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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 maggio 2009
    Destino o casualità?

    Come comincia: C’è chi crede nel destino... e chi invece pensa che la vita sia pura casualità. Erano ormai lontani i tempi del liceo, durante i quali Jack aveva vissuto la sua prima vera storia d’amore con Hannah, e sembrava che la vita gli avesse dato tutto ciò che desiderava: un ottimo lavoro, ricchezza, amore. Mai e poi mai avrebbe pensato di venire di nuovo sconvolto da quella ragazza che gli aveva fatto battere il cuore per la prima volta dieci anni prima. Si perché a quella cena di lavoro, a cui Jack non voleva neanche andare, c’era lei, Hannah, bellissima come sempre. Sedeva vicino alla finestra, e nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono, le labbra della giovane si sciolsero in un radioso sorriso. 

    “Jack, quanto tempo! Sei proprio tu?” disse. “Proprio io! Che bello rivederti.” Jack cercò di restare impassibile, di non far trasparire alcuna emozione. Non voleva far capire ad Hannah quanto rivederla gli avesse fatto piacere. Il suo cuore intanto però batteva all’impazzata. “Lui è Eric... il mio fidanzato. Presto ci sposeremo.” Queste parole risuonarono nella mente di Jack.
    Perché gli dava così fastidio che Hannah fosse fidanzata? Ormai erano passati dieci lunghi anni da quando si erano lasciati. E perché era così nervoso? Perché non sapeva che dire? Perché appena si avvicinava a lei il suo batticuore si faceva più forte? “Congratulazioni”, rispose.

    Per tutta la sera non fece altro che fissarla e chiedersi come sarebbe stato se le cose tra loro avessero funzionato. Anche Jack però era fidanzato, e con Hilary stava bene. Erano stati amici ancor prima che fidanzati. Lei lo capiva, sapeva come prenderlo. Jack cercò di convincersi che era stupido fantasticare sul passato, e che doveva vivere il presente. E il presente era Hilary. Sapeva però in fondo al suo cuore cosa stava succedendo, e perché si sentiva così stordito. Hilary era fantastica... ma non era Hannah. E lui in tutti questi anni aveva cercato di dimenticare quella ragazza dai riccioli biondi e dai grandi occhi verdi, ma in realtà non aveva mai smesso di amarla.

    Erano ormai quasi le undici quando Jack decise di andare a fumare una sigaretta. Qualche tiro lo avrebbe aiutato a scaricare la tensione. Stava lì, solo, appoggiato a una colonna. Pensava, rifletteva, sognava. “Jack... sei qui. Che ne dici se parliamo un po’?” Hannah portava i riccioli raccolti in una crocchia ed era ancora più bella del solito. “Hannah. ..sei tu. Vieni, sediamoci.”
    Jack era imbarazzatissimo. Forse ancor più della prima volta che le chiese di uscire. “Ti ricordi il nostro primo bacio?” chiese Hannah. “Come potrei averlo dimenticato?! Eravamo sotto casa tua, dopo il primo appuntamento. Io ero nervosissimo perché non sapevo se potevo baciarti o no e aspettavo un tuo segnale. Allora tu hai preso la mia mano e l’hai stretta forte, hai chiuso gli occhi e ti sei avvicinata a me. E io ho capito che era il momento giusto... e ti ho baciata. E’ stato perfetto.” I ricordi di Jack erano nitidi. Ricordava ogni minimo dettaglio.
    “E’ strano sai – continuò Hannah – che io mi stia per sposare e non provi nemmeno la metà dell’emozione che provo quando ripenso al nostro primo bacio. Ti confesso che dopo la fine della nostra storia non ho amato nessuno in modo serio e quindi ho deciso di far felici i miei genitori... li conosci, per loro il denaro è tutto. E conosci anche James, per cui non c’è bisogno che ti spieghi altro. Ma stasera.. io ho sentito qualcosa quando ti ho visto. Non credo che ti importi, ora hai tutto ciò che hai sempre voluto ma io avevo bisogno di dirtelo.”
    Erano le parole più belle che Hannah poteva dire. 
    “Hannah la mia vita sembra perfetta ma non lo è affatto. Il lavoro mi tiene occupato giorno e notte e Hilary, beh lo sa anche lei che in fondo siamo solo amici.” disse Jack.
    “Stasera quando mi hai detto che ti stavi per sposare con Eric... beh quell’Eric mi ha fatto proprio ingelosire. Ero venuto qua fuori per riflettere, e ormai mi è chiaro che provo ancora qualcosa per te.” Hannah lo abbracciò. C’erano le stelle.
    “Fai finta che ci sia una stella cadente e esprimi un desiderio.” disse Hannah.
    “Voglio stare con te” sussurrò Jack.
    “Questo desiderio è già realtà.”
    Hannah strinse la mano di Jack e chiuse gli occhi, proprio come in quella sera d’estate dieci anni prima. Jack capì che era il momento giusto. Chiuse gli occhi. La baciò.
    Le loro strade si erano di nuovo incrociate.
    Casualità? O era colpa del fato? A Jack non importava. L’unica cosa che importava ora era Hannah. Ora era Hannah il suo presente.

