poi capisco che si tratta della cena. Ma siccome ci sono le partite in televisione, dopo averle spostate, mi scordo di portarle a Tirrenia. Non l'avessi mai fatto! Ci  si mette anche mia figlia a brontolarmi; la cosa più affettuosa che mi dicono è che ho l'arteriosclerosi, meno male che poi si chetano quando le conduco a cena al ristorante dove spilluzzichiamo qualcosa,  così per tenerci leggeri. Alle due e un quarto di notte, quando i camerieri, madidi di sudore, incominciano a spegnere le luci per farci capire che sarebbe l'ora di levarci di torno, siccome non è possibile dormire in cabina perché le amache verticali non le hanno ancora inventate, torniamo  a casa lasciando il debito col proprietario perché mi sono dimenticato nel frigo il portafoglio, di vera plastica, forse, proprio accanto alle bistecche.
     Dopo aver schiacciato tutti un sonnellino fino al mezzogiorno e mezzo della domenica, la mia signora, invece di darmi il buongiorno  mi fa:
    - Ho fame, mi ci andrebbe una bistecca!
    e si precipita in cucina dove caccia un urlo che mi fa rabbrividire." Accidenti, penso, non avrà mica visto Gad Lerner alla televisione? Quello, a digiuno, è pericoloso!"
    Corro in cucina pronto a tutto, perfino a pagare volentieri la tassa sulla spazzatura, e vedo  mia moglie mezza svenuta sulla seggiola e la seggiola che la sostiene più svenuta di lei..
    Il frigo è aperto e spento e un puzzetto di ciccia marcia ha invaso anche il tinello. Insomma, a farla corta, è successo che la spina del frigo è stata staccata probabilmente dalle gatte che di giorno dormono  ma la notte si rincorrono sui mobili buttando per terra tutte le inutili cianfrusaglie che i parenti ci regalano per Natale. Meno male che il mio portafogli, di vera plastica, pur se con i soldi impiastricciati di margarina che avrebbero fatto schifo a toccarli con le pinze, è lì proprio accanto alle bistecche che , con la calura estiva, hanno preso un colorino
    amaranto da curva degli ultras. Appena che la mia consorte ha ripreso fiato, va a svegliare la bimba e insieme riprendono a dire che è tutta colpa mia e che ho l'Alzheimer terminale e lì comincia il consueto accenno di litigata che di solito non si dilunga oltre le due ore consentite dal diritto di famiglia. Il resto  lo potete immaginare:
    a voti unanimi, però con la mia astensione che non conta nulla ma che pretendo sia  messa a verbale, decidono di tornare a Tirrenia al medesimo ristorante.
    Perciò, alle diciassette , eravamo di nuovo a tavola. I camerieri, che ormai ci conoscono e ricevono laute mance dai turisti che , dagli stabilimenti balneari contigui  vengono a fotografarci mentre  spilluzzichiamo qualcosa, tanto per tenerci leggeri,  ci servono la merenda perché a quell'ora, non c'era da pretendere altro
    se non pizza con contorno di pizza. Quando mi presentano il conto, altra
    litigata con il proprietario perché si intestardisce a non voler prendere i miei soldi
    unti bisunti. Meno male che poi tutto s'aggiusta con la carta di credito
    che, anche se sdrucciola nella macchinetta perché fetida di mascarpone , dopo averci ammattito un paio d'ore, riusciamo a pagare il conto anche della sera precedente. Alla fine, stanchi e stomacati, torniamo verso casa. Non c'è nemmeno bisogno d'aprire l'uscio; dentro ci sono già i Pompieri che, chiamati dai vicini a causa del fetore delle bistecche marce, rimaste lì dove l'abbiamo lasciate, sono entrati  convinti di dover traslocare il solito vecchietto morto in solitudine da quindici giorni.
    Alfine, ripuliti cucina e frigo, disinfettato l'appartamento dalla cantina alla soffitta, esaurita una dozzina di flaconi di deodorante che puzza più delle bistecche marce,
    andiamo tutti a letto dal quale mi devo ben presto rialzare per mettere portafoglio, di vera plastica, denari e carta di credito in lavatrice altrimenti non saremmo riusciti a prendere sonno. Da quella drammatica domenica, ci siamo convertiti al baccalà che perlomeno sa di lezzo per conto suo solo se preventivamente ammollato.  Però cattivi odori in casa non ne abbiamo più sentiti , tranne quella volta che mi dimenticai  di chiudere il gas e ritrovammo i Pompieri, annoiati e furiosi, ad aspettarci in salotto.

     

     

    Da E' meglio U nuovo  oggi che una G al Lina domani

  • Come comincia:

    Dieci anni sono un lungo scampolo di vita. Cambiata io, e forse cambiata anche lei. Amicizie sfaldate, ambizioni fallite o dimenticate. Anche progetti realizzati, si capisce, e qualche imprevista botta di fortuna. Gli anni di liceo quasi dimenticati, l’università finita da un pezzo. E se non dimenticata, almeno fortemente sbiadita, da parte mia almeno, l’antica rivalità, quella che ci aveva accecate, che ci aveva fatte schierare su fronti opposti, che ci aveva spinte a detestarci dai quindici ai venticinque anni, quando le nostre strade si erano finalmente divise, Laura negli Stati Uniti e io qui.
    Ma tre giorni fa, dopo un decennio di silenzio, la sua telefonata. E’ tornata, ha chiesto se non avremmo potuto incontrarci. Ho risposto di sì e mi sono pentita subito dopo, ma ormai era fatta e non me la sono sentita di rimangiarmi l’assenso. Non ci siamo dette nient’altro: nessuna formalità, nessuno scambio di notizie, solo poche battute, quasi un messaggio cifrato, da spie
    .


    E’ stato nel bar della piazza grande, quella dove un tempo ci incontravamo con gli amici. E’ stato lì che ci siamo ritrovate.
    Lei non é cambiata molto, un po’ dimagrita, i capelli lisci spettinati ad arte, con addosso giacca e blu jeans, un foulard al collo: disinvolta, sorridente. Perché diavolo mi sono messa quel completino firmato, le scarpe col tacco, la pettinatura fresca di parrucchiere. La classica provinciale che si mette in pompa magna per un incontro importante. Va bene, si è affermata, ha pubblicato libri e ha conseguito un signor dottorato. Ma era pur sempre una ex compagna di scuola, una che copiava i compiti come facevamo tutti quando ci era possibile farlo, aveva il mal di pancia quando doveva essere interrogata in latino, raccontava storie e trovava scuse per evitare le verifiche di storia.
    E’ stato su questo argomento che siamo riuscite a rompere il ghiaccio. Dopo i primi attimi di silenzio imbarazzato, lei si è messa a ridere.
    - Sai qual è il ricordo più vivo di te che ho conservato in questi anni?-
    Non ne avevo idea.
    - Quella volta in cui dichiarasti tranquillamente, alla prof di matematica, che non avevi studiato semplicemente perché… non ne avevi avuto voglia.  Ai miei occhi fosti un’autentica eroina.-
    Anch’io mi sono messa a ridere. Da quel momento tutto è stato più facile e i ricordi hanno cominciato a fluire numerosi. Nomi, visi quasi dimenticati, episodi buffi o drammatici: il passato riemergeva riportando una sorta di confidenza, sciogliendo il nodo di incertezza e dissolvendo il disagio. Scontri e antiche fratture sembravano appartenere a un altro mondo e ci sentivamo quasi tornate adolescenti.
    Ma non eravamo più adolescenti.
    Adesso notavo la pelle percorsa da una fitta rete di rughe leggere, appena visibili, ma sicuramente destinate a diventare più evidenti con gli anni, come accade nelle donne magre e bionde con pelli chiare come la sua. E’ sempre una soddisfazione, per le persone grassocce e bruttine, analizzare impietosamente la carnagione e le metamorfosi del tempo sul volto di quelle amiche che un tempo erano invidiate per la linea e per la cura raffinata della persona. Io ero sempre stata frettolosa, trascurata, poco attenta alle diete e alle abbronzature. Però sapevo vedere la bellezza, dovuta anche alla sapienza cosmetica e all’eleganza fintamente sportiva, disinvolta, delle ragazze della mia generazione, al liceo e ancora più all’università. Ma non riuscivo a imitarle. Accidenti a loro. E accidenti a me. Quanti complessi e quante insicurezze coltivate in gioventù, per questa mancanza di gusto e per la diversità di aspetto che mi separava da loro. Mi sembrava di essere sempre fuori posto. I miei capelli ricci, che mi ostinavo a far stirare dal parrucchiere, non erano mai in ordine come la loro lucida chioma liscia, raccolta dietro, nella parte superiore della testa,con una bella spilla di tartaruga. E quando ero riuscita ad acconciarmi quasi allo stesso modo, quelle si erano tagliate i capelli corti e arricciati in una nuvola a incorniciare il viso, secondo l’ultima moda, in uno stile che addosso a me sarebbe risultato orrendo.
    Ma erano passati i giorni dei complessi e delle insicurezze. O almeno così credevo.
    D’altra parte a quel tempo vantavo altre sicurezze. Tanto fragile nel mio vittimismo estetico e nel confronto sociale, quanto coraggiosa, per non dire incosciente, quando si trattava delle idee e delle parole. Facevo l’anticonformista, allora. Ero l’unica a parlare, dicevo sempre quello che pensavo senza preoccuparmi delle conseguenze. E venivo sempre mandata avanti, capro espiatorio di tutte le contestazioni, l’unica che pagava di persona i tentativi di cambiare le cose, di chiedere trasparenza, di esprimere opinioni scomode. Non esitavo a scontrarmi con i professori, con i dirigenti, con le amiche stesse che a volte mi giudicavano esagerata, un po’ fanatica.
    - Cosa hai fatto di bello in tutti questi anni ? Quanti sono: dieci, dodici? -  Era ancora lei a condurre la conversazione.
    - Niente di quello che immagini- ho risposto sorridendo.
    Pensava di ritrovare la stessa persona che aveva lasciato.
    Cosa avevo fatto? Mesi e mesi di pronto soccorso. Poi camere anonime di pazienti dove si respiravano dolore, paura, ansietà, rassegnazione. Conversazioni evasive  con i parenti, oppure rivelazioni necessariamente brutali. Turni di notte, visite quotidiane ai degenti, confusa nel codazzo dei mediconzoli più o meno devoti al Primario. Cartelle cliniche, temperatura, pressione e battito cardiaco, drenaggi, medicazioni.
    Poi ferri chirurgici sotto fari abbacinanti e teli verdi. Mascherine, guanti, cuffie calate sulla fronte, anonimo fantasma tra i fantasmi, comparsa di tanti drammi che erano diventati routine.
    E i concorsi, tanti concorsi. Il curriculum, i documenti, il punteggio, i corsi di aggiornamento. Gli esami… per essere sempre la prima dei non ammessi.
    Quante ricerche, quante relazioni firmate da altri. Quante pubblicazioni col mio nome in fondo alla fila, quando doveva essere in cima.
    Ma non gliel’ho detto. Ero così entusiasta pochi anni prima, così idealista. L’avevo criticata per la sua partenza e la specializzazione negli Stati Uniti. Lei non era uno di quei cervelli che fuggono per disperazione, accolti là dove invece fanno incetta di cervelli. Lei poteva permettersi di scegliere. Solo questo: preferiva continuare a perfezionarsi dove voleva, dove le piaceva di più. E io l’avevo ancora una volta trattata da snob, da piccola, insipiente capitalista che sceglieva il paese dei suoi sogni per raggiungere le mete desiderate. Io, invece, avrei raggiunto qui la mia meta e poi chissà, forse in futuro sarei partita per unirmi a “Medici senza frontiere”. Io lavoravo come una matta, convinta di svolgere una missione superiore, animata da altruismo populista, da fervore umanitario.
    - Una normale vita da ospedaliera.-Ho risposto.-  Sai, mi sono accorta che la vita d’ospedale alla fin fine era quello che preferivo.-  Le mie parole sono suonate false anche alle mie orecchie. Chissà alle sue, abituata com’era in passato a vedermi sempre pronta a salire sulle barricate e a fare programmi eroici. Mi prendeva in giro, allora, forse a volte mi temeva quando mi vedeva accesa nelle discussioni, o pronta a distribuire volantini  e a scrivere striscioni.
    Però era brava nello studio e nella pratica. E anch’io ero brava. C’era in entrambe una passione, una curiosità scientifica che a tratti ci accomunava. Ma poi la visione della vita ci divideva.
    Le ho raccontato qualcosa della mia famiglia, delle mie vicende private. L’eterno fidanzamento con Alberto, sì proprio “quell’Alberto”, tra alti e bassi, mentre anche lui lottava per affermarsi nel campo della ricerca, un campo ancora più difficile.
    Certo non potevo dimenticare gli anni in cui il “mio” Alberto era innamorato di lei e la corteggiava ostinatamente, penosamente, mentre lei lo ignorava con l’indifferenza tipica delle ragazze belle e piene di spasimanti. La odiavo in quegli anni. Com’era possibile non capire il valore di un ragazzo così brillante negli studi, così ricco di sentimenti, così limpido e solare. E io innamorata di lui. La solita catena di infelicità, di sogni impossibili. Io mi consumavo per attirare la sua attenzione e lui si logorava per quella stupida.
    Meglio così.  Laura è partita, lui si è macerato nel dolore e nel rimpianto, poi si è accorto di me. Certo, ho solo raccolto i cocci. Però poi ha cominciato a volermi bene davvero. Chissà se anche lei stava pensando la stessa cosa.
    - Lo sai che ho una figlia? - mi ha detto all’improvviso - Me la godo la mia micetta, mi ha riempito la vita. -
    Per molto tempo ha continuato a parlarmi della bambina senza far alcun cenno a una famiglia, a un marito o a un compagno. Così ho preferito non indagare. Al di là delle sue parole, vedevo le immagini di una vita piuttosto solitaria e molto impegnata, ma certamente ricca di esperienze importanti o interessanti. Una figlia giunta per incidente, ma fortemente voluta e amata. A mia volta le ho confidato di avere le mie difficoltà a formarmi una famiglia. Che strano! Non ci tenevo affatto un tempo, anzi dichiaravo di non volere legami fissi e di non voler pianificare una rispettabile esistenza borghese. Adesso i ruoli sembravano rovesciati. Da qualche anno io e Alberto facevamo i conti su come e quando avremmo potuto programmare un figlio e mettere su casa, senza rinunciare alle nostre ambizioni professionali che richiedevano ancora pazienza e sacrifici.
    Ma cosa era successo?
    - Qui la vita non è facile se decidi di seguire una carriera, specialmente per noi donne. Ti ricordi quando parlavamo dei “baroni” della Medicina ? Beh, le cose non sono cambiate poi molto. Anzi. Ci sono sempre le mogli, i figli, i nipoti da anteporre agli altri candidati, e poi i gruppi di pressione, gli schieramenti politici o confessionali, gli scambi di favori…tutto viene prima del merito. Forse hai avuto ragione tu a voler andare in America.Ti ho invidiato sai? Sapessi quante volte ho rimpianto di non aver fatto una scelta diversa. Dopotutto l’opportunità c’era stata anche per me-
    Ho continuato a sfogarmi per un po’, ma ad un tratto mi sono resa conto che lei mi fissava assorta, come se non capisse o se pensasse ad altro.
    Dopo un attimo di silenzio Laura ha ripreso a parlare.
    - Sai, gli Stati Uniti sono un grande paese. C’è libertà e spazio per tutti. Il merito viene riconosciuto, c’è rispetto e gratificazione per il lavoro. Ma non c’è pietà. Le leggi rigorose sono quelle dell’impegno, dell’efficienza e del dovere, sì, ma la meta deve essere il successo. E il denaro. Solo il denaro conta. Non c’é compassione per chi sbaglia. Non c’è posto per i deboli. E i poveri sono veramente poveri. Voi che abitate qui non vi rendete conto: credete che l’assistenza sanitaria e tanti altri servizi sociali siano la cosa più naturale del mondo, ma non è così. L’America è un mondo duro. Forte e libero, ma duro. Dovresti andarci tu in America: è il posto adatto per chi ha voglia di lottare. E poi, come hai detto prima, avevi avuto l’occasione anche tu. -
    Questa volta era lei a scaldarsi: mi sembrava di rivedere me stessa ai tempi della contestazione. Davanti alla sua foga sono rimasta senza parole. Mi sono chiesta se avesse lei stessa sperimentato questo aspetto del Nuovo Mondo, se avesse commesso qualche errore o qualche mancanza. Però non ha aggiunto altro, così ho cercato di cambiare argomento.
    - Chissà quanti incontri hai fatto. Parlami un po’ della società americana.-
    Si è meravigliata di questa mia disponibilità verso quelli che una volta consideravo solo  arroganti imperialisti. Mi ha guardato con espressione delusa.
    - Certo - parlava con ironia - gli intellettuali delle grandi città: colti, vestono italiano, mangiano italiano, sono democratici e snob, fanno gli anticonformisti ma vivono benone e quasi non si accorgono dei barboni che si accucciano nei vicoli. Ci sono abituati. E si comprendono solo tra di loro. Oppure i paesani conservatori del Middle West, che non sanno nemmeno dov’è l’Italia (e ignorano molte altre cose). Credono che qui si sia ancora nelle condizioni del dopoguerra e che la civiltà sia arrivata solo da loro. Sempre ottimisti e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. Si credono ancora al tempo dei Padri Pellegrini con le regole di sempre: lavoro, tradizione e mito americano. Non parliamo degli stralunati di ogni genere che trovi in California o i disadattati di ogni razza nelle città del sud, dove tutti vorrebbero convivere ma in realtà tutti si odiano e intrecciano illusioni di tolleranza a sordi rancori, diffidenze, pregiudizi, sospetti. Tensioni di ogni genere…che a volte esplodono.-
    Adesso mi sembrava che fosse lei a esagerare e a drammatizzare,dopotutto l’America aveva una varietà etnica immensa, le posizioni sociali e culturali erano certamente molteplici e molto sfumate. Gliel’ho detto con una certa irritazione, stupita da questa sua insofferenza. Ma poi ho pensato che la conoscenza degli Stati Uniti l’aveva lei e non io, e che probabilmente dietro a questo stato d’animo c’era un problema personale di disagio, di solitudine, di diversità dalla società americana.
    - Il paese ideale non esiste - improvvisamente manifestavo una moderazione e una saggezza che non avevo mai avuto. -Tutto si paga, in un modo o nell’altro-.
    Lei si è come risvegliata da un sogno.

