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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 22 giugno 2009
    Le violette candite

    Come comincia: Una busta trasparente racchiude, come vetro, un gruppetto profumato, dal colore di viola scuro, alcune violette candite.
    Borsetta di vecchia zia, sapida di viola, allargata di mani bambine e bocche piccole, sorride di salotto buono, di pomeriggi lunghi, di ferri da maglia. Sull'odore d'erba tagliata passeggiano strade assolate, larghe di poche macchine, coi marciapiedi assetati di sole e grigi d'inverni, sul fiocchetto che racchiude le piccole caramelle resta annodato il desiderio di trecce da sciogliere, senza mi raccomando tirare i capelli e liberare l'aria che passa di mano alle dita comprese, tra  nastrini impertinenti.
    Una busta, che trasparente contiene come vetro un gruppetto di viole, non credevo che esistesse.
    Un mazzolino da mangiare, croccante di zucchero, cedevole tra i denti e sparso di profumo uguale uguale.
    Uguale al sorprendente blu violetta, colato con la punta del pennello tra foglie tenere e gelate, preziose tra foglie rotonde. Rotonde perché un colore simile non può stare tra punte e asterischi, ma tra morbide promesse.
    Può essere messo pazientemente in deliziosi gruppetti, raso al muro, perché fa ancora freddo e senza la presunzione dei narcisi alti e prepotenti, vanesi di giallo e bianco, le violette arrossiscono di colore, timido ma profondo, rarissimo viola tra i fiori, ma tanto da dare uno dei nomi decisivi alla tavolozza dei colori, tanto da dare spessore al blu, morbidezza al nero, profondità all'azzurro, freddezza al rosso.
    Persino può cambiare il corso alle invernali arance, punendole al marrone, rovesciandone il senso, abbassando il tono ai natalizi mandarini.
    Il viola delle violette, quello sì che è un colore impertinente, che non grida.
    Un pensiero profondo, ma fermo e non come quello spocchioso delle arance che anch'esse appaiono sulla stessa tavolozza, dove lì però si parla di sole, di terrazzi al sud, di giorni splendenti, raggi di mezzogiorno, lunghe estati di rossi e gialli a braccetto, per colorare rotondi la perfezione del sole.
    Nemmeno come il rosso sangue che turba e sconcerta, il blu cielo che a volte non mantiene le promesse ed è troppo ieratico.
    Il nero di marte così astrale e irraggiungibile e il bianco di titanio, che metallico e virginale, chiude tutte le speranze della passione, in una freddezza glaciale ... esse riempiono a mala pena il palmo piccolino, riempiono  la bocca tutta intera e spargono un profumo che prende sapore.
    Un colore che è anche un gusto, come anche le stesse arance, ma meno prepotente e famoso.
    Un profumo da borsetta, da fazzolettino, da signora d'altri tempi.
    Sotto la veletta del cappellino si chinava (ricordi?) dal bustino stretto un gesto gentile e quel  guanto aderente che porgeva stretta tra le dita una violetta candita alla bambina timida, che con un rapido inchino, imparato al collegio di suore, si affrettava a prenderla, prevedendo in bocca  il  sapore intenso e un po’ sciocco della caramellina di violetta candita, sbrigando l'affettato rituale, per riuscire a scappare il prima possibile.
    Una busta trasparente che racchiude, come vetro, una manciata di violette candite è fatto di essenza di profumo, immancabile sotto il collo e tra i capelli, nascosto, racchiuso in un segreto afrore, che inondava ( ricordi?) il negozio delle modiste, ricamate sulla biancheria nera per le prime notti delle giovanette prossime, quel mazzolino segreto veniva appoggiato impertinente sulle velature di sete.
    Le silenziose ricamatrici, tra le dita leggere svelte di aghi e fili dipinti, fiorivano di violette, come corteggiate e timide, sull’apparire di promesse vellutate, incantevoli angoli della mente disegnavano, alla fine, anche il piccolo cuoricino di vivido giallo, che sorprende e incanta al centro dei petali morbidi e rovesciati, come leggere palpebre scure, sete e velluti per ruvide mani, per gentilezze sognate, per notti di luna piena.
    Una busta trasparente che racchiude, come vetro, una manciata di violette candite è appoggiata sulla mia credenza, ne ho mangiata una e ne ho offerta una ai miei cari. In tutto ne abbiamo mangiate tre.
    Ho richiuso il fiocchetto viola e le ho lasciate li.
    Perché non si possono mangiare tutte insieme le violette candite, ma solo quando nell'aria passa ogni tanto, quel piccolo e sottile vento di ricordi, di primavere, di rondini, di quelle attese inutili, per tutti gli Aprili della mia vita.

  • 22 giugno 2009
    Lezione di disegno

    Come comincia: Un arco disegnerà una porta.
    Quella porta si appoggerà evidente e seria, con lo spigolo sinistro alla finestra.
    Sotto la finestra ci sarà un vaso, che fuori, sporgendosi con alcune petunie viola oltre l'affaccio del parapetto guarderà in giù e naturalmente anche oltre, lungo i tetti scompagni, trepidi di camini, di tegole scomposte, di fili penzolanti e fili del telefono.
    La penna muovendosi con rapide sospensioni e ripensamenti, disegnerà anche il soffitto e lo spigolo, che cercando l'incrocio a prisma dell'angolo, tratteggerà le ombre e tu starai attenta a scolorire tele di ragno, schiarendo i tagli del sole e lasciando che sotto la mano e la matita indecisa, la carta bianca sia tremante d'attesa...
    La lascerai aspettare, perché forse, se invece di una matita avessi un pennello rorido di colore all'acqua, eviterai accuratamente la richiesta e lascerai trasparire la trama ruvida e nuda del foglio bianco. Quindi, scendendo in basso troverai il pavimento e immaginando i passi di chi non si fa disegnare, come i gatti i cani e le persone scomparse, metterai in piano i pensieri, in modo che magari una matita coricata e morbida si stenderà come una pattinatrice in curva e in lunghe strisce soffici, riempirai lo spazio, risolvendo il problema di disegnare un piano.
    Un piano orizzontale è come certi pensieri innocui, poco restii, ben accetti delle orme altrui.
    Quel senso di orizzontale, di lungo e piatto niente, ma solido strumento per distribuire il peso del tuo cammino, avanti e indietro e anche di lato. Dove mettere i mobili, il tavolo, il letto.
    Avranno tutti i piedi ben appoggiati sul pavimento. Piccole gambe immobili sul lucido sostegno sicure.
    Devi disegnare anche quello che non c'è, ma che potrebbe esserci, se vuoi fare un pavimento come si deve.
    Ma se stai attenta al balzo della parete verticale, devi essere pronta a capire come partire per destinazioni incredibili, perché un piano verticale, altresì chiamato parete di fondo, porta con sé la scelta indomita se attaccare dei quadri o metterti a nudo, nudo, di fronte a qualche foto ricordo di te stesso ritratto anni fa, davanti a quel muro che potrebbe essere l'attesa, o la chiusura o il dolore di un ricordo.
    La parete bisogna capirla perché se è dipinta non può fare a meno della finzione, non è muro bianco e ti tradisce con la sua piacevole decoratività.
    Attenta però, che non è facile resistere alla provocazione di disegnare oltre, perché potresti venire risucchiata all'insù per un braccio e condotta con la penna che smania, fino al soffitto. E allora quello, vedi, è un problema.
    Perché il soffitto è per sua natura il riflesso del pavimento, ma meno accogliente, perché non ci si può camminare, è più protettivo, perché se è vero che non ti fa vedere il cielo, è vero anche che non ti fa sentire la pioggia, né il troppo sole. O la neve.
    La matita allora farà lunghe righe dritte e prospettiche, serene, poco inquiete, senza presenze, come un cielo senz'aria.
    Così, ti dicevo. che se sei partita alla grande, con la tua parete di fondo, verticale e piena di grinta, cerca di frenare in tempo con la mano e fermati. Perché ci sono gli angoli.
    Questi sono per loro natura esistenziale, luoghi strani, oscuri, pensierosi.
    Il punto dove si ferma la punta.
    O i punti, o le linee e la luce, o il corpo della mano indecisa, se non sa che deve per forza cambiare direzione.
    Gli spigoli non vanno disegnati, vengono da sé, come i dubbi e le perplessità, disegnando l'incrocio delle righe verticali, orizzontali con la profondità.
    Un tuttotondo tridimensionale, un luogo dove ci si potrebbe perdere facilmente, che crea per sua essenza il corpo dei piani, il centro del pensiero, che di suo è sempre contraddittorio e silenzioso, perché non ha bisogno di parole, un flusso oscuro, dove, capisci bene, non esistono né alti né bassi.
    Un lago d’ombra nel quale meditare.
    Gli spigoli sono anche quelli dei mobili, nella casa del disegno, e quelli dei letti dei tavoli e delle sedie.
    Gli spigoli possono essere o rientranti o sporgenti, come una riflessione che deve prendere una decisione e non ci riesce.
    Difatti dentro uno spigolo ci si sta a meditare, all'ombra della sua rientranza, oppure ci si sbatte contro, se non lo si avverte, ma che ti costringe a cambiare direzione, svoltando l'angolo rapidamente.
    Costruisci e pensa, la poesia non è dissimile, non cerca scorciatoie, ma disegna diligente, la forma della mente, così come la forma fa delle cose. La forma degli eventi, che sembra non abbiano un corpo.
    Ad esempio: una materia che si presenta liscia e capisci che lo è solo in apparenza, se " senti " che è ruvida come certe risposte sgarbate, mentre disegni quel piano, ricorda la tristezza dell'incomprensione, nel disegnare il dolore vibrante della solitudine che ti da.
    E anche, se ti ricorda la superficie del mare in certi giorni d'agosto dove il liscio piano azzurro si crepa all'improvviso di un sottile vento, allora disegnalo, senza pensare che stai viaggiando solo sulla carta e solo con la tua matita.
    Apparirà il pensiero come l'apparizione della forma.
    La sua storia è come la nostra, disegnala a larghi pensieri, mentre sul tratteggio delle supposizioni, disegnerai lo schizzo preciso della nostra storia.

