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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:

    1
    Era nato quando ormai la regina Speranza non ci credeva più e, a dispetto del suo nome, aveva perso tutte le sue speranze.
    Nella sala parto il trambusto si era fatto incontrollabile: il piccolo voleva venire al mondo e non aveva nessuna intenzione di aspettare oltre. Le tre infermiere addette all’assistenza, Tempestività, Precisione e Professionalità non erano riuscite a preparare l’acqua di colonia calda e i panni di lino profumato, non era pronta nemmeno la culla di rose col velo di raggi di sole e temevano le ire del re, che avrebbe voluto per il suo secondogenito tutti gli onori del caso.
    Indifferente alle bazzecole del mondo esterno, il principino sguazzava nel liquido amniotico agitando le gambe e le braccia sempre più freneticamente. Ma che aspettavano a farlo uscire allo scoperto? C’erano talmente tante cose da fare, che a stento era riuscito ad annotare tutto nella sua agenda azzurra degli appuntamenti: anzitutto avrebbe dovuto rimettere un po’ d’ordine nel castello e assegnare a ciascuno il suo compito, badando che ogni pedina si muovesse sulla scacchiera rispettando le regole del gioco. Ogni mossa al momento opportuno e nella direzione giusta. Non ci sarebbe stato nessun rischio di scacco matto dal momento in cui lui avesse preso le redini  nella scuderia.
    Ma non sarebbe stato un compito facile, lo sapeva fin troppo bene.
    Mentre pensava a tutto questo, la grande porta dorata si spalancò e la luce al neon gli ferì allegramente gli occhi: la sfida era iniziata.

    2
    La prima fase fu caratterizzata da uno studio attento dell’ambiente e dei componenti del gruppo reale: la regina madre, sempre indaffarata, presa dalle sue frenetiche attività culinarie, poetiche, didattiche, con manie di persecuzione da parte di un tale che chiamava Fato e che nessuno sapeva chi fosse veramente; il re padre, affetto da una strana malattia genetica che lo teneva avvinghiato con lunghe e ritorte radici al pavimento del castello, sempre silenzioso e fermamente convinto che la soluzione di ogni enigma fosse nascosta in un sudoku; il principe primogenito, fratello, appassionato di cavalli, sempre alla ricerca disperata di monete d’oro da spendere per i suoi tornei, perennemente fuori dalle mura del palazzo reale, pericolosamente attratto da damigelle  e masnadieri di ogni sorta.
    Ma qual era il suo posto e il suo ruolo in questo casino (pardon) castello?
    Mentre meditava sul da farsi, crogiolandosi un po’ nel lino morbido della culla, e piegandosi l’orecchio destro a libretto, dalla grande finestra che dava sul parco reale, alla velocità di un fulmine, entrò nella stanza Ti-aiuto-io.
    Alto sì e no quattro dita (orizzontali, naturalmente!), con grandi occhi azzurri e ricci capelli del colore delle carote, un sorriso che scioglieva il cuore, saltò sul cuscino del principe Buono e gli sussurrò all’orecchio:
    - Fidati di me. Insieme ce la faremo. Ne vedrai delle belle.-
    Meditando tra sé e sé sul concetto di bello, Buono si addormentò di strapiombo.

    3
    Si svegliò la mattina dopo e si accorse, con un bel po’ di meraviglia, che aveva già diciassette anni.
    Immediatamente pretese anche lui un destriero personale e lo chiamò Aprilia. Per evitare fastidi con le guardie reali, si procurò un foglio rosa e l’assicurazione, corrompendo gli addetti alla sicurezza  che richiedevano un esame regolare. Ai quiz avrebbe pensato poi: adesso aveva fretta di rimettere a posto un po’ di cose nel casino (pardon), castello di famiglia.
    La sua grande missione sarebbe stata scovare e uccidere Fato – che in verità non aveva capito nemmeno chi fosse - poi sarebbe stata la volta dello sradicamento del re padre dal pavimento e infine la rimessa a punto del principe primogenito suo fratello . Ma qualcosa gli diceva che sarebbe bastato vincere il primo duello e il resto sarebbe venuto da sé.
    Si armò di tutto punto: una corazza di acciaio splendente su cui era inciso uno stemma a strisce verticali bianche e nere, con la scritta Juve; un elmo, anch’esso di acciaio sfavillante, su cui si leggeva, a lettere cubitali, Olimpia, e una  spada  affilata e  lucente, ma senza  punta  – gli sarebbe servita per spaventare il nemico, ma senza colpo ferire.-
    Uscì dalle mura del castello in piena notte, in groppa al fedele Aprilia, avviandosi un poco timoroso su un sentiero mai percorso, ma che Ti-aiuto-io, appollaiato sulla sua spalla destra, gli aveva additato.
    Dopo alcune miglia, percorse sempre nel buio più totale, scorse un lumicino ai margini di una foresta e vi si diresse, a passo di trotto.
    Giunto nelle vicinanze, si rese conto che la foresta era un labirinto intricato e gigantesco. Si fermò a riflettere con la fronte aggrottata e un orecchio piegato a libretto: voleva addentrarvisi, ma  lo frenava una fastidiosa sensazione di paura. E se non fosse stato capace di uscirne? si chiedeva perplesso, mentre Ti-aiuto-io lo incitava ad entrare, senza tante esitazioni. Prese il coraggio a due - anzi a quattro- mani, spronò Aprilia e si gettò all’interno, ad occhi chiusi.
    Quando trovò la forza di riaprirli, scorse decine di piccoli elfi verdi, che facevano capolino dalle siepi e, a turno, sussurravano ciascuno una parola, apparentemente senza senso. Allora Ti-aiuto-io gli consigliò di ascoltarle tutte con attenzione, senza farsi distrarre dal fruscio delle foglie e soprattutto senza prestare attenzione ai salti degli elfi. Buono accettò il consiglio e immediatamente le parole acquistarono senso e divennero un discorso chiaro e limpido. Al termine, un campanellino dal suono argentino gli fece riaprire gli occhi e ogni cosa fu chiara: finalmente sapeva dove trovare il terribile Fato e con quali armi combatterlo.
    Scese dal cavallo e cominciò a raccogliere le pietruzze colorate che passeggiavano nel sentiero: ne prese sette: Poi colse sette foglie di asfodelo e sette bacche rosse: mancavano solo tre stelle e il numero sarebbe stato perfetto. Allungò il braccio e le prese delicatamente dalla via lattea.
    Con il bottino nel marsupio, che teneva ben stretto alla vita, risalì sul veloce destriero e cominciò a cavalcare senza esitazioni lungo gli intricati sentieri, e più correva più gli angoli delle siepi si smussavano, le curve si addolcivano, i viottoli diventavano larghe strade a doppia corsia e in men che non si dica si ritrovò al casello autostradale.
    Dalla cabina a forma di mezza noce, l’unicorno bigliettaio gli offrì, come pedaggio, un cesto di fichi profumati e nitrì qualche informazione utile sul percorso da seguire.
    Senza perdere tempo, Buono si avviò, - sgommando leggermente per impressionare il pubblico - sulla strada tutta tornanti che portava alla rocca, dove sapeva che avrebbe trovato ad attenderlo… Fato (aveva ricevuto una soffiata dagli elfi traditori tramite undici pizzini nascosti nelle forme di formaggio).
    Per sconfiggerlo avrebbe usato una dopo l’altra le armi nascoste nel marsupio, dove teneva anche i documenti.
    Vestito di nero, incappucciato e instivalato, le mani nascoste dentro spessi guanti di pelle di tricheco, Fato se ne stava, a gambe divaricate, davanti alla grande porta della rocca, armato fino ai denti (che non si vedevano, perché aveva il cappuccio), e pronto a fare a fettine il suo avversario.
    Quando si trovò a distanza di sicurezza, Buono scese da Aprilia, che affidò al paziente Ti-aiuto-io, e si avviò - tremando dentro ma all’esterno senza paura - verso il nemico.
    Quando il mostruoso personaggio lo riconobbe, dopo aver sospirato con santa pazienza: -Cosa vuoi da me?- gli urlò contro con tutto il fiato che aveva nei polmoni – Chi ti conosce e soprattutto chi conosce tua madre? Hai provato a farti spiegare da lei cosa le ho fatto e quando? Scommetto che non saprebbe cosa dirti.-
    A quelle urla, il principe Buono provò un senso di disorientamento mentre molte delle sue certezze si scioglievano come neve al sole, anzi, si scioglievano tutte insieme, come si stava sciogliendo, davanti ai suoi occhi meravigliati, lo spaventoso Fato. Se li stropicciò, per vedere meglio e quando li riaprì si trovò dinanzi ai piedi un mucchietto di stracci neri impolverati, un paio di guanti neri di pelle di tricheco e due stivaloni, neri pure quelli e per giunta con la suola bucata: niente altro.
    Finalmente aveva capito ogni cosa. Tornò correndo verso Aprilia e senza spiegare nulla a Ti-aiuto-io (che d’altra parte sapeva già tutto), corse al galoppo verso il castello.

