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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Davide era sulla panchina.
    Il sole lo fissava dalla sua dimora di cristallo fatta di nuvole gigantesche.
    Ed egli le fissava una ad una.
    E ad ognuna associava una figura.
    “Un drago, e quella un pulcino, e quell’altra… un cane”- il piccolo dito del bimbo le indicava mentre i suoi occhietti semichiusi sfidavano i raggi solari.
    Il nonno, un uomo alto e sicuro di sé che sapeva cosa fosse il lavoro dei campi e la sofferenza della vita, lo guardava sorridente e incuriosito dal negozio di alimentari.
    La fitta barba bianca gli copriva il mento mentre i baffi nascondevano le estremità del suo sorriso.
    Si avvicinò alla panchina e si sedette vicino al suo nipotino: “Davide, che fai?”
    “Guardo le nuvole, nonno!”- il nasino del piccolo scrutava all’insù l’odore del vento cercando altre sembianze da affidare alle nuvole.
    “Guarda, nonno, quella nuvola! Sembrano due ali… Sembra un angelo!”
    Il nonno alzò il suo viso segnato dal tempo e sospirando, come per gustare il sapore della brezza di settembre, osservò i dipinti che offriva il cielo.
    “Nonno, secondo te gli angeli vivono su quelle nuvole? La mamma mi ha detto così”- affermò il bambino senza smuovere lo sguardo da quel viso sereno di un angelo fatto di nuvola.
    “Io preferirei pensare che quella nuvola sia un angelo…Un angelo vestito di veli bianchi e vellutati, vestito di seta fatta di stelle”- rispose così il nonno, con il suo tono fermo e malinconico.
    Entrambi rimasero in silenzio fissando i ritratti che il vento si divertiva a plasmare.
    Il nonno aspettava il fischio del macellaio per comprare la carne più tenera.
    Si sentì… nel silenzio delle foglie, a scuotere il silenzio dei sogni, arrivò quel fischio.
    Il nonno allora fece cenno di alzarsi quando Davide lo chiamò: “Nonno!”
    L’uomo, alto e robusto, si voltò aspettando che l’esitazione del bimbo sparisse: “Che c’è, Davide?”
    “Nonno, ma… Ma la mamma guarirà?”- gli occhi grandi, nascosti dai piccoli occhiali da vista rotondi, fissavano ora l’asfalto del marciapiede, triste e grigio.
    “Davide…”- il nonno lo guardava, non poté far altro, lo chiamò con un altro sospiro figlio di quella malinconia- “Davide, la mamma sta combattendo. E noi dobbiamo starle vicino. Ora devi pensare solo a questo. E devi sperare, Davide, devi sperare e credere, sperare e pregare. Capito?”
    La testolina penzolante e pesante di pensieri e dubbi annuì.
    “Bravo, bravo il mio campione!”- esclamò il nonno sconvolgendo con la mano i riccioli neri di suo nipote-“Ora andiamo a comprare la carne? Stasera alla mamma faremo mangiare la bistecca di dinosauro! E gliela cuciniamo noi!”- rise, il riso dolce di un nonno che non molla mai, e anche il piccolo Davide sollevò il suo viso ridendo e ripetendo fra sé e sé “Bistecca di dinosauro”.
    Dopo aver fatto spesa nonno e nipote tornarono a casa.
    La tenera nonna Celestina stava preparando una torta di mele.
    “Nonna! Mamma! Abbiamo comprato bistecche di dinosauro!”- gridò il bimbo, appena varcata la soglia di casa e saltellando da un angolo ad un altro.
    Il profumo dolciastro che fuoriusciva dal forno si diffondeva lentamente per la casa: delizioso odore di amore e di calore, di famiglia e di serenità, che invadeva le stanze.
    Davide andò nella camera da letto della madre.
    Sofia era al letto, la sua carnagione pallida, le sue labbra vermiglie, il tenue viola sotto gli occhi e le ciglia umide di segrete lacrime.
    “Amore, sei tornato? Dove sei stato con il nonno?”- la voce fioca e delicata della madre solleticò i timpani minuti di Davide.
    “Mamma! Abbiamo comprato bistecche di dinosauro!”- corse vicino al letto il bimbo e accolse sulle sue soffici guance la carezza materna di una mano gonfia di medicinali e stanchezza.
    “Bistecche di dinosauro? E lo hai catturato tu insieme al nonno?”
    “Ma no! Mamma, che dici? Il dinosauro era al supermercato!”
    “Al supermercato vendono anche bistecche di dinosauro! E chi le cucinerà?”- Sofia sbarrava simpaticamente i suoi occhi e sorrideva, il sorriso amaro di una madre che ama il proprio figlio.
    “Noi, mamma! Io e nonno siamo dei cuochi bravissimi!”
    Ridevano, scherzavano, si baciavano, si accarezzavano.
    La piccola bocca senza i due denti incisivi davanti, schioccava affettuosa sul viso scarno della madre.
    Sofia per quanto stufa e senza forze a causa del tumore e della chemioterapia, ogni volta voleva alzarsi da quel letto che la teneva prigioniera, e voleva pranzare e cenare insieme a tutta la famiglia per far vedere a suo figlio che lei era ancora forte.
    Il nonno tagliò il pane, volle fare una preghiera a quel Dio che da lassù lo ascoltava, e poi mangiarono.