  • Come comincia: Abbiamo mai capito cosa corre nel parco alle 6 della sera, in questi giorni?
    Un merlo, forse, o un lombrico che s’interra rapido perché adocchiato da quell'avido occhio giallo, che laterale e sospettoso, sposta da una parte o dall'altra la testa per centrarlo meglio.
    Magari corre ancora un pallone sull'erba lasciando una strisca di lumaca umida per l'ultimo calcio di un ragazzino.
    Sai, ancora non sono lunghe le giornate, anche se viene voglia di attardarsi sul far della sera, sospesi e senza pensieri, così, tanto per prendere gli ultimi sapori incerti, prima di una cena che è ancora lontana.
    Cosa corre nel parco alle 6 della sera in questi giorni? Corrono anche righe di suoni, che già urtano il percorso del lucido calare della luce, perché certamente il suono viaggia ed è diverso perché l'aria è più calda...
    Forse "fluttua"?
    Forse perde la sua verticalità a spirale per diventare più rotondo? Forse. Prova ad ascoltare bene... sono forse tutte "oh"?
    Non so, perché in realtà, corre di certo anche il pensiero, ma quello sappiamo che corre sempre.
    Credo però che corra in maniera differente, un po’ più struggente, appeso all'incomprensibile, appeso come ad un filo di un palloncino, per darci l’aspetto di una figurina di Peynet.
    Non pensate (addirittura) ad un pallone aerostatico... non esageriamo, quello succede solo d'estate, in quelle giornate accese come limoni, da cui colano succhi acerbi e metallici, solo un trascinarsi leggero, quasi volando, noi a bassa quota, strusciando appena appena il pavimento con la sola punta del piede e viaggiando senza peso, ancora con la sciarpa al collo, ma con la giacca già slacciata.
    Corre anche la voglia di fare una piccola corsa, magari quando non ti vede nessuno, per dare un'occhiata a cosa arriva al bordo del laghetto e raccogliere il fruscìo, già meno crudo, delle erbe palustri tratteggiate da piccolissime gemme verdi pallide, per immaginare di bagnarsi fino alle caviglie, come fanno le anatre, solo per sentire di che sapore è l'acqua, per avere una visione più ravvicinata del centro del lago e far scorrere lo sguardo un po’ più lontano del solito...
    Cosa corre nel parco alle 6 della sera in questi giorni?
    Fammici pensare... il mio pensiero che si attarda con il secchiello e la paletta e con la sabbia nel cerchio di giochi al centro del parco, quello adatto ai bambini, che non era come la sabbia del mare e mi sembrava sciocco già da allora perché... (accidenti) non si potevano fare sculture di sabbia, come quelle meravigliose che tentavo di imitare da piccola, che erano fatte da quei poveri madonnari, al paese di mio padre nelle Marche, che sulla sabbia in riva al mare, creavano con la rena umida degli splendidi altorilievi, con Madonne e Bambinelli al seno, circondate da cornici bellissime entro le quali lanciare piccole monetine... l'alta marea arrivava a lambire pian piano quei capolavori inauditi e pian piano se li mangiava tutti ... quel mare... ma tanto era ora di andare a casa a mettere un piatto di povera minestra sulla tavola.
    Non erano barboni, nemmeno anziani pensionati ma giovani artisti, uomini, ragazzi, che sembravano anche un po’ felici nel loro sogno d'arte, perché di arte si trattava e di abilità eccezionale, non imbarazzati a mendicare, perché compresi in un sogno, che durava lo spazio di due ore, a cavallo delle 6 di quei pomeriggi d'estate (perché, prima, il sole l'avrebbe polverizzati e più tardi, invece, si sarebbe fatto troppo scuro.)
    Poi, loro, accovacciati come in preghiera, sapevano bene che con il loro secchiello nell'altra mano
    (forse raccolto da qualche dimenticanza di un bambino sulla riva del mare) potevano inumidire continuamente le forme lisce e splendide dei volti modellati, bagnandole con quell'acquasantiera improbabile ma efficace di acqua salata, sapevano bene, dicevo, che a quell'ora i fidanzatini amavano fare due passi in riva al mare e si sarebbero fermati e incantati nel guardare, avrebbero poi lasciato cadere qualche soldino, attenti a non sfiorare la scultura di sabbia, ma chinandosi con rispetto.
    Forse, si sarebbero stretti tra loro di gioia contenuta e profonda, in un attimo d’intimità nel vedere tanta bellezza, a quell'ora, sul mare Adriatico, un mare speciale che lascia strisce di tramonti capovolgersi in un attimo trionfante, come uno specchio rivoltato all'insù e lentamente insieme a quella palla di fuoco, affogarsi all'orizzonte.
    Mentre nel mutare di infiniti colori, morbidi, delicati o infiammati e, sfoderando tutta la gamma dei verdi, dei rossi e degli arancioni, consentire pian piano al viola della sera di raffreddare tanta passione, per calarsi infine a fondo abbracciando l'ultimo spicchio di sole.
    Però, a quest’ora, anche la pelle di due cavalli sta mutando e, anche se te ne sei accorto solo adesso, sta succedendo da diversi giorni.
    Opposti, guardando uno a ovest e l'altro a est, le narici grandi e frementi al vento tiepido che si ammorbidisce e porta soffi leggeri, spostano così l'erba in piccoli mulinelli, sussurrando calore e sollievo ai giovani trifogli.
    Appoggiati l'un l'altro e opposti nel guardare, la pupilla orizzontale che medita sulle noiose crusche ormai passite, muovono i crini coi movimenti rapidi della pelle, resa leggera dal pelo che cambia a piccole ciocche, mostrando il raso prezioso e finissimo del mantello estivo.
    Le fruste delle code aiutano il muso dell'altro, cacciando le ultime mosche dalle labbra morbide e dalle ciglia lunghe dello sguardo.
    Mentre la luce si spiana cadendo d'orme larghe e trasparenti di sovrapposti ristagni, l’ombra di quei cavalli raderà il campo e la collina con il segno lungo e grafico di quelle caviglie incredibilmente sottili sopra gli zoccoli piegati e stanchi, che eleganti e fiduciosi si appoggeranno gentili al compagno, godendosi la sera che scende, mentre disegnano grafiche sagome azzurre sull'erba.
    Immobili si chiuderanno ben presto nella notte, confondendosi con le altre.
    La luna contornata di lattiginose trasparenze, seria e metodica, per sempre Dea di nessuna preghiera, si velerà a quest'ora, impaziente in attesa, dall'altra parte del cielo.

  • 22 giugno 2009
    Cinque minuti

    Come comincia: Cazzo, cazzo! Dovevo lasciare detto almeno a Sofi, che Dylan Dog mangia soltanto i croccantini al tofu…magari se lo ricorda. A Dylan l’ho insegnato: se qualcuno t’intrappola e fa sempre quelle cose che non ti vanno giù, azzannalo dritto alle caviglie, così stai certo che quello si china verso di te.
    La legge di Ohm, sì, la legge di Ohm, professoressa Gruyère Libanetti… dunque, la costante R. resistenza, dipende dalle caratteristiche del conduttore, dal materiale, dalle forme geometriche… ho detto male? Riprovo, riprovo: dunque, l’intensità di corrente applicata a… un conduttore, che assorbe…vede… sì, sì, ovvio... la differenza di potenziale esiste, non sono tutti i conduttori che possono… esempio, io sono un materiale superconduttore, come mi ha detto, sono portato a lasciare scorrere istintivamente il flusso elettrico applicato su di me, con reazioni minime.
    “Michele, gli altri ridono alle tue spalle. È ora che tu faccia qualcosa.”
    Sì, Antonio? Chi è che è andato a raccontare a tutti che non l’ho mai fatto? Anzi, lo ridico come me l’hai sbattuto in faccia tu: Non hai ancora tastato la fica? Cosa sei, oh? Tutto molto carico d’effetto, sì.
    Maledetti quelli che trovano sempre il modo di posteggiarsi pure davanti ai parchi naturali! Fiesta, BMW e questa che è?… una Porsche, il mio zippino lo vedo bene qua dietro. Fai buona retromarcia, tu.
    Questa conca è l’ideale… e il tramonto è bello, diamine se non è bello!
    L'esistenza ha un senso o è solo il sogno di un Dio crudele?"
    Groucho, ci vorrebbe una bella freddura, adesso.
    “Signora Cannata, è di suo figlio che qui si sta parlando: ne discute manco si trattasse di un estraneo.”
    “Lui rincasa, mangia, che le posso dire, al massimo quattro cucchiaiate di pasta… dorme, lascia il finimondo dappertutto, esce, poi rincasa, altre quattro forchettate per cena, e poi mi osserva tutta quanta con quel suo sguardo tremendo, ad accusarmi Dio sa di che cosa. Lo chiama figlio, questo?”
    “Lei non gli parla?”
    “Ogni volta che provo a parlargli…”
    “Sì…”
    “Lui, ecco, si rende odioso, odioso e snervante; la verità è che gode nel sentirmi sbraitare da sola. Sa che cosa fa?”
    “Mi dica.”
    “Ecco prende questo, me lo mette davanti alla faccia, e comincia a scuotermelo davanti come fosse un pendolo, ridacchiando soddisfatto.”
    “Ma è un ciuccio per neonati.”
    “Appunto, lo trova un comportamento normale, questo?”
    “Indicativo, direi. Il ragazzo le ha mai fatto minacce?”
    “A me? Ma se a ricreazione viene sempre in guardiola a spupazzarmi! Solo con affetto, s’intende. Ih, ih, se mi sentisse mio marito… Michele è un ragazzo leale e onesto; buono come lui in questa scuola ne saranno passati sì e no dieci.  Ed io sgobbo qui da ormai venticinque anni. No, è con altri che Michele ce l’ha.”
    “Con chi?”
    “Beh, si sa che è vicino alla bocciatura. I professori non lo apprezzano e lui non fa nulla per farli ricredere. Preferisce, sì, farsi buttare fuori dalla classe nell’ora di fisica e venire a leggersi Verga o Pavese vicino a me. E a bersi… ”
    “Ha notato se ieri, uscendo da scuola, Michele avesse un’aria più triste del solito?”
    “Questa domanda… non me la doveva fare.”
    “Perché, signora Mariella?”
    “Perché, vede, ogni giorno, prima dell’ultimo suono della campanella, lui viene a darmi un ultimo abbraccio e mi dice: “A domani, Mariellina”. E ieri non l’ha fatto.”
    “Sì, che l’ha fatto, mi ha telefonato a casa, come tutti i pomeriggi.”
    “Per dirti cosa, Sofia?”
    “Ma così, tanto per fare lo stupido. Fa finta di essere tedesco, a volte un parigino; attacca con qualche battuta ripresa dai fumetti e mi costringe a indovinare qual è il personaggio che l’ha detta.
    Senta, l’altra volta mia nonna, poveretta, ha bussato col fiatone in camera mia, per dirmi che al telefono c’era Aziz, il sequestratore di mia madre, che voleva assolutamente conferire con me sul prezzo del riscatto. Robe allucinanti, lo so, ma Michele d’altronde è matto.”
    “E’ vero che voi due avete avuto una storia insieme?”
    “Non è giusto dire cosi.”
    “Perché?”
    “Perché… che significa avere una storia con qualcuno? Finirci a letto, scoparci da dio, tutta qui la storia? Ho annotato da qualche parte nel mio diario, che c’è già una storia nella vita di tutti gli uomini.”
    “E la sua, Michele, te l’ha mai raccontata?”
    “Alcuni episodi. L’improvvisa fuga di suo padre, che Michele ricorda da bambino avergli sussurrato all’orecchio mentre dormiva: “Presto ti farò sapere dove sono”, per poi dubitarne e ripetermi che l’aveva sentito soltanto in sogno; quella madre, poi, che si è fatta mettere incinta dall’amministratore del condominio e il suo amore per Dylan Dog.”
    “E per te?”
    “Non voglio più che Michele mi ami.”
    “Ah, no?”
    “No.”
    “Groucho, da quanto tempo spacci?”
    “Un anno e qualcosa… no, ma forse sono già due. Con precisione, quando abitavamo a Siracusa, mio padre nell’aia teneva già delle pianticelle di marijuana.”
     “Michele spaccia con te, non è vero?
    “Qualche volta. È un “braccino”, come si dice qui. Va nelle frazioni della provincia, consegna a domicilio. I pacchi della posta. Io e Michele villeggiavamo insieme a Melilli. Poi per un bel po’ ci siamo persi.”
    “E adesso ritrovati.”
    “Sì, ma è lui che mi ha cercato. Mi diceva che voleva guadagnarci su, ma che non voleva immischiarsi in traffici grossi. Mi ha detto anche un’altra cosa.”
    “Sarebbe?”
    “Di tenerlo lontano dall’inalazione dei fumi, perché sarebbe morto.”
    “Cioè, Michele non si droga?”
    “Anche volendo, non può. Soffre di… com’è che ha detto… una cosa congenita ai canali dei ventricoli cerebrali. Un medico gli ha detto che se assume stupefacenti, in cinque minuti il suo sistema cerebrale collassa.”
    “Groucho, come mai hai denunciato la sua scomparsa?”
    “Perché, ieri sera, Michele si è portato via cinquanta milligrammi di eroina.”