    4
    La regina madre, che aveva consumato un’ intera ricarica Tim per rintracciarlo, appena lo vide lo abbracciò stretto e per poco non lo soffocò di baci. Poi cominciò a chiedergli dove era stato e con chi e perché; allora Buono, approfittando del fatto che la sua bocca non si chiudeva mai, vi gettò dentro, in un colpo solo, le sette pietruzze colorate, le sette foglie di asfodelo, le sette bacche e le tre stelle; infine gliela chiuse con la mano destra, quella che usava per la melodia centrale della sinfonia Ètude 3.
    La regina madre spalancò gli occhi come se stesse soffocando, poi ingoiò le sette pietruzze colorate, le sette foglie di asfodelo, le sette bacche rosse e una sola delle tre stelle, perché le altre due, attraverso i canali lacrimali, andarono a sistemarsi nel cervello e cominciarono a fare pulizia. Con la loro luce sfrattarono per sempre l’immagine spaventosa di Fato  e insieme ad essa tutti gli altri pensieri inutili con cui la poveretta aveva perso il proprio tempo prezioso per tanti anni. Ma soprattutto rimisero in moto una rotellina, apparentemente insignificante, che si era bloccata chissà quando, e invece di far muovere in avanti la pellicola, l’aveva fermata sul tasto di stand bay, rischiando di bruciarla.
    Fu a quel punto che il meccanismo tornò a funzionare alla perfezione: la regina trovò da sola la soluzione per ogni problema del suo casino (pardon), castello: avrebbe potato ogni autunno un po’ più a fondo le radici che legavano il re al pavimento e gli avrebbe innaffiato abbondantemente le spalle, per farvi spuntare un paio di ali – anche piccoline, purché lo alzassero in volo- L’operazione richiedeva pazienza e tempo: l’avrebbe completata quando sia lei che il re fossero andati in pensione e mancavano meno di trenta mesi. Quanto al sudoku, pazienza! Non si può avere tutto dalla vita!
    Al principe primogenito avrebbe fatto dono di un piccolo maniero personale, arroccato su una ripa, a distanza di sicurezza dal castello di famiglia, dove il giovane scavezzacollo potesse conquistare la sua indipendenza e finalmente crescere, lontano dai forzieri paterni, pagando le bollette con le monete d’oro che riusciva a guadagnarsi con i suoi tornei notturni. Col tempo avrebbe imparato anche a scegliere meglio dame e cavalieri con cui organizzare feste e banchetti.
    Quando le stelle ebbero completato la loro opera di ripulitura, vollero riservare un ultimo raggio splendente per il cuore della regina
    Ad un tratto le sembrò di essere tornata giovane (o quasi), decise di sorridere di più, di preoccuparsi meno di tutto e soprattutto di sentirsi molto fortunata per tutto quello che aveva, soprattutto si sentì molto orgogliosa di aver messo al mondo, alla venerabile età di quattro lustri più due anni, il piccolo principe secondogenito. Rimaneva a disturbarle un poco il colore delle tende del salone delle feste, che non era verde azzurro come avrebbe desiderato. Ma fortunatamente ebbe un’ultima illuminazione (alle due stelline rimaneva giusto una scintilla finale da utilizzare): si rese conto, insomma, che nessuna delle sue scelte era stata colpa di Fato, nemmeno il colore delle tende, anzi si ricordò, con un ultimo lampo (di genio) che al momento di scegliere aveva preferito il colore di quelle vecchie.
    E si sentì molto stupida, per la prima volta in vita sua. Ma si sa: ogni cosa richiede  il suo tempo.
    Buono provò una immensa felicità: la missione era compiuta e il merito era tutto suo. Il vero problema, ora, sarebbe stato tenere alto il nome della casata e toccava a lui, tanto per cambiare.
    Mentre si crogiolava in questa riflessione gratificante, come un fulmine a ciel sereno gli trafisse la mente un pensiero molto meno esaltante: stavano per finire le vacanze pasquali e sul grande tavolo di noce, accanto al camino, giacevano addormentati, sotto una pesante coltre di polvere, tre spaventosi manuali scolastici, che il mago Merlino continuava a riempire di formule matematiche, di date storiche e di teorie scientifiche e filosofiche: i titoli erano  in latino, francese e inglese.
    La sua prossima missione (che gli toccava compiere da solo, perché Ti-aiuto-io si era preso un periodo di ferie pagate dalla casa reale) sarebbe stata quella di affrontarli, dopo averli svegliati con dolcezza, e sapeva perfettamente che gli conveniva trovare con essi un accordo pacifico, senza scontri cruenti: l’eroismo, in fondo, è soltanto un’opinione e ognuno può sentirsi un eroe… a modo suo.

  • 20 luglio 2009
    TV

    Come comincia: "Sai, con i programmi che ci sono ora in televisione, mi viene da pensare che il vero spettacolo siano gli spettatori..."
    Ieri sera, alla prima pausa pubblicitaria, io e Massimo ci siamo scatenati.
    - Sai, - mi dice. - se entri in un seminario di frati, poi diventi un prete proprio per benino. Un prete regolare.
    - Già. - faccio io. - E se entri in un seminario diocesano, diventi un prete vecchissimo. Un prete secolare.
    Marta stava zitta, ma pareva di vederle uscire dalla testa la nuvoletta a tondini col pensiero "Ma perché devo guardare la televisione con questi due idioti?"
    Ma quando è apparso lo spot dello Spray Blond o qualcosa del genere (quella roba che si danno le donne in testa per sembrare bionde) con Charlize Theron, mi sono cascate le braccia.
    - Nooo... - faccio. - Anche Charlize Theron si da lo spray? Ma allora è vero quello che dice qualcuno, che le bionde in realtà non esistono?!?
    Massimo rimase parecchio perplesso anche lui.
    Marta con tutta tranquillità dice: - Io non so che cosa ci trovate in queste ragazze coi capelli gialli!

     

    Ma forte fu anche quella volta che eravamo da Bruno.
    Non mi ricordo nemmeno che si stava guardando, ma a un certo punto danno la presentazione del film "Cujo", che avrebbero trasmesso qualche giorno dopo. Forse non volevano far vedere cose troppo paurose a quell'ora, ma in quella presentazione non ci si capiva nulla...
    Allora Giacomo fa: - Ma che film è "Cujo"?
    E Bruno: - E' la storia di un San Bernardo malvagio...
    - Ma come faceva a essere malvagio se era san???
    - Eh, ma era anche Bernardo!!! E Bernardo vinceva su San!"

  • 20 luglio 2009
    Train

    Come comincia: Il cielo è blu. La fine è vicina. Appena metto piede sul treno so già quanti soldi farò su questa carrozza: zero. Tutti uomini di mezza età in giacca & cravatta diretti in città a fare affari che non mi lasceranno neanche una monetina. Ci provo lo stesso. Sulle loro costose valigette in pelle di coccodrillo lascio cadere il mio bigliettino con scritto “IO AVERE PERSO MIA FAMIGLIA. IO AVERE FAME. DATE ME PICCOLA OFFERTA. DIO BENEDICA VOI E VOSTRI CARI. GRAZIE.”
    C’ho messo dentro una manciata di errori grammaticali anche se io l’italiano lo conosco meglio di molti italiani. Devo pure mantenere lo stereotipo. Nessuno dare soldi a giovane donna russa con cultura grande grande. E poi non è tecnicamente vero che ho perso la mia famiglia. Io so dove sono. È solo che ho scelto di non vivere con loro.
    Dopo averli tutti distribuiti ordinatamente per la carrozza, torno a riprendere i miei bigliettini sgrammaticati e guardo fissi negli occhi tutti gli eleganti ometti, agitando la mia manina davanti. E sganciatemi una moneta, voi che ne avete tante. Sbatto anche gli occhioni imitando il gatto con gli stivali di Shrek, ma niente. Tutto come previsto. Zero euro. Fragilità. A volte è tutto così semplice.
    Provo in un’altra carrozza. Seconda classe. Una signora anziana si specchia nel finestrino e sorride. Il vetro non riflette nessuna delle sue rughe. Quella signora è l’unica a lasciarmi una monetina. Sconsolata e squattrinata, sto per scendere alla prossima fermata, quando ecco che lo vedo seduto lì, tutto solo. Un iPod abbandonato. Lo prendo e mi infilo le cuffiette bianche nelle orecchie. Suona un pezzo che si chiama Arcady, di un certo Peter Doherty. Mi fa ritornare il sorriso. La fabbrica del sorriso. Che stronzata.
    Guardo le foto dentro l’ iPod. In tutte c’è questa ragazza che avrà all’incirca la mia età. In alcune foto c’è scritto “con le mie best friends”, in qualcun’altra “con papi”, in qualcun’altra ancora “con mami”. Chissà come dev’esser triste per averlo perso. Mi stampo il suo volto in faccia e mi riprometto di restituirglielo nel caso la vedessi su qualche corrozza. Giurin giurello.
    Scendo al capolinea. Lì ci ritrovo Marika, la mia amica nera. Adoro parlare con lei, anche se lei non dice mai niente. Credo sia muta, ma non ne sono sicura. Magari è solo che non le va di parlare. Magari un giorno si mette a parlare e mi dice: “E stai un po’ zitta. Dai, cazzo!” O magari mi dice: “Sei la mia migliore amica. Ti voglio bene tanto tanto tanto tanto tanto.” Ci mangiamo un panino del McDonald’s. Takeaway. Un happy meal in due. Il giusto premio dopo una giornata di dura fatica.
    La sera faccio l’altro mio lavoro. Tutte le ragazze che sono lì con me mi dicono: “Non farlo, sei troppo giovane, troppo,” ma penso siano solo invidiose, perché io mi faccio più soldi di tutte loro. Anche agli uomini piace l’happy meal.
    Mentre un altro corpo sudato mi muore dentro, guardo il semaforo in fondo alla strada. È giallo lampeggiante. Alle spalle sta sorgendo un nuovo sole. La mia attenzione passa dal semaforo che intanto è diventato rosso al volto dell’uomo che mi sta sopra. Di solito evito di guardarli. Ma lui, lui mi sembra di conoscerlo. Sì. Le foto nell’ iPod. “Con papi.” Lui viene e finalmente si toglie da dentro. Si tira i pantaloni su e mi dice: “Ciao,” facendo anche un cenno con la mano. Io scendo, poi quando lui ha già messo la station wagon in moto gli dico: “Aspetta…” lo tiro fuori dalla mia tasca e glielo consegno. “Dai questo a tua figlia. Sarà contenta di riaverlo.” Torno a guardare il semaforo. È diventato verde. Do l’80% al mio pappone e poi mi stendo a letto.
    Tempo poche ore e sono già in piedi. Un altro giorno comincia. Stazione. Treno. Vagone. Bigliettino strappa-lacrime. Manina agitata. Qualche monetina. Faccio il mio solito giro tra le persone sedute scomodamente in 2a classe canticchiando tra me e me Arcady di quel Peter Doherty e poi la vedo, seduta dove ieri c’era l’ iPod. È la ragazza delle foto. Lei si toglie le cuffiette bianche dalle orecchie e sente la stessa melodia uscire dalle mie labbra. Mi guarda negli occhi e sembra capire qualcosa. Non so cosa. Quando ripasso, allungo la mano e lei ci mette dentro una banconota da dieci. Oggi avrò un happy meal tutto per me. Il cielo è blu. La fine è vicina.