  • 13 maggio 2009
    I loghi innamorati

    Come comincia: C’erano una volta due loghi. Una era femmina, una loga quindi, era il simbolo grazioso ed elegante di una multinazionale di cosmetici. L’altro era maschio, il lucido ed energico marchio di un’industria automobilistica.
    Essendo i simboli di mondi molto lontani e differenti fra loro, logo e loga non si erano mai visti né conosciuti.
    Loga se ne stava nei manifesti e sui prodotti di bellezza, alle fiere di estetica, nelle boutiques femminili e nei bagni delle signore.
    Logo invece scorrazzava felice per le città, attaccato alle potenti automobili, troneggiava imperioso ai motorshow e ovviamente nei suoi manifesti pubblicitari.
    Entrambi comparivano frequentemente negli spots televisivi, ma non si erano mai incontrati.
    Un giorno, per sbaglio, un grafico impaginando il nuovo numero di una rivista a grande tiratura, per errore, inserì le pubblicità delle case produttrici di Logo e Loga, in due pagine affiancate. I due si ritrovarono faccia a faccia in decine di migliaia di copie.
    Inevitabilmente, si notarono e si trovarono entrambi molto affascinanti. In poche parole s’innamorarono a prima vista. Quando qualcuno leggeva la pubblicazione, i due fingevano di non vedersi nemmeno, ma quando richiudeva la rivista, dopo averla sfogliata, Logo e Loga ne approfittavano per baciarsi di nascosto.
    Fattostà che i due amanti simbolici, iniziarono a desiderare di conoscersi profondamente e ad amarsi sempre di più. Sempre più spesso si vedevano in giro per le città i loro manifesti affiancati. Misteriosamente le loro aziende cominciarono a frequentare una le fiere dell’altra. Si videro automobili fiammanti esposte ai meeting di bellezza, creme e prodotti per il corpo fecero capolino tra gli stands delle automobili.
    Tanto forte divenne il legame tra Logo e Loga che, piano piano, i prodotti delle due industrie cominciarono ad assumere gli uni i caratteri degli altri.
    Una vezzosa automobile sportiva, rosa e profumata, fu lanciata sul mercato con grande successo.
    Si videro signore e signorine imbellettarsi con creme e fondotinta metallizzati e cromati, tanto da somigliare esse stesse a delle macchine di lusso.
    Nelle strade il traffico, invece dei soliti roboanti rumori di marmitte e clacson, si mise a parlare francese, i suoni si fecero più suadenti e fascinosi, quasi musicali.
    Le donne di tutto il pianeta invece, sfrecciavano per le strade come fuoriserie sportive, riuscivano ormai a fare 100 cose alla volta, tanto da sembrare moltiplicate.
    Fino a che i consigli di amministrazione delle due aziende, si riunirono, e decisero di effettuare una joint venture. Avrebbero prodotto la perfetta fusione fra il trattamento di bellezza e l’automobile sportiva.
    Per il lancio della nuova attività fu creato un marchio tutto nuovo, che somigliava moltissimo a Logo e Loga, e non poteva essere altrimenti, essendo nato dal loro amore.
    Adesso, nel mondo si vendono automobili superaccessoriate, attrezzate per la cura del corpo; tutti scendono dalle loro vetture profumati, perfettamente truccati, coi capelli scintillanti e le unghie smaltate.