     

    - Voglio tornare. Rivoglio le mie radici. Mia figlia non deve crescere là. -
    Ecco, era quello il suo problema. Voleva ritrovare un mondo che conosceva fin dall’infanzia, dove il senso del tempo e dello spazio hanno dimensioni umane e prevedibili. Voleva un ambiente stabile e rassicurante, amicizie solide e durature, non conoscenze provvisorie che appaiono e scompaiono come niente fosse. Non si riconosceva in quella vocazione nomade e irrequieta che caratterizza un popolo di migranti e di pionieri, sempre pronti a lasciare casa e paese per inseguire dovunque un nuovo lavoro, una brillante carriera, una sistemazione diversa. Voleva il calore di una terra antica dove poteva riconoscere se stessa tra la sua gente, con tutte le carenze, gli errori, le contraddizioni della sua storia e con le debolezze della sua umanità.
    - Allora ritorna - le ho detto con dolcezza. Adesso la capivo: non era fatta per l’America.
    Eravamo ancora su fronti opposti, perché a me quella descrizione di un mondo vario e libero, fatto di tante realtà, rigoroso ma travagliato dai problemi di umana convivenza, sembrava infinitamente affascinante. Quel mondo aperto ad ogni esperienza, disposto a riconoscere i tuoi meriti come a farti pagare gli errori, ricco di fermenti inesauribili, mi attraeva come una calamita. Chissà se sarebbe piaciuto anche ad Alberto. Forse era questa la nuova sferzata che ci occorreva per ritrovare entusiasmo ed energia.
    Mentre a lei avrebbe fatto bene ritrovare i nostri ritmi, le nostre tolleranze, il nostro sapere e volere conciliare anche quello che conciliabile non é.
    - Tornerò- disse- e tu?
    - Chissà, forse partirò-.

  • 21 gennaio 2009
    A vita bassa

    Come comincia: Io colleziono multe.
    Anche la parrucchiera dalle unghia lunghe colleziona multe.
    Ci piace parcheggiare dove non si può, superare i limiti, mandare all’altro paese le sentinelle della strada.
    Patrizia ha diciotto anni e non colleziona multe, non ha la patente.
    La signora Letizia non ha mai avuto la patente, ha 79 anni. Io sono Angelina, nome a dir poco odioso, mentre la parrucchiera dalle unghia lunghe si chiama Perla, nome a dir poco inadatto. Io lavoro in banca. Io mi annoio lavorando in banca. Perla è una parrucchiera spaventosamente bella, ma ha le unghia troppo lunghe. Patrizia è appena entrata nel mondo magico e goliardico dell’università. La signora Letizia all’età di ventitre anni ha incontrato l’uomo della sua vita, uno scrittore di libri gialli molto in voga nell’Europa del Nord. L’ha sposato e ha vissuto come una principessa.
    Ci riunivamo tutti i venerdì sera per coltivare la nostra passione: gli scacchi, strana per delle donne ma ancor più strana lo era per Perla, abituata a nutrire la sua mente con i pettegolezzi che le clienti le raccontavano nel mentre della messa in piega. Tutto avveniva in casa mia: due tavolini, quattro sedie, due coppie. La signora Letizia spegneva il telefono. Patrizia litigava con il ragazzo per essere con noi, lui non credeva agli scacchi. Perla progettava, ormai da tempo, la sua idea di tagliarsi le unghia: “Devo avere un’aria più seria il giorno del torneo del quartiere” replicava ad ogni incontro.
    Le pareti rosa antico, i divani di pelle bianca, i tappeti dalla trama persiana e le lampade stile etnico, trasmettevano la tranquillità necessaria per la nostra concentrazione.
    Si iniziava alla sera, entravamo nel nostro mondo incantato, ognuna con un regno da difendere e con un Re da salvare. Dentro il nostro regno vestivamo i panni di regine, servili alfieri, soldati pronti al sacrificio e di cavalli impazziti. L’incantesimo svaniva verso le tre della notte, e dopo aver rivelato le nostre impressioni e i nostri punti deboli, discutiamo di come vincere la nostra coppa. Non importa chi la vincerà, ciò che conta è che sia una di noi, così la terremo a turno. Perla la metterà in bella vista nel suo negozio. Tutte le sue clienti dovranno crepare d’invidia. La signora Letizia la mostrerà ai suoi noiosi balli di beneficenza e vi appoggerà un cartellino con scritto: “Non in vendita, mi dispiace per voi”.
    Patrizia farà una sorpresa al suo ragazzo, lo lascerà a bocca aperta. Io la metterò sul tavolino del soggiorno. La luciderò, la guarderò, sarò fiera di me, peccato che non avrò nessuno cui mostrarla. Nessuno mi invidierà, né penserà cosa avrà mai di speciale una vittoria ad un torneo di scacchi.
    Sono alta, sono bionda, sono magra, ho gli occhi verdi, sono bella. Sono sola. Naturalmente nessuno conosce il mio stato d’animo. Racconto sempre di fantomatici corteggiatori, di magnifici uomini che mi regalano gioielli donati in cene da fiaba. Ogni volta Patrizia mi ascolta estasiata, un po’ scoraggiata dalle cene a basso costo, offerte dal suo ragazzo.
    Patrizia assomiglia ad un cerbiatto, gli occhi sono piccoli e vivaci e la sua figura esile ispira tenerezza. I capelli lunghi e neri, sono curati da Perla, che non potrebbe sopportare l’idea che possa tagliarli o colorarli. Perla non è sola, ha due gemelle di 15 anni, lei ha 38 anni, suo marito 56. Lei ama suo marito, anche se lo tradisce con Luigi, che ha appena compiuto 25 anni, solo per sesso, naturalmente. Ma tutto questo non è importante. Dobbiamo essere concentrate per il grande momento, per il torneo. Gli altri non capiscono, non potrebbero. Per esempio, i miei colleghi sono impegnati in venerdì distruttivi tra  pub e discoteche, in lamenti ululanti contro il lavoro servile del contare. I numeri ci guidano e comandano, fanno risultato e differenza. Laura, la mia peggior collega, è la vittima preferita del morbo. Folta chioma rossa, viso da bambolina, abbellito da lentiggini, corpo minuto ma ben fatto. La odio. Le hanno promesso una carriera, dei giorni di gloria. Ride di me.
    “Il venerdì sera è fatto per divertirsi” dice ogni volta che mi incontra. Mi sfotte.
    “Io mi diverto con i miei scacchi.”
    Ma nessuno codifica le mie parole, le interpretano come dei suoni senza senso.
    E tutti ridono.
    Anch’io rido di loro.
    Tutti ridiamo a spese degli altri, che sia l’unico modo per ridere dentro quella maledetta  banca.
    Non importa, io aspetto il venerdì.
    E proprio un venerdì, Perla ci ha mostrato il vestito che indosserà il giorno del torneo: la gonna, la giacca, le scarpe, ma Patrizia era distratta, ha litigato nuovamente col suo ragazzo.
    “Mi aveva invitato ad un concerto rock questo venerdì ma io ho rifiutato, non potevo mancare ai nostri incontri.”
    “Se tu fossi andata, avresti avuto bisogno di un taglio nuovo, i tuoi capelli non hanno più un senso”sbottò sarcastica Perla.
    “Cara il tuo bisogno di un taglio nuovo per un concerto rock, è come il mio per un perizoma!” Esclamò Letizia.
    Perla e Letizia si rispettano ma non si piacciono. Letizia non capiva come una donna che amasse il proprio marito, potesse tradirlo.
    “E’ per non dimenticare che anch’io sono una donna desiderabile!” Rispose infastidita una sera di tanto tempo fa contro Letizia.
    “Non capisco! Tuo marito non ti fa sentire donna?”
    Perla non rispose e loro evitarono per sempre l’argomento, in fondo dovevano incontrarsi solo per giocare a scacchi.
    Una sera Patrizia mi prese in disparte.
    “Anch’io diventerò come loro?” chiese.
    “Come?” risposi, fingendomi sorpresa.
    “Come Letizia e Perla, hai notato che sono sempre un po’ malinconiche!”
    “E’ solo un’impressione, non dar retta a ciò che dicono.”
    Lei mi guardò perplessa, poi scrollò le spalle.
    “Io non tradirò mai il mio ragazzo, lo amo.”
    Le settimane passarono, il giorno del torneo si avvicinava. Durante tutto quel tempo avevo studiato le mie compagne e tutti i loro movimenti irrazionali mentre giocavano. Quando il campo di battaglia è pronto, le sfidanti, compresa me, si guardano negli occhi prima di iniziare.
    Sarà l’unico sguardo che ci rivolgeremo, poi gli occhi saranno servi della tavola a quadri. La signora Letizia, si gratta il naso ogni quattro minuti. Patrizia instaura un duro gioco tra la lingua e i denti, uscendone alla fine della serata completamente martoriata.
    Perla si concentra.
    Io ho voglia di vincere.
    Immagino che le pedine avversarie siano i miei colleghi. Saranno divorati dal mio desiderio di arrivare fino alla fine. Li vedo chiedere pietà, ma le loro teste cadranno e io le raccoglierò per farne palle da bowling, le ossa saranno i birilli. Quando torno in me sono felice, anche se ho paura della cattiveria che sento mentre gioco.
    Ho paura.
    Il giorno del torneo arrivò.
    C’incontrammo in un caffè, poco distante dal luogo dove si sarebbe svolto il torneo. Letizia, statuaria, si presentò con un tailleur prugna adornato da orecchini e collana in perle. I capelli erano raccolti e gli occhi, di un azzurro invidiabile, erano ben truccati. Il viso lungo e sottile, risaltava, grazie ad una cipria dorata posta sugli zigomi. Le labbra, contornate dalle sue affascinanti rughe, erano abbellite da un rossetto rosso mattone. Arrivò in compagnia di due amiche, anche loro avanti con l’età. Erano minute e Letizia balzava agli occhi come una dea.
    Perla, ben svestita, giunse con le gemelle e un uomo.
    Luigi, lo psicologo delle figlie.
    Notai che aveva tagliato le unghia.
    Patrizia, trasandata come al solito, era con la madre.
    “Vincerà, sarà la migliore.”Mi disse.
    Sperai che avesse ragione.
    Naturalmente anch’io avevo bisogno di un sostegno esterno. Pagai profumatamente la mia vicina affinché fingesse che si trovasse lì per me, impaziente di vedermi vittoriosa.
    Elisa, 23 anni, studentessa, carina, svampita e abbastanza squattrinata da accettare la mia proposta.
    Credo che passasse molto del suo tempo a rullare canne.
    Tutte insieme andammo verso i locali adibiti al torneo.
    Il nostro ingresso non passò inosservato.
    Nei tornei di scacchi non vi sono molte donne.
    Ci avvicinammo al bancone delle iscrizioni.
    Dopo aver dato i nostri dati, ci guardammo.
    Avevamo paura, paura di non farcela.
    Poi ad ognuna di noi fu assegnato un numero, un avversario, una postazione e per la prima volta ci dividemmo.
    Superammo il primo turno, poi venne il secondo e lì perdemmo Perla. Tutto questo le procurò un attacco isterico, calmato solo dall’intervento di Elisa, la quale le mostrò l’indirizzo di una “fantastica estetista”, specializzata nella ricostruzione delle unghia: “Fa miracoli!” le disse.
    Al terzo turno, cademmo io e Letizia.
    Ma Patrizia ci regalò il miracolo: la finale!
    Ed eccoci tutte per mano a sperare e a credere che il sogno potesse diventare realtà. Ma il sogno si nasconde dietro ad una finestra, possiamo scorgerlo, chiamarlo, e pregarlo di essere nostro ospite, ma un vento forte lo porta via, e ci lascia solo un gelo, una speranza svanita.
    Gong.
    Il masso è caduto in testa, il giullare esce dalla scatola e grida: “Sorpresa!”.
    Disastro.
    Scacco matto.
    Patrizia era all’angolo, non le restava che gettare la spugna.
    La signora Letizia fece una smorfia che le deformò il viso. Perla si morse la  lingua.
    Silenzio. 
    Io mi volto verso Elisa, le do i soldi promessi e le dico di andar via.
    Patrizia è immobile, gli occhi sbarrati, ha capito, poi la testa tra le sue mani.
    Sconfitta.
    La madre incredula scappa verso il bagno, farfugliando di qualche imbroglio commesso a danno della figlia.
    Patrizia viene verso di noi riuscendo a mormorare a fatica: “Mi dispiace.”
    Io risposi: “Non fa nulla, sei stata grande, il secondo posto è un bel piazzamento.”
    Le bugie sono sempre state il mio forte, un secondo posto non ha lo stesso valore di un  primo. Nessuna di noi avrebbe mai esposto un oggetto che testimoniasse che qualcun altro era stato migliore. Nel frattempo la signora Letizia e Perla avevano iniziato una accesa conversazione. Non seppi mai  perché. Come un fulmine Perla venne verso di me e disse:“Lo sai che lavoro fa mio marito? No, naturalmente no, come potresti. E’ un ingegnere nucleare.” Poi scoppiò in una risata nevrotica, “Tutti pensano che per una donna sia terribile non essere accettata fisicamente, ma non c’è nulla di peggio che sentirsi considerate delle stupide dall’uomo che si ama.” Abbassò il viso: “Luigi è diverso.”
    Sfortunatamente davanti a tanto dolore il mio stomaco ebbe una reazione alquanto strabiliante.
    Attacco di colite acuto.
    Lasciai Perla e cercai disperatamente un bagno. Quando vi entrai trovai la madre di Patrizia che guardava la sua immagine riflessa nello specchio. Era immobile come una statua. Si accorse di me. Con un filo di voce mi dice:
    “Nessuno dovrà mai sapere che mia figlia ha perso, nessuno!”
    Uscì e andò via, portandosi dietro anche Patrizia.
    Io espletai il mio dovere intestinale.
    Alleggerita lasciai il bagno.
    Vidi la signora Letizia seduta su una sedia, aveva il viso stanco, dava l’impressione di un grande condottiero sconfitto dopo una battaglia.
    Si alzò e venne verso di me.
    “Mio marito mi ha tradito per una vita dicendomi che ero l’unica donna che avesse mai amato.” Poi mi strinse la mano e anche lei fuggi via.
    Ormai ero rimasta sola, anche Perla si era dileguata con le gemelle, mentre Luigi sembrava fosse stato avvistato l’ultima volta con Elisa.
    Poi, inspiegabilmente, la mia attenzione fu catturata da una sagoma a me per niente gradita.
    Laura, la mia peggior collega!
    “Cosa ci fa qui?” pensai.
    Lei si avvicinò sorridendomi, e con la sua solita voce smielata e fastidiosa mi spiegò che era lì perché aveva saputo del torneo, e che non vedeva l’ora di vedermi all’opera.
    “Sai ti invidio, tu hai una passione.”
    “Grazie, ma oggi ho perso.” Risposi con gran fatica, non avevo voglia di parlare, anzi non avevo voglia di parlare con lei.
    Ma Laura ridacchiò, mi baciò sulla guancia e disse: “Chi ha delle passioni non sarà mai un perdente.”
    E per la prima volta guardai Laura.
    Eccome se la guardai!
    Io, Patrizia e Perla ci rincontrammo al funerale di Letizia. Ci sedemmo ognuna accanto all’altra, senza dire una parola. Quando la funzione terminò ci separammo, questa volta per sempre.
    Spero che siano felici.
    Io lo sono, continuo a collezionare multe, ma la mia felicità è negli occhi della persona che amo e che incontro ogni mattina nel letto.
    La mia Laura.