  • Come comincia: (...) E così decisero che sarebbe stato un ragazzino il primo a viaggiare nel tempo. La scelta cadde su di me per due fattori: il mio altissimo q.i. che mi rendeva il più affidabile tra i pretendenti ma, soprattutto, il fatto che, essendo orfano, nel caso nessuno sarebbe venuto a reclamarmi. Nessun modulo da far firmare, né assicurazione da stipulare, quindi. Probabilmente pochi di voi hanno mai sentito parlare di questo progetto prima di questa mia conferenza stampa. La chiesa ci era stata talmente con il fiato sul collo, per la paura venissimo a conoscenza di verità scomode, che abbiamo dovuto far finta di chiuder baracca ricominciando tutto di nascosto. Non mancando gli investitori fu cosa abbastanza semplice. L’ esperimento per come era stato previsto non doveva essere solo un’ indagine scientifica e la prova innegabile del raggiungimento di un livello tecnologico altissimo, ma l’apri-strada per una rivoluzione nella storiografia. Con i miei appunti infatti la “compagnia” avrebbe potuto ricostruire periodi storici rimasti oscuri, colmando le lacune che i “cronisti” nel corso degli anni avevano creato. A questo scopo mi dotarono di vari gadget con i quali potei registrare e filmare tutte le mie avventure e non solo. Avevo inoltre un traduttore istantaneo per poter dialogare con chiunque avessi incrociato sul mio cammino e un dispositivo spazio-temporale che ogni due mesi mi spostava in un’altra epoca. E per non farmi notare troppo, mi fecero indossare una speciale tuta in grado di trasformarsi adeguandosi all’anno in cui mi trovavo. Non mi furono imposte regole specifiche, ma non avevo neanche particolari libertà. Mi dovevo limitare ad osservare e trascrivere, sfruttando a mio vantaggio le varie situazioni. Fondamentale era non influire sul corso della storia: se avessi cambiato il passato chissà cosa sarebbe successo ai giorni nostri! Dovevo essere concentrato a non attirare su di me attenzione, essere quasi invisibile insomma. Immagino avrete molte domande da pormi su questa straordinaria traversata, ma essendo il mio rapporto ancora sotto esame non potrò rispondere ad alcuna. Quindi per ora accontentatevi di questo breve racconto e della conclusione a cui sono arrivato. Tornando a noi, per la data di partenza e di arrivo “l’agenzia” scelse due giorni in cui non c’erano festività in modo che quelle 48 ore fossero poi ricordate da tutti come l’inizio e la fine della “la svolta”. Fortunatamente tutto andò secondo i piani e dopo esattamente 1 anno e 10 mesi, tornai sano e salvo nello stesso posto da cui ero partito. Ma guardando altre, almeno dal mio punto di vista, tirando le somme di questa esperienza, vi assicuro che non c’è proprio niente da festeggiare. (…) Ho visto gli schiavi dei romani costruire il Colosseo e, una volta terminato, goduto degli spettacoli dei gladiatori. Ho visto Cristo sulla croce e tremato con tutta la terra nel momento del suo spirare. Ho visto, nascosto sotto un colle, Napoleone lasciare desolato il campo di battaglia a Waterloo e pianto con lui. Ho ammirato con il primo europeo gli splendidi tramonti dell’Australia e con lui sospirato per tanto splendore. Ma i lati positivi, testimonianza della evidente potenziale grandezza umana, non sono così forti da cancellare tutto il resto. Morti, guerre, persecuzioni, villaggi distrutti, la polvere da sparo, la bomba atomica. Nei 3000 anni che ho visitato, lo dico ora e aprite bene le orecchie, solo un cosa non è realmente cambiata: gli abiti, le tradizioni, il modo di coltivare e di conoscersi si è evoluto, migliorando palesemente. Non ci saranno più le malattie di una volta, non ci vorranno mesi per costruire una sedia e nessuno più darà la caccia alle streghe, ma questo è un dettaglio. Un dettaglio di fronte alla incomprensibile incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori. Bastardo, meschino ed egoista era, e così è tutt’ ora. Eravamo e restiamo gli unici esseri in natura ad uccidersi tra di loro per futili motivazioni. E tutta l’intelligenza che con orgoglio mostriamo e con cui ci poniamo a capo del mondo, ci rende ancora più ridicoli, perché nonostante tutto non riusciamo a dominare la nostra natura, una natura malvagia, tesa al male.