  • 13 maggio 2009
    Il Demone al tuo fianco

    Come comincia: Sono alle tue spalle, percepisci il mio respiro … intuisci le mie intenzioni ma non vuoi voltarti … la gente accanto a te cammina indifferente nell’oscurità della sera ma tu non la vedi … vogliosa o impaurita … non sai … rifletti … pensi e intanto elabori inconsciamente il formicolio che parte dalle caviglie e sale su … sempre più su … oltre le ginocchia … oltre le bianche cosce … ancora più su, diffondendosi come una scossa elettrica verso mete proibite … fai fatica a controllarti … ubriaca di desiderio barcolli … devi fermarti o potresti anche cadere … la vetrina di un negozio compare provvidenziale … la guardi … ma tutto quello che riesci a vedere è la tua immagine riflessa nel vetro … stupita osservi l’espressione del tuo viso, languida e vogliosa … come durante un amplesso … alle tue spalle una figura … ti volti … nessuno … sei sola … sola col tuo respiro quasi affannoso … sola con i battiti del tuo cuore che pulsano sin dentro alla gola … sola col tuo “Demone” per troppo tempo tenuto segregato dentro di te … lascialo andare … "lasciami andare" … non è pericoloso … "non sono pericoloso" … non è cattivo … "non sono cattivo" … in fondo Angeli e Demoni sono facce della stessa medaglia e convivono insieme meglio di quanto tu creda … riprendi a camminare ostentando un’improbabile sicurezza … il tuo corpo, ricettivo più che mai al piacere, si abbandona al sensuale tocco del tessuto sulla pelle nuda … il sottile filo del perizoma pare animarsi di vita propria e, agevolato dalla cadenza dei passi, s’intrufola sempre più tra le fessure calde e umide … i seni liberi ondeggiano contro l’acrilico della camicetta … conturbante sfrigolio … sfizioso … eccitante quanto il pollice e indice che, complici tra di loro, stuzzicano delicatamente i capezzoli sino a farli diventare turgidi come il marmo … incroci un passante … con la mano tiri su i rossi capelli e lo fissi spregiudicata … se solo te lo chiedesse faresti del sesso con lui … lì, adesso, per strada … sul cofano di un’auto parcheggiata lungo una strada deserta … invece passa oltre lasciandoti sola... ancora una volta sola … sola col tuo desiderio incontrollato … un vicolo buio … lo imbocchi … forse ti seguo … o forse mi troverai lì ad aspettare … la strada con le sue evanescenti presenze si allontana … t’incammini nella stretta via … passi alle tue spalle … o forse è solo il rumore dei tuoi tacchi sull’asfalto … ti addentri ancora di più … non comprendi … non sai … per quello che realizzano i tuoi sensi potresti anche essere sulla poltrona di casa tua e immaginare quest’avventura nella notte … ma sei davvero in questa strada scura … o forse stai solo esplorando i labirinti della tua anima … desiderio … lussuria … voglia … voglia sempre più forte … voglia più intensa … la carcassa di un’auto abbandonata … ti poggi contro la parte anteriore e poi ti tiri su sino a sederti completamente sul parafango … inarchi la schiena contro il parabrezza … respiri a fondo l’aria della notte inebriandoti della sua freschezza … tiri su la gonna lentamente … molto lentamente … così come lentamente accarezzi l’interno delle cosce … un uomo ti guarda dalla vicina finestra … fa niente … lo farai per lui … per il suo piacere … e per il piacere che proverai pensando al suo sguardo su di te … mani come velluto carezzano sapientemente … sensibili dita esplorano avidamente …
    … adesso non sei più sola … il Demone è con te … oramai sveglio … oramai libero …

  • 13 maggio 2009
    ALBERTO E IL POPOLO

    Come comincia: Popol beota,
    dalla mia nuvola ti vedo, ti sento, ti disprezzo.
    Vedo:
    - idioti che ascoltano di sotto il balcone oratori tronfi, ignoranti e in malafede;
    - creduloni che seguono un feticcio di gesso colorato chiedendo miracoli che solo la loro mente può dispensare;
    - religiosi che condizionano pesantemente i politici ben sapendo che, senza il loro consenso, avrebbero ben poche possibilità di venir eletti dal popolo ignorante;
    - sciocchi che seguono gli insegnamenti di scribi e farisei disonesti;
    - uomini e donne senza personalità che militano sotto la bandiera di capi popolo;
    - invasati che, per punirsi di ipotetici peccati,si flagellano e usano il cilicio e mostrando le loro piaghe;
    - mafiosi, camorristi e ricercati dalla legge che vivono in rifugi circondati da santi, da madonne e da crocifissi convinti che andranno in Paradiso;
    - falsi benefattori che, in cambio di aiuti umanitari, cercano di convertire alla propria religione poveri malati affidati alle loro cure;
    - prelati che applicano il metodo spiccio di un famoso santo: "prevenire punendo" per mettere a tacere i recalcitranti onesti che non accettano ingiustizie;
    - capi religiosi che 'somministrano' ovvii ammonimenti ma nello stesso tempo non permettono di fare indagini su delitti rimasti impuniti perchè commessi all'interno del loro territorio;
     - preti che, non potendo sfogare i loro istinti sessuali su donne, distruggono la vita di poveri bambini affidati alle loro cure;
    - lo I.O.R., banca del diavolo, che ha maneggiato denaro di mafiosi, di venditori di morte e di massoni cattolici (Marcinkus docet);
    -la chiesa cattolica, non democratica, che non accetta suggerimenti di adepti che sono liberi solo di approvare le sue decisioni: è statolatria;
    - il rancore ecclesiastico: è come la mula del papa che ha aspettato sette anni per assestare il suo calcio di vendetta;
    - padre Pio che fu dichiarato dal sant'uffizio 'mistificatore pericoloso e corruttore di costumi'. Ora, in suo nome, la chiesa incassa miliardi di euro offerti da creduloni cattolici;
    - la moralità in Vaticano infestata da intrighi e corruttele. Per le promozioni impera l'indecenza della clientela e della raccomandazione. Due sono le categorie che hanno bisogno di un  protettore per fare strada: le belle di notte e i monsignori ansiosi di fare carriera;
    - l'interrogativo che tutti gli onesti si pongono: "fu vero morbo che li stecchì" riferendosi a papa Luciani e al cardinale Villot;
    - i poveri di spirito che credono a fatti inspiegabili che, invece, spiegabili sono dalla scienza (madonne che piangono o sanguinano) e che versano oboli a furbacchioni in mala fede;
    - che in tempi men leggiadri e più feroci i ladri s'appendevano alle croci, ora in tempi men feroci e più leggiadri le croci se le appendono i ladri; 
    - che avviandosi al tramonto il sole, coprendosi dietro ai monti all'orizzonte, arrossirà per tutto ciò di cui l'han fatto spettatore i credenti di tutte le religioni.
    Popol beota svegliati se ci riesci!

