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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 17 marzo 2009
    La giovane prostituta

    Come comincia: Eccola, è lei! E' la solita giovane prostituta che incontro tutte le sere. Ha lo sguardo triste, vorrei sapere perché.
    Com'è ingiusta questa società! Lei, ancora adolescente, quasi bella ma ormai irrimediabilmente perduta come si trattasse di un'infiorescenza nel rigagnolo d'una fogna. Ed io, che non resisto, vorrei chiederle da dove viene, chi l'ha ridotta in quello stato così degradante, se ha una famiglia che in patria l'aspetta, magari, chissà, forse un amore...
    Quante domande, quali domande, che imbarazzanti domande!
    Chissà se mi risponderebbe!
    Fin troppi interrogativi affollano la mia mente e la mia anima ma questa sera devo avere delle risposte, non resisto più. La curiosità mi possiede e mi avvolge nella sua impellenza.
    Quasi non fossi più io, come se fosse un altro che agisce per me, abbasso il finestrino nella bruma notturna e mentre mi domando dove sono finiti la carità, la solidarietà e l'amore universali, la chiamo con un "pss pss" discreto mentre un angoscioso interrogativo dilania la mia più profonda essenza di uomo. Vorrei sapere cosa pensa di me. Lei si avvicina sui suoi tacchi a spillo sì che pare una farfalla dalle ali bruciate e mentre mi impongo di non guardare nella sua scollatura donde si affaccia un seno acerbo, rompo finalmente gli indugi , e con voce flebile e timorosa, rispettosamente le chiedo:
    "Scusa, forse non dovrei... ma il preservativo è proprio indispensabile? Non vorrei che il peso mi creasse dei problemi."

  • 17 marzo 2009
    Canti in umido

    Come comincia: Disoccupato e divorziato vivevo il mio quarantesimo compleanno. Un calore impressionante.
    Un’umidità soffocante. Mi svegliò quel dannato telefono, “fidati, ascoltami, svegliati”. Le uniche parole che il mio cervello bloccò. Ex moglie, incomprensibili litanie mattutine sulla mia probabile indifferenza verso la sofferenza altrui. Caffè nero e tre biscotti. Nel giro di mezzora mi trovai un taxi: alla spiaggia di cemento. Mi sedetti all’inizio della piattaforma dove si inclina di circa venti gradi, deserto, il vento soffiava leggero nelle mie orecchie, stetti per un po’ ad occhi chiusi.
    Disturbato da deboli urla mi destai e vidi un uomo di robusta corporatura trascinare una donna per i capelli lungo la riva di cemento. Si fermò, una mano tenne stretti i capelli e l’altra gli entrò in gola.
    Banconote, non so quante ne tirò fuori ma alla fine gli aprì per bene la bocca e ci sputò dentro, mollò la testa che cadde violentemente sul cemento e se ne andò.
    Aspettai dieci minuti, venti, un’ora.
    Mi avvicinai a lei e notai che guardava fisso il mare. Si voltò, mi vide, e i suoi occhi si riempirono di angoscia. La rassicurai sulla mia identità ma i suoi occhi non cambiarono.
    “Che ci facevi con della banconote in bocca?”
    Balbettando mi disse: “Erano anche in gola, erano nella mia voce, erano la mia voce”
    “Che significa?”
    “Canto ogni fine settimana al club vicino alla stazione, quello con le insegne blu. Mi danno parecchi soldi a serata ma un certo Big Rado vuole sempre l’ottanta percento minacciando a morte me e la mia bimba, ieri notte non ho retto e mi sono ficcata tutti i soldi in gola. Lei, è lei che merita quei soldi, la mia voce, non io, non la mente o la mia mano, la mia voce cazzo, mia figlia è malata e la malattia sono io capisci”
    Un calore impressionante. Un’umidità soffocante.
    Mi tuffai.

  • Come comincia: C'è un brufolo sulla mia faccia che non vuole morire. Mi guarda con quel suo unico occhione bianco e mi supplica "Amico, ti prego." Ti si scioglie il cuore. "Ti preego". La pietà è un sentimento facile da suscitare in noi umani. "Ti preeeego." Oh, andiamo. "Sono troppo giovane per morire," mi fa. "Non mi sono ancora innamorato. Non ho mai visto Parigi." Ma questo è un ricatto morale bello e buono. Così non vale.
    Ho il dito pigiato contro il grilletto, ma è dura far partire il colpo. "Amico, amico. Aspetta un minuto: ti posso dare dei soldi. Quanto vuoi? 10,000? 20,000? Ho un conto in Svizzera, ti posso fare un assegno da 50,000, d'accordo?" La tentazione è forte. Soldi, soldi, soldi. Soldi, tanti soldi, canticchio davanti allo specchio. Ma, un momento. No, io non sono un venduto. "Amico, non vuoi i soldi? Ti posso procurare donne, tante donne." Lo guardo niente affatto convinto. "Oppure uomini. Vuoi uomini?" I miei occhi iniettati di rabbia si fissano nel suo unico occhio bianco spaventato. La sua morte si fa vicina, e lui lo sente. Uomo morto in marcia."Non voglio morire," piagnucola. "Fa così freddo, qui. Lo senti?" Io non lo sento. Sento solo il caldo provocatomi dal potere. Il potere di ferire, schiacciare, distruggere. Sto per farlo.
    "D'altronde," sospira interrompendomi, "tutti dobbiamo morire prima o poi." Quella sua rassegnazione mi impietosisce, così gli concedo di scegliere come vuole che sia la sua morte. "Preferisci la soluzione veloce, ovvero ti schiaccio con i miei polpastrelli, manco te ne accorgi e in un attimo non ci sei più. Oppure c'è l'altra soluzione: Clearasil Ultra e una lenta agonia che ti tiene compagnia per tutta la notte." Il brufolo è oltre, ha raggiunto un stato di coscienza superiore. "Avanti, amico," mi fa, "fai come preferisci. Io adesso sono pronto." Non c'è niente che fa più compassione di chi non vuole fare compassione. "Hai vinto, amico," gli concedo seccato. Domani mi toccherà andare al colloquio più importante della mia vita con un brufolo sulla faccia, maledetta compassione. "Wow ragazze, sono ancora vivo!" il brufolo chiama a raccolta il suo piccolo harem, "stasera si fa festa tutta la notte." E io domani al colloquio oltre all'acne avrò pure le occhiaie per non aver dormito. Dannata vita segreta dei brufoli!

  • 17 marzo 2009
    Candide idee

    Come comincia: Quando Mel aprì gli occhi la parete bianca l’accecò per un istante azzerando i pensieri.
    Un’idea squarciò quel silenzio cromatico: questa volta ce l’avrebbe fatta.
    Da giorni non andava più a dormire sola.
    Una strana amarezza l’accompagnava per tutto il giorno e la sera la ritrovava intatta dentro il letto , nascosta tra le lenzuola, infida come un agguato, le stringeva la gola, strozzava le speranze e i desideri.
    Aveva provato a ingannarla e a portarsi un sorriso a letto ma non funzionava.
    Posticipò l’ora della dormita, pensando che forse si sarebbe addormentata stanca di aspettare, ma lei resisteva come se nulla fosse.
    L’amarezza non ha mai sonno.
    Allora provò con gli uomini, ma non funzionava neanche così.
    Quella vecchia balorda aspettava che gli amplessi si consumassero, assisteva ai gemiti e alle finte carezze e stava a guardare quei giochi di ruolo con disincanto e una smorfia di disappunto
    E poi si metteva al suo fianco e le scaldava il sonno di un gelo putrescente.
    Ma non si assopiva, vegliava sul sonno contorto di Mel popolato di paure e catastrofi incombenti.
    Non la lasciava mai.
    Mel era stufa.
    Quella mattina la trovò distratta, intenta a escogitare un modo per dissimulare la tristezza e rendere ancora più feroce l’assalto della sera.
    Ma Mel ebbe un idea.
    In realtà stava scritta da giorni su quella parete bianca che si ritrovava di fronte appena apriva gli occhi ogni mattina o forse veniva proiettata lì direttamente dai suoi occhi.
    L’afferrò prima che lei se ne accorgesse e silenziosa lasciò il letto.
    Aveva deciso di ingannarla, di sottrarsi alla sua prigionia e doveva approfittare di quel momento, non poteva lasciarsi sfuggire quei rari preziosi attimi di distrazione.
    Questa volta ce l’avrebbe fatta.
    L’aria fredda entrò dalla finestra, le attraversò la pelle attraverso il cotone leggero del pigiama e coprì il suo corpo di brividi.
    Fu un po’ difficile salire sul davanzale, ma quando sei in fuga non fai certo caso all’eleganza dei gesti.
    Il tonfo non fu neanche molto rumoroso.
    Fu un vociare chiassoso per almeno due ore: autoambulanze , carabinieri, lo stupore dei passanti
    Lei rimase a guardare tutto dalla finestra, con la solita aria stizzita.
    Ma era già pronta a cercare qualcun altro da perseguitare.