  • 16 luglio 2009
    Le scale di Jasmina

    Come comincia: Era lì. Il  viso variopinto di phard rosa e ombretto scuro. Gli occhi grandi e a panda. Il rossetto fino al naso. Il collo e le braccia e le dita, glassati di gioielli. Lunghi e diritti orecchini si attorcigliavano ai suoi boccoli rossi, nati dalla combinazione phon-spazzola dopo interminabili minuti trascorsi davanti allo specchio del capo, il Signor Mario, nella stanza dove lui controllava tutto e riscuoteva gli incassi, i sudati, sporchi incassi. Era uno specchio 60 per 80 centimetri, troppo piccolo per raccoglierla tutta. Il suo metro e ottanta scarso comprendeva quei vertiginosi tacchi a spillo che le servivano a sentirsi più grande e a rendersi credibile quando si spacciava maggiorenne. Lui la voleva così, le voleva tutte  così. Davano meno problemi, specialmente alla dogana. Ed i suoi amici-clienti si lamentavano meno.
    Aveva un gran dolore ai piedi. Quelle décolleté erano di una taglia più piccola, ma dalla  Jugoslavia aveva portato solo quelle, pensando di indossarle in qualche spot o stacchetto televisivo, come lui aveva promesso. Eppure continuava, imperterrita, con il suo passo veloce quella sfilata aggressiva verso il freddo buio della notte, che non giustificava l’abitino nero che si sforzava di coprirle le ginocchia per ritornare, poi, a ritmo degli scalini che stava salendo, sulle sue esili cosce, velate di nylon nero a rete. Nella mano destra una pochette microscopica, piena zeppa di piccoli involucri di gomma, gli unici a volerla proteggere, nonostante qualcuno li rifiutasse in cambio di qualche lira in più. Persino una formichina faticherebbe ad entrarvi. La sinistra cercava di coprire il seno, abbandonato dal tessuto per una profonda scollatura a V e agghindato di una semplice catenina di bigiotteria dalla quale pendeva una lettera, una consonante, una M, probabilmente l’iniziale del suo nome, o di quello del suo amato. Chissà.
    Aveva percorso infinite volte quella scalinata, nonostante la sua giovane età, ma mai come quella volta i gradini sembravano essere più alti, più difficili da salire, mai li aveva tanto odiati. Il tragitto sembrava essere più faticoso del solito. Era come se i gradini si innalzassero di metri quando lei vi stesse per poggiare il piede. Una scalata dura, ardua. Una scalata inesorabile. Irreversibile.
    Comparve un uomo dinnanzi a lei, sul pianerottolo. Alle sue spalle, la grossa porta in legno d’ulivo tinta di bordeaux era rimasta socchiusa, pronta a spalancarsi al loro accesso e a richiudersi subito dopo, per rinchiuderla nella prigionia del dolore. La luce soffusa emanata dall’interno dell’appartamento era spezzata dalla stazza robusta dell’uomo. Lei lo guardò. Lui le sorrise. Lei pensò che fosse diverso dagli abituali frequentatori del posto. Certo era più raffinato, ma non meno viscido. Sperava fosse più gentile, meno rozzo, più umano degli altri.
    Lo osservò con maggiore attenzione, auspicandosi di trovare in lui qualche caratteristica che rispecchiasse quell’impressione iniziale. Era calvo. Lunghi baffi neri spezzavano quel volto paffuto a formare un piccolo tetto sulle sue sottili labbra. Indossava un pantalone largo, beige, di tessuto sottile che copriva parte dei suoi mocassini laccati. Un uomo molto basso, considerò lei. Una grossa cintura in pelle marrone gli stringeva la grossa epa. La giacca scura abbottonata alla meglio lasciava intravedere la camicia bianca rigata. Tra un bottone e l'altro uno spiraglio di pelle, pelosa pelle. Era la camicia di una taglia in meno o lui di qualche chilo di troppo. Quasi sorrise nel pensarlo. Una mano dietro la schiena nascondeva qualcosa. Ecco il motivo del grosso sorriso che le rivolgeva. Si riusciva a scorgere sulla sinistra e fra le gambe un florido mazzo di rose rosse che avrebbe dovuto sorprenderla e renderla felice. Ecco, pensò lei, magari è davvero gentile. Più che un pensiero era una speranza.
    Si fermò sull’ultimo gradino. Quello che disegnava in terra una sottile linea nera, che fungeva da confine tra l’essere libera  e l’essere un oggetto. Esitò a poggiarvi il piede brillantinato di paillettes e strass dorati. Mentre il vento le scompigliava i rossi capelli e le accarezzava il pallido viso, il suo sguardo si abbassò ed il mondo intero fu privato per un’interminabile frazione di secondo dei suoi deliziosi occhi cerulei, l’unica cosa che ereditò da sua madre, la donna che vide, per l’ultima volta, prima che fosse gettata su quella zattera. Poi, alzò il volto e sgranò subito gli occhi. Deglutì. Salì quell’ultimo gradino e oltrepassò quella linea. Non era più di se stessa, adesso.
    L’uomo paffuto si avvicinò, le tese la mano destra, condita in eccesso di anelli d’oro. Le sfiorò il braccio e la scoprì fredda. Si tolse la giacca con attenzione, cercando di lasciare, sempre, dietro di sé, il bouquet-sorpresa. Gliela appoggiò delicatamente sulle spalle. Lei l’accolse volentieri, avvicinando le strette spalle alle orecchie e passando la sua piccola mano sul collo per spostare i suoi dolci capelli, profumati ancora d’infanzia. Faceva davvero fresco. Sorrise, educatamente. Lui, allora, fece divergere le sottili labbra, mostrando un  sorriso non più suo a causa dell’età non ancora spensierata. Le porse nuovamente la sua mano. Lei esitò, poi allungò la sua da sotto la giacca per prenderla.
    Le due mani progressivamente si avvicinarono. Stavano per sfiorarsi. E la sua mano sarebbe stata solo la prima parte del suo corpo a diventare di quell’uomo. Quand’ecco una voce maschile infrangere il silenzio di quella notte autunnale, il silenzio di quel quartiere malfamato vicino al porto, il silenzio dei loro sguardi, il silenzio delle carinerie di quell’uomo con i baffi. E quel silenzio era ovunque, meno che dentro di lei. Il suo cuore stava gridando, strepitava. “Jasmina!” Poi, ancora silenzio. L’uomo si girò di scatto e lei ebbe l’opportunità di ritrarre la sua mano. Si voltò immediatamente. Gli orecchini e i ricci si opposero alla brezza, abbracciandole il collo nel suo movimento. Lo guardò, ma i suoi occhi cerulei non ebbero il coraggio di spingersi oltre la bocca e soffermarsi sui suoi occhi. Intanto, i suoi si inumidirono, e non per l’aria  condizionata tipica delle camere d’albergo in cui lavorava. Cercò di sorridergli, ma non appena si ricordò dell’uomo con i baffi accanto a lei, il suo mento incominciò a tremare. “Marco… va’ via!”e si girò verso il proprietario della giacca, verso il proprietario del suo corpo, per quella sera. Tirò su con il naso.
    Era Marco. La M. Era un ragazzetto in bluejeans. Una t-shirt in origine bianca, ma che l’usura aveva reso avorio, copriva i suoi forti muscoli, quei muscoli della fatica, del lavoro sotto il sole cocente delle ore di punta al porto, non della palestra che mai avevano visto. I capelli biondo scuro spettinati scendevano sulla fronte, senza l’effetto speciale del gel che era solito mettere al pomeriggio, dopo il lavoro. Gli occhi neri come la notte rapivano la ragazza, non la lasciavano sfuggire. Era piegato in  due, con le ginocchia curvate e le braccia tese, le grandi mani sulle sue toniche cosce. Il fiatone era pesante. La bocca era aperta, per aiutare il respiro affannato. Lei lo sentiva. L’avrà rincorsa dal parco. E questo lei lo sapeva, l’aveva immaginato, avrebbe desiderato accadesse o forse avrebbe voluto evitarlo. Questo non lo  sapeva ancora.
    Marco si approssimò ai primi pioli, intenzionato a percorrerli  nel minor tempo possibile, a due alla volta, a tre, persino a quattro, pur di non arrivare in ritardo, almeno in questa occasione. Per bloccarla. Per impedirglielo. Per stringerla stretta a sé, come quella notte. Per confessargli il suo amore. Per rovesciare il mondo. Per salvarla. Per renderla di nuovo libera, libera di amare e di farsi amare da chi vuole, per la prima volta nella sua breve vita. Giunse proprio lì, a pochi centimetri di distanza da quell’ultimo gradino. Jasmine era ancora lontana. “Io ti amo”.
    Jasmina prese una grossa boccata d’aria, poi espirò lentamente. Aveva bisogno di guadagnare tempo. Doveva cercare nella sua testa un alibi di ferro per poter rinunciare a lui e, soprattutto, per far sì che lui rinunciasse a lei. Un’alluvione di idee e di pensieri la sconvolse e lei si ritrovò fradicia di dolore, di realismo. Il loro amore, irrealizzabile. Il loro sogno, utopico. Il loro futuro, impossibile. Perché era lei, Jasmina, a non aver futuro. E lui, Marco, non poteva combattere contro colossi,armato solo del suo coraggio e del suo amore, rischiando la vita. Lui ne aveva una sua. Era convinto che si potesse vivere di solo amore.  Jasmina, invece, pensava che l’amore non fosse in grado di fornire loro del cibo, dell’onore, una casa da vivere, una famiglia da crescere, ma cercava, invano, di nascondere a se stessa quell’importante verità: non si vive di solo amore, certo, ma non si può sopravvivere senza di esso. Ci aveva provato infinite volte, tentando di stare lontana da lui, medicandosi i lividi e le ferite dovuti alle percosse del Signor Mario, quando la scopriva rifiutare i suoi clienti o quando teneva per sé parte dei “guadagni” per fuggire via. Eppure quella realtà le si imponeva davanti in tutta la sua grandezza. Il Signor Mario aveva tessuto un’intricata ragnatela e lei era la povera farfalla che, assieme alle tante altre, vi era rimasta imprigionata, senza via d’uscita. Doveva solo attendere la sua ora. Anche se, prima di conoscere Marco, aveva tentato in più circostanze di anticipare quel momento. Diciassette anni, una maturità grandiosa, una vita sofferta e un’infanzia mai vissuta.
    Il suo piede fece per allontanarsi, ad oltrepassare nuovamente quella dannata linea che segnava, ora, il confine della felicità. Tuttavia l’uomo cambiò espressione, la fronte si corrucciò, le sopracciglia canute si aggrottarono, il sorriso scomparve. La prese per il polso. Lasciò cadere in terra le rose di quel rosso che, presto, sarebbe diventato scenario di una tragedia. “Dove credi di andare?!” e mostrò lei un coltellino svizzero dal manico verde, al contrario di quanto si credesse, un verde lontano, remoto dalla speranza. Jasmine lo vide. Capì. Abbandonò le forze che aveva raccolto poco prima. Non si ribellò. Lasciò che lui le posasse il braccio sulle spalle e l’avvicinasse alla sua voluminosa pancia. Accelerarono l’andatura verso la porta bordeaux. Intanto Marco li aveva raggiunti. Era pronto alla battaglia, non aveva paura di combattere e sperava nella vittoria dell’intera guerra. Si appressò all’uomo, raccolse tutta la sua forza ed il suo amore nel pugno sinistro. Era mancino come lei, Jasmina lo sottolineava sempre, ma questa volta non ci fece neppure caso. Gli sferrò un cazzotto sul viso. Il furore spinse l’uomo di qualche centimetro indietro, barcollò un po’. Poi sfoderò il coltello, predisposto a vendicare il suo occhio viola, già in procinto di gonfiarsi. Conosceva bene Marco, era forte, temerario, idealista. Non temeva di morire. Era innamorato. Difficilmente avrebbe rinunciato a lei, a meno che…
    “Marco - Jasmina si pose tra i due salendo sopra quell’ideale ring e fece cadere quella opprimente giacca in terra, quasi come segno di liberazione momentanea – cosa pensi di fare?”
    “Amore, non preoccuparti, scappa, ci penso io ” rispose il ragazzo.
    L’uomo si rivolse verso Jasmina: “Levati di mezzo, puttana, con te me la vedrò dopo!”
    “Non ti azzardare più a chiamarla così, lurido bastardo!”
    “Ahahahah, il ragazzetto squattrinato si è innamorato... Verme, con le mignotte come questa, d’alta classe, occorre la grana!”
    I due, più agguerriti che prima, si riavvicinarono, l’uomo colpì Marco al braccio, ferendolo. Scivolò all’indietro.
    “La prossima volta non sbaglierò, va’ via ragazzo!”
    Marco si rialzò: “Giammai!”
    Jasmina comprese cosa fare: “Va’ via, sciocco! ”
    “Jasmina, ma…”
    “Ahaahahah, davvero pensavi preferissi il nulla? Guardami… uomini come questo mi possono rendere una regina... e tu? Cosa mi doneresti? Il tuo amore? Non farmi ridere. Va’ via… Non voglio avere sulla coscienza un illuso, morto per me”
    “Jasmina ma… noi ci amiamo, ce la faremo… fuggiremo da qui, da loro. Non potranno più dividerci, e quando ci troveranno scapperemo di nuovo… meglio una vita di fuga che una fuga dalla vita...”
    “Senti, adesso basta… mi hai rotto davvero. Lo vuoi capire? È stata una scopata e basta... dovresti ringraziarmi di non averti inviato gli  scagnozzi del Signor Mario a menarti quando non m’hai pagato, invece di star qui a infastidirmi... va’ via”
    “ Jasmina… non funziona, non ti credo... cazzo dici?! non vado via senza di te...”
    “Oh… svegliati! Sei uno come gli altri… un cliente. Anzi, uno stronzo di cliente che non m’ha pagata.”
    Marco raggelò, immobile tra realtà ed incubo. Non capiva. Ma come era possibile?! Mise le mani nelle tasche dei jeans e raccattò tutti i soldi che vi aveva conservato, le mance dei turisti che gli avevano chiesto indicazioni. Glieli lanciò contro con tutto il suo disgusto e la sua delusione. Poi i suoi pugni si strinsero ancora. L’impotenza.
    “Puttana! Brava eh… ci avevo creduto...”  Sputò su quelle poche banconote in terra. Si voltò.
    Jasmina, avrebbe ottenuto sicuramente un Oscar o un Donatello, se avesse iniziato la carriera che le era stata promessa dal Signor Mario. Se non lo avesse saputo, se fosse stata astante di quella recita in un istante di sdoppiamento, avrebbe abboccato anche lei. Era rimasta indifferente, ferma, con lo sguardo fisso nel vuoto.
    L’uomo con i baffi, intanto, aveva richiuso il coltellino e conservato nella tasca destra del pantalone. Aveva sospirato di sollievo per il pericolo scampato e di fatica, data la sua età avanzata. Ci rifletté e, in un atto di codardia, si scagliò contro Marco, strattonandolo per le scale. Rotolava giù, ma il dolore non lo feriva. La sua mente ed i suoi pensieri erano altrove. Non provava niente, non sentiva nulla. Solo un vuoto. Ed il suo cuore battere forte, pulsare in quella vena ingrossata sulla tempia. Il vigliacco le fu subito alle calcagna. Jasmina si lasciò accarezzare il seno. E quella carezza si trasformò in possesso. Sembrava raffinato, pensò. Si chinò a raccogliere la sua giacca in terra e se la sistemò su una spalla. Spalancò la pesante porta di quell’appartamento. L’atrio dava su una porta a scorrimento in vetro, questa divideva la zona giorno da quella notte, la più ambita per gli abituali frequentatori.
    Jasmina ripensava alle parole dette, le fandonie farneticate echeggiavano nella sua testa con un rimbombo abnorme. La  sua bocca aveva blaterato, mentre il suo cuore si distruggeva, sentendosi inutile a gestire le menzognere corde vocali. Marco vi aveva creduto. E lei doveva essere contenta della sua performance. Il suo obiettivo era stato raggiunto. Eppure era triste. Aveva salvato la vita dell’amato, ma sacrificato la sua.
    Oltrepassò l’uscio. Era in gabbia. Le sue ali erano state tarpate. Ancora. Di nuovo. L’uomo la prese per i fianchi, l’avvicinò a sé. Con il tacco del piede sinistro sospinse leggermente la porta, la quale cominciò lentamente a chiudersi. Concesse uno scorcio  che, progressivamente, si rimpiccioliva. Marco era lì, ai piedi della rampa, ancora incredulo. Osservava quell’orrenda scena, inetto. L’uomo bofonchiava orgoglioso. Spintonò Jasmina alla vetrata. Le strinse il fianco destro con la mano e le bloccò i polsi in alto, sulla testa, con la mano sinistra. Le sollevò il vestito lucido fin sopra alla testa.
    Marco si rialzò.
    Dallo specchio Jasmina lo vide e decise di continuare la sua recita. Gridò di piacere, mentre le lacrime le solcavano il viso e le rigavano il trucco. Gli occhi neri cominciarono a sfumarsi.
    L’uomo mollò la presa sul fianco e, con la mano che lo cingeva, si slacciò la cintura. Abbassò il pantalone, il quale si raggomitolò sui mocassini, coprendoli completamente, e mostrò degli alti calzini neri. L’uomo era sempre più rosso, più eccitato, la sua lingua cercava di inumidire la bocca asciutta e secca.
    La visuale era ridotta, Jasmina aveva paura, ma non distoglieva i suoi pensieri da Marco. Non riusciva più a vederlo. Era buio. L’uomo le strinse forte il seno e le si avvicinò. Jasmina urlò. La sua recitazione si arrestò. Il gemito era stato agghiacciante.
    La porta era quasi giunta alla cornice. Un rumore sordo, la porta vibrò e tornò indietro. Marco aveva interrotto la chiusura con il piede. I suoi anfibi non gli erano mai stati tanto utili fino ad allora. L’uomo si fermò,  Jasmina ebbe un istante di tregua, abbassò l’abito e si chinò in posizione fetale, facendo scivolare la schiena sullo specchio appannato dei suoi sospiri. Strinse le braccia attorno alle gambe. Continuò a piangere. L’uomo si era girato e cercava nel pantalone in terra la tasca destra. Marco entrò nell’appartamento. La porta si chiuse alle sue spalle.
    Al di fuori di quell’appartamento, il vento trascinava via con sé i petali di quelle rose schiacciate in terra da un’orma frettolosa d’anfibio. La sirena di una nave da crociera. Stava attraccando al molo. Molte famiglie allegre stavano sbarcando a casa dopo una troppo breve vacanza. Molti bambini chiassosi stavano ridendo.

