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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 febbraio 2009
    La lavatrice

    Come comincia: Ora sono qui. Fra poco non sarò già più.
    Scusate se irrompo nelle fresche mattine, nei pomeriggi indaffarati o nelle sere soavi in compagnia delle vostre attività preferite, ma credo di avere buone ragioni per la mia maleducazione. Ma scusate ancora, che sbadato, non mi sono ancora presentato… Vi garantisco, sarò breve, perché non posso più aspettare…
    Io mi chiamo L. e sono nato nel borgo di Cittanova Uzzolini; come tutti i cittanovesi, detesto l’invadenza e l’intrusione… Perlomeno, le detestavo fino a quando, lontano dalla mia piccola comunità arroccata sui monti Spigolini, non sono stato reso partecipe, addirittura coinvolto, di eventi demoniaci e terribili. A causa di tali accadimenti, ho deciso di rendervi edotti di quanto ho vissuto sulla mia pelle. 
    Ma procediamo con ordine.

    Scusate se parto da lontano, dai miei anni più giovani, in cui i sensi sono più acuti. In quegli anni già lontani ma vividi nel mio ricordo, il vigore sia fisico che mentale mal si concilia con l’angustia di una cittadina di poche migliaia di abitanti; uno spregiudicato senso di immortalità ti spinge lontano dal sopore contagioso di un minuscolo agglomerato di case sospeso all’altezza delle nuvole. Insomma, finita la scuola e raggiunta la maggiore età, una mattina di lunedì scelsi che, di lì a una settimana, sarei partito per la capitale, sospinto dalla galassia delle opportunità che la metropoli pareva offrirmi.
    Certo, la scelta comportò fragorosi malumori fra i miei cari; in particolare quattro persone contrastarono, talvolta con collere vomitatemi addosso, talaltra con silenzi punteggiati di rancore, il mio proponimento. Nell’ordine: la mamma (il babbo era morto quando avevo da poco imparato a parlare…), mia sorella F., mio fratello P. e, infine, S., la mia fidanzata di allora. Nessuno di loro mi risparmiò il proprio risentimento per quella partenza probabilmente inattesa (mai avevo dato segno esplicito di volermene andare), sicuramente poco avveduta (quasi nessun cittanovese, e io lo sono da almeno venti generazioni, aveva scelto di emigrare; i pochi avventurosi fecero perdere le tracce o fallirono miseramente, tanto che dovettero tornare al luogo di partenza). La mia prolungata ostinazione, però, fu tanto forte quanto la loro avversione e, dopo qualche giorno di silenzi reciproci, organizzato alla bell’è meglio un bagaglio di fortuna, senza salutarli il mattino stabilito partii.
    Le nuvole erano basse, caliginose, opprimenti. Dopo pochi passi sulla strada per la città, però, già mi mancavano l’amore e la benevolenza dei miei cari; il modo scontroso e offensivo con cui avevo imposto loro la mia decisione e il mancato conforto di un abbraccio mi struggevano. Alla stazione ferroviaria del paese di Fondovalle, tuttavia, il mio umore migliorò e, una volta che fui salito sul treno per la capitale, non mi diedi più pensiero: comunque avevo scelto, il mio destino era oramai lontano dalla casa natale. Punto e basta. Gli occhi tremolanti di un pallidissimo sole benedissero il mio ritrovato buonumore.

    In effetti, dopo qualche mese di opportuno ambientamento in città, con lavoretti saltuari qua e là, mi feci largo alquanto velocemente nel nuovo mondo, sospinto tanto da un’intelligenza prensile e rapida, quanto da un carattere pervicace e meticoloso, non disgiunto da una vigile disponibilità (che mai avrei sospettato di possedere) verso il prossimo. Con i pochi soldi che avevo mi iscrissi all’Università. Lavoro, studio e tanta ambizione. 
    Dopo un anno fui assunto in pianta stabile in un’azienda multinazionale di elettrodomestici come operaio. Al secondo anno divenni impiegato, dapprima generico, poi qualificato. Al quinto anno fui nominato capufficio. Al decimo, dopo una laurea conseguita più con rabbia che con applicazione, mi diedero una scrivania da dirigente, con tanto di vista panoramica sui palazzi della città, segretaria tuttofare, stipendio pingue e colorate piante tropicali provenienti dalle migliori serre della regione. A quindici anni dal mio arrivo in città, divenni finalmente presidente della compagnia nella quale ero entrato, quindici anni prima, come operaio generico. Ero diventato un uomo di successo, ricco e potente, inserito nel bel mondo cittadino, venerato dalle donne, benevolmente invidiato dagli uomini che, anche se mai perdonarono fino in fondo la mia origine provinciale, non mancavano di prendermi a esempio di competitività e fascino.
    Non mi volli mai sposare, perché temevo che la vita a due sarebbe stata in perenne conflitto con un lavoro intenso e dinamico come il mio, fatto di riunioni, telefonate, vertenze, pugni sul tavolo, per almeno sedici – diciotto ore al giorno; per non parlare dei viaggi d’affari nei più inimmaginabili luoghi della Terra. Avevo completamente rotto con la mia cittadina d’origine, non cercai più nessuno. Scelsi deliberatamente di non sapere più nulla dei miei cari, dai quali mi ero allontanato quindici anni prima senza un abbraccio.
    Vivevo, solo e contento di esserlo, in una villa ottocentesca situata nella zona più esclusiva della città (con ministri, banchieri, imprenditori, professionisti da parcelle gravide di cifre) circondata da una siepe, vigilata da molossi e guardie del corpo; la casa era abitata, oltre che dal sottoscritto, da domestici, giardinieri, cuochi, automobili di lusso, automobili sportive, quadri d’autore, mobili raffinati di antiquariato, stoviglie e suppellettili preziosissime, abiti eleganti e da… lavatrici.

    Sì, proprio così.

    Avevo sempre avuto la passione, fin dalla mia più tenera infanzia, per questi oggetti così geometrici, per la loro solidità parallelepipedale, per i recessi circolari del loro cestello; sembravano sottoporre i panni sporchi a chissà quali metamorfosi. Una lavatrice non era un elettrodomestico, oltre l’oblò era un crogiolo d’alchimista che dava vita a nuove forme a seconda della velocità del metallo forato. Era l’elementare, erano il rettilineo e il circolare. Era l’ingranaggio perfetto del cosmo. Da piccolo scrutavo sempre la mamma intenta a programmare i vari possibili lavaggi. Ammiravo estasiato il getto d’acqua iniziale, il lungo e ipnotico volteggio intermedio del cesto metallico, il travolgente sirtaki della centrifuga finale prima dello stop e dello schiudersi di nuovi tesori all’apertura dello sportello. Mi piaceva illudermi ogni volta che, dalle sporche tenebre di pedalini, camicie e pantaloni, si generasse, dopo ogni lavaggio, un mattino fiorito di fate danzanti nel sole, fragranze appassionate e campi costellati di coccinelle.
    In seguito potei coltivare la passione per le lavatrici anche dal di dentro, man mano che scalavo la gerarchia aziendale. Per ogni nuovo prodotto creato nelle nostre officine, un esemplare – spesso il prototipo -  finiva inevitabilmente a casa mia, in una stanza allestita per ingrassare la mia bizzarra collezione.

    Intanto, parallelamente al mio successo professionale, cresceva, anno dopo anno, la competenza progettuale dei nostri ingegneri e la perizia esecutiva dei nostri tecnici e operai nel partorire nuovi gioielli per le massaie – e i massai, sì, perché ce n’erano - di ogni angolo del globo. All’epoca in cui mi insediai alla scrivania più prestigiosa della compagnia, non esistevano sul mercato lavatrici più precise, silenziose ed economiche delle nostre. I materiali erano leggeri e innovativi; l’elettronica, sofisticatissima. Qualche taglio qua e là sul personale – ma chi non ne fa? – e qualche speculazione ben mirata in Borsa permisero di abbattere i prezzi di vendita ai clienti. Tuttavia, mancava ancora la carta vincente e decisiva per demolire definitivamente i nostri competitori.

    Ma un giorno di gennaio che non dimenticherò mai più – stavamo conducendo in quei mesi ricerche incoraggianti per un nuovo tipo di macchina che avrebbe sbaragliato ogni concorrente – bussò alla porta del mio ufficio il responsabile tecnico del settore, l’ingegner Zeta. Lo invitai a entrare. Spalancò la porta rosso in volto, in uno scoordinato mulinare di mani. Urlò, riuscendo a stento a trattenere lacrime di gioia, che era pronta la nuova lavatrice. “Venga Lei stesso a vedere, dottore, è un miracolo”. Quasi mi trascinò per la manica fino all’officina dove vidi lei. Lei, bianca come Afrodite sulla spuma del mare, solida come un maniero scozzese, silenziosa come il battito d’ali di una macaona. E che linea: snella nel corpo e morbida, carezzevole nel cestello superiore (oramai ne era passato di tempo dagli oblò frontali della mia infanzia, portoni di vetro scuro sul mistero delle forme in movimento). Femmina altera e ammiccante in lega leggera! E quanta biancheria poteva contenere in uno spazio così contenuto! E quanti lavaggi, mi fu spiegato, prima di usurare serpentina e guarnizioni! E che risparmio per il cliente! E che salvaguardia dell’ambiente! Con certezza mi dissi che il divino Efesto, nella sua fabbrica, non poteva avere raggiunto una simile perfezione di fattura quando forgiò le armi di Achille. Tutti i nostri dipendenti si erano superati nell’impegno e nel risultato. Durante il collaudo, rimasi anch’io a bocca aperta, stupefatto dall’eccellenza del nostro lavoro.

    Come sempre facevo a ogni parto delle nostre officine, anche in quell’occasione  diedi un nome femminile a quel prodigio di meccanica: non potei che chiamarla Eva, la prima, l’archetipo, l’antonomasia. E, come sempre, la volli provare personalmente a casa mia, prima di produrla in serie: era una tradizione consolidata, un additivo scaramantico che, nel corso degli anni, aveva consentito di decuplicare gli utili delle casse dell’azienda.
    Così quella sera stessa di freddo compatto, sotto lo sguardo chiaro di un cielo araldo di neve, i fattorini della ditta condussero Eva nella mia villa. Ero euforico, frizzante come l’aria che di lì a poco avrebbe sfarinato, sulla città e sulle colline circostanti, fiocchi compatti. Eccola lì, alla mia porta, avvolta in un cappottino di plastica puntinata per imballaggio, chiusa in alto da un fiocchetto rosa vezzoso; eccola lei, un po’ lamiera, un po’ Lolita…

    Subito dopo avere congedato i ragazzi delle consegne con un generoso pourboire, spinsi Eva in bagno, dove, in meno di mezzo giro di lancetta, mi spogliai dei vestiti della giornata, la denudai e le riempii il cestello. Decisamente non ero uomo da romanticherie, dovetti ammettere… Preso com’ero da un’irrefrenabile eccitazione nervosa, mi ero persino dimenticato di inserire la spina. Poco male, era prevista anche un’alimentazione a batteria con un significativo risparmio energetico in bolletta.
    Oltre ad altra biancheria residua, colmai lo spazio interno della macchina con un  vestito della mia giovinezza che non avevo mai più indossato e che era rimasto compresso nell’armadio. Mi venne in mente che quel Principe di Galles seminuovo e vivace doveva essere l’abbigliamento del giorno in cui abbandonai definitivamente Cittanova Uzzolini. I nostri tecnici mi avevano garantito che Eva poteva lavare qualunque capo,  persino quegli abiti eleganti che, normalmente, avrebbero richiesto un trattamento più dolce per non scolorire o rovinarsi irrimediabilmente; vestiti da tintoria, per intenderci.
    Così, dopo aver programmato sul computer della macchina il lavaggio per indumenti delicatissimi, premetti il pulsante rosso, ben disegnato in cima al cestello. Erano le otto e trentasette della sera, recitava il mio orologio slacciato, prudentemente collocato sulla mensola sopra il lavabo. Il digitale della lavatrice confermava. A quel punto non mi rimase che abbandonarmi allo sciacquio iniziale e alla trionfale cavalcata wagneriana verso il pulito finale…

    Ma non feci in tempo a serrare le palpebre per salpare verso sinuosi cieli d’ambra, che venni assalito da un nauseabondo senso di vertigine. Credendo di precipitare, mi aggrappai forte ai fianchi metallici e vibranti di Eva, ma li trovai gelidi, respingenti, repellenti. Staccai di colpo le mani. Mi gettai a terra. Il cuore iniziò a pompare sangue all’impazzata, le ghiandole emisero un sudore gelato e appiccicoso. Cercai aria inspirando con vigore. Poi incominciai a dimenarmi senza controllo sul pavimento, in un ballo spaventoso, quasi osceno, a scatti, a impulsi secchi. Provai a urlare, ma non mi udii. Gridai più forte. Emisi solo uno sbuffo schiumante. La nausea crebbe. La mia testa, fino a quel momento solo terrorizzata, estrasse, da chissà quale anfratto cavernoso, scoppi di tuono da offrire impietosamente alla mia percezione. Pum, pum, pummm. Trrrrr. Prima trapano da dentista, ma amplificato. Poi martello pneumatico. Infine aereo a reazione incastonato nel cranio. Non ne potei più. Di riflesso, solo di riflesso, colpii con la testa e con i pugni la sagoma poliedrica della macchina. Con violenza. Con furore. Colpii senza precisione, con una forza malata e residua. In qualche modo, tutto questo doveva finire, finire, finire… Colpii uno, due, tre, dieci volte sul fianco nudo di Eva. Basta, basta, basta. Basta. Un fischio sordo dall’interno della lavatrice sancì la mia salvezza. L’ultima immagine che ricordo fu una fila di piastrelle color avorio che mi gelavano le tempie e un sapore dolciastro di detersivo sulla lingua… Poi solo luce bianca d’infinito e silenzio.