  • Come comincia: Finalmente posso ritenermi soddisfatto, sono circa due anni che aspetto questa vittoria, tra denunce, ricorsi e appelli, ore perse dentro e fuori dai tribunali; ora posso ritenermi veramente esaudito in ogni mia richiesta.
    Avete presente quei fastidiosi volantini che compaiono sui semafori, cartelli, ed ogni appiglio urbano?
    Oggi sposi, il nome dei due sfigati di turno, magari risalgono a qualche mese fa, se vi va bene, oppure rimangono a marcire anche per diversi anni.
    E io mi chiedevo sempre, perché cazzo li mettono? Chi se ne fotte se oggi ti sposi? Ti conosco forse? Almeno poi toglili o manda qualcuno per te a staccarli, cazzo non se ne può più.
    E allora, qui entro in gioco io, mi informo, leggi, decreti e assoldo un avvocato, per due anni di ricerca mi è costato circa 19.000,00 euro, ma alla fine ne è valsa la pena, ora posso fare tranquillamente causa agli sposi.
    Cosa ci guadagno io vi chiederete? Certo inizialmente non ci guadagno nulla, ma non voglio più vedere quei fogli appesi ovunque, poi la cosa interessante è un’idea che mi ha aiutato molto a rintracciare gli sposi: fissando una taglia, appositamente scritta sulla locandina di 200,00 euro per sapere chi sono, la gente partecipa entusiasta alla ricerca.
    Non sempre va a buon fine questa caccia, alcune volte gli sposi, attirano così tanti cacciatori di taglie che sono costretti a separarsi, pur di sfuggire ritornano alle proprie case natali con i genitori fino a quando si calmano le cose, i periodi variano dai due a dieci mesi, solitamente come media si aggira sui sei mesi circa.
    E qui entro in gioco io, una volta localizzata la casa, grazie ai cacciatori di taglie, e dopo aver loro pagato il corrispettivo pattuito, io prendo possesso della casa, prima affittandola per cinque mesi a famiglie che cercano alloggi momentanei, e poi prima che rientrano gli sposi, le svuoto completamente depredando ogni oggetto di valore, e considerando che sono articoli tutti nuovi, riesco bene a piazzarli su e-bay.
    Quindi tutto sommato alla fine ci guadagno, considerando anche la copertura delle spese dell’avvocato e dei cacciatori.
    Molte delle coppie al ritorno ritrovando la casa spoglia di ogni bene, si lasciano definitiva-mente e la loro unione si conclude in divorzi o in separazioni; questo fatto è inquietante, si può credere che l’amore finisca così semplice-mente?
    Da un lato mi considero un buon testatore dell’amore che lega due persone, se non fosse stato per me, immagino la vita di quei due poveretti, uniti da un sacramento ma con il tempo si sarebbero lasciati comunque, magari con dei bambini al seguito, sarebbe stata una triste storia, invece così senza soffrire molto e senza far soffrire possibili figli, io metto alla prova i loro sentimenti.
    Guardatevi intorno, se trovate nella vostra città quei volantini avvisatemi, e se conoscete gli sposi, meglio ancora, potete guadagnarvi 200 euro senza fare nulla, e poi vi consiglio di non applicare ovunque i vostri avvisi di nozze, solo per non ritrovarvi poi un domani in casa vostra centinaia di persone in cerca di taglia.

  • 20 gennaio 2009
    Fermata d'autobus

    Come comincia: Vedevo i tuoi sguardi, sembravano persi nel filo conduttore di una vita anonima e ribelle.
    Passavi distratto con il tempo in tasca che scandiva il ritmo costante del tuo passo fino a rallentare dinanzi alla fermata della 65 rossa, capolinea Linate.
    Voltavi il viso abbassando lo sguardo. Ogni giorno - 06,30 - mai un minuto di ritardo.
    Era il nostro rendez-vous, uno spazio sospeso di pensieri distratti dalla meccanica routine del mattino, che si poggiava sui mocassini di camoscio, sul cappotto color cammello.
    Guardavo il colletto della tua camicia, nascosto dal maglione, spuntava appena.
    Impeccabile, perfetto, inamidato.
    - Non può essere una donna a stirare le tue camicie, non la tua donna. Troppo perfette, ne sento l’odore di lavanderia, di lavaggio a secco, di vita asettica.
    Il tempo rallentava nel respiro che cresceva in affanno, dietro la moviola del tuo viso, maturo, privo d’espressione, appena rivolto, appena reclinato.
    Uno sguardo, l’aspettavo e fissavo l’attimo in cui i tuoi occhi mi avrebbero toccata.
    Era come una scossa, un attimo d’apnea. Subito abbassavi lo sguardo come se fosse stato tutto già compiuto.
    Avrei voluto azzardare una parola, una scusa.
    Abbassavi lo sguardo ed il tempo ricominciava a correre, superata l’ultima gamba della pensilina scattavo in piedi, un movimento riflesso, incontrollato, come lo scatto dell’arto galvanizzato di una rana da laboratorio.
    Scattavo in piedi, sistemando i capelli, stizzita da quel passaggio senza senso, quotidiano.
    Si fermava stridula nei freni la 65, rossa, capolinea Linate.
    Un respiro profondo prima di salire, Jasmine era già lì col suo solito sorriso, la solita divisa, la solita frase … “Pronta per volare?”
    – Volare, volare … chissà poi dove? Linate Fiumicino e ritorno in 8 ore e non ho mai visto le sue mani.
    Appoggio il viso al finestrino appannato di respiri promiscuamente liberati, ti osservo girare l’angolo: “A domani”.

  • 20 gennaio 2009
    Il seme della Stima

    Come comincia: Il seme della Stima
    Non conta chi tu sia per gli altri
    ma conta quel che sei per te.
    Non conta come verrai considerato
    ma conta come tu ti consideri.
    Non conta come ti vedrà il mondo
    ma conta come ti vedi tu.
    La Stima è un seme sano
    che crescerà dal tuo cuore non lontano
    Sarai Stimato
    solo se ti sarai Amato.
    Io sono il seme della Stima e voi chi siete?
    Non mi riconosci?
    Disse una voce spavalda e autoritaria.
    Io sono il seme dell’Orgoglio!
    Ed io sono la Vanità!
    Disse poi una voce suadente e allo stesso tempo penetrante, e questo piccolo è nostro figlio il Sogno.
    Benvenuto nella nostra terra!
    Aggiunse poi l’Orgoglio.
    Vostra terra?
    Disse colto dal dubbio la Stima, a me non risulta che questa terra vi appartenga, questa terra appartiene al suo cuore, noi ne siamo solo i semi.
    Modesto sei, cara Stima.
    Intervenne Vanità.
    Non hai ben compreso il ruolo dominante che invece abbiamo, meglio così, non mi entusiasmava molto dover intraprendere un’altra lotta. Addio!
    E poi rivolgendosi ad Orgoglio disse:
    Caro un nemico in meno sulla strada della vittoria, la Stima nasce già perdente.
    Ed entrambi incominciarono a ridere mentre si allontanavano spavaldi.
    La Stima che era appena arrivata su quella terra, ed aveva già avuto un accoglienza poco calorosa, riprese il suo viandare incominciando a guardarsi intorno, e vide la mano dell’Orgoglio e della Vanità aver già innalzato ponti e costruito strade, e camminando tra i sentieri stranamente deserti, incominciò a domandarsi dove fossero finiti tutti gli altri semi.
    Aiuto! Aiuto!
    Una vocina debole quasi come un soffio, chiedeva aiuto e la Stima prese a cercarla ovunque ma inutilmente, solo dopo tanto tempo capì che proveniva da sotto i suoi piedi, sepolta sotto metri e metri di terra.
    Cara calmati, sono qui.
    Disse con intenzioni eroiche la Stima, prese poi a scavare a mani nude procurandosi graffi e profonde ferite, ma non si fermò sino a quando non l’ebbe tirata fuori.
    Cara come ti chiami - Disse poi:
    Io sono l’Umiltà, a te la mia infinita stima e tu chi sei?
    Per l’appunto io sono la Stima.
    Rispose.
    Cavaliere per natura essendo io l’Umiltà, viaggiavo in questa terra nell’offrire il mio umile sostegno, ed un giorno fui attaccata da due creature Vanità e Orgoglio, che mi seppellirono sotto metri e metri di terra.
    Cieche creature!
    Disse la Stima, indignato, mentre portava al riparo l’Umiltà stanca e ferita.
    Cara riposati riprenderemo il viaggio insieme domani.
    Non appena l’Umiltà fu in grado di viaggiare, i due ripresero il cammino, la Stima con circospezione perlustrava millimetro dopo millimetro la terra di quel cuore, voleva portare il suo aiuto a chiunque fosse in difficoltà, e vide un seme marcire nello stagno putrido delle lacrime nere.
    Allungò la mano per tirarla fuori da quelle acque di morte, trascinandola in salvo.
    C’è speranza!
    Urlò Stima, pieno di soddisfazione per aver tratto in salvo un altro seme.
    Come ti chiami dolce creatura!
    Hai appena pronunciato il mio nome mio signore, io sono la Speranza, camminavo stringendo tra le braccia mio figlio Sogno, me lo hanno portato via due creature, sono disperata aiutami, Aiutalo.
    La Stima era oramai su tutte le furie, il bambino che stringeva tra le braccia la Vanità era il figlio della Speranza, non il suo. Accompagnato dalla Speranza e dall’Umiltà, s’incamminarono per quella strada alla ricerca del piccolo Sogno, e quando si trovarono di fronte Vanità e Orgoglio, la Stima disse:
    La terra del cuore non è campo di battaglia, non si uccidono i semi e non si prende il comando di niente, si convive semplicemente sotto il sole dell’amore, ma voi due avete fatto di questa terra un arida steppa, restituite Sogno alla Speranza.
    Nel frattempo Orgoglio aveva sguainato la spada dicendo:
    Quel bambino è mio figlio non lo avrai.
    Quel bambino non ti appartiene Orgoglio, la tua forza superiore nasceva dall’aver soffocato l’Umiltà e la Speranza, ma ora sono entrambe al mio fianco e ti dico che l’Umiltà è tua sorella e la Speranza vostra madre.
    Orgoglio senti un dolore lancinante allo stomaco come se due pugnalate profonde gli fossero state inferte, ma Stima non aveva neppure sguainato la sua spada.
    Voi tutti, siete i figli della Speranza, in voi i colori e le molteplici sfumature di questa immensa terra che attraverso voi fiorirà, in voi i suoi sentimenti, i suoi pentimenti, i suoi ardimenti…ma nessuno di voi tenti di attuare i suoi intenti, la terra del cuore non è terra di conquista.
    Ma se noi siamo tutti figli della Speranza tu Stima chi sei?
    Io sono il frutto della vostra comprensione, ma se voi non comprenderete d’essere tutti semi ugualmente preziosi nella terra del cuore, io non potrò mai vedere la luce.
    Io sono la Stima e nasco solo nella terra dell’amore dove l’armonia è sovrana.