    Sorrisero, si raccontarono, Davide parlò delle sue nuvole e, finita la cena, si addormentò sul divano.
    Senza far rumore, con amore, il caro nonno lo prese in braccio e lo coprì con cura sotto le coperte.
    Il giorno dopo Sofia doveva iniziare il ciclo della chemio, ancora, ancora una volta, ancora una stremante e nauseante volta.
    Il nonno andò a prendere Davide a scuola. La mamma era in clinica. La nonna era accanto a lei.
    Mentre la pioggia quel giorno volle accarezzare e inondare ogni cosa.
    Fecero pranzo da soli.
    Mentre il nonno cercava di distrarre Davide dai suoi tristi pensieri che non dovrebbero mai intaccare, toccare, nemmeno sfiorare la mente dei bambini, Davide guardava la pioggia, la fissava insistentemente.
    La pioggia smise e il senso del dovere chiamò Davide a fare i compiti.
    E poi alla sera, eccola di nuovo, splendente sotto la luce dei lampioni, tornò la pioggia.
    Aprì la finestra, di nascosto prese un bicchiere, e Davide cercò di catturare le lacrime degli angeli.
    Lui era convinto che gli angeli di nuvola piangessero lacrime sante.
    Lui nel suo silenzio pensò che quelle lacrime potessero salvare la sua mamma.
    Con attenzione guardava ogni goccia cadere, con vero impegno spostava il bicchiere cercando di riempirlo.
    I suoi piccoli occhiali si appannarono e si bagnarono, ma lui con il suo viso rivolto al cielo cercò di non tralasciare nessuna goccia di pioggia che cadesse nel suo balcone.
    Il vento fece sbattere la finestra dietro di lui e la voce autoritaria del nonno lo chiamò: “Davide!”
    Il bicchiere gli scivolò via, cadde dalle sue mani bagnate che cercarono di riafferrarlo.
    Cadde.
    Si frantumò in tanti pezzi di vetro tra l’acqua della pioggia.
    Li guardò immobile. Non voleva girarsi, non sarebbe riuscito a sfidare lo sguardo del nonno.
    Non voleva piangere.
    La mano scura del nonno si posò sulla sua spalla: “Davide, che stai facendo?”
    Le lacrime, quelle salate che nascono dentro al petto che inizia a singhiozzare, uscirono mischiandosi alla pioggia caduta sulle guance fredde: il bimbo iniziò a piangere guardando il bicchiere rotto sulle mattonelle marrone del balcone.
    Il nonno allora lo prese in braccio e lo fece rientrare. Chiuse la finestra.
    Chiuse il freddo di quella giornata fuori dalla propria casa, lo volle esiliare dalla sua famiglia.
    Tolse gli occhiali a Davide che lo aveva fatto sedere davanti al camino.
    Asciugandogli le lenti cercò di calmarlo con la voce.
    Ma il nonno non capiva perché piangesse.
    Quando finalmente il piccolo smise, poggiando la testa sulla spalla del nonno che lo cullava, gli confessò il suo piano.
    Gli confessò il suo desiderio di rubare la pioggia, di rapire le lacrime degli occhi degli angeli, perché voleva farle bere alla sua amata mamma.
    Il nonno sorrise.
    Si alzò e prese una brocca.
    Aprì quella finestra che egli aveva odiato un attimo prima e posò la brocca sul tavolo nudo e di plastica che era fuori.
    Quando rientrò, vide l’espressione di stupore del suo nipotino felice.
    “Quando torna la mamma, bagniamo un fazzoletto di quelle lacrime del cielo, e poi le inumidiamo le labbra e le palpebre degli occhi, d’accordo?”- il nonno si era curvato, aveva sollevato il viso del bimbo mettendogli la mano sotto il mento rotondo, e lo tranquillizzò.
    La mamma, la nauseata Sofia tornò.
    Tornò tra i baci di suo figlio.
    E quando si sdraiò sul letto, Davide si sedette vicino a lei: “Mamma, ti ricordi la storia degli angeli di nuvola?”
    “Sì, tesoro.”
    “Ok, sono contento che ti ricordi! Perché mamma… Io ho voluto prendere le lacrime, le loro lacrime per te.”
    “Per me?”- meravigliata Sofia guardò il suo angelo.
    “Sì, mamma, tu stai male. E quelle lacrime sono magiche. Basta poco poco sul viso, ti bagni poco poco”- era così terribilmente dolce il piccolo Davide.
    Sofia sorrise tra le lacrime.
    Sorrise piangendo come quella pioggia di settembre.
    Sorrise baciando suo figlio.
    Sorrise tra le sue lacrime commosse, senza poter più nasconderle dietro i suoi capelli che la chemioterapia volle come ricompensa.
    Sofia sorrise… Sorrise abbracciata a suo figlio, il bimbo che voleva regalare le lacrime degli angeli alla propria mamma.

  • 14 aprile 2010
    Un'orafa

    Come comincia: Ora che lo vedo lì, per la prima volta da chissà quanto tempo, non piangere mi sembra davvero mio figlio. Mi sembra addirittura che possa sorridere, che possa, una prima e unica volta, farmi capire che mi vuole bene.