    La notte era appena cominciata quando rinvenni. Guardai l’orologio che avevo lasciato sul lavabo. Dieci in punto. Il digitale della macchina era bloccato sulle venti e trentasette. Ero stordito, indolenzito, ma vivo. Fuori dalla finestra, la prima canizie nevosa rivestiva l’acciottolato del sentiero e la siepe in lontananza.
    Provai a saggiare le mie energie, tentando di alzarmi. Riuscii. Per prima cosa aprii il cestello di Eva – ma quel momento fu l’ultimo in cui riuscii a chiamarla così – per saggiare lo stato dei miei indumenti dentro il mostro. Ne trassi fuori calzini, mutande, camicie intinti in un’acqua melmosa, insalubre; poi estrassi il mio vestito di un tempo, il mio Principe di Galles. Lo toccai, lo rivoltai, lo appallottolai, infine ne frugai le tasche: la mia mano se ne uscì dal taschino interno della giacca con qualcosa di cartonato e parzialmente sbriciolato dal lavaggio. Una vecchia foto sbiadita virata seppia mi si materializzò davanti agli occhi. Ora ricordavo. Era l’immagine di una cena a casa nostra, a Cittanova. Di fronte all’obiettivo, il volto sereno della mamma; alla sua destra, il sorriso buffo di mia sorella; alla sua sinistra, preso di sbieco in uno sguardo assonnato, mio fratello; infine, in piedi con le mani appoggiate alle spalle della mamma, la mia fidanzata S., nella solita espressione luminosa e amorevole verso di me. Al centro del tavolo – doveva essere l’inizio della serata o la fine, perché non era ancora o non più apparecchiato – un massiccio Buddha di ferro battuto affiancato da un vaso di violette fresche. Ora ricordavo. Io avevo scattato la foto. Immediatamente, lacrime dolci solcarono binari d’argento sulle mie guance.

    Passai una notte assai inquieta, popolata di colori cangianti, ma cupi. La mattina seguente, come ogni giorno, la mia segretaria entrò nell’ufficio per consegnarmi posta e giornali. Non stavo bene: gli episodi della sera prima e il tempo da neve mi avevano tagliato il respiro. Respiravo male, a brevi sorsi di fiato. Avevo addosso un’irrequietezza proveniente da mondi lontani. Non riuscivo a stare seduto, a toccare la scrivania. Camminai avanti e indietro per la stanza, stropicciai compulsivamente le foglie delle piante tropicali, torturai fogli e matite. Non riuscivo a concentrarmi sul lavoro. Mi risedetti al mio tavolo, ordinai alla segretaria che mi annullasse ogni appuntamento, che trovasse ogni genere di scuse con chiunque e che impedisse a chiunque di entrare nella mia stanza. Poi provai a sfogliare il primo quotidiano.

    E lessi.

    “Orrore in provincia.”, titolava il pezzo nella prima di cronaca. “A Cittanova Uzzolini, sonnolenta cittadina sui monti Spigolini, nella serata di ieri sono stati rinvenuti quattro cadaveri - tre donne e un uomo - orrendamente sfigurati e mutilati, al di fuori di una villetta. Si tratta dell’anziana padrona di casa, di due dei suoi tre figli, un maschio e una femmina, e di un’altra donna che da anni frequentava la famiglia.  La strage risalirebbe alle otto e trentasette di ieri sera: al polso dell’unico uomo è stato ritrovato un orologio rotto fermo a quell’ora. A completare la scena raccapricciante, sono stati ritrovati sulla neve un pesante Buddha metallico insanguinato e petali avvizziti di violetta sparsi tutt’intorno ai poveri resti. Il commissario che conduce le indagini ha dichiarato che in tanti anni di carriera mai si era imbattuto in un simile orrore e profanazione di vite umane. Per rendere l’idea, ha proseguito il funzionario con una certa macabra fantasia, è come se quattro coniglietti fossero stati centrifugati da una lavatrice difettosa.” .
    Fu come se un branco di tigri violacee avesse violentato la mia stanza silenziosa, lasciando al suo passaggio un tappeto di specchi infranti e di angoscia cieca, irredimibile. Guardai la neve fuori, sui tetti piatti della città. Maledetta neve.

    Capii.

    Così ora sono qui, fra pochi minuti non sarò già più. La corda che ora pende dal soffitto dell’ufficio sarà l’ultimo abbraccio che il mio collo riceverà.

    Il racconto qui riferito è ora al vaglio degli inquirenti.
    Qualche mese dopo il quadruplice delitto di Cittanova, in una notte di luna alta due ladri si introdussero nella villa dell’autore della lettera riportata sopra. Dopo avere frugato in armadi e cassetti, fatto scempio di lenzuola e divani, messo a soqquadro mobili e suppellettili, i due malviventi visitarono il bagno. Alla luce di una torcia elettrica si imbatterono in una lavatrice nuova nuova. Bella, bianca, solida. Senza motivo, per puro gioco si divertirono, fra  risatine sempre più eccitate, ad accenderla vuota, senza carico. Dopo un iniziale clangore di ingranaggi male assortiti che fece dapprima trasalire, e poi tacere, i due sciagurati, dal cestello evaporò fumo sottile, ma avvolgente e penetrante. Tossirono forte, sempre di più, convulsi. Il fumo aveva ormai avvolto il bagno. Uno dei due riuscì ad accendere l’interruttore della luce per cercare una via d’uscita dalla stanza invasa. A quel punto la scena mutò. Sulla parete sopra la lavatrice il fumo, prima così volatile, si compattò in una sagoma scura, nerastra, sempre più nitida nei contorni. Un’ombra dell’inferno. I due delinquenti divennero di colpo cerei e muti. Sul muro apparve il profilo di un uomo impiccato seduto eretto a una scrivania. La figura li fissava con occhi violacei, accesi, infuocati. Per un attimo – ma era suggestione, sicuramente suggestione – a loro parve che l’ombra puntasse verso di loro il dito indice in tono ineluttabile d’accusa. I due provarono a urlare. Poi la presenza stinse e si dissolse.
    Quel che rimase sulle piastrelle fu solo notte, silenzio e goccioline di detersivo avvolte nell’argento liquido di  una luna alta e immobile.

  • 11 febbraio 2009
    Cosa sarà mai la nebbia?

    Come comincia: Cosa sarà mai la nebbia?
    So bene che non posso rispondermi, eppure seguo, imperterrito, a codificarla dal finestrino dell’aereo.
    A guardarla distaccatamente, essa non ci da soggezione, abbiamo tutto il tempo di interpretarla con cognizione, di comprendere che è una delle componenti della natura, così come il suo successivo diradarsi è l’inevitabilità che l’attende; ma nell’attimo in cui la si osserva, come la osservo io in volo, così intimamente prossima al mio animo, essa  si schiude agli occhi, compenetra il cuore, reso frattanto più caldo dalla fiammella interiore di certi pensieri; e a quel punto, non c’è tempo di chiedersi se lo vogliamo o no, cominciamo a piangere.
    Una regolazione di conti, il cui massimo pronunciamento doveva essere stroncarlo ; come persona, per la sua vigliaccheria, fatuamente dissimulata; come marito, per avere reso,in poco più di un anno, mia madre il fantasma di se stessa; come padre,infine, per l’abbandono spietato della sua famiglia.
    Con questo carico di esplosivo, ero giunto ad Haarlem.
    Mia madre tempo addietro mi aveva mentito, quando le avevo intimato di dirmi dov’è che si trovava; disse di non saperlo, che aveva chiuso i ponti.
    Esattamente quello che avrebbe voluto fare, se avesse avuto maggiore forza d’animo.
    Venni a sapere da uno zio che lei, per mezzo dell’opera di un non meglio qualificato “007”, suo lontano parente, aveva scoperto che mio padre si era stabilito in Olanda e che un amico gli aveva fatto pervenire il certificato di residenza all’estero.
    “Ha aperto un bistrot, cosa da poco” le era stato riferito.
    Mia madre, indotta dallo sconvolgimento emotivo, aveva preso l’abitudine di uscire quasi ogni sera con colleghe dell’ufficio, a suo dire.
    Ma la verità, tremendamente appurata da un’agenda di appuntamenti che lei aveva lasciata aperta sul tavolo della cucina, era che usciva con uomini sempre differenti, in rispetto a uno strano sistema di appuntamenti“usa e getta”, adottato da tutta una frangia di persone, iscritte allo stesso sito internet, lei compresa.
    Una sera, rincasato nottetempo a casa, la trovai rannicchiata sul divano del soggiorno , rossa in viso e inveente contro mio padre. Fu allora che ella stessa non si trattenne dal confidarmi il luogo dove il “maledetto” si era già creato il nucleo di una diversa esistenza; Harem.
    Sì, perché la sua mente,forzata dagli eventi, aveva involontariamente trasferito sul nome della città di Haarlem, tutta l’asprezza di quel dolore a suo tempo inaspettato; il nome “Haarlem”per mia madre non aveva senso, tanto più che non era mai stata in Olanda; lo aveva invece il nome Harem, che si prestava meglio alla logica induttiva secondo cui l’abbandono di mio padre era stato a tutto favore di una, o più donne.
    “Fagliela pagare!” fu l’eco martellante del suo strazio.
    Avevo soltanto l’indicazione del bistrot, peraltro senza nome, ma una frenesia ferina che mi avrebbe consentito di stanare la lepre più caparbia.
    Raggiunta la Grote Markt, presi posto in un tavolino esterno a uno dei locali della piazza. Domandai a un cameriere smilzo, dalla carnagione chiara come l’avorio, se lui, o qualcuno della birreria, avessero per caso sentito parlare di un bistrot cittadino, gestito da “Tullio Scoletta, un italiano”.
    Il cameriere mandò a chiamare la titolare, una donna dalle spalle massicce e una voce stantuffata, solforosa, la quale mi disse che sì, lo conosceva;  mi porse cordialmente una piantina della città,  cerchiandomi la stradina dove avrei trovato il bistrot, e mi augurò una buona permanenza.
    La molla ostinata di un ingranaggio mal collaudato, il risultato imprevisto di un calcolo,  la realizzazione di cui, sul momento, ci ha distolto dalla precaria conoscenza  dei nostri mezzi; la vita può essere anche questo.
    Mio padre seduto di fronte a me, con le narici piene di ovatta insanguinata, e un silenzio irrisolvibile di cui allora ho conservato il gelante ricordo.
    “Federico, dopotutto è mia la colpa”.
    La foga con cui l’avevo affrontato si era disciolta d’un colpo, svelando a occhi disincarnati da me stesso, la piena grossolanità del mio essere.
    “Perdonami per prima, papà; davvero. Lui dov’è?”
    “Vuoi conoscerlo?”.
    “Mi piacerebbe”.
    Mio padre si alzò e, muovendosi fluidamente , come se a quei gesti si fosse preparato già da prima, lo vidi imboccare una scalinata a chiocciola e chiamare, con tono ascendente e confortevole, suo figlio Stephen.
    Io di sotto mi preparavo a essere ricevuto da quel ragazzo, come un fedele confuso che ha perduto le coordinate del mondo, e che passeggia avanti e indietro sul sagrato della chiesa.
    “Papà, raccontami com’è andata”.
    “Ero al primo anno di università, quando conobbi sua madre, durante un scambio studentesco ad Amsterdam. Me ne innamorai, e lasciai gli studi, per trasferirmi con lei, che lavorava in un chiosco turistico.
    Rimase incinta. Al sesto mese di gravidanza, mi disse che i medici le avevano detto che il neonato sarebbe nato con un qualche difetto congenito, ma non seppero dire di più.
    Io ero spaventato, forse più di lei. Ma mi sembrava giusto farlo nascere, quel bambino, di ciò ero convinto.
    Ma io e Karen litigammo e finì che io me ne tornai in Italia, dopo la morte di tuo nonno, e portai avanti la pasticceria. Non la sentii più. Poi conobbi tua madre. Il resto è storia che conosci”.
    “E la telefonata?”
    “La ricevetti un anno e mezzo fa; proveniva da un istituto dove Stephen aveva vissuto fino ad allora. Mi dissero chiaramente che la madre da anni non si faceva più viva, e che aveva fatto il mio nome al direttore, l’ultima volta che la videro. Aggiunsero che Stephen da un pezzo stava molto male, che soffriva la solitudine e crisi di grida, e che loro avevano già fatto tanto. Ma guarda, come ti sorride! Stephen, this is your brother, Federico”.
    Sì, Stephen sono tuo fratello. Cosa c’entra la sindrome di Williams con noi? Con l’affetto che in tutto questo tempo ti dovevo?
    Lo domando alle nuvole, a una in particolare, che da quest’altezza  pare somigliante al volto di un re con una corona piena di gemme; hai ordinato tu di erigere per primo questo muro, che divide arbitrariamente una città con più mezzi, da una che per quanto non abbia le medesime possibilità, fa comunque parte dello stesso spazio che condividiamo?
    “Papà, ma perché non dire semplicemente la verità; perché andarsene via così, passare per persona crudele, per nemico degli affetti?”
    “Federico, Stephen è un po’ agitato. Lo vorrei portare a Parkwijk, al parco; sai, anche a lui piace tanto pattinare. Oggi, vi posso portare entrambi”.
    “Non mi hai risposto”.
    “Federico, quando partii la prima volta per vedere Stephen, mi ero ripromesso di farlo, di confessare a te e tua madre tutto quanto”.
    “Perché allora non l’hai fatto?
    “Perché… non era quello che voleva Stephen. Lo sai cosa mi ha detto, fra risa e lacrime, quando una ragazza dell’istituto gli ha fatto capire che ero suo padre?
    Mi ha detto che gli sono sfuggito, che è stato più veloce di me; e che adesso mi permetteva di raggiungerlo, perché si era stancato di correre tutto da solo. E’stato il suo rimprovero, capisci?”
    Li ho conservati così nella mia testa, Stephen che prendeva una mano a mio padre, e lui che teneva nell’altra il passamontagna che Stephen non voleva perché diceva che gli metteva caldo.
    Eravamo andati al parco, trascorso ore a cadere giù col sedere sul ghiaccio. E’stato meraviglioso.
    L’indomani, all’aeroporto di Schiphol, mio padre si raccomandò con me affinché portassi a termine l’università, di non lasciare nessun tragitto a metà. Mi diede dei soldi, dicendo che me ne avrebbe spedito un tanto ogni mese.
    “Papà, mi sorprende che tu non mi abbia chiesto come sono riuscito a trovarti. E un’altra cosa; cosa dovrò dire alla mamma? ”
    Mio padre drizzò le sue spalle alla maniera di chi sa di avere combinato un impiastro ai fornelli, eppure celebra bonariamente la sua pietanza come fosse la più saporita mai realizzata;
    “Sono certo che lo “007” le farà pervenire mie notizie”, fu la sua risposta.