     

  • 16 luglio 2009
    L'amore immaginato

    Come comincia:

    L’amore, sentimento intenso e totalizzante che ci fa tornare bambini…
    Vi siete mai innamorati? Che domanda stupida, chi almeno una volta nella vita non si è innamorato! E se poi si tratta di un amore impossibile? Le cose si complicano terribilmente così come nella storia che vi sto per raccontare, una storia che parla di una LEI che incontra un LUI e si innamora…
    Lei era giunta in una fase della vita in cui credeva che nulla sarebbe più cambiato. Troppe volte era stata delusa da chi reputava amico, troppe volte si era dovuta ricredere su una relazione che riteneva autentica. Così le sue speranze d’ingenua sognatrice erano cominciate a sbiadirsi, per lasciare il posto alla cruda realtà di tutti i giorni. Ma quando tutto sembrava oramai essere scontato, quando ogni cosa aveva cominciato a perdere valore e significato, visto che ogni suo tentativo di combattere i soprusi e le ingiustizie risultava vano, ecco arrivare LUI, che con la sua determinazione e il suo coraggio era riuscito a far riaccendere in lei quelle voci mai sopite che urlavano giustizia e solidarietà.
    I due erano così simili, ma allo stesso tempo così diversi! Lottavano per lo stesso scopo e le loro anime erano legate da una forza misteriosa, ma nella vita reale erano rivali.

    Era come se ci fosse tra loro un tacito accordo: gli sguardi, il modo di comunicare con frasi di cui solamente loro comprendevano il significato sotteso, gesti apparentemente insignificanti agli altri che diventavano per loro portatori di messaggi carichi di emozioni.
    Il loro modo di osservarsi silenziosamente e di guardare con accortezza ogni dettaglio, ogni singola espressione, ogni cosa, tutto faceva intendere, a loro due solamente, che erano più uniti di quanto potessero immaginare, affinità elettive che il destino crudelmente aveva fatto incontrare senza dare loro la possibilità di stare vicini alla luce del sole.
    Non era previsto e non sarebbe dovuto accadere, ma era successo, si era innamorata, e la giovane donna cercava di capire in che modo dimenticarlo. La loro era una storia impossibile, i ruoli che ricoprivano, gli ambienti che frequentavano, la vita che conducevano, non c’era nulla che avessero in comune e ogni cosa portava a dire che era opportuno non andare “oltre”. Per far sì che tutto andasse nel migliore dei modi era necessario innanzitutto non far capire nulla agli altri, ma cominciava a diventare decisamente complicato. Lei sentiva sempre più forte questo legame con quell’uomo misterioso che era riuscito a ridarle la speranza e la voglia di lottare e spesso si tradiva arrossendo o chinando lo sguardo, perché incapace di reggere lo sguardo di lui, quasi avesse paura del fatto che solamente guardandola lui avrebbe avuto modo di leggerle dentro. Lui, poi, cominciava a proteggerla più del dovuto e forse questo avrebbe cominciato a destare dei sospetti negli altri.
    La situazione che si era venuta a creare rendeva i due ancora più uniti e il loro amore ancora più magico. Vivevano di piccoli momenti, di fugaci incontri casuali, che lasciavano l’amaro in bocca e il desiderio forte di vedersi, abbracciarsi, la voglia di raccontarsi, ma nessuno dei due avrebbe mai fatto il primo passo.
    E come tutte le grandi storie d'amore, la storia di questa LEI e di questo LUI sarebbe rimasta solamente nell'immaginazione di entrambi, o forse solamente nei sogni della giovane donna, che ancora una volta si era lasciata trasportare troppo dalle emozioni, al punto da immaginare una storia che nella realtà non era mai cominciata...

  • 13 luglio 2009
    Io sono la nemesi

    Come comincia: Terza notte di appostamento.
    Le gambe sono diventate insensibili per il freddo, ma va bene così.
    Il passamontagna mi dà l’impressione di un’altra pelle sul viso.
    Non stacco l’occhio dal mirino.
    Tra il silenziatore applicato al fucile e il casolare ci sono 500 metri scarsi.
    Il Boss è lì dentro.
    Il verme.
    Ripenso tutto il giorno alla sua carriera criminale e sento la testa scoppiarmi.
    Lo vedo uccidere, torturare, minacciare.
    Un nuovo orrore, messo in pratica alla stessa velocità con cui viene pensato.
    Non riesco più a dormire.
    Nei miei sogni, un mondo fatto di assassini, di violenza, di innocenti mandati al macello.
    Per questo sono stato fuori dal giro per un po’.
    Ho avuto dei problemi.
    Lo psichiatra dice che ho un sacco di rabbia repressa e che, se continuo così, dovrò abbandonare la carriera.
    La “mia” carriera inizia stanotte.
    Io sono la nemesi.
    Il male è dietro quelle finestre buie.
    Fra poco ci sarà l’irruzione.
    Avrò tutto il tempo di sparargli un colpo in testa.
    I Capi.
    Che stupidi.
    Pensano che mettendomi nelle retrovie hanno risolto il problema.
    Solo perché ho pestato a sangue un “mafiosetto” poco più grande di mio nipote.
    Non capiscono.
    Quei balordi hanno bisogno di una lezione.
    La legge ha fallito.
    I processi sono una farsa.
    Si dichiarano pentiti e vivono protetti e ben nutriti dallo Stato.
    Idioti.
    Mi mordo il labbro, dalla furia.
    Tutto questo deve finire.
    Serve una “scrollata” e sono qui per dargliela.
    Il “dopo” è un problema che non mi riguarda.
    Il messaggio sarà chiaro per tutti.
    Sento il segnale della Radio Trasmittente.
    Sono pronti ad entrare.
    Sposto il peso sul braccio destro.
    La visuale è ottima.
    La notte è limpida.
    Scorgo quel cacasotto di Marculli avvicinarsi lentamente nella boscaglia.
    La sezione Catturandi avrebbe bisogno di gente più motivata.
    Non di padri di famiglia con i sensi di colpa.
    Mi ha confidato che sua moglie vuole lasciarlo.
    Non regge il peso del suo lavoro.
    La solitudine è il nostro destino.
    L’unica cosa che ci rimane è la Mafia.
    Sono pronto.
    Il dito è sul grilletto.
    La squadra intera è a pochi metri dal portone d’ingresso.
    Quando lo porteranno fuori avrò la mia chance.
    Non sanno che stanno braccando un cadavere.
    Che succede?
    Sussulto con violenza e per poco non parte un colpo.
    Un uomo apre la porta con calma.
    Un bagliore rossastro proviene dall’interno.
    Guardo nel teleobiettivo e capisco tutto.
    Si è arreso il verme.
    Si è fatto prendere senza opporre resistenza.
    È il momento.
    Inquadro il petto mentre lo ammanettano.
    Ora la testa.
    Ansimo per l’impazienza.
    Il pensiero che quel cane viva un altro minuto è sufficiente a farmi impazzire.
    Sento il grilletto freddo come il ghiaccio, anche se porto i guanti.
    Addio, stronzo.
    Sussulto di nuovo.
    Qualcuno mi tocca la spalla.
    Lascio il fucile nell’erba e mi volto.
    L’Ispettore Capo mi sovrasta con il suo metro e novanta centimetri.
    Mi dice che l’operazione è stata un successo e che non abbiamo rischiato nulla.
    Si complimenta anche per il mio lavoro.
    Rimango da solo con il mio tormento.
    Stavo facendo la cosa giusta?
    Mi porto la testa tra le mani.