  • Come comincia: I mucchi di spazzatura erano stati provvidenziali. Carmelina ringraziò San Gennaro, la fasulla amministrazione della città e ovviamente Santa Camorra Organizzata.
    Non c’è nascondiglio migliore della spazzatura. Lì nessuno viene a cercarti. La puzza che le si era appiccicata addosso, non l’avrebbe abbandonata che dopo molti bagni. Ma le aveva salvato la pelle.
    È incredibile come un corpo umano vestito, si confonda alla perfezione tra la spazzatura.
    I killers le erano passati davanti, in pieno giorno, molte volte. Si erano perfino voltati verso di lei, semisepolta tra sacchi, stracci e ogni possibile rifiuto, e non l’avevano vista. Si erano limitati a tapparsi il naso e a fare una smorfia di disgusto. Uomini sensibili e raffinati.
    Carmelina se ne stava seduta, come una bambola rotta, tra i sacchi sventrati. Si era gettata addosso in tutta fretta quello che aveva intorno, verdure marce, stracci, pezzi di mobili vecchi. Teneva in grembo un lavandino incrostato e crepato, come fosse uno scudo.
    Non aveva creduto nemmeno per un secondo di potersi salvare così. Si era messa lì per istinto, come un animale braccato dai segugi.
    I sicari, con i loro occhiali scuri, le loro pistole, i loro maledetti ghigni, erano passati e ripassati. Sapevano che non poteva essere lontana, ma non riuscirono a trovarla.
    Perfino per gente così, la puzza degli scarti umani era troppo forte.
    Era rimasta lì per ore, fino a che il buio era sceso nelle strade, a dare conforto e sonno ai disperati come lei. Stranamente, nel suo terrore, non sentiva l’odore stomachevole in cui era immersa. Anzi, nella lucidità e acutezza di sensi che la paura le generava, avvertiva distintamente ogni singolo effluvio di quella montagnola di sozzura. Un intero campionario di odori, una collezione del disfacimento delle cose.
    Il suo uomo era morto. Ucciso da altri come lui. Carmelina non cercava vendetta. Voleva solo andarsene più lontano possibile da quella città, da quel maledetto paese di criminali.
    Tutto era iniziato quando Antonio, il suo fidanzato, era arrivato a casa con quella valigia, piena di soldi. Era entrato ansimando, sudato per il calore estivo e la corsa che aveva fatto su per le scale; l’ascensore, come al solito, era guasto.
    Si era richiuso la porta alle spalle con un gran colpo. Carmelina sentendolo aveva subito pensato che fosse arrabbiato, magari per l’ennesima inutile fila al collocamento, o attesa al bar, di qualche piccolo boss del quartiere, per ottenere una raccomandazione.
    Tiravano avanti a stento, stavano insieme da ormai 5 anni, e nessuno dei due riusciva a trovare una collocazione stabile. L’appartamento, al quarto piano della palazzina di periferia, glielo aveva dato il comune, grazie all’intervento di Don Raffaele. Santa Camorra era l’unica che avesse mai pensato a loro. In cambio, Antonio era stato ingaggiato come “cavallo”, ma essendosi dimostrato maldestro e inaffidabile, era stato messo da parte, per sua fortuna, o sfortuna, chissà.
    Sta di fatto che lui aveva preso la cosa come un’offesa personale e aveva rotto con il clan di Don Raffaele, che da parte sua era stato ben felice di liberarsene. Di gente giovane, sveglia e senza scrupoli ne avevano quanta ne volevano.
    Quella sera Carmelina si aspettava di veder sbucare Antonio dal corridoio, con la solita espressione corrucciata e arrabbiata. Invece era corso da lei, aveva buttato una valigia sul divano e l’aveva abbracciata.
    “Siamo a posto Carmè!” le aveva detto nell’orecchio, mentre la baciava.
    La valigia era piena di soldi. Mio Dio quanti soldi!
    Carmelina ebbe subito paura. Era chiaro che Antò aveva combinato qualcosa d’irreparabile e non faticava a immaginare che la provenienza di quel denaro fossero le tasche di qualche boss.
    Ma come aveva fatto Antonio, maldestro e non certo un campione di furbizia, a impossessarsi della valigia?
    Alle sue domande insistenti e preoccupate, lui rispose solo con vaghe parole, stazione, polizia, retata, Don Raffaele...
    A sentire quel nome, Carmelina lo prese per il colletto della camicia sudata e lo tempestò di schiaffi. Antonio, invece di prendersela e di ragionare, continuava a ridere.
    Mezz’ora dopo erano entrambi in strada, con i soldi stipati in due borse, che si affrettavano verso la fermata degli autobus. Portarono il malloppo a casa della vecchia zia cieca di Carmelina, nel suo cadente appartamentino del centro, lontano dal loro quartiere. Avrebbero pensato dopo, con calma, cosa fare.
    Rientrati a casa, lei si mise a preparare la cena. Antonio continuava a saltellare per casa come un grillo eccitato, dicendole che si sarebbero trasferiti al nord, avrebbero comprato una bella casa, anzi una villetta, e finalmente avrebbero fatto tutti i figli che volevano.
    Dopo cena, lui se ne uscì, per andare al bar come al solito. Carmelina lo strinse per le spalle e, guardandolo fisso negli occhi per almeno due minuti, gli raccomandò di tacere, non dire niente a nessuno, nessuno, nessuno. Lui sembrava essersi calmato e le promise che sarebbe stato una tomba.
    Un’ora dopo, dal bar, le telefonò il cugino Salvatore, piangendo. Tra un singhiozzo e l’altro, riuscì a dirle che avevano sparato ad Antonio, lì fuori dal bar.
    Carmelina riagganciò il telefono e rimase alcuni secondi immobile. Sapeva che di lì a poco, i killers sarebbero arrivati. Ovvio.
    Corse a vestirsi. Afferrò la borsa e, mentre si precipitava verso la porta, sentì l’ascensore che scendeva. Evidentemente l’avevano riparato, ma loro rientrando non se ne erano neanche accorti. Presi com’erano dall’eccitazione e dalla paura, avevano fatto i quattro piani di scale tutti d’un fiato.
    Aprì la porta e si affacciò alla tromba delle scale. Qualcuno stava salendo a piedi. Ovvio. Tutto come nei film, pensò, le tagliavano ogni via di fuga.
    Rientrò in casa e chiuse la porta. Non c’era tempo di chiamare aiuto, tanto meno la polizia, che in quel quartiere si faceva vedere ben di rado.
    Corse in bagno e prese il secchio d’acqua che usavano come sciacquone. Lo rovesciò sul pavimento, davanti alla porta di casa.
    La sua mente, invece di smarrirsi nel terrore, era diventata lucida e indifferente. Come quella volta che quei ragazzi l’avevano inseguita, nei prati della campagna intorno al quartiere, quando aveva 15 anni. Lei li aveva seminati, poi era tornata indietro, con un bastone, e aveva spaccato la testa al loro capetto, un moccioso di 13 anni, più stupido che eccitato.
    Questa volta però era diverso. Questi erano sicari professionisti.
    Staccò i fili volanti, che collegavano l’impianto elettrico di casa a quello del condominio e li appoggiò allo zoccolo della porta.
    Intanto sentì l’ascensore che si fermava al piano. E passi pesanti che risuonavano dalle scale.
    Tornò di corsa in salotto e prese dal cassetto una manciata di petardi, in casa di Antonio non mancavano mai. Si appostò in cucina e attese.
    La maniglia della porta ebbe un sussulto. Nel buio, sentì imprecare. Accese un petardo.
    Tutto si svolse in pochi secondi. La porta si aprì di schianto, lei lanciò un petardo che esplose immediatamente. Due uomini scivolarono sull’acqua e caddero sparando, i fili della corrente caddero sull’acqua e li fulminarono.
    Il silenzio calò irreale. Carmelina attese qualche secondo. Non si sentiva alcun rumore dal pianerottolo. Forse erano solo in due. Ma certamente qualcuno era rimasto di sotto, ad aspettare i compari, con la macchina o con le moto.
    Si avvicinò ai sicari, scostò il filo sfrigolante con il bastone di plastica della scopa. Li smosse con vigore, ma non reagirono. Allora prese una delle pistole. Era pesante e tiepida.
    Uscì sul pianerottolo, con la pistola puntata, non c’era nessuno. Si chiuse la porta alle spalle.
    Scese di due piani e suonò al campanello di Rosa, la sua amica e confidente. Dopo ripetuti squilli, la porta si scostò di pochi centimetri. Carmelina entrò di prepotenza e se la richiuse alle spalle.
    Rosa la guardava con occhi sgranati, che saltavano dal suo viso alla pistola. Le fece segno ti stare zitta. Si guardò intorno. Dal salotto i lampi del televisore, intermittenti, svelavano le sagome della famiglia schierata, immobile. La pubblicità strombazzava nell’aria i suoi slogan.
    Andò verso la cucina, trascinandosi dietro Rosa. Aprì la finestra e guardò di sotto. Eccoli lì. Altri due, sulle moto, coi caschi in testa e i motori accesi.
    Fu tentata di provare a sparargli, ma poi si rese conto che non sapeva nemmeno come puntare una pistola.
    Con gesti veloci prese i panni stesi e, mentre si avviava verso la camera da letto, sull’altro lato del palazzo, li annodò più stretti che poteva.
    Dalla finestra della camera si calò giù in strada. Mentre si allontanava, vide con la coda dell’occhio Rosa che ritirava i panni.
    Aveva corso finché il fiato non le si era bloccato in gola. Almeno due chilometri. Poi si era gettata sul primo autobus che passava, verso il centro.
    Sotto casa della zia Concetta, una macchina se ne stava parcheggiata, i due a bordo erano certamente uomini di Don Raffaele.
    Doveva riuscire ad entrare, recuperare i soldi e uscire. Si appostò sull’altro lato della strada, nascosta dietro al cartellone pubblicitario della nota bevanda che mette le ali. La zia abitava al primo piano.
    Accese altri due petardi e li gettò più lontano che poteva. Scoppiarono quasi all’unisono. La macchina scattò sgommando in mezzo alla strada e si allontanò nella notte.
    Mentre correva verso il portone, sentì stridere le gomme, stavano girando intorno al palazzo.
    Ci mise meno di un minuto a prendere i soldi e lanciarsi dalla finestra della cucina di zia Concetta.
    Ma intanto la macchina era tornata indietro e i sicari l’avevano vista.
    Si proiettò verso i vicoli, dove non avrebbero potuto inseguirla. Le due borse di soldi pesavano come macigni. Non avrebbe mai pensato che i soldi sarebbero diventati un problema di peso. Non per lei.
    Era notte. Carmelina vagava per i vicoli con le sue borse piene di denaro. Si fermò in una pensione e prese una stanza. Il mattino dopo doveva riuscire a lasciare la città. Ma non sapeva come.
    La stanchezza la fece piombare nel sonno immediatamente.
    Mentre dormiva, la sua mente continuò a cercare una soluzione. Sognò di scappare, esattamente com’era successo, ripercorse ogni passo che aveva fatto. Per una strana sovrapposizione, sognò di essere lì, in albergo, addormentata.
    Alle 8, come aveva chiesto, il telefono sul comodino squillò. Era ora di ricominciare la fuga.
    Non si sentiva riposata, aveva dormito vestita e con la pistola a fianco. Non era dormire quello.
    Per un attimo la sua mente focalizzò il viso di Antonio. Le lacrime le scorsero immediatamente sul viso. Fece qualche profondo respiro, per recuperare la lucidità e smettere di singhiozzare.
    Andò in bagno e si diede una rinfrescata sommaria. Poi rinfilò la giacca di pelle e uscì.
    Alla reception consegnò la chiave e si avviò verso l’uscita senza dire nulla.
    Il sole la abbagliò, non aveva gli occhiali scuri, erano rimasti a casa. Si fermò a comprarne un paio a una bancarella. Era nel quartiere del mercato etnico, non si era accorta di essersi spinta fin lì, la notte prima. La paura mette le ali, altro che bevande energetiche.
    Non sapeva dove dirigersi. Gli uomini di Don Raffaele controllavano certamente le stazioni, l’aeroporto, magari anche gli imbocchi delle autostrade. Tanto era tutta roba loro. Ma non poteva rimanere lì, a girare come una scema, l’avrebbero trovata in poco tempo. Dai parenti non poteva andare, non poteva farli rischiare. Ehhh… la famiglia, la famiglia...
    Si diresse verso il parcheggio dei taxi. Per una volta si concesse il lusso di un taxi vero, non abusivo. Si fece portare all’altro capo della città. Appena scesa, ai margini di un’altra periferia, appena un poco più decente di quella dove abitava, l’odore della spazzatura che marciva al sole, le fece girare la testa.
    Ebbe il tempo di prendere un caffè e un cornetto al bar, poi, mentre usciva, una macchina inchiodò, tre uomini la fissarono per un momento, mentre lei già si lanciava in una corsa sfrenata, oppressa dal peso delle borse. Svoltò un angolo, poi un altro e un altro ancora, continuò a correre e svoltare angoli. Ogni rumore di passi, ogni stridìo di gomme, ogni voce, la faceva scappare ancora più velocemente. Finché le gambe le cedettero e si ritrovò a cadere in un mucchio di rifiuti.
    Mentre cercava di districarsi dalla spazzatura, vide la macchina degli assassini passare dall’altra parte della strada e fermarsi. S’immobilizzò, semicoperta di rifiuti, con un lavabo in braccio.
    Gli uomini di Don Raffaele scesero dalla macchina e si sparpagliarono lungo la strada. Passarono e ripassarono più volte, guardandosi l’un l’altro, scrutando la strada e le poche persone che camminavano come stordite dal sole e dalla puzza dei rifiuti.
    Carmelina sentiva soltanto il suo cuore pulsarle nel petto e nelle tempie, tutto era come ovattato, irreale. Rimase seduta nella spazzatura per ore, finché fece buio. Nessun camion della nettezza passò a raccogliere i rifiuti. Santo sciopero degli operatori ecologici.
    Quando si rialzò, a notte fonda, dal mucchio di spazzatura, le sembrò che tutta la schifezza del mondo si alzasse insieme a lei e si mettesse a camminare con lei. La puzza che la impregnava era rivoltante, se ne rendeva conto. Evitò il più possibile ogni contatto e si diresse verso una lavanderia a gettoni. Fortunatamente era deserta. Si sfilò gli indumenti e li mise nella lavatrice, come in quella vecchia pubblicità. Ogni tanto una macchina passava rombando sull’asfalto, e ogni volta il cuore le si fermava.
    Mentre la lavatrice faceva il suo lavoro, Carmelina si pulì alla bell’e meglio col detersivo, raschiandosi la pelle fino ad esserne completamente arrossata. La puzza non se ne andò completamente, ma almeno non era più così nauseante.
    Si rivestì in fretta, gli indumenti erano ancora bagnati e odoravano di un tremendo mix di detersivo e spazzatura.
    Si diresse verso la campagna, nella notte, niente e nessuno l’avrebbe fatta tornare in quella città, niente e nessuno.