  • 11 febbraio 2009
    Il sole all'improvviso

    Come comincia: Anaïs credeva di conoscere tutto degli uomini e del sesso. Aveva vissuto esperienze di ogni tipo. A partire da una timida ma inquieta adolescenza, bombardata da una curiosità ossessiva per tutto ciò che riguardava l’universo maschile. Fino a sbocciare in una giovinezza vivace e prorompente, in cui aveva imparato, con raro talento, ad affinare le proprie arti amatorie. Due le sue passioni. La pelle nera e gli uomini molto più grandi di lei. Immaginava che un corpo scolpito, dalla pelle color d’ebano, potesse procurarle piaceri più intensi, più lunghi e più animaleschi, proprio come lei sentiva di essere, quando si abbandonava alle voluttà dei suoi istinti. Così, aveva accumulato esperienze, qua e là per il mondo, durante i suoi frequenti e non casuali viaggi, spinta dal desiderio di conoscere sempre terre nuove e nuovi modi di vivere. Era una creatura camaleontica e sapeva trasformarsi in una schiava ribelle o in una docile geisha. Si mescolava con disinvoltura alla gente e, inevitabilmente, collezionava ogni volta un’avventura, incoraggiata dal sole, dal mare e dal cielo tropicale, complici perfetti delle sue peripezie di giovane e incosciente cacciatrice di sensazioni. Allo stesso modo, però, era convinta che solo un uomo adulto e maturo potesse gratificarla in maniera totale, con la sapienza e la dedizione inevitabilmente estranee alla frettolosa esuberanza dei giovani maschi. E senza bisogno di scomodare Freud sapeva bene che di questa sua cieca attrazione per gli uomini più grandi non si sarebbe mai liberata.
    Anaïs andava fiera del suo temperamento amoroso e compativa quelle donne vittime di “anoressia sessuale”, come lei si divertiva a definire la frequente indifferenza femminile al piacere fisico. Pensava che il sesso fosse un po’ come la ginnastica, che occorresse tenersi in allenamento, per non atrofizzarsi e per evitare di cadere nell’abitudine di non sentirne il desiderio, né tanto meno il piacere. Per questo Anaïs andava in palestra tutti i giorni! Dare piacere era per Anaïs fonte stessa di piacere. Tanto che, spesso, era lei a dedicarsi spasmodicamente al suo compagno di turno. Attenta ai desideri di lui, alle sue sensibilità e alle sue reazioni, era lei a possederlo donandosi, dimenticandosi a volte di occuparsi persino della propria soddisfazione. Inevitabilmente Anaïs si stancava presto dei suoi amanti e addirittura, molto spesso, dopo un incontro amoroso, si ritirava in segreta solitudine, godendo dell’eccitazione che i suoi pensieri e la sua immaginazione le provocavano. Non aveva ancora perso l’entusiasmo di rituffarsi ogni volta in una nuova avventura anche se in cuor suo sentiva che la sua vita sessuale stava diventando sempre più un cumulo di vuoti a rendere, un ammassarsi di cadaveri e di ricordi senza volto e senza nome. Da un po’ di tempo, infatti, si era annidata in lei la sensazione che qualcosa le mancasse, qualcosa di profondo cui non sapeva dare una definizione. Era un sapore amaro, di assenza, che si risvegliava con lei tutte le mattine, ancor prima che aprisse gli occhi e che si trascinava per ore durante la giornata, come i postumi di una sbornia, diluendosi con sempre maggior fatica.
    Così Anaïs, seduta sul treno che tutti giorni la portava all’università, cercava di esorcizzare quello strano senso di vuoto, guardando fuori dal finestrino: immaginava di veder scorrere la propria vita, fotogramma dopo fotogramma, fantasticando sulla scena successiva e pregustando ogni volta un colpo di scena travolgente e un finale mozzafiato. Era un viaggio dentro il viaggio, che l’aiutava ad evitare tutti quei volti insipidi con cui, con una sottile presunzione, sentiva di non aver nulla in comune se non quel breve tragitto verso l’università.
    Quella mattina, stranamente, il treno non era molto affollato e si sentì fortunata a trovare uno scompartimento tutto per sé. Ebbe appena il tempo di sedersi e di scivolare nell’effervescenza delle sue fantasie, quando qualcuno all’improvviso la richiamò alla realtà, interferendo piacevolmente con il film che stava girando nella sua testa.
    “Mi spiace disturbare i suoi pensieri, signorina, posso sedermi qui?” domandò gentilmente un uomo, indicando il sedile libero di fronte a lei.
    “Prego, è libero” rispose senza alzare lo sguardo dal libro che teneva sulle cosce. In verità Anaïs provava una curiosità insolita di scoprire che aspetto avesse il titolare di quella voce così calda e maliziosamente cortese ma con un’ostentata indifferenza si scostò appena, incoraggiando comunque lo sconosciuto a sedersi di fronte.
    Le erano bastate quelle poche parole per intuire che qualcosa di inatteso stava capitando e un’improvvisa sensazione d’imbarazzo si impossessò di lei. Per la prima volta Anaïs sentiva di essere preda e non cacciatrice e scommetteva che da lì a breve l’uomo avrebbe sferrato il suo attacco, rovinando presumibilmente tutto con una banale battuta sulla sua lettura di psicologia. Niente di più scontato. Ciò l’avrebbe liberata da quell’inaspettata ebbrezza, catapultandola indietro nel film della sua mente e restituendola ai suoi consueti sogni ad occhi aperti.
    “C’è qualcosa di nuovo nel sole oggi, non trova? – esclamò invece lui, spiazzandola nuovamente.
    D’istinto Anaïs guardò fuori dal finestrino. Era una timida mattina di marzo ma il sole, già alto, tingeva l’aria di primavera inoltrata. Ne era certa, l’uomo non si riferiva né al tempo meteorologico né al panorama.
    “Bèh, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo e di diverso, anche quando piove. Basta saperlo vedere!” azzardò lei di scatto, meravigliandosi che qualcuno, come lei, sapesse cogliere la bellezza nascosta delle cose. Anaïs non aveva ancora imparato a riflettere prima di parlare. C’era come una molla dentro la sua testa che la spingeva sempre a reagire d’istinto. Avrebbe voluto un traduttore simultaneo per i suoi pensieri, perché le parole li rallentavano, anestetizzandoli e stemperando la loro irruenza. Eppure questa volta aveva la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno che riusciva a leggerle dentro e a vedere oltre i suoi occhi.
    “Ha ragione – ribatté lui sicuro - c’è sempre qualche cosa di nuovo in ciò che vediamo. La vita è una continua sorpresa, eppure non tutti sono in grado di coglierne la bellezza. I più sono ciechi e non sanno che il mondo è meraviglioso non solo per quello che ci fa vedere ma ancor di più per quello che ci nasconde”.
    “E secondo lei cos’è che ci nasconde?” lo sfidò lei scettica di fronte a quel sorprendente filosofeggiare.
    “Per esempio cosa potrà succedere tra dieci minuti, questa notte o domani” replicò lui serio, catturando irrimediabilmente la curiosità e lo sguardo di Anaïs.
    Era come ipnotizzata dalle sue parole, sostenute da quegli occhi scuri che parevano trapassarla da parte a parte. Nessun accenno da parte dell’uomo al suo aspetto provocante, una tacita promessa con cui lei era solita giostrare le sue comparse maschili e che ora invece sembrava un futile optional. Pareva che lui vedesse direttamente la sua anima e con quella stesse parlando.
    “Cosa intende? E’ ovvio che ci sia precluso conoscere il nostro futuro!” domandò cercando di riemergere da quell’incomprensibile ipnosi dei sensi.
    “Vede, la bellezza sta nel fatto che tante volte il futuro è già presente nelle cose che ci succedono. Siamo noi a non saperlo vedere.” ribatté lui con un sorriso disarmante.
    “Perché lei sa forse cosa il futuro le riserverà tra dieci minuti, questa notte … domani?” riprese sperando di riportare la conversazione, e soprattutto se stessa, sulla Terra.
    “Sì! E glielo dimostrerò se me ne darà la possibilità” rispose lui baldanzoso, dando così ad Anaïs l’ultima definitiva spinta verso quel misterioso precipizio su cui si stava maldestramente tenendo in equilibrio.
    Quell’uomo la stava sfidando, era evidente. Era un bluff, uno scherzo? Un tentativo di abbordaggio certamente originale e ben studiato? Oppure quel tipo era un filosofo megalomane, allucinato dai suoi stessi mirabolanti sofismi? O le sue teorie avevano invece un senso, un significato che lui stava cercando in qualche modo di comunicarle? Ma perché proprio a lei?
    Anaïs cercò di scuotersi da tutti quegli interrogativi nella sua testa, sforzandosi di mettere a fuoco quel viso, alla ricerca di qualche dettaglio che magari le facesse capire qualcosa in più. Ma si morse le labbra e restò muta, sconfitta dal fascino che trapelava da quei lineamenti maturi e dalla sfumatura argentea dei capelli, tutti ingredienti golosi per lei, intriganti come la sua voce. L’apparente sicurezza di lui non lo rendeva arrogante, anzi, si mescolava a un’espressione ironica, un po’ canzonatoria di chi sa ridere di sé, che lo rendeva particolarmente stuzzicante. Quel filosofo, o dongiovanni che fosse, le ispirava fiducia. Anaïs scivolò giù con lo sguardo fino alle sue mani intrecciate sopra il ginocchio, mani sapienti, capaci di profondere piaceri e carezze ma in grado anche di togliere il respiro all’occorrenza, ne era certa. Le piacevano, avrebbe voluto toccarle. E farsi toccare.
    In quel silenzio di sguardi le venne in mente un epigramma letto da qualche parte non molto tempo prima: “Non c’è niente da fare, quando penso a te ho il cervello in continua erezione”. Era, infatti, la prima volta che Anaïs percepiva l’eccitazione come un’energia proveniente dalla testa, una scossa che lentamente si trasmetteva a tutto il corpo, cellula dopo cellula, millimetro dopo millimetro, come un calibrato e inesorabile gioco di domino. Doveva frenarsi, assolutamente.
    “Temo che non ci sia tempo per dimostrarmi le sue virtù di chiaroveggente. Siamo quasi arrivati e l’unica cosa che può sapere con certezza è cos’ha da fare lei ora.” tagliò corto, sottolineando quel ‘lei’ con un tono più grave, come a voler mettere uno scudo tra sé e l’eventuale radar indovino di lui.
    “Di tutte le cose che invece non so – le rispose offrendole un sorriso come un fiore inatteso che mandò in pezzi all’istante lo scudo traballante di Anaïs - ce n’è una che vorrei assolutamente conoscere prima di incamminarmi per la mia strada, qualcosa che solo lei può dirmi.”
    “Io? E cosa? E’ lei il mago, a suo dire, io tutt’al più posso essere una fata per compiacerla” scherzò lei, strappando una risata sincera che attirò gli sguardi dei pochi viaggiatori ancora seduti nello scompartimento.
    “Oh, saremmo davvero una coppia “da favola” ne sono sicuro! Ma quello che vorrei sapere è semplicemente il suo nome. Come si chiama?”
    Il nome! Possibile che avevano parlato per tutto quel tempo senza nemmeno essersi presentati? Davvero c’era qualcosa di strano nell’aria quel giorno.
    “Mi chiamo Anaïs, e anche se mi piace scrivere purtroppo ho solo il nome in comune con la mia scrittrice prediletta”.
    “Io mi chiamo Henry e visto che non credo alle coincidenze penso che questo viaggio non si fermerà insieme a questo treno. E’ un piacere conoscerla, Anaïs!”
    “Henry? … è un piacere anche per me …”
    Nemmeno lei credeva alle coincidenze ma questo le sembrava davvero troppo: Henry! Come Henry Miller! D’un tratto le vennero in mente tutte le volte che si era abbandonata al piacere solitario stimolato dalle letture eiaculatorie di quello scrittore. Ma il treno frenò bruscamente e si accorse che la gente cominciava ad accodarsi per scendere. Era come se si stesse risvegliando in quell’istante da un bellissimo sogno. Le pareva di essere scesa da una giostra e sentiva ancora le vertigini, “… un giro ancora per favore!”. A malincuore si alzò e fu con piacevole sorpresa che, muovendosi con soppesata lentezza, si scoprì sciolta, calda e pulsante proprio nell’ultima parte di sé a cui aveva pensato durante tutta la conversazione. “Ecco dov’era finito l’ultimo tassello del domino!” disse a se stessa e le scappò una risatina, pensando a quanto fosse incorreggibile: riusciva ad eccitarsi senza nemmeno rendersene conto. Di certo non sarebbe mai diventata un’anoressica sessuale, lei! Anche Henry si alzò, lasciandola uscire per prima, e Anaïs sbirciò un mal celato movimento della sua mano nella tasca dei pantaloni. Un’”aggiustatina” a lei ben nota, che non poté fare a meno di sottolineare con lo sguardo, senza per altro il benché minimo imbarazzo di lui. Di solito trovava quel gesto rozzo e di cattivo gusto, invece tutt’a un tratto fatto da lui diventava assolutamente naturale. Gli lanciò un sorrisetto complice, grata di quella manifestazione di desiderio che, evidentemente, anche Henry aveva avvertito e che, a quel punto, si sentiva autorizzato a lasciar crescere. Anche questo le sapeva di familiare, anzi di più, di intimo. Quell’uomo la faceva sentire una bambina maliziosa da corrompere e da condurre per mano alla scoperta del piacere e contemporaneamente una donna affabile, all’altezza delle più fini arti di seduzione. Lei, che era sempre stata una minaccia per gli uomini, si sentiva ora golosamente in pericolo.
    Anaïs sperava con tutte le sue forze che Henry le chiedesse il numero di telefono, l’indirizzo, un appuntamento! Qualcosa insomma!
    “Mi farebbe piacere chiacchierare ancora con lei, sento che abbiamo molte cose da dirci. E poi devo sempre dimostrarle qualcosa, no? Posso lasciarle il mio biglietto da visita, Anaïs? ”
    Possibile che le avesse letto nel pensiero?
    “Ne sarei felice … sia di avere il suo biglietto sia di scoprire cosa vuole dimostrarmi e … mostrarmi”.
    In uno slancio si scambiarono molto più dei biglietti da visita. Si confessarono l’inspiegabile fame di conoscersi. Quasi senza accorgersene si ritrovarono giù dal treno, mano nella mano. Anaïs sentiva crescere una febbre sconosciuta che le scorreva su per tutto il corpo, a partire da quel contatto di mani che segretamente parlavano tra loro e si promettevano piaceri inconfessabili. E guardando Henry le parve di veder montare dentro di lui un desiderio indecente che quasi la stordì.
    “Ciao Anaïs, grazie!”
    “Grazie a te Henry … Ciao!“
    La mano di Anaïs sgusciò fuori a fatica dalla sua i due e si allontanarono ognuno per la propria strada, con la segreta certezza che presto si sarebbero rivisti. Rubando la propria immagine allo specchio di una vetrina Anaïs sorrise alla bambina che vedeva dentro a quel corpo di donna e si sentì grondante di sole. Annusando le dita che sapevano di lui, strinse con l’altra mano il biglietto da visita infilato in tasca e volò via, incurante dei passanti che, stralunati, si domandavano cos’avesse di strano il sole quel giorno.
    Era una timida mattina di marzo di tre anni fa. Il sole non era quello di sempre, tingeva l’aria di primavera inoltrata e prometteva scintille senza fine. Da allora Anaïs e Henry vivono insieme. Lui le ha dimostrato che l’Amore vero esiste e le ha insegnato a coltivarlo con lentezza, gustandone ogni sfumatura. Lei lo ha contaminato con la sua selvatica passionalità, accendendo in lui fuochi sconosciuti. Insieme oggi scrivono libri e queste sono state le prime pagine del loro romanzo più importante, quello che racconta la loro storia d’amore e di passione. Non sorprendetevi, dunque, se all’ultima pagina non ci sarà la parola FINE, perché questa è una favola e loro… VIVRANNO PER SEMPRE FELICI E CONTENTI!