  • 20 gennaio 2009
    I doni di Prometeo

    Come comincia: Prima che Prometeo si facesse prendere dalla brama del successo e si intromettesse nelle faccende degli uomini allo scopo di diventare un mito a tutti i costi, gli esseri umani se la passavano davvero bene - anzi, se la spassavano.
    Guardavano e non vedevano, ascoltavano ma non capivano, si riparavano un po’ qua un po’ là, senza preoccuparsi di case di legno o di mattoni, rifugiandosi magari sotto terra, come formiche o talpe.
    Indifferenti al freddo dell’inverno e alla calura dell’estate, non calcolavano il tempo e dunque non soffrivano di stress, trascorrevano la loro vita senza l’ansia della semina e del raccolto, senza calcoli né riflessioni filosofiche sui vantaggi e gli svantaggi dell’essere uomini invece che bestie. Anzi, le bestie erano i migliori amici degli uomini – e su questo non è che sia cambiato un granché nel corso dei millenni -.
    Quando si ammalavano lasciavano fare alla natura, non conoscendo unguenti né pozioni medicamentose, e il più delle volte se la cavavano, tanto che la morte spesso doveva inventarsi degli hobby alternativi, per ingannare il tempo dell’attesa.
    Ma se gli uomini erano saggi nella loro profonda ignoranza, non lo erano altrettanto gli dei che, come sappiamo bene, erano nati con una gran presunzione congenita e con la convinzione che, se per caso dovessero verificarsi problemi sulla terra, tocca sempre ad un dio risolverli – anche a questo riguardo le cose non sono cambiate poi molto nel susseguirsi dei millenni: infatti, a scadenze cicliche, in punti diversi del globo compare il dio del momento e ne conseguono catastrofi e genocidi.
    Fu così che entrò in scena quel Prometeo di cui si è detto prima e decise del tutto autonomamente di donare agli uomini tutto ciò di cui non avevano affatto bisogno.
    A partire dalla scienza degli astri – per cui si cominciarono a distinguere nel fluire del tempo le quattro stagioni, con la conseguenza che la fiorente primavera e la fruttifera estate vennero privilegiate rispetto al gelido inverno e al plumbeo autunno e gli uomini conobbero la tristezza delle lunghe giornate piovose e l’insofferenza del caldo afoso – forse per questo motivo nel futuro della storia dell’umanità ci fu chi si preoccupò di sconvolgere a tal punto l’equilibrio ecologico, da eliminare ogni differenza meteorologica e climatica tra le quattro sorelle e l’inverno si confuse con l’autunno, la primavera scomparve del tutto e l’estate, più capricciosa che mai, faceva capolino a suo piacimento nel corso dell’anno, portando con sé piogge rovinose e calure da piromania acuta.
    Poi inventò per il genere umano la scienza dei numeri e le combinazioni delle lettere, sulle quali si basa il ricordo di ogni cosa, senza chiedersi se per caso qualcuno preferisse lasciare al buco nero dell’oblio il passato, per proiettarsi interamente verso il futuro.
    Insegnò agli uomini come aggiogare le bestie, perché facessero al loro posto i lavori più pesanti – e da lì derivò l’unica , reale distinzione tra uomini e animali -.
    Inventò le vele per le navi – le prime agenzie di viaggi nacquero allora - e le miscele calmanti per difendersi da tutti i morbi – cosicché, anche quando non ne avevano affatto bisogno, gli esseri umani si imbottivano di medicine, con la conseguenza di ammalarsi sul serio.
    Ma il clou dei clou Prometeo lo raggiunse quando rivelò all’uomo i beni nascosti nelle viscere della terra: bronzo, ferro, oro. Non poteva certo immaginare, l’ingenuo, che con il passare dei millenni un uomo più scaltro di altri ne avrebbe approfittato per spaccare in due l’umanità: chi ha l’oro e chi non ce l’ha – ma queste sono sottigliezze di fronte ai vantaggi del profitto.
    Alla fine, però, commise un errore imperdonabile, che gli costò il fegato: volle strafare e rivelò agli uomini il segreto del fuoco, rubandolo al padre Giove.
    E Giove, che non per nulla era il dio dell’Olimpo e per diventarlo aveva dovuto affrontare persino le cento teste di Tifèo - per non parlare della lotta coi Titani, che l’aveva davvero stressato - dopo aver lanciato dappertutto fulmini e saette, come succedeva quando si arrabbiava sul serio, scelse per il figlio degenere una punizione a dir poco  crudele, da tortura cinese: lo incatenò su una rupe del Caucaso e ordinò ad un avvoltoio di rodergli il fegato durante tutto il giorno: ma questo, quasi a dispetto, ricresceva tale e quale durante la notte. E l’avvoltoio lì a rodere tutto soddisfatto da mattina a sera, sapendo che avrebbe tranquillamente digerito nel corso della notte.
    Solo che Giove non aveva fatto i conti con Ercole, suo figlio – nato per caso da una relazione extraconiugale con Alcmena, mentre il marito di lei, Anfitrione inseguiva la gloria militare nella guerra contro i Teleboi – vedi a cosa porta la smania di successo?
    Dunque Ercole, che non sopportava di essere un semplice semidio, spesso ignorato e snobbato elegantemente dai vip dell’Olimpo, volle farla pagare al sommo padre Giove - che nel frattempo continuava con le sue scappatelle, alle spalle di Giunone, sua moglie – e un bel giorno liberò Prometeo dall’avvoltoio.
    Non mi chiedete come quest’ultimo si sia procurato il cibo da quel momento in poi, perché i testi antichi non lo dicono, ma certamente in qualche modo se la sarà cavata anche lui., e d'altra parte che la sua specie abbia proliferato ampiamente nel corso dei millenni è un dato: basta guardarsi intorno.

  • 20 gennaio 2009
    Quando una stella muore

    Come comincia: Vito preferì restare nella sua stanza a consumare la cena curvo sulla scrivania, senza perdere il filo della concentrazione.
    L’avvocato Alfio Ruletta, benché di norma contrario a elargire tali permessi ai suoi figli, quella sera non avanzò obiezioni, e occupò la sedia a capotavola, scandendo sottovoce in complimentosa marca palermitana;
    “Bene, bene.”
    La signora Ruletta divise le porzioni di girello e patate al forno, tra lei, suo marito, e la figlia minore, Carmela, che in casa ( e presumibilmente anche fuori) chiedeva di essere chiamata più rispettosamente, secondo lei, Carmen.
    “Carmela, a tavola!” sussultò il padre dal suo posto di comando.
    “Non la chiamare così Alfio, che poi si mette a discutere e non la finisce più.”
    “Ma insomma è o non è il suo nome?  ‘Sta picciuttedda, proprio, si fissa nelle cose; e pure tu che le dai corda!”
    Carmela, quattordici anni, un visino visibilmente roso dall’acne giovanile, entrò salutando con diffidenza i genitori e si mise a mangiare, premurandosi di tenere lo sguardo quanto più possibile basso sul cibo.
    “Sai, Carmela, scusami, Carmen” cominciò a stuzzicarla il padre, col suo risolino da ipocrita navigato“ io e la mamma abbiamo pensato di cambiare i nostri nomi.
    Io non mi chiamerò più Alfio,ma Antonio; tua madre non sarà più Francesca, ma Cleopatra. Antonio e Cleopatra: belli, no?
    “Finiscila ora Alfio, e pensiamo alle cose importanti” tuonò la signora Ruletta, masticando frettolosamente un boccone.
    “Ecco,bravi, finitela” soggiunse Carmela, in evidente stato d’indisponenza.
    “Che ti ha detto Fogliardi?” domandò la signora Ruletta al marito.
    “Mi ha detto che tutti concordano con lui, nel descriverlo come un giovanotto intelligente, serio, disciplinato, e che sicuramente farà tanta strada. A quanto pare è entrato nelle grazie del professor Rapisarda, quello di diritto romano. Lo sai che ha chiesto a nostro figlio di assisterlo personalmente nello sviluppo delle tesi dei suoi laureandi?”
    “Si, vabbene; ma allora Fogliardi glielo da il trenta?”
    “Mi ha lasciato intendere che farà il possibile.”
    “Ah, lo vedi, non è più sicuro” sbottò la moglie, dando con le posate una sonora scossa al piatto di porcellana.
    “Che cosa mi doveva dire per telefono, Franca? Manco tu mi sembri” andava scaldandosi Alfio, “sai bene quello che c’è  per ora in procura, e non è che uno può parlare di queste cose così, ai quattro venti. “
    “Ho capito ma non è la fine del mondo, se fai una telefonata…”
    “Zitti,zitti, un altro omicidio” li interruppe Carmela, alzatasi ad aumentare il volume della televisione.
    “Non si ferma la spirale di sangue nel palermitano. Stamane,a Trappeto, comune distante quaranta chilometri dal capoluogo siciliano, sono stati rinvenuti i cadaveri di Giuseppe Micé e Rosario Cannata, affiliati alla cosca degli Inzerillo, e già da tempo nella lista dei condannati dei boss corleonesi. I corpi sono stati ritrovati sulla spiaggia del litorale da un pescatore del luogo, rimasto sottochoc dall’efferatezza dell’esecuzione. Micè e Cannata avevano il cranio spaccato in più parti, e fori di proiettile nella cavità faringea.
    Gli inquirenti parlano a questo punto  di  caccia aperta, e fanno il nome di Giuseppe Insigniti, già prestanome della famiglia Inzerillo, come prossimo obiettivo dei clan corleonesi…”
    “Carmela, abbassa quel coso” sbuffò esagitato l’avvocato Ruletta.
    La moglie gli rincarò appresso: “Si, tesoro, stiamo cenando, spegni.”
    “Carmen, papà; io sono Carmen, quante volte te lo devo ripetere!”
    “Si, vabbè, la stupida che sei” così dicendo l’avvocato si levò da tavola, e con piglio deciso spense la TV.
    C’era un attributo che Vito non tollerava gli venisse affibbiato: stupido. Potevano dargli dello stralunato, dell’asociale, del presuntuoso, sferrargli persino del delinquente.  Li faceva passare tutti questi “apprezzamenti”, spesso con una risata provocatoria all’indirizzo dell’accusatore.
    Ma stupido, fosse venuto a dirglielo Gesù Cristo in croce, a quell’offesa non avrebbe porto l’altra guancia.
    Avrebbe cominciato a irritarsi, uncinando prese di posizione sul fatto che i veri stupidi sono altri. E avrebbe detto e stradetto sul conto dei suoi concittadini.
    Da quei clienti che “non si accorgono” che il salumiere ha appena agevolato un tipo sospetto, risparmiandogli la penosa ressa al bancone, sì da  introdurlo più comodamente sul retro, da cui il favorito ne esce colmo di primizie quanto un’oca farcita.
    A quelli che, confinati come apostati  sul tavolinetto del bar, parlottano dell’ultimo omicidio di mafia, come se disquisissero di calcio o varietà;
    “L’ammazzaru.”
     “Ah, si?”
    “E s’avia a maritari Duminica.”
    “Mah…chi dici, t’ù pigghi un cafè?”
    “Sì, offro io però.”
    “Se io sono stupido”, rifletteva Vito “allora gli altri sguazzano in un mare d’imbecillità.”
     Mentre lavorava sul motto finale del volantino, sentì qualcuno agganciare la maniglia esterna della porta.
    “E’ permesso?” domandò la signora Ruletta, con voce ammansita di spia reietta.
    Vito ebbe giusto il tempo di nascondere il volantino in mezzo a un bloc-notes e di riprendere in mano il corposo armamentario giuridico.
    “Per il principio di colpevolezza,un fatto può avere attribuzione penale solo se vi sono i presupposti per ritenerlo oggettivamente imputabile al suo agente…” intonò con registro artificioso.
    Si ritrovò lo sguardo della madre addosso.
    “Tutto bene?”
    “Si, mamma. Volevi qualcosa?”
    “Studia, bravo, ma non ti stressare” si complimentò Francesca con una pacca compiacente sulla sua spalla, “papà ti manda questi.”
    Vito si pentì amaramente di non essersi chiuso a chiave.
    Lo fece qualche attimo dopo, mescolando in sé una miscela di disgusto e irritazione.
    Prese la banconota di cinquantamila lire e l’accese con un fiammifero; la poggiò sul posacenere e ne ammirò l’inevitabile consumarsi.
    “LA GIUSTIZIA NON BRUCERA’ A FUOCO LENTO”, sentì d’un tratto ispirarsi.
    Mise sul mangianastri una musicassetta dei Queen, e graduò  il volume cosicché i suoi di là non ascoltassero.
    Poi, distesosi sul letto, telefonò a Corrado, il quale sembrò rispondergli con piglio suscettibile.
    “Vito, dimmi.”
    “Ohi Corrà, per i volantini tutto fatto. Tu hai riempito le taniche?
    Corrado accennò un respiro sommesso.
    “Ohi, allora?”
    “Vito, io sto pensando a studiare. Ho sentito Furio e Anna Rita,  e pure loro erano con i libri in mano. Noi tre lasciamo stare sta stronzata; dovresti farlo anche tu.”
    “Compà, ma che cazzo dici? Vi siete bevuti il cervello, tu e gli altri finocchi dell’ Armata?” inveì Vito con occhi furenti, afferrando da una tasca dei blue-jeans  un foglietto giallastro e spiegazzato “ brutto stronzo, leggi il quarto punto del regolamento : ogni atto intimidatorio deve avvenire col favore del buio, e avvalersi della collaborazione di ciascun membro del gruppo! Ciascun membro, hai capito!”e quasi non svenne dalla troppa ira.
    “Ma parli proprio tu?” tuonò altrettanto aspramente Corrado, “Già, lui, il figlio dell’avvocato Ruletta, il ricettatore che ruba ai ricchi per dare ai mafiosi.”
    “Guarda Corrado, che se avessi anche solo una prova sul conto di mio padre”, aggiunse Vito sforzandosi di essere lucido “io…”
    “Tu, che faresti tu?”
    “Io… lo ucciderei.”
    “Sì, vabbè. Intanto vai a farti raccomandare per l’esame. “
    “Basta! Non puoi dire certe cose! Perché l’avrei fondata l’Armata della Giustizia, se no? Pronto?”
    Corrado aveva riagganciato. Erano appena trascorse le nove.
    Fin da bambina, la segreta passione di Carmela era stata l’astronomia.
    Ancora oggi, quando di giorno capitava che una compagna di scuola la trattasse in malo modo e lei si rintanasse a piangere nei bagni, la faceva stare meglio pensare che un corpo lucente di lì a poco sarebbe sceso a infonderle più coraggio, a scapito della sua proverbiale paura.
    Carmela rientrò in camera dopo aver cenato, e dall’angolo dietro la porta trasse la fodera argentea con il telescopio che, suo zio, astronomo tra i più rispettati d’Europa, gli aveva regalato il giorno del suo dodicesimo compleanno.
    Aprì le imposte e si affacciò come ogni sera al terrazzino.
    Soffermò per pochi istanti l’attenzione sul cielo diafano di quella sera.
    Puntò poi il tubo ottico verso l’orsa maggiore e si pose a focalizzare l’immagine.
    Poco dopo lanciò un enfatico grido:
    “Una stella è esplosa nel cielo!”
     Vito si guardò attorno con aria insensata e, ubbidendo a un moto di rivalsa, aprì l’uscio della camera e si slanciò di corsa verso l’ingresso.
    “Vito, dove vai?”, chiese discretamente la madre  dal soggiorno.
    “Le chiavi, le chiavi”, confabulò Vito, “le chiavi della vespa!”
    “Le hai lasciate sul ripiano della cucina. Ma ti senti bene?”
    “Si, certo… anzi no, non sto bene. Mi faccio schifo,mi fate schifo!”
    Vito afferrò le chiavi dalla cucina e scomparve dietro la porta dell’ascensore.
     Francesca Rutella, rimasta di schianto di fronte a un acredine cui mai il figlio l’aveva sottoposta, si mosse trafelata verso lo studio del marito, impegnato in una conversazione per cui aveva espressamente richiesto il massimo della privacy.
    Attese dietro la porta che egli ultimasse la telefonata.
    “Va bene, non appena avrò la conferma, vi manderò il segnale.”
    “A dopo avvocato.”
    “Sì, a dopo.”
     Gli erano passati proprio di fronte. Avevano ancora i kalashnikov tra le mani.
    Vito ebbe addirittura l’impressione che l’uomo sulla motocicletta volesse sparare pure a lui.
    Ma quello forse, vedendolo che restava a quel modo pietrificato sulla sella della vespa, doveva aver stabilito che non occorreva.
    Vito attraversò quel pezzo della via Isidoro Carini a passo di redenzione.
    Da un indicibile senso di freddo alle ossa, comprese che dietro le maschere di sangue stavano il generale Dalla Chiesa e sua moglie.
    Restò a fissare la scena per qualche secondo, con il volto trasfigurato.
    Risalì velocemente a casa,  fece a pezzi una scatola di cartone, e su una facciata vi scrisse:
    “QUI E’ MORTA LA SPERANZA DEI SICILIANI ONESTI.”
    La fissò nel muro di fronte, dove ribollivano ancora i corpi degli assassinati.
    Vito montò sul vespino e non diede più tracce di sé.
    Nessuno  attraversava ancora la via, né c’era gente esposta ai balconi delle case.
    Solo Carmela era affacciata al terrazzino e  col telescopio indagava vanamente il cielo.
    Come se, in quel momento, tutte le stelle fossero morte.