     

  • 13 maggio 2009
    Il dono di Natale

    Come comincia: La mamma mi ha detto che per Natale mi farà un bel regalo.
    Ha detto che sarà una bellissima sorpresa.
    Chissà cosa vorrà regalarmi, magari il trenino di legno che ho visto l’altro giorno alla bottega giù in paese.
    Da grande voglio fare il macchinista di treni, andare da una città all’altra e portare la gente in giro, così anch’io potrò vedere cosa c’è oltre il paese. La maestra mi ha parlato di città grandissime, con palazzi più alti della vecchia quercia, che è più alta di tutte le case che ci sono qui.
    Fuori nevica, meno male che qui in casa fa un bel calduccio.
    Il mio papà è uscito per chiamare il dottore, perché la mamma si è sentita male prima della cena. Io non posso mangiare nulla e mi tocca aspettare qui appoggiato al tavolo, ma mi annoio e ho fame.
    Sento il profumino dello stufato che mia madre ci prepara sempre la vigilia di Natale e quasi quasi mi vien voglia di assaggiarlo, ma papà mi ha fatto promettere di non toccare nulla fino al suo ritorno.
    Papà mi dice sempre che se uno non mantiene le promesse a Natale, poi il bambino Gesù piange. Io non voglio far piangere il bambino Gesù, perché lui porta i doni ai bimbi buoni insieme a Babbo Natale e se non mantengo la promessa poi, non mi portano il trenino di legno.
    Quando torno a scuola, voglio farlo vedere a tutti il mio nuovo trenino. Gli altri riceveranno il solito maglione fatto dalla nonna o una sciarpa.
    Io invece avrò il mio bellissimo trenino di legno!
    Giocherò a fare viaggi lunghissimi, magari fino a quel paese… come si chiama… Afi…Ari… AFRICA ecco!
    La maestra dice che l’Africa è un posto grandissimo, pieno di animali stranissimi. Lì, i gatti si chiamano leoni e sono enormi!
    Poi ci sono animali grandissimi e altissimi e lunghissimi!
    Ci sono gli elefanti, i rinoceronti, le giraffe, i serpenti.
    Io voglio andare in Africa e vedere tutti questi animali.
    Perché papà non torna?
    Voglio mangiare i dolci che ha preparato mamma, quelli con il cioccolato sopra, che quando li mangi ti si sporcano tutte le mani.
    Non posso neanche andare dalla mamma, perché, poco dopo che papà è uscito, è arrivata la signora Anna, che abita accanto alla nostra casa. Si è chiusa in camera da letto con mamma e mi ha detto di non entrare.
    Non mi piace la signora Anna.
    Puzza di vecchia, ha le mani rugose e assomiglia tanto alla strega delle favole, quella che porta a Biancaneve la mela avvelenata.
    La mia mamma è la mamma più brava e più bella del mondo. Voglio bene alla mia mamma, ma ultimamente non è stata molto bene. E’ sempre stanca e poi è ingrassata.
    Io ho detto alla mia mamma di non mangiare così tanto, che sta diventando come una mong… come si dice? Mongolfiera, sì.
    Ma la mamma s’è messa a ridere e dice che sta mangiando per due.
    Io non capisco ma non insisto, perché la mia mamma mi ha insegnato che i grandi hanno sempre ragione e non bisogna rispondere.
    Sento un rumore alla porta e, finalmente, papà torna col dottore.
    Papà ha la faccia preoccupata e quando si accorge che lo guardo, mi fa un sorriso e mi dice che la mamma mi sta facendo un bel regalo per Natale.
    Io non capisco, perché babbo Natale non è arrivato e nemmeno il bambino Gesù.
    Il dottore va nella camera della mamma e resta lì un sacco di tempo.
    Papà dice che posso mangiarmi uno di quei dolci che ti sporcano le mani di cioccolata.
    Dopo un’ora, sento uno strano suono provenire dalla camera di mamma.
    Papà corre in camera da letto e lascia la porta aperta. Nessuno mi dice di non entrare, così lo seguo e guardo nella stanza.
    C’è il dottore che si sta lavando le mani, la signora Anna che asciuga la fronte di mamma e il mio papà che ha tra le braccia qualcosa. La mia mamma sembra stanca ma felice e vedendomi mi sorride e mi dice di entrare.
    Mi dice che il mio dono di Natale è arrivato e che è il mio nuovo fratellino.
    Io mi avvicino e guardo il mio fratellino.
    E’ così piccolo e anche un po’ bruttino, non ha nemmeno i denti.
    Sembra quasi fatto di stoffa per quanto è strano e morbido.
    Il dottore ci augura Buon Natale, mi dice di fare il bravo bambino e va via.
    Io guardo la mamma e le dico: “Mamma, ho fatto il bravo bambino come mi ha detto papà, ma il mio trenino di legno dov’è?”