  • Come comincia: Il nobile Ercole Amedeo Duca di Fossostretto, si è ritirato in convento, essendo giunto agli ultimi giorni, o mesi, di vita.
    Non per l’età, che ha da poco superato i quarant’anni.
    La malattia che lo ha colto, nel fiore della maturità, non lascia scampo.
    I cerusici non conoscono rimedio alcuno al male che lo affligge. Hanno decretato che il cancro che lo divora, se lo porterà via in breve tempo, poche settimane.
    Così Ercole, uomo di straordinaria energia fisica e mentale, condottiero di armate e amante vigoroso, come l’eroe semidivino di cui porta il nome, ha deciso di passare il breve tempo che gli resta, chiuso nella cella di un convento, tra l’umiltà e la semplicità dei frati francescani.
    Un giovane novizio gli è stato assegnato come domestico.
    Lui, che possiede castelli, palazzi, boschi e campagne, è ridotto ad avere come unico servo un imberbe fanciulletto.
    Il duca ha dato disposizione che nessuno venga a disturbare la sua fatale attesa, la sua agonia silenziosa, né per affari di Stato né per affari di famiglia. I consiglieri, la sua devota moglie Isabionda, il padre e tutti i suoi congiunti, sapranno ben governare i possedimenti.
    Ercole si sente svuotato delle proprie forze, come se un demonio gli avesse prosciugato l’energia vitale. Non prova dolore alcuno, a parte un certo affanno al petto, che diventa soffocante se prova a sforzare i movimenti.
    Il primo attacco, di questo male oscuro e silenzioso, lo ha subìto mentre cavalcava verso il suo castello, al ritorno dalla campagna contro i briganti di Montecuzzolo.
    Appena un mese prima.
    Il nobile condottiero se ne sta sdraiato sul lettuccio di paglia, nell’ombra della sua celletta. Ode i rumori del lavoro dei frati, all’esterno. Un pacato e ritmato scavare di zappa dall’orto. Un tranquillo sfregare di raspa dalla falegnameria. Il cigolio di un carretto a mano, dalla strada.
    A distanza cadenzata, il suono gentile e pulito della campanetta, gli conta le ore che passano. Quando è tempo di orazioni, l’odore dell’incenso invade magnificamente la sua cella, insieme al canto basso e pacificatore dei frati. Si sente nell’anticamera di Dio. In attesa dolce e serena di tornare fra le Sue onnipotenti e amorevoli braccia, ben più possenti delle sue, che pure hanno sconvolto non poche urbe e stretto una moltitudine di fanciulle.
    Ripensa alle sue gesta, il duca, che già gli paiono lontane nel tempo e nello spazio. Eppure l’ultimo sangue lo ha versato meno di 40 giorni prima, sul crinale nord di Montecuzzolo, dove il suo esercito ha stretto in un canalone Nerofumo e tutta la sua banda di tagliagole.
    Il capo dei briganti, noto per la sua efferata crudeltà, impazzava da anni nelle lande montuose della regione, era tempo di porre fine alle sue malefatte.
    Nerofumo, uomo di non comune statura, seppure magro e legnoso come un cipresso, aveva fama di potente mago, oltre che sanguinario brigante. Solo per questa ragione nessuno aveva osato braccarlo veramente. Tutti i vassalli della regione si limitavano a inseguire le sue bande fino ai propri confini, finché giunti alle montagne, lasciavano perdere la caccia, ben lieti di tornarsene a casa loro.
    Ma Ercole non poteva sopportare che quegli straccioni, per giunta eretici, continuassero a depredare le sue terre. Era giunta l’ora di appendere Nerofumo per il collo, come la legge degli uomini e di Dio imponeva.
    Quando, dopo l’inseguimento e la battaglia, il lungo e segaligno brigante fu appeso con la corda al collo ad una grossa quercia, in una radura tra Val del Giusto e la vecchia Via Romana, Ercole e i suoi soldati gridarono di orgoglio e di giustizia compiuta.
    Nei suoi ultimi rantoli, Nerofumo sputò le sue maledizioni all’indirizzo del Duca. Non si capì nulla delle sue parole, ormai la corda gli stava stringendo in gola i suoi ultimi blasfemi insulti.
    Sulla via del ritorno, a due giorni dall’esecuzione, a mezza strada per il castello, Ercole avvertì un senso di affanno al petto, che mai aveva provato in vita sua.
    La stanchezza lo faceva cavalcare lentamente. I suoi sergenti nulla sospettarono, godendosi il tranquillo rientro verso casa.
    Giunta l’ora del vespro, il duca ordinò di accamparsi in riva al torrente. Nella notte il male lo assalì con malefica protervia.
    Giunse al castello in lettiga. I sudditi lo credettero ferito in battaglia. Ma quando si seppe dello strano male che lo affliggeva da due giorni, il popolo e i cortigiani rimasero stupefatti che un pezzo d’uomo come lui, potesse ridursi a tal meschino sembiante non per colpa del ferro, ma di un qualche male di stagione.
    Fatto sta che il duca non si riprese più. I cerusici mandarono a chiamare altri cerusici, e questi altri ancora, più famosi di loro. Nessuno parve in grado di trovare una cura per il grande soldato.
    Sdraiato sulla paglia, con indosso soltanto le brache, un camicione di flanella e avvolto nel mantello scuro, Ercole pareva un eremita, smagrito e pallido. Ma la sua mente stava conquistando una forza prima sconosciuta. Non più impegnata nelle questioni di governo o nei piani di battaglie, vagava senza meta per le vie dei ricordi e per i sentieri dell’immaginazione.
    Passando continuamente dal torpore della malattia al sonno, Ercole viveva quei suoi ultimi giorni in uno stato quasi di grazia, sentendosi egli uomo giusto e retto, servitore di Dio e del suo regno.
    Il giovane novizio lo disturbava il meno possibile, soltanto per farlo mangiare e per lavarlo. Il priore lo veniva a trovare ogni giorno, nell’ora quarta, per informarsi sulle sue condizioni e le sue necessità; ma il condottiero non aveva richiesta alcuna, se non che pregassero un po’ per la sua anima.
    Passo così una settimana, senza che il duca migliorasse o peggiorasse. E poi un’altra ancora. Giunse un messo dal castello a informarsi sulle sue condizioni, ma nulla di nuovo v’era da riferire.
    L’inverno iniziò e si fece rigido. La neve cadde su tutta la regione. Nelle campagne deserte volavano soltanto i corvi, a caccia di cibo. Nelle case ognuno badava ai suoi affari e si cullava nella stagione del riposo.
    Al castello la vita era continuata come sempre, gli affari di corte tenevano impegnata la duchessa Isabionda e i suoi consiglieri.
    Ercole passava ormai da due mesi dal sonno al torpore, come si è detto, senza che il suo male si aggravasse e senza segni di miglioramento.
    Arrivati all’approssimarsi della Primavera, dalla corte ducale giunse ancora un messaggero, ma nulla di nuovo vi fu da riferire. Al castello i preparativi per i riti funebri erano stati approntati da tempo. Ma alla cerimonia mancava il cadavere.
    Con la bella stagione, la vita riprese, anche nel convento i rumori si fecero più intensi, le giornate lunghe e luminose. Ma le condizioni del duca non cambiarono in nulla. Se si alzava dal giaciglio, un giramento di testa lo faceva barcollare. Una semplice passeggiata nel chiostro lo affaticava oltremodo. Il cibo non gli era di nessun conforto e beneficio.
    Ercole si rassegnò ad una lunga agonia, in fondo neppure sofferta, visto che a parte la stanchezza, le vertigini e l’affanno, non avvertiva dolore alcuno.
    Gli venne in mente che forse Dio non lo voleva con sé. E si mise a ricordare tutto ciò che gli riusciva della sua vita intensa e avventurosa. Certo, aveva ucciso, ma senza mai godere nel farlo. Aveva amato molte donne, ma era normale a quei tempi, per un nobile. Nulla che una semplice confessione e penitenza non potesse rimediare.
    Si domandava quindi il perché di quella insolita, lunga e indolore agonia.
    I mesi passarono, i cerusici vennero richiamati, per capire cosa stesse tramando il male che debilitava il duca, ma nulla più della prima diagnosi fu possibile, ai dotti maestri, emettere.
    Ercole ribadì il suo ordine, che nessuno lo cercasse e lo disturbasse, per nessuna ragione. Se Dio voleva farlo attendere così a lungo nell’anticamera della morte, che fosse rispettata la Sua volontà. Non sarebbe stata certo la sua la peggior sorte del mondo.
    Il grande soldato, immaginò che, da uomo d’azione quale era stato per tutta la vita, adesso Dio volesse imporgli quella lunga, insipiente agonia, perchè imparasse la pazienza e la sopportazione, e per dargli modo di meditare a fondo sulle vie dell’espiazione.
    Passò un anno intero e il duca non morì.
    Ne passarono altri due, ed Ercole non dava segni né di guarire né di morire.
    Al castello e in tutto il regno, ci si dimenticò dell’agonia del duca. Egli rimase sempre nel convento, quasi sempre sdraiato nella sua celletta, assistito dal novizio, che era ormai divenuto frate, e poi bibliotecario e infine, dopo vent’anni, priore a sua volta.
    Nessuno seppe che fine fece Ercole, duca di Fossostretto.
    Nessuno seppe mai della sua morte, nessuno compì le sue esequie. Nessuno conosce l’ubicazione della sua tomba.
    Il convento non esiste più. Le guerre e i rivolgimenti che seguirono quegli anni, hanno cambiato il mondo.
    Rimane solo la leggenda, del duca Ercole e della sua ultima impresa, la caccia al brigante Nerofumo. Di cui si diceva fosse un grande stregone oltre che sanguinario bandito.

  • 11 febbraio 2009
    Una mamma molto speciale

    Come comincia: Si sentiva sola Monica in quel minuscolo appartamento situato al quarto piano di un enorme palazzo nella periferia a nord di Napoli. A farle compagnia era solo qualche sbiadito ricordo dei suoi genitori prematuramente scomparsi in un tragico incidente stradale e qualche amica che sporadicamente si recava a farle compagnia. Monica aveva soltanto 25 anni ma era già vecchia nel cuore; i problemi che aveva dovuto affrontare nel suo recente passato sembravano davvero insormontabili per la sua giovanissima età. Se ne stava lì seduta sul suo modesto divano stringendo fra le mani l’orsetto di peluche  che sua madre le aveva regalato da bambina: l’unico vero ricordo che aveva dei genitori.
    Fin da ragazzina aveva più volte espresso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia ma purtroppo anche l’amore le aveva sinora riservato delle amarissime sorprese. Spesso infatti si confidava con le amiche dicendo loro di non credere più nel vero amore e ogni giorno che passava se ne convinceva sempre di più.
    La ragazza, per potersi guadagnare da vivere, lavorava come commessa presso un negozio di abbigliamento ma nonostante questa professione le permettesse di vivere in maniera abbastanza dignitosa, nel cuore della giovane Monica persisteva quel senso di smarrimento e di insoddisfazione che aveva contraddistinto la sua persona fin dalla scomparsa dei suoi amati genitori. Sembrava quasi che avesse paura di tutto e di tutti infatti, ogni volta che qualcuno provava a fare amicizia con lei, Monica si comportava sempre in maniera distaccata e fredda come se volesse allontanare chi invece voleva starle accanto. Anna, la sua migliore amica, era disperata nel vedere Monica sempre più triste e chiusa in sé stessa e frequentemente cercava di coinvolgerla nelle sue iniziative. Al contrario di Monica, Anna era una ragazza molto solare e amava tanto divertirsi in compagnia dei suoi coetanei; erano frequenti le feste da lei organizzate a casa di amici che duravano fino a notte inoltrata con tanto di musica ad alto volume e che si concludevano sempre allo stesso modo: tutti infatti divoravano gustosi cornetti caldi alla marmellata.
    Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, Anna riuscì finalmente a coinvolgere Monica in una delle sue trovate. Una sera infatti Monica si unì alla comitiva di Anna e andarono tutti in un noto discopub napoletano dove a farla da padroni incontrastati erano il divertimento e la spensieratezza. Anche se inizialmente provò un po’ di comprensibile imbarazzo, Monica iniziò man mano a fare conoscenza con tutti i membri della comitiva parlando di sé e della sua vita fino a quel momento non proprio felice. Tutti sembravano ascoltare con attenzione le parole di Monica e dai loro volti era facile intuire che erano tutti disposti ad aiutare la ragazza a superare quel difficile momento.
    Proprio all’interno di quella comitiva, Monica fece amicizia con Giovanni, un ragazzo con una solida posizione sociale e dal carattere a prima vista molto socievole. Quella conoscenza sembrava destinata a stravolgere l’esistenza della dolce Monica; per la prima volta dopo molto tempo la giovane riusciva nuovamente a provare emozioni forti. Il suo cuore aveva finalmente ripreso a battere per un uomo. Giovanni infatti si dimostrò fin da subito un vero gentiluomo e più tempo trascorrevano insieme più i due ragazzi si convincevano di essere fatti l’uno per l’altra. Il giovane corteggiava Monica in maniera spietata; quasi ogni giorno amava regalarle una rosa rossa ed era solito riempirla di quelle semplici e piccole attenzioni che a una ragazza come Monica non potevano fare altro che piacere. Era trascorso pochissimo tempo da quando Monica e Giovanni si erano conosciuti eppure  quella solitudine e quel senso di smarrimento che per anni avevano caratterizzato la giovane vita di quella dolce fanciulla, sembravano un ricordo ormai lontano anni luce. Il tempo trascorreva e con esso cresceva l’amore tra Monica e Giovanni che si preparavano a vivere la loro vita da coniugi felici.
    Arrivò finalmente l’attesissimo giorno delle nozze ed entrambi i ragazzi non stavano più nella pelle per l’emozione. Il banchetto nuziale si svolse in una sontuosissima villa settecentesca proprio come la dolce Monica aveva sempre sognato.
    Monica era davvero felice, la vita matrimoniale procedeva a gonfie vele ma una nuova tegola era pronta ad abbattersi sulla felicità della ragazza. Un giorno infatti Monica cominciò a sentire delle strane nausee e dopo una approfondita visita medica scoprì di essere in dolce attesa. Presa dall’euforia immediatamente corse a casa per comunicare la bellissima notizia a suo marito Giovanni che però non si mostrò felice quanto lei.
    - “Un figlio?” esclamò ad alta voce Giovanni – “Ma sei matta? Non ho alcuna intenzione di crescere un bambino, sono ancora troppo giovane e non voglio assolutamente sentire i suoi continui pianti notturni”.
    A queste durissime parole di Giovanni, Monica non rispose ma si vedeva che il gelo era piombato nel suo cuore. Per un attimo provò la sensazione di essere tornata alla solitudine che aveva contraddistinto la sua adolescenza. Stentava a credere al fatto che colui il quale era riuscito a renderla la donna più felice del mondo le avesse voltato le spalle in quel modo.
    Da quel brutto giorno le lacrime di Monica non si contavano più; non faceva altro che piangere tutto il giorno e, come se non bastasse, si rifiutava di toccare cibo e man mano che il tempo passava appariva sempre più deperita e il suo stato non poteva altro che far male al nascituro; ormai era di nuovo sola e per di più con un bimbo in arrivo. Spesso cercava di rintracciare Giovanni chiamandolo ripetutamente sul cellulare per cercare di convincerlo a ritornare sui suoi passi ma i suoi tentativi si dimostrarono ben presto vani.
    Con il passare dei mesi il pancione di Monica cresceva ma la tristezza non l’aveva ancora abbandonata fin quando una notte, una delle poche in cui la ragazza era riuscita ad addormentarsi, fece un bellissimo sogno. Monica sognò infatti sua madre ormai da tempo defunta.
    - “Figlia mia” disse la donna stringendo le mani di Monica “il bimbo che porti in grembo è un dono che il Signore ha voluto farti e non sarai sola a tirarlo su. Papà ed io ti aiuteremo da quassù a prenderti cura di lui”.
    Queste parole rappresentarono una scossa per la giovane donna la quale l’indomani si svegliò di umore decisamente diverso. Raccontò l’accaduto anche alla sua migliore amica che la incoraggiò a intraprendere questo nuovo ruolo: la mamma. Anche gli amici di Anna, che Monica aveva conosciuto durante quella festa, invitarono Monica a scrollarsi di dosso il passato e di godersi questo momento magico.
    Arrivò finalmente il fatidico giorno del parto; Monica venne accompagnata in ospedale da una vicina di casa e dalla sua migliore amica Anna e, dopo un  po’ di iniziale fatica, venne alla luce quel dono che quella giovane e tenera ragazza aveva sempre sperato di ricevere. Era una femminuccia ed aveva i suoi stessi occhi. Da quel giorno, nell’abitazione di  Monica, si registrava un continuo via vai di amici che si apprestavano a rendere omaggio alla piccola appena nata e fu proprio in questo periodo che Monica si rese conto di essere una mamma davvero speciale perché capì di poter allevare quella dolce creatura con il solo aiuto spirituale di sua madre e quello materiale dei suoi amici dimenticando per sempre la tristezza provocatale dall’uomo che tanto aveva amato ma che l’aveva lasciata sola nel momento in cui avrebbe maggiormente avuto bisogno di lui.