  • 20 gennaio 2009
    La principessa povera

    Come comincia: C’era una volta una principessa di nome Normalina.
    La principessa era una normale principessa, non particolarmente bella, ma nemmeno brutta, non molto alta, ma nemmeno bassa, non molto intelligente, ma nemmeno stupida.
    Suo padre, il re, era un re normale, come tanti altri; non più giovane, ma non ancora vecchio, non molto potente, ma nemmeno debole, né buono né cattivo.
    Il regno del re e della principessa era un regno normale, si chiamava infatti Normalandia, né grande né piccolo, non ricco, ma nemmeno povero, non sovraffollato ma nemmeno disabitato.
    Tutti vivevano delle vite normali, non avventurose, ma neanche banali o noiose.
    Un giorno giunse davanti alle porte della capitale un corteo regale, in visita da un altro regno.
    In testa allo sfarzoso corteo trottava il Principe Anselmo, figlio del potente e ricchissimo re di Crapulonia. In sella a un destriero bianco splendente, il principe vestiva tutto di broccati e sete, ricamati d’oro e pietre preziose. Mai nel regno di Normalandia si era visto tanto lusso tutto in una volta.
    Il re e la principessa Normalina, si precipitarono all’ingresso del loro palazzo, nè grande nè piccolo, per salutare e accogliere il principe Anselmo.
    Il corteo giunse quindi davanti al palazzo e il principe Anselmo mise piede a terra, su un tappeto intessuto d’oro, che un suo valletto gli aveva posto accanto al cavallo.
    La principessa Normalina, abbagliata dallo splendore del principe rimase incantata e senza parole.
    Il re si avvicinò ad Anselmo e lo abbracciò e baciò, come usa tra le persone civili.
    Ma Anselmo ricevette con poca grazia quel gesto di benvenuto e si affrettò a lustrarsi le guance che il re aveva baciato, con un fazzolettino di seta purissima.
    La povera principessa era stata folgorata dalla bellezza del principe Anselmo che, oltre che riccamente abbigliato, era veramente molto bello e ben fatto, per quanto tutti notassero come fosse un po’ carente di gusto e di educazione.
    Tutta la città venne addobbata a festa, come mai era stato fatto a memoria d’uomo, in onore del principe Anselmo.
    Al banchetto furono serviti tutti i cibi più raffinati e deliziosi, per compiacere il palato del nobile ospite.
    La principessa Normalina, poverina, se ne stava seduta di fronte al principe Anselmo, piluccando appena un grappolino d’uva, con gli occhi incollati sul giovane aitante rampollo del re di Crapulonia. Era ormai completamente innamorata.
    La sera, dopo che si furono ritirati, Normalina andò dal padre e lo informò con grande calore dell’amore che sentiva per Anselmo.
    Il re, che si era accorto subito del dardo che aveva trafitto il cuore della sua unica figlia, promise alla fanciulla di parlare col principe, per capire se anche lui provasse gli stessi sentimenti.
    Il giorno dopo, mentre passeggiavano per i giardini del palazzo, nè troppo grandi nè troppo piccoli, il re prese sottobraccio Anselmo e con garbo e molta attenzione portò il discorso su sua figlia.
    Al sentire il nome della giovane, il principe si fece rosso in viso e cominciò a balbettare, il re ebbe così la prova che anche lui era follemente innamorato.
    Rientrò quindi alla reggia, non tanto sontuosa ma nemmeno spoglia, con il cuore pieno di gioia, per dare la notizia all’amata figlia.
    I festeggiamenti per l’ospite durarono alcuni giorni, durante i quali le dispense del palazzo furono svuotate di ogni ben di Dio, per onorare il principe.
    Quando giunse la vigilia della partenza, il re, che vedeva la figlia struggersi d’amore per il bel giovane, si fece coraggio e preso Anselmo in disparte, gli comunicò i sentimenti che ella provava per lui.
    Anselmo ne fu tutto felice, si fece ancora più rosso in viso e confessò al re di essersi innamorato di Normalina al primo sguardo.
    Il re scoppiava di felicità, voleva correre subito dalla figlia per darle la bellissima notizia, ma vide che Anselmo si era fatto pensieroso. Gli domandò come mai fosse triste invece di essere contento e il principe gli fece una confessione.
    Gli disse che suo padre e sua madre, i sovrani di Crapulonia, non avrebbero mai acconsentito alle sue nozze con una principessa di un regno così povero.
    Il re fu quasi colto dal pianto a sentire quelle parole e si ritirò nelle sue stanze a meditare.
    Dopo una notte insonne, passata ad arrovellarsi sul problema, si alzò dal letto con una decisione in testa.
    Prima di tutto andò dalla figlia e la informò dell’amore di Anselmo.
    A sentire la notizia, Normalina pianse di gioia e abbracciò il padre e si mise a saltare sul letto e non finiva più di agitarsi. Purtroppo il re dovette anche dirle del problema che Anselmo gli aveva posto e la sua povera figlia passò in un istante dalle lacrime di gioia a quelle di disperazione.
    Il re, che pur non essendo né buono né cattivo, amava la sua unica figlia più di qualunque altra cosa al mondo, si affrettò a metterla al corrente della sua decisione. Avrebbe trasformato il suo regno nel luogo più lussuoso che si fosse mai visto, per non dispiacere ai sovrani di Crapulonia.
    Quando si salutarono per la partenza, il re disse al principe che, se fosse tornato di lì a un anno, in compagnia dei genitori, avrebbe trovato il regno, la capitale e il palazzo trasformati e avrebbe potuto senz’altro sposare Normalina.
    Anselmo ne fu tutto felice e partì al galoppo con tutto il suo seguito, per dare la grande notizia ai genitori.
    Immediatamente il re promulgò un editto, nel quale imponeva a tutti gli abitanti di partecipare, senza risparmiare né lavoro né denaro né ingegno, alla trasformazione del regno. Tutto doveva essere abbellito, ricostruito, addobbato e decorato.
    Per un anno intero tutto il regno di Normalandia fu assorbito in questa epica impresa. Alla fine non restava più una moneta d’oro nelle casse del re o nel borsellino del più umile artigiano. I granai erano vuoti, i magazzini privi di tutto, la gente era tutta dimagrita per i digiuni forzati, però tutti vestivano abiti di velluto e seta e la capitale era uno splendore di marmi e ori e opere d’arte.
    Il re e la principessa, fin dalle prime luci dell’alba, stavano sulla torre del palazzo, né alta né bassa, per avvistare il corteo dei sovrani di Crapulonia. Quando lo videro spuntare al limite della valle, non molto estesa ma nemmeno angusta, i loro cuori ebbero un sobbalzo.
    Alla notizia dell’avvistamento la capitale si animò come un alveare, tutti correvano di qua e di là per dare gli ultimi ritocchi. Chi spolverava per la centesima volta le bandiere, chi spazzava la strada, ormai lucida come uno specchio, chi si abbigliava col suo vestito più bello.
    Il corteo dei signori di Crapulonia giunse davanti al palazzo, che risplendeva come un gioiello.
    Il re e la regina scesero dalla carrozza, accompagnati dal principe.
    Anselmo non osava levare lo sguardo sul re di Normalandia, né tantomeno sulla principessa Normalina.
    Il signore di Crapulonia, con fare gentile ma altezzoso, si guardò intorno per un po’. Ammirò il palazzo e i vestiti dei nobili e del popolo, tutti ricchi e impeccabili, notò le strade belle e pulite e i giardini rigogliosi di fiori e piante.
    Poi si avvicinò al re di Normalandia e presolo sotto braccio, si incamminò verso il palazzo, come fosse casa sua. Tutti notarono che anche il padre, così come il figlio, mancasse di educazione e buon gusto. I due sovrani si ritirarono quindi nel palazzo.
    Passarono le ore e nulla si sapeva della decisione del re di Crapulonia o anche solo di cosa stessero discutendo i due regnanti.
    Normalina ed Anselmo se ne stavano in disparte, ognuno per conto suo, lui nella sua stanza e lei nella sua, tenendo il fiato sospeso per l’attesa sfibrante. Gli abitanti della capitale erano tutti raccolti intorno al palazzo reale, in silente e trepidante attesa.
    Alla fine dopo molte ore i due sovrani ricomparvero nella sala del trono.
    Tutti i cortigiani si fecero attorno, per sapere finalmente quale fosse l’esito di tutto l’immenso sforzo che avevano sostenuto per amore della principessa.
    Il re di Crapulonia si portò al centro del palco reale e nella sala calò il silenzio.
    Si schiarì la voce con un colpo di tosse e poi disse, con voce annoiata che sì, il palazzo era bello, ma i marmi non erano di prima qualità, gli ori non erano puri e i tessuti belli ma di fattura mediocre, che la città era pulita ma non splendente, che i giardini erano rigogliosi ma non lussureggianti, che gli abiti dei cortigiani erano ricchi ma non lussuosi, che tutto il regno era bello ma non stupefacente.
    Quindi non avrebbe potuto dare in sposo suo figlio alla figlia del re di Normalandia.
    Detto questo, tutto il corteo uscì dal palazzo e si diresse verso le porte della città, per rientrare a Crapulonia.
    La principessa Normalina si chiuse nelle sue stanze, il re rimase seduto sul suo trono e tutti i cortigiani se ne stavano muti e afflitti per le stanze del palazzo. In città gli abitanti erano tristi e disperati. Avevano dato fondo a tutte le loro ricchezze, ai loro sforzi, al loro ingegno, ma non era bastato. Adesso si ritrovavano un regno bellissimo, ma privi di risorse e perfino il cibo scarseggiava.
    Da quel giorno, in tutto il regno di Normalandia, fu proibito per legge, di eccedere in sfarzo e lusso.

  • 20 gennaio 2009
    Siamo tutti persi

    Come comincia: Quelli che hanno visto cosa e chi si può incontrare sulla propria strada e non c'è sicurezza, tranquillità e amore che li possa trattenere. E si buttano e dopo è troppo tardi: diventa una molla che, per quanto si allunghi, richiama sempre a se.
    Quelli a cui la molla ha portato via la persona amata, quella che era la vita e che andandosene ha portato con se anche un pezzo di cuore e ha lasciato ferite, sporco e ossa rotte.
    Quelli che sono rimasti lì a vacillare spinti da un'onda piuttosto che da un'altra, che tanto non fa differenza: birilli legati al suolo dalla paura di questo mondo che rotola, dove non ci sono ostacoli perché è un deserto. E rotola rotola e quello che incontra è talmente piccolo e insignificante e impaurito che lo schiaccia e nessuno se ne accorge.
    Quelli che credono di poter fare la differenza ma che alla fine si ritrovano a lottare contro i mulini a vento e vengono presi per pazzi e giudicati molto più di coloro che hanno tradito e fatto soffrire e molto più di quelli che hanno deciso di farsi da parte per paura e si nascondono nella propria casetta sull'albero e scendono solo quando non c'è nessuno.
    Quelli che cambiano e non si piacciono più però ormai è fatta.
    Quelli che accettano le gabbie solo perché ad un certo punto o scegli l'amore o scegli la compagnia perché sono stanchi della solitudine.
    Quelli che hanno trovato l'armonia che ben consapevoli della loro fortuna si chiudono nel proprio universo e ci lasciano qui a guardarli a testa in su: e si perderanno anche loro a forza di girare in tondo nella propria gabbia di cristallo.
    Quelli che sono diversi, che sono sempre stati diversi e che si sentono diversi ma che nessuno crede che possano essere così e che la gente pensa che sicuramente nascondano qualcosa di brutto ma che in realtà non hanno niente di brutto da nascondere. Sono solo così chiari che la gente furba se ne approfitta e poi li abbandona quando si siedono a riposare un po' e la gente ottusa si prende paura e poi li abbandona ma dopo averli fatti annegare nella diffidenza.

  • 20 gennaio 2009
    Spalle al muro

    Come comincia: Appoggiato al muro aspettavo la sera, laggiù, in quel vicolo che conduce al mare. Sono rimasto con i pensieri e la schiena attaccati a quel vecchio muro di pietra cercando di capire tutto quello che mi avevi detto. Potevo solo tacere, leggere tra le pieghe della tua bocca che vomitava l'inferno e la disperazione. Restavo fermo davanti a te mentre mi chiedevi di ruggire ancora, come il mare quel giorno.
    Non sappiamo nemmeno quale forza abbia tenuto il nostro cuore in pugno affinché smettesse di battere più forte; la tua era forse solo rabbia, forse stanchezza.
    Avrei lasciato le mie mani andare sul tuo corpo per ritrovare ancora il tuo seno. Ma rimanevo lì immobile e guardavo le tue mani che si trasformavano in mazze ferrate e mi colpivano forte sul petto; poi il pianto rallentava come i tuoi colpi, fino a spegnersi tra i singhiozzi. Mi facevano più male le tue lacrime che ogni colpo ricevuto.
    Stavo lì, con le spalle al muro, mentre sparivi dietro l’angolo lasciando solo la scia del nostro tempo.
    Non trovavo la forza di andarmene, di lasciare anche quell’ultimo posto dove sapevo avresti potuto trovarmi. Forse gli occhi si bagnarono per la pioggia, ma venne la notte a nascondere la mia fuga.
    Ritorno ancora qui per cercare il suono di un perché. Forse coglierò il giorno nel quale anche tu avrai bisogno di risposte e ti vedrò accarezzare quel muro nudo e pietoso che ha accolto la mia pena.
    Sai amore mio, io non sono mai andato via da quel muro: quando si muore non si va più via da nessun posto.

  • 20 gennaio 2009
    L'origine dell'Amore

    Come comincia: Come lo vidi quella notte di luna piena, ancora steso e dormiente sull’erba al di là del fiume, capii che era lui. D’altra parte non c’erano alternative, essendo noi gli unici esseri umani nell'Eden. Subito, quasi attratto da un richiamo misterioso, lo vidi svegliarsi, stropicciarsi gli occhi e rivolgerli  verso  di me. Con un sorriso, mi accennò un timido saluto con la mano al quale risposi sorridendo a mia volta.  Poi, con un cenno, lo invitai a  raggiungermi,  incoraggiandolo ad attraversare il fiume come forse mai aveva osato fare prima.  Era bello. Ogni suo muscolo era un’esplosione di forza, ogni suo gesto una promessa. Quanta energia emanava il suo corpo!  Selvatico come un cacciatore all’inseguimento della sua preda ma ingenuo come un cucciolo ancora inconsapevole del suo destino. Tutto bagnato e ansante approdò a me e si sedette al mio fianco. Sentivo il suo cuore battere forte e guardandolo leggevo, dietro i suoi occhi scuri, una sola domanda: “Chi sei?”, mentre tutto il suo corpo tradiva già il desiderio incontenibile che l’avrebbe presto consegnato alle mie braccia. Dedicai così gran parte della notte ad istruirlo, come God (il Grande Organizzatore Divino) mi aveva ordinato, anche se a fatica trattenevo il mio appetito per quella creatura tanto diversa eppure così simile a me. Inventare parole era la prima cosa da fare e anche la più divertente, fino a che, inevitabilmente, non passammo ai fatti, obbedendo entrambi alla Natura.
    Il chiaro di luna cedette sotto i primi raggi di sole e quell’alba fu testimone dell’unione dei nostri corpi, della compenetrazione delle nostre membra e  della fusione dei nostri umori! Oh, che meraviglia scambiarsi i primi baci,sentire le nostre lingue avide arrotolarsi, frugare, giocare a quale delle due sapesse spingersi più in fondo. Era così forte quell'impeto dentro di me, come se Adamo volasse dentro il mio ventre, fino a raggiungere la mia testa, in un'onda che mi percorreva tutta, che si impossessava di me una volta... due ... e un'altra ancora!... Quel calore dolce e violento insieme che mi annullava, prendeva il posto delle mie viscere, mi svuotava e mi riempiva di un'estasi nuova, sconosciuta...Ma che cos’era? Tutt’a un tratto sentii di aver perso tutta la mia sicurezza e la mia lucidità, così all’improvviso, vacillavo sotto i brividi che Adamo inaspettatamente mi aveva regalato.
    Ma ero felice!
    "Adamo - sussurrai in un soffio, ubriaca di passione - sono venuta!" "Ma dove Eva, dove sei venuta se sei stata sempre qui?" ...
    "Qui, Adamo, dentro di te e tu dentro di me, io ho preso il posto tuo e tu il mio! Adamo, ti dico che questo è un miracolo e deve avere assolutamente un nome!  … Ecco, noi lo chiameremo "orgasmo" e sarà ciò che tutti gli uomini e tutte le donne di ogni tempo brameranno più di ogni altra bella cosa al mondo! ... Ora, Adamo, puoi ripetere il miracolo?...."
    Beata, chiusi gli occhi abbracciando forte la mia metà e mi riabbandonai all’estasi, non dimenticando però prima di ringraziare God per aver fornito ad Adamo il dono di compiere quel piccolo grande miracolo!