  • 22 giugno 2009
    . (punto)

    Come comincia: I neon si accendono a intermittenza. Una stanza quasi vuota, bianca, due porte.
    La stanza è grande circa sei metri per tre, uno sgabello al centro. È abbastanza rovinato, marrone e ornato da segni indecifrabili.
    Da una delle due porte entra uno spirito, è piccolo come un televisore di media grandezza e vaga alla ricerca di una postazione.
    Lo spirito cresce a dismisura, diventa più grande.
    Quando diventa adolescente, si siede sullo sgabello. Riflette e viene riflesso. Colori indistinti passano a velocità variabile accanto a lui, sono persone. Ognuno procura una reazione diversa, contraria.
    Lo spirito piange ridendo. Sulle pareti, queste persone, attaccano foto più o meno grandi che le rappresentano. Dalla grandezza varia l'importanza. Alcune invece passano senza lasciare tracce, non hanno il tempo di farsi conoscere o non meritano di essere conosciute.
    Segni nel corpo dello spirito, testi di canzoni, nomi, disegni. Laura... Marco... ”Inventandosi, la felicità” e vari scarabocchi lasciano un segno indelebile, ma indolore. Lo spirito è puro, ma è pieno, è nero.
    Una piccola parte di colori porta con sé degli sgabelli, si siedono accanto a lui, gli danno un'amichevole pacca sulla spalla, lo abbracciano, piangono, ridono e gioiscono insieme a lui. Dall'estremità opposta, dei pugnali si conficcano nella sua schiena, ma i colori con gli sgabelli lo aiutano a staccarseli.
    Passa del tempo, l'anima cresce, ma i segni rimangono indelebili, resteranno per sempre alcune cose.
    Un calendario segna diciotto. Cala una cravatta dal soffitto che si va a posare sull'anima informe e una “ventiquattr'ore” che si va a posare sulle sue ginocchia, intatta. Nel momento in cui la apre, dal soffitto cominciano a cadere soldi, che si smaterializzano quando toccano terra, perché questi non sono incancellabili. Coccarde, avanzamenti di carriera e licenziamenti si attaccano alle pareti, ma mai cancellano le fotografie.
    D'un tratto, la stanza diventa nera, due lapidi spuntano dal basso, sono le lapidi che ti hanno accudito, che ti hanno mandato a scuola, che ti hanno educato, sono morte.
    L'anima piange e s’inginocchia ma delle mani calano dal soffitto e lo accarezzano, quindi si rialza, percepisce che non se ne andranno mai realmente quelle lapidi, dopodiché scompaiono.
    I colori che vagano indefinibili man mano si affievoliscono. Segni indecifrabili compaiono ancora e un anello d'oro compare al dito. Riso cade dal cielo e il sorriso dello spettro s’ingrandisce.
    Una persona gli gira attorno, anche lei con un anello d'oro al dito. Ogni tanto si abbassa e lo bacia, anche lui ogni tanto si alza e la bacia. Dall'anima che gli gira intorno si stacca un pezzo, poi un altro ancora. Gianluca ed Elisa, crescono e man mano si allontanano, gridano contro lo spettro, lo abbracciano, lo baciano, giocano e lasciano una gigantografia loro sulle pareti e non ci sono più.
    Mentre cadono soldi, passano colori, foto si attaccano, croci compaiono, spettri girano intorno e amici danno sincere pacche sulla spalla, dal basso si materializza un bastone. Sale piano, ma l'uomo percepisce la sua presenza e ne ha timore.
    Dalla porta da dove lo spettro non era entrato compare un mietitore e i colori con gli sgabelli si stringono accanto allo spettro, ma il cupo mietitore lo prende lo stesso. Buio.
    I neon si accendono a intermittenza. Una stanza quasi vuota, bianca, due porte.

  • 22 giugno 2009
    Registrazioni innocue

    Come comincia: Solcava di blu quel blu profondo, crespato come un foglio di carta ruvida, lo sguardo di un cane, che preso in pieno dal vento freddissimo, respirava allargando le narici nere, decidendo quale paese lontano portasse tanto umido sale e tanta umida terra, così intensi da proiettare nella sua testa bambina un simile rigoglio di immagini.
    Piste lunghe come quelle di un aeroporto, intersecate di novità, suoni, odori, luci intermittenti, canti antichi. Sabbie e cammelli. Nevi gelide. Sussurri e parole, grida e nenie. Dialetti e ultrasuoni, canti di balene e delfini, meravigliosi odori di pietanze oltreoceano portate da piatti prelibati sulle ali del vento, odore di guerra, odore di pianto, odore di fiori tropicali, canti di uccelli e gracchiare di tutte le rane, muggiti e afrori di canti d'amore, abbracci silenziosi e grida di dolore, elefanti in guerra polverosi e arrabbiati, traditi da fiumi in secca, suoni di sabbie mosse dal ghibli, tende che sbattono e mani che applaudono, concerti di violini e liuti primitivi, il rumore dei ghiacci che cadono nel mare del Nord o le stalattiti che si frantumano nelle grotte profonde, cadendo dopo migliaia d'anni...
    Mondo, insomma un mondo al di lì del mare d'inverno, che di là diventa estate. Oppure inverno eterno od estate esasperante.
    Preso e immobile, con le orecchie “flappate” all'indietro, le palpebre socchiuse per resistenza, impegnata a oltranza, il cane blu registrava un pianeta intero nel suo esistere, complicato e scosso, improbabile e ineluttabile interregno umano che si ingloba con quello antichissimo e altrettanto scosso regno animale.
    Unica figurina blu, confusa nell'intenso colore marino, di quel blu invernale che potresti intingerci il pennino per una cartolina d'amore, il cane blu ritagliava la sua sentinella nel profilo di sabbia e piccoli ritmici interventi sonori si coloravano di vento, tagliando le orecchie di piatto mentre portavano il morbido fruscìo delle onde, intente a succhiare conchiglie gelate alla riva.
    Man mano che decideva quante infinite informazioni registrare nella sua testolina pelosa, il cane blu affondava i polpastrelli sulla sabbia e a poco a poco si trovò le quattro caviglie sottili incatenate dalla riva, mentre la marea saliva lentamente al calare della sera.
    Una notte da mille e una notte appariva di lontano con la sua prima stellina luminosa e la luna si affacciava rotonda come all'inizio dei tempi.
    Come siamo antichi, pensò il cane senza pensieri.
    Dolcemente estrasse le zampine dalla sabbia ad una ad una, scrollò il mantello umido arrotolando il vento come un girotondo sulla sua coda piumata.
    Un'altra scrollata scaldò il suo collo, i suoi fianchi e libero iniziò a trotterellare verso casa, allontanandosi dal paesaggio.
    Grattò la porta di casa e gli fu aperto.
    Dove sei stato maledetto, scappi sempre, gli urlarono.
    Niente pappa vattene a cuccia, disgraziato!
    Normale, disse tra sé, normale.
    Nel tepore della sua casa il sonno, ben presto gli chiuse gli occhi e chiuse come ogni sera il sipario inconsapevole su quella saggezza tanto antica e su quella sapienza animale così infinita.

  • 22 giugno 2009
    ANTONELLA BASTA!

    Come comincia: Ho deciso: basta con la visione del tuo sorriso che penetra nel mio cervello e dà la stura alle mie fantasie; basta assaporare il tuo effluvio che si irradia al mio interno ed esplode in una marea di sensazioni eccitanti; basta col tuo alito caldo come la sabbia del deserto e che mi avvolge in un turbine di sensazioni piacevoli; basta con la tua visione dolcissima che si allontana pian piano sino a dileguarsi; basta con la fantasia del tuo seno coperto di trasparente velo che si alza e si abbassa ritmicamente; basta con le mani diafane che mi accarezzano il viso; basta con le tue cosce che trattengono la mia faccia inondata di dolce, profumata e calda spuma; basta con i tuoi occhi socchiusi che mi penetrano e mi danno una sofferenza quotidiana.
    Cammino fra la gente e ti vedo al mio fianco sorridente ma sei solo un fantasma inafferrabile.
    Basta col sentirti dentro di me!
    Ma sarà proprio questo che desidero?