  • 11 febbraio 2009
    Un misterioso vicino di casa

    Come comincia: Mi affacciavo al balcone verso la piazza e mi godevo il panorama urbano della mia Rimini, irto di campanili sullo sfondo delle colline, movimentato dai diversi volumi dei palazzi cittadini e aperto dallo spazio verde dei Giardini Ferrari. Laggiù in fondo, oltre la ferrovia, strisce di azzurro più chiaro o più cupo a seconda delle stagioni: il mare.
    Sotto di me, grandi alberi (alcuni centenari), cespugli, vialetti asfaltati e più tardi pavimentati, chiome di varie densità e sfumature di colore, che in primavera e in autunno riservavano sorprese gioiose per chi abita nel centro storico con le improvvise fioriture della bella stagione e il dolce accendersi dei toni dorati al declinare dell’anno. Per anni mi sono affacciata a guardare il giardino.
    Quanti tramonti ho contemplato dal mio balcone, abbassando poi lo sguardo sulle chiome, percorse dai brividi delle brezze primaverili e autunnali, tormentate dal vento o lucide di pioggia nei giorni invernali, svettanti sulle ombre che proiettavano sul terreno nelle calde giornate estive, accompagnate dal canto delle cicale.
    Ma c’era un angolo della piazza che nascondeva un segreto. Pochi lo sapevano e quasi nessuno era disposto a concentrare la sua attenzione su quel problema. Per molti anni il segreto è stato custodito gelosamente. Qualche accenno, qualche breve riferimento di sfuggita, fatto malvolentieri. Nient’altro.
    Sapevo di cosa, anzi di chi, si trattava, ma non riuscivo mai a vederlo e non afferravo che poche notizie sporadiche su di lui. Sapevo che c’era l’abitazione di un medico dal nome strano, forse di origine straniera. Su di lui si dicevano tante cose. Doveva essere una persona singolare, con un temperamento fuori dal comune, dotato di capacità eccezionali. Eppure non si faceva mai conoscere apertamente. Sapevo anche che aveva una grande cultura, che svolgeva un’intensa attività professionale e che era molto amato da chi era ricorso alle sue cure. Eppure nessuno ne parlava mai in modo chiaro o forniva notizie sicure. Chi affermava di essersi avventurato nella sua casa o nel suo ambulatorio (ma erano discorsi credibili?) aveva riferito di ambienti eleganti con pavimenti stupendi, di oggetti preziosi, di attrezzature mediche importanti, di enormi quantità di libri e di medicamenti efficaci, a volte insoliti e provenienti da altre culture. Io ho sempre subito il fascino della medicina e della professione medica, così il mio interesse era nettamente superiore a quello di molti altri concittadini che,al contrario, sembravano abbastanza indifferenti a questo personaggio.  Non che mancassero i curiosi o le persone sinceramente desiderose di conoscerlo, c’era anzi una ristretta élite  di frequentatori che avevano il privilegio di avvicinarlo, però io gli vivevo accanto, era un mio vicino di casa e mi sembrava impossibile non riuscire mai a penetrare il segreto della sua esistenza.
    C’era chi diceva che il segreto della sua abitazione andasse molto al di là di quello che i suoi pazienti conoscevano. Si sussurrava che a livello del piano terreno nascondesse collegamenti sotterranei così vasti che forse si estendevano per tutta la città, sotto di noi, sotto le nostre case. Una volta entrati nella sua casa, si poteva intuire che esistevano altri misteri da esplorare, adiacenti alla sua abitazione. Come per Alice nel paese delle meraviglie, una volta varcata la soglia, si sarebbe aperto un mondo tutto da scoprire, tutto da conoscere. E poi chi erano questi pazienti abituali? Gente di mare, mercanti di passaggio, stranieri…
    Di sera, ad ora tarda, non riuscivo a staccarmi dalla finestra per spiare quella zona oscura della piazza. Di giorno, ero fuori con ogni temperatura, con ogni tempo, sporgendomi tra i gerani in estate e allungandomi sulla balaustra fredda o bagnata in inverno, per sforzarmi di vedere meglio e di capire. A volte provavo ad avvicinarmi, a girare intorno al recinto che chiudeva quello strano luogo rendendolo inaccessibile. Niente. Non riuscivo a vedere niente.
    Poi, un bel giorno, la scoperta.
    In una fatidica mattina ho sentito, con una fitta al cuore, il rumore delle seghe elettriche che tagliavano i tronchi delle piante vive che allargavano le loro chiome poco lontano dal mio balcone. Io ero ancora a letto (era appena l’alba) e ho avuto l’impressione che mi amputassero una parte del corpo. Una parte del giardino se ne andava.
    Ma certe scelte sono inevitabili - mi sono detta quel giorno -Adesso saprò.
    E adesso,dopo il tempo necessario per rendere visibile e accessibile l’ambiente misterioso, finalmente l’ho visto. Ho visto la “Domus”.
    La casa di un chirurgo del III secolo, i mosaici dei suoi pavimenti, il suo “ambulatorio” (i cento strumenti chirurgici ritrovati sono nell’attiguo Museo archeologico), i segni dell’incendio provocati da un’incursione barbarica …Nella mia mente sono comparse immagini dei grandi siti archeologici di Piazza Armerina, di Efeso, di Leptis Magna…
    Adesso c’è un piccolo, parziale esempio anche qui: ma non in un sito abbandonato e deserto, non ruderi morti di città che non esistono più, e che proprio per questo possono mostrarsi ai visitatori in tutta la loro completa estensione. No. Qui siamo nel cuore di una città viva, una città che mostra le sue origini ma che non può rivelare tutta la sua grandezza, proprio perché su di lei è continuata la storia, perché sopra si allarga l’abitato moderno e sotto, lo si intravede guardando lo spazio oscuro che continua inesplorato sotto il terreno, custodisce gelosamente i suoi magnifici segreti.
    Adesso so, e non posso nascondere l’emozione, che davanti al mio balcone c’è la casa di un medico del III secolo che viveva in questo luogo, qui  lavorava, qui accoglieva e operava i suoi pazienti. La casa era addossata alle mura della città: al di là c’era il mare, che allora non era distante com’è ora ma arrivava fino a qui, a ridosso dell’attuale centro storico, e dal mare gli giungeva la cultura ellenistica del tempo. Posso immaginare il movimento di marinai, commercianti, armatori, in questa zona in prossimità dell’antico porto. Posso immaginare la frequentazione della sua casa e della sua “clinica”, l’arrivo dalla Grecia di strumenti e medicamenti, di suppellettili per la sua abitazione e per lo studio medico (sono tutti al Museo).
    Così questa piazza non è più una semplice, anonima piazza moderna: è un luogo antico, il cuore di una città romana evoluta e vivace, ricca di attività commerciali ma anche di cultura. Un luogo in cui si dispiega nel tempo l’arco della storia. Di sera guardo dalla finestra e vedo le tenui luci dei sistemi di sicurezza che vegliano in silenzio sui mosaici, sui resti del grande incendio, sulle tracce successive di decadenza e poi di rinascita. E’ il silenzio della storia che scorre inarrestabile, un vento che scivola sulle orme di ciò che è stato. E io lo ascolto, perché il silenzio è più espressivo del rumore, più eloquente di qualsiasi voce, e arriva al cuore rendendo tangibile l’eco del tempo.

  • 11 febbraio 2009
    Un'avventura informatica

    Come comincia: Oscar aveva lavorato fino a tardi al PC per scrivere alcune pagine del suo ultimo romanzo e si era messo a letto con l’idea di rileggere quel poco che era riuscito a buttar giù con più fatica del solito. Non aveva nemmeno finito la prima pagina che un sonno inaspettato lo catturò senza nemmeno dargli il tempo di assaporare il piacere del dormiveglia in cui tanto gli piaceva rigirarsi prima di cedere le armi a quell’usurpatore di vita che è Morfeo.
    Improvvisamente, dopo un tempo che non sapeva dire, si risvegliò con una sensazione di leggerezza assolutamente sconosciuta; una sensazione di galleggiare nell’aria come quella, concreta, che provano gli astronauti quando sono nello spazio. L’unica differenza era che Oscar si trovava nel suo studio e rimbalzava dolcemente dalla scrivania al soffitto, da una libreria all’altra, dalle pareti al lampadario, dandosi lo slancio con piccoli tocchi delle mani e dei piedi, a suo piacimento.
    “Sono morto! – si disse – è dunque così che si muore?” e mentre pensava senza paura a questa ipotesi, uno slancio più forte lo scagliò verso il monitor del suo PC stranamente acceso. Pensò che sarebbe rimbalzato ancora come le altre volte ed invece si sentì affondare nello schermo come risucchiato da una forza sconosciuta e in un attimo si ritrovò sballottato dentro un mulinello di colori, di fili, di metalli, di luci indescrivibili, tanto da pensare di essersi trasformato in un chip umanoide al servizio di un operatore informatico. Poi, all’improvviso, accadde un fatto incredibile: sentì quella forza sconosciuta afferrarlo di nuovo e questa volta scaraventarlo fuori dal monitor non più nel suo studio ma in una stanza diversa che vedeva per la prima volta ma stranamente a lui familiare.
    La prima cosa che lo colpì fu che non galleggiava più e che era completamente nudo tanto che, istintivamente, si coprì il sesso con le mani. “Ma che faccio? – si chiese - è normale essere nudi quando si muore!” In realtà si guardava attorno incuriosito. Vedeva sulle pareti dei bei quadri e, in mezzo, un tavolino pieno di chincaglierie; di fianco, una piccola scrivania con il computer dal quale era uscito e, infine, un salotto di pelle marrone con due poltrone e un grande divano....ehi, un momento, cosa c’era lì? Improvvisamente si sentì fermare il sangue perchè sul divano giaceva dormiente e completamente nuda una donna di una bellezza indescrivibile: il corpo magro e morbido allo stesso tempo, le cosce tornite, i seni piccoli e sodi con i capezzoli eretti come quelle di una ninfa dei boschi, i capelli biondi e lunghi e infine la bocca...oh, la bocca! Oscar non aveva mai visto una donna così bella e sensuale come quella che guardava in quel momento! Sentì il desiderio irrefrenabile di baciare quelle labbra prima di ogni altra cosa al mondo e dunque si avvicinò lentamente, felice di essere scalzo per non far rumore. Si chinò su di lei col cuore tremante e la baciò dolcemente proprio mentre lei apriva gli occhi....occhi verdi meravigliosi, stupiti più che spaventati! Pensò che stesse per gridare e così d’impulso le mise una mano sulla bocca e con un dito sulle labbra sussurrò:
    “Sssssss...la prego non gridi. Non abbia paura... le spiegherò...” .
    Incredulo le vide muovere la testa in segno di assenso e con cautela le tolse le mani dalla bocca che, con sua grande meraviglia, era atteggiata ad un sorriso.
    “Mi scusi, la prego, ma vede io...”
    Oscar non fece nemmeno in tempo a terminare la frase che lei ricambiò il suo gesto:
    “Sssssssss ....- sussurrò lei – non parlare, sciocco, ti aspettavo”
    “Mi aspettavi?” chiese lui, stupito di quel tono così intimo.
    “Certo che ti aspettavo, non sono io la donna dei tuoi sogni?”
    Per un attimo Oscar rimase senza parole:
    “Bèh, sì è vero... in effetti ho sempre sognato una donna come te... ma vedi io ... io credevo che i sogni fossero destinati a rimanere tali e comunque non ad avverarsi in questo modo...”
    “Evidentemente anche le vie della tecnologia sono infinite...” ribatté lei ridendo e accarezzandogli il viso.
    Poi all’improvviso lo attirò a sé: “Dai – disse sussurrandogli in un orecchio - non parlare ... non fare più domande e prendimi con forza e lasciami senza respiro. Anch’io voglio capire se sei veramente tu l’uomo dei miei sogni!...”
    Oscar, in piena estasi amorosa, la prese tra le braccia, la strinse a sé ed entrò in lei, con un piacere mai provato prima, circondato dalle braccia e inebriato dai sospiri di lei che alle sue orecchie giungevano come il canto ammaliatore delle sirene di Ulisse.
    Non aveva idea di quanto realmente fosse durato quell’amplesso, che a lui sembrò senza fine, ma certamente senza fine fu il piacere che provò e che anche lei sembrò avesse provato dallo sguardo languido che gli regalò quando trovarono la forza di staccarsi. Fu in quel momento che accadde qualcosa di imprevedibile: un rumore forte, improvviso che li fece sussultare entrambi:
    “Mio dio ...vai, ti prego vai via...” disse lei con un grido soffocato e l’espressione preoccupata.
    “Ma cosa c’è... cosa succede...” chiese Oscar sorpreso..
    ”Ti prego... mio marito... si è svegliato!”
    “Tuo marito... ma come tuo marito? Esistono anche i sogni sposati adesso?”
    “Il nostro sì!” rispose lei spingendolo via
    “E dove vado, così nudo come un verme ... non c’è nemmeno un armadio!” farfugliò Oscar vigliaccamente.
    “Come dove vai? Ma lì... dentro il computer .... da dove sei venuto, no?”. E mentre lei diceva queste parole Oscar si sentì di nuovo galleggiare in aria, questa volta in maniera turbolenta e sentì che stava per essere di nuovo risucchiato dal monitor da dove era entrato. Ebbe appena la forza e il tempo di chiedere:
    “Ma tu chi sei? Come ti chiami?”
    “… pc...” percepì a malapena.
    “Come?...” chiese di nuovo.
    “PC... mi chiamo PC....” rispose la voce di lei questa volta ben scandita mentre Oscar veniva di nuovo risucchiato in quel mulinello di colori, di fili, di metalli e di luci che ben conosceva.
    Si ritrovò, così, nel suo studio ancora frastornato e stupito da quella incredibile avventura, seduto proprio davanti al suo computer. Emozionato, spinse il tasto d’accensione; lo schermo del monitor si illuminò, digitò il suo codice e subito apparve una scritta: “Benvenuto Oscar.... sono la tua PC cosa posso fare per te?”.
    Oscar rimase di sasso perché non era questo il solito modo col quale il suo computer normalmente si apriva, e poi cos’era quel femminile?
    ”Da quando in qua hai cambiato sesso?” digitò d’impeto senza riflettere che stava parlando con una macchina.
    “Da quando ti sei innamorato di un sogno... e io ti ho aiutato a realizzarlo!”
    E fu a questo punto che, sobbalzando sul letto,
    Oscar si svegliò madido di sudore.
    “Che razza di sogno bislacco!” mormorò tra sé e sé.
    Guardò l’ora: le sette e trenta, l’ora di alzarsi. Prima di andare in bagno gli venne in mente di passare per lo studio. Lentamente si avvicinò al suo computer ..... lo accese titubante e, con il cuore in tumulto, vide apparire sul monitor un inquietante messaggio:
    “Buongiorno, amore, è stato fantastico!”