    Dal Diario proibito di Adamo ed Eva

  • 20 gennaio 2009
    La sedia di vimini

    Come comincia: Svegliato dall'abbaiare di un qualche cane. Ma cazzo, qui non ci sono cani, non ci sono mai stati.
    Beh, mi alzai, caffè nero e tre biscotti e andai verso la finestra della cucina. Lui era sempre là, seduto su quella dannata sedia di vimini a guardare il lago, il mio vicino.
    Non ho mai capito e forse mai capirò perché quel ragazzo che s'aggira sulla trentina viveva qua, nel nulla, su una cazzo di baita davanti al lago, dove l'unica persona con cui avrebbe potuto avere un contatto sono io, un cazzo di cinquantatreenne che non ha mai voluto neanche guardare in faccia.
    Io ebbi un motivo, se cosi si può chiamare, per vivere in questa merda.
    Alla fragile età di sedici anni decisi che i miei vecchi mi stavano propinando false idee su cos'era realmente la vita, e cosi decisi di scappare. Mi diressi verso la città e la ci rimasi all'incirca una trentina d'anni. Quel periodo della mia vita lo ricordo più per le donne avute che per i lavori cambiati. Sedici furono le femmine che stettero al mio fianco per quei grigi interminabili anni e nessuna, dico nessuna, ha mai manifestato il desiderio d'esser sposata dal sottoscritto. Non sono un uomo da sposare,  questo dopo cinquantatre anni del cazzo almeno l'ho capito. Comunque, esattamente tre anni fa, mi trovavo chiuso tra quattro mura che puzzavano di tristezza, scaricato da tre settimane vengo a sapere che i miei avevano lasciato questa vita, la stessa notte, nello stesso letto ma non abbracciati come nei migliori romanzi rosa. Erano nello stesso fottuto materasso ma ognuno poggiato sul fianco, si davano la spalle. Non fui poi cosi triste, in fondo mia madre dopo quarant'anni di matrimonio con tanto di maestose corna d'alce, penso desiderasse non soffrire più, e il babbo di sopportare mia madre ne aveva le palle piene, sicuro, le palle piene. Beh, non avevo un soldo, un lavoro, una donna e soprattutto non avevo amici. Mi trasferii qua, nella casa dei vecchi che mi lasciarono un'eredità che mi permetteva di passare almeno tre anni senza lavorare, tranquillità, senza vizi e donne. Ricordo che questa cazzo di casa del vicino non esisteva quand'ero piccolo, eppure sembrava dover cadere a pezzi da un momento all'altro, non può essere stata più recente della mia, sembrava la mia, invecchiata di cent'anni. Non sto parlando di un personaggio stile Gatsby, perché non c'era nulla di grande in lui, il mio vicino. La sua casa era misera, non riceveva mai nessuno, era giovane o almeno non era ancora vecchio, probabilmente non se ne rendeva conto. Non dirò che quel giorno la mia vita cambiò, perché non fu cosi, almeno non ancora, in fin dei conti lessi da qualche parte che degli eventi passati possono sempre aver delle ripercussioni, anche parecchi anni dopo. Comunque, quel cazzo di giorno passai la notte a rimuginare. Dovevo parlargli, ero disposto a comprare la sua amicizia, dovevo conoscerlo e cosi prima che sorgesse l'alba mi addormentai e lo sognai , mi guardava per la prima volta negli occhi, non mi fissava, si lo conoscevo, adesso si, sapevo. Mi svegliai, guardai dalla finestra. Nulla, campi, né lui né la casa, non c'erano più, non c'erano mai stati. Uscii in portico e sedetti sulla sedia di vimini, guardai il lago e pensai che l'unica cosa giusta da fare era vendere la casa e ricominciare , non so cosa, in fondo c'è sempre qualcosa.

  • 20 gennaio 2009
    La catenella d'oro

    Come comincia: "L'assassino torna sempre sul luogo del delitto. Immane cavolata!"
    pensò "ci tornerei solo per controllare se è veramente morta ma non credo che sia sopravvissuta alla bastonata che le ho dato in testa. Ce l'aveva dura, questo è vero, ma posso stare tranquillo, anche quella mazza da baseball non aveva niente di tenero, anzi. Incredibile come bruciano bene le mazze! Appena l'ho messa nella stufa ha dato un crepitio allegro. Mi è mancata, però, la feroce strafottenza di accenderci una sigaretta, dopo tutto non sono Barbablu, sono un assassino ancora alle prime armi. Anzi, alle prime mazze!" 
    Si mise a ridere imitando Gambadilegno, con degli "argle argle" copiati direttamente dai fumetti, stratagemma umoristico che faceva sempre ad uso e consumo dei suoi amici e compagni di buco.
    "Povera donna, come rompipalle non era  da medaglia d'oro ma da podio senz'altro. E poi faceva delle lasagne niente male. Se solo non avesse minacciato di denunciarmi per quella striminzita catenella  d'oro... era un ricordo di mio fratello ma che bisogno c'era di ricordarlo? Era un babbeo da museo; roba che i turisti giapponesi sarebbero corsi a frotte per fotografarlo e poter dire, agli amici rimasti a Nagasaki: abbiamo visto in Italia un cletino ollendo! O sono i cinesi che non hanno la erre? E chi se ne frega, tanto ha avuto il buon gusto di tirare le cuoia anche lui.
    Ho racimolato 20 euro con quella catenella ; non mi sono bastati nemmeno per una dose intera. Oggi la vita è cara per tutti!
    A me il metadone non è mai piaciuto. Perché non se lo prendono loro? Ce ne sono tanti di tossici e di tipologie diverse. Ci sono i ciccioni che vanno ad abbuffarsi al ristorante, quelli che speculano in Borsa e appena l'indice cala se la fanno addosso, quelli che adorano la gnocca anche se sono nella fossa fino all'anca... e potrei continuare fino a domani! | Sono molto più onesto di loro. In fin dei conti faccio scempio del mio corpo e del mio cervello ma non faccio del male a nessuno… si, d'accordo, ho steso mia madre ma tanto era malata e quindi le ho fatto un piacere. Mi pare si chiami eutanasia. Si proprio così. Potendo mi ringrazierebbe, per farlo, però, dovrebbe prima sapere  chi l'ha randellata ma non è ha avuto il tempo. Certo nel mio stato di tossicodipendente sarò il primo ad essere sospettato e non ho un vero è proprio alibi ma quale tossico può averlo se di solito siamo fuori di testa ventiquattro ore su ventiquattro? Basterà esagerare un po', mostrarsi indifferente ed inconsapevole, come potrebbero arrivare a me senza prove?
    Che mi sospettino pure! Cerchino pure il modo dir incastrarmi non troveranno niente: nessuno ci ha visti, la mazza incenerita, impronte zero...voglio proprio vedere."
    "Alzati! Le lasagne sono pronte in tavola! "
    Il grido lo fece trasalire. Si alzò a fatica dalla brandina e solo dopo aver ficcato la testa sotto il rubinetto del lavandino e fatto scorrere l'acqua fredda riuscì a riconoscere la voce della madre. "Che cazzo di roba mi sono fatto questa volta? Non mi era mai successo di sballare tanto! Allora è stato tutto un sogno, non l'ho uccisa! Devo avere proprio il cervello a pezzi per farneticare così!
    Si avviò verso la tavola barcollando e capì che era stata soltanto una sua allucinazione dovuta alla droga quando vide il bagliore di luce riflettersi sulla catenella d'oro esattamente dove era sempre stata: al collo di sua madre.
    Dopo che ebbe finito l'ultimo boccone di lasagne, il tossico si girò verso di lei. Era molto più lucido ora, avrebbe voluto alzarsi per abbracciarla ma, poiché la donna aveva le mani occupate dai piatti sporchi che si accingeva a riporre nel lavello, si limitò a dirle: " Va bene mamma. Se mi accompagni tu, domani torno in comunità. Se mi stai vicino questa volta vedrai che ci riuscirò.
    Ce la metterò tutta. Te lo giuro sulla tomba del mio povero fratello"
    La donna non rispose subito.  Si mise a lavare i piatti  girandogli le spalle.
    Attese di essere sicura che la sua voce fosse ben ferma e si voltò per raccogliere una forchetta che le era caduta. "Bene- disse- dammi la mano e vieni con me  in camera. Prepariamo la tua roba e poi ci beviamo un caffè d'orzo!".

  • 20 gennaio 2009
    U.S.

    Come comincia: Otto e trenta.
    Stiamo aspettando.
    La quinta di campionato.
    Ancora non abbiamo risolto il dramma che si nasconde dentro le nostre azioni.
    Se la fisica non è dalla nostra e ci rimanda da una sponda all’altra, la morale è sepolta sopra una strato di gesso.
    Come posso contare e non valere, lo sbaglio è nella testa o nel braccio, la virtù innocente ormai era scaduta, rancida di illusioni e sospiri di bravura.
    L’ultima steccata.
    Quando il cuoio ceruleo si posò sulla morta sfera lattea che distanziava di un diamante dalla vittoria, lo sguardo che opprimente si posava sulla compagna sanguigna, si librò alle luci.
    La palla impattò la fulva gemella, e dopo un breve smarrirsi si adagiò sulla verde sponda corta, quasi dove s’incrociava la lunga.
    Di contro, l’altra così sollecitata se ne fuggì violenta in contraria rotta e passò per ben tre volte senza cerimonie sulla residenza del re, disperdendo le fondamenta e il fulcro, pensare che solo un alfiere restò saldo, uno più esterno.
    Ciò non sembrò impensierire la bionda che dopo la sua corsa violenta e decisa, senza accusar sforzo si ritirò ben volentieri, quasi colta da timidezza dietro la terza sorella; come a dire che se la bianca avesse voluto toccarla di nuovo avrebbe avuto da penare e non poco.