     

  • Come comincia: “Rubate centomila lampadine. La polizia brancola nel buio.”
    “Lele, questa ‘un c’è proprio garbata.”
    Portanasegammé. E abbozzala col pluralis maiestatis o come caspita si chiama. Tanto, te non sai nemmeno l’italiano...
    “Si va dall’Agnese?”
    E m’avete portato fuori a questo freddo per andare dall’Agnese? E io che mi ci rappresento? A me ‘sta nebbia dai polmoni m’è già scesa nei…
    Allora si va. Noi sì che si brancola. Eppure non è tanto buio. In strada, perlomeno. Non ci fosse altro di bello, nella nebbia tutte le città sono grigie. Anche quelle grigie. E le strisce pedonali sono bowling dove noi birilli non ci vedono e ci possiamo anche muovere. Ma le palle sono più grosse…
    Il Pista si appoggia con due mani sulla pulsantiera di un citofono. “E ora ti ‘ccappa!” Poi ci penserà l’Agnese a dirgli che “non si devano pigliare in giro gli handicappati.”
    “Fermi tutti, c’ho una scheda ancora buona.” Il Chiava parla e pensa per tutti. “Signora, è la Sip: potrebbe gentilmente soffiare nell’apparecchio?” È la centesima volta che lo fa. E finora si sono gonfiate solo le mie.
    Ma il Pista è in serata di grazia. “Ora sì che brancola!” E salta a piè pari contro un lampione. E il giraffone grigio si ringolla all’istante la macchia gialla che aveva sputato nella nebbia buia.

  • 13 luglio 2009
    Enjoy coca

    Come comincia: Donne Zombie. Oltre le narici c’è di più. Jenny nasconde il suo bel faccino dietro a una montagnetta di coca. Le si vedono appena spuntare gli occhi, così chiari da sembrar bianchi. Un attimo dopo, la montagnetta è diventata una pianura desolata. Tutta la coca è salita in testa. Gli occhi sono diventati totalmente bianchi, adesso.
    Attenta che cadi, Jenny. Attenta che cadi.
    Passano le ore. Sembrano minuti. Dannazione, s’è fatto tardi. Tardi per cosa? Tardi per andare al lavoro. Dove ce l’hai la testa, Jenny? Ti devi muovere. Sei già in ritardo di minuti che al tuo manager sembreranno ore. Il servizio è cominciato. Il fotografo sta aspettando solo te. Te e il tuo bel faccino. E allora, fuori di casa alla velocità di una simulazione anti-incendio. I movimenti sono rallentati dalla confusione. Hai preso tutto, Jenny? O non hai preso niente? Nemmeno il portafogli. Come si fa a uscire senza il portafogli? Si può fare se hai in mente di fotterne uno in giro. E le chiavi? Vuoi uscire senza le chiavi? Sicura che non ti servano per rientrare a casa a un orario improbabile?
    Jenny va a prendere la metro. Fa le scale di corsa e cade. Te l’avevo detto, Jenny: attenta che cadi. Non è niente di grave. Subito si rialza. Cosa strana, ha anche dimenticato l’abbonamento. E non ha i soldi per comprare il ticket. Allora scavalca. Una guardia, sbucata da dietro un clochard che supplica spiccioli, la vede e la insegue. Via veloce, Jenny. Per terra c’è un portachiavi di Hello Kitty. Vuoi prenderlo. Lo so che vuoi prenderlo, anche se le chiavi tanto le dimentichi sempre, quindi che te ne fai? La guardia è alle tue spalle, ma non ce la fai. È più forte di te. Devi prenderlo, il portachiavi di Hello Kitty. Ti tiri giù, lo afferri e la guardia sta per afferrare te. È un circolo vizioso. All’ultimo Jenny riesce a scappare tirando il portachiavi in faccia alla guardia che rimane stordita un attimo. Quando si riprende, Jenny è già dietro alle porte chiuse del vagone e le fa “Ciao ciao” con la manina.
    La metro è piena di extra-comunitari. Che puzza. Meglio non pensarci e trattenere il respiro. Jenny si infila le cuffiette bianche nelle orecchie e si immerge dentro Innocent World di Iggy Pop. Le facce delle persone sulle banchine sfuggono via veloci. Sembrano tanti zombie in attesa di resuscitare dai propri sepolcri. La canzone finisce. Scendendo alla fermata del Duomo, Jenny va a sbattere contro una tipa. Ricordando la buona educazione, si scusa umilmente dicendole: “Pardon, negra.” E la nera si mette a urlarle qualcosa contro e le lancia una maledizione voodoo. Poi, ancora incazzata, tira fuori il Nokia 5000 e chiama Big Wayne, il suo più o meno uomo.
    “That’s my bitch. What up, what up?” risponde lui, grattandosi le chiappone.
    “Hey, Biggie. I told ya I don’t like it when ya call me bitch. That’s fuckin’ offensive nigga, d’ya kno’?”
    Big Wayne sbadiglia rumorosamente dall’altra parte del telefono, annoiato. Poi le chiede: “So, BITCH… what tha fuck do ya want?”
    “I just met this white bitch. She looked like a zombie Paris Hilton, u kno’? She called me nigga and I’m so pissed off ‘bout that,” si mette a urlare la nera. Qualcun altro dei passeggeri zombie si gira a guardarla scotendo la testa.
    “Yep, bitch. I kno’, I kno’. Black, white, Hispanic, Asian, gay, straight, disable and not disable. We are only strangers passing by in this cold cold world,” Wayne si commuove per la profondità delle sue parole. Quindi si ricompone e torna a fare il gangsta: “Now if ya wanna chill out a lil’ bitch, come on to my house and suck my d… oooh and don’t forget coke!”
    “Coke? Are you thirsty?” La nera scoppia a ridere fragorosamente, butta giù il telefono, si infila le cuffiette nere nelle orecchie, diventa un tutt’uno con la voce di Jordin Sparks che canta Battlefield, vede un po’ di pseudo modelle bianche zombie sparse sulle banchine, fino a che arriva alla fermata di S. Ambrogio. C’è un ragazzino rom che ha fretta di salire e la spintona. È arrivata l’ora di lanciare una nuova maledizione voodoo. Il ragazzino se ne accorge e alza il suo bel dito medio mentre le porte della metro si chiudono. Il suo amico gli dà il 5: “Così si fa!” Poi si mette una mano sulla pancia e gli dice: “Ho fame, Dragos. Ce ne andiamo al Mac?”
    “Cazzo hai detto?” chiede Dragos, togliendosi le enormi cuffie da dj dalla testa.
    “Ho detto: CE NE ANDIAMO AL CAZZO DI MAC?” ripete Adrian mentre la musica dei Crystal Castles ancora pompa fuori dalle cuffie dell’amico.
    “Va bene.” Dragos guarda sbigottito Adrian. “Ma non mi sembra proprio il caso di urlare…”
    I due attraversano fiumi di zombie in giacca e cravatta mentre si fanno trascinare a galla dalle scale mobili. Il sole sta picchiando come il Mike Tyson dei tempi migliori. È piovuto, il caldo ha squarciato le palle, dicono sia colpa di un’estate come non maaaai. Sarà bene proteggersi premendo bene i ray-ban tarocchi contro la faccia, cosa che fa anche più tamarri.
    Dragos al Mac ordina un 280 gr. con parmigiano menù enorme da portare via. “Da bere, signore?”
    “Coca, naturalmente.”
    Adrian strattona l’amico: “Dai, cazzo, muoviti. Il treno parte tra 5 minuti.”
    Dragos tira una sorsata lunga dalla sua Coca, poi si mette a correre insieme all’amico.
    Quanta gente c’è in Centrale? Levatevi dal cazzo, italiani di mmerda. Il treno sta per lasciare la stazione. Levatevi. È tanto difficile togliersi da in mezzo ai coglioni? Slalom. Scale fatte due gradini alla volta. Scatto veloce. Boom. Dritto contro un coglione che non si è spostato. Incidente. Il sacchetto del Mac finisce mestamente a terra.
    “Prega che non si sia rovesciato niente.” fa Dragos a Micky, il povero malcapitato che ha avuto la sfortuna di finire sulla traiettoria impazzita del ragazzino rom.
    Dragos controlla rapidamente mentre Adrian gli ripete: “Dai, cazzo! Il treno è già in movimento…”
    Nel sacchetto del Mac sembra tutto a posto. “Buon per te.” fa al malcapitato. Quindi si mette a correre, apre la portiera del treno e si getta dentro al vagone in corsa come ha visto fare in qualche film d’azione.
    Micky se l’è vista brutta. Ha sempre odiato quei bulletti di periferia che lo pestavano a scuola e ancora oggi ne è terrorizzato. Un rom, per giunta. Fortuna che quello zingaro è corso a prendere il treno. Minimo avrà avuto un coltello pronto per l’uso in tasca. Adesso che tutta la paura è svanita, a Micky è venuta una sete fottuta. Si dirige al distributore di bibite. La cerca. La trova. Coca-Cola Light. Fresca. Dissetante. Gustosa. Senza zuccheri. Mette i soldi. 10cent dopo 10cent. Scivolano veloci giù per la fessura. Micky preme il bottone. Gli omini dentro al distributore si mettono al lavoro. Miscelano gli ingredienti segreti. “Ci mettiamo anche un po’ di cocaina?” si chiedono tra loro. Una volta preparato, il liquido scuro viene iniettato con una piccola siringa dentro la lattina. Ora non resta che mandarla al reparto refrigerazione. Con un potentissimo ventilatore il liquido viene portato a una temperatura prossima agli 0 gradi. Sulla lattina rossa gli omini graffitari incidono la scritta “Coca-Cola” senza dimenticarsi il “Light”. È tutto pronto, ora. Il mini-controllore dà il suo ok. La lattina viene giù. Stuun.
    Micky beve la sua Coca Light gelata e subito il mondo gli sembra più bello. Esce dalla stazione e qualche metro più in là vede questa ragazza stupenda. È Jenny. Anche lei lo guarda. Damien Rice comincia a cantare “And so it is, just like you said it would be” e il passo di Jenny per magia rallenta. “Life goes easy on me, most of the time.” Micky comincia pure lui a muoversi al ralenty. “And so it is, the shorter story, no love no glory, no hero in her skies” e i due sono sempre più vicini. “I can’t take my eyes off of you” canta Damien nelle cuffiette di entrambi. Un vecchio panzone guarda questi due che camminano al rallentatore e si mette a urlar loro: “Ah stronzi! Ma che state a fa’? Pijateve ‘na camera e tojeteve dai cojoni…"
    Jenny è persa dentro agli occhi di Micky e non vede l’auto che sta arrivando alla sua destra. È un suv. Dentro, ci sono due tizi di colore. Sulla targa sta scritto a caratteri cubitali “BIG WAYNE”. Jenny, finalmente, smette di fissare Micky e si accorge del suv che sta arrivando. Vi guarda all’interno e incrocia lo sguardo con la nera che poco prima in metro le aveva lanciato una maledizione. “Fottuto karma.” Dice, sorridendo rassegnata tra sé e sé, mentre la nera prende un braccio muscoloso di Big Wayne e gli urla: “Oh my God… that’s tha white bitch I told ya at tha phone. Tha zombie Paris Hilton. C’mon Biggie, please: kill her!”
    Big Wayne spinge il suo piede pesante contro l’acceleratore. Le ruote sgommano sull’asfalto rovente. Jenny, dì le preghiere. Anche se non hai mai creduto in Dio, dì le tue cazzo di ultime preghiere. Non t’è rimasto altro da fare.
    “Padre nostro che sei nei cieli...” comincia Jenny. Ma non ricorda come va avanti. Durante le lezioni di catechismo finiva sempre tutto il tempo in bagno a farsi le canne con i chierichetti in cambio di qualche pompino. E allora, Dio non può salvarti, Jenny. Non può salvare chi non riesce nemmeno ad arrivare alla seconda strofa di una dannatissima preghiera.
    Jenny finisce spiaccicata contro l’asfalto. È piovuto, il fottuto caldo ha squarciato Jenny, dicono sia colpa di un’estate come non maaaai. Dannazione, quanto scotta! Hey, ma se si sente il caldo sulla pelle questo significa che è ancora viva?! È un miracolo. Micky dall’altra parte della strada, vedendola in difficoltà, ha finito per lei la preghiera e Dio ha deciso di salvarla. “Hallelujah! Hallelujah!” risuona un coro angelico da qualche parte.
    Ma il grosso suv del grosso Big Wayne è ancora in strada. La sua puttana nera lo incita: “Tira sotto anche quello, Biggie!”
    Big Wayne non si fa pregare troppo. Mette la retro, pigia l’acceleratore e tira sotto anche Micky, per la seconda volta della giornata nella parte del povero malcapitato. È un ruolo che gli calza a pennello. Dovrebbero dargli l’Oscar.
    Micky finisce a terra, spiaccicato contro l’asfalto rovente. L’ultima cosa che i suoi occhi vedono prima di chiudersi è la gigantesca scritta “Enjoy Coca-Cola” stampata all’ingresso della stazione.
    Quando riapre gli occhi, è in un letto di ospedale. Davanti ha un tv acceso su Sky Tg 24. Il mezzobusto sta annunciando: “Arrestati due ragazzini rom sul treno Milano-Torino. Uno dei due, che per la privacy ci limiteremo a chiamare Dragos M., ha sparato a un povero signore che gli è capitato davanti, uccidendolo. La colpa del malcapitato sarebbe stata unicamente quella di aver rovesciato la Coca-Cola che il rom teneva dentro al sacchetto di una nota compagnia di fast-food.”
    Micky sorride. Si gira faticosamente e nel letto a fianco c’è Jenny, che sta aprendo gli occhi. Lei, facendo uno sforzo enorme per muovere la bocca, gli sussurra “Ciao, straniero.” Lui, con un filo di voce appena, le canticchia “I can’t take my eyes off of you.” E vissero per sempre paralizzati e contenti.