  • 22 giugno 2009
    L'ultima poesia

    Come comincia: Durante una delle mie tante escursioni sopra i monti, tra alcuni cespugli di more, mentre una continua pioggerella mi bagnava, notai un piccolo pezzo di carta d'un quaderno a quadretti.
    Qualcuno penserà alla banalità di quel mio ritrovamento e ancor più all'interesse che subito mostrai di avere nei suoi riguardi; ma l'istinto - quell'istinto proprio dei poeti - mi spinse a raccogliere quel foglietto.
    Il tempo e gli elementi avevano ormai fatto su di esso un profondo lavoro di usura, perciò delle frasi scritte - almeno in una quindicina di righe - se ne potevano riuscire a leggere sì e no le ultime due.
    Misi con cura il foglietto in tasca, poteva facilmente sbriciolarsi bagnato com'era, mentre dall'altra parte degli alberi intesi belati di pecore e la voce maestosa del pastore. Il quale, appena mi vide, mi salutò, e io notai dentro il saluto una domanda di stupore alla quale risposi allargando le braccia.
    Si fermò con me alcuni minuti, mentre le pecore si stringevano l'una all'altra.
    Parlammo un po' della montagna, delle sue bellezze e pericoli, del caldo e del freddo, della pioggia e della neve.
    Tra questi argomenti mi raccontò di un incidente, avvenuto proprio in quel posto, qualche tempo prima: un'automobile, che stava percorrendo la strada sovrastante, s'era chissà come rovesciata e rotolata giù sino al punto dove noi ci trovavamo; e il giovane che guidava morì.
    Tornai a casa bagnato e infreddolito, e corsi subito a cercar tepore presso la stufa, il cui fuoco di tanto in tanto scoppiettava.
    Mi soffermai, forse per pochi attimi, ad ascoltare quegli scoppiettii, e nell'intervallo intercorso tra l'uno e l'altro, restavo ad aspettare incuriosito.
    Ogni piccola cosa, in quel periodo, ricordo, destava la mia curiosità, cose semplici, puerili, talvolta anche banali, che poi, però, s'intrecciavano con la mia fantasia così fertile e spaziosa.
    Esse - le piccole cose - erano il porto dal quale levavo l'ancora per un mare in bonaccia o tempestoso, per raggiungere l'approdo in isole lontane.
    E fu proprio mentre stavo per prendere il largo, tra gli scoppiettii del fuoco, che mi ricordai di quel foglietto di carta raccolto sopra i monti.
    Delicatamente lo presi dalla tasca e l'appoggiai, ancor più delicatamente, sopra i bordi della stufa perché si asciugasse; poi, sotto la luce del neon, riuscii, non senza fatica, a leggere le ultime parole:
    - io resterei ad aspettare
    veder pian piano sciogliersi la nebbia? -
    Ero sbalordito, ma felice. Quelle parole erano versi! E io amai subito quel finale di poesia e quel giovane poeta che trovò la morte in un burrone.
    Con occhi pensierosi mi riavvicinai alla stufa, e partii per un altro viaggio.
    La città, quella mattina, era più frenetica del solito, la gente si confondeva alla lunga e disordinata fila di macchine, e le poche parole umane si soffocavano sotto il lacerante suono dei clacson.
    Il poeta, anch'egli nella folla, non riusciva a difendersi dal meccanismo, e la parte più profonda del suo essere, dove risiedono i suggerimenti della sua arte, fu completamente investita dai rumori e dalla fretta.
    Cercò riparo nel primo luogo che gli sembrò più adatto per la sua esigenza di silenzio.
    Alcuni quadri erano disposti in cerchio, in quel luogo marmoreo, e in un angolo, seduto ad un tavolino coperto di depliant, un piccolo uomo stava leggendo.
    Doveva essere il pittore.
    Il poeta tirò un lungo sospiro di sollievo che gli servì per porre una barriera col mondo esterno e cominciò a guardare qualche quadro.
    Poi si sentì chiamare. Chi lo conosceva in quella città che non era sua? Era il pittore, l'omino seduto al tavolino.
    Si abbracciarono, più volte si guardarono per rintracciare sui propri volti i segni del passato, per ripescare gli anni della scuola, si ricordarono, a vicenda, dell'amore per le proprie arti, poesia e pittura.
    Quanti anni (tre, quattro, cinque...) buttati nella mischia, a rincorrere un posto di lavoro, un quadro e una poesia; l'uno, poeta, chiuso nell'ombra che copre la poesia, a cercar spazi per far conoscere agli altri le emozioni che lo muovono; l'altro, pittore, che pur nelle difficoltà uno spazio trova, anche se stretto.
    – Io – disse il pittore – ecco, faccio una mostra. Sarà niente, eppure qualcuno entra e continuerà a entrare da quella porta, vedrà qualche mio quadro e forse qualcuno, anche, lo comprerà. Ma tu, dimmi, che te ne fai d'una tua poesia? –
    Si salutarono gli amici ritrovati, il piccolo pittore riprese il suo posto all'angolo, e il poeta di nuovo fuori nella foresta meccanica.
    Scese la sera, e il poeta stanco, con la cinquecento grigia, stava ritornando al suo paese.
    Ripensava al suo amico pittore, e allora rivedeva il luogo marmoreo, e immaginava gente, tanta gente ch'entrava ad ammirare quadri.
    D'improvviso si fermò, accostandosi, prese una penna e un pezzo di carta d'un quaderno a quadretti, e scrisse una poesia.
    Dopo, riprese il viaggio, mentre una pioggerella cominciava a cadere.
    Diceva e ridiceva a se stesso la sua poesia e la domanda finale si ripeteva, come un'eco, sempre più:
    - io resterei ad aspettare
    veder pian piano sciogliersi la nebbia? -
     (La nebbia dell'indifferenza, della chiusura ai giovani poeti, dell'inutilità d'una poesia.)
    Ad una curva qualcuno aspettava sulla strada viscida di pioggia per rapirgli l'ultima poesia.

  • Come comincia: Le città in cui viviamo possono essere paragonate a degli enormi set cinematografici in cui ognuno di noi ha il suo ruolo. Partiamo tutti come comparse, giovani attori in cerca di gloria e per molti quello sarà il ruolo fisso da interpretare tutta la vita. C’è chi fa il “cameraman” e sceglie di seguire le persone da lontano, in modo distaccato, filmando tutto quello che vede per poterlo poi utilizzare in un imprecisato futuro. Ci sono i “registi”, coloro che controllano costantemente che la situazione vada secondo i loro piani, gli stuntman, quegli individui disposti a fare qualsiasi cosa pur di apparire, ma soprattutto gli attori. Pochi sono quelli che riescono ad emergere e diventare delle star, ma non conta; l’importante è riuscire ad essere protagonisti della propria vita e in parte di quella di chi abbiamo accanto. L’importante è che ognuno di noi sappia vivere la sua vita come un film dove tutto è possibile, senza tagli né censure e con una scenografia e copioni tutti da scrivere. E quando mi chiedono quale sia stato fino ad ora la scena più bella in cui io abbia “recitato”, racconto sempre l’aneddoto che segue, i cui risvolti mi ha portato al traguardo più ambito (non l’Oscar): la felicità!. Era un giorno di metà Aprile. Stavo andando, come al solito di corsa al lavoro, quando sentii qualcuno dietro di me urlare, blaterare qualcosa. “Questa volta mi licenziano davvero se faccio tardi” pensai, ma essendo estremamente curioso, mi voltai e vidi un vecchio zoppo che si avvicinava alle persone chiedendogli di aiutarlo ad attraversare. I suoi modi erano scorbutici ed arroganti e probabilmente era questo il motivo per cui nessuno gli avevo dato retta, fino ad allora. Ma a me fece una tale pena che decisi di andare da lui e gli chiesi dove fosse diretto. Mi rispose sorridendo che doveva semplicemente superare quel pericoloso incrocio, poiché era poco distante da casa, ma essendo menomato non se la sentiva di andare oltre da solo. Intanto una jeep blu era sfrecciata a tutta a forza senza rispettare il semaforo, alzando un polverone di commenti e di insulti che mi distrassero un istante. “Mi stai ascoltando??!”. ”Si,si mi scusi”. La mia attenzione, dopo la breve distrazione tornò sull’anziano, che rassicurai e lentamente arrivammo dall’altra parte. Nel suo sguardo lessi un’immensa solitudine e amarezza e notai che lasciò quasi a malincuore il mio braccio. Non è facile per nessuno invecchiare né tanto meno ammettere i propri limiti. Mi salutò calorosamente e prima di lasciarmi, mi diede una delle tante lettere che gli sbucavano dalle tasche del giaccone. “Non aprirla fino a quando non sarà venuto il tempo” si raccomandò, poi sparì lentamente all’orizzonte. Senza pensarci troppo, allungai nuovamente il passo fino a ritrovarmi esausto. Sotto l’azienda dove lavoravo. Trovai i cancelli chiusi e uno dei miei superiori lì fuori ad aspettarmi. “Affuso, questo è il terzo ritardo in una settimana”. “Ma veramente io..”. “Niente scuse,lei è trasferito nuovamente alle spedizioni”. Abbassai la testa, ringraziandolo di non avermi licenziato… Non ero ironico, poteva andarmi anche peggio e lo sapevo. Ma ero comunque affranto ed arrabbiato, poiché solo pochi giorni prima ero stato promosso nel reparto gestionale dopo anni di e anni di attesa. Mi voltai e sorpreso notai seduta sul marciapiede una mia collega che sapevo avere lo stesso mia vizio. “Laura,non mi dire che anche tu…”. Mi guardò con i suoi stupendi occhi azzurri facendo cenno di si con la testa. “Beviamoci su… che ne dici?” L’inaspettata proposta mi suonò particolarmente piacevole e senza esitare un attimo accettai e uscimmo a fare due passi. Sul momento non mi resi conto quanto stupenda stesse diventando quella serata che non avrei mai dimenticato. La mia testa era altrove, persa più che negli occhi di Laura, nei tanti pensieri che mi avrebbero impedito di prender sonno. Passarono un paio d’ore e dopo il drink, l’accompagnai a casa, facemmo appuntamento per il giorno successivo e poi ci salutammo. E per me ricominciò il tormento. “È proprio vero che il tempo è denaro”. Non riuscivo proprio a realizzare il fatto di aver perso il lavoro per aiutare qualcuno. Lo trovavo assurdo e quasi paradossale. Non amavo quell’impiego, ne avevo semplicemente bisogno per arrivare a fine mese. Passarono alcune settimane prima che mi rassegnassi all’idea di dover portare pacchi su e giù per dieci ore. Sarà un imprevisto a farmi rivalutare completamente quella mia faticosa occupazione. Mentre stavo andando ad un appuntamento con la mia splendida nuova ragazza, infatti, vidi sulla prima pagina di un giornale un articolo che rubò subito la mia attenzione lasciandomi di stucco: “Milionario muore e lascia la sua enorme eredità al cane e a degli sconosciuti messi alla prova”. “Assurdo” pensai e incuriosito guardai meglio la foto, riconoscendo in essa il vecchietto che una decina di giorni prima avevo aiutato. Avvertii che avrei fatto ritardo e corsi al mio appartamento a controllare cosa ci fosse in quella lettera che mi aveva dato ma che non avevo aperto. Ero felice come un bambino a Natale. “Magari sono io uno degli ereditieri, magari lì dentro c’è il numero di telefono del sul avvocato”. Purtroppo le mie aspettative e i miei “magari” furono palesemente delusi. Trovai infatti solo un bigliettino con su scritto “A te ho lasciato qualcosa più importante dei soldi”. Nessun numero… nessun indirizzo… neanche un euro!!!. “Cosa ci può essere più importante dei soldi?” sbuffai e pensai tra me e me di essere stato sfortunato anche in quella strana circostanza, quasi la cattiva sorte mi avesse preso di mira. Mi sbagliavo e non di poco… Quelle parole potevano, dovevano avere un senso,ma quale? Non facevo altro che ripetermele. “A te ho lasciato qualcosa più importante dei soldi”, “A te ho lasciato qualcosa più importante dei soldi”. Guardai l’orologio per capire di quanto fossi nuovamente in ritardo ed ebbi l’illuminazione necessaria ad aprirmi gli occhi. Non c’è nulla di più prezioso del tempo… e lui me ne aveva regalato tanto altro. Ripensai a quella famosa giornata; la jeep blu che non si era fermata, frettoloso come ero se non l’avessi aiutato, mi avrebbe sicuramente investito. Avevo, avevo... e ho ancora i brividi a pensarci avuto inoltre la possibilità quella stessa sera, in quella serie di “coincidenze” di farmi conoscere dalla ragazza che poi si era rivelata essere l’amore della mia vita. In più l’azienda per cui lavoro, per problemi interni, aveva poi messo in cassa integrazione tutti quelli degli uffici, lasciando al loro posto solo gli impiegati delle spedizioni. Corsi da lei. “Ti spiego dopo, seguimi”. La portai al cimitero. C’era una persona che non potevo non ringraziare. Posai il mio orologio sulla lapide solitaria e strinsi forte Laura. Le sussurrai con le lacrime agli occhi come erano andate le cose e dello stupendo dono che avevo ricevuto,poi dolcemente la presi per mano ed insieme ci inginocchiammo e cominciammo a pregare.