  • Come comincia: Non mi basta il cappello. L'umidità si infiltra attraverso la lana e sento freddo. O almeno così mi pare.
    Sono sul terrazzo, ha appena smesso di piovere. Piove spesso in questi giorni. A farmi compagnia una bottiglia di aglianico.
    Un tamburello e la pizzica in testa da ballare. Guardo il mare, quand'è nero pare terra. Assomiglia alla mia terra, quella che non vedi altro da casa tua, dalla tua finestra. Quella che ti insegnano ad amare ancor prima di parlare. Quella per cui tua nonna, tua madre, tante nonne e tante madri hanno lottato.
    Ecco, di sera il mare le somiglia. La terra è nelle mie viscere, è come un magone nel petto quando ami qualcuno. Quando la passione ti travolge. E non pensi ad altro che a dare e darti, come quando respirare non è importante quanto amare.
    Amare, amore. Che palle. Viene sempre fuori. Ma stasera no, non ci voglio pensare, non ci devo pensare. Stasera si balla. Sul terrazzo, al freddo, guardando il mare. Cercando si scacciare i brutti pensieri. Il dolore.
    L'ipocrisia. La piccolezza umana. Ballare fino a perdere le forze. Bere fino a perdere conoscenza. Entrare in contatto con me, quella me che sto imparando a conoscere. E che fino ad ora, ma dove cazzo è stata?
    Una me stessa fragile. Forte. Incoerente. Sensibile. Immatura.
    Una me stessa che viene fuori ogni giorno di più. A fatica, tentennando, ansimando, scalpitando.
    Di cui sono fiera. Perché questa me stessa, pur nascosta fino a oggi, è il frutto di quello che sono, di ciò che sono stata. Della mia vita, del mio passato. Delle mie corde, dei miei errori.
    Bevo un altro sorso. Agito il tamburello. Ballo. Balla anima mia. Sciogliti. Allèntati. Che è troppo quello che ti infilo dentro da una vita e non so se ce la farai ancora a tenere dentro tutto quello che deve ancora venire.
    Le sensazioni che inseguirò, le emozioni che mi sforzerò di fermare, il dolore che mi farà tremare. Ancora e ancora. Ché la vita è fatta così. E quando pensi di aver conosciuto tutto, ecco che quel tutto diventa niente. E ti ritrovi bimba. Una, dieci, cento, infinite volte bimba. Entusiasta di scoprire, disarmata, inconsapevole, senza difese.
    Ballare la pizzica è fantastico. E' ballare con una parte di te. Quella più profonda e vera. Quella per cui sei stupidamente orgogliosa di essere del Sud. Perché poi il Sud non è un posto. E' un colore, una sensazione. Un ricordo. Un sorriso.
    Le pieghe della mano di mia nonna. E' tremenda nostalgia di non esserci. E' rabbia per non poterlo vivere. E' sole, afa, terra secca.
    Tra un po' sarà Natale. E sarà il momento di tornare. Di assaporare l'odore pungente del fumo delle case. Di godere della vista delle cose certe della tua vita. La tua casa, le tue strade, la vecchia signora vestita di nero, rincoglionita, che ogni volta
    che la saluti ti chiede ma tu chi sei? Da anni, la guardo, sorrido e me ne vado.
    Fa freddo. Davvero. Ma mi piace sentire il freddo. Mi fa sentire viva. Mi fa venire voglia di lottare. E allora lotto. Ballo, bevo, respiro. E anche questa sera passerà. Come ne son già passate altre. Un po' così. Un po' saudagi.
    Sono sola. Ma i miei pensieri stanno cazzeggiando rumorosamente. Penso a quanto io possa sembrare triste dall'esterno. Una matta che balla la pizzica in terrazza da sola e beve vino. M'immagino gli sguardi e i commenti di chi so io. Di chi io giovedì aperitivo, venerdì disco, sabato disco e domenica disco. M'immagino i loro occhi allibiti dinanzi alla scena. E sorrido, convinta che sto facendo proprio la cosa giusta.
    Quello che mi piace. Conoscermi, ascoltarmi, prendere confidenza con i miei desideri, con le mie sensazioni.
    Pensare ai colori. Altrimenti ma quando ce l'hai il tempo di pensare ai colori? Siamo fatti di colori. Di tanti colori.
    Siamo rossi. Come 'sto benedetto amore, che inseguiamo da quando nasciamo. Ogni attimo, ogni istante. Cerchiamo cerchiamo cerchiamo. A volte non lo troviamo. Senza sapere che l'amore è lì, a portata di mano ma se non ha il volto di qualcuno non sappiamo riconoscerlo.
    Rossi come la rabbia, quando t'ho cacciato da casa mia. Dalla mia vita. Rosso come questo vino. Rosso. Rossi. E basta.
    O gialli. Come il sole. Come il grano che alto a giugno aspetta d'essere raccolto. Come la sabbia del mio mare. Come le ginestre della mia terra. Che sono loro le prime ad accoglierti d'estate. Ti fanno sentire a casa. Anche se mancano ancora chilometri.
    Blu. come questo mare. Che se non lo guardo appena apro gli occhi, ogni mattina, non è un nuovo giorno. Blu come i tuoi occhi. Quando scrutandomi erano capaci di imbarazzarmi, di farmi sentire nuda, indifesa.
    Come il cielo di Rino. Sempre più blu.
    Verdi come le montagne. Anzi come gli alberi che abitano sulle montagne. Come l'erba dei prati. Come le tartarughe.
    E neri. Neri come il mare. Come la notte. Come questa notte. E ogni notte. Come la paura. Di perdermi. Di non trovarmi più. Nero come quando ho perso te. E per rivedere il giallo ci ho messo un po' di tempo.
    Poso il tamburello a terra. Asciugo il moccio al naso con la mano. Bevo un sorso. Mi siedo e guardo il mare. Mi perdo, vorrei scorgere terra dall'altra parte ma vedo solo il mare stanotte.
    E galleggia su questo mare la tua faccia. I tuoi baci. La tua bocca. Ti conosco da così poco. Ma non voglio sapere chi sei. E forse non lo saprò mai. Non voglio sapere che vita vivi. Ho solo bisogno che tu ci sia. Devo amarti. Devo sentire che ci sei e che ci sono anche io lì con te. Ho bisogno di sentirti. guardarti, abbracciarti come fosse l'ultimo giorno della mia vita. Della tua vita. Come se fosse.
    Non mi importa se non si deve fare, se non si può fare... non ti ho chiesto io di entrarmi dentro, di leggermi al punto da farmi sentire inutile e indifesa. Sto pensando vorticosamente a quanto mi piaci. Una goccia fa trillare il tamburello e torno sulla terra. Anzi no, sulla
    mia terrazza. Quella del mio appartamento, dove, tolti i pensieri di ogni giorno, vivo. Dove accumulo panni sporchi, libri, polvere. Piatti sporchi nel lavello.
    Torno in me, esco dal pensiero di te. Anche se mi rende felice. E, visto che non riesco neanche a ricordare l'ultima volta che lo sono stata, penso che in fondo me lo merito. Non è colpa mia se sono felice. E' successo.
    Altro sorso di vino. Altro sguardo al mare. Mi alzo. Meglio tornare a ballare. Agito ancora il tamburello. Mi carica. Chiudo gli occhi. Il vino mi dà calore, confonde le mie idee. Rende insensati i miei movimenti. Rende meno duri i miei occhi che non vedo, ma è come se avessi uno specchio davanti. Ecco mi vedo. Vedo i capelli scompigliati sotto al cappello di lana grigio. I miei occhi neri svestiti e dolci. Le mie labbra rosse, secche, grandi. La pesantezza del mio viso, coi lineamenti segnati, perché il tempo passa anche per me. Mi vedo come se fossi allo specchio. E mi odio. Perché assomiglio a mia madre quando sono così. Le assomiglio così tanto che vorrei non assomigliarle affatto. Perché  devo fare i conti con lei. Con il nostro rapporto. Con le nostre incomprensoni. Col dolore dell'indifferenza della mia adolescenza. Con la maturità del rapporto che abbiamo oggi. Con le ferite, passate e di cui porto il segno. Insomma con mia madre. Ed è la cosa più difficile del mondo.
    Eh già, il tempo passa e mi ritrovo a volte ad avere nostalgia degli anni passati. Di me in quegli anni. Che poi sono volati. Succhiati senza tregua. Finiti, andati. Passati. Che rivivrei volentieri. Anzi, che darei per riviverli!
    Gli anni del liceo, degli amici, degli amori, della filosofia, della politica. Che forse non sembra ma ci sta anche quella nella mia vita. In questa mia vita che tutti giudicano e tutti vogliono vada per il meglio. Che però è solo mia. E non sempre va per il meglio. Nonostante i vostri desideri. Gli anni in cui scopri il mondo plasmi la tua figura come con il pongo. Ti dai forma e sostanza. E se sei fortunato lo fai a prescindere da tutto e da tutti. Dalla famiglia e dagli amici. E, giorno dopo giorno, ti accorgi che ci sei. Ce l'hai fatta. Anche se manca ancora tutto, la base c'è. E si può andare avanti. Gli anni in cui ti sperimenti. Sperimenti la tua forza. I tuoi affetti. Coltivi i tuoi interessi. Impari a soffrire ed amare. Progetti il tuo futuro, lo immagini lo vedi lo vivi, impari ad aspettarlo. Ti vedi donna, impegnata in un lavoro che ami, madre e moglie. Io mi sono sempre vista così. Non solo in carriera ma anche madre e moglie. Forse, da buona donna del sud, più madre e moglie che il resto. E non me ne vergogno. Ci penso spesso a un figlio. Lo vorrei più di ogni altra cosa. Ho tanto amore da dare. Troppo amore per me sola.
    Ma non è il momento. O meglio il momento è giusto sono le contingenze ad essere sbagliate. O a non esserci per niente. Non devo pensarci stasera.
    Alzo lo sguardo. Non ci sono stelle. Il cielo è nero come il mare. Stasera sembrano la stessa cosa. Magari sono la stessa cosa. E' la sostanza di cui sono fatti che cambia.
    Mi fermo un attimo. La mia danza è stanca, senza ritmo ormai. Mi risiedo. Bevo. Mi frego le mani. Mi sento sola.
    Dovrei rientrare. Sarebbe saggio rientrare. Inciampo nel tamburello. Tintinna. Non voglio rientrare. Ballerò ancora un po'. Mi sento in gabbia oggi. Come mi ci sentivo da bambina in gabbia. Quando mi chiudevano a scuola e io piangevo. Volevo stare in campagna con mia nonna.
    Volevo inseguire le galline. Zappare la terra. Nascondermi dietro gli alberi. Amavo mia nonna. Cioè se si ama, l'amore dovrebbe continuare anche dopo la morte ma fa strano. O almeno credo.
    Amo ricordarla. Il suo ricordo mi dà serenità.
    Squilla il telefono. Lo ascolto trillare. Non ho nessuna voglia di rispondere e non risponderò. Chiunque tu sia. Fino a poco tempo fa ci vivevo col telefono. Non mi sarei mai sognata di non risponderti al telefono. Ero così ingenua quando t'ho conosciuto. Quando t'ho amato. Quando t'ho dato tutta me stessa. E forse anche di più. Ho passato anni ad amarti e a sperare che un giorno anche tu avresti smesso di succhiare il mio amore e avresti iniziato a darmene. Che anche io avrei avuto la mia parte. La mia fetta d'affetto, la mia parte di mondo. E invece no. Hai continuato a nutrirti di me, mi hai finita, sfiancata, mangiata. Fino a che con le mie poche forze ho strisciato fino al confine. E l'ho superato, alzando un muro per separarti da me. Costruendomi una gabbia per non farti più entrare, per non farmi più toccare. Per non soffrire più. Non che il nostro amore fosse sempre stato sofferenza. Ci sono stati momenti belli. Tempi felici. Te le ricordi le passeggiate al mare? Le ore passate a guardarci negli occhi? Le chiacchierate sul nostro futuro, sui nostri figli? Tutto il tempo passato a scrutarci, a scoprire i nostri corpi e a pensare che in fondo il paradiso non è poi così
    diverso? Ci siamo diveriti noi due. Abbiamo riso. Pensato di esserci trovati. Finalmente. Per sempre. Invece hai visto come è finita? Ho strisciato. Meno male: il nostro amore era ormai morto. Sepolto sotto tonnellate di accuse, rancori, odio. E prima o poi te ne accorgerai anche tu. Anzi te ne sei già accorto. Devi solo ammetterlo e non al mondo, a te stesso. Semplicemente. E smetterai di chiamarmi di notte. Di darmi la colpa per la fine della nostra storia. Di riempirmi di parolacce. E dirmi che dopo di me non amerai più. Che poi non capisco e non lo capirò mai... m'avevi e m'hai ferita... me ne sono andata e ti è venuta voglia di guarirmi dal dolore che tu stesso hai provocato.
    Ho sofferto per me. Tantissimo. Non per non averti più. In fondo non ho perso solo te. Dovevo, devo ritrovare me stessa. E questa è la parte più dolorosa. Anzi da quando ci siamo separati sono stata più serena. Meno rabbiosa, meno incazzata. Ma più fragile. Più confusa.
    Guardo la luna. E' nascosta dal buio ma si lascia intravedere. Da chi come me la cerca con lo sguardo per trovare sollievo dal nero della notte. Di questa notte. Che se continuo a pensare a te si fa sempre più nero.
    Mi stringo tra le braccia. Poi alzo le spalle e rewind, ricomicia la danza. Sempre più stanca  e scordinata. Ma vabbè io sono così.
    Testarda  e incoerente. Incapace di ascoltare i propri limiti. Sempre pronta a sfidarli. Per poi perdere il più delle volte. Dovrei smetterla, rientrare in casa, dormire. Ma niente da fare. Non sarò mai saggia con me. Non sarò mai indulgente. Mai.
    Sarà passata la mezzanotte. Un nuovo giorno sta per cominciare. E io sono qui. Al freddo a dare voce e movimento ai miei pensieri. A quello che mi passa per la testa. Credevo di aver raggiunto il traguardo. Mi sono illusa. Era uno start. Una partenza. Una nuova corsa in questa frettolosa vita.
    Che una cosa almeno penso di averla imparata. Mai pensare d'essere arrivati. La vita è circolare, e una volta percorso il diametro della sfera che abbiamo in dotazione si ricomicia. Ci si rinventa o ci si accontenta di quello che si è. Comunque sia ci tocca camminare. Affondare i piedi nel fango o radicarli all'asfalto bollente d'estate per non perdere l'equilibrio. Trovare il passo, sentire il respiro. Evitare l'affanno, la stanchezza. Camminare, correre a tratti, rallentare. Trovarsi insomma.
    Sorrido, ripenso a te. Che mi hai tolto il respiro, proprio quando ero convinta che non sarebbe più accaduto. Che mi hai ridato speranza. Nell'amore, nella passione, nella vita. Anche se so che te ne andrai. Che me ne andrò. Che finirà presto. Ma faccio finta di niente e mi lascio travolgere dal tuo sguardo.
    E giuro non è il vino. E' che mi piaci talmente tanto che ti vedo dovunque. Che sei come una promessa che so di non poter mantenere. Ma la faccio lo stesso, come facevo da bambina. E in questo caso sono convinta che conti più l'intenzione.
    Perché quando ci perderemo, quando vivremo altri occhi, altri sorrisi, altri odori saremo ancora là... che quelli come noi rimangono dentro... almeno un po'... si seminano nell'anima germogliano e crescono in fretta, e poi quando se ne vanno lasciano le radici a ricordare che ci sono stati. Hanno stravolto, travolto, vissuto. Con l'intensità di un pugno nel muro, di uno sguardo nero carbone, di un dolore lancinante, di una violenta mareggiata, di una scopata che inizia già finita...
    Te ne andrai. Me ne andrò. Ma non questa notte. Sarai con me domani, lo so. E quando sarà il momento, lo saprò, lo sentirò. Dovrò viverti in fretta, con foga, con urgenza.
    Non voglio parlare di te. Non voglio parlare di emozioni. Vino, vino. Maledetto vino. Sei il compagno più spietato, irriverente. Ti prendi gioco di me, mi ferisci, mi provochi, mi testi nel dolore. Impietoso. Lucido. Trasparente e vero come i pensieri che provochi. Agito il tamburello, suona stridulo. E tu smettila mare di stare a guardare. Non è un bello spettacolo. E' solo un cuore che cerca pace, una testa che cerca tregua, braccia e gambe che cercano sollievo, sfogo. Occhi stanchi di guardare e farsi guardare. Semplicità complicata. Universi da scoprire, esplorare, e provare a capire.
    Ballo, ed è la mia vita a danzare. Giro, ed è la mia vita a girare. Parlo, ed è sempre lei a dettare le parole. Verrà Natale, ancora, tra poco. E sono una donna, cresciuta o forse solo cambiata. In fondo sempre la stessa bambina dai grandi occhi neri, capace di piangere, piangere e piangere. Piangere, oggi come allora,
    per un cartone animato, per il lieto fine di un film, per un ricordo, per la vittoria di Obama, per la voglia di vivere...
    E le ore passano, la notte è fonda e non trovo il tasto che mi spegne. Ballo, piuttosto mi muovo, ascolto stridere un tamburello e penso. Anche se non vorrei. Anche se sono stanca di pensare, analizzare, comprendere. In preda alla follia di una notte che, come per l'Innominato, sarà decisiva per la mia vita. Che da domani
    vivrai. Magari non avrai ancora capito chi sei. E magari non lo capirai mai. Ma vivrai sapendo che sei. E sarà meraviglioso.
    Notte di fantasmi quindi. Di stronzate e di pensieri seri. Di vino e danza. Di ricordi e speranze. Di passioni e amori. Notte che tra un po' se ne andrà. E chissa cosa mi resterà. Dentro, fuori. E chissa se m'aiuterà. Perché è difficile. Perché pensavo d'essere arrivata e mi trovo a ripartire. Perché faccio finta di non sapere chi sono ma chi sono urla forte e mi spacca i timpani. Perché odio stare da sola. Non funziono. E odio la compagnia. Perché chissà se ce la farò.
    Bevo l'ultimo sorso. Bottiglia contro la luce. E' finita. E' finita anche la notte. E ora il rosso è del cielo. E' ancora giorno. Un nuovo giorno e chissà cosa m'aspetta. Ma penso che prima dormirò qualche ora.

  • 19 gennaio 2009
    Death Proof

    Come comincia: Chiara e Michele avevano molti amici, ma non era lo stesso. Erano solo loro, Chiara e Michele, gli indissolubilmente legati. Non c’era niente al di fuori di questo. Non era cambiato niente da quel giorno, al liceo, quando Matteo li aveva avvolti in molteplici giri di nastro adesivo.
    "Perché voi vi volete davvero bene" aveva detto.
    Chiara parcheggiò l’auto nel cortile con una frenata brusca e trovò a tentoni il pulsante dell’ascensore; non accese le luci condominiali, entrò subito nel suo appartamento e richiuse la porta con una lentezza disarmante. Si gettò sul letto, spossata ed inerme, ma non desiderava dormire.
    Ripensò alle conseguenze di quello che aveva fatto poche ore prima. All’inizio un forte senso di nausea; si era rimessa in piedi traballando, sentendo braccia e gambe che formicolavano impazzite. Tremava, e questo le impediva di restare immobile in una certa posizione.
    Aveva avvertito una fitta allo stomaco, subito accompagnata dall’ansia di rimettere la cena e forse anche la merenda. Si era trattenuta a stento.
    In quella camera sconosciuta aveva trovato un letto matrimoniale dirimpetto alla grande libreria di mensole bianche; si era seduta socchiudendo gli occhi. La stanza girava! Ogni oggetto si era animato: la scrivania volevano venirle incontro, il letto ballava sotto il suo peso, il pavimento ondeggiava come una barca nella tempesta.
    "Calma" - aveva detto a se stessa - "riprendi il controllo".
    Aveva acceso la televisione, ma non ricordava trasmissioni e canali; era rimasta in posizione semi sdraiata ad osservare quella scatola magica per minuti interminabili, col collo contorto verso il parquet. Il cervello ordinava di compiere una serie di movimenti necessari a cui lei non poteva dar seguito. Nessuna fuga. Nessun proseguimento nel piano.
    Quello sfortunato stallo l’aveva resa nervosa; e poi c’era il freddo, una fortissima sensazione di gelo nella mani. Sudava gocce di ghiaccio, come un cubetto che si decide a scomparire. Una bolla fredda era esplosa nella sua guancia sinistra e aveva attecchito nella pelle; si era bloccata sul collo, sulla nuca e proprio all’attaccatura delle spalle. Sudava ancora sulla fronte, e sopra le labbra screpolate.
    L’ampiezza del letto era una tentazione per stendersi, ma Chiara non aveva ceduto: pensava che mettendosi supina e chiudendo le palpebre a notte, non si sarebbe più svegliata. Aveva resistito, contratto e stretto i muscoli della faccia, sentendo il dolore del piercing fresco al sopracciglio. Quello l’aveva riscossa. Aveva cominciato a nascondere le tracce.
    In quel preciso istante, sul proprio letto, con le braccia incrociate sotto la testa, finì di ripercorrere i suoi gesti, scavando fino al più piccolo dettaglio. S’alzò in piedi, quasi soddisfatta, e si diresse al bagno. Seduta sul water non riuscì a svuotare la vescica per un po’, anche se sentiva che ne aveva voglia. Osservò bene i suoi slip per vedere se l’aveva fatta addosso quando aveva cominciato a tremare e sudare. Per Michele lei doveva essere perfetta.
    Guardò la sua espressione allo specchio, con un misto di serena compostezza e cieco compiacimento. La prima conversazione si era svolta in questa maniera.
    "Io ti amo" gli aveva detto Chiara.
    "Provamelo" aveva risposto Michele.
    Poi lui si era allontanato in fretta, lasciandola pietrificata sulle scale, incapace di aprir bocca. La seconda volta sarebbe stato diverso.
    "Io ti amo" avrebbe detto Chiara.
    "Provamelo" avrebbe risposto Michele, per la seconda volta.
    Allora lei gli avrebbe stretto  la mano fra le sue e, in silenzio, l’avrebbe accompagnato alla macchina, mostrandogli quel corpo in bauliera.
    "Ci credi adesso?" gli avrebbe chiesto. Michele, commosso fino alle lacrime, l’avrebbe abbracciata forte, accarezzandole i capelli, mimando un dolcissimo sì con la testa, a un centimetro dalle sue labbra.

  • 19 gennaio 2009
    Nera Notte Bianca

    Come comincia: È mattina nella mia casa al mare: riconosco chiaramente il terrazzo spoglio di acciaio, mattonelle rosse a copertura, pareti di una strana pasta color crema stantia e forata. Da lì si vede il lungo fiume, con tanto di argini, scorrere di acqua non molto putrida, pescatori e cespugli di macchia mediterranea. Dall’altra parte c’è il paese, di cui si intravedono il ponte e le prime casupole in calde tinte pastello.
    Poi un’ombra.
    Ma cosa…
    Per un attimo sono sicura di aver visto un’ombra, proprio una macchia di colore più scuro che aveva una forma quasi perfettamente sferica. Era qualcosa di tondeggiante ed enorme: l’ho vista riflessa sulla vegetazione, sull’acqua, sull’asfalto della statale.
    Un’ombra enorme grigia. Voi l’avete vista?
    Sto per chiederlo a quelli che sono nel soggiorno insieme a me, intorno al tavolo quadrato e seduti sul divano con motivo floreale. Ci sono mia madre, mio padre e la nonna.
    No, nonna è morta.
    Nonna se ne sta placida sulla sua sedia di legno molto pesante, attenta a non scucire il cuscino verde a pois bianchi; ha la solita vestaglia da lavoro rossa, di stoffa leggera e legata sui fianchi. E, come sempre, ha le due tasche piene di fazzoletti, aghi e filo per cucire o altre cianfrusaglie che ha trovato in giro e che devono tassativamente sostare un po’ lì prima che si decida a buttarle nell’immondizia. Io non le chiedo niente e lei mi risponde niente.
    Aspetta, anche mamma è morta.
    Mamma se ne sta seduta accanto a mio padre ed entrambi sono incollati al teleschermo.
    Non le dico nulla tanto non mi crede.
    Mi trovo immobile in mezzo alla stanza. Vorrei parlare, vorrei spiegarmi, ma comincio a pensare di essere invisibile a tutti loro quanto loro potrebbero essere fittizi per me.
    È come quando dico che ho visto un Ufo… nessuno ci crede.

     

    Passano le ore. La pareti sono identiche, ci siamo ancora tutti quanti noi. Il grande lampadario della stanza è acceso sulla cerata verde del tavolo che ne accoglie il riflesso. I miei occhi vanno costantemente verso il paesaggio fuori dal terrazzo, dove sono sicura di aver visto e non di essermi ingannata. Poi succede. Torna quell’ombra, solo che adesso possiede un corpo, un corpo gigantesco, una massa e un peso, e non è più possibile che qualcuno possa razionalmente dire che non è vero, che sto sognando.
    È enorme.
    Mi volto verso il cielo stellato: siamo all’ultimo piano, oltre il soffitto c’è solo il tetto piatto e praticabile.
    Cristo!
    La sua rotondità è eccellente e buia: ne lascia intuire le dimensioni, ma è notturna, cupa, mi sta facendo gelare il sangue. L’unica estremità luminosa, però, è accecante.
    È come un tulipano.
    Non è difficile da riconoscere: c’è uno breve stelo incandescente, giallo e arancione; dopo si sviluppano l’asse fiorale, l’ovario, lo stilo e lo stimma. È in fiamme. Questo fiore maschio non è maturo, non ha petali, ma ha lo stesso colore della lava che erutta da un vulcano. È spaventosamente grande e bello, ed è sopra la mia testa.
    E si muove.
    Non tutto però, solo ovario, stilo e stimma. Sta partorendo. Si gonfia e si ingrossa e poi sputa fuori qualcosa. Non riesco a pensare niente che abbia un senso o sia di una qualche utilità in questa situazione. Il fiore vomita fuori dei globi luminosi, anch’essi giallognoli e incandescenti, che non registrano alcuna particolare mutazione chimica o fisica a contatto con l’aria e l’atmosfera terrestre. Semplicemente, ognuno di essi compie un certo percorso, come se possedesse un’autonomia limitata, e poi scompare nel nulla. Ne vedo uno mangiato dal fiume senza alcuna pretesa, senza nemmeno il sibilo e il fumo che farebbe una meteora se cadesse in mare. Tutto questo non mi preoccupa finché non mi accorgo che i globi caldi stanno provando ad entrare in casa mia.
    Cazzo.
    Non hanno trovato resistenza con i vetri aperti. Uno l’ho perso di vista vicino al divano. Qua dentro sono ancora tutti immobili. Alla nonna e ai miei questi problemi esistenziali e di sopravvivenza non interessano proprio.
    Forse perché sono morti? No! Papà è vivo. Almeno lui dovrebbe provare a scappare.
    È troppo spaventoso, io non resisto. Ho già fatto la spettatrice troppo a lungo.
    Le chiavi della macchina! Prendi le chiavi della macchina e scappa.
    Non ricordo bene se le ho prese, se ho trovato il moschettone e la maledetta chiave a scatto della mia auto. So che mi hanno fatto spazientire, e quindi me ne sono andata via rumorosamente sbattendo la porta e poi giù sul pianerottolo attraverso le scale. Non ho acceso la luce. I globi che riempiono l’aria sono in numero maggiore, ci pensano loro a far luce. Magari sono innocui. Eppure io sono in preda al terrore, ci tengo alla mia stupida inutile vita, e quindi scappo. Loro possono anche rimanere, io vado. A questo punto è una questione di principio.

  • 13 gennaio 2009
    Elucubrazioni

    Come comincia: E vengo qui a tormentarmi, ed ascolto Battisti pensando di trovar coscienza, la coscienza che non ci sei più. Ma non si può; e così piango, piangiamo, ce la prendiamo per un niente perché abbiamo dentro tanta rabbia, la rabbia di non averti visto l'ultima volta sapendo che fosse l'ultima, rabbia perché non doveva esser l'ultima.
    E così ti penso, ed anche quando non voglio pensare a tutto quello che è stato (..), ci sei tu che vieni a trovarmi, sei dietro ad ogni pensiero, l'ombra di ogni pensiero che passa per la mia mente. Ed anche se non voglio pensare tu vi entri indisturbato e con te entra tutto il dolore che trafigge tutto ciò che in essa incontra. Nessuno parla,  ma tutti siamo dilaniati. Abbiamo dentro la fine del mondo e non vediamo l'ora di esplodere.
    Eppure anche quando questo avverrà, non troveremo tregua.

     

  • 13 gennaio 2009
    Inir

    Come comincia: Lei ha tutto quello che vorrei o forse niente. Non se se voglio o non voglio qualcosa. Ma lei c’è. È notevole, mai scontata. L’ho guardata a lungo prima di conoscerla, l’ho cercata. Poi un’anima buona ha permesso il nostro fortuito incontro...

  • 05 gennaio 2009
    Amantedestino

    Come comincia: Dico io, ma è possibile mai, che Carlo non si faccia rintracciare? Capisco che sono la sua amante, non devo pretendere nulla, e devo esser presente solo al suo schiocco di dita, però non posso continuare a vedere in tv i gialli della Fletcher o Colombo per carpire i trucchi del sapersi nascondere.
    La pantera rosa mi fa un baffo, scaltra come una faina, scivolo dalla porta di casa alle 17:35 quando, guardacaso, sua moglie sta per rientrare dal lavoro.
    Sembro una persona dal cuore di pietra, ma in realtà Dio solo lo sa quante volte ho pregato Carlo di divorziare. Quattro anni orsono dal primo incontro con il rappresentante più bello della regione Toscana. E’ inutile ma l’uomo un po' “bastardo” piace. La categoria dei rappresentanti, si dice tra donne, sia ai primi posti della Top Ten dei “belli e impossibili”.
    Era sposato, ne ero al corrente; la fede al dito l’avevo adocchiata subito, poi tutta la mia attenzione si spostò sull’occhio verde smeraldo, l’abbronzatura da lucido da scarpe, e la camicia bianca col pettorale in vista.
    Ero a chiacchierare con le mie dolci compagne di avventure nella Versilia dalle pazze serate, ad un tratto vidi Carlo con amici ad un tavolino in un noto locale Viareggino, fu il primo uomo che guardai e anche l’ultimo. Non gli scrollavo gli occhi di dosso.
    "Cinzia? Ci sei?" - le mie amiche mi mettevano le mani davanti alla faccia, mi proponevano pizzicotti e calci alle caviglie; nemmeno quelli mi distoglievano dal guardarlo. Possibilmente avrei avuto il bisogno di un bavagliolo, la bavetta alla bocca era altamente visibile; non era per niente un bello spettacolo.
    Tra me pensavo, vado all’attacco? Quasi quasi potrebbe uscire fuori la tigre che è in me! Uno così non lo rivedo più!
    Dopo due ore di lividi, causa pizzicotti e varie botte, mi alzo con la mia grande autostima e cavalcando col tacco a spillo dodici centimetri mi avvicino al suo tavolo e mi siedo a fianco a lui.
    Carlo mi guarda, mi sorride e inizia a parlare con l’accento fiorentino. Avevo le lacrime agli occhi da quanto ridevo, le battute mixate con il suo accento erano la mia morte. Più gli facevo presente che mi piaceva il suo accento più esagerava e si divincolava come un comico, a pelle era un ragazzo che m’intrigava e chimicamente era scattato qualcosa; atomi, ioni e molecole stavano sheckerando ben bene.
    Non ci speravo nemmeno che fosse interessato a me, invece prima di dileguarsi nella notte, mi diede un bigliettino da visita: "Chiamami quando vuoi se ti va" - disse, con l’occhiolino di accompagnamento.
    "SE MI VA? Come se mi va?" - ma se avrei voluto scappare a Honolulu con lui, certo che lo chiamo!
    Incredibile, mi sentivo la vincitrice della serata; quante botte ancora mi diedero le mie “super amiche”.
    Si esce dal locale, destinazione Discomusic Midhò. Si parcheggia, e dopo trentacinque minuti di coda fuori al freddo e al gelo, ci fanno entrare.
    La fila al guardaroba era indecente, tirando fuori il portafoglio dalla borsetta, il biglietto da visita scivola e con l’ondulazione di una foglia autunnale cade e si posa su una chiazza di cocktail che aveva appena rovesciato un tipo vicino a me. Di scatto cerco di recuperarlo, oramai non si vedeva più nulla tranne il nome Carlo.
    Il sipario del teatro si chiude, attori, scenografia, tutto sparisce.
    Sembravo alienata, sguardo fisso, la lacrimuccia rinsecchita al limite dell’occhio e un irritazione che l’ortica poteva ricoprirmi e sarei stata immune ai suoi poteri.
    Quella serata fu memorabile, il divanetto della discoteca aveva preso la mia forma corporea e un pisolino me lo sono pure fatta.
    Al lavoro, una settimana dopo mi diedero un incarico alquanto strambo. Dovevo accompagnare il direttore generale da Pisa a Firenze, seduta a fianco a lui nei sedili dietro della macchina con l’autista compreso nel prezzo. L’azienda doveva presentarsi, nel modo migliore alla international conference di sicurezza delle reti, nell’hotel più chic di Firenze. Il boss inizia a salutare tutti e io accompagno sempre con il mio sorrisino da ebete e porgo la mano destra per le presentazioni ufficiali.
    Prendiamo postazione, gli interventi che si susseguono sono interessanti e la conferenza è piena di novità tecnologiche. Il capo prende appunti sul palmare, io sul mio blocco di fogli bianchi, anonimi e senza intestazione.
    Vibra il cellulare, è l’ufficio. Per fortuna mi sono seduta a lato della sala conferenza e riesco ad alzarmi per non dar noia alle persone vicino a me. La telefonata è stata breve ma intensa, una decina di domande a raffica da parte della segretaria riguardo lettere e mail da spedire. Torno al mio posto e sulla sedia vedo un bigliettino, lo prendo. Leggo: Carlo Martinetti rappresentante di prodotti di cancelleria per ufficio...
    Mi blocco, do un colpo di tosse e mi schiarisco la voce. La memoria visiva non mi ha mai tradito! Il biglietto da visita era proprio quello di Carlo! Il destino mi ha ridato in mano lo stesso biglietto di una settimana fa! Il capo mi dice: "Qualcosa non va? Il biglietto era per terra, credevo fosse il tuo era proprio sotto dove sei seduta".
    "Sì sì sì sì, è mio, grazie mille di averlo trovato".
    Sconvolta? Non poco. Qualcuno mi ha dato la possibilità di risentire quell’uomo, un uomo di nome Carlo Martinetti, che fa il rappresentante ed è di Firenze, un uomo come tanti forse, che non avrei più rivisto. Che probabilmente avrei dimenticato da li a poco. O forse No.
    Sposato, magari con dei figli. Non posso fare la rovina famiglia.
    Fino a sera il pensiero fu quello.
    Per l’ora di cena arrivo a casa, la conferenza era durata fino alle 18:30. Lo stomaco è in sciopero non ha per niente fame, mi incomodo nei vestiti casalinghi e mi butto sul divano davanti alla tv. I soliti programmi “Amore vero”,”Tradiscimi che ti spacco la faccia”, “Il triangolo non lo avevo considerato”. Il palinsesto televisivo sta peggiorando sempre di più. Decido di mettere un film e sgranocchiare pop-corn, questa sì che è vita!
    Mi sveglia il telefono di casa e mi ritrovo all’indomani sdraiata a quattro di spade per terra accanto al divano con un letto di pop-corn spiattellati sotto di me.
    "Scusi direttore, mi scusi tremendamente, ho avuto disturbi intestinali questa notte, non mi sono resa conto dell’orario". Caspiterina erano le 9 e io ero in quello stato pietoso.
    Doccia veloce, una tazza di latte, mi vesto e come wonder-woman, pedalo al lavoro con la mia wonder-bici.
    Mille pratiche da sbrigare e articoli da scrivere. Alla pausa pranzo ero già cotta e stracotta. In un momento di pazzia digito sulla tastiera del telefono dell’ufficio i numerini scritti sul biglietto da visita di Carlo, prontamente attaccato con una potente colla ai bordi dello schermo del computer; nessuno avrebbe potuto levarlo, nemmeno il destino.
    33934... no butto giu. Rifaccio il numero, respiro profondo e via. 33934.. questa volta ho completato il numero, suona, suona, non risponde...
    "Pronto chi è?" - Oddio è lui, sì sì è lui, è Carlo! riconosco la voce, ha risposto proprio quando stavo rischiando di riattaccare.

     

    - Ciao Carlo!
    - Chi è?
    - Sono Cinzia, la ragazza ...
    - Ciao Cinzia che piacere sentirti, pensavo non ti facessi più viva.
    - No, è che ho avuto un po' di problemi...
    - Capisco, be' ci potremmo vedere questa sera se ti va, al locale dove ci siamo conosciuti. Alle 22:00, ok?
    - Perfetto, allora a stasera.

    Non mi ha lasciato nemmeno un secondo per respirare, né tanto meno per rendermi conto di quello che stava accadendo. Appuntamento galante con Carlo? Shhh... devo dirlo sottovoce che se lo sentono le colleghe riprendo botte! E’ quattro anni che sembra il primo appuntamento. E’ quattro anni che prendo botte dalle mie colleghe. Non m’importa.Prima o poi Carlo si renderà conto che il nostro amore è dettato dal destino, ci lega e non ci farà mai separare.