    Sono un’orafa, o sono stata per meglio dire, visto che un piccolo contrattempo, uno spiacevole imprevisto durante il parto, ha costretto i medici ad uno sforzo sulla mia schiena che mi ha danneggiato qualcosa alle mani: ora che non hanno sensibilità alle dita non possono più maneggiare gli strumenti sottili e precisi, quegli uncinetti preziosi che usavo per creare i gioielli. Mi dicevano che ero brava, con quei complimenti che non ti fanno alzare la magra paga di un’artigiana in nero ma che almeno ti fanno sperare che tu valga qualcosa. E questo è stato in fondo sempre il mio desiderio, trovare qualcuno che mi desse speranza e conforto, che credesse in me. Ma al mondo di oggi anche vendendosi completamente non si riesce a comprare questo bene, più stabile dell’amore, prezioso più dell’oro che sapevo modellare a mio piacimento. Così quando un giovane disinvolto, simpatico e allegro, ha cominciato a giocare con me, non c’è voluto molto perché mi dessi a lui, perché cercassi in quella leggerezza un sollievo al peso della mia vita. Ci sposammo e forte del suo affetto per la prima volta guardai con fiducia alla mia vita futura: me lo aspettavo piena di luce e viaggi, a vivere quella bellezza che costringevo in minuscoli gioielli in bui e blindati scantinati.
    Ma presto capii che ero uscita da una casa come figlia e sorella per entrare in una altra come moglie e cameriera. Le giornate venivano bruciate dal lavoro e dalle montagne di panni e polvere da tirare via. Per non perdere la fiducia di mio marito lucidavo la casa a prova di suocera, stiravo l’impossibile e non chiudevo occhio se tutto non era a posto. Ma la mattina dopo ogni suo movimento mandava all’aria tutto: come un bambino doveva essere accudito in tutto. La sua allegria si rivelò essere noncuranza completa di tutto quello che una vita normale richiedeva e che ricadeva su di me schiacciandomi. Piano piano la mia casa divenne l’altra prigione, quella in cui non avevo nemmeno il vanto dei gioielli ma solo la rincorsa al necessario. Quando gliene parlavo, lui mi diceva che tutto era abitudine, che lui non aveva bisogno di tanto ordine. Ma poi metteva all’aria tutti i cassetti fino a quando non trovava una camicia stirata per bene, fino a che non mi chiedeva, con malcelata delusione, se per caso non volessi farmi dare una mano da sua madre. Ma io volevo credere in me stessa, volevo che credesse in me e divenni schiava della sua e della mia delusione.
    Non ricordo molto di quegli anni ma so che tanti li hanno contati come troppi. Le frecciatine velate nei miei confronti erano dei colpi di clava su mio marito che cominciò a sentire una crepa nella sua allegria, una crepa che solo un nipote per sua madre poteva colmare.
    Fu forse allora che dissi per la prima volta no. Fu allora ben chiaro a me che quella nostra unione era un fallimento che non poteva gestire un figlio. Mi opposi e litigammo ma il mio mondo era troppo buio per non bramare almeno quel po’ di luce della sua allegria. Sperai che, passati un po’ di anni, non fosse così facile restare incinta, sperai che in fondo tanti che lo desideravano non ci riuscivano.
    Dopo pochi mesi la mia pancia cresceva solo meno della mia ansia. Non riuscivo a fare più niente mentre già a lavoro altre ragazzette pregustavano la mia partenza per fregarsi i lavori migliori, quelli che, con sudore, io avevo conquistato. In quel periodo la mia unica consolazione era la gioia di mio marito. Come lo scolaro che avesse finito il compito difficile che gli avevano assegnato incassava con gioia i complimenti di tutti. Licenziava le mie paure con la tipica frase che tutti ci sono passati e che i figli crescono anche da soli. Quando fui costretta a letto provò anche ad accudirmi con affetto e premura ma dopo due giorni chiese aiuto alla madre che, constatata la precarietà della situazione, prese possesso della casa.
    Io non credo che mia suocera sia una cattiva donna: è solo una che ci sapeva fare molto più di me e, in un modo o nell’altro, se ne beava. La casa raggiunse uno splendore mai visto e mio marito non faceva altro che lodare i poteri dell’esperienza e dell’istinto di chi diventava mamma. Ma io quell’istinto non lo sentivo quando la pancia entrava in subbuglio, quando i calci mi svegliavano di notte e mi facevano saltare di giorno. Mia suocera mi preannunciò che avrei avuto un maschio bello vivace e non si risparmiò nel raccontarmi tutti i guai che lei aveva passato con mio marito. Quando la vedevo così robusta e pratica non potevo non pensare che questo bimbo mi avrebbe spezzata e spazzata via come un fuscello.
    Il parto fu tremendo: naturale doveva essere per l’amor di Dio, perché tutti in famiglia si erano fieramente opposti ad un cesareo. Ma cesareo fu, dopo troppe ore di travaglio, a squarciarmi per sempre l’anima.
    Ricordo ancora di aver visto quel fagottino in ospedale, bello e sereno, e di aver pregustato la fine dei tremendi dolori del cesareo quando me lo sarei potuto abbracciare nel letto. Ma quando andammo a casa quell’angelo mostrò tutta la sua violenza e l’odio nei confronti della madre. Le prime due notti furono insonni per tutti e alla terza mia suocera si ritirò a casa sua per non intromettersi troppo nella nuova famiglia; dopo la prima settimana anche mio marito cominciò quella lunga via che dal divano lo portò alle tante trasferte di lavoro.
