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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 09 settembre 2009
    Il suo angelo

    Come comincia: Il vento li accarezzava bruscamente. La macchina procedeva veloce per una strada di campagna che costeggiava un lago grigio. Il sole dava ai capelli rossi di lei delle sfumature ramate e i suoi occhi erano di un miele dolcissimo. Claudio non l’aveva mai vista così bella come lo era in quel momento. Angela, il suo angelo, era vestita d’una veste bianca di lana che le arrivava al ginocchio e aveva una larga scollatura a V, al collo portava un foulard rosso come le scarpe che si era tolta per il malore che le procuravano ai piedi. Gli sorrideva, non aveva smesso un attimo di sorridergli, quelle belle labbra, rosa e sottili, non si erano mai profanate con una smorfia ma erano sempre rimaste tese e felici. Il suo sorriso, però, non contagiava anche i suoi begli occhi castani, la prima cosa che aveva notato in lei. Erano sempre dolci e comprensivi, ma quanta sofferenza nascondevano in realtà? Si era fatta spesso quella domanda, come si era domandato spesso se quegli occhi d’angelo l’avrebbero mai visto veramente? Avevano mai catturato l’ardente amore che provava per lei sin dal primo giorno in cui l’aveva incontrata? E ora, quasi stentava a credere che quella creatura così bella, fosse seduta proprio accanto a lui e gli stringesse la mano.
    “Tuo marito è fuori città?” le chiese, solo per sentire il suono della sua voce. Il suo sorriso si fece un po’ amaro.
    “Sì, ma torna la settimana prossima, da non mi ricordo dove. Un'altra tappa di lavoro, immagino. Non parliamo di lui, ti prego! Ti piace la macchina?” gli chiese, adocchiando il tachimetro e ridendo.
    “È favolosa!” si limitò a rispondere.
    “Vorrei tanto potertela dare, tu te la godresti sicuramente molto più di me!” Gli accarezzò la barba ormai cresciuta, le piaceva la sensazione che le dava. Quando le faceva il solletico sul collo o quando le graffiava le labbra.
    “Io apprezzo questa macchina solo perché al mio fianco ci sei tu che mi sorridi e mi stringi la mano” le disse, dolce.
    Dio, in momenti come questi ricordava tanto perché lo amava! Claudio era sempre di più una scoperta. Con i capelli scuri scombinati, la barba mai rasata, quegli occhioni azzurri e la fronte forse troppo alta. Claudio era la persona che l'aveva fatta rivivere dopo tanto tempo, quello che l’aveva fatta ridere di una risata sincera in un mondo di sorrisini e battute idiote, quello che l’aveva fatta star male quando si era imposta di non poterlo avere, quello che l’aveva sorpresa quel giorno quando camminavano lungo uno dei ponti che attraversavano il Tevere, quando lei gli aveva detto che non potevano stare insieme, che lei era sposata e lui avrebbe ancora potuto essere felice… senza di lei. Allora lui, arrabbiato, era salito su un muretto e il cuore di lei era andato a mille vedendolo esposto al pericolo. Le aveva urlato contro, come poteva dirgli questo, pensava davvero che sarebbe sopravvissuto senza di lei?
    Le aveva detto che una vita senza di lei era inutile, tanto meglio buttarsi nel fiume come avevano fatto altri mille poveri disgraziati innamorati come lui. Meglio la morte piuttosto che rinunciare. Gli erano salite le lacrime agli occhi, piangeva… per lei.
    Angela non si era mai sentita più felice e più triste allo stesso tempo.
    Proprio come si sentiva in quel momento .
    “Andiamo lontano” gli disse.
    “Dove?”.
    “Non lo so. Semplicemente lontano, via da tutto. Via dal nulla.”
    “Ti adoro quando giochi così con le parole, potresti fare la giornalista sai. E se non ti piacerà, sarà una scusa in più per vederci più spesso.” Ora scherzava.
    “Non prendermi in giro.” Gli aveva dato un buffetto sul capo per ammonirlo.
    “Non ti prendo in giro, potresti sul serio!” Mai possibile che non credesse affatto in se stessa! Che non riuscisse a vedere cos’era quando era con lui. Ma poi pensava al tempo che Angela passava con suo marito e una morsa gli stringeva lo stomaco. Aveva ben immaginato perché Carlo l’avesse sposata, era sempre così allegra e piena di vita! Non diceva mai no a nessuno e poi aveva quegli occhi … ah quegli occhi! O almeno doveva essere stata così, ora semplicemente ricopriva il ruolo di una donna sposata che accondiscendeva a tutto e appariva sempre allegra. Era una pena così grave vederla fingere! Vederla soffocarsi da sola.
    “No, non potrei. Lo sai.” gli rispose, il suo sorriso era scomparso. Era accaduto esattamente quel che pensava. Doveva farla stare allegra.
    “Lo sai che oggi sei bellissima?” Domanda assurda, pensò. Lei era sempre bellissima. E come aveva sperato, le era tornato il sorriso un po’ imbarazzato, però.
    “Vorrei che mio marito non tornasse.”
    “Potresti non tornare tu.” La sentì sospirare pesantemente, ma perché faceva così? Perché non si chiudeva quella boccaccia?!
    “È bello qui, vero?” gli chiese ad un certo punto.
    “È meraviglioso. E pensare che ci siamo capitati per fortuna!”
    “Vero.”
    “Angela?”
    “Si?”
    “Vieni con me.” gli uscì quasi un sussurro.
    “Cosa?”
    “Vieni… stai con me!” la sua voce era quasi un lamento.
    “Non essere sciocco! Sai che non posso!”
    “No, non è vero Angela! Tu dici che non puoi, ma la verità è che non vuoi, la verità è che hai paura!”
    “Tu non capisci…” disse amaramente. Fu come un ceffone, come un secchio d’acqua gelata addosso. 
    “Cosa? No, Angela, io invece credo d’averti capita molto bene! Il problema è tuo marito, no?”
    “Sì, Claudio. Il problema è mio marito e il fatto che non lavoro e che tutto ciò che ho è suo, e il tuo lavoro non basterebbe a tenerci a galla tutti e due: finirei per soffocarti!”
    “Io muoio già adesso a saperti con un altro, okay? È più forte di me!”
    “Potevi dirmelo che era una semplice questione di gelosia!”
    “NO, NON è SOLO QUELLA! Come puoi pensare che sia questo?” Sul volto le attraversò una smorfia di dolore, doveva averlo ferito e proprio lui non se lo meritava.
    “Scusami. Io… sono stata. Scusami.”
    “Non scusarti. Piuttosto, prendi in considerazione la mia proposta: potremo andarcene da Roma.”
    “Non è solo nei quotidiani di Roma che Carlo ha influenze. Ti rovinerei la vita.”
    “Lui me la rovinerebbe, tu potresti solo migliorarla. Dal momento in cui ti ho conosciuta, tu non hai fatto altro che migliorarla!”
    “Ma sarebbe a causa mia” era confusa, lo si vedeva dall’incertezza che le si dipinse sul volto e Claudio ne approfittò.
    “Angela!” si guardarono negli occhi, Angela aveva delle lacrime che le scendevano sul volto, Claudio allungò una mano per asciugargliele.
    “Non piangere, non piangere più. Non darmi questa pena. Stai con me. Stai con me!” le sorrise di nuovo.
    “Con te.” gli rispose, posando il capo sulla sua spalla.
    “Bene” le baciò frettolosamente i morbidi capelli. Per poi tornare a fissare la strada. Gli aveva detto di sì! Non era mai stato così felice in vita sua e poco importava se, appena tornati in città, ci avrebbe ripensato e gli avrebbe detto di no. Ora, gli aveva detto di sì e niente l’aveva mai preparato a una tale felicità.
    Girò la macchina con imprudenza e l’unica cosa che sentì fu la risata della donna che amava, così limpida e spensierata, risuonargli nelle orecchie, poi un gran fracasso e alla fine buio.
    Era ottobre. Erano passati mesi, ormai, e quella risata continuava a tormentarlo. La sentiva ancora, quando si alzava la mattina e quando andava a dormire la sera. La sentiva nei sorsi del caffè. La prima volta che l’aveva sentita era stata la più dolorosa di tutte, mentre calavano la sua bara nella terra fredda che accoglieva il suo corpo ancora caldo. Non l’avrebbe rivista più, non avrebbe più odorato il suo profumo, non avrebbe più giocato con i suoi capelli ricci, non avrebbe più sentito le sue mani calde sul suo corpo che lo stringevano a lei, non avrebbe più visto i suoi splendidi occhi. Glieli aveva chiusi lui.
    Stava guardando il fiume, era lì che si erano detti di amarsi, su quel ponte. Ma avrebbe dovuto darle retta, se le fosse stato lontano ora lei sarebbe stata qui. Senza di lui. Ma viva.
    I suoi occhi si soffermarono su una macchiolina nera che era spuntata nel mattone del muretto. Ne incominciarono a spuntare molte altre, ma lui continuava a fissare quella che gli apparteneva. Piano piano, andò scomparendo e quando la pietra si fece tutta nera non c’era più.
    Come il suo angelo… era andata via.
    E la pioggia continuò a cadere, lavando tutta la vita che aveva intorno…