  • Come comincia: Quei primi anni della sua vita trascorrevano sereni nella casa dei cari nonni in attesa del fine settimana quando i suoi genitori, liberi dal lavoro, dedicavano tutto il loro grande amore al proprio figlio. Le giornate erano sempre le stesse ma l'affetto del quale era circondato le rendevano piene di vita e mai noiose.
    La mattina al risveglio si ritrovava insieme al nonno davanti a due tazze gigantesche piene di caffelatte preparate amorevolmente dalla nonna che era in piedi già da qualche ora. Bimbo, mentre inzuppava i biscotti nella propria tazza, si incantava a guardare nonno Renato, che ai suoi occhi appariva come un gigante buono uscito da qualche favola di quelle frequentate da maghi, streghe e fate. Una specie di guerriero d'altri tempi. Il nonno si tagliava due enormi fette di pane di quello avanzato il giorno prima, che lui chiamava "posato". "C'è il pane posato?" Chiedeva sempre alla nonna. Lui non amava il pane fresco perché diceva che era difficile da digerire. Poi con le sue enormi mani spezzettava il pane e lo metteva nella tazza, dando vita ad una vera e propria zuppa di caffelatte. Sguainava quindi un enorme cucchiaio e iniziava a mangiare.
    Tutto sembrava gigantesco agli occhi di Bimbo, anche la voracità con la quale il nonno affrontava la zuppa e la mangiava in pochi minuti. A volte rimaneva incantato con il biscotto in mano, la bocca aperta, ad osservare il gigantesco nonno che brandiva la sua spada luccicante, il cucchiaio, la immergeva nella tazza per farla venire fuori stracolma di pane inzuppato nel caffelatte. Era allora che Gerbina lo risvegliava da quell'incantesimo, con un dolce scappellotto "Su Bimbo che fai tardi all'asilo". Di soprassalto Bimbo riprendeva a mangiare per finire il più in fretta possibile.
    Poi arrivava il momento più temuto di tutta la giornata: prima di uscire la nonna prendeva in mano il pettine e la molletta, due strumenti di tortura, per tentare di sistemargli i capelli come lei riteneva più opportuno. Capelli lisci che mal si adattavano a qualsiasi tipo di piega che la nonna volesse dare loro. Dopo qualche minuto di lotta impari, di acqua spruzzata sui capelli, di qualche passata di brillantina, Gerbina inforcava la molletta e... zac... con una mossa rapida incatenava quel ciuffo ribelle raccolto da un lato.
    Soddisfatta gli sistemava il grembiulino, gli porgeva il panierino con il pranzo e guardava Renato e Bimbo che tenendosi per mano uscivano di casa.

  • 16 marzo 2009
    Sangue

    Come comincia:

    Intorno a me una luce bianca, pallida, sfocata.

    Chi sono, dove mi trovo, cos’è successo?

    Lentamente riprendo conoscenza: un sapore ferroso in bocca quasi mi soffoca.

    “Dannazione, è sangue!”

    Cerco di alzarmi, ma non riesco nemmeno a mettermi a quattro zampe: sputo e mentre la mia vista inizia appena a schiarirsi vedo un grumo di un rosso cupo sulle piastrelle verdi del pavimento.

    Provo nuovamente a puntellarmi sulle mani e a fare forza, mi sollevo appena, non ce la faccio, sono troppo debole.

    Muovo la testa a destra e a sinistra, apro e chiudo gli occhi più volte, “Sveglia!” mi dico, cerco di schiarire la mente e lentamente intorno a me si fanno nitidi i contorni di un bagno.

    Arranco, strisciando, in una specie di buffa imitazione di un soldato in trincea e dopo pochi secondi che sembrano un’eternità, arrivo vicino ad uno specchio a figura intera, mi guardo, vedo un me stesso che a stento riconosco, un occhio pesto, un taglio sulla fronte da cui scorre un rivolo di sangue, gli occhiali rotti ma ancora inforcati sul naso.

    Un dolore acuto a ossa e muscoli mi aiuta a tornare completamente alla realtà: mi sembra di essere stati travolto da un tir!

    Un momento, ma, adesso che ci penso, questa non è casa mia! Ok, niente panico, va beh un po’ di panico sì, ma non troppo, ragioniamo: non è un cesso pubblico, sembra proprio il bagno di un appartamento e anche ben pulito e in ordine, va beh, a parte le macchie di sangue sul pavimento, già, le MIE macchie di sangue.

    Finalmente riesco ad alzarmi in piedi, non mi sembra di avere nulla di rotto anche se il mio corpo urla in turco, cinese e russo antico; a parte il taglio sulla fronte non ho altre ferite: prendo un asciugamano e lo pulisco con un po’ d’acqua.

    E adesso?

    Metto un passo davanti all’altro e mi muovo incerto e dolorante.

    Arrivo alla porta e la apro, davanti a me un corridoio buio e silenzioso.

    Un’antica pendola a muro batte tre rintocchi che riecheggiano sinistri in questo nulla sconosciuto.

    Ok sono le 3 di notte e mi trovo in una casa ferito e confuso.

    Cerco a tentoni un interruttore, accendo la luce e vedo davanti a me una scena quasi surreale: sembra tutto sottosopra: ante dei mobili spalancate, cassetti rovistati, libri e vestiti per terra, vetri rotti, cocci ovunque.

    Forse dovrei chiamare la polizia! Aspetta! E se fossi io l’artefice di tutto questo?

    Sento il mio respiro accelerare, un brivido freddo mi percorre la schiena.

    No calma, una cosa alla volta!
    Chi sono? Cosa sto facendo qui? Non mi sembra di poter essere un ladro.

    In tasca trovo il mio portafoglio, dentro due banconote da cinquanta euro e un paio di biglietti da visita: sopra c’è un nome Alfredo Rossi.

    Questo dovrei essere io, il nome mi è decisamente familiare, e cosa faccio di professione, leggiamo un po’ ah si… Commercialista, Studio Rossi & Soci. Suona bene… Studio Rossi & Soci, si si suona proprio bene., ho uno studio tutto mio quindi… bene… Sì! Dà proprio l’idea di soldi e fama, ma allora devo essere ricco!

    Il filo dei miei pensieri viene interrotto da un rumore proveniente dall’esterno.

    Maledizione meglio nascondersi!

    Ho poco tempo e l’unico riparo che vedo è un grosso divano a tre posti, dovrà bastare.

    Nella foga di questi attimi veloci non faccio caso alla pozza rosso scuro che macchia la moquette, ma non posso ignorare il cadavere della donna dietro il divano.

    Oh cazzo!

    Mi accuccio lo stesso, la ragazza morta a pochi centimetri dal mio corpo, le mie mani che affondano nel suo sangue ancora caldo.

    La porta si spalanca e una voce gutturale urla: “Vieni fuori stronzo!”

    Non so perché, ma la mia mente traduce la frase così: “Vieni fuori stronzo che ti ammazzo!”

    Lo sconosciuto incalza: “Lo so che ci sei, stronzo, ho visto la luce accendersi, vieni fuori se no vengo a prenderti io.”

    Vorrei essere l’ispettore Callaghan, estrarre dalla cintura la 44 Magnum e piantargli un colpo dritto in fronte… BANG stecchito… ma non sono l’ispettore Callaghan, non sono armato e me la sto facendo sotto.

    I passi si avvicinano rapidi, rimbombano sul pavimento, tuc-tuc-tuc-tuc, la mia mente si muove quasi al rallentatore, il panico e la paura mi stringono in una morsa paralizzante, guardo le mie mani, sono sporche di sangue, istintivamente cerco di pulirmi sui vestiti, la mia camicia bianca diventa rossa, rosso, sangue, colori cupi, immagini strane, sfocate, la vista che si appanna, il cuore che batte, batte, batte più forte della pendola, tu-tum, tu-tum, tu-tum e poi accelera, accelera, accelera, tum-tum-tum-tum-tum, sudo freddo, tum-tum-tum-tum-tum, le mie mani sempre più rosse di sangue, tum-tum-tum-tum-tum, il cuore che batte come un martello pneumatico quasi volesse sfondare il mio petto, tum-tum-tum-tum-tum, non voglio morire, ho paura, paura del sangue, della morte. È qui, ha già il colpo in canna, è qui per me, è la fine.
    “Nooooooooooooooooo” urlo, muscoli e ossa sono come di gelatina molle, tutto il mio corpo crolla sul pavimento.

    Buio.

    * * *

    “Guarda Carla, quello stronzo del Rossi se l’è fatta sotto, che cagasotto!”

    “Se l’è proprio meritato…” Carla si alza da terra, il vestito, il volto e i capelli imbrattati di sangue…

    “C’è cascato in pieno. Così impara a licenziarmi”, replica l’uomo.

    “Dai scatta qualche foto e mandiamola alla moglie e ai colleghi, dovrà dare diverse spiegazioni quando le vedranno”

    “E ora andiamo, Parigi e una nuova vita ci aspettano…”

  • Come comincia: Ci fu un tempo in cui la lontana Tracia, oggi ricca di montagne, era una regione completamente pianeggiante. Sentite la storia che ho da raccontarvi.

    C’era una volta, nelle lontane pianure di Tracia (care a Dioniso e a Orfeo, ma questa è un’altra storia….), un giovane pescatore di nome Pirin. Era, questi, un fanciullo allegro e spensierato, dal cuore buono, sempre circondato da amici che, come lui, amavano la pesca e il sorriso lucente delle fanciulle sognanti che popolavano i boschi di quel remoto angolo di Terra.
    Fu in un mattino di sole acceso che, in un laghetto di acqua argentea tutto circondato da alberi fronzuti, Pirin e i suoi amici scorsero, sulla riva opposta, un gruppo di fanciulle di bellezza abbagliante intente a rinfrescarsi. Amici miei, che splendore di occhi e di sorrisi, che capelli lunghi come i giorni dell’estate, che seni ardenti! Questi dovettero, a occhio e croce, essere i pensieri del gruppo di giovani che, a rapide bracciate, raggiunsero la sponda di fronte.
    Dapprima sorprese, forse spaventate, le giovani mutarono rapidamente il timore in un invito e convinsero (non ci volle poi molto!) il gruppo di pescatori a seguirle nei loro giochi fra gli alberi.
    Alla fine del giorno, terminate le allegre schermaglie nel bosco attiguo allo specchio d’acqua, il gruppo si riposò su di un prato fiorito e odoroso. In particolare una fanciulla, bella fra le belle, colse un mazzetto di fragranti rose, iris, crochi e narcisi, quindi lo donò a Pirin; infine, dopo aver baciato dolcemente le sue giovani labbra, suggellò il gesto con queste parole:
    - Mi chiamo Rila e sono la figlia della regina di queste terre. So che ti chiami Pirin e che sei un ragazzo allegro e buono. Ricorda questo profumo e seguine la scia; così, quando vorrai, mi troverai.