  • 13 maggio 2009
    Il paese dei malocchi

    Come comincia: Vi arrivai per caso, o meglio, mi ci ritrovai all’improvviso.
    Un attimo prima, camminavo per strada normalmente, come ogni giorno.
    Un attimo dopo, ero immerso in una città, una nazione, un mondo, dove ognuno spande a piene mani le sue malie, le sue magie, le sue maledizioni.
    Era chiaro che si trattava di una condizione di improvvisa paranoia, un attacco di panico, atipico, perché non dava sintomi fisici, ma solo intellettuali.
    In altri tempi, avrei potuto prenderlo per un’illuminazione improvvisa, una presa di coscienza. Ma non allora, non in quella fase della mia vita, non in questo tempo di confusioni endemiche.
    Mi abbandonai comunque all’intuizione.
    In ogni volto che incrociavo, vedevo la protervia dell’esistenza individuale. Drammatica, feroce, insulsa. Eppure inevitabile.
    Negli occhi dei passanti, scorgevo una misteriosa e terribile energia che, chi più chi meno, riversava sugli altri.
    Una rete capillare e intricata di reciproci incantesimi, per lo più malevoli, per lo più dei
    malocchi appunto.
    Mi domandai se non fosse vero tutto questo.
    Se oltre agli atti, alla presenza fisica, che ognuno di noi impone agli altri, non ci fosse, per sovramisura, anche questa influenza invisibile, tra tutti noi.
    È antica come l’uomo, la credenza nel malocchio. Ma la si ritiene comunemente la capacità rara e malefica, di pochi individui dannati dalla sorte o dal demonio, o da se stessi.
    Invece forse, appartiene a tutti. Nel bene e nel male. Ci si porta fortuna e sfortuna, uno all’altro, senza nemmeno scambiarsi parole, senza nemmeno conoscersi.
    Quasi una “massa oscura”, invisibile appunto, che costituisce il principale componente dei rapporti, ma rimane occulta. Come nella moderna cosmologia.
    E la cosa terribile, è che nessuno è cosciente di cosa proietta realmente, intimamente, nella vita degli altri. Non sono le intenzioni coscienti, non sono gli stati d’animo soggettivi, a generare il bene o il male. È solo alchimia.
    Una persona che ti ama, può essere invece fonte di sfortuna e disgrazia, e una che ti odia, al contrario, inconsapevolmente e suo malgrado, portarti fortuna.
    Una simile visione toglierebbe ogni senso all’umana coscienza, alle umane intenzioni. E anche alla divina giustizia.
    Mi riscossi da questo rapimento paranoico, guardai negli occhi blu di quella bella ragazza che passava. E preferii credere in quello che vedevo.