     

  • 09 febbraio 2009
    quel luogo

    Come comincia:

    Quel luogo ha tanti, troppi
    significati  per essere
    definito  solo come
    incantevole e colorato.

    Ci sono piccole case
    di pescatori che per secoli
    hanno ricostruito senza mai
    cambiare niente

    strette strade che vanno a morire
    verso il mare, come gli uomini
    che le calpestano e che vissero
    e vivono ancora del mare.


    E' gente forte, dura come
    la pietra delle sue montagne,
    che ha attraversato nei secoli
    ogni avversità,  dai saccheggi 
    alle morti violente. Così le donne,
    che sembrano tagliate nella roccia,
    naso e bocca arditi, sguardo che vede
    lontano.  Benchè oggi la gente
    sia cambiata,conserva in sè
    un'integrità difficile


    da scalfire: questi uomini  nell'anima
    rimarranno sempre uguali
    ai loro antenati, ma amano
    le piccole  cose che rendono
    piacevole la vita. Non cercano,
    non vogliono altro: basta uno sguardo,
    quando schiarisce la notte, "al mare";


    E poi un altro saluto alla  sera,
    quando Venere luccica all'orizzonte.
    In quel posto, ogni dimora ha un'anima.
    L'anima della casa che mi ospita,
    mi consente di abbandonare la mia
    per diventare quella che vorrei sempre
    "essere": senza passato,
    futuro, volto, mutevole e indefinita
    come l'acqua  del mare, che sa
    parlarmi e i cui pensieri diventano miei.


    Pini d'Aleppo, querce, castagni,
    rosmarini, mirti, ginepri, timo
    ricoprono monti e scogliere,
    proprio là dove il mare frange
    rabbioso la sua bianca cresta
    in un'eterna danza sonora.


    Un posto dove le nubi
    veleggiano più veloci
    dei gabbiani, dove la luna si veste
    e si spoglia ogni notte, per gli occhi
    che la sanno guardare. Quante cose
    racconta, a chi la sa ascoltare,
    e svela... segreti quasi iniziatici.


    Una notte le chiesi: "Dimmi che cos'è la vita."
    "E' niente ed è tutto."
    Per me, da quassù, appare come
    un fuoco iniziale che
    esplode
    in una lunga stella filante:
    è la nascita.


    Da quel momento, ecco una linea
    con contorni sempre più netti,
    che prosegue  nel tempo
    con un andamento quasi circolare
    in cerca della sua fine
    nel suo principio. Quando i due estremi
    si toccheranno, apparirà il cerchio
    perfetto: nascita e morte
    in  un'implosione
    fantasmagorica di luci, suoni
    e colori torneranno al silenzio
    cosmico.


    Ecco, vista da quassù, la vita
    è la creazione di una forma
    geometrica che
    partecipa alla danza universale
    dei pianeti e delle stelle.
    Per voi laggiù, è solo un breve
    ma lungo sospiro, un tremore
    di ciglia bagnate, un battito d'ala
    nel cuore: è ciò che voi
    chiamate amore. TUTTO e NIENTE,
    appunto. Proprio in questo luogo,
    ai confini del sogno, ho trovato
    qualcuno che, sotto la mia croce,
    resta in attesa che passi l'agonia.
    Che sa parlarmi
    con voce quasi di vento,
    con parole ora calde e sommesse,
    ora forti e  rabbiose, a seconda
    se spirano dalla terra o dal mare;


    parole ripetute all'infinito
    che non penetrano, perché fuggevoli
    come le cose belle.


    C'è un promontorio alto sul mare,
    dal quale l'orizzonte sembra unire
    cielo e terra in un'unica luce
    azzurra, dal quale non solo lo sguardo
    può spaziare, più spesso
    è la fantasia a farlo.


    Il pensiero spicca il volo e come Icaro va
    verso il sole, cercando la terra
    promessa, che non c'è,
    come l'isola di Peter Pan,
    archetipo rinchiuso in ogni cuore
    umano. E' allora, quando le difese
    sono cadute, che il mare comincia
    a parlare con voce da sirena:


    "Vieni, abbandonati  Io sono  Silenzio,
    Oblio Madre Celeste... omissis...
    nel mio Grembo avrà Fine
    Io Sono Alpha e Omega
    Sono-Ero-Sarò
    finchè la Vita si chiuderà
    Nascita e Morte si abbracceranno in me.

     

    Altre volte la sua voce
    rimbomba, urla, simile
    ad animale ferito, ma è
    sempre un richiamo di parole
    spazzate dal vento, anche se
    l'orecchio lo percepisce a fatica.
    E poi torna la bonaccia
    e le vele bianche, simili a nuvole,
    si muovono lasciando una scia
    di onde argentate. Guardo e penso
    che c'è per ogni uomo un tempo
    per agire e uno per sognare,
    un tempo per piangere e uno per gioire,
    un tempo per partire e uno per restare


    So che il mio tempo sta per finire,
    quando la vela si avvicinerà
    alla costa io sarò pronta
    a salpare. Il mio spirito, come
    un marinaio in attesa del vento
    favorevole, sta godendo
    del piacere della terra ma il pensiero
    è già  lontano.

    Ci sarà forse
    un altro luogo che amerò, altre case
    e altre vie su  cui lascerò le mie orme,
    ma non più questo piccolo ridente
    angolo di paradiso. Altri amici
    mi faranno compagnia nelle lunghe
    notti d'estate, quando l'umida sabbia
    servirà a smorzare il bruciore
    della pelle, e del cuore.
    Ma non più questi luoghi,
    questi amici, questo amore.

  • 06 febbraio 2009
    Ragazzina

    Come comincia: Mi hai detto di parlarti seriamente, non sei più una bambina.
    Ed io ho sorriso e ti ho carezzata.
    Amore, tu sai solo di favole e non vedi che le regine non hanno più lacrime e sorrisi per questo nostro giorno.
    Tu cammini lungo questa vita eterna e ti credi eterna anche tu, per un miracolo di primavera.
    Il dolore è solo una parola brutta e tu sei così giovane e tenera che non sai guardare la sofferenza.
    Perché non ci credi, ancora, e puoi solo soffrire di un gattino o di un fiore, ma senza molta convinzione.
    Eppure, in fondo alla tua anima fresca di gioventù, senti sconvolgimenti strani, senti maree improvvise che tu non sai, che non ammetti.
    Allora parli di malinconia e vieni di corsa a cercarmi per chiedermi con gli occhi grandi e tristi di aiutarti.
    Amore, senti, vorrei dirti allora, lascia questo tuo rivestimento di incoscienza e cerca di capirmi bene.
    Se io ti parlo di morte, non pensare solo alle candele; se ti parlo di guerra, non pensare solo ai film; se ti parlo d'amore, non pensare solo ai Baci Perugina.
    Vorrei farti capire che oltre le stelle in cielo non c'è una Terra Sconosciuta e finalmente vedere nei tuoi occhi grandi la paura.
    Amore mio, come posso aiutarti se tu non mi ascolti, se mi guardi solo e sorridi arrotolandoti un ricciolo bruno attorno alle dita?
    Come posso farti capire che tu sei viva come io sono vivo, perciò un giorno morirai, amore, soffrirai di questo schiantamento dell'anima dal corpo e non sarai più su questa terra, ma solo carne putrefatta e polvere.
    Ma tu ridi, mi metti le braccia al collo e ridi.
    Ho voglia di farti male, ma sei troppo giovane.
    Allora chiudo gli occhi e ti bacio.

  • Come comincia: Oggi sono stato a Milano, mi capita raramente per fortuna, non amo le grandi città, ne amo il ritmo frenetico che ne scaturisce.
    La cosa che mi ha stupito è la quantità di piazze, vie e anfratti con statue, busti e opere a ricordo di qualcuno famoso, morto ovvia-mente.
    Certo stavo cercando un luogo particolare, anzi stavamo vagando io e la mia ragazza in cerca della chiesa ossario, morale, non l’abbiamo trovata, non perché ci siamo persi, ma bensì perché abbiamo perso tempo a cercare altro in giro.
    Certo è naturale, tu parti con dei buoni propositi e poi ti perdi strada facendo, ma come dicevo poco fa non ci siamo persi.
    Dunque il problema o uno dei problemi delle grandi città sono i piccioni, odiosi e schifosi esseri volanti, pensate a sommare tutti i piccioni delle grandi città, se riuscissero a coalizzarsi contro il genere umano, altro che il film di Hitchcock dove milioni di uccelli attaccano la gente.
    Quindi una volta ritrovata la strada, il tempo a nostra disposizione era terminato, raggiunta la macchina ritorniamo al di fuori dal caos.
    E in quel camminare in quel parco fittizio e cintato ritorno a pensare alle statue, ai monumenti, ed ovviamente ai piccioni; mi domando ma è giusto che uno diventi famoso e si faccia scagacciare in testa dai piccioni?
    Pensate alla statua del Manzoni, con in testa il piccione, e la sua faccia piena di merda dello stesso, non dico che è oltraggioso, ma a questo punto perché fare una statua se poi ti cagano in testa? Se un giorno sarò famoso vorrei evitarlo, non mi piacerebbe per niente essere scacazzato.
    Intanto parto, mi immetto nel traffico lento e intermittente dei semafori ogni sei metri, devi stare attento, a tutto, soprattutto a non perderti; come dicevo prima non ci siamo persi, ne ci stiamo perdendo, ma è sempre meglio controllare le vie e seguire una dannata cartina impiegabile una volta aperta.
    E anche per questo odio le grandi città, odio perdermi nel caos, meglio perdersi nel verde di qualche paesello, almeno hai qualcosa di naturalistico e bello da vedere.
    Via Giuseppe Garibaldi, bene perfetto, la parallela è via, troppo piccola la targhetta per poter essere letta. Odio Le città, la gente di città, la puzza di città e la vita della città.
    Via Cristoforo Colombo, ci siamo, la strada è quella giusta, come dicevo prima non ci siamo persi né ci perderemo, tra l’altro, anche Colombo, povero pirla, è morto e non ha mai saputo di aver raggiunto l’America e non le Indie come pensava lui, poi farsi fregare da Amerigo Vespucci; è stato proprio un coglione, pensate ora all’America, con il nome del vero scopritore, si sarebbe chiamata Cristofera magari. Meglio America a questo punto.
    E al terzo nome di via che mi viene in mente una cosa; la via è Cesare Battisti, certo credo che ben pochi sappiano chi fosse, del fatto che è stato fucilato a Trento e di quello che accaduto con gli austriaci invasori dell’Italia.
    Il mio pensiero è chiaro: Se una persona conoscesse la spiegazione di ogni nome di via di tutto il mondo avrebbe con sé una conoscenza vastissima; Le vie ricordano qualcosa, siamo noi che non ci ricordiamo dove cazzo siamo; forse ci siamo persi.