  • 09 settembre 2009
    La mosca

    Come comincia: Disteso sul letto, sulla pelle la piacevole sensazione di freschezza della doccia appena fatta, si divertiva a far volare sull’intonaco bianco del soffitto la sua piccola mosca grigia.
    Era facile farla muovere dolcemente qua e là o farla schizzare da una parete all’altra come un proiettile sparato all’improvviso da un fucile ad aria compressa.
    Il fucile era nell’occhio sinistro, solo là; se lo chiudeva, la mosca spariva per un attimo e poi ricompariva più sfocata sul nero della palpebra chiusa. Se lo riapriva, eccola di nuovo volteggiare felice in uno zigzag senza fine: bastava metterla a fuoco su una qualunque superficie chiara, persino sulla sabbia dorata della spiaggia o sulla distesa immensa del cielo azzurro.
    - È il segno di una cataratta incipiente - gli aveva detto il suo oculista (un amico d’infanzia che aveva saputo fare le scelte giuste) al termine della visita di controllo annuale – Per ora è solo un preavviso, come i colori sfocati o quel leggero offuscamento della vista di cui mi parlavi lo scorso anno. Attento alla luce del sole nelle ore più calde della giornata, quando partirai per la villeggiatura! Potresti avvertire un maggiore abbagliamento e quella fastidiosa sensazione di avere nell’occhio una mosca. Comunque, per un eventuale intervento…c’è ancora tempo. Divertiti-.
    E nell’attesa lui si divertiva a riempire con la sua mosca grigia il tempo morto, quello di ritorno dalla spiaggia, dopo la doccia, mentre aspettava, disteso sul letto, che sua moglie, accaldata e rossa come un gambero per l’eritema solare, preparasse gli spaghetti con un sughetto veloce profumato di basilico.
    “Le ferie dell’impiegatuccio di provincia con la moglie casalinga!”, ripeteva con disprezzo suo figlio ogni volta che partivano a bordo della vecchia Fiat dell’Ottantasei, carichi di scatoloni con le provviste portate da casa, tanto per risparmiare qualcosa. E da vari anni non li seguiva più: preferiva andarsene all’avventura con un gruppo di amici sfaccendati come lui, verso destinazioni sempre diverse, con l’atteggiamento del figlio di papà che “se le vacanze non sono all’estero è meglio restarsene a casa”.
    Ma in fondo non era diverso da tanti suoi colleghi, morti di fame come lui, che però non rinunciavano a scegliere le mete più esotiche per poter dire al ritorno: - Che meraviglia Sharm El Sheik! E che emozione viaggiare a dorso di cammello fino alla tomba di Tutankamon, con quella sabbia rossa che più rossa di così non se ne trova! -
    A lui, invece, piaceva starsene tranquillo, nel piccolo appartamento preso in affitto per due settimane, a prezzo modico, con la sua fedele e paziente compagna, che sfidava ogni anno coraggiosamente l’eritema pur di portarsi a casa l’abbronzatura dorata che piaceva tanto a lui.
    - Spiagge esotiche! - pensava tra un volo e l’altro della mosca sul soffitto – Sfido chiunque a trovarne una più esotica e più multi etnica della mia. - Piena zeppa di Raphael, Amir, Emal, Amed, Aasim, Aarif, Mahamati, Apolonius, Gustaw e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare del colore della pelle! Ebano, cioccolato chiaro e scuro, olivastro, bianco latte, bianco tendente al giallo e chi più ne ha più ne metta.
    Ne aveva conosciuti tanti in quei primi sei giorni di vacanza, mentre se ne stava seduto sulla spiaggina, sotto l’ombrellone, magari leggiucchiando qualche pagina del quotidiano del giorno prima rimasto nella sacca da mare. Bastava chiudere un attimo gli occhi, tanto per far rallentare un po’ le evoluzioni della mosca, e prima ancora che quella ricomparisse, leggermente offuscata, sullo sfondo nero della palpebra chiusa, ecco la voce di Raphael passargli accanto “ Tovaglie, asciugamani, coprilenzuola, tutto a cinque euro” e poi allontanarsi lasciandosi dietro una scia di sudore.
    Allora riapriva gli occhi e la mosca impazzita saltava dalla sabbia infuocata al cielo azzurro, e nel suo volo si scontrava, senza causare danni, con la pila di cappelli di paglia impilati sulla testa di Amir o sul suo braccio pieno zeppo di collane Svarovski (!), di bracciali di giada (!), di cavigliere d’argento (!), tutto a quindici euro.
    Emal era quello degli ombrelli variopinti, coperti di splendide riproduzioni di artisti famosi: La colazione sull’erba di Manet, La libecciata di Giovanni Fattori, La danza di Matisse, Le tre danzatrici di Picasso, Il bacio di Klimt. Bellissimi! Ne aveva acquistato uno per sua moglie, quello dove la sua mosca si era posata non appena Emal li aveva allineati aperti uno dopo l’altro sulla sabbia tra gli ombrelloni. Si era posata proprio sul braccio di una delle danzatrici di Picasso e lui aveva colto al volo – si fa per dire - il consiglio, pagando sette euro senza chiedere sconti. A sua moglie era piaciuto infinitamente e l’aveva abbracciato stretto, trasferendogli sul petto sudato un bel po’ di olio abbronzante Nivea Sun.
    Emel era africano, Gustaw e Apolonius, invece, venivano dalla Polonia, da Cracovia, la città di Papa Woitjla: il primo trascinava il carretto del cocco su e giù per la spiaggia al grido di “Cocco bello, cocco fresco” e quella volta che si era deciso a comprarne due pezzetti, Gustaw glieli aveva rinfrescati ben bene nell’acqua del catino, condita col sudore delle sue povere mani incallite.
    L’altro si era trasferito da poco nel Meridione, sulle spiagge dell’Adriatico, per vendere sottopentole, ventagli e chincaglierie del genere ai turisti; ma fino a pochi mesi prima aveva lavorato in nero al Nord, nel Veneto, vicino a Ponte di Legno, al confine fra Lombardia e Trentino. Nel suo italiano maccheronico, con una voce piagnucolosa, un po’ accentuando il tono da vittima (anche lui aveva i suoi trucchetti per convincere il cliente), gli aveva raccontato di essere stato malmenato una sera davanti ad un bar della periferia da un gruppo di giovinastri, violenti e razzisti, che gli avevano intimato di tornarsene in Polonia al grido di “ la Padania alla Lega”! All’amico che era con lui, un nero della Nigeria, oltre alle botte avevano propinato insulti e minacce ben più gravi.
    Erano scappati via da lì il giorno dopo. Ed eccoli a scavare solchi nella sabbia, coi loro borsoni carichi di scarpe di marca fallate, borse Prima classe e occhiali Carrera ben allineati sulla tavola di compensato con manico.
    La mosca si posava fraternamente ora sull’uno ora sull’altro, quasi accarezzando quelle povere spalle, quei colli incordati dallo sforzo, quei piedi infuocati nei sandali che affondavano nella sabbia di mezzogiorno, sulle spalle della piccola Anisha, l’indiana, piagate dal sole e incavate dalla cinghia del sacco colmo di animaletti calamitati, quelli che nessuna madre sensata comprerebbe per suo figlio; passava due volte al giorno, ripetendo come un disco incantato “Giocattoli, calamite, girandole colorate…Solo tre euro”.
    A tutto questo pensava mentre se ne stava disteso sul letto, al fresco, in attesa degli spaghetti; e mentre la sua mosca saltellava qua e là, rischiando di annegare nelle lacrime di compassione che gli avevano riempito gli occhi, si sentì fortunato, immensamente fortunato: anche se non aveva visto la tomba di Tutankamon, era stato baciato dalla buona sorte insieme alla sua fedele compagna, che intanto scolava gli spaghetti al dente condendoli nel buon sughetto veloce al profumo di basilico fresco, e con la sua mosca grigia, che ora pareva saltellare più allegramente del solito sull’intonaco bianco del soffitto.