    Immaginate lo stupore del giovane nell’udire queste parole: una principessa, anzi la principessa, si era innamorata di lui! Pirin era così felice che si mise a correre all’impazzata. Trenta volte girò intorno al lago, cento volte nuotò in quelle acque, avanti e indietro, da una riva all’altra, vanamente rincorso dai suoi amici anch’essi ebbri di fiori, di guance di pesca e di estate.

    Il mattino seguente Pirin, intento a pescare nel suo solito laghetto, sentì nell’aria un profumo talmente intenso e familiare che persino le piante volsero i rami verso la fonte di quella magnificenza. Beh, amici miei, non ci volle molto; il giovane mollò gli strumenti da pesca e iniziò a correre a perdifiato fra i sentieri freschi del bosco. Al termine dell’arboreto, stremato, immaginate chi trovò: Rila, in una veste candida e ricamata, nei suoi lunghi capelli inghirlandati, bella da far rabbrividire l’incandescenza dell’estate, ardente da far lacrimare la corona del sole….

    Da allora, per tutti i giorni di un anno generoso, i due giovani si incontrarono su quelle rive e fra quella vegetazione ombreggiata e fragrante, accesi e innamorati…

    Si può dire che da allora vissero felici e contenti? Beh, non proprio così. Chi predisponesse il proprio animo a una storia d’amore benedetta, rimarrebbe alquanto deluso e ben poco conoscerebbe della lebbra dell’invidia. Ascoltate ancora un po’, mettetevi comodi….
    Pirin e Rila si incontravano ormai da un anno, tutte le mattine, sulle sponde del lago, all’inizio del bosco. Un bel mattino luminoso, seduti sulla riva, i due ragazzi stavano pescando (Pirin aveva insegnato a Rila l’arte della pesca; la principessa lo aveva iniziato alla raccolta delle essenze e alla composizione di squisite tonalità olfattive…), quand’ecco che sbucò, dal fondo dell’acqua, incastrato all’amo di Rila, un minuscolo pesce dorato, dalle squame luminose, dagli occhietti rossi, mobili, vispi e dalla dentatura affilata, molto affilata, da piccolo predatore:
    - Lasciatemi giù, lasciatemi giù, vi prego – disse l’animaletto, allarmato.
    Immaginatevi i due giovani: un pesce parlante, per di più di una foggia mai vista prima da Pirin, che, in quanto a conoscenza di animali acquatici, non aveva rivali in tutta la Tracia…
    - Lasciatemi giù, lasciatemi giù, vi prego – ripeté il pesciolino – Io vi posso aiutare, credetemi.
    - Ma perché dovremmo credere a un pesce che parla? – rispose stizzito Pirin – e, soprattutto, non vedi come siamo felici? Non abbiamo preoccupazioni, di quale aiuto avremmo bisogno secondo te?
    - Fidati di me, Pirin, ti conosco e so che sei un giovane mite e giusto – insistette, col poco fiato rimastole, la bestiolina abbagliante del lago – C’è chi non approva il vostro amore e vi sta tendendo una trappola tremenda. Ah, l’invidia, ragazzi miei, ha infestato anche queste terre. State attenti…
    - E perché non dovremmo farti finire in padella, pesce? – attaccò, non proprio principescamente, Rila, che finora aveva taciuto, incuriosita dalla situazione.
    - Ah, Rila, Pirin, io vi posso garantire che, se mi ributterete in acqua – ribatté agonizzante, con un filo di voce, la bizzarra creatura – non avrete nulla da temere da anima viva; ripeto, solo da anima viva. Di più non riesco a dirvi, di più non posso fare. Vi prego, lasciatemi andare, sto soffocando...
    Impietositi da quell’appello e allarmati da quelle terribili rivelazioni, i due ragazzi decisero di ributtare il pesciolino parlante nel lago; questi, dopo essere sparito brevemente sotto lo specchio d’acqua, guizzò, fra geometriche piroette, fuori dalla superficie, strizzando loro un occhiolino di riconoscenza. Quindi, nella luce di una scia dorata, scomparve definitivamente, inabissandosi.

    Il giorno successivo all’apparizione del pesciolino dorato, la potentissima regina di Tracia, madre di Rila, decise che era finalmente giunto il momento di convocare un banchetto al Palazzo Reale, per celebrare il fidanzamento fra i due innamorati.
    Era, la regina, una donna ormai sfiorita dal noioso trascorrere degli anni e dalla precoce vedovanza. Infatti, il padre di Rila, grande e valoroso re di Tracia, era morto al comando del proprio esercito in una feroce battaglia, quando la principessa era ancora infante. La prematura scomparsa del sovrano aveva lasciato un grande vuoto in tutto il regno e una giovane consorte inconsolabile. Ben presto, però, lo sconforto dell’augusta vedova virò verso le fosche tinte della cattiveria dei soli, venata di invidia per l’altrui felicità e di gusto per la macchinazione, sempre più crudele e vendicativa nel corso degli anni. Rila era sempre stata all’oscuro di tutte le nefandezze della madre, sulle cui atrocità non basterebbero interi volumi e, comunque, si era sempre sentita amata della regina.
    Per questo motivo, quando la sovrana volle convocare il banchetto di fidanzamento per la figlia e per il pescatore Pirin, Rila accolse con entusiasmo una tale deliberazione.
    Tutto era pronto a corte, ogni cosa era al suo posto quella maledetta sera di festa.

    Durante la cena, sfarzosa e ricolma di ogni genere di leccornie del regno, i due fidanzati furono pian piano colti da un irresistibile torpore. Dopo che si furono addormentati, la regina dispose di spalancare due botole sotto le sedie dei due giovani, rispettivamente l’una per lui, l’altra per lei.
    In un nulla, Pirin e Rila furono inghiottiti dalle segrete del Palazzo. Al fondo di un vano buio e putrido, perpendicolarmente alle due aperture sovrastanti, stavano due vasche dalle pareti alte e strette, per metà ricolme di acqua profonda, gelata, stagnante, in cui precipitarono rispettivamente, a breve distanza l’uno dall’altro, il corpo di Rila e quello di Pirin. Il giovane cadde nella vasca di sinistra; la principessa sprofondò a destra. Repentinamente, pesanti inferriate, da cui filtrava un rivolo di aria malsana, sigillarono le sommità dei due bacini.

    Subito dopo, quando l’acqua gelida ebbe ridestato i due, essi si accorsero di trovarsi in trappola: pareti scoscese, vasche chiuse in cima, poca aria, niente cibo, acqua imbevibile.
    Impossibile scappare, impossibile salvarsi.
    Dalle loro rispettive prigioni inespugnabili, Pirin e Rila udirono solo poche frasi provenienti dal piano di sopra, dove poco prima si era tenuto il banchetto. Era la voce crudele della regina, che si rivolse così alla figlia:
    - Povera Rila! Tua madre aveva grandi aspirazioni per te. Potevi sposare ricchi principi, potenti sovrani, condottieri carichi di gloria. Invece no, ti sei innamorata di un pescatore, di un pezzente. E quel che mi fa più rabbia, è che sei felice, troppo felice. Sono invidiosa. Io non posso tollerare l’altrui felicità, figlia mia. Sono infelice: chiunque accolga gioia nel proprio cuore, verrà da me trattato come un traditore. Perirà, quindi, in modo atroce…
    Ma nessuno dei due sventurati poté replicare: infatti, l’invidiosa sovrana proruppe in un pianto fragoroso e inesauribile che, per tutta la notte, coprì a lungo le loro voci, ora supplichevoli, ora rabbiose. L’acqua che sgorgava dai suoi occhi malvagi era talmente copiosa da invadere tutte le stanze della reggia, una dopo l’altra.

    Il mattino seguente, il lamento finalmente cessò e, dal soffitto buio delle segrete, iniziarono a gocciolare le lacrime della regina, provenienti dal piano superiore…
    Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, il livello dell’acqua delle due vasche si innalzava. Plic plic plic. Piovevano lacrime, tante, salate, l’una dopo l’altra, a intervalli regolari; il livello saliva, saliva, saliva.
    Si sentivano disperati. E non riuscivano neanche a farsi coraggio a vicenda, perché ognuno nella rispettiva vasca era solo, senza l’altro…
    Sarebbero sicuramente morti…di asfissia, di fame, di freddo, di solitudine…
    Ma andò veramente così?

    Passavano i giorni, le settimane, i mesi. Pirin e Rila si accorgevano che, contrariamente a ogni aspettativa, invece di deperire lentamente fino a morire, si stavano abituando all’ambiente acquatico. I due carcerati, giorno dopo giorno, al posto di braccia, gambe e sembianza umana, stavano sviluppando branchie, squame e pinne.
    Erano diventati pesci, veloci, colorati, guizzanti ed erano ormai in grado di trarre una sorta di nutrimento dai microorganismi del liquido fetido in cui erano immersi.  Crescevano belli, floridi, pasciuti.
    Ma non erano liberi. E non erano insieme. Questo li faceva soffrire più della cattività. Mesi interi senza potersi guardare, parlare, accarezzare, abituati com’erano a incontrarsi ogni giorno… 
    Per ora.

    Doveva essere già passato un anno quando ognuno dei due prigionieri, un bel mattino, udì con somma gioia, sotto il pavimento della propria gabbia, come uno sfregare di mandibole voraci. Improvvisamente entrambi si accorsero che, dai fori sottostanti che si stavano creando, due branchi di minuscoli pesci dorati, muniti di dentatura aguzza, stavano rosicchiando le fondamenta delle due prigioni, come solerti operai. Morso dopo morso, i due pavimenti alla fine cedettero. Subito, due straripanti cascate d’acqua melmosa li spinsero per un labirinto di canali, vie, viuzze…
    Dopo un viaggio che parve loro interminabile, al movimento ritmato delle loro pinne e delle loro branchie e guidati dai loro acquatici liberatori, i pesci Pirin e Rila si trovarono in uno specchio d’acqua pura e trasparente. Finalmente liberi, finalmente insieme…
    Dalla felicità, i due saltarono fuori dalla superficie fra mille piroette. Alla milleunesima, si riscoprirono nuovamente uomo e donna. E che piacere ritrovare, dopo così tanto tempo, il loro laghetto, scenario quotidiano dei loro appuntamenti. Un lungo bacio sulla riva incorniciò quella mattina di liberazione e metamorfosi…

    Al termine di questo idillio, un pesce del branco liberatore guizzò fuori strizzando loro l’occhiolino rosso e vispo: era il pesce parlante che li aveva messi in guardia dall’altrui invidia molto tempo prima. Subito si indirizzò a Pirin e Rila:
    -  Cosa vi avevo detto? C’era qualcuno che vi voleva male. Ma la vostra generosità nel liberarmi tempo fa è stata premiata. Così, io e i miei piccoli e voraci amici abbiamo liberato voi.