  • 06 giugno 2009
    Humus in fabula

    Come comincia: “Hanno ucciso l’Uomo Ragno, Capitan America è molto malato, Iron Man è decisamente appesantito. Confidiamo nell’intervento di Miss Universo, l’Uomo Focaccetta e il Bambino Maggico.”
    Con queste solenni parole, il presidente del Coniglio superiore intercontinentale, isole comprese, un organo saltellante e molto prolifico, concluse il suo intervento sulla situazione dei rapporti Europa-Africa-Medio Oriente.
    Le telecamere scivolarono elegantemente su Buccia di banana, membro aggiunto, appena giunto per giunta dall’Africa, il quale, dopo essersi schiarito la voce e ravviato i lembi del vestito giallo, iniziò il suo autorevole e coraggioso intervento.
    “Ringrazio il presidente e tutti i membri e le membra e le membrane di quest’assemblea. Dopo aver ascoltato le parole dette fin qui, ma anche prima e probabilmente altrove, sento il dovere di richiamare la vostra acuta e brillante attenzione su un problema di non poco conto. Il Mar Merditerraneo, come tutti sappiamo è ormai divenuto una splendida cloaca, una magnifica immensa piscina piena di ogni rifiuto possibile immaginabile, di ogni ben di Dio, aggiungo io!”
    Le facce dei presenti ruotarono una verso le altre, in un graziosissimo gioco collettivo di ammiccamenti, ammaliamenti e ammonimenti. Un vago odore di fogna penetrò le narici e i cervelli, ma era soltanto il delegato dell’Ente Gas e Acquitrini che aveva detto la sua, a microfono spento, infido come al solito.
    Buccia di banana riprese.
    “Insomma, siamo divisi soltanto da questo laghetto merdoso, cari amici e colleghi e collegati, quindi io propongo di solidificare tutta questa distesa di eiezioni trans-continentali, trasformare questo giardino di humus, in fabula! Avremo così una fertile e rigogliosa nuova terra, su cui vivere, prosperare e tapparci le narici. Ci servirà per unire fisicamente le nostre merde. Allora io dico... ”
    E qui la sua voce si fece stentorea e appassionata…
    “Vive la merde! Fondiamo una nuova era di prosperità sulla merda!”
    Gli applausi scrosciarono immediati e calorosi, le mani si sbucciavano, mentre Buccia di banana, al contrario si riabbottonava l’ampio vestito giallo, riprendeva fiato e recuperava aplomb.
    Non si era aspettato una risposta così unanime ed entusiasta, ne era stupito lui stesso.
    La solidificazione del Merditerraneo non fu difficile, essendo ormai già allo stadio di palude merdosa, bastò intensificare per un paio d’anni le emissioni da parte di tutti. Fu varato un piano apposito, l’“Ejection Act”, che prevedeva forti sgravi fiscali per chi si impegnasse a produrre più merda e spazzatura possibile.
    Scoppiò la moda della “merde”, in francese, non per eufemismo, ma per autentico e orgoglioso spirito innovatore.
    I lassativi divennero moneta sonante. In giro per il Merditerraneo si vedevano milioni di uomini e donne, accucciati e con le braghe calate. L’inno del corpo sciolto si stabilì saldamente in testa alle classifiche.
    I problemi iniziarono a solidificazione avvenuta.
    A quel punto, si dovevano ridisegnare i confini delle nazioni e i dissapori si fecero subito sentire.
    Dal sud e dal nord le masse di cagoni si precipitarono verso il centro del grande bacino essiccato, deponendo i propri stronzi come fossero pietre miliari o cippi confinari.
    I litigi sfociarono presto in scontri aperti a suon di secchiate di escrementi.
    Fu istituita una commissione internazionale, la A.N.A.L. Agenzia Nuove Aree Latrinari, alla quale si contrappose immediatamente il M.E.R.D. Movimento Europeo Ridistribuzione Deiezioni, che rivendicava il diritto a maggiori territori, proprio in considerazione del fatto indiscutibile che era stata l’Europa e non l’Africa o il Medio Oriente, a contribuire per secoli in misura preponderante alla trasformazione del Merditerraneo.
    Squadre di specialisti in coprologia mapparono tutta l’area, prelevando campioni di deiezioni in ogni angolo. Fu stabilito che, sì, l’Europa aveva dalla sua una maggiore quantità di merda, ma quella africana e mediorientale risultò essere di qualità superiore. Inoltre, finché il mare non fu definitivamente essiccato, stronzi e spazzatura avevano viaggiato liberamente e alacremente per tutto il territorio, dunque non era possibile fare una distinzione precisa.
    La “Guerra della Merda” scoppiò in pochi mesi. La corsa al riarmo degli sfinteri fu combattuta a suon di mangiate pantagrueliche e quantità industriali di lassativi, che ormai costavano come la cocaina. Ogni popolazione elevò, nel mezzo del Merditerraneo i suoi baluardi di escrementi, vere e proprie fortezze e cattedrali adorne di tarzanelli e pinnacoli marrone.
    Il sogno, la visione di Buccia di banana, rischiava di naufragare, di fallire per l’inguaribile egoismo dell’uomo. Le forze armate di ogni nazione occupavano e presidiavano porzioni del nuovo territorio. Gli scontri si facevano sempre più frequenti e cruenti.
    La soluzione arrivò, inaspettatamente, da un cartello di multinazionali. Proposero di costituire tutto il bacino del Merditerraneo come territorio indipendente e autonomo, governato da una commissione di imprenditori e politici. I proventi sarebbero stati suddivisi equamente fra la popolazione ivi stanziata e i paesi contribuenti.
    Non essendoci un progetto alternativo credibile, la mozione al Coniglio intercontinentale fu accolta.
    Il nuovo territorio ebbe finalmente un nome, COPROMAR.
    La straordinaria avventura del Merditerraneo era iniziata, finalmente era nata la prima democrazia fondata sulla merda.

  • 06 giugno 2009
    Il robot curioso

    Come comincia: Click... Bzzzzz...gnak gnak gnak...Vrrrrrr...
    QROCT 32 si riattivò, dopo alcune ore passate a ricaricare le batterie, allacciato alla rete elettrica di casa Webster.
    Il suo programma di lavoro indicava in bell’ordine tutte le mansioni che doveva svolgere quel giorno.
    Pulire pavimenti, lavare piatti, rasare l’erba del giardino, verificare la funzionalità della lavatrice, che da qualche giorno non faceva il suo lavoro.
    La sua speciale, e anomala, subroutine, denominata LFT (Look For Truth) si intromise nella perfetta tabella di marcia, inviando al processore numerose richieste.
    1) Verificare l’attendibilità delle parole di Maggie, padrona di casa, moglie di Bill, e madre di 3 figli, Carrie, Bob e Alice.
    La sera prima aveva dichiarato al marito: “Caro, domani devo uscire presto, per incontrare la mia vecchia amica Julie, è tornata da NY e avremo un sacco di cose da raccontarci. Probabilmente pranzeremo fuori.”
    2) Verificare le parole di Bill: “Ok cara, non c’è problema, io sarò fuori tutto il giorno, accompagno il direttore in un giro di visite ai clienti, probabilmente ci vedremo per cena.”
    3) Verificare le dichiarazioni di Carrie, la figlia maggiore, di 15 anni: “Papà, mamma, domani ho l’allenamento di ginnastica, il Prof dice che siamo indietro per la gara e dobbiamo fare attività extra, quindi starò fuori anche tutto il pomeriggio, dopo la scuola.”
    4) Verificare le intenzioni di Bob, secondogenito, 12 anni. La sera prima ha detto al padre:  “Se non mi compri le nuove scarpe superfighe, giuro che vado a rubare per comprarmele io”.
    Bill non aveva dato peso alle parole esagerate del figlio, faceva spesso così, ma non aveva mai combinato niente, poi.
    5)Verificare le parole di Alice, 4 anni: “Buuuh... Cai ha un odoe stano, sa tutta di vaniglia! Nel sgazubbino c’è un animale butto!” Cai, era ovviamente Carrie, Alice stava manifestando una certa difficoltà a pronunciare la R.

     