  • 09 settembre 2009
    Alla signorina Caterina

    Come comincia: La gatta andava curiosando sopra il davanzale della finestra. Gusci rotti di noce e pezzi di cannucce grigie. Ogni tanto partiva un colpo di tosse dal piano di sotto; è il vecchio Argutti, che a quest’ora incomincia le repliche della sua bronchite.
    Paolo restò fermo, la penna sollevata in aria, fin quando non si decise e scrisse concitato due parole; piegò il foglio in quattro parti, e lo nascose nel fondo del portapenne.
    Ne prese un altro, meno sgualcito, lo intestò col suo nome e cognome, e prese a scervellarsi non poco.
    “Tu mi fissavi…Caterina, nei begli occhi fissi leggevo il tuo sgomento indefinito…”; no, no, ancora non ci sono, bofonchiò tra sé, poggiando lo sguardo sul profilo della gatta immalinconita, che giocherellava insistente fra i gusci.
    La prese sulle braccia e le cantò la strofa di una canzoncina che gli aveva insegnato nonna Cinzia: “ Oh quante bele fije, Madama Dorè, oh quante bele fije! Cosa ch’it veule fene, Madama Dorè, cosa ch’it veule fene?” Stese la gatta nella cesta, dove cinque esserini senza pelo, le si mossero incontro molleggiando le zampette.
    Paolo fece ritorno alla scrivania, col viso più alleggerito. Tuonò una pedata contro il pavimento dabbasso, e la tosse del vecchio Argutti scemò d’un botto.
    Tagliò quei versi che non lo convincevano più di tanto, e ristabilì la penna a mezz’aria, levando il gomito con un colpo secco.
    Sua madre lo ritrovo così, che si erano fatte le nove del mattino. “Paolo, Paolo” lo andava richiamando mansueta, “il caffelatte, è in tavola”.
    Paolo disegnò un cerchio in aria con la penna, e affisse un invisibile punto al centro.
    “Quanti anni ha, Totò?” proruppe Paolo con voce astiosa.
    “Oddio, ricomincia”.
    “Quanti anni ha, bestiaccia?”
    “Io non lo so, ma…”
    “Bene, te lo dico io; ha venticinque anni. E come si chiama la sua bertuccia?”
    La madre oscillò la testa, mentre le guance le erano diventate più rubizze.
    “Non…”
    “Makakita, Makakita, cosa c’è di difficile, eh?” Nel lanciarla verso la madre, la penna urtò contro lo spigolo dello scaffale più in alto, per ricadere poi a strapiombo dentro la cesta dei gatti.
    “Madama Dorè, oh, mi scusi, non l’ho fatto apposta” corse a dirle Paolo, vistosamente agitato. Mamma Deciani era già sparita dietro la porta.
    Caterina diede due colpi di mano all’uscio. Tacque. Ne diede tre. Sempre silenzio. Poi fece tintinnare mezzo secondo di campanello; a quel punto mamma Deciani corse ad aprirle.
    “E il segnale?”
    “ Non oggi, Cate; vieni, entra, è così peggiorato.”
    Caterina e mamma Deciani appostarono le loro orecchie dietro la stanza di Paolo.
    Caterina fece un cenno a proposito di una clinica venariese, dove avevano riabilitato il cugino di un collega dell’ufficio da una grave forma di schizofrenia.
    Mamma Deciani, dopo averla ascoltata con cura, provò ad abbassare la maniglia della porta.
    “Paolo, guarda chi è venuto a trovarti”.
    Paolo notò subito chi era. Gli bastò aguzzare gli occhi, con quel tanto di sforzo che gli permettesse di scorgere una seconda sagoma femminile, dietro la vetrata trasparente della porta.
    “Non farla entrare, no; cosa stai facendo, bestiaccia.”
    La madre fu respinta indietro, come dal rinculo di una cannonata.
    “La lettera non è ancora finita, Caterina. Scusami, è che…mi si sono rotti gli occhiali e scrivo più lentamente. Ma vedrai, la finirò presto e… poi ti porterò a leggerla sul cocuzzolo del sagittario, ok, sì?”
    Caterina rispose di sì, ma non per questo Paolo acconsentì a farla entrare.
    “… non è il caso, mi rimetto al lavoro.”
    Mamma Deciani era già con la cornetta in una mano e, nell’altra, una sequenza di fogli fascicolati.
    “È stato già ricoverato, per otto mesi, all’istituto Cerri di Alessandria. Ho tutta la documentazione, sì.”
    Caterina stese la mano aperta contro il vetro della porta di Paolo. Poteva sembrare un addio, cui Paolo, immerso in una pila di fogli bianchi, era sul punto di seppellirne i resti.
    Faceva caldo dentro lo stanzone al terzo piano. Lì, membri della direzione dell’istituto tenevano colloqui faccia-a-faccia con i degenti, ricevevano le famiglie e le aggiornavano sulla situazione in corso.
    Paolo si stava tergendo la fronte con una spugnetta color prugna imbevuta d’acqua fredda, quando la porta arrugginita si aprì dietro di lui, imitando il rombo di un cerchione staccato.
    Entrò Irma Laudana, una delle psicologhe pro tempore, di turno all’ospedale.
    Non appena la vide entrare, Paolo si levò dalla sedia e la fece accomodare al posto suo.
    “Sei gentile, ma c’è già la mia sedia, qui.”
    Irma parlava con un forte accento del sud, un misto tra dialetto pugliese e qualche idioma siciliano. Nel frattempo, Paolo si era riaccomodato al suo posto, aveva gettato nel cestino la spugnetta insudiciata e aspettava che Irma gli rivolgesse una parola nuovamente.
    “Paolo, so che ami scrivere, non è vero?”
    Aspettò prima di risponderle; sembrava volesse tenerla sulle spine.
    “Non mi rispondi? Riservato come uno scrittore, eh? Tua madre mi ha fatto leggere certe tue composizioni. Sei pieno di talento, sai.”
    A quella frase, Paolo la guardò stizzito. Si fece portare un bicchiere d’acqua e una cannuccia, rigorosamente grigia. Poi, Irma gli sorrise e lui rispose con una linguaccia che la fece un po’ arrossire.
    “Tu sai per caso… “ cominciò Paolo “cosa ci faccio qui?”
    Irma non replicò a tempo e lui continuò:
    “No, perché avrei certe cose da fare. Dare l’acqua alle begonie, aspettare Marcolino che mi fa ciao al balcone e poi, poi devo concludere una lettera. L’ho promesso.”
    “Ti va di dirmi per chi è questa lettera?”
    “Per Caterina.”
    “È la tua ragazza?”
    Paolo sorrise ingenuamente.
    “No, è la donna di servizio diciottenne. Abita sopra casa nostra e la sera, quando può, scende a trovarmi.”
    “Ah sì? Sei sicuro che non hai una sorella che si chiama Caterina?”
    Irma trascrisse la conversazione su un paginone pieno di timbri.
    “No, mia sorella è morta quando io ero piccolo. Caterina è la domestica, è bella e scende a trovarmi.”
    Irma tirò fuori da una valigetta scura alcuni fogli A4, che contenevano tante frasi scritte trasversalmente, con una calligrafia difficilmente leggibile.
    “Vuoi leggermi questa, se non ti dispiace?” gli chiese con fare amichevole.
    Paolo prese in mano il figlio e ristette con la testa china sul tavolo per qualche momento. Bevve due sorsi d’acqua dalla cannuccia e cercò di modulare il respiro di modo che la sua voce fosse piena di vigore.
    “Totò Merumeni è il personaggio di una creazione, non un affare mio. Ma delle volte c’incontriamo sopra i tetti, ci arrampichiamo alle grondaie e lanciamo ghiande al crepuscolo nascente. Ha quasi la mia età, è innamorato, eppure non lo sa; preferisce sostare sulla facile erba, cantare sotto il pergolato le canzonette della nonna, piuttosto che aprirsi all’aspro vento della sua età.”
    Una lacrima parve a Irma quella che luccicò sopra il ciglio destro di Paolo. Sì, non una goccia di sudore improvviso, era una lacrima piena, rimasta appesa a scintillare.
    “Ecco, ho letto; posso andare adesso da Madama Dorè?”
    Irma ebbe un sussulto di molle tenerezza.
    “Vai, se vuoi; ti faccio il numero di casa.”
    Caterina tornò ad abitare al piano di sotto. Accettò di non essere più sorella, ma di fare la domestica a tempo pieno.
    Andarono insieme sul cocuzzolo del sagittario; Paolo le lesse la lettera intitolata “Alla signorina Caterina, ovvero la mia realtà”.
    Si tennero abbracciati per un po’, dopodiché Paolo le chiese a un orecchio:
    “Ho voglia di pollo alla marengo. E tu?”
    Mamma Deciani imparò il nome di Makakita e rispose sempre più prontamente alle domande del figlio. Paolo smise di chiamarla bestiaccia.
    “Gli anni di Totò?”
    “Venticinque.”
    “Cosa invia all’amico?”
    “Un cesto di primizie.”
    “Un giorno è nato…”
    “… Un giorno morirà.”

  • 09 settembre 2009
    E come limite... le Stelle!