    Il fatto è che piangeva sempre: provava a mangiare, si attaccava alle mie povere mammelle senza latte, e poi mostrava tutta la sua delusione con un pianto acuto e interminabile, rotto solo dalle sue terrificanti apnee.
    Il pediatra ci cambiò più volte il latte e solo uno specialissimo ci permise di fermare il suo calo. Un latte buono ma che gli faceva male al pancino dando vita alle famose coliche.
    I primi giorni furono tanti a venirmi a trovare. Riempivano gli spazi in cui dormiva scappando via ai suoi primi pianti. Mio marito mi era vicino nelle visite, sempre a fare dei servizi quando restavo sola. Molti lo lodavano per la sua presenza convincendolo sempre più che quella sua allegria era tutto il necessario per andare avanti. Io non lo vedevo più oscurato dal bimbo e dalla mia oceanica stanchezza.
    Non ce la facevo, non riuscivo a togliermi di dosso il peso di queste nuove fatiche e cominciai a dirlo agli altri. Non poteva esserci errore più grande. Chi aveva figli si vantava di aver superato muta ed eroica ben altre fatiche che solo in seguito avrei provato, chi non ne aveva invidiava le gioie dei bimbi sorvolando sul prezzo. Presto diventai noiosa e anche quel flusso di visite si trasformò in telefonate e poi nel silenzio chiassoso del pianto di mio figlio.
    A quel punto non mi restava che lui. Cominciai a cercare in lui ogni forma di affetto nei miei confronti ma non ne trovai. Mi dicevano che crescendo non si sarebbe staccato da me, ma io non lo allattavo e non riuscivo a mantenere la calma quando piangeva. Quei pochi sorrisi erano destinati al padre, con me invece si corrucciava e finiva per cominciare con i suoi tremendi strilli. Mio marito, sua madre, perfino il pediatra e il prete cominciarono a pensare che questa sua rabbia fosse causata dal mio nervosismo. Pensavano ma non mi aiutavano, di fronte alla caterva di panni mi consigliavano di riposarmi, di fronte al pianto di stare serena. Ma poi andavano via lasciandomi solo il senso di colpa e la sensazione che non fossi all’altezza.
    Così il sonno si è mescolato alla stanchezza e ben presto non ho più capito quando fosse giorno e quando notte. Questo tempo invernale ha fatto il resto privandomi per sempre di un po’ di quella luce che ho sempre bramato. Nemmeno l’allegria di mio marito mi consola. Quelle poche volte che sta qui vince il suo senso di colpa dandomi mille consigli su quello che devo fare. Non ho la lucidità nemmeno di ascoltarlo né di capire, quando sento chiudere la porta, se è tornato oppure è andato via.
    Così stamattina non posso nemmeno dire se davvero era in braccio quando mi è caduto il pentolino per riscaldare il biberon o la macchia sul piedino non è una scottatura ma solo una zanzara. Nella memoria ho solo il suo pianto forte, così forte che pensavo volesse vomitare, tanto prolungato che credevo gli occhi si consumassero. Ho provato a calmarlo in ogni modo, a fermarlo desiderando con tutta me stessa che la smettesse, ad ogni costo. Così ho stretto quel corpicino tanto più forte quanto più piangeva, ancora forte anche quando pur calmandosi il pianto continuava ad agitare freneticamente le braccia, sempre più forte fino a che anche quell’ultima infinita agitazione si è fermata. Alla fine l’ho posato sul letto senza nemmeno capire se dormiva o era sveglio, gli occhi aperti a guardare il soffitto finalmente asciugati dal pianto.
    A mio marito non peserà quello che ho fatto, si chiuderà nel suo dolore e dimenticherà tutto. In fondo non ama questo bambino che, così scontroso e lamentoso, non gli somiglia per niente e non ha mai fatto parte della sua vita. Penserà che ha trovato la donna sbagliata e sua madre gli dirà cento volte che lui ha fatto il possibile per evitare il peggio. Ma il peggio è arrivato da solo e ora non mi resta altro che seguirlo e scrivere su questo foglio che non sono pazza e che non l’ho fatto per esaurimento nervoso. Solamente mi sono imbattuta in un progetto più grande di me, che non avevo cercato e che non sono riuscita a portare a termine.
    Lo guardo ora un’ultima volta, mi godo il suo mezzo sorriso e mi culla il pensiero di quello che poteva essere. È andata così e spero solo che esista, giù da quel balcone che mi aspetta, un paradiso dove possiamo rincontrarci.
    Magari chissà, se il posto non è cattivo, potrebbe anche perdonarmi per avercelo portato così presto.