    Mentre il pesciolino dorato concludeva il suo breve discorso, la scena si completò, sull’opposta riva del lago, di un corteo funebre, ricco, sfarzoso, alla presenza di dignitari e sovrani dei più remoti angoli della Terra. Lacrime regali, strepiti, lamenti, musica di morte…
    Incuriosito, Pirin prese la parola e si rivolse al pesce:
    - Spiegami un po’, amico, chi è morto?
    - La regina è morta, amici miei – rispose prontamente l’animaletto – Dovete sapere che, mentre voi vi pascevate beati nelle vostre rispettive prigioni, salvati dalla vostra bontà nei miei confronti, la sovrana deperiva sempre più, rosa nelle più intime fibre dalla sua stessa crudeltà e dalla sua stessa cattiveria. Mille medici furono chiamati da tutta la Tracia e mille furono mandati a morte per la loro, si disse a corte, incapacità nel guarire la regina. Ma era il suo malanimo ad essere inguaribile, nessuna scienza o dottrina avrebbe potuto salvarla…
    Sul volto di Rila non si disegnò nemmeno una lacrima, in quel mattino chiaro…

     Dopo qualche tempo, Rila divenne legittima regina di Tracia e Pirin ne fu il fedele, augusto consorte. L’uno accanto all’altra, essi regnarono, in pace e armonia con tutti i sudditi, per centocinquant’anni, circondati dall’amore di numerosi figli, nipoti, pronipoti, per sette generazioni.
    Un triste giorno, i due, guardandosi negli occhi, sorridendosi come sempre si erano sorrisi, spirarono all’unisono, senza soffrire, con leggerezza. Il pesce l’aveva predetto al momento di essere ributtato in acqua: Pirin e Rila non avrebbero avuto nulla da temere da anima viva; contro la natura, però, nulla si sarebbe potuto.
    Tutta la Tracia li pianse. Anche i regni limitrofi furono commossi dalla duplice dipartita dei sovrani…
    Persino il buon Dio, circondato dai suoi angeli (altro non erano che i pesciolini liberatori di Pirin e Rila…), toccato intimamente dal duplice lutto, decise che era giunto il momento di ricordare degnamente i due sovrani traci e il loro immenso amore…

    Da quel giorno, in prossimità del laghetto dove i ragazzi Pirin e Rila erano stati soliti celebrare i loro incontri, al posto della terra fino allora pianeggiante, spuntarono due montagne alte e verdeggianti, collocate l’una di fronte all’altra, destinate a guardarsi e sorridersi per l’eternità, così come i due innamorati avevano sempre fatto in vita, giorno dopo giorno.
    Il primo monte, il Pirin, è ricco di laghetti pescosi; il secondo, il Rila, è odoroso di ogni specie floreale… da allora, la Tracia fu rinomata come regione montagnosa.

    Si racconta ancor oggi che, nelle notti di luna incendiate da fuochi di stelle, si possono vedere distintamente due fenditure arcuate poste l’una di fronte all’altra sulle pareti dei monti, l’una sul Pirin, l’altra sul Rila… qualcuno racconta che le anime dei due innamorati, defunti nella notte dei tempi, continuano a sorridersi, sorridersi, sorridersi…

  • 16 marzo 2009
    Bambin nessuno

    Come comincia: Un raggio di luce apre i miei occhioni neri nel bel mezzo di una mattinata di dicembre e si rimettono in moto tutti quei miei pensieri, quelle domande che mi pongo da quando sono arrivato in Italia. Ma dove sono? Cosa abbiamo combinato io mamma e papa? Perché non mi fanno uscire da queste 4 mura? Ho raggiunto l’Italia con una nave stracolma di esseri umani per cercare fortuna, mio padre mi ripeteva in continuazione “o la morte sicura o il rischio di morire, ma se arriveremo staremo meglio”. Alle coste ci attendeva molta gente, guardavo quelle persone come dei salvatori. Pensai che l’Italia era il mondo che avevo sognato da sempre: pace, scuola e divertimento. Ma, mi accorsi ben presto che non dovevo ancora cantare vittoria. Sbarcati, ci presero con forza e ci portarono con alcune camionette in un luogo che non mi dava tanto senso di libertà. Ci fecero entrare dentro delle stanze fredde di 5-6 mq con un bagno e una doccia, con una mancanza di igiene che non avevo visto neanche in Africa.
    Ci scaldiamo con i nostri corpi e con il nostro respiro visto che ci hanno ammassati in molti dentro una stanza. La notte, ci chiudono con lucchetti, hanno paura di qualcosa. Noi non abbiamo armi, non siamo criminali. Vogliamo solamente i vostri stessi diritti!
    I sorveglianti ci contano ogni volta che cambiano il turno, svegliandoci e spavaldi si approfittano della nostra impotenza. Io questa notte ho avuto dolori allo stomaco molto forti, dovuti a non so che cosa, visto che ho mangiato molto poco. Avevo bisogno di un dottore, ma non c’era. Mia madre urlava e piangeva vedendo la mia faccia dolorante, mentre mio padre sbatteva le mani sulla porta per dare segnali a qualcuno che io stavo soffrendo per davvero. I nostri “coinquilini” stanchi delle nostre lamentele inveivano su mio padre ripetendogli di farla finita dato che tutti stanno male. Mio padre insisteva fino a quando un ragazzo si alzò dal letto e gli diede un pugno in faccia. Così ho cercato di trattenere il dolore e farmelo passare per non aggravare la situazione. Questa notte per quanto freddo faceva mi sono anche fatto la pipì addosso ma non ho indumenti per cambiarmi, dovrò sopportare ancora un po’. Mi daranno qualche abito, anche logoro va bene, almeno spero.
    … E anche questa mattina è molto freddo, ma ora sto meglio. Mia mamma mi copre con una coperta che ci hanno consegnato quando siamo arrivati al porto. Ho fame, ma la mamma mi dice di aspettare, di sopportare, qualcosa di caldo da mettere in bocca arriverà. Allora inizio a piangere forte perché il mio stomaco brontola e non posso più aspettare, ma la gente che dorme nella stanza con me si inizia ad arrabbiare e se la prende con papà. Così, per non prendersi un altro pugno in faccia, arriva da me e per farmi stare zitto mi tira un ceffone. Mi faccio passare la fame e sto zitto. Non capisco quel che sta succedendo, papà mi diceva che una volta arrivati in Italia potevo avere un letto comodo, fare amicizie, giocare per la strada, andare a scuola, tutto quello che non potevo fare nel mio paese. Invece, in questi 3 giorni, sto sopportando quello che sopportavo nel mio paese, anzi lì ero libero di correre e di giocare con i miei amici, di farmi qualche risata, di sguazzare nell’acqua… qui non posso fare niente, sono in prigione senza aver fatto nulla di male.
    Piano piano, senza disturbare i grandi, mi avvicino alla finestra per guardare il paesaggio, visto che sono arrivato da 3 giorni e non so neanche come è fatta e che odore tiene l’Italia. I miei occhi devono attraversare le sbarre di ferro saldate nelle finestre per guardare oltre queste 4 mura. Di sotto, nel cortile, ci sono alcuni amici che abbiamo conosciuto ed altri che sono arrivati ieri sera, in attesa di essere rispediti chissà dove, diceva papà. Giocano a pallone, chiacchierano e spesso fanno a botte, sempre sorvegliati da agenti in divisa e circondati da mura e filo spinato.
    È quasi Natale, vedo in lontananza, addobbi, luci colorate e tanti sorrisi. Avrei proprio voglia di scavalcare quel muro e di correre libero, tra gli alberi. Vorrei raccogliere un fiore e portarlo alla mia mamma dicendole che le voglio tanto bene. Vorrei andare a scuola e stare con i bambini della mia età. Ma non posso scavalcare il cancello, perché, il primo giorno che siamo arrivati, un amico di mio padre voleva scappare ma quelli con il manganello lo hanno preso e davanti a noi lo hanno picchiato. Schiaffi, pugni e bastonate.
    Fuori le mura molto spesso vedo gente con telecamere e microfoni, ma non possono entrare altrimenti gli direi tutte le mie sofferenze. Spesso passano genitori che accompagnano i figli a scuola con lo zaino sulle spalle. Che bello lo zaino, io non l’ho mai avuto. Vedo macchine bellissime che non ho mai visto in vita mia. Passa chiunque, ma tutti sembrano distaccati. Corrono sempre veloci e non so come mai non si rivolgono mai verso di noi, gli sembra una normalità vedere gente che non ha ucciso, non ha rubato, rinchiusa qui dentro, in galera. E se mi guardano, lo fanno con gli occhi indifferenti, sono persone distinte, laureate. Si reputano intelligenti ma sono alquanto ignoranti per far finta di non vedermi. Spesso tocco le mie braccia, le mie gambe, il mio viso per vedere se sono vero, come loro. Perché a volte mi sembra di essere davvero un fantasma. Mio padre mi dice che sono semplicemente un clandestino.