  • Come comincia: Dietro di noi avevamo una finestra con le sbarre. La porta dell'armadio era difettosa e bastava un filo di vento per farla sbattere. Quando guardavamo il cortile dalle sbarre, l'armadio era alle nostre spalle. E sbatteva. Sbatteva a intermittenze regolari, con la voce rotta dei cardini. E cigolava di notte dando voce ai mostri zebrati che vedevamo camminare per terra. Sapevamo benissimo che erano i rami ischeletriti del lillà che entravano dalle sbarre per dominare i nostri sogni. Quando ci sedevamo sul letto in cui dormivamo, parlavamo guardando le ombre. La percezione del buio era la distanza che ci avvicinava. Io, potevo sentire il tremore delle sue spalle. Se la guardavo vedevo solo due occhi fermi e senza paura che volevano stringermi forte. I miei, molto probabilmente, non sapevano nascondere la paura e lei mi stringeva la mano per farmi coraggio. Quell'anno, quando fiorì il lillà, il terrore si volatilizzò insieme al profumo dolce dei fiori che entrava dalla grande finestra della nostra camera.
    Eravamo più o meno consapevoli di essere sole coi nostri sogni. Spesso parlavamo dei nostri desideri e dei nostri sogni. Per Erika i desideri erano qualcosa di astratto da fare in due mentre i sogni nascevano nei pensieri e dovevamo farli da sole protette dal peso delle coperte, possibilmente di notte. Io invece sognavo di notte e anche di giorno e sognavo sola. Avevo centinaia di sogni e neanche lo straccio di un desiderio. Forse per me non c'era nessuna differenza tra sogno e desiderio. Mi capitava spesso di fare sogni deprimenti. Anche i pensieri a volte mi deprimevano. Come quella volta ad Agosto, col caldo soffocante che faceva sudare gli occhi. Avevo imparato a trattenere le lacrime tra le ciglia. Spesso le assorbivo inghiottendole intere e sparivano, dileguandosi come acqua piovana nelle crepe della terra, alcune volte si ingolfavano ristagnando per ore ai bordi dell’occhio, raramente acquisivano il vigore del fiume in piena.
    “ La prossima settimana parto, hanno deciso di mandarmi per un mese dagli zii, ci pensi?” disse Erika “Un mese al mare!”
    Le mani di Erika, si muovevano allegre accompagnando ogni parola, fremevano e tremavano all’idea di andar via per alcuni giorni. Distesa sul letto la guardavo mentre gesticolava in aria la sua felicità sentendomi inutile in quella realtà né più né meno com’era stato inutile l’ultimo sogno che non riuscivo a ricordare, e galleggiava nella mia mente attaccato come un naufrago a una tavoletta di sughero e resisteva alla burrasca dei pensieri rimanendo in superficie quel tanto che bastava per non affogare. Quella frase arrivò come un’onda maligna e il sogno annegò inabissandosi nei mari oscuri della memoria.
    Strinsi le labbra restando in silenzio. Il desiderio di Erika di allontanarsi da casa per alcuni giorni stava per realizzarsi.
    Sarebbe andata in vacanza a casa di una zia che abitava vicino al mare.
    Chi poteva dire che quello non fosse un altro sogno da dimenticare?
    Nell'armadio che cigolava c'era un profumo nuovo, di pulito. Dieci grucce nude di legno chiaro e un vestito che ballava da solo. Forse era fatto di seta, se lo sfioravo lo sentivo frusciare. Lo toccai, piano però. Non lo volevo sporcare. Quando mia sorella mi aveva dato la notizia aveva un'espressione un pochino improbabile. Forse non credeva veramente a quella promessa. Io mi accorgevo di non dire nulla. Stavo zitta. Avevo il respiro che mi ringhiava nel petto e camminavo all'indietro come i gamberi. Non capivo che fine avessero fatto gli altri vestiti. Qualche volta mi capitava di pensare che potesse essere mio quel vestito. Io avevo un vestito comodo che mi copriva abbastanza. Non era brutto e non era mio.
    Avevo i sandali nuovi comprati al mercato e non potevo metterli in casa. Andavo in giro scalza. Qualche volta mi mettevo un paio di scarpe vecchie che trovai nella cantina di nonna. Mi piacevano molto le cose che mi appartenevano. Ma non potevo dire di avere una cosa che veramente mi appartenesse. Tutte le cose che avevo erano appartenute a qualcun altro prima di me.
    Poi, arrivò il grande giorno. L'afa era ovunque. Anche il marmo stava sudando nella vena ghiacciata. Non entrava un filo d'aria e le sbarre erano nascoste dalla tenda. Il caldo pesante chiamava a gran voce un pensiero ossessivo e febbrile. Fuori c'era un sole accecante e io restai sola a guardare la curva affossata al centro del letto. Aveva messo in valigia il vestito e le scarpe eleganti comprate da “Cenerentola”. Avevo negli occhi il rosso nuovo della pelle; una striscia sottile, elegante che avvolgeva il dorso del piede di Erika. E sembrava più alta con quel tacco che l'alzava leggermente da terra.
    La valigia era vicina alla porta, tutti erano contenti e io brillavo da sola, nel buio della mia camera. Ed ascoltavo le risa che arrivavano attenuate dalla porta serrata. Dall'armadio arrivava la luce di undici grucce vuote. Lui era triste quanto me, con quella carta ingiallita sul primo ripiano. Non stava cigolando. Se ne stava zitto zitto con la sua desolazione.
    Alla fine era partita. Avevo sentito il rumore dell'auto. C'era uno strano silenzio.
    Sembrava che tutta la casa fosse diventata l'unico grande luogo di desolazione nel mondo.
    Passavo i miei giorni in questa stanza. Non volevo uscire e non volevo andare a dormire.
    Alle sette però sentii odore di carne alla griglia. Avevo fame, stavano arrostendo il maiale.
    L'odore mi stava risvegliando dal torpore.
    Mio padre venne da me e mi disse che la cena era in tavola.
    Io chiusi per un attimo gli occhi e mi strinsi abbracciandomi. Poi, assaporai il fresco del marmo coi piedi scalzi.
    Entrai con fare indifferente in cucina.
    Mia madre stava tagliando la carne e mio padre buttava acqua sul carbone.
    “Fuoco sopra il fuoco, fuoco in cielo e fuoco in terra.”
    Mia madre buttò a tavola quelle quattro parole.
    “Non sei venuta a salutare Erika.”
    Io restai in piedi e non parlai. Mi guardavo passivamente le mani rendendomi conto che avevo le unghie piene di terra. Quelle mani infangate erano come un cerotto indispensabile per tamponare il mio stato d'animo.
    Ero rassegnata alla malinconia, alla solitudine. Forse ero rassegnata anche all'indifferenza che provavano gli altri quando mi causavano dolore.
    Gli altri erano loro.
    Avevano voci impostate al comando.
    Poi, una voce mi chiese di andare a lavarmi le mani. Non distinsi di chi era la voce. Però, aveva un timbro deciso, un tono di potere.
    Non ero sempre ubbidiente. Accostai la sedia alla tavola e feci finta di non sentire. Come sempre si misero a discutere sulle cose di casa; sul fiume che era in secca da un mese, sui soldi del consorzio che non arrivavano e sull'affitto che c'era da pagare.
    Come sempre li ascoltavo.
    Ero seduta a tavola e mi accorsi di avere le braccia poggiate sopra un tavolo apparecchiato al passato.
    Volevo scrivere qualcosa.
    Mi portarono via il piatto.