  • Come comincia: Ho un cancro. Che bello! Ho un cancro nell’acquario. Il mio cancro è giovane e forte. Il mio cancro sta bene nel mio acquario. Nel mio acquario oltre al mio amato cancro ho due pesci. Sono due pesci stupendi, si assomigliano parecchio, sono uguali. I miei pesci sono due pesci gemelli. Si! Ho due pesci stupendi e un meraviglioso cancro nel mio acquario. Vado fiero del mio acquario. È la cosa più preziosa della mia fattoria. Sono molto legato al mio acquario. Guardo il mio acquario… col mio meraviglioso cancro e i miei due bellissimi pesci gemelli, e mi sento bene! La mia fattoria si trova nel cuore di Roma, immersa nel centro storico…è l’ultimo pezzo “barbaro” in mezzo a millenni di civiltà, più o meno educata. Situata al centro di piazza Venezia la mia fattoria è meta di numerosi turisti che vengono ad ammirare quest’ultimo residuo barbaro del mondo occidentale. “No!” - dirette voi – “I turisti vengono per ammirare l’altare della Patria, i fori imperiali e fare acquisti in via del Corso”, questo è quello che direte… Io vi dico invece che di dicerie in giro se ne odono parecchie. I turisti vengono per ammirare la mia fattoria e i miei animali. Questa è la verità… che ci crediate o no. Mussolini si affacciava da quel balcone… quello là… per ammirare la mia fattoria. Gli piacevano un sacco i miei animali. Andava pazzo per il leone. Un tempo era forte, fiero e bello… oggi è un po’ vecchio e malandato. Sta sempre sdraiato all’ombra del pino. Gli anni passano anche per lui, poverino. Il mio caro vecchio leone… me lo ricordo fin da quando era un cucciolo… L’ho visto crescere… non vorrei però vederlo morire. Mi piangerebbe il cuore. Sono molto affezionato a lui. Da quando si è invecchiato, l’ariete gli pascola accanto con tranquillità. Gli bruca l’erba vicino ai suoi denti senza apprensione… i miei animali non hanno timore degli altri. Si amano a vicenda. Nella stalla ho anche un bellissimo toro. Non c’è molto da raccontare sul mio toro, sta sempre a farsi i fatti suoi, tranquillo. È l’animale, però, al quale voglio più bene… non so dirvi perché. È così è basta. I vostri sguardi non mi piacciono! Voi non mi credete. Voi pensate che io sia un pazzo che siede al centro di piazza Venezia, mentre i turisti e il traffico scorrono accanto. I vostri sguardi non mi piacciono! Sembra mi deridiate. Pensate che io sia un “fissato” con l’oroscopo, che sieda al centro di piazza Venezia di fronte l’altare della Patria. Io l’oroscopo c’è l’ho nella fattoria! Lì c’è il capricorno con il sagittario. Pascolano sempre affianco. Non si staccano mai l’uno dall’altro. In questa teca di vetro c’è, invece, il mio scorpioncino. Questa è la bilancia.
    - E la vergine? Dov’è la vergine? (chiede ridacchiando il pubblico in ascolto.)
    La vergine… come faccio a tenere una vergine…non sono mica un pazzo. Aspettate! Tu, bella turista tedesca, sei vergine? Eh? Questa non capisce una sola parola. Tu parli italiano? Tu? Tu parli italiano? Mi capisci quando parlo? Ahahah, qui sono tutti turisti stranieri. Non mi capisce nessuno.
    - Smettila con questa buffonata! (urla infastidito il pubblico.) Sei solo un pazzo che siede a piazza Venezia. Qui non c’è nessuna fattoria, qui un giorno costruiranno la metro!
    Già, presto distruggeranno anche la mia fattoria… L’ultimo pezzo “barbaro” del mondo occidentale. Spero solo che i miei animali sopravvivano al trauma… voglio bene ai miei animali.

  • 14 aprile 2010
    8 marzo

    Come comincia: Stai sudando, i tuoi capelli sono come serpenti umidi che si agitano sul cuscino, mi chiami in continuazione, implorando aiuto. Sono qui, figlia mia, ma il bambino lo devi far nascere tu.
    Stamattina venendo in ospedale all’alba ho guardato il cielo cristallino e la mimosa, che si stagliava perfetta in quella luce tersa, già fiorita da giorni, emanava un dolce profumo. È l’otto marzo, una data molto simbolica per partorire.
    Sei così piccola e dolorante in quel letto, eppure, senza rendertene conto, stai facendo la cosa più miracolosa che esista.
    Stai per far nascere un essere che hai contenuto, avvolto e protetto per nove mesi, e aldilà del dolore che proverai, questo bambino ti completerà. Pur non sapendo, prima di esserlo, come si fa la mamma, ti verrà così naturale e strada facendo imparerai.
    “Mamma ti prego, ho male, mamma, mamma...” Ti prendo le mani, accarezzandoti la fronte, ti abbraccio, ti amo come sempre, come quando ti ho visto per la prima volta e mi sono spaventata a morte perché appena ti ho presa in braccio, sei scoppiata in un pianto dirotto e ho subito pensato che come mamma mi avevi bocciata, tutto quel parlare di rapporto meraviglioso, feeling istintivo... tu non mi volevi!
    Ho pianto anch’io sentendomi rifiutata, ma era soltanto l’inizio, ho respirato a fondo, ti ho sollevata ad altezza viso e ci siamo guardate e annusate un po’. Eri la mia bambina, vera, morbida, piccolissima e già autoritaria, ti ho promesso che avrei fatto del mio meglio e guardandomi con i tuoi occhietti strabici mi hai dato una chance.
    “Respira tranquilla, a fondo, cerca di rilassarti.”
    Mi guardi con gli occhi sgranati, pensi che la tua mamma non ti aiuta, inaudito.