  • 10 luglio 2009
    Radio

    Come comincia: To pass day... To pass night... Every day... And every night... Radio Subasio!

     


    Almeno mi pare che dica così. Chissà perché l'ascolto solo in macchina. Per sentirmi in compagnia, forse. Quando ho comprato questa macchina non pensavo che ci avrei quasi sempre viaggiato da solo con Radio Subasio. E invece per ora la ragazza che ha viaggiato più spesso con me è stata Susanna Scalzi. A me le rosse piacciono anche, ma un po' meno stagionate... Oh, scherzo, Susanna, lo sai che amo solo te...


    Ma se mi mettete "Amore bello" mentre sono bloccato nel traffico sotto la pioggia, per la mia depressione latente comincia ad essere davvero troppo! Allora passo su Virgin... Ma dov'è? La prima cosa che faccio quando salgo in macchina dopo che l'ha presa mio fratello è togliere Virgin Radio... E ora? Ora mi tocca fare tutto il giro, perché ho rotto il tasto e la frequenza sale e basta. Virgin è vicina a Radio Maria! Guarda un po'... Per attinenza? E chi c'è? Kid Rock? Vai!!!


    - ...And we were trying different things, we were smoking funny things, making love out by the lake to our favourite song... Sipping whiskey out the bottle, not thinking 'bout tomorrow, singing Sweet Home Alabama all summer long...


    Ma che sto cantando? E facendo... Altro che tamburellare con le dita sul volante! Che penseranno quelli che mi vedono suonare una chitarra elettrica immaginaria, che per di più sembra avere solo il manico? E se non fosse che muovo continuamente su e giù indice, medio, anulare e mignolo, il gesto sembrerebbe anche un po' equivoco... E imito pure il verso della chitarra elettrica con la bocca... Ho scoperto solo da poco che si chiama “beatboxing”. Intanto qui non ci si muove nemmeno per idea...

  • 10 luglio 2009
    Rigore

    Come comincia:

    "E' rigore, dai, l'hai presa con un braccio!", gridò Mattia.
    "Ma che dici???", gli si rivoltò contro Bruno.
    In effetti a me non pareva. Però tutto si può dire di Mattia tranne che sia uno che se ne approfitta. Vediamo come va a finire.
    "Va beh, se tu vuoi il rigore, ti si da", fece Nino con l'aria di uno che concede qualcosa a un bambino capriccioso.
    Come "ti"? Se ce lo date, ce lo date a tutti. E poi state vincendo 3-0, saremo più meno a un quarto d'ora del secondo tempo, c'è poco da fare i signorotti offesi. Certo, meno male che Davide non si è fatto vedere "senza addurre motivazioni plausibili", altrimenti mi sarebbe toccato fare l'arbitro e qui il rigore non l'avrei dato e forse avrei litigato con Mattia per la terza volta in vent'anni...
    "Allora, chi lo batte?", disse Claudio dopo aver messo la palla sul dischetto.
    "Tu l'hai voluto, lo batti tu!", disse Nino a Mattia con fare provocatorio, entrando in una discussione non di sua competenza.
    "No, no, io non lo batto", disse Mattia deciso.
    Mattia, alle volte non ti capisco proprio. Perso per perso, potevi anche batterlo tu... Ma che cavolo, è la mia occasione!
    "O ragazzi, se non lo vuol battere nessuno, lo batto io!!!", gridai.
    "Battilo tu", disse Claudio freddamente, come dire "ma chi se ne frega".
    "Lo batto io, allora?!?", dissi, probabilmente con un'aria incredula da fare spavento.
    Claudio mi fa un gesto come un cameriere che invita a entrare in un ristorante di lusso. Allora vado. Ho fatto già uno sbaglio: non ci si fa piazzare la palla sul dischetto da un altro. Non l'ha messa uno di loro, quindi non ci saranno scherzi come quello di Maspero a Salas. O quello di Benito Lorenzi a non ricordo chi del Milan con il pezzo d'arancia. Ma forse Claudio l'ha messa un po' avanti rispetto al dischetto e magari il piede mi scivola sul gesso... Tanto più che non c'è manco l'erba qui. E' vero comunque che il tempo si dilata quando stai per battere un rigore. Ricordo quel racconto sull'"Avvenire" su Paolo Poggi che deve battere il rigore decisivo per la salvezza del Venezia. Colonnine su colonnine di ricordi di partite nei campielli, ma per l'esecuzione due parole "Tiro. Gol". Ma come tiro? Nell'unico modo che so: d'interno collo destro alla mia sinistra. Sì, lo so che di destro si può tirare anche a destra, basta "aprire la gamba e girare il piede"... E come no? Ma io guardo quelli che lo fanno come la gente al circo guarda i contorsionisti. Via, Alessandro si è piazzato malissimo, è troppo a destra di almeno un metro. A sinistra s'è aperta una voragine. Vai! C'è un silenzio agghiacciante, anche la periferia sembra essersi zittita. Corro e non sbaglio neanche il numero di passi, non sono arrivato né lungo né corto. Stango e la palla sale inesorabile. Alessandro resta dov'è, tutto il suo movimento è un'occhiata a destra per capire che non ci arriverà mai... Dai, dai, dai!!! Traversa!!! Il rimbombo pare spandersi per tutto il quartiere, segue un altro silenzio che si rompe subito...
    "Porca puttana!!!", urlai.

  • 10 luglio 2009
    La parola

    Come comincia: Dalla filologičeskij fakultet (la chiamavamo così anche quando parlavamo in italiano) all'immenso edificio dell'MGU si diceva che ci fosse un chilometro. A me pareva un'esagerazione, ma certo quel bel vialetto sembrava che non finisse mai. Certo che far fare ai prigionieri del Gulag un'università alta due terzi dell'Empire State Building senza la facoltà di Lettere...
    Quel pomeriggio io, Pietro e Giusy tornavamo all'obščežitie (neanche questo veniva mai tradotto - dire "casa dello studente" non rendeva affatto l'idea) dicendo che faceva ancora troppo caldo e che doveva esserci del vero in quel che si diceva sull'effetto serra. Mosca senza neve ai primi di novembre era troppo triste, che credesse alle lacrime o no. E io maledicevo pure di essere venuto a stare lì quattro mesi senza portarmi niente di "ginnico" per poter giocare a calcio finché ancora si poteva. Qualche giorno prima avevo rinviato un pallone uscito dai campetti adiacenti con tale irruenza da spaventare il destinatario che si era girato per evitare la bordata...
    A un certo punto arrivò Katja. Katja ci metteva in crisi perché studiava italiano e voleva sempre parlare con noi nella nostra lingua, mentre noi parlavamo in russo solo a lezione e volevamo parlare un po' di russo vivo. Eppure Katja era ammirevole perché si barcamenava già bene nella nostra cavolo di lingua, senza uno straccio di declinazione, con due soli generi grammaticali (manco che al mondo fosse tutto maschio o femmina) e con autentiche follie come il trapassato remoto e il futuro anteriore... Però, come capita spesso ai russi, non riusciva a trovare un po' di affluency (po-russki: beglost'). Senza... fare... pause... reggeva... al massimo... un'unità sintattica. Ma... a... volte... anche... molto... meno.
    Dopo i saluti, si volle togliere subito una curiosità.
    "Qual è... quella parola... che significa... "ragazza"... e comincia... per "f"?", chiese.
    Io e Pietro passammo avanti, ci guardammo in faccia e trattenemmo le risate a fatica. Giusy scattò avanti e ci guardò malissimo.
    "Ma dai, non può essere quella parola lì!", fece.
    "Ah sì? E allora qual è?", feci io con aria sfottente.
    La faccenda si faceva imbarazzante. Non ci andava di darle spiegazioni.
    Dovevamo cambiare discorso. E lo facemmo. Probabilmente Katja pensò che il nostro imbarazzo derivasse dalla nostra ignoranza della nostra lingua madre.
    Ma la conversazione fu stranamente impalpabile, anche se parlammo di vsjakaja vsjačina ("ogni 'ognità'"? "Qualsiasi 'qualsiasaggine'"? Il russo è fantastico, perché non si può tradurre - e Katja ci faceva parlare in italiano...). E quel chilometro che chilometro non era sembrava sempre più lungo. Maturava un momento epifanico.
    "Ecco qual era la parola!", a Katja venne fuori una beglost' mai sentita prima. "Fanciulla! FANCIULLA!!!"