  • 16 marzo 2009
    Il nostro tempo,

    Come comincia: Inizialmente non consideravo il fatto con grande attenzione.
    Mi sfuggivano i giorni uno dopo l’altro e un po’ mi imbarazzava questo impetuoso susseguirsi, ma solo quel tanto da dar adito ad una fugace riflessione sul tempo che se ne fugge…
    Vivevo normalmente, come fanno tutti, un po’ angosciata da qualcosa di indefinito, ma vivevo.
    Poi un fatto ci fu, che cambiò radicalmente il mio modo di prendere coscienza di ciò che è la vita; la mia vita ed il mio tempo.
    Me ne stavo in cucina, scrivendo una lettera ad un’amica. Arrivai ad un punto morto nella narrazione di ciò che le raccontavo, così vagavo con lo sguardo sulle pareti per ritrovare un’idea.
    Lo sguardo si posò su un ritratto. Una foto in bianco e nero. Un primo piano del mio volto. Quante volte al giorno vedo quella foto, l’ho sempre davanti agli occhi, ma la vedevo sempre senza guardarla. Quella volta però lo sguardo vi si fissò. Dapprima incosciente, poi consapevolmente studiò quel volto ritratto: il mio. Inizialmente colsi le caratteristiche tecniche: una bella foto, pensai. Mio padre, che l’aveva fatta e stampata, è proprio un bravo fotografo, pensai nuovamente. Cominciai poi a confrontare quel mio volto con quello di ora. Nel ritratto avevo capelli molto lunghi e anche ora cominciavano ad esserlo nuovamente, anzi, mi toccai i capelli: lo erano già molto lunghi. Eppure poco tempo prima li avevo tagliati cortissimi. Poco tempo prima?, quanto tempo prima? Un anno?, no di più! Due anni? Dovetti fare grossi sforzi che, in effetti, li avevo tagliati tre anni prima. Tre anni. Erano già passati tre anni!, ed io che credevo fosse l’anno scorso! In effetti, pensai, quando mi ero tagliata i capelli cortissimi era il Solstizio di Primavera dell’anno in cui compii 21 anni, e adesso è quello in cui ne compio 24!
    Un brivido mi percorse la schiena. Ero esterrefatta. Quello non mi sembrava un lasso di tempo di tre anni, mi sembrava molto più corto!
    Abbastanza sconvolta da questa presa di conoscenza riportai lo sguardo e l’attenzione sulla fotografia con il mio volto.
    Allora quella fotografia, quando me l’aveva fatta mio padre? Non riuscivo proprio a ricordarlo.
    La presi in mano per averne più direttamente coscienza, ma non mi venne in mente alcuna data lo stesso. Andai in bagno con il ritratto in mano e lo confrontai con la mia immagine nello specchio. Studiavo a fondo le due immagini. I due volti erano simili, certamente: ero io.
    Ma la foto ritraeva un viso un poco più grassoccio di quello nello specchio. Però per il resto mi sembravano uguali quei due volti.
    No. C’era ancora qualcosa di diverso.
    Non focalizzavo, ma qualcosa c’era.
    Ecco, sì, erano gli occhi. Lo sguardo.
    Gli occhi della foto erano più ridenti, forse?
    Un poco più vivi?
    Ma che cos’era quella sfuggente differenza?
    Mi guardai con attenzione nello specchio; guardai gli occhi e poi subito quelli nella foto. lo specchio mi ritornava una tristezza corrugata, nella foto invece…
    Mio Dio!, pensai, qui forse sta giocando a mio svantaggio l’aver letto il ‘Ritratto di Dorian Grey’ di Wilde. Forse mi sto autosuggestionando.
    Tornai in cucina con un mezzo sorriso beffardo dentro di me, pensando a quanto potesse la suggestione.
    E comunque non ero ancora riuscita a ricordare di quando fosse la fotografia. L’avevo ancora tra le mani, senza sapere cosa farci. Decisi di riappenderla al muro. Prima però la girai, così, per curiosità, quasi con un gesto meccanico.
    Sul dietro della cornice c’era una dedica: “A Cristina. Da tuo padre”. e sotto, molto piccola c’era la data! Mi assestai gli occhiali sul naso per leggere meglio.
    “8 Giugno 1981”. Pensai di aver visto male. Mi premetti gli occhiali sul naso e avvicinai gli occhi. “8 Giugno 1981”. Avevo letto giusto: “1981”.
    Rimasi lì per un attimo incapace di fare il conto poi chinai gli occhi e vidi imprimersi nella mia mente un numero: “8”: erano passati otto anni, quella foto era stata fatta otto anni prima, otto anni! Ah!, mi sembrò un’enormità, una cosa impossibile. Eppure era lì: “8 Giugno 1981”, non si poteva sbagliare. Io in quella foto, allora, quanti anni avevo? Ero in preda alla confusione; mi ci volle un po’ per fare il conto. In quella foto avevo sedici anni!!, e ora, pensai, ne ho ventiquattro. Mi sembrava che mi risucchiasse un abisso. Che cosa avevo fatto in quegli otto anni?, come mai erano trascorsi senza che io me ne accorgessi? Eppure erano anni, formati da giorni, scanditi da ore, che io avevo vissuto. Che io avevo riempito con la mia vita, con i fatti quotidiani…
    Quegli anni erano stati riempiti di avvenimenti, di cose accadute, di esperienze fatte, di sensazioni provate. Erano stati riempiti da me! Ed io li avevo vissuti così, senza coscienza di starli vivendo. Senza sapere che si accumulavano.
    Senza rendermi conto che mi allontanavo sempre più dallo scatto di quella fotografia. Senza sapere che me li lasciavo alle spalle e che non avrei mai più potuto avere i miei sedici anni, dopo quello scatto di fotografia…
    Mi sembrava di avere stipato in un cassetto migliaia di indumenti messi solo una volta con noncuranza e mai più presi.
    Mi sembrava di avere inghiottito grossi pezzi di cibo senza averne assaporato il gusto.
    Che spreco!, pensai, come ho potuto vivere tutti questi anni senza assaporare ogni ora; senza guardare retrospettivamente i miei giorni.
    Perché ho agito così stoltamente, chiesi a me stessa, senza però trovare risposta alcuna. Fui assalita da un senso di vuoto abissale che mi strappò un lamento. Ed ora che me ne faccio, pensai, di questi otto anni che non sembrano nemmeno un giorno. Avevo, infatti, sincopato questo tempo in un recesso così piccolo di spazio nel mio cervello, al punto che questo tempo si era accorciato così tanto, da sembrarmi adesso, non più di un battito di palpebre. Lì avevo sedici anni; qui ne ho ventiquattro. Il tempo in mezzo sembrava non esistere.
    Avevo passato otto anni senza accorgermene, senza soffermarmi mai a considerare il nascere e il morire di ogni giorno. Senza considerare l’avvicendarsi di ogni compleanno in termini di spazio e di tempo. Senza vedere in ogni successiva stagione un’epoca nuova. Un altro anno che si aggiungeva al precedente, non che vi si sostituiva. Era come se non mi fossi mai ‘mossa’, sentendomi dentro una cornice statica, dove ogni colore, giorno, anno è unicamente uguale a se stesso.
    Mio, solo mio era lo sbaglio, perché nella realtà il tempo si avvicenda e muta ogni cosa al suo passare. Scorre inesorabilmente verso l’esterno.
    Io per otto anni mi ero privata del suo contatto, cieca alle sue evoluzioni, così mi ero privata anche di otto anni di vita, poiché ormai erano trascorsi, senza che io li avessi vissuti con un minimo di coscienza.
    Ma il Tempo è inesorabile. Egli non aspetta certo chi lo ignora!, Egli deve scorrere..
    Mi ritrovai con il mio ritratto ancora tra le mani e, mi resi conto, con otto anni perduti!
    Ad un tratto capii che cosa era quella sottile angoscia che mi portavo dentro; era la non-consapevolezza del mio tempo che scorreva. Il mio tempo, il mio unico tempo. La mia unica possibilità di passaggio nella vita. L’unica mia vita, che stavo vivendo così superficialmente da non considerarne il susseguirsi inesorabile che porta alla Fine..
    Quello che avevo perduto era grande cosa, ma ormai niente me l’avrebbe reso, nemmeno il prenderne coscienza adesso.
    Mi angosciai all’inverosimile.
    Ormai però potevo solo riacquistare qualche frammento di ricordo, poche sensazioni e sparuti sprazzi di vita di quegli otto anni così malamente buttati nella non-coscienza.
    La mia mente vagava alla ricerca di un po’ di conforto. Mi soffermai a pensare a quando, ogni tanto, mi stupivo di come i giorni si susseguissero impetuosamente e a ritmi sempre più frenetici, tanto che mi ritrovavo sempre a domenica; sempre ad una domenica di una qualche settimana, di un qualche mese.
    Io non avevo avuto considerazione cosciente del tempo. Lo avevo lasciato scorrere da solo, senza scandirlo io stessa, con la mia vita, con le mie azioni. Per questo ogni giorno era simile al precedente ed al successivo.
    Io avevo scisso da me il tempo; esso quindi si portava avanti senza essere fissato nello spazio, da azioni, sensazioni, avvenimenti.
    Mi resi conto che il Tempo deve essere riempito da noi stessi, altrimenti si perpetua nel suo corso da solo e vuoto.
    In questo modo il Tempo ci appare ‘accorciato’, perché, pur essendo riempito all’inverosimile di tutto, ci dimentichiamo dei contenuti nel suo essere cui fare riferimento.
    Riappesi il quadro al suo posto, adesso guardando quel volto, il mio volto, con tanta nostalgia. E non nostalgia di otto anni di giovinezza passata, perduta, bensì nostalgia di otto anni accorciati quasi a zero.
    Mi guardai intorno fortemente cosciente di ciò che avevo capito.
    Passai gli occhi ora qua, ora là. Il divanetto, il carrello rosso, la libreria: la mia casa: La mia casa! Ancora mi resi conto di essere dentro il mio sogno realizzato e di averlo vissuto superficialmente. Erano già cinque mesi che ero sposata e che avevo e vivevo in massima libertà nella mia casa con l’uomo che amo. E ancora capii che quei cinque mesi erano trascorsi troppo in fretta.
    Eppure non mi sembravano passati già cinque mesi; mi sembrava pochissimo.
    Ma i cinque mesi erano lì che mi ammiccavano agonizzanti dal calendario. Mi indussi a pensare a prima del matrimonio. L’angoscia e la tristezza che mi avevano dilaniato per cinque lunghi anni, perché non potevo vivere sempre con l’uomo che amavo. La disperazione di non avere uno spazio nostro, qualcosa che fosse solo mio e suo e di nessun altro. La rabbia di doverci dividere dopo ogni incontro. La frustrazione ed il vuoto che provavo standogli lontana.
    Ed ora erano già cinque mesi che vivevo il nostro sogno; la nostra più grande aspirazione!, ed io li avevo vissuti esattamente come tutti gli altri momenti. Senza prendere coscienza di ogni giorno che veniva, senza capire che ogni mese si avvicendava. Che assurdo spreco!
    Ognuno di noi ha ricevuto il suo Dono: il proprio Tempo, capii, e sta a ciascuno goderne i frutti. Mi sforzai di pensare a chi, fra coloro che conosco lo facesse.
    Dopo aver passato in rassegna tutti i conoscenti, gli amici, i parenti, non ne avevo trovato nemmeno uno che sapesse sfruttare il suo Dono!
    Ognuno di noi dedica tutto il proprio tempo ad escogitare qualcosa per tenersi ‘occupato’. Chi lavora, chi studia, chi legge, chi guarda la televisione. Ognuno tende comunque fortemente a ‘riempire’ di una miriade di attività il Proprio Tempo. Mai nessuno che si fermi su una poltrona a fare niente altro che rendersi conto del passare del Tempo! Nei momenti che noi chiamiamo impropriamente ‘di riposo’, facciamo, in realtà, sempre qualche cosa. Ci sediamo su una poltrona e leggiamo un giornale. Ci aggiriamo per casa inconcludenti e corriamo a mangiare una mela, ad accenderci una sigaretta.
    Quando non siamo al lavoro, o occupati nello studio, usciamo per andare ‘a giro’, a ‘divertirci’. Andiamo in un Locale, ad un Cinema; in palestra, a fare una partita di tennis.
    Mi girava la testa nel constatare che in realtà nessuno di noi si ferma mai un momento!
    Facciamo di tutto per ‘riempire’ e ‘stipare’ di cose  il Nostro tempo.
    Ma così non lo viviamo. In questo modo riusciamo solo ad annientarlo, ad azzerarlo, nel vorticoso e spasmodico singulto di attività frenetiche. Siamo noi che ci alieniamo il Nostro tempo: tutto quanto! non ne lasciamo libero nemmeno una piccola, piccolissima, infinitesimale parte. Lo riempiamo tutto quanto.
    Per questo ci sfugge; perché non lo consideriamo.
    Perché non ne siamo coscienti.’
    E adesso che di anni ne ho quarantaquattro, che ho ritrovato questi fogli ingialliti da un tempo che è sicuramente trascorso, ma di cui ho ancora meno coscienza di prima, ho solo passato altri venti anni, così, come un battito di ciglia, come un ‘niente’…
    La tristezza non è nemmeno più adeguata a descrivere lo sconforto.
    Forse c’è anche un senso di vergogna adesso.
    Ma le cose stanno ugualmente così.
    Venti anni mi separano da questo scritto, ritrovato su fogli vergati a mano, ripiegati e ‘vecchi’. Venti anni dispersi nel nulla di un quotidiano sempre uguale e pure sempre diverso.
    Di cose ne sono successe, certo.
    Ho adottato un figlio andandomelo a prendere in Amazzonia Equatoriale; undici anni fa… e aveva solo 18 ore, quando l’ho avuto. Ora ha undici anni e mi domando dove sono questi suoi undici anni…
    Ho avuto un cancro, cinque anni fa… Cinque anni fa!
    Tante cose sono accadute, ma tante davvero, e, ciò non ostante, sono ‘volate’ via, disperse sulle ali del Tempo, così, leggere come foglie…