    Gli stessi occhi sgranati delle tue cadute ai primi tentativi per camminare, io sono qui vicina a te, fai un passo alla volta, brava, sola, sola!
    Io sono qui vicina a te...
    Non credere che sia facile fare la mamma, io ti ho chiesto mille volte scusa, perché non riuscivo bene a ingranare e la cosa più semplice era sgridarti, ma poi guardandoti, così indifesa, mi odiavo. Possibile che non capivo che tu dipendevi da me e quello che saresti stata era una mia responsabilità?
    E provavo e riprovavo e, sebbene mi sentissi saggia ed esperta, crollavo di fronte alla tua ostinazione a non voler essere perfetta! E poi è arrivata la scuola, anche lì ho dovuto apprendere insieme a te, a confrontarmi con le altre mamme, a costringermi a pensare che altri bambini fossero anche più bravi di te, imparare a cedere lo scettro educativo agli insegnanti senza commentare.
    “Mamma non resisto più, mamma...” Anch’io non resisto più a vederti soffrire, una mamma si accolla tutto il dolore dei figli, ma in questo caso è diverso, questa è la tua personale sofferenza, stai perpetuando il mondo, l’ancestrale istintivo dolore che ti temprerà, il legame furioso e viscerale con il tuo bambino inizia da qui.
    E poi sei cresciuta, così, all’improvviso, ed io ancora una volta ho dovuto progredire nel mio ruolo di mamma, curiosa, aperta, severa, buon viso a cattivo gioco? Come sono stata? Ti ho capita, aiutata, sostenuta?
    Mi consolavo pensando che, dopotutto, le tue scelte, giuste o sbagliate erano frutto della tua ragione, formata anche da me, quindi le dovevo accettare.
    Per me fare la mamma è stato ed è un lavoro, non materiale, ma di mente, decidere consigliare, imporsi, ma sempre limando, facendo e disfacendo, ridendo e ingoiando.
    “Mamma non mi lasciare, mamma...”  Mia piccola donna, figlia mia, io sono qui, tra un poco tu sarai la sua mamma... Sai a cosa sto pensando adesso che sei entrata in sala parto? E la mia mamma? Insomma, quando non c’è più la propria e si è mamme, finalmente si cresce.
    Io sono diventata grande da un bel po’ e quello che mi ha donato la mia mamma si è sviluppato pian piano, un’enciclopedia a rate, terminata il giorno della sua morte. Posso sfogliarla e attingere liberamente, mamma a pieno titolo, la tua mamma.
    È un pomeriggio azzurro e limpido, ti offro mimose e amore per sempre e oltre.

  • 14 aprile 2010
    Chi è più blue?

    Come comincia:

    La notte, lungo le calli veneziane, puoi sentire solo te stesso, il lento e ovattato rumore dei tuoi passi sulle pietre, il tuo respiro, mentre l’umidità ti entra fin dentro il midollo.
    Un uomo di mezz’età, dall’aria imponente e severa, cammina parallelo a un canale, fiero e implacabile, una quercia non piegata dal vento che si sta sollevando sulla città.
    Sembra non andare in nessuna particolare direzione, indifferente alle sporadiche persone che incontra, all’improvviso rallenta fino a fermarsi, i suoi occhi attirati da una qualche improvvisa apparizione.
    Seduta su uno scalino che dà sul canale c’è una figura, piccola e piegata su se stessa, che cerca di ripararsi con l’enorme zaino da quell’improvviso vento gelido.
    L’uomo le si avvicina con circospezione: è una ragazza giovane, molto giovane, dall’aria smarrita.
    Pare non accorgersi della sua presenza, finché lui non le parla.
    - Si è persa, signorina? Ha bisogno di aiuto?
    Si volta a guardarlo, non sembra spaventata da quell’enorme e improvvisa presenza maschile a quell’ora tarda, addirittura balena un’ombra di sorriso in quel volto pallido che contrasta con i capelli scuri, sporcato dal pesante trucco degli occhi che si è sciolto.
    - In realtà, non so dove andare… Ho speso quasi tutti i soldi per il biglietto del pullman e per un hamburger…
    La situazione si fa interessante…
    - Non conosce nessuno qui a Venezia che possa ospitarla?
    - Veramente no… Non so nemmeno perché sono venuta qua. Una volta, anni fa, ci sono venuta in gita con la mia classe. Ero stata felice…forse per questo ho deciso di tornarci… ma non mi rendevo conto di quanto fosse cara…
    Nei suoi occhi appare un’ombra di malinconia, è sola, sicuramente fuggita da casa, infreddolita, eppure non sembra intimorita. Forse è abituata a quella vita, probabilmente è anche tossica.
    Molto probabilmente…
    - Quanti anni hai?
    Ne dichiara diciotto, mente ovviamente… non può averne più di sedici.
    - Come ti chiami?
    - Veronica… e tu?
    - Edoardo… Se hai bisogno di un posto dove dormire puoi stare da me questa notte.
    La ragazza non se lo fa ripetere due volte, deve essere decisamente una sprovveduta ma meglio così.
    Le fa segno di seguirlo e s’incamminano verso il suo palazzo senza dire una parola.