  • 13 maggio 2009
    Prospettive

    Come comincia: Mi osserva da lontano con tenerezza.
    L'esperienza gli ha insegnato a guardare di corsa e capire.
    Don Paolo si accontenta di piccole cose, e se il pasto distribuito dalle sue volontarie ti piace, sorride con quell'aria complice,che poi non puoi far finta di niente.
    Si avvicina al pentolone dal culo affumicato, alza il coperchio e annusa con viso esperto quel fumo denso, che si propaga per il refettorio e appiccica ovunque la puzza di cavolo, che starà sempre con te, a ricordarti dove hai mangiato.
    Sussurra alla cuoca consigli sulla zuppa.
    Il suo frenetico andirivieni riempie di tenerezza quel salone così gonfio di rassegnazione.
    Il luogo è predisposto per essere dimenticato presto, e tutto sommato è meglio così.
    Oggi sto buttato all'estremità del lungo tavolo, in compagnia di altri nove senza nome.
    Stanno qui come me, per un piatto di minestra, un panino e una mela sbiadita.
    Un pasto quasi completo, offerto dalla bontà di uomini e donne cosiddetti caritatevoli.
    Butto giù il primo cucchiaio, che mi ustiona la bocca, procurandomi un'abbondante lacrimazione.
    E' il momento migliore per essere esposto agli sguardi avidi delle volontarie, che ci faranno su una bella discussione.
    Da bambino odiavo la minestra, ma in quei paesini di montagna era il piatto di chi viveva con niente.
    Seduti a tavola mia madre mi guardava con aria severa, tanto per sedare sul nascere qualsiasi accenno di rivolta.
    Quando giunsero i tempi dell'abbondanza e della carne nel piatto, praticamente tutti i giorni, la minestra venne bandita dalla mia vista.
    Finita l'università,conquistai un buon lavoro e tanti soldi, che con devozione contavo e ordinavo in mazzette dello stesso taglio.
    Le mazzette dentro il cassetto del comò aspettavano il lunedì, per essere depositate alla posta e testimoniavano la tenacia e la forza che ho sempre avuto di fronte alle sfide.
    L'odore pesante di soldi usati che si sprigionava da quel mobile, attraversava le narici sino al cervello, aumentando la stima per me stesso in modo quasi sconcio.
    Il giorno della Laurea, la mamma si lasciò accarezzare il viso da un sorriso.
    Tutti i nostri vecchi sono nati e cresciuti con il destino segnato: figliare e faticare, calcinculo e via, mica per acquisire titoli importanti come i signorini giù in città.
    Poi...capita che precipiti in un incubo che non ti dà scampo.
    Don Paolo mi guarda da lontano con apparente leggerezza.
    Sa che per noi è più difficile. Noi i caduti.
    Quelli che fanno fatica ad accettare di avere perso tutto e che possiedono solo il ricordo,che non consola.
    Quelli che alla sera piagnucolano in silenzio per la vergogna, e pensano “ non ce la faccio”. Per questi vicini a me è più semplice. Non hanno mai avuto nulla dalla vita.
    Occhi bassi sul piatto, parlano solo se interrogati.
    Hanno terrore che le parole vadano a scoperchiare antichi grumi di dolore, che nessuno avrà voglia di accudire.
    Io l'ho detto a Don Paolo, “ Guardi che per me è una situazione passeggera”
    E lui mi incoraggia, mi prende le mani tra le sue, calde, ottimiste. Mi guarda e mi assicura che ce la farò prima o poi.
    Lo sconforto mi assale la notte. Dentro la mia scatoletta con le pareti di cartone.
    Guardo il soffitto. Si intravvede una marca di televisore.
    Come quello che ho comperato alla mamma, durante i bei tempi.
    Sento scendere un gusto salato sul labbro superiore.
    E' solo un momento di debolezza, che la mia lingua estingue, con un gesto primordiale.
    Domani lo sguardo ottimista di Don Paolo mi ridarà la fiducia per sopravvivere ad un'altra giornata, piena di prospettive.