    Come comincia: “Da qui cominciano i ricordi: io con te dentro volo e tu mi sentirai passare. Se devi andare, vai, fai prima che puoi, no, non ti voltare. Da qui fotografo i ricordi…”
    Insiste Biagio Antonacci con le sue parole, con cui, confermando il dissolversi di questo presente in un flashback, prolunga la distanza da quegli attimi che fuggono e che non si possono più vivere.
    Eravamo tre. Tre frammenti di un unico puzzle che, una volta uniti, riconducevano ad una vita più simile ad un sogno che alla realtà. Non ci credevo all’amicizia tra uomini e donne, sai? Credevo che, prima o poi, uno si sarebbe innamorato dell’altro e, allora, tutto sarebbe andato distrutto. Ma ho conosciuto loro e ogni pensiero non poteva che essere smentito da una realtà che negava tali preconcetti mentali. Eppure, il presente è ricoperto di foto. Foto in cui siamo impressi tutti e tre, io nel mezzo, Stella sfavillante della luce che solo loro riuscivano a regalarmi, custodendomi come qualcosa di prezioso, nonostante quella crudele realtà mi avesse ricoperta di crepe: temevo che da lì a breve mi sarei sbriciolata come un vaso di terracotta, ma non me l’avrebbero permesso: erano lì, pronti a cogliere ogni Stella cadente, capaci di farmi rimbalzare a tal punto da ritornare lassù, al mio posto. Esistevano perché senza loro, io non avrei potuto farcela!
    L’avrai capito ormai, il mio nome è Stella. Dicevano che ispira fascino, femminilità, delicatezza. Io non l’ho mai vista così, mi puzza di egocentrismo e presunzione. Il nome è un marchio che ti porti per tutta la vita, ti racconta con un solo termine. Stella non mi rappresenta. I miei genitori avranno voluto rendermi irraggiungibile, proteggermi da tutto e da tutti, questo posso anche capirlo, ma i mille “ma” persistono. Con chi comprendeva questa mia paranoia, c’abbiamo spesso ironizzato su e volevano diventare “Stelle” anche loro. Che buffi! Alessandro e Stefano.
    Ora comincio, dai, parto dall’inizio o, forse, da metà, ma non dalla fine. Mi fa paura pensare che ci sia un termine ad ogni cosa: la odio nei film, nella vita reale non oso immaginare quanto potrebbe risultare straziante. Morfeo s’era impossessato di me per quasi sei mesi, un sonno profondo giunto come per magia, una magia nera, atroce e feroce. Neppure allora m’hanno lasciato sola, quando tutto sembrava perso e si credeva che non ci sarebbe mai più stato un mio risveglio. Poi, in una notte come tutte le altre, ma solo apparentemente, dentro me è avvenuto qualcosa. Non so spiegare cosa o come fosse, so che, da allora, ho ricominciato tutto da capo e, come per miracolo, di quella dormita, gli unici segni che portavo erano psicologici: i miei occhi hanno rivisto la luce e, dopo mesi di nero totale, una scritta azzurra come il cielo mattutino tingeva il muro di fronte alla finestra della mia stanza, sincera e sicura, orgogliosa e fiera di sé: “E come limite…le Stelle!”
    Un altro ostacolo superato grazie alla loro presenza, costanza, al continuo raccontarsi e raccontarmi anche se, da parte mia, non notavano risposte, ma non hanno mollato. Io credevo che la mia vita non avrebbe più avuto senso: non è semplice a diciannove anni svanire nel nulla e ritornare così, nel buio di una notte che la speranza dei tuoi occhi non sa come affrontare. Poi, passo dopo passo, accompagnata da quegli abbracci da cui mi sono lasciata trasportare, ho ripreso a camminare e, insieme, siamo andati avanti: ci aspettavano nuove difficoltà. Ricordo che una di quelle si chiamava Marika, una tipa strana che si era fidanzata con Ale: lui dolce e tenero, dalla battuta sempre pronta, lui che aveva il sole dipinto sul volto, in quel periodo non esisteva più, intrappolato in una relazione di pochi mesi che, a me, sono sembrati un’eternità. Era diventato succube di Marika, viveva in funzione di ogni suo gesto, intrappolato nella sua ombra. Lei gli impediva di vederci o sentirci e lui, lui l’amava e, allora, mi sono messa da parte, ma quella situazione non la sopportavo, era troppo. Poi, anche lui si è svegliato da quell’assopimento, ha mollato una storia utile solo a crescere per evitare determinati errori in futuro e, finalmente, dopo tanto tempo, è tornato in sé: il suo sorriso non era ancora pieno come il mio, ma quella sofferenza si sarebbe affievolita col vento e il tempo: insieme avremmo trovato la forza per raggiungere il sole presente all’orizzonte. E, poi, Stefano, lui