    Eh sì, perché di un vero palazzo si tratta, d’epoca, decadente con statue dal marmo corroso dalla muffa che sporgono dai muri esterni, guerrieri dall’aria androgina che impugnano lance o spade.
    Dà proprio su uno dei canali di Venezia, stretto e olezzante d’acqua e alghe marce, vi si può accedere tramite un portico angusto e buio.
    Non è nemmeno uno di quei palazzi antichi che, al suo interno, può riservare piacevoli sorprese: gli affreschi, che una volta dovevano aver espresso la vivacità cromatica della scuola veneta, sono sbiaditi e tempestati di macchie grigiastre d’umidità, simili a fiori cancerosi.
    Il freddo è pungente anche dentro l’edificio, dato che solo un’ala, quella dove l’uomo è solito dormire, è riscaldata; ma anche nelle stanze abitualmente abitate regna una coltre d’umidità, invisibile ma pesante.
    Eppure la ragazzina si guarda intorno con occhi pieni d’ammirazione, immaginando forse i fasti delle epoche passate.
    Divora il pasto frugale che le ha preparato, gli avanzi riscaldati della sua cena, come se non avesse mangiato da una settimana; Edoardo si decide a invitarla a lavarsi, dato gli odori poco invitanti che emana il suo corpo adolescenziale e trasandato.
    Quando la vede uscire dal bagno, avvolta in un asciugamano e lavata dal trucco, conclude che non deve avere più di quattordici anni: non ne ha mai ospitata una così giovane.
    Eppure più di tutte sembra conscia di ciò che un uomo possa aspettarsi da lei: gli si fa incontro e lascia scivolare l’asciugamano, totalmente inerme e pronta a cedere a ogni suo desiderio.

    Edoardo si sveglia con ancora l’odore dello shampoo sul cuscino dove lei ha poggiato la testa e il sapore del suo chewing-gum alla frutta in bocca, ma lei non c'è.
    Naturalmente sa dove sia andata, è inevitabile; anzi, non ha proprio perso tempo: è probabile che più siano giovani più non siano capaci di badare ai fatti loro.
    Peccato…questa gli era piaciuta particolarmente e si sarebbe potuto divertire a plasmarla secondo il proprio volere.
    Si aggira per le stanze vicine, quasi sperando di sbagliarsi, di trovarla in bagno, oppure a svaligiare il frigorifero, fosse anche a frugare nelle sue tasche…ma niente.
    Sembrano avere tutte una bussola, che le porta proprio lì dove non dovrebbero andare.
    Scende le scale che conducono verso la cantina, un posto sgradevole, umido, ammuffito, con l’acqua stagnante della laguna che penetra a ogni alta marea: non proprio un posto adatto a una graziosa fanciulla.
    Eppure la porta è spalancata, segno di un intruso indesiderato.
    Edoardo non si è mai curato di chiuderla a chiave, quello è il suo posto, il luogo della sua ferina virilità che ogni donna dovrebbe ritenere inviolabile; eppure lo profanano sistematicamente, non esiste più rispetto e umiltà tra il genere femminile.
    Tutte desiderano penetrare come ladre nel suo intimo, per poi rimanere paralizzate dal terrore: non affrontare l’ignoto se non sei attrezzato per farlo, ma loro vogliono sempre immergersi nella melma per poi dire che puzza.
    Eccola, vestita solo con la sua camicia, con i piedi bagnati dall’acqua putrida, di spalle, ignara di ciò che sta per avventarsi su di lei.
    Non urla, non singhiozza, sembra intenta a guardare con attenzione il contenuto della stanza, forse è ancora incredula per ciò che i suoi occhi stanno vedendo: i corpi delle altre sgualdrine ficcanaso che l’hanno preceduta sono appesi e lacerati come in un mattatoio, l’odore stantio del canale mescolato a quello dolciastro della carne morta.
    Edoardo afferra l’accetta posata su un ceppo a fianco all’entrata e le arriva così vicino da farle sentire il fiato sul collo.
    Veronica si volta verso di lui, stranamente senza trasalire, anzi sorride…
    Non riesce ancora a decifrare quest’insolito atteggiamento, con l’ascia pendente a mezz’aria, quando una vampata di dolore lo coglie al fegato.
    Qualcosa lo ha inspiegabilmente penetrato e ferito nel profondo, un coltello, forse un taglierino.
    L’oscurità scende su di lui, mentre Veronica sorride come una Madonna amorevole
    Nei suoi occhi c’è un’espressione di dolorosa malinconia e delusione, in essi Edoardo vede se stesso prima di non essere più nulla.

  • 07 aprile 2010
    Follia e amore

    Come comincia: È così poco distante la follia dall’amore.
    Mio padre fu accecato dalla gelosia e il suo amore si trasformò in tragedia.
    Avevo sette anni quando trovai mia madre stesa a terra e piangente con il mascara che scivolava lentamente sulle sue guance bianche.
    Mi avvicinai come terrorizzato ma nello stesso tempo con il bisogno di baciarle il viso.
    Mi prese, mi strinse, mi abbracciò dolcemente tra le sue mani tremanti.
    Mi baciò la fronte e cercò di asciugarsi le lacrime.
    Non parlavo, la guardavo solamente sperando che rispondesse ai miei occhi interrogativi.