  • Come comincia: Una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare in una sera d’estate o una cenetta romantica a lume di candela in una fredda serata d’inverno; la vita di Elena e Massimo si svolgeva come quella di tante altre giovani coppie, cose semplici ma che servivano senz’altro a riempire il cuore di entrambi. Erano sposati da pochissimo tempo ma la loro unione sembrava durasse da molti anni. Occupavano anche una posizione sociale alquanto elevata, infatti, entrambi erano degli stimati avvocati ma senza dubbio ciò che prevaleva era il loro valore umano. Massimo era pieno di attenzioni per la sua Elena;  ogni occasione era buona per farle un regalo e inoltre era molto attento nel ricordarsi ogni ricorrenza che faceva parte della loro storia. Anche Elena non era da meno in fatto di premure e spesso si inventava per lui qualche bizzarra sorpresa.
    C’era soltanto una cosa che mancava e che sarebbe servita non poco a rendere questa giovane coppia di sposi ancora più felice: la nascita di un bambino. Elena, infatti, aveva un fortissimo senso di maternità e non faceva altro che sognare di mettere alla luce un bambino per poterlo stringere fra le braccia strapazzarlo di coccole. Più volte i due ragazzi avevano pregato il Signore affinché desse loro la gioia di essere genitori ma tutte le volte si erano visti negare questo privilegio; persino quando Elena rimase incinta ma un brutto incidente non le consentì di portare a termine la sua gravidanza. Nonostante un periodo trascorso in totale tristezza per quel figlio mai venuto al mondo, Elena non aveva mai smesso di accarezzare il sogno di avere un bambino tutto per sé. Spesso confidava il suo desiderio al suo dolce consorte e questi la rassicurava dicendole che il bimbo che entrambi desideravano sarebbe arrivato presto a costo di qualsiasi cosa.
    Gli effetti dell’incidente per la dolce Elena si rivelarono più gravi del previsto; dopo vari accertamenti medici arrivò per lei una notizia che non avrebbe mai desiderato apprendere: non poteva avere più figli.  Il responso datole dai medici fu come una pugnalata al cuore per la ragazza la quale cadde nella tristezza più profonda e, nonostante fosse circondata da tante persone che le volevano un gran bene i tentativi per tirarla su erano vani. Trascorreva le sue giornate seduta su una sedia accanto alla finestra della sua stanza e stava per ore a guardare nel vuoto. C’era sempre Massimo al suo fianco ma anche lui si dimostrò impotente di fronte allo stato d’animo di Elena. Massimo non ne poteva più di vedere la donna che aveva sposato in quello stato così pietoso; soprattutto se pensava che fino a poco tempo prima era allegra e molto solare. Voleva assolutamente fare qualcosa per la sua Elena e dopo qualche giorno le propose di adottare un bambino. La proposta sembrò ravvivare un po’ la giovane donna dallo stato di depressione in cui era piombata anche se lei avrebbe preferito un figlio tutto suo. La coppia dialogava spesso su questo argomento e Massimo non disdegnava di ripetere ad Elena tutti i giorni le stesse parole: “Vedrai tesoro adotteremo un bambino e lo ameremo come se fosse nostro. Il Signore ci assisterà in ciò che facciamo e sono sicuro che quel bambino sarà felice di avere una famiglia”. Elena, che aveva sempre avuto un grandissimo cuore,  sembrava galvanizzata dalle parole di suo marito; l’idea di avere un bimbo tutto da coccolare, anche se non partorito da lei,  cominciò a farsi strada nella vita della ragazza. Ogni giorno pensava al modo in cui doveva educarlo e coccolarlo per farlo crescere con gli stessi valori che i suoi genitori le avevano insegnato quando era bambina. Come ogni giovane donna che si appresta a compiere questo grande passo, la dolce Elena era solita chiedersi se sarebbe stata davvero una buona madre per il bimbo che stava per arrivare; spesso si confidava con sua madre la quale la rassicurava dicendole: “Figlia mia, anch’io mi ponevo le stesse domande quando aspettavo la tua nascita ma poi man mano che ti vedevo crescere ero sempre più orgogliosa di me stessa e di te perché ero consapevole di aver messo al mondo una creatura meravigliosa”. Elena rispose: “Le tue parole mi rincuorano mamma e posso solo ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e per i valori che mi hai insegnato. Ti prometto che cercherò di trasferire tutto questo al bambino che adotterò”. I giorni passarono e arrivò finalmente il momento in cui il pargolo fece il suo ingresso nella vita di Elena e Massimo. Dall’orfanotrofio che si trovava poco distante dal loro paese arrivò il piccolo Ximen, un dolcissimo bambino cinese di circa tre anni e con il sorriso sempre stampato sulle labbra nonostante non avesse mai conosciuto i suoi genitori naturali. Massimo ed Elena erano felicissimi di averlo in casa anche perché per la prima volta potevano provare l’immensa gioia di essere chiamati mamma e papà. Ogni volta che la coppia aveva un po’ di tempo libero era una buona occasione per accompagnare Ximen al parco e farlo socializzare con gli altri bambini i quali sembravano contentissimi di accogliere il nuovo arrivato.
    Elena e Massimo erano praticamente invidiati da tutto il paese; chiunque li vedesse passare per strada in compagnia di Ximen vedeva in loro il ritratto di una famigliola felice.
    Purtroppo una nuova tegola era pronta ad abbattersi su quei due ragazzi che tanto avevano lottato per adottare quel bimbo. Un giorno, infatti, Massimo ed Elena si videro recapitata nella loro abitazione una lettera del tribunale che comunicava loro alcune irregolarità burocratiche circa l’adozione di Ximen  e che di conseguenza il bambino sarebbe dovuto ritornare in orfanotrofio. Questa notizia fu un colpo al cuore per la coppia e in particolare per Elena che tanto aveva desiderato il bambino. L’indomani, con la morte nel cuore riaccompagnarono Ximen nel luogo dal quale lo avevano prelevato promettendogli che sarebbero presto tornati a riprenderlo. I due giovani sposi si recavano ogni giorno a trovare il piccolo Ximen e quest’ultimo non disdegnava di gettare le braccia al collo dei due ragazzi non appena li vedeva; sebbene ancora in tenerissima età sapeva esprimere la sua gratitudine per coloro che lo avevano accolto e coccolato con amore. Spesso il piccolo chiedeva ai suoi genitori adottivi quando lo avrebbero riportato a casa e Elena tra le lacrime lo rassicurava dicendo che ciò sarebbe accaduto di lì a poco. In realtà l’inconveniente era dovuto al fatto che la madre naturale del piccolo Ximen aveva saputo tutta la verità sul bambino e voleva riaverlo con sé.  Nei mesi successivi Elena e Massimo, data la loro professione di avvocati, tentarono ogni possibile scappatoia legale allo scopo di riportare il bimbo a casa ma tutti i loro esperimenti si rivelarono ben presto vani. La madre naturale di Ximen  era davvero agguerrita e voleva a tutti i costi riprendersi il bambino.
    Ximen aveva soltanto pochi mesi quando fu tolto alla madre; poiché la donna soffriva di disturbi psichici e venne giudicata non in grado di accudire un figlio. I giorni trascorrevano inesorabili e per Massimo ed Elena le speranze di rivedere nuovamente Ximen  sgambettare nella loro casa si attenuavano sempre di più. Elena era sempre più triste, sempre più annientata dal dolore e il suo viso era costantemente bagnato di lacrime. Anche i suoi sogni erano molto spesso all’insegna del ricordo del piccolo Ximen; si girava costantemente nel letto ripetendo tra sé: “Bimbo mio torna dalla tua mamma” Massimo le stava vicino e, da marito premuroso qual era, non le faceva mancare il suo appoggio nemmeno per un attimo. Tutti i giorni, quando si recava a trovare il bambino in orfanotrofio, Elena trascorreva tantissimo tempo con il piccolo Ximen e ogni volta che doveva separarsene, era per lei un duro colpo al cuore; era il suo bambino e l’amore che provava per lui non aveva confini.
    Fortunatamente le gioie per Elena e Massimo e anche per il piccolo Ximen non tardarono più ad arrivare. Venne finalmente il giorno dell’ultima udienza del processo che avrebbe dovuto decidere chi tra Elena e Massimo e la donna che aveva partorito Ximen, avrebbe dovuto prendersi cura del piccolo. Ci fu il colpo di scena che i due giovani sposi attendevano da ormai troppo tempo: il giudice diede loro ragione e il bambino poté finalmente fare ritorno dai suoi genitori adottivi.
    L’indomani, giorno del ritorno a casa di Ximen venne organizzata una grande festa in suo onore; c’era praticamente tutto il paese perché tutti vollero partecipare alla rinnovata felicità della coppia e brindare alla nuova vita del bambino. Elena tenne stretto a sé Ximen per tutta la durata della festa dicendogli: “ Bimbo mio ora resterai per sempre con noi, nessuno potrà mai più separarmi da te”. Il sorriso tornò a splendere sul volto di Elena e Massimo perché ora potevano finalmente svolgere i rispettivi ruoli di papà e mamma di quel bimbo che, seppur non avessero aspettato per i canonici nove mesi, lo avevano comunque atteso con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo di due genitori naturali.