  • 06 febbraio 2009
    Felicitas

    Come comincia:

    La felicità è come gli occhiali
    che cerchiamo mentre li abbiamo sul naso.
    Gilbert Cesbron(1)
    (scrittore e filosofo francese, 1913-1979).

     

    La condizione di felicità non ha radici nel razionale: predisponente è, invece, l'irrazionalità.
    Se riflettessimo su ogni forma di gratificazione che genera felicità, questa verrebbe certo compromessa.
    La felicità che è sovente avvertita alla fine di una guerra potrebbe essere sminuita così dal ragionamento su quelle che saranno le incognite del futuro, quali la risoluzione dei problemi che sopraggiungeranno circa la disoccupazione, la ricostruzione, le incertezze, vinte tuttavia spesso dall’illusione che l'avvenire sarà migliore del passato...
    Un momento felice, per il filantropo, può essere soffocato dal solo pensiero che molti uomini sofferenti non possono essere felici, o non esserlo più.
    Il bambino può essere felice, forse, proprio perché appunto non si trova nella condizione di ragionare, come pure il vecchio incosciente o il tarato mentale.
    Se è vero che la felicità possa consistere in uno degli attimi fuggenti, come venivano chiamati una volta, potremmo oggi chiamare attimi di incoscienza, o tutt’al più di inconsapevolezza, i nostri momenti felici(2).
    L'uomo più è razionale, quantomeno è felice; più ci si attende dalla vita, più questo quid assume una più voluminosa, talvolta irraggiungibile dimensione.
    Si può anche aggiungere che, per il conseguimento di momenti di felicità, occorra esercitare, se possibile, non il vano tentativo dell'arresto di quell'attimo fuggente, bensì una sorta di repressione del pensiero deprimente. Potendo.


    ---
    (1) - Ma, acquisita ancora a posteriori, riporto pure l’espressione di Ivan Sergeevič Turgenev (1818-1883) il quale afferma: - “La felicità è come la salute: se non te ne accorgi vuol dire che c'è”.
    È un po’ come l’aria che si respira: inodore, incolore, insapore. Non l’avvertiamo, appunto, ma ce ne accorgeremmo, se non esistesse. Anzi... forse non ce ne accorgeremmo affatto!
    (2) - I nostri momenti felici - Nel suo piccolo capolavoro (piccolo, ma solo per mole) che ho avuto la gioia di leggere in questi giorni - sto scrivendo la presente nota nel febbraio 1997 -, Fëdor Michàjlovic Dostoevskij (1821-1881) dice giusto al riguardo di questo nostro argomento: - Il sapere è superiore al sentimento; la coscienza della vita è superiore alla vita”. Ed anche: - “La conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità” (da «IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO»). Esasperata modernizzazione e cerebralità, quindi, ai nostri tempi, confortata dalle idee positivistiche che proprio nella seconda metà del 1800 cominciavano a farsi strada e che parevano confortare l’uomo - in un consequenziale quanto implicito allontanamento da una vita semplice e naturale - verso l’inesauribilità delle risorse. Una “età dell’oro” che, come appunto ogni “età”, è, o è stata,
    soggetta alle medesime antiche leggi dell’immutabil ciclo vitale, breve o lungo che sia: nascente, giovane, rigogliosa, adulta, matura, vecchia, obsoleta...
    ---
    Firenze, mercoledì 11 dicembre 1991 10h37'

  • 06 febbraio 2009
    L'arrivo al campeggio

    Come comincia: "Il convoglio ferroviario, costituto in gran parte da vagoni bestiame stipati di poveri infelici, arrivò in perfetto orario alle quattro del mattino. Appena la locomotiva si fu fermata, le guardie, nelle loro divise brune di T.T. (Truppe del Tempio) di cui andavano fiere, cominciarono a berciare ordini dopo aver aperto i vagoni dai quali uscì il degradante fetore di umanità prigioniera. Il viaggio era durato ottantasei ore ed i passeggeri forzati avevano dovuto affrontarlo in condizioni inimmaginabili.
    Quei pochi che riuscirono a saltare giù dalla prigione viaggiante con le proprie gambe, presero a dissetarsi furtivamente con la neve prendendo i primi brutali colpi di bastone sulle spalle.
    Le guardie T.T. approfittarono subito di quella selezione spontanea per comandarli alla prima corvée della giornata che consistette nel togliere dai vagoni le salme di coloro che non erano sopravvissuti al trasferimento, soprattutto vecchi e bambini.
    Ci furono così padri e madri che dovettero ammonticchiare i cadaveri dei loro bambini; figli che accatastarono madri, fratelli e sorelle gli uni sulle altre, con la semitica precisione richiesta mentre gli ordini giungevano da tutte le parti senza dar loro nemmeno il tempo per piangere.
    Fu in quel preciso istante che tutti i deportati, compresero che era cominciato lo sterminio del popolo ariano.
    Quando tutti i passeggeri furono scesi, gli aguzzini ordinarono loro di dividersi: da una parte le donne ed i bambini, dall'altra gli uomini finché al centro dei due gruppi si pose un ufficiale medico che, dopo una sommaria occhiata li divise ancora: un gruppo doveva schierarsi a destra, un altro a sinistra e chi, uomini, donne, bambini e bambine che fossero, si lamentava di quella separazione con urla e pianti disperati , veniva messo a tacere con bastonate impartite con sistematica fredda indifferenza.
    Alla fine il gruppo di destra fu ulteriormente diviso in uomini e ragazzi, mentre le donne venivano incolonnante e fatte marciare verso altra destinazione. Intere famiglie vennero separate per sempre.
    Mentre il Cielo, la Natura ed il resto dell'Umanità avevano certamente gli occhi rivolti altrove, dalle alte ciminiere cominciarono a vedersi bagliori d'inferno e dal cielo fluttuava una neve mai vista."
    Mi sveglio repentinamente sentendo in gola un acre sapore di carne bruciata. La sera prima al ristorante mi sono abbuffato di una bistecca alla fiorentina gigante che si è indubbiamente vendicata aggrovigliando il mio subconscio in quell'incubo degno di una sceneggiatura cinematografica simile ad una lista di Schindler alla rovescia. Per quali oscure vie i neuroni del mio cervello sono giunti ad architettare una nemesi tanto feroce?
    Eppure, a pensarci bene, sarebbe atroce vedere dei semiti nazisti che, dopo essere usciti dalla Sinagoga, deportano nei campi di sterminio teutonici alti, belli e con gli occhi azzurri magari facendo azzannare da cani di razza" pastore israeliano" coloro che resistono e non vogliono salire. No, non facciamo scherzi! La storia, di solito, non si vendica ; comunque non sarebbe con sei milioni di puri ariani sterminati che i piatti della bilancia si livellerebbero. Forse solo una pace mondiale duratura lo potrebbe.
    Mi alzo e mi accendo una sigaretta che getto via subito.
    Per quella mattina mi fa star male ogni cosa che brucia.

  • 06 febbraio 2009
    Le strane idee del Signor S.

    Come comincia: Strane forte le idee e i pensieri che nascono nella testa del Signor S.
    Oggi pomeriggio, ad esempio, riordinando le sue librerie, gli venne fatto di notare come la polvere che immancabilmente e pervicacemente si attacca ai libri, con una sconfinata attrazione, degna del miglior bibliofilo, gli sembrasse differente a seconda, non dei tipi di libri o di rilegature o di carta, ma a seconda invece degli autori.
    Notava che sui volumi di Borges, ad esempio, essa avesse una consistenza sabbiosa, più ruvida che non quella che avvolgeva gli amati libri di Conrad. Questa era invece più appiccicosa e quasi salmastra.
    E così pure il pulviscolo aereo, che tutto e tutti ci avvolge non visto, sceglieva per fermarsi e rendersi visibile, sulle pagine di omero, un aspetto come di cenere sottile, quasi fosse stata setacciata e filtrata dai secoli. Eppure S spolverava le librerie tutte assieme, quando ne aveva il tempo e la voglia.
    Si domandò se non fosse un segno tangibile e veritiero delle sue abitudini letterarie. Forse i libri che leggeva maggiormente in un periodo, si ritrovavano assaliti da polveri diverse, a seconda della stagione, del tempo, dei pollini.
    Ma questa ipotesi dovette essere scartata subito, poiché ricordava benissimo di aver divorato la nausea di Sartre, con veloce e ironica passione e di aver invece tralasciato per mesi e mesi di proseguire la lettura della ben più ponderosa e pesante, e peraltro incompiuta  essa stessa “Critica della ragione dialettica”. Eppure entrambi avevano quella polverina, che per curiosità S assaggiò dalla punta dell’indice, dolciastra e scivolosa al palato.
    L’idea che la polvere, come essenza distillata del mondo, della vita e della materia tutta, potesse possedere una qualche sorta di coscienza o di distinzione per affinità elettiva, lo affascinò per tutto il giorno.
    Così i tomi dei filosofi greci, avevano una particolare polvere di consistenza cristallina, quelli dei latini si sporcavano immancabilmente di micro noduli nerastri e fuligginosi.
    Pasolini era preda preferita di materiale atmosferico aspro e pungente, la Yourcenar invece di una morbida bambagia grigia, Bukowsky aveva le pagine intaccate e corrose da un qualche polline aggressivo e dirompente, su Goethe si posava leggera e romantica una patina quasi azzurrina.
    Insomma non c’era autore che non avesse la sua sporcizia preferita. S si chiese se non fosse ormai preda di allucinazioni visivo-olfattive-gustative. Non si risolse a sottoporre la questione nemmeno al suo vecchio amico Alberto, studioso puntiglioso e irreprensibile di filologia classica, che nel pomeriggio era passato a trovarlo per una amichevole chiacchierata.
    Quella notte, sprofondato nel sonno più tardi del solito, per via della insistente allergia alla polvere che lo accompagnava, a periodi, fin dall’infanzia, S fece un sogno conturbante e disturbante al tempo stesso.
    Stava dormendo su un letto di libri, una vera catasta. Accanto a sè vedeva distintamente che, dove era sempre stato il comodino, c’era un perfetto cubo di tomi rilegati in pelle. La testiera del letto, era un muretto di pubblicazioni tascabili. Girate verso la sua testa per il lato libero delle pagine, emettevano fruscii ad ogni suo movimento, quasi sussurrassero a bassa voce i loro brillanti contenuti, per riversarli copiosamente nella sua scompigliata testa di intellettuale.
    Sul display della sveglia elettronica, poggiata sopra il cubo di carta compatta e rilegata in pelle, scorrevano, come titoli di borsa, autori e titoli degli innumerevoli volumi della sua biblioteca, e di ognuno ricordava qualche frase, o la copertina, o addirittura il prezzo stampato sul retro.
    Una specie di febbre letteraria, di incubo tipografico, gli stava inondando la mente di parole, effigi di marmo, quadri e dagherrotipi. Si svegliò in sogno, come spesso gli accadeva, sudando e tremando, le lenzuola stropicciate intorno a lui, erano di fine e velenosa carta di quotidiano. Il Corriere ammiccava dal suo petto ansante, Il resto del Carlino gli avvolgeva la mano destra e il Secolo XIX la sinistra. Sopra la sua testa, vide appesa al muro una copia dell’Osservatore romano benedicente. Si rigirò di scatto, per cercare di recuperare il sonno. Il rosa tenue della Gazzetta dello sport fasciava i suoi cuscini, chiamando la sua fronte imperlata di sudore ad asciugarsi con la foto di Pantani sul Tourmalet.
    S si levò a sedere sul letto letterario, sulla pira culturale, sulla sua alcova intellettuale.
    Vide con chiarezza che la polvere era su tutte quelle pagine, quei dorsi, quei tagli di cultura.
    Formava un paesaggio variegato e affatto dissimile nei colori e nelle dimensioni dei granuli.
    Si guardò le mani e le vide coperte di pulviscolo grigio e uniforme, si strofinò i capelli già scompigliati e altra polvere grigia si diffuse nell’aria.
    Cominciò a sentire un prurito in tutto il corpo, che lo costrinse a scendere dal letto e allontanarsi da tutti quei fogli, quei caratteri neri, quelle parole che adesso erano un marasma unico e indistinto, senza punteggiatura, senza sintassi comprensibile, senza l’ombra di un sintagma riconoscibile.
    La paura di aver perduto e intossicato la sua intera vita, di futili parole, di esercizi intellettuali fini a sè stessi e in nulla veritieri o attinenti alla realtà, lo sconvolse e rimase in mutande, a un metro da quel monumento alla sua presunzione e mania, tremando e piangendo.
    Per quella provvidenziale caratteristica onirica, che ci permette di introdurre, come il vero deus ex machina, i cambiamenti necessari alla storia, S si avvide di avere, infilata nell’elastico dei boxer, una grossa scatola di fiammiferi da caminetto.
    La aprì e ne trasse un lungo bacchetto zolfato, lo sfregò sul lato della scatola e lo gettò sulla catasta di carta. Immediatamente il fuoco divampò alacre e felice. Le pagine si contorcevano e accartocciavano nel calore rosso e purificatore, le parole bruciavano e si dissolvevano in nera cenere volatile e non più significante né significata.
    Tutta la sua stanza da letto fu piena di quel rogo giustiziere, vide il volume tascabile di Farenheit 451, cercare di darsi alla fuga, sbattendo le pagine come ali di colibrì, ma le fiamme lo avvolsero e cadde in picchiata, scomparendo nel caos piro-letterario.
    Il fuoco consumò in fretta i quintali di carta vecchia e rinsecchita. S rimase nella stanza da letto, attonito e mezzo scottato. Ai suoi piedi tutto era cenere. Una coltre grigiastra e uniforme. Esultò per la liberazione da quell’assedio librario. Poi, con una tristezza inspiegabile, si avvicinò a quel tappeto di cultura bruciata, ad osservare il frutto del suo sdegno di spirito libero. Alla luce nascente del mattino, che filtrava serena dalle imposte socchiuse, vide che le ceneri non erano grigie e uniformi, erano un finissimo caleidoscopio di colori. Riconobbe in quel mare bruciato, i cristallini splendenti dei suoi amati filosofi greci, l’azzurrino di Goethe che si spandeva in sottili onde sulla superficie, la bambagia della Yourcenar accumularsi in arcipelaghi...