e la sua bellezza travolgente, le sue ammiratrici segrete e non, le sue storie da una notte e poi basta. Quante volte avrò provato a fargli cambiare idea, quante? Lui e le sue strane filosofie di vita, lui e il suo carattere possessivo, geloso di me, quasi come un fratello maggiore ma, prima di tutto, grande amico, custode di una Stella che non avrebbe fatto inciampare tra le grinfie di chi la pensava come lui. Per una storia finita male, un amore non ricambiato e tenuto sul filo di un rasoio per anni e anni, aveva deciso che avrebbe trattato come uno zerbino qualunque ragazza gli si fosse avvicinata, ripagandola con la stessa moneta con cui era stato barattato in precedenza. Stupide reazioni, inutili, eppure ci credeva. Ma non ne posso più, non mi va di esprimermi al passato, perdonami, li sento ancora, sono qui, sono presenti. E al presente coniugherò il verbo che ne parlerà.
    Ritorno ad un altro giorno, sono passate tre settimane da allora, ventuno inutili e stupidi giorni, ma sembra ieri. Mantengo la promessa, quel che sembra ieri, lo tramuto in oggi. È sabato sera, la fine di una settimana, l’inizio di un’altra. Abbiamo deciso di uscire, noi tre, soli, alla ricerca del mondo, di un universo che, relativamente, davvero conquisteremo. Mi vesto, aggiungo un po’ di trucco in viso tentando la perfezione, ma più provo ad avvicinarmi, più temo si stia allontanando da me, allora lascio tutto al naturale, non mi nascondo dietro una maschera, non riuscirei a calzarla adeguatamente. Un colpo di clacson mi riporta al presente, quindi mi sbrigo, metto le scarpe, prendo la borsa e mi travolgo giù. Salgo in macchina e ritrovo i miei due grandi uomini, belli come sempre, forse più che mai. Mi faccio trasportare da quella presenza magica, non chiedo nulla, lascio decidere cosa fare e dove andare: qualsiasi cosa sceglieranno, starò benissimo. A suon di musica, girovaghiamo alla ricerca di chissà cosa, come se, in quella C3 azzurrina, non avessimo già tutto! Troviamo un locale carino e optiamo per una pizza che, unita a due chiacchiere tra amici, confidenze, pettegolezzi, consigli improvvisati o meno, costruiscono la nostra serata. Visitiamo un pub, ma prediligiamo quattro passi sul lungomare, circondati dalla tranquillità, da un sapore che non sarà più lo stesso. Si fa presto tardi, che strano gioco di parole! Torniamo in macchina prefissandoci come meta le nostre case: la strada è lunga, ma non è da noi perderci d’animo. Mi arriva un messaggio, cerco il cellulare in borsa e leggo, poi alzo lo sguardo. Non vedo più niente, nulla, se non una luce accecante che m’impedisce di capire. Un faro negli occhi ci abbaglia e poi uno scontro, un fracasso terribile, un rumore atroce. Vuoto, vuoto totale, più buio della pece. La macchina si trita dentro sé. Io mi sento stringere, non so da cosa, ma sento e, se sento, significa che ci sono, anche se intrappolata, ma ci sono. Chiamo loro. Stefano. Alessandro. Niente. Non un sussurro, non un respiro. Silenzio. E in quel silenzio sprofondo. Recupero il cellulare, chiamo aiuto e, presto, un sostegno viene a prestarci soccorso. Ci tirano fuori da quella maledetta C3. Guardo i miei amici, li abbraccio, li stringo, ma non una risposta, non un gesto, niente di niente. E io non posso crederci, io non voglio crederci. Non devo crederci. Continuo a fissarle, quelle due anime e la mia si frantuma. Mi volto verso i medici che, come in risposta ad una domanda immaginata, scuotono la testa. Scuotono la testa e i miei due amici non ci sono più. Sanguinanti, graffiati, feriti. Gli occhi miei, pieni di lacrime, rigettano al mondo un urlo disperato, straziato da un dolore che non riescono a sopportare. Cado a terra con la testa fra le mani sporche d’impotenza, arrabbiata con l’universo, con la stupidità umana di un deficiente che ha passato la sera ad ubriacarsi e poi s’è messo alla guida. E ora è lì, senza un graffio, intontito si rigira su se stesso e sorride illuminato da quelle sirene che continuano a suonare. Per colpa sua, Alessandro e Stefano hanno perso la vita e chissà quanti, dopo di loro, si troveranno nella stessa situazione. La giustizia punisce, ma non li farà tornare indietro. E allora? Allora chi me li restituirà? Chi? Alzo gli occhi al cielo, prego quel Signore grande perché sia tutto un incubo. Ma l’unica risposta che mi dà è una luce, una luce divisa in due. Due stelle che brillano più di tutte le altre.

