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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 dicembre 2009
    Il domatore di penne

    Come comincia: Ho sempre voluto fare il giornalista. Fin da quando vidi, da bambino, il film “Quarto potere”.
    Mi esaltai a vedere tutti i film di giornalismo, anno dopo anno. Intanto studiavo come una bestia, sempre ottimi voti. Il liceo, poi l’università, sempre fra i migliori.
    Dopo gli studi e la laurea, la vera gavetta, i veri insegnamenti della vera vita.
    Il primo impiego in un piccolo quotidiano di provincia, a scrivere di cicli della semina, allevamento di suini e festività religiose.
    Il giornalista scrive di tutto, sa scrivere di tutto, e in fondo è come se sapesse tutto.
    Ho fatto carriera. Con l’appoggio giusto al momento giusto si arriva in alto. Funziona così. È una di quelle verità che non insegnano a scuola, ma che tutti imparano molto presto nella vita.
    I giornali sono imprese commerciali e politiche, come ogni altra cosa umana. La cultura con la C maiuscola non appartiene al giornale, se non per dargli un minimo di spessore, nella pagina culturale appunto. Una farcitura. Un modo per dire “guardate che potremmo disquisire su Proust o Kant per giorni interi, non lo facciamo soltanto perché voi non siete all’altezza. E noi non siamo così spocchiosi”. Autorevolezza e simpatia in un unica soluzione.
    Sono diventato direttore, seguendo diligentemente la gavetta, i suggerimenti dei miei sponsor politici, e la rigorosa filosofia “cintura e bretelle”. Mai farsi trovare col sedere scoperto. Meglio una notizia in meno che una causa o un nemico in più. Punto.
    Sono passati sotto la “mia scuola” ormai centinaia di giovani aspiranti giornalisti. Li ho visti arrivare da me, come pulcini sotto le ali di mamma chioccia. Tutti pieni di compunzione e coscienza della nobile missione. Tutti traboccanti di arguzia e cultura e intelligenza. Tutti pieni di ideali e di desiderio di verità.
    Tutti con la penna affilata e temprata al sacro fuoco del mito.
    E a tutti ho spuntato la penna, come avevo dovuto fare io, e come migliaia di altri prima di me.
    Ad uno ad uno, questi giovani leoni sono stati addomesticati, le loro penne smussate, i loro artigli limati. Fino a renderli tutti docili e partecipi del comune interesse.
    Il giornalismo è mestiere. Non è arte. Non è studio. Non è guerra. Non è religione. Soprattutto non è rivoluzione.
    Il mondo lo cambiano altri, se ci riescono, il giornalista riporta soltanto la notizia che il mondo sta cambiando.
    Ho allevato generazioni di giornalisti, sotto le mie ali ingrigite e annoiate. Ho fatto scenate e fatto piangere fior di ragazzoni e legioni di ragazzotte. Per il loro bene, per insegnargli il mestiere.
    Ci vuole poco a bruciarsi in questo campo. Basta un articolo un poco sopra le righe, una frase un poco malevola verso qualche potente, o amico di potente, o amico di amico di amico....
    Chi avrebbe detto che dopo tanti anni avrei visto tutta la faccenda da questa nuova posizione, da questo nuovo punto di vista.
    A volte le vita sorprende. Raramente, ma a volte lo fa.
    Stavo “domando” la nuova ragazzina, 23 anni, fresca di laurea in storia moderna.
    Aveva preparato un pezzo di costume, sulla stagione balneare. Solo che l’aveva riempito di riferimenti ad abusi edilizi, inquinamenti fraudolenti, speculazioni, processi, nomi, luoghi, sembrava si fosse andata a studiare tutti i fattacci della riviera degli ultimi 50 anni.
    Gran bel pezzo, non c’è che dire, perfino divertente nella sua stesura ritmata, ironica e appassionata.
    Roba da far chiudere il giornale, o far saltare tutte le poltrone, da quella dell’amministratore delegato, alla mia, fino a quella dell’usciere invalido.
    Ho dovuto domare la ragazzina. Un ragnetto di 55 chili scarsi. Occhialuta e brufolosa.
    Ha cercato di tenermi testa. Ho dovuto, come spesso succede, alterarmi ad arte. Ormai so urlare meglio di un sergente maggiore anziano dei Marines.
    Al primo urlo è impallidita.
    Poi man mano che rincaravo la dose, ha ripreso colore, passando da un bel rosa carnicino, a un ramato rosso-arancione, fino a un rosso infuocato.
    Io intanto continuavo la mia missione formatrice, impartendo a lei e, per la forza dei miei polmoni, anche a tutti i colleghi, un’ennesima lezione sul giornalismo moderno.
    Mi aspettavo ormai di vederla scoppiare in lacrime e probabilmente scappare via come un povero animaletto braccato.
    Lei invece si è tolta gli occhiali. Ha preso la mia grossa e preziosa stilografica di marca dalla scrivania, l’ha scappucciata, e me l’ha infilzata nel petto. Me l’ha infilzata nel cuore!
    Adesso sono a terra, riverso malamente tra la scrivania e la poltrona girevole.
    Da questa posizione vedo la mia stanza completamente diversa.
    Chi avrebbe mai pensato che il piano della scrivania, sotto fosse così pulito, virgineo; niente macchie di inchiostro e caffè, molto più caffè che inchiostro a dire il vero.
    Invece la mia poltrona, sotto, è tutta una ragnatela, è tutta un grumo di polvere accumulata in anni di redazione coscienziosa e attenta.
    La stilografica doveva essere ben affilata, la sento dentro al petto, brucia. Sento colare il sangue e altro sangue sento salire su per la gola. Chi avrebbe mai pensato che una penna stilografica di marca potesse diventare un’arma bianca.
    E chi avrebbe mai pensato che quel ragnetto di ragazza, occhialuta e brufolosa, potesse avere tanta forza e tanta follia.
    Da questa posizione supina, sento la moquette sotto le dita, è ruvida e secca, come la mia lingua.
    Vedo tutti i miei redattori, dal basso in alto, che strana visione, li avevo sempre visti dall’alto al basso.