  • 06 febbraio 2009
    Manca poco

    Come comincia: Mi svegliai di buon ora, colpa della luce e le mosche. Niente colazione, decisi di leggere, presi un libro, la copertina era vuota, strano, lo aprii e lessi: “Nove milioni di danni, dico nove , non sono pochi, certo potrebbero essere di più ma in fondo accontentiamoci, chi lo fa finge di godere.
    Giusto il tempo per far partire il disco dall’inizio, c’è un passo, più o meno a pezzo quasi concluso, che non ti fa sperare, è speranza pura, senza ghiaccio, liscio come l’olio.
    Beh, non vi nascondo la durata dell’intero disco, penso lo sappiate, ci vuole pazienza, tanto alla fine finisce giusto, dicono anche che non è una sicurezza ma io so che mentono, lo spero almeno.
    Ho sentito che vogliono svenderla per due soldi, ma non temete, qualcuno ci penserà a salvarci.”
    “Parla troppo lo sa vero? La smetta di fingere di sapere, siete patetico, si sta cagando sotto dalla paura e cerca di auto convincersi del contrario. Si vergogni e mi lasci in pace per una buona volta”
    “Va bene, va bene. Non pensavo di avervi infastidito a tal punto , se l’avessi saputo prima non vi avrei neppure rivolto la parola razza di stronzo”
    “Ma come ti permetti faccia da cazzo, giuro che se non sparisci dalla mia vista nel giro di cinque minuti ti cavo gli occhi e te li ficco in culo”
    “Ah sì stronzetto arrogante del cazzo, ma se io ci metterei pochi secondi a strapparti le palle e, ah dimenticavo non posso, non ci sono”
    “Fanculo”
    “Sparisci”
    Tre spari dilaniarono la quiete della Contea di Rafalich e quel giorno, cazzo si che si smosse qualcosa. C’erano tutti al Gran Concerto: il sottosegretario Marcel,il commissario Danzt con la moglie Clara, Padre Glennò, gli intellettuali Park e Dong, il duca Rodriguez e purtroppo ancora loro, i rivoltosi. Una chitarra stuprata sobillava l’animo dei ribelli, un violento violino sguainava le insicurezze della Contea, canti profusi chiudevano questa cruda sonata.
    Perché proprio i due che detenevano le maggiori proprietà della contea si sono sparati a morte?
    Sono stati poi proprio loro a spararsi? Chi dei due ha sparato per primo? Quali erano le motivazioni? Possibile che la posta in gioco fosse cosi alta da lasciarci le penne? Come faremo a capire che è successo realmente? Siamo compromessi anche noi? Che succederà?
    Queste erano tutto sommato le domande che i cittadini di Rafalich iniziarono a porsi e non una, ebbe risposta. I due pezzi grossi non erano altro che il sindaco Romo e il magnate dell’acqua Richard Benson Junior. Sul sindaco si è sempre saputo molto poco, una persona riservata, attenta alla propria privacy, beh su Richard Benson Junior penso ci sia qualcosa da dire.
    Richard Benson Junior fu concepito da Margaret Lobster e da Richard Benson, Quest’ultimo possedeva gli acquedotti e le tubature dell’intera contea e raccolse non pochi consensi quando
    decise di costruire a sue spese il campo per la squadra di rugby, uno stadio magnifico con più
    di cento mila posti a sedere, un’illuminazione folle e servizi di ogni tipo, da qualsiasi cibaria esotica al massaggio ai piedi mentre si assiste all’ incontro. Alla morte del padre, Richard Benson Junior vendette il campo e decise di far un nuovo acquisto, qualcosa di importante, qualcosa che avrebbe lasciato chiunque a bocca aperta. Comprò l’acqua alla contea, fino all’ultima goccia senza eccezione alcuna. Fu in quel momento che si formarono i rivoltosi, i ribelli, coloro che si opponevano alla privazione di qualcosa che dovrebbe essere un diritto, perché se è vero che esiste il diritto alla vita, addirittura il diritto al lavoro, deve esserci il diritto all’acqua, cosi pensavano.
    Cosi facendo Junior imponeva ogni mese un prezzo più alto giustificandosi con la sempre meno facile reperibilità dell’acqua ,grazie anche al surriscaldamento del pianeta e cazzate simili.
    Ma la gente non se la beveva, non gratis. Iniziarono gli scontri, ma la repressione era all’ordine del giorno e nulla si sarebbe potuto se non con un’organizzazione solida e piena consapevolezza dei propri mezzi. Questa lotta ebbe un capro espiatorio fino alla sua morte ma dopo, decidere con chi prendersela non fu cosa semplice, il prezzo continuava ad alzarsi.
    Mi svegliai di colpo. Caffè nero e tre biscotti. Sognai di essere uno scrittore.

  • 05 febbraio 2009
    Triste storia.

    Come comincia: A quella povera gente morta nei campi di concentramento hanno rubato la vita.  Gliel'hanno strappata via senza che qualcuno di loro potesse opporsi. Anche tu hai perso la vita.
    E il bello è che te l'ha tolta una moto, una tua scelta, non una costrizione esterna, a cui non si poteva rinunciare.
    A loro è stata una politica senza scrupoli ad impedire la vita.
    A te una stupida, impavida passione. 'Lei' avrebbe potuto  negarti la vita e tu lo sapevi maledizione, lo sapevi.
    ... Ma purtroppo, come spesso accade, solo messi davanti ai fatti ci si accorge che le crudeltà possono accadere anche a noi. E il non averlo capito prima te l'ha dimostrato.

     

  • 03 febbraio 2009
    La strada

    Come comincia: C’è una strada in fondo alla strada che porta a quel paese. Avrà 103 abitanti o pochi di più e tutti lì sono strani. Cioè, non strani tipo: - “Quel tipo ha i capelli lunghi, si fa le canne e si veste in maniera strana,” ma strani strani. Il sindaco del paese, per dire, ha due mogli di cui una è una capra. E non è nemmeno quello più strano lì in mezzo, in molti infatti si stanno a chiedere come faccia uno con una vita così regolare ad essere diventato il sindaco.
    - “Nuove elezioni!” sta a gridare tutto il giorno un nano in piazza con un forcone in mano. - “Nuove elezioni!” Nessuno però lo ascolta, neanche il suo coinquilino che è un gigante ma dorme sempre nella camera più piccola della casa.
    Come bellissima Miss del paese è stata scelta Elephant Girl, la gentil donzella più ambita. Il signor Chesterfield, rimasto vedovo in seguito all’accidentale morte della moglie, ha offerto tre quintali di noccioline e uno dei suoi 13 figli al padre della pulzella pur d'averla in sposa. Il padre, dopo una lunga trattativa che ha portato a 2 il numero di figli concessigli, ha accettato e a malincuore ha salutato la figlia sulla porta della stalla: - “Vai per la tua strada: adesso sei una donna, anzi, una Elephant Woman.”
    Il signor Chesterfield, che era ancora un bell’uomo, da giovane veniva considerato il Richard Gere del paese, nonostante avesse tre occhi e uno strabismo evidente anche al cieco del paese. Che poi non era cieco del tutto. Quando qualcuno in paese schiattava, lui poco prima aveva la visione di un film in cui uno dei personaggi moriva in una maniera simile. Ad esempio prima che il giovane Foster, uno dei figli del signor Chesterfield, cadde nel pozzo del padre, lui vide The Ring. Quando Rupert, lo scemo del villaggio nonché un altro dei figli del signor Chesterfield, fece un bagno nei cubetti di ghiaccio e annegò congelato, ebbe invece la visione integrale di Titanic. E anche se non vedeva più niente da mesi, ne fu talmente annoiato che si addormentò proprio nel bel mezzo del film. Il giorno in cui morì la moglie del signor Chesterfield la sua mente proiettò Psycho, ma nessuno in paese ne capì il perché, visto che la signora era morta fortuitamente mentre stava facendo una doccia.
    La sera delle nozze tra il signor Chesterfield e la ragazza elefante si celebrò, com’era tradizione in quel paese, una sacra cerimonia preparatoria per la perdita della verginità della giovine. La ragazza fu immersa totalmente in una vasca di sperma di toro che i fratelli Thompson avevano ottenuto quel pomeriggio in una maniera mai del tutto chiarita. Le gemelle siamesi Orsen furono talmente impressionate da quella impresa che decisero di donare la loro, di verginità, proprio ai fratelli Thompson. E mentre succedeva questa cosa a 4 davanti agli occhi increduli, ma nemmeno troppo, di tutti i presenti, il signor Chesterfield decise che era arrivato il momento di portare la moglie nel loro nido d’amore.
    A fatica la prese in braccio e insieme varcarono la soglia della casa. Elephant Girl, scusate, Elephant Woman, pregò il neo-maritino di attenderla mentre si faceva una doccia purificatrice per togliersi di dosso quel malsano odore di sperma di toro.
    Proprio in quel momento, il cieco del paese ebbe una nuova visione. Nella sua testa partirono i titoli di testa ed ebbe la sensazione di averlo già visto. Era un film familiare, ma in una versione differente. Era ancora Psycho, ma stavolta nella versione remake di Gus Van Sant. Perché quel film? Perché di nuovo?
    Rivide le prime sequenze, ma non capì. Poi arrivò la scena della doccia e allora tutto gli fu chiaro. Avvisò Bill, l’agente di polizia nonchè parrocco del paese che, siccome non credeva nella violenza, era armato unicamente di un Super Liquidator. I due coraggiosi entrarono nella casa del signor Chesterfield, salirono su per le scale e se lo ritrovarono davanti vestito da donna e con un coltello in mano. O almeno, l’agente Bill se lo trovò davanti, mentre il cieco del paese vide la scena di Psycho corrispondente nella sua testa. Intimidito dall’enorme Super Liquidator, il signor Chesterfield si arrese e confessò l’omicidio della moglie e anche di qualcuno dei suoi figli, in quel momento non ricordava nemmeno esattamente di quanti.
    La donna elefante venne portata in salvo e l’agente Bill paternamente le avvolse un asciugamano, anzi un enorme telone da circo, intorno al corpo nudo. I due ebbero un colpo di fulmine. Letteralmente. Un fulmine li prese in pieno e finirono in ospedale. Quando contemporaneamente riaprirono gli occhi si guardarono e stavolta ebbero un colpo di fulmine non letterale, ma romantico e decisero di sposarsi. Fu lo stesso Bill a celebrare il matrimonio, sdoppiandosi nel ruolo di prete, di sposo, nonché di addetto alla sicurezza. Dopo il fatidico sì, ci furono danze e balli sulle note di Le Freak degli Chic e di Get Ur Freak On di Missy Elliott e tutti festeggiarono quel gran giorno di festa.
    C’è una strada in fondo alla strada che porta a quel paese. Se la vedete, non prendetela. A meno che non siate anche voi strani. Ma strani strani.

  • 02 febbraio 2009
    Come nevicava

    Come comincia: È dal 1929 che non vedevo una nevicata del genere. C’era la grande crisi anche allora ma tutti sembravano più felici. Mio padre, almeno, era felice quando mi portava al cinematografo a vedere La febbre dell’oro e quei film che così belli non li fanno più. Uscivamo sotto la neve e ridevamo perché ci sembrava di aver assistito a un piccolo miracolo.
    Un momento: forse è dal 1943 che non vedevo una nevicata del genere. Ero al fronte e cercavano di beccarmi. Io però correvo veloce in mezzo alla neve e mi mancavano tutte le volte. Non ero affatto sicuro di combattere dalla parte giusta, ma io di politica non ne capivo molto; l’unica cosa di cui mi importava era portare a casa la pellaccia dura e rivedere la mia morosa. Con le mani gelate le scrivevo dalla trincea che l’avrei sposata subito se fossi tornato vivo, ma innanzitutto l’avrei… Eh, allora no che non avevo bisogno del Viagra. Tornai vivo dalla guerra e quella fu la prima cosa che feci. Poi ci sposammo.
    Ma aspettate! Mi pare che in realtà sia dal 1968 che non vedevo una nevicata di queste proporzioni. Mio figlio quel drugà portava i suoi amici capelloni con le loro giacchette attillate tutte coperte di neve e si chiudevano in camera a sentire i dischi rock e a fumarsi le canne. Io che non sono proprio mai riuscito a capirlo gli dicevo: - “Quando avrai la mia età la smetterai di voler fare le rivoluzioni e ti rassegnerai ad avere un lavoro di merda a una paga di merda.”
    Adesso che ci penso bene, credo sia dal 1977 che non vedevo una nevicata così. Mio figlio aveva smesso di voler fare le rivoluzioni, ma non si era rassegnato ad avere un lavoro di merda: aveva preferito buttarsi giù dal balcone. Ricordo che stetti a fissare la sagoma formatasi sul terreno quando i paramedici portarono via il suo corpo fino a che la neve non la cancellò completamente. Quell’anno ci aveva lasciati anche mia moglie. Ormai era mia figlia maggiore l’unica gioia della vita, peccato le fosse capitato di avere un figlio punk. Io gli ripetevo: - “Trovati un lavoro, drugà!” Ma lui niente, preferiva andare a ridere e a farsi con gli amici.
    Però forse è dal 1985 che non vedevo una nevicata del genere... Il mio nipote non aveva più la cresta punk. Portava i capelli tutti impomatati all’indietro ed era diventato un broker in borsa. Io mi sentivo così fiero di lui, poi quando sono andato a trovarlo nel suo appartamento di lusso ho visto come guardava con disprezzo i barboni giù in strada che cercavano un riparo dalla neve. Ho guardato nei suoi occhi ed era come svuotato dentro. Così gli ho detto: - “Torna a fare qualcosa che ti renda felice.”
    No, ma che sto dicendo? È solo dal dicembre dello scorso anno che non vedevo una nevicata del genere. Il dottore mi parlava, diceva che avevo una cosa chiamata Alzheimer e pure un cancro. In pratica non mi restava molto da vivere. Io guardavo la neve scendere fuori dalla finestra e pensavo: - “Ma che ne sa questo? Pensa di sapere tutto solo perché si è laureato ad Harvard. E chi l’ha mai sentita nominare questa università?” Mio nipote che mi aveva accompagnato da questo cialtrone intanto aveva scritto un libro su quanto sono infelici e disperati i broker della borsa e aveva fatto un sacco di soldi, ma i barboni per strada non li guardava più con disprezzo.
    Oggi sta nevicando come non ho mai visto. La figlia di mio nipote mi è venuta a trovare e mi ha portato la solita cannetta del lunedì. Da quando ho cominciato a fumare questa roba mi sembra tutto più bello e tutto più leggero. - “Sono un bisnonno,” stavo pensando, “e sono diventato un drugà, chi l’avrebbe detto?” quando ho chiuso gli occhi e sono andato in un posto dove tutto era bianco, ma non per la neve. Lì mi sono fumato una canna con mio figlio e per la prima volta sono riuscito a capirlo. Quando si è buttato giù era solo un bambino che aveva bisogno di un padre che lo portasse a vedere i vecchi film al cinematografo, che ogni tanto si rilassasse con una paglia e che stesse seduto accanto a lui a guardare fuori dalla finestra come nevicava.