  • 09 settembre 2009
    Il generale

    Come comincia: Senti, vieni più vicino, non avere paura.
    Ascolta.
    Ti voglio dire la mia stanchezza.
    Sono inquadrato in un reggimento di cui conosco solo le spalle davanti a me ed i calci dietro di me.
    Ho pensato: un giorno il generale passerà in rivista.
    Un giorno, anche da lontano, lo vedrò.
    Ho visto giorni passare, settimane e mesi e anni passare.
    Io aspetto: ma sono sempre più stanco.
    Non posso riposare, non posso perdere mai di vista le spalle davanti a me e dietro sempre devo avere un occhio attento ai calci.
    Ho cercato alla mia destra.
    Ho cercato alla mia sinistra.
    Mezze facce, ho visto.
    Ho cercato di parlare, durante la marcia.
    Solo una risposta, ho avuto: taci.
    Così continuo ad andare avanti.
    E sono vecchio, ormai, sono stanco.
    A volte penso, forse ho sbagliato a scegliere questa strada. Ma io mi chiedo: l'ho scelta veramente?
    Cosa ho scelto, io, se mi sono subito trovato preso fra queste due righe di spalle davanti, di calci dietro e marciare.
    E marciare.
    Io non so.
    Ma stasera vorrei tanto uscire da questa fila eterna e sedermi in un angolo e non pensare.
    Ti chiederai perché non ho ancora fatto niente, perché ho tirato avanti fino adesso, perché non mi sono mosso prima, perché non ho preso una decisione, una qualunque...
    Sai, io speravo.
    Speravo sempre che un giorno o l'altro avrei visto il mio generale.
    Anche da lontano, sai, non ho pretese, ma un giorno o l'altro, io speravo.
    Adesso?
    Ma non so, non so più; ho tanta amarezza dentro che stasera mi sentirei di piangere come un bambino.
    Perché ti racconto queste cose?
    Non saprei, forse perché non ti conosco, perché ti ho visto in disparte, perché ti ho visto di fronte e tu mi hai guardato in faccia.
    Aspettavi me?
    Sì, mio generale, in capo al mondo, dietro di te.

  • 04 settembre 2009
    Il "matto" del semaforo

    Come comincia: Lo chiamavano tutti così, a Ivernia, perché se volevi vederlo, dovevi andare al semaforo in via Tribunale, quello vicino all’edicola, all’angolo di Corso Leonardo Salviati.
    Era un tipo smilzo, capelli corti e crespi, qua e là striati di grigio, un jeans scolorito (dal tempo, non dalle esigenze della moda), una camicia a quadroni blu infilata rigorosamente nei pantaloni che teneva su, a dispetto della sua magrezza, con una cintura di pelle nera, sdrucita come quella delle scarpe: un paio di mocassini con la suola ormai così sottile, che con la pianta del piede riusciva a sentire persino un ago di pino, là sul pavimento del marciapiedi.
    E quel marciapiedi “il matto” l’aveva quasi consumato con il suo andirivieni negli ultimi dieci anni, da quando l’avevano dimesso dalla “clinica” perché dichiarato inoffensivo.
    L’avevano ricoverato i suoi genitori, molti anni prima di lasciare questo mondo, nel 1969, probabilmente con un gran senso di sollievo, come si può facilmente immaginare.
    Era stato, fino a pochi mesi prima di “ammalarsi”, un ragazzo come tutti gli altri, forse un po’ bizzarro, strampalato, ma niente di più. Poi, d’improvviso, le cose avevano preso una piega diversa: a volte, tornando a casa dalla scuola, cadeva in un tale stato di depressione da rifiutare persino il cibo che sua madre aveva amorosamente preparato per lui, e rimaneva digiuno fino al giorno successivo, senza bere neppure un bicchier d’acqua; altre volte era sovraeccitato, divorava tutto ciò che gli capitava a tiro ed era allegro senza un particolare motivo, rideva per un nonnulla, sgangheratamente e rumorosamente, ed era un riso che aveva del diabolico, faceva paura.
    Come quel giorno, mentre si trovava con sua madre vicino al semaforo sotto casa, in attesa del verde. Cominciò a contare, tirando fuori ad una ad una le dita dal pugno chiuso, uno, due tre, quattro… e intanto tratteneva con l’altra mano sua madre, poveretta, che al verde voleva attraversare, stringendole il braccio in una morsa. Undici, dodici, tredici… e sempre quel ghigno sulle labbra e le dita fuori dal pugno, ad una ad una. Vent’otto, ventinove, trenta: la comparsa del rosso e il suo gettarsi tra le macchine in corsa furono una cosa sola.
    Lo ricoverarono con fratture multiple all’ospedale più vicino e da lì, una volta guarite le ossa, dopo cinque settimane, venne trasferito nel reparto psichiatrico.
    Depressione bipolare - diagnosticarono i medici - con atteggiamenti maniacali, sadomasochisti, meglio tenerlo rinchiuso, finché non fosse guarito o almeno finché non fosse risultato inoffensivo.
    C’erano voluti quasi quarant’anni perché il matto diventasse inoffensivo, ma poi ce l’aveva fatta e l’avevano dimesso.
    A Ivernia la sua casa era stata data in affitto dagli eredi sani al giornalaio all’angolo, il buon Tobia, che era stato suo compagno di classe e amico del cuore, quando ancora tutto filava liscio e di medici non avevano mai avuto bisogno, né l’uno né l’altro. Perciò gliel’aveva lasciata volentieri una stanza, col bagno annesso, e lo faceva sedere a tavola con lui, sopportando con malcelata indifferenza le sue risate sgangherate o le lacrime improvvise, tra un primo e un secondo, aspettando, a volte, che decidesse di tornare a mangiare qualcosa dopo ventiquattrore di inspiegabile digiuno, durante le quali non beveva neppure un bicchier d’acqua.
    E alle otto del mattino, quando scendeva nel suo negozietto di giornalaio, anche il matto scendeva in strada con lui e iniziava quel tran tran sul marciapiedi che l’aveva reso famoso come, appunto, “il matto del semaforo”.
    Prima, però, c’erano i preliminari: mentre Tobia sollevava la saracinesca, lui fingeva di girare una immaginaria manovella, come si faceva quando era ragazzo e ancora non esistevano i miracoli dell’elettronica. Poi, una volta assicuratosi che la vetrina fosse completamente aperta e l’amico dietro il banco, prendeva accuratamente le misure del tratto di marciapiede che separava l’ingresso del negozio dal semaforo, infisso sull’orlo della strada: sei passi precisi, a gambe divaricate, tirati con passo marziale. Un’occhiata al verde e poi, da lì, indietro verso la vetrina: sei passi precisi, a gambe divaricate, tirati a passo marziale.
    Di tanto in tanto si appoggiava al muro dell’edificio, con la spalla destra, incrociando le gambe in atteggiamento di riposo: uno, due, tre, quattro….vent’otto, ventinove, trenta. E di nuovo verso il semaforo e da lì indietro verso la vetrina.
    Per sgranchirsi un po’, tra un rosso e un verde, qualche saltello da fermo al centro del marciapiede, una rotazione delle braccia e un bel respiro a pieni polmoni: proprio come fanno di solito coloro che, al termine di una bella corsa salutare, sentono il bisogno di un po’ di stretching per sciogliere i muscoli contratti.