  • 06 marzo 2009
    Ti cerco nella notte

    Come comincia: Il mio semplice racconto non è una fantasia ma è vita vera è forse quella parte della vita che non avrei mai voluto conoscere, ma purtroppo l’essere umano è predestinato al suo cammino è non c’è modo di sfuggirgli.
    Un viaggio nella mente, mi riporta a molti anni fa quando ero solo una dolce bimba biondissima, con mille sogni, con mille sorrisi con mille speranze, con un modo magico da sperimentare. E ritorno lì nella mia casa natale, e sento ancora gli odori di dolci e vaniglie provenienti dalla cucina, ed il rumore delle loro voci, ed io che mi avvicinavo e guardavo loro con amirazione.
    E lui era il mio uomo ideale, era lui il mio motivo di risveglio, era lui la mia vita, erano fatti di lui i miei sogni, di lui, di mio padre.
    Era lui...
    E le lacrime ogni volta che la mente lo riflette ai miei occhi non si vogliono fermare ma scendono lungo il mio viso e mi bruciano quelle ferite che ho nell’anima e che non si sono mai emarginate. E tento di chiudere gli occhi e rivedo il suo sorriso, i suoi occhi pieni di amore, e rivedo i suoi baffi con cui giocavo, le sue mani quelle mani grandi che mi abbracciavano come fosse sempre una fine e un inizio. Era lui quell’angelo donatomi da dio, era lui il mio mondo ideale.
    Un giorno una telefonata strana nella notte buia e silenziosa e la notizia di un dramma ed io ritorno e vedo la piccola bambina bionda inginocchiata in un angolo, il corpo tremante e gli occhi ghiacci dal dolore, il cuore non poteva urlare al mondo il suo grido di dolore.
    Mi avvicino a lui in quella bara triste e  fredda e gli tocco il viso, e gli bacio la fronte e mi sembrava che tutto il mondo si fermasse lì.
    Lei non capiva perché e chi avesse mai permesso questo. E lui da lì, dall’alto di un mondo sconosciuto ai nostri sguardi, la guardava e la stringeva forte a sé e le promise che mai l’avrebbero abbandonata e che sempre gli sarebbe stato accanto.
    E lei lì giù nel mondo dei piccoli ignoti sembrava che capisse il suo messaggio e lei chiuse gli occhi, e lo visse, era lui il suo angelo più bello che mai, e lei da quel momento non smise mai di pensarlo.
    Ho portato il silenzio per venti anni, i sorrisi e le sue parole e in quel silenzio ho scoperto la più dolce delle parole: l’amore. L’amore eterno che nemmeno il legame tremendo della morte può spezzare ed ho capito l’essenza della vita.
    Importante non è quanto tempo si ha ma ciò che se ne fa del tempo disponibile, di ciò che si trasmette agli altri. Io vivo per lui, io guardo lui in ogni mio bisogno di pace e serenità, io ritrovo lui in ogni attimo e in ogni parte di me.
    Nel silenzio della morte e della vita stessa i nostri cari non smettono mai di vivere, ma essi vivranno per sempre nei nostri cuori.
    E per te, papà.

  • 04 marzo 2009
    Il paese senza lacrime

    Come comincia:

    Il paese senza lacrime


    C’era una volta un piccolo paese nascosto tra alte cime ghiacciate. Non era facile arrivarci:” bisognava camminare e camminare, attraversare scure gole, torrenti impetuosi, tremuli ponti di corde”. Solamente in fondo, in fondo, là dove la linea verde della terra si congiungeva a quella azzurra del cielo, là dove, di notte, le stelle brillavano a migliaia nei prati scoscesi assieme alle stelle alpine ed alle genziane, iniziava il paese senza lacrime.


    Era un posto così piccolo e sperduto che nessuna carta, nemmeno la più particolareggiata, ne faceva menzione. In realtà neppure gli abitanti del paese erano a conoscenza che, oltre le loro aguzze cime, ci fossero città e nazioni e persone. Erano convinti che il mondo si fermasse lì, in quel loro paese dove il cielo si stringeva alla terra in un amichevole abbraccio.


    Il paese senza lacrime era proprio piccino:” una piazzetta acciottolata, affacciata su un panorama di rocce chiazzate di verde ed una spruzzata di casette tutte uguali ornate di gerani”.


    La gente del paese senza lacrime non era, ad un primo sguardo, in nulla dissimile da quella del resto del mondo: “aveva due gambe, due braccia, due occhi, un naso e perfino una bocca”. Beh,qualcosa di differente in realtà si notava ... Tutti, sia gli uomini, sia le donne e perfino i bambini, avevano stampato sul viso l’identica espressione di allegria. Non s’incontrava, neanche a cercarlo col lanternino, un bimbo che piangesse per un capriccio o una vecchina cui si scorgesse, tra le pieghe del viso, due labbra rivolte malinconicamente all’ingiù. Tutti sfoggiavano aperti sorrisi e le viuzze echeggiavano di risate.


    Un giorno un cacciatore, che s’apprestava a tornare a casa attraverso la foresta, scorse, dove la boscaglia s’addensava umida e scura, una piccola forma. Stupito s’avvicinò. Scostò qualche ramo e a bocca aperta contemplò l’essere che giaceva nell’erba. Era un ragazzetto, non più bambino, ma non ancora adolescente, con un cespuglio di capelli color buccia di castagna che spioveva sugl’occhi larghi di paura.


    “E, tu chi sei?” gli chiese nella sua lingua gutturale.


    Il ragazzino si rattrappì su se stesso: “sembrava una bestiola presa in trappola”.


    “Chi sei, dunque?” domandò nuovamente il cacciatore, questa volta accompagnando le parole con i gesti.


    “Mi ... mi chiamo Alessandro” disse finalmente con una vocina da bambino piccolo.


    “Da dove vieni? Non ti ho mai visto qui” disse il cacciatore mentre tentava di far alzare il ragazzo. Ma Alessandro era proprio esausto e scivolò di nuovo nell’erba.


    Non sapeva neanche lui come fosse arrivato in quel luogo. Ricordava solo di essersi perso nel bosco, di avere corso e corso con ansia crescente. I piedi sempre più stanchi inciampavano, frusciando, nel tappeto di foglie. Per giorni aveva vagato, atterrito da ogni ombra oscura che occhieggiava dietro la scorza rugosa degl’alberi. Il silenzio lo aveva avvolto denso, solo scheggiato dall’urlo di qualche invisibile animale. Aveva avvertito su di sé le dita della morte allungarsi, pronte a ghermirlo al primo segno di cedimento. Si era fatto forte ed era andato avanti, con i piedi feriti, i vestiti strappati dai rovi, la pancia vuota che gorgogliava, il cuore pesante d’angoscia.