    Quando tutta la famiglia fu pronta per uscire, Stak (diminutivo di Stakanov, scherzosamente attribuitogli da Bill) accompagnò tutti alla porta, fino al vialetto e si apprestò ad organizzarsi per armonizzare la tabella di lavoro e le richieste dell’LFT.
    Per alcuni microsecondi, la sua IA (intelligenza artificiale) faticò a trovare lo schema migliore. Poi, con un inudibile click, il relais del “Pronti, via!” scattò.
    L’agile e scintillante figura di plastica e acciaio balzò verso lo sgabuzzino, prese scopa, straccio e secchio e li mise da parte. Poi svuotò completamente il piccolo locale di servizio e trovò un buco, che conduceva all’esterno della casa. Lo chiuse in circa 7 secondi, inchiodando una tavoletta di legno alla parete. Dell’ “animale butto” nessuna traccia, evidentemente era già a spasso per il giardino.
    In altri 8 minuti pulì il pavimento del piano inferiore.
    Altri 12 gli ci vollero per quelli del piano superiore, le stanze dei ragazzi erano, come ogni mattina, un’indescrivibile giungla di disordine.
    Per riordinare la cucina gli bastarono 4 minuti netti.
    Quindi, attaccò il suo cavo di collegamento alla lavatrice, per un check up completo. Il chip di memoria dell’elettrodomestico era andato, bruciato.
    Corse in giardino, afferrò il tosaerba e, come una tempesta, percorse in lungo e in largo lo spiazzo erboso, sollevando una nuvola di coriandoli verdi.
    Nell’angolo nord-est le lame incontrarono qualcosa di anomalo. Un lieve rallentamento e uno schizzo di sangue e interiora, gli rivelarono la presenza del “fu animale butto”, una talpa. Raccolse i resti dell’intrusa e li depose nel bidone dei rifiuti.
    Tempo necessario per tutta l’operazione taglio erba, 11 minuti.
    Il suo orologio interno gli comunicò che erano le 8.49.
    Avendo stimato che la famiglia avrebbe impiegato 43 minuti per raggiungere le scuole e lasciare i figli e altri 12 per arrivare all’ufficio di Bill, Stak calcolò che aveva
    14 minuti per trovarvisi anche lui.
    La subroutine CAMOUFLAGE, elaborò il travestimento adatto.
    Un minuto dopo, il domestico cibernetico era trasformato in operaio stradale. Salopette di jeans di Bill, guanti gialli da giardinaggio di Maggie, casco di plastica rossa da skateboard di Bob.
    Così trasformato, l’uomo sintetico sfrecciò verso la city, alla velocità di 45 km/h.
    Mentre si dirigeva verso l’ufficio di Bill, superò la macchina della famiglia, con i due coniugi a bordo. Dovevano aver incontrato più traffico del previsto. Bene. Calcolando che avevano ancora 6 isolati da percorrere, Stak si fermò al negozio di elettrodomestici e acquistò il chip nuovo per la lavatrice.
    Quindi, si appostò all’angolo del palazzo della Future Insurance, la Compagnia dove Bill lavorava.
    Pochi minuti dopo, la grossa auto famigliare accostò al marciapiede e sbarcò l’uomo.
    Maggie ripartì con una leggera sgommata, nonostante il cambio automatico. Stak diagnosticò un consumo eccessivo del battistrada e memorizzò l’informazione.
    Seguì la padrona fino a un centro commerciale poco distante. La signora Webster varcò l’entrata e si mischiò alla folla. Il detective sintetico, azionò la vista a infrarossi e “targetizzò” il bersaglio.
    Dalla strada, dove si era appostato, fingendo di ripulire una scritta sul muro, vide la donna avvicinarsi ad un soggetto umano maschile e prenderlo per mano.
    I due si sedettero al bar del centro commerciale e presero da bere.
    All’uscita dei due amanti sospetti, il robot della famiglia Webster attivò la telecamera e si mise a pedinare i fedifraghi. Maggie e l’uomo camminavano fianco a fianco, lanciandosi occhiate e sorrisi. Stak li filmò mentre entravano in un albergo.
    Avendo registrato prove indiziarie sufficienti, secondo le istruzioni dell’LFT, il cervello elettronico passò alla seconda missione.
    La ricetrasmittente incorporata compose il numero di telefono di Bill.
    “Prrrooontooo” - rispose il padrone dopo 2,49 secondi.
    “Signor Webster” – esordì Stak – “La chiamo per comunicarle che il chip della lavatrice era bruciato e ho dovuto acquistarne uno nuovo. Totale spesa 53 dollari e 24 centesimi.”
    “Bene, bene Stak. Ottimo. Ciao” – tagliò corto Bill, che evidentemente era indaffarato.
    I pochi secondi di comunicazione bastarono al robot per tracciare la posizione dell’uomo. Era ancora in ufficio.
    Andò ad appostarsi nuovamente all’ingresso del palazzo, riprendendo a grattare dal muro scritte e manifesti.
    Dopo poco, il signor Webster uscì di corsa e si avviò verso il bar di fronte. Seduta a un tavolo, in fondo al locale, un’avvenente bionda, sui 35 anni, gli rivolse un cenno con la mano e un sorriso. Lui andò dritto da lei e si sedette a sua volta.
    La telecamera di Stak si attivò immediatamente, compiendo numerose zoomate dei due che si baciavano e stringevano le mani.
    Missione completata.
    Era il turno di Carrie. Il cyber-tuttofare analizzò i dati relativi alle lezioni della ragazza. Ne avrebbe avuto fino alle 12.30.
    Si diresse speditamente verso casa Webster, entrò e sostituì il chip della lavatrice.
    Tornando verso il centro città, si fermò all’asilo di Alice, che stava giocando nel giardino con altri bambini.
    La informò che il “butto animale” dello sgabuzzino era stato trovato ed eliminato.
    Quindi riprese la strada verso la scuola di Carrie e, per passare inosservato, si mise a raccogliere foglie secche nel grande prato antistante.
    Il suono dell’ultima campanella arrivò mentre finiva di ammassare le foglie in un grande mucchio, vicino ai cassonetti dell’immondizia.
    Attese di vedere la ragazza che usciva, tra la massa degli studenti. Scendeva le scale esterne a braccetto di altre due coetanee. Sghignazzavano e lanciavano battute e commenti all’indirizzo di altri compagni.
    Stak azionò il microfono direzionale.
    “Marc... fra 5 minuti al rifugio, ok?” – disse Carrie ad un aitante biondone – “e non dimenticare l’attrezzatura, mi raccomando!”
    L’analisi delle frasi, effettuata dalla subroutine “YSB” (Young suspect Behaviour), attivò numerose funzioni algoritmiche, concludendo che Carrie non sarebbe andata a ginnastica.
    Il pedinamento fu breve. La ragazza si avviò, insieme alle amiche, verso un magazzino, aprì la porta secondaria e vi si infilarono di soppiatto. Dopo pochi secondi 4 ragazzi imitarono le studentesse.
    Stak girò intorno all’edificio, analizzando la struttura. La sua trasmittente si collegò all’ufficio catastale e apprese che il magazzino era intestato al padre di un compagno di classe di Carrie, ma risultava inutilizzato.
    Con un salto si portò sul tetto e, attraverso le vetrate sporche, si mise in osservazione.
    Al centro del vasto locale era stato allestito un set per riprese amatoriali. La telecamera del robot filmò alcuni minuti di scene molto hard e considerò conclusa la missione.
    L’orologio interno avvertì l’uomo artificiale che era tempo di dirigersi verso la scuola di Bob, per completare l’ultima missione.
    In pochi minuti la raggiunse, ma il ragazzo non era presente. Doveva essere uscito prima dell’orario o aver marinato del tutto.
    I microcircuiti si misero al lavoro, per cercare la strategia da seguire.
    Banalmente, gli suggerirono di fermare un compagno di classe di Bob e chiedere di lui. Cosa che fece immediatamente. Il ragazzino consultato gli riferì che era andato di corsa al negozio di scarpe per acquistare il modello che gli stava tanto a cuore. I soldi, a quanto pare, li aveva semplicemente sottratti dal cassetto dei genitori, dove tenevano sempre del contante per le emergenze.
    Missione completata.
    Quella sera, il robot domestico QROCT 32, denominato Stak, servì la cena alla famiglia Webster.
    Dopodiché, attivò le registrazioni compiute quel giorno sul grande monitor del soggiorno.
    Mentre la famiglia assisteva basita e sconvolta alle proprie imprese giornaliere, il robot curioso uscì dalla casa. E non fece più ritorno.
    L’ultima comunicazione, scritta su un bigliettino lasciato nell’ingresso fu:
    “Gomme auto consumate, sicurezza insufficiente, provvedere a sostituzione”.

  • 06 giugno 2009
    Out of the sunrise

    Come comincia: Odiava la notte. Non appena si stendeva sul letto, gli piombava addosso tutto il peso del passato. Si sentiva incollato e spalmato sul materasso, come burro sciolto sul pane caldo. Chiudendo gli occhi, vedeva solo immagini che avrebbe voluto solo dimenticare, cancellare, strappare dalla sua mente come vecchie foto ingiallite. Invece, ecco che si presentavano nuovamente e l’avrebbero fatto ancora e ancora, finché il tormento non l’avrebbe condotto alla disperazione. Lentamente, cercava di girare la testa per scacciarle, ma a ogni movimento corrispondeva un ricordo più doloroso del precedente. Quanti errori e rimorsi aveva accumulato nel corso di quarantadue anni? Tanti, troppi da sopportare per un uomo solo. Aveva raggiunto il limite… Una lacrima gli scese lungo la guancia, ferendolo come la lama di un coltello. Forse, la morte poteva essere l’unico rimedio, l’unica soluzione per non essere più schiavo dei suoi pensieri. Ma lui era un codardo ed era escluso che si suicidasse, perciò non gli restava altro che convivere con tutto questo… Le tenebre stavano sbiadendo in una tenue luce color acciaio, mentre gli uccelli parevano salutare un nuovo giorno. Possibile fosse già l’alba? Incredulo, si alzò e uscì in balcone. Il sole si stava ergendo da una spessa coltre di nubi, avvolgendo la Terra in un dolce abbraccio, mentre i suoi figli, i raggi, tingevano ogni cosa di un caldo corallo. Sotto quella luce, tutto era diverso, più bello. Inspirò profondamente e l’aria, ancora fresca e frizzante, solleticò i suoi polmoni, facendolo sorridere come non aveva mai fatto. Come aveva potuto dimenticare tutto questo? Come aveva potuto pensare che tutto quel che riguardava la sua quotidianità gli fosse dovuto? La luce, più decisa, incontrò le sue labbra e lo baciò, purificandolo dalle tenebre. Incredibilmente, sentì il cuore leggero come un fringuello e gonfio di un sentimento non esprimibile a parole. Felice di poter osservare la città che, pigramente, si animava, si rese conto di essere perdutamente innamorato della vita.

  • Come comincia: Nella nostra adolescenza, i miei fratelli ed io, avemmo un padre padrone che ci limitava in tutto; perfino ad accostare i nostri coetanei poiché, a suo dire, non conosceva le loro origini; però, mi fa tanta tenerezza ricordare che ci ha permesso di tenere in casa - con nostra grande gioia - un cucciolo di cane, al quale ci siamo dedicati amorevolmente per gran parte della nostra vita e tengo anche a fare rilevare che di mezzi ne avevamo ben pochi, ma ad esso non venne mai nulla a mancare…
    In quanto al suo arrivo, è stata nostra grande sorpresa trovarlo quando meno ce lo aspettavamo sul pianerottolo d'ingresso ed era talmente piccolo da essere tenuto tra i denti della madre che, spaventata, lo depose a terra e scappò via… Facemmo appena in tempo a vedere un volpino dal pelo marrone allontanarsi velocemente: volpino che tornò altre volte nei giorni successivi. Nel silenzio del mattino si udiva un lieve grattare alla porta: era essa "la nutrice di Fuffy", a noi bastava aprirle la porta e col suo fiuto gli era subito vicino per alimentarlo. Ma, purtroppo, un giorno, senza che ce lo aspettassimo, sparì nel nulla e a noi non fu mai dato sapere donde venisse.
    Crudele fu subire una simile cosa! Eravamo impreparati sul da farsi e la paura che Fuffy morisse ci attanagliava la gola e ancora una volta fummo costretti ad affidarci ai consigli di papà i cui compiti assegnatici, grazie all'elevato livello d'intelligenza del cane, ci permisero di addestrarlo in tante cose, quali: aggirare gli ostacoli quando lo si portava in campagna, eseguire i nostri comandi, accertare la provenienza di rumori, stare alla larga da animali più grossi di lui, fermarsi sul marciapiede onde vedere se fosse o no il caso attraversare la strada e infine si riuscì perfino, con nostra grande soddisfazione, a giocare con esso: gli tiravamo la palla ed esso la rimandava indietro spingendola col suo muso…
    Insomma, sembrava ad esso mancasse la parola: ci fu sempre vicino ed erano guai quando qualcuno si accostava a noi; ci eravamo talmente abituati alla sua presenza come fosse persona umana... E oggi che non c'è più proviamo ancora dolore per la sua dipartita, fedeltà e compagnia venuteci a mancare...