  • 04 settembre 2009
    Il cuore di Carline

    Come comincia: Era una di quelle notti buie e malinconiche, il ramoscello dell’albero adiacente alla finestra della sua minuscola stanza, batteva copiosamente, e come i rintocchi di un antico orologio a pendolo, scandiva le ore che mai sembravano voler trascorrere. Quella sera Carline aveva cenato presto, aveva deciso di coricarsi prima del solito, l’indomani sarebbe stato il giorno più importante della sua vita, finalmente si sarebbe laureata. Carline aveva un dono, vedeva cose che altri non vedevano, veniva proiettata in un mondo che nessuno aveva mai visto, come in un sogno ogni notte viveva una vita che non le apparteneva, attrice di un copione che non aveva mai letto. Al mattino però, lei non ricordava nulla dei suoi viaggi. Carline era una persona molto introversa, sin da piccola aveva imparato a non fidarsi di nessuno, non aveva amici e non aveva genitori che l’amavano. Si sentiva sola ed abbandonata, nessuno riusciva a capirla. Spesso le capitava di rimanere in silenzio solo per poter ascoltare il battere del suo cuore, ma ogni volta non sentiva nulla, era come se non lo avesse mai avuto. Con il tempo si rese conto di non provare sentimenti, di non sapere cosa fosse la gioia, l’amore , il dolore. Ogni cosa era piatta e senza colore, il suo cuore sembrava come congelato. Quella notte aveva deciso di prendere un sonnifero, determinata a riposare. Lentamente cadde in un sonno profondo, i suoi sogni cominciavano a prender vita, l’odore dolce di biscotti appena sfornati giungeva prepotente alle sue narici, la inebriava a tal punto che sembrava li mangiasse davvero, quasi ne sentiva il sapore in bocca. Di colpo aprì gli occhi, non era nella sua stanza ma in un luogo buio e umido. Camminò a tastoni seguendo la flebile luce che scorgeva in lontananza, l’unica cosa che percepiva era l’invitante profumo di biscotti appena sfornati. Uscita si rese conto di essersi svegliata in una grotta, ma non una grotta qualsiasi, in una di quelle che spesso si vedono nei film, abitate da folletti e gnomi e custodita da fatine. Il paesaggio che si stendeva davanti ai suoi occhi conduceva ad una piccola e deliziosa vallata che le era molto familiare. Nel deserto silenzioso della natura circostante , rischiarato dalle prime luci dell’alba, aleggiò un canto delicato di una bambina, che leggiadra avanzava verso di lei con fare delicato e disinteressato. Quando le si avvicinò Carline rimase sbalordita, proferire parola era impresa assai difficile in quel momento, la sua lingua sembrava paralizzata. Quella bambina era lei stessa, la piccola le sorrise e le indicò di seguirla. Si addentrarono in fitti boschi costeggiati da rovi e rose, un dolce profumo di cannella la riconduceva ad antichi ricordi. D’improvviso scorse un piccolo laghetto. Al centro volteggiava leggero uno scrigno di vetro dove i raggi del sole si riflettevano, per dar luce a tutta la vallata. La bambina saltellava e canticchiava con maggior vigore ad ogni passo che compivano verso il laghetto, sembrava sprizzare gioia da tutti i pori. Carline non poteva credere a ciò che stava assistendo, lei non era mai stata felice come quella bimba, è come se la sua parte gioiosa fosse rimasta intrappolata in lei. Improvvisamente la piccola si arrestò e le fece cenno con la mano di osservare lo scrigno. Nell’istante esatto in cui Carline lo guardò, una luce calda e accecante irradiò tutta la vallata. Non riusciva però a capire bene cosa lo scrigno custodisse, sentiva solo un tamburellare sempre più insistente man mano che si avvicinava, sino a quando si rese conto che, ciò che al suo interno veniva gelosamente custodito, era il suo Cuore. In un attimo affiorarono tutti i ricordi che sino a quel momento erano stati sepolti nei meandri più reconditi della sua mente: la sua infanzia, la solitudine, sembrava quasi che ogni istante della sua vita si stesse materializzando davanti ai suoi increduli occhi. Capì l’istante esatto in cui perse il suo cuore, l’istante in cui diventò un pezzo di ghiaccio. Ricordò dei suoi genitori, dell’amore che le avevano donato ma che lei non aveva mai compreso, dei suoi amici, le cattiverie, i litigi, gli scherzi, la sua indifferenza nel vederli soffrire. Ora tutto era chiaro, Carline capì che non era mai stata sola, che era lei che aveva sempre allontanato chi più l’amava al mondo, comprese che il suo cuore era gelido grazie a lei, e che ogni notte nei suoi sogni andava a fargli visita, perché lui era lì, ed aspettava il momento in cui si sarebbe svegliata da quell’incubo che era la sua triste vita. Nel medesimo istante sentì un dolore al petto, il suo corpo fu inondato da un calore insopportabile e dolcemente sentì il suo cuore pulsare di nuovo in lei. Si svegliò di colpo sudata e sbigottita, posò una mano sul petto e lo sentì battere in tutto il suo vigore. Era guarita, ora era la Carline di un tempo. Decise che era il momento di cambiare, era giunto il tempo di tornare ad amare. Si rese conto che nulla al mondo potesse dare valore alla vita come l’Amore. Si alzò di fretta, contenta e consapevole che mai più sarebbe rimasta sola e si apprestò a vivere, con il cuore colmo di gioia, il giorno più importante della sua vita: il primo con un Cuore.