    Abbassò le palpebre e chiuse fuori le sue paure. Era stanco, non poteva più lottare: “si consegnò al destino, qualunque cosa lo aspettasse”.


    Una lieve carezza lo svegliò. Aprì gli occhi: “la coscienza faticava a disegnare i contorni delle cose”. Alla fine mise a fuoco la figura di una ragazza. Che lui la descrisse con: “occhi come caramelle d’orzo e capelli come miele selvatico e un piccolo naso all’insù”. Ma ciò che più attirava l’attenzione di Alessandro era il suo sorriso: “illuminava, netto, senza ombre, tutto il volto. Non ne aveva mai conosciuti di uguali”.


    Un po’ a segni, un po’ a parole, si presentarono. La ragazza si chiamava Federica. A Alessandro piacque subito. I discorsi di Federica erano percorsi da zampillanti risatine.


    Era figlia del cacciatore che l’aveva trovato e ora abitavano insieme nella casina bianca con i gerani rossi alle finestre.


    Alessandro si rese conto ben presto della felicità che, come un dolce sciroppo, scorreva per tutto il villaggio.” Ah, ah!” si sentiva echeggiare nelle case e per strada i visi sembravano avere rubato la luminosità al sole. Probabilmente l’aria che si respirava in quel luogo sperduto era impregnata di un’allegria perenne e nessun abitante sfuggiva al misterioso influsso.


    Il tempo trascorse veloce tra quella gente che non conosceva tristezza. I giorni si aggiunsero ai mesi e i mesi agl’anni.


    Alessandro si fece un giovanotto: “le ragazze del paese se lo segnavano col dito, manifestando con risatine il loro apprezzamento”. Alessandro n’era lusingato, ma anche infastidito. A lui interessava solo Federica.


    Un giorno, mentre il tramonto ramato si stemperava nelle prime ombre notturne, Alessandro si recò alla cascata dietro il paese. L’acqua scivolava spumeggiante lungo la gola verde di muschio; all’improvviso, quasi stregato da tutto quel fragore, la sua mente si staccò dal corpo, volò lontano, fino alla casa dal poggiolo di legno annerito dal sole e dagl’anni. Appoggiata alla balaustra c’era una donna minuta con i capelli biondi un po’ scoloriti e gl’occhi bagnati di lacrime. Scrutava nel vuoto in cerca di qualcuno.


    “Sta cercando me!” mormorò il ragazzo, quasi in sogno.


    “Mamma...” gridò, tendendo istintivamente le braccia. Il suo grido echeggiò, ampliato dai dirupi, ma la mamma non poteva udirlo.


    La nostalgia per la madre gli rovinò addosso di colpo. Avrebbe voluto dare sollievo all’angoscia che avvertiva nell’animo, ma i suoi occhi rimasero asciutti e la bocca, come il solito, stirata in un sorriso vuoto. Solo allora si rese conto che la sua allegria, come quella degli altri abitanti del paese, era artificiale.


    Staccandosi a fatica dalla visione, alzò gli occhi verso le aguzze cime che foravano la notte e pregò:


    “ Chiunque tu sia, mago o strega, che hai gettato un incantesimo su questo paese: io t’invoco! Rendi a me, e a questa gente, tutti i sentimenti del cuore. Come possiamo apprezzare la gioia senza conoscere le altre emozioni? Solo ora mi rendo conto che la nostra allegria è artificiale”.


    Le parole del ragazzo tagliarono come lame affilate l’aria bruna. La seta pesante del cielo, punteggiata di stelle, ebbe un brivido e una voce non umana precipitò dallo spazio:


    “Piccolo uomo temerario, come osi interpellare con tanta arroganza il dio del riso e del pianto? Io donai a questo popolo una vita senza sofferenze. Da allora è sempre vissuto felice: perché vuoi insinuare il dubbio nei loro animi gioiosi?”


    “ La gioia da sola, senza le altre emozioni dell’animo con cui confrontarsi, è piatta, non ha spessore ”replicò Alessandro “ E’ come uno strumento monocorde in cui vibra in eterno un’unica nota. Non ha nulla d’umano.”


    “ Sciocco ragazzo, non sai godere del privilegio che la sorte ti ha donato! ” disse il Dio del riso e del pianto. “ Scioglierò dal sortilegio te solo, ma dovrai abbandonare il mio felice paese e ritornartene in dietro, nel mondo degli uomini comuni. Tu mi hai chiesto di ridarti tutti i sentimenti umani ed io ti accontenterò. Proverai la paura, la solitudine, l’angoscia. ”


    Restò per qualche attimo solo l’eco di una risata, che si allontanò scivolando nel vento.


    “ Che succede, Alessandro?”


    Una voce ben nota fece sobbalzare il ragazzo. Era la sua ragazza Federica.


    “Cosa ci fai qui, al buio? Con chi parlavi?” Domandò curiosa.


    Per la prima volta, guardandola, Alessandro sentì nel petto il cuore fremere come un uccello.


    “ Fede, vieni qua “ le sussurrò con una passione nuova. Tese le braccia per stringerla a sé, ma urtò contro un invisibile ostacolo. Nuovamente l’aria fu percorsa da un brivido e la voce divina calò dallo scuro velluto del cielo.


    “Ricorda le mie parole, ragazzo! Non potrai mai più avere contatti con questa gente: ormai tu appartieni ad un altro mondo. Vattene o il mio castigo ti colpirà terribile!”.


    I due giovani con le mani poggiate sulla parete invisibile, vicini, ma divisi, ascoltarono in silenzio le dure parole. Federica aveva ancora stampato sul viso il suo sorriso da bambola, ma gli occhi simili a caramelle d’orzo, persero per qualche istante la loro lucentezza come se un velo fosse calato ad oscurarli. Fu un attimo: “lei apparteneva al paese felice e nessun altro sentimento poteva scalfire la sua serenità”.


    “Scappiamo insieme!” propose, mentre con le dita sottili seguiva, sulla parete invisibile, i contorni del volto del ragazzo.


    “ Com’è possibile?” replicò Alessandro” “ Questo impalpabile ostacolo ti separa da me!”


    Volgendo poi lo sguardo verso il cielo stellato, lanciò una richiesta:


    “Dacci, Signore del riso e del pianto, almeno una possibilità di riunirci. Ti promettiamo che ci allontaneremo subito dalla terra su cui regni.”


    “Quello che mi chiedi è irrealizzabile”, rispose la voce rotolando nel silenzio della notte. “A meno che...”


    “A meno che...” ripeté ansiosamente Alessandro.


    “ A meno che l’amore della tua ragazza sia così potente da sciogliere col suo calore l’incantesimo che l’avvolge.”


    Federica era confusa. Da alcuni anni lei e Alessandro erano fidanzati: “non bastava quel legame per sciogliere l’incantesimo?”


    Leggendole nel pensiero, il Dio aggiunse:


    “Io ho donato al tuo popolo il riso eterno, ma vi ho reso immuni dalle emozioni profonde che consumano come la fiamma consuma la candela.”


    Nubi gonfie di pioggia, trasportate dal vento, avevano ormai nascosto la volta stellata. L’eco delle ultime parole sfumò confondendosi con un rombo lontano.


    I due ragazzi rimasero soli, avvolti dal silenzio della notte, finché le prime gocce iniziarono a frusciare leggere nell’oscurità del bosco.


    Essere così vicino, sentire il respiro l’uno dell’altra e non potersi neppure sfiorare era un terribile supplizio. La pioggia ora cadeva fitta, un velo vibrante che scivolava sui loro corpi tesi.


    “Non potrò più stringerti tra le braccia! Cosa m’importa di stare in un mondo dove tu non ci sarai?” disse Alessandro e la sua voce era già come morta.


    Federica stava rigida, immobile, le mani premute sull’invisibile ostacolo, i capelli color miele selvatico gocciolanti. Ascoltava in silenzio le parole del suo ragazzo mentre quel “più” le rimbombava nelle orecchie come un’esplosione.


    “Mi ritirerò nel bosco e lascerò che la vita si spenga lentamente in me. Prima voglio però accarezzare un’ultima volta il tuo dolce viso.”


    Con tenerezza sfiorò il volto di Federica, dietro la parete d’aria.


    Vide le sue labbra tremare.


    “Che cosa intendi dire, Alessandro? Non ho capito bene il tuo discorso.”


    “Hai capito benissimo! “


    “No!” esclamò la ragazza.


    Il suono della voce fu come una freccia di fuoco scoccata nell’umidità della notte. Inutilmente tentò di aggrapparsi alle braccia di Alessandro, le sue dita scivolarono sul nulla che li separava.


    Aveva smesso di piovere e un chiarore lattiginoso s’andava spandendo nel cielo. Si portò una mano sugl’occhi: “li sentiva bruciare come fuoco”.


    “Alessandro, guarda” sussurrò


    La notte era ancora scura, ma un leggero chiarore le illuminava il viso e gli occhi lucidi.


    “Ma tu, tu... stai piangendo!” esclamò.


    Istintivamente Alessandro la circondò con le braccia. Increduli avvertirono il calore l’uno dell’altra: “nessuna barriera più li divideva”. L’incantesimo era infranto!


    Fu allora che dentro Federica qualcosa accadde. Sentì il sangue accelerare nelle vene e il cuore impazzire nel petto. Il tempo arrestò il suo corso, gli attimi persero i loro rigidi confini. Un’emozione, intensa e dolce, quale mai aveva provato in tutta la sua vita, la pervase. Non era più la felicità superficiale cui era abituata, ma un sentimento nuovo dove vibrava il sollievo di avere superato una difficile prova. Aveva temuto di perdere per sempre lo sguardo di velluto di Alessandro ed ora la gioia le cantava dentro.


    Federica si volse per un attimo a guardare il suo paese senza lacrime, nella luce rosata dell’alba. Dormiva imperturbabile, chiuso dalle alte cime ghiacciate.


    Poi, con quel nuovo sentimento in petto, s’addentrarono insieme nel bosco, verso il mondo degli uomini normali.