  • 02 luglio 2009
    Un gelato a settembre

    Come comincia: Siamo in una gelateria, in un paese di frontiera. All’esterno imprendibili autoveicoli sfrecciano veloci sull’asfalto coperto da una pellicola di acqua piovana. Il cielo è cupo, coerente con la sensazione che lascia sempre settembre, la fine dell’estate, l’autunno che ci sorprende e rannuvola i pensieri.
    Lei assaggia il gelato che pare non ne abbia voglia. Rimane assorta e immobile. Tiene per qualche secondo di troppo il cucchiaio in bocca, e poi lo riaffonda nella crema. Al contrario Lui, lo si può sentire tintinnare il suo cucchiaio contro le pareti del bicchiere, è già quasi arrivato al fondo, ed ingobbito sulla coppa mostra il grugno. A lui il gelato è piaciuto, ha fatto la felicità dell’estroverso gelataio, che con le braccia a compasso da dietro il bancone fa cenni di approvazione. Ama i clienti golosi.
    Ti fai vedere mangiare così dalla tua fidanzata?
    Ghigna da dietro il bancone, e nello stesso istante lei e lui correggono che No, sono solo amici.
    Il barista coglie imbarazzo e passa lo straccio sul bancone, e fischietta. E lei più intimidita di lui si dondola nel suo rossore e abbozza una risposta
    Siamo colleghi, niente di più...
    Anche lui è di certo in imbarazzo, si è accorto del muso di cioccolato, e se lo pulisce svelto altroché, e si ricompone, distendendo la schiena (operazione inutile casomai volesse sciogliere la tensione provocata da quel commento: “niente di più”).
    Ecco che lei dalla borsa che tiene in grembo tira fuori degli orecchini, e nel frattempo le guance digeriscono l’imbarazzo di poco prima – ecco che li indossa.
    Un signore entra pochi attimi dopo, scuotendo il suo impermeabile grigio, né più né meno del cespuglio scombinato e bagnato dei suoi capelli.
    Dottore che le faccio?
    Il dottore esamina ogni vaschetta, con le braccia dietro la schiena, si molleggia scimmiescamente.
    Pistacchio e stracciatella buon gelataio – urla! - Godiamoci questo momento di malinconia...
    … E quanto piace all'omino in camice oltre il bancone scorrazzare da destra a sinistra e affondare la paletta. La voce del dottore scacciò la noia dipinta nei volti dei nostri protagonisti.
    … Un momento di malinconia gelataio, il gelato di settembre se lo fa chi rimesta l’estate!
    Commentò il dottore. Nel frattempo, in secondo piano, il gelataio tendeva di fronte a sé soddisfatto il cono colmo. Non disse una parola. Mossa savia, perché avrebbe avuto tante cose da raccontare a proposito dei clienti “settembrini”, ma amava osservarli e non intimidirne i soliti (ai suoi occhi) comportamenti; pareva volesse lasciare la scena al dottore, accompagnandolo con il suo sorriso disponibile verso il centro del palcoscenico mentre costui non levava gl'occhi di dosso dal ragazzo, e continuava a guardarlo insistentemente.
    Che guardi? Ragazzo non ti riconosci più?
    E prese a ridere, agitando pericolosamente il cono.
    Il ragazzo non parve stupirsi, si girò verso lei che, risvegliata da un’algida sensazione, mimava curiosità spalancando gli occhi. Lui si piegò sul tavolo in modo da poterle dire sottovoce che quel dottore era una sua vecchia conoscenza.
    Il mio vecchio professore di filosofia, è almeno dieci anni che non lo vedo, nutriva una morbosa passione intellettuale per Erich Fromm, lo chiamava Frommè, francesizzava tutti i filosofi.
    E il dottore infastidito forse dai commenti che non arrivavano alle sue orecchie, alzò ancor di più la voce.
    Teoricamente è facile identificare un limite fra avere ed essere, è come lanciare un dado, ma “nel tempo”, nel qui ed ora, hic et nunc, c’è sempre bisogno di arrivare a trovarlo da sé il limite, perciò la teoria è inutile.
    Nessuno in quella gelateria avrebbe saputo rispondere, a dir la verità nessuno capì che si trattava di una domanda. Il professore riprese a ridere, e senza salutare uscì. Una volta varcata la porta un passante si spaventò nel vedere cambiare l’espressione del suo viso, ingiallì di paura e cambiò strada.
    Il professore si perse nell'orizzonte, fra i palazzi. Quello era il suo habitat. Quei giganti, solidi e perenni. Si sentiva in buona compagnia fra di loro. A lui piaceva passeggiare ai loro piedi, e quando vedeva una crepa su un muro o su una colonna, sorrideva e l'accarezzava.
    Cosa ha detto prima d’uscire?
    Ha detto che perdi tempo a guardarti alle spalle.
    In che senso?
    Nel senso che quel pazzo là, spuntato dal nulla, ti voleva dire che ti sei fossilizzato, che senti il tempo scorrere, e ciò ti pietrifica, sennò non ti avrebbe chiesto se hai problemi a riconoscerti, no? la trovi lineare la mia spiegazione?
    Una specie di nostalgia? Succede a settembre, no? è sempre la fine dell'estate.
    Lei prese un altro cucchiaio di gelato, ormai ammorbidito, contemplando il vuoto, cercandovi le tracce visive di scene quotidiane, susseguirsi di abitudini e gesticolamenti. Scandagliava il suo passato recente, cercava il tempo che passava, eppure niente, non sembrava essere cambiato niente nella sua vita. Sembrava una lunga serie di diapositive proiettate su di un manifesto, una spiaggia caraibica al tramonto, esoticamente e malinconicamente: eterna stagione.
    No, non ti capisco proprio.
    Anche lui era pensieroso. Ragionava se era il caso di fare un bis di amarena.
    Forse ti ha visto confuso, titubante, forse ti ha riconosciuto, gli hai dato l’impressione di essere talmente cambiato da essere irriconoscibile ai suoi occhi. Ha pensato ad una persona che non sa cosa vuole e cosa essere, ecco, io la penso così probabilmente ti ha riconosciuto benissimo, e sei tu a pensare di essere cambiato. è un po’ una tua illusione.
    Il professore spuntò fuori di nuovo, proprio attraverso la vetrata di fianco ai due ragazzi, disse qualcosa, ma di non udibile e leggibile; la ripeté un paio di volte e poi scattò di corsa con una mossa da burattino.
    Nient'altro che un manifesto esotico di una agenzia di viaggi. Quando gli altri s’accorgono di noi mentre stiamo cambiando ci pervade un desiderio di occultamento, di rifiuto preventivo. L’equivocante realtà di se stessi diventa un libro aperto agli altri, e questa apertura pubblica rattrappisce i movimenti, affila gli sguardi, pietrifica. Ci si guarda male, e ci si chiede sempre il motivo dei nostri comportamenti. Certo un palazzo non corre, non sfreccia veloce come a volte fa il tempo. Forse che i treni cambiano vagoni in corsa? Così paiono gli uomini visti dall’esterno, dei treni; così si vedono gli uomini dall’interno, dei palazzi in perenne ristrutturazione.
    Lei è presa da parossismo, perché lo ama, anche se questo sentimento somiglia più al dolore, a un’agonia. È così immobile, così distante, da avere la sensazione che nulla, assolutamente nulla possa toccarla. Le prime parole che le passano per la testa, quando pensa di trovarsi fra le braccia di lui sono: assassinio, schiavitù, lotta, soffocamento, stordimento, veleno, e passione.
    Ho già amato, e non si può amare di nuovo, pensa.
    Ma quanto sei nervosa!
    Dice lui, rompendo quell’attimo di sospensione. Lei spaurita, prende a balbettare con le palpebre.
    Io credo sia inutile affogare nei ricordi, perciò – continuò lui - basta con questi vacui momenti, ammorbanti momenti. Ti sfido ad un gioco più appagante, e distensivo: l’attività sessuale. Un cambio di rotta rispetto all’alienante guardarsi indietro e sospirare. Che a quanto pare vale più per te che per me. E poi tranquilla, avremmo anche modo di odiarci, per tutto quello che è capitato, che ne dici?, insomma, smuoviamo questa cappa di noia e fatalismo.
    Anche il gelataio era assorto, guardava attraverso i vetri. Si girò guardando la fila di torte fotografate ed appese sulle pareti, gustandole, suggestionato dalla loro perfezione eterna. In quel momento sentì lo schiaffo che proveniva dal tavolino dei suoi due unici clienti.
    Lui si massaggiava la mascella, e lei si sfregava le mani mordendosi un labbro, quindi sbuffò, rilasciando la tensione dall’addome, riconciliandosi con la sua dignità.
    Sei crudo e spietato, ma so anche che sei dolce e curioso. Mi vedi titubante lo so, forse aspra. Noi ci dobbiamo solo...
    Mi sento fuori luogo.
    Sei tu che hai avuto l'idea di prenderci un gelato, a settembre, e senza neanche un raggio di sole in cielo.