    R S
  • 04 settembre 2009
    Stand by

    Come comincia: Avrebbe compiuto cinquant’anni di lì a qualche giorno e le pareva la cosa più inverosimile del mondo, riferendola a se stessa. Non perché non accettasse l’idea di invecchiare, ma perché, fatta eccezione per qualche segno di decadimento fisico (la pelle non più tonica ed elastica come una volta, alcune smagliature sull’interno delle cosce, qualche striatura grigia nei capelli) era ancora una splendida donna. Il punto era che la sua anima non accettava l’idea del trascorrere del tempo, era come se avesse bloccato il suo orologio in una sorta di stand by molti anni prima, quando lui era uscito dalla sua vita, chiudendosi elegantemente la porta alle spalle.
    Una scelta condivisa, a sentir lui; desiderio di realizzare pienamente la propria vita, attimo dopo attimo e senza rinunce, secondo lei.
    Dopo il primo momento di sbalordimento, le era sembrato di piombare in un sonno profondo, come nella fiaba della bella addormentata, e con lei erano caduti in letargo persino gli oggetti che riempivano il suo spazio vitale: il portachiavi era diventato “quel” portachiavi che lui le aveva regalato in “quella” circostanza; la penna “quella” penna che lui aveva scelto per lei; l’abitino verde “quell’abitino” verde, indossato in “quell’occasione speciale”, che di speciale aveva solo la presenza di lui, e così via.
    La sua anima non aveva accettato la realtà, dividendo la vita esattamente in due, come si dividono il giorno e la notte: l’esistenza quotidiana, con la sua routine – il lavoro, gli amici, il resto della famiglia - era diventata il sogno e il sogno una realtà, fatta di attesa, come se d’improvviso avesse dovuto svegliarsi – esattamente come nella fiaba – e ricominciare dal punto dello stacco. Era come essere in credito col Destino e questo avrebbe pagato il suo debito, prima o poi.
    Un giorno lui sarebbe tornato, consapevole che la vita senza di lei non era che una pausa senza senso, le avrebbe chiesto perdono, riconoscendo l’erroneità della sua scelta, e lei si sarebbe semplicemente rifugiata tra le sue braccia, svegliandosi da quell’incubo in cui era intrappolata da quattordici anni. Non poteva essere che così.
    Pensava a tutto questo mentre guidava nel traffico della città per recarsi in ufficio e guardava l’orologio in continuazione: odiava fare ritardo e leggere l’ipocrita comprensione negli occhi dei colleghi mentre timbrava il cartellino. Maledizione! Non un solo semaforo verde quella mattina ed erano già le sette e quaranta. Avrebbe imboccato lo svincolo subito dopo i giardini pubblici - pensò – Il senso era vietato, ma a quell’ora i vigili avevano un bel da fare nelle vicinanze dell’Università e nessuno l’avrebbe fermata.
    Una manovra veloce e si immise nel sottopasso che sbucava sulla tangenziale.
    La sirena dell’ambulanza le trafisse i timpani; premette forte il piede sul freno, prima di incollarsi sul paraurti della Bravo che la precedeva a passo d’uomo. Uno schianto fragoroso...poi  il buio.
    ***
    - Non risponde a nessuno stimolo, purtroppo; si tratta di coma irreversibile; le funzioni cerebrali e vitali sono del tutto abolite. Non c’è stato di coscienza, è evidente dalla posizione dei globi oculari e degli arti, dalla completa assenza di riflessi e dalle caratteristiche dell’ elettroencefalogramma.-
    Eppure lei sentiva, poteva persino vedere quelle persone in camice verde, la lampada sul soffitto, sentiva l’odore dei farmaci e quel ronzìo continuo nelle orecchie.
    Avrebbe voluto gridare: – Ci vedo, vi sento, non è vero che non ci sono funzioni vitali nel mio corpo. Il corpo è come addormentato, ma se faccio uno sforzo di volontà, riesco a muovermi, ne sono certa. –
    Da quanto tempo era lì? La sensazione di assoluto silenzio nella stanza bianca la infastidiva, soprattutto quell'accostarsi di  volti sconosciuti al suo volto, come per studiarla, e quel muovere le labbra senza emettere suoni, quel voltarla e rivoltarla nel letto senza che lei potesse sentire il contatto dei guanti bianchi sulla pelle. Visi sconosciuti, occhi che talvolta piangevano, chissà per quale inspiegabile ragione. Non li conosceva, nessuna fisionomia veniva a squarciarle finalmente la memoria oscurata liberandola dal sonno.
    E poi finalmente lo vide, una notte, nel riquadro della porta, ne sentì i passi mentre si avvicinava. Rimase lì, in piedi vicino a lei, per un tempo interminabile, con gli occhi pieni di lacrime, senza parlare, solo stringendole la mano con le sue, così belle e affusolate, come quelle di un pianista.
    Poi le chiese perdono, le confessò di aver sbagliato ad andarsene, a lasciarla sola per realizzare il proprio destino, per vivere pienamente la propria vita. Ora la rassicurava: non l’avrebbe lasciata mai più, avrebbero ricominciato a vivere la vita dal punto in cui si era interrotta. Si chinò su di lei e la baciò sulle labbra. Non le aveva dimenticate, morbide e profumate come quelle di un bambino. Era arrivato il momento di svegliarsi.
    ***
    L’infermiera di turno riaprì gli occhi di scatto. Come era potuto succedere che si addormentasse? Che stupida, avrebbe rischiato di perdere il posto, se qualcuno se ne fosse accorto. Un’occhiata ai macchinari, poi il grido: - Dottore, corra qui subito, per favore! ...la paziente n. 24. L’ elettrocardiogramma… è piatto.-