  • 06 maggio 2009
    La maschera

    Come comincia: Ho sempre vissuto come un vaso di creta plasmato dai capricci e voleri delle persone che frequentavo. Mi modellavano e, insoddisfatti, distruggevano per poi crearmi ancora una volta. E io non mi ero nemmeno resa conto di essermi costruita palcoscenici e maschere di ogni genere e per qualunque situazione. Mentire ed ingannare mi era così naturale che avevo finito per credere alla mia stessa recita. Ammetto che mi era comodo: non dovevo pensare, né prendere decisioni, lo facevano altri per me e io dovevo solo seguirli. Soffrivo limitatamente perché, colei che veniva ferita, era solo la parte superficiale di me, la mia Maschera. Avrei potuto continuare questa vita sino alla fine dei miei giorni, senza accorgermi di nulla, perché ero convinta che la Maschera fossi io. Ma Destino, folle e capriccioso, ti prese per mano e ci fece incontrare. Mi piombasti addosso all’improvviso, come un acquazzone che, rapido e minaccioso, sovrasta e sconvolge un sereno cielo estivo. Le tue parole, dolci come zucchero e pure come la neve appena caduta, raggiunsero la vera me stessa sopita all’interno della Maschera e la destarono. Fu allora che mi resi conto di essermi costruita una prigione dorata da cui volevo disperatamente uscire. Ma non potevo. La Maschera non voleva lasciarmi, perché farlo significava cessare di esistere, quindi faceva leva sulla mia debolezza e sulla paura di cambiare, di scoprire una nuova me che non conoscevo. Più la Maschera lottava per radicarsi in me, più tu cercavi di strapparmela via per vedere cosa nascondeva. Un giorno, raccolsi tutto il mio coraggio e la ruppi, perché troppa era la voglia di correrti incontro a braccia aperte e donarti il mio vero cuore. Ma tu, veloce e furtivo come l’acquazzone, te ne eri andato. Eppure il cielo non tornò sereno. Con rimpianto, osservai i frantumi della mia Maschera. Guardandola, vidi il mio stesso viso fatto a pezzi, la bocca deformata in un ghigno che sibilava: “Te l’avevo detto… Io volevo solo proteggerti… Tu non sei in grado di farlo da sola. Sei fragile come un vaso di creta, per questo mi avevi costruito, ricordi?”
    La raccolsi e, piangendo, la strinsi forte al mio petto come se volessi consolare quel cuore che, per la prima volta, era stato ferito. Che cosa avevo fatto? Avevo ucciso chi mi aveva protetto finora e ne avevo ottenuto solo sofferenza. Che cosa avevo fatto? Assillata dai sensi di colpa, lentamente, mi persi.
    Per non impazzire di dolore, mi strappai il cuore dal petto e, ancora pulsante e insanguinato, lo nascosi in modo che nessuno l’avrebbe più ferito. Incapace di provare sentimenti, diventai una bambola e mi ritrovai assieme ad altre uguali a me, anche se io ero stata diversa da loro, con solo un corpo da amare.