    Si alzò e sorrise per rassicurarmi: “Che stupidina la tua mamma… Sono caduta… Sono scivolata come succede nei cartoni animati…”
    Io cosa potevo fare se non crederle?
    La mattina dopo, senza trucco, mentre facevamo colazione mi accorsi che aveva dei segni rossi e violacei intorno al collo e la sua guancia era gonfia.
    Matteo, mio fratello si svegliò e si sedette vicino a me per bere il latte.
    “Buon giorno! “- dissi.
    “Buon giorno…”- sbadigliò- “Uffa, oggi ho il compito in classe! Compito di latino…”
    “Vedrai che andrà bene…”- rispose la mamma da dietro la cucina.
    “Ma mamma, non fai colazione con noi?”- domandò Matteo.
    “Io ho già fatto colazione….”- sembrava che la mamma volesse nascondersi da mio fratello che si alzò e andò da lei.
    “Lo ha fatto di nuovo? Lo ha fatto di nuovo quel bastardo? Ti ha picchiato,mamma? “- Matteo urlò e diede un pugno allo sportello della credenza.
    “No, tesoro… No… Tuo padre non c’entra nulla…”
    Allora mi alzai e a voce bassa dissi: “La mamma ha detto che ha scivolato…”
    Speravo in questo modo di calmare le acque.
    Matteo, più basso dei suoi compagni di classe frequentanti il primo ginnasio, diede un altro pugno allo sportello e guardò la mamma: “E tu continui a difenderlo? Ti ostini a far sembrare nostro padre un angelo? È un farabutto, mamma! È un bastardo! Ma… ma questa volta decido io per tutti noi! Ci trasferiamo tutti dalla nonna! E quell’uomo… e quell’uomo che per me non è mai stato un padre ci deve stare lontano!”
    Detto questo Matteo si vestì in fretta e andò all’officina dove lavorava il babbo.
    Di quella loro discussione seppi solo che Matteo andò a scuola con un occhio nero…
    Io in auto verso la mia piccola scuola stetti in silenzio vicino alla mia mamma.
    “Tesoro, non parli stamattina? Sei preoccupato? Tuo padre non è cattivo… Ci vuole tanto bene…”- lo disse sperando di tranquillizzare il mio cuore, ma io sapevo che quando sarei tornato a casa sarebbe scoppiata la bomba.
    All’ora di pranzo mi venne a prendere papà: mi sorrideva come sempre, mi diceva cose divertenti, mi aveva comprato le figurine... Ma appena entrammo in casa…
    “Disgraziata!Maledetta sgualdrina!Cosa hai detto a Matteo?”- papà si era fiondato sulla mamma.
    La mamma non fece in tempo a difendersi che iniziò a gridare perché papà le stava tirando i capelli.
    Io rimasi paralizzato davanti a loro due desiderando che Matteo fosse già tornato.
    La porta, sentii la porta aprirsi: era tornato!
    Matteo corse in sala, e separò nostro padre da nostra madre.
    “Tu sei un pazzo! Esci da questa casa!”-gridò Matteo.
    “Vuoi che vada via? E chi vi sfamerà? Senza i miei soldi morirete di fame! Vai tu a lavorare?”- papà parlò a Matteo con strafottenza e iniziò a schiaffeggiarlo-“Sei una femminuccia, neanche riesce a difenderti!”
    “Smettila,Mauro, smettila,lascia in pace il ragazzo!”-la mamma piangeva…
    “E vuoi difendere tua madre? Femminuccia, vuoi difendere la tua mamma? Ma lo sai che la tua mamma è una sgualdrina?”-papà continuava…
    Ed io… io volevo correre via… ma ero bloccato…
    Mio padre guardò tutti con stizza, Matteo non disse nulla e scappò via.
    “E' pronto il pranzo?”-fu l’unica cosa che disse mio padre sedendosi al tavolo.
    Poi mi guardò: “Marco, che fai lì contro il muro?Vieni qui da papà, fammi compagnia.”
    Mi sorrideva e seguii i suoi ordini.
    Papà tornò poi alla sua cara officina. La mamma lavò i piatti piangendo e rannicchiandosi per terra.
    Io la guardai seduto immobile…
    Il giorno passò pian piano: feci i compiti, la mamma cercò di indossare la maschera della felicità per vedermi sorridere.
    Arrivò la sera, il sole tramontava dietro le ali delle rondini, la mamma preparava la cena.
    Papà tornò domandando se era pronto da mangiare.
    “Matteo, non è ancora tornato… E non risponde al cellulare…”-disse la mamma titubante e preoccupata.
    “Tranquilla, starà con gli amici…”-papà accese la televisione per vedere una partita di calcio.
    “Non conosci per niente tuo figlio… Matteo non ha così tanti amici come pensi tu…”
    Squillò il telefono. La mamma rispose. I suoi occhi si spalancarono.
    “Cosa? Ma ne è sicuro? Ma mio figlio…” - si frammentò la sua voce, mille frammenti come il suo cuore.
    “Matteo è all’ospedale, Mauro! Matteo… Matteo ha tentato il suicidio!” - piangeva ancora, piangeva la mia mamma.
    Papà si voltò incredulo e mi portarono via con loro. L’auto correva veloce sulla strada verso l’ospedale.
    La mamma corse rischiando di cadere. Ripeteva il nome di suo figlio fino alla pazzia.