  • Come comincia: Si è fatto davvero tardi stasera e nel letto un ultimo pensiero a quell’abbraccio, prima di vederti di nuovo andar via, mi accompagna da Morfeo. Busso alla sua porta ma non avendo risposta e non potendo tornare indietro, mi siedo pensieroso su uno scalino e la mente comincia a vagare ignorando la stanchezza accumulata; è giunto ormai il momento di affrontare e ricomporre, seduto al tavolo delle trattative con il mio passato, i pezzi di un puzzle che una volta completato porrà fine ad un incubo che mi perseguita da tempo. Portata al massimo la concentrazione, mi ritrovo a camminare nel buio tra le pagine di un libro ancora aperto, convinto però questa volta a chiuderlo per sempre o quanto meno a passarci sopra… a tornare finalmente a casa o nel posto che più sento appartenermi. Le favole non esistono se non nel cuore di chi le vive; io la mia l’ho scritta e questo è uno dei suoi capitoli: c’era una volta. Sperando non ci sia ancora… un dolce Pollicino perso nel fitto bosco di ricordi, immagini, canzoni. Disperato lasciava cadere sulla sua strada tante piccole briciole che alzavano talmente poca polvere da non essere viste da chi gli stava accanto. Scendeva una cascata imponente sulle rocce nel frattempo e nessuno, pur volendo, avrebbe potuto notare il suo faccino triste... Arrivato in un vicolo cieco, davanti ad un burrone che precedeva un enorme montagna, dentro le sue scarpe rotte sentì un formicolio... aveva l’estremo bisogno di qualcosa... senza lasciargli il tempo di capire cosa volesse davvero fare, la sua testa fu assalita dalle vertigini, malessere derivante dalla nostra incapacità di spiccare il volo… ma non voleva buttarsi nel vuoto anche se questo gli fosse servito a spiegargli le ali, così non andò oltre. Sentì lungo la schiena un brivido, aria di cambiamento sulla pelle di chi non getta la spugna, ma la stringe forte... non cede, ma sa in qualsiasi momento sa di poterlo fare... e decise di guardare in faccia quel monte, puntando in alto e urlare a gran voce un nome... il Suo nome, sperando che qualcuno lo stesse cercando o almeno udendone l’eco di ritrovare quantomeno se stesso nella solitudine … ma niente... anche la sua voce non pareva appartenergli… Allora cominciò a saltellare da un angolo all’altro del cubo di Rubik in cui era rinchiuso, ma qualsiasi faccia esso mostrasse, qualsiasi combinazione riuscisse a tirar fuori non era mai quella giusta... giusta per gli altri,per la società... per vivere sereno… per tornare a stringere il suo corpo, abbracciare il suo io… Vide un fiumiciattolo e provò a tuffarsi sperando di non venire trascinato dalla corrente… ma non trovò nessuna risposta tra le dolci acque... quindi uscì contrariato e tutto fradicio. Prese tanto freddo da sentirne ancora gli aghi sulla pelle al solo pensiero... Quando smise di cercare,finite le briciole e il verde attorno, cominciò a trovare le risposte... la soluzione è sempre proprio sotto il tuo naso... e mentre sconsolato andava dove lo portavano i piedi ormai scalzi sfiorando ostacoli e sabbie mobili, vide una pozzanghera. Aveva piovuto… avrebbe potuto non smettere mai... si fermò. Una rana sguazzava allegramente e senza farlo apposta gli sporcò il viso con del terriccio. Aveva la barba, lo sguardo spento e 2 grosse borse sotto gli occhi, quasi essi si preparassero a reggere altri pesi oltre quelli che regala un mondo in cui non trovava più posto. Si lavò la faccia e con una mano si accarezzò le gote, poi il mento… il collo... e notò che sulla punta del naso era ancora sporco… un accenno di sorriso comparve sul duo delicato faccino…  era di nuovo in sé… si accorse che non c’era altro da trovare... basta un piccolo gesto, anche involontario a volte, per cambiare la vita ad una persona. Questa storia non ha fine né morale... perché la sto ancora vivendo… Un sottile filo di Arianna mi riportava alla realtà e con esso scivolavo dolcemente nel luogo dove niente è negato o è amorale... dove fulmini e tempeste non sono che effimeri lumini di fronte alle passioni, reale espressione della voglia di vivere… Il bosco per me era tornato ad essere città, la pozzanghera vetrina di nuova speranza  tutto ora sembra sorridere in modo beffardo, tanto che non ho più necessità di indossare quelle scarpe, cammino scalzo se non nudo a volte... non ho più bisogno di alcuna maschera. E mentre la barba veniva rasata e le maniche rimboccate di assi... qualcos’altro è cambiato... mi accorgo di esser circondato da persone che mi adorano… Per quanto il sole batta senza sosta sul fango, nei giorni caldi che seguono la tempesta, esso non si asciuga, anzi tende presuntuoso a trattenere quell’acqua inconsistente e superficiale che gli ha dato vita... i giorni passeranno e il sole rimarrà sole, il fango non altro che melma, sola, indifesa, calpestata e denigrata... perché se neanche la più bella tra le donne riesce a mostrare tutto il suo splendore se non illuminata e scaldata da quei raggi, immagina quanto risalto possa avere chi già di per se nasconde quel che vale dietro le apparenze... le sue incertezze… ma ora mi è chiaro… non voglio essere fango… ma girasole… e in parte luminosa stella se a qualcuno serve conforto e sostegno… ci sei… ci siete e questo mi basta per essere felice. Si è fatto così tardi stasera e su uno scalino felice aspetto il domani e Morfeo che ancora non mi onora della sua presenza… ma una cosa l’ho imparata in questa strana dormiveglia: voglio continuare a vivere tenendo gli occhi chiusi e il cuore aperto… non desidero altro.

  • 01 giugno 2009
    E fu un pianto di scarpe

    Come comincia: Il ragazzo la punse col coltello a serramanico e premette la lama sul fianco.
    Adesso vedeva solo gocce d’acqua e il lungo pavimento della sala.
    Da quanto tempo ormai non assaggiava il pomodoro al basilico, da quanto tempo il sugo non gli scolava addosso?
    Una goccia di rosso antico e fuori il vento forte e deciso; molto diverso dal suo attuale rantolare.
    Un tempo anche Nina era stata bambina.
    Si, era stata proprio una bella bambina. Anche i boccoli d’oro aveva quella bambina lontana.
    Riccioli che sapevano nascondere molto bene le orecchie appuntite da elfo che adesso spuntavano fuori del vecchio berretto di lana e da un buco quadrato e sfilato.
    C’era sporco di grasso sulla maglia fatta a punto rosat un dritto e un rovescio.
    Comunque sia pure lei, come tutti gli altri, in un tempo lontano aveva spento la prima candelina.
    Anche Nina gattonava come tutti i bambini e aveva una madre che la teneva per mano.
    Così come sanno fare solo le mamme.
    Nella sala - col coltello sul fianco e la goccia che cadeva dal naso - come in un tempo remoto gattonava anche Nina -
    Così come fanno i bambini prima ancora di reggersi in piedi: per andare. Il tempo era ancora intervallo.
    Nina era pura distanza irrazionale tra ciò che era allora e ciò che raccontava al mondo, quella cosa inimmaginabile che sarebbe diventata.
    Molto prima di questo coltello che le stava pungendo il seno.
    Prima che il dopo mietesse radici come grano immaturo e lei si ritrovasse ad usare sacchi a pelo di cartone e panchine: ostinatamente grigie.
    Prima che l’intelligenza abusasse dell’idiozia e contemporaneamente risuonassero dentro.
    Liberata da pensieri razionali a vagare coi piedi nudi e neri sul cemento.
    Qualche volta le capitava di dormire sulle panchine verdi di piazza d’Italia ed era come stare in un albergo a cinque stelle sotto il cielo. Un tempo aveva una madre che scioglieva le trecce col gomito alzato.
    Ora il gomito alzato di Nina nascondeva la faccia.
    La paura saliva e la goccia di rosso scendeva dal fianco.
    I ragazzi erano quattro.
    Solo uno però aveva il coltello.
    Due ragazze sulla porta guardavano curiose la scena.
    Non sapevano ancora che anche Nina una volta era stata bambina.
    Anche lei come loro.
    Dentro un sacco di nylon Nina aveva nascosto un pezzo di pane.
    E lo prende veloce e lo offre al ragazzo che ora ride piegato, lisciandosi il pelo sul cranio.
    Era lucido e nero come marmo di tomba.
    E la Nina non sapeva cosa c’era ancora da dare.
    Non aveva neppure paura.
    Anche lei ripiegava la schiena emettendo una smorfia di riso con due occhi che tradivano il vero terrore.
    Una volta sua madre le annodò il fiocco del grembiule sul fianco,
    e stringeva la carne come ora il ricordo le stringeva la mente.
    Le ragazze adesso erano tre.
    E sostavano ferme con la schiena appoggiata sul vetro
    a riflettere sullo specchio rovescio e sulla vecchia indifferenza del giorno.
    Ma non fateci caso. E’ spesso così!
    C’è sempre qualcuno che si ferma per poco ed ammazza il suo tempo dopo aver vidimato il biglietto.
    E non hanno nulla da fare.
    Possono solo aspettare che passino quei maledetti dieci minuti senza nulla da fare.
    E le ore passavano e anche i treni partivano.
    E arrivavano.
    Alcuni in ritardo e alcuni in orario.
    Anche il treno per Milano aveva un leggero ritardo; quello da Trieste era in arrivo sul secondo binario, anticipandosi di alcuni minuti.
    I ragazzi però non restavano fermi, agitavano il coltello puntato sul mento.
    Loro non avevano un treno da perdere.
    Non avevano un viaggio da fare.
    Prendevano solo la durata del tempo che restava alla Nina.
    C’era il marmo del marciapiede bagnato di pioggia di scarpa e milioni di gocce allagavano la sala d’attesa, e centinaia di persone facevano una breve sosta per guardare Nina gattonare.
    Il secondo ragazzo uscì dal gruppo e prese coraggio, strappa di mano il coltello a quello nero di cranio e lo affonda sulla schiena di Nina.
    Mentre Nina moriva ci fu un pianto di scarpe che correvano, gocciolando e allagando quel marmo.
    Ora rosa confetto.
    Le ragazze, adesso avevano fretta.
    E correvano al treno che stava arrivando.
    I ragazzi scapparono via.
    Anche loro forse presero un treno.

  • 01 giugno 2009
    La festa della vita

    Come comincia: Nello, il maggiordomo, era appena uscito dallo studio col solito passo strascicante.
    Quel telegramma non finì accatastato sopra gli altri. Grazia volle leggerlo tutto d’un fiato.
    “E’ il nipote del libraio Carlino… chiede notizie sulla mia salute. Andavo e venivo da loro tutti i pomeriggi.”
    Come gli sfrigolii del temporale indugiavano presso i vetri dei due finestroni laterali, allo stesso modo gli occhi di Grazia erano due direttori d’orchestra che modulavano in sincronia la pioggia dei ricordi.
    “Ha visto? Neanche a esserci messi d’accordo! Le raccontavo della mia Sardegna, e guardi un po’ chi mi ha scritto.”
    Grazia mi chiese con cortesia di spalancare i battenti.
    Del maltempo non le importava più.
    Per quasi un’ora la circondò un denso tepore di lacrime.
    “Suo padre si arrabbiò?”
    “Reagì molto male, d’altronde l’avevo messo in conto. Ma non c’erano altri modi allora di guadagnare quei soldi, che trafugare e vendere l’olio della nostra cantina.
    Il peggio avvenne dopo le prime pubblicazioni.”
    Quattro giovinastri appollaiati presso i cespugli di una tanca, una mattina l’avevano presa a colpi di rami e sassi, e le avevano insudiciati i capelli d’inchiostro.
    “Volevano che smettessi di scrivere; ripetevano che mi conveniva cercarmi marito, che quella era la mia terra e io la stavo disonorando!”.
    Grazia insistette perché mettessi almeno un mezzo cucchiaino di zucchero nel mio caffè; era un suo mirabile vezzo prodigarsi per rendere le cose meno amare.
    “L’indomani per la festa di S. Antonio Abate, mi spuntarono sulla fronte e sulle braccia, lividi grandi come noci.
    Quei quattro furfanti stavano a vigilare da sopra i loro muli; passai loro nel mezzo, e li salutai.
    La notte stessa poi, sotto una luce fiochissima, il vento delle brughiere chiamò la mia mano a scrivere le Leggende Sarde.”
    Il marito fu indispettito della mia presenza a quell’ora inoltrata; ho ragione di credere che temesse più che altro un mio coinvolgimento con la stampa clandestina antifascista.
    Grazia restò indifferente alle sferze del marito; la tenne desta il mio viso asciutto e carnoso; prese a fantasticare su di me, come sull’immagine di un Elias Portolu più forte e conturbante.
    “Essere giovani è il premio che Dio offre a tutti; ma ascoltami; bisogna ben riporre la giovinezza in noi stessi, per rintracciarne ancora il luccichio, quando la vecchiaia ci condurrà sul suo cocchio”.
    Grazia rimase in silenzio per una ventina di minuti, posata sul letto come un ritratto nostalgico.
    Meno che mai la scuoterono le mie domande sul premio Nobel, sul prestigio internazionale, sulla bella amicizia con D.H.Lawrence.
    “Cantami qualcosa della tua Sicilia”, riprese, dopo avere scompigliata la sua crocchia, e resi liberi decine e decine di capelli ingrigiti.
    “Veramente non ne conosco” ammisi con molto imbarazzo.
    “Dopotutto”, mi disse,intercalando una smorfia a ogni parola,”tu non sei come Elias.”
    Passarono due giorni e tornai da Grazia a mostrarle l’anteprima dell’articolo che avrei pubblicato l’indomani per il mio giornale, sperando sempre d’integrarlo all’ultimo momento con rivelazioni esclusive.
    Con mia sorpresa mi aprì il marito; i suoi baffi neri e lo sguardo vagamente astioso, stavano quasi per farmi recedere.
    M’introdusse poi un po’ forzatamente nello studio della moglie; la sorpresi che cantava un brano in dialetto sardo, mentre a mano scriveva su un foglio per lettere. A un segno dei suoi occhi mi feci più vicino. Di diverso notai gli scaffali svuotati di libri, e quattro piante alte, poste agli angoli della scrivania.
    “Basta, non poto pius relatare, discorro su chi poto insa memoria”, fu tutto ciò che a un orecchio mi disse.