  • 03 dicembre 2009
    Leggero

    Come comincia: Mi sono accorto di perdere peso, alcuni mesi fa. Non che la cosa mi dispiacesse, non sono mai stato grasso, ma qualche centimetro di meno sulla pancia sarebbe stato un tocco di ringiovanimento.
    Normalmente mi aggiro intorno ai 75 chili, essendo alto soltanto 1 e 70 erano un po’ troppi.
    Stranamente, nonostante dopo 1 mese avessi perso quasi 5 chili, i pantaloni continuavano a starmi su come sempre, la cintura continuava a chiudersi al secondo buco.
    Parallelamente perdevo anche l’appetito. Ero meno attratto dal cibo. Non che mi facesse schifo o mi disturbasse, semplicemente sentivo il bisogno di mangiare meno.
    Qualcosa non tornava. Comunque mi sentivo bello leggero, camminavo più speditamente e senza quei fastidiosi crampetti ai polpacci, se facevo una corsa.
    Mi sentivo bene insomma.
    Dopo un altro mese, altri 5 chili. Iniziai a preoccuparmi un po’. Molte brutte malattie hanno questo primo indizio, un dimagrimento veloce e continuo.
    Però non stavo male. Andai dal dottore, feci un check-up completo, tutte le analisi possibili. Niente di niente, sano come un pesce.
    Il terzo mese ancora altri 5 chili. Ormai mi sentivo leggero come quando avevo 16 anni. Anche l’energia era la stessa. E anch’io però continuavo ad essere lo stesso, identico. Le mie braccia, le mie gambe, la pancetta, la faccia, tutto normale.
    Era molto strana questa faccenda. Un vero mistero.
    I mesi passarono e la bilancia, sulla quale mi pesavo ormai con frequenza ossessiva, continuava a registrare questo calo inarrestabile.
    Ormai mangiavo come un uccellino, due o tre crackers mi bastavano per tutto il giorno.
    Ero arrivato a pesare 35 chili. Neanche la più anoressica delle modelle è mai giunta a tanto, anzi a così poco.
    Eppure ero in perfetta forma, mai stato così bene.
    Andavo normalmente al lavoro, uscivo con la mia fidanzata, facevo lunghe scampagnate nei fine settimana. Tutto regolare.
    I problemi cominciarono quando, a causa del peso ridottissimo, pesavo ormai 20 chili, camminare divenne una pratica difficile. Ad ogni passetto un po’ più slanciato schizzavo come un razzo. Ad ogni saltello mi ritrovavo nell’aria, a 3-4 metri d’altezza, come un astronauta sulla luna. Dovetti fare molta attenzione. Così presi ad appesantire i miei abiti con delle zavorre.
    Un bel giorno la bilancia segnò zero.
    Io ero lì, così come adesso sono qui, c’ero tutto, testa, torso, braccia, gambe, tutto quanto. Però non pesavo più nulla.
    Andare in giro con pantaloni e giacca imbottiti di piombo era una soluzione temporanea, che avrei fatto quando fosse arrivata l’estate? Più di tanto un pantalone e una camicia non possono essere zavorrati.
    La situazione era imbarazzante e problematica.
    Un pomeriggio andai sul terrazzo, mi tolsi i pesi di dosso e subito, al primo spiffero di vento, mi alzai dal suolo, trasportato come un soffione. Ebbi paura lì per lì. Paura di precipitare nel vuoto, dall’ultimo piano del palazzo.
    Poi mi resi conto che non potevo precipitare. Non pesavo niente quindi non potevo cadere. La forza di gravità non aveva più effetto su di me. Sbracciando e dimenando le gambe riuscii a riconquistare il terrazzo.
    Sentivo il sole sulla faccia, che mi faceva bene, mi nutriva, mi dava energia, così mi spogliai e mi sdraiai a prendere il sole, rimuginando su tutta questa stranissima storia.
    Attesi la notte e ripetei l’esperimento.
    Mi lasciai trasportare dalla brezza primaverile. Era bello, rilassante, per niente pauroso.
    Direi di più, era esaltante galleggiare nell’aria a 50 metri d’altezza.
    Provai a muovere braccia e gambe come se nuotassi e incredibilmente navigavo nell’aria.
    Trasportato dal vento, feci un lungo giro sulla città, nelle luci della notte. Meraviglioso.
    La perdita totale di peso mi faceva sentire libero, svuotato da tutte le angosce.
    Ormai non mangiavo più nulla da giorni, mi limitavo a stare al sole e mi ricaricavo come una batteria. Fantastico, oltre che economico.
    La notte, non potendo ovviamente farlo di giorno, me ne andavo volando per i cieli, sempre più in alto e sempre più distante. Il mondo pareva un luogo diverso, più accogliente, il cielo era mio amico, era divenuto il mio ambiente, come un uccello.
    Anche la mia mente vagava libera per il pensiero, sognando, immaginando, fantasticando.
    La vita di ogni giorno perse interesse per me, non che fossi diventato misantropo o peggio, semplicemente camminare e fare la vita normale non era più necessario.
    Volavo, andavo dove volevo, e mi nutrivo d’aria e di sole.
    Rimanevo in aria, ad alta quota, per giorni interi.
    Ero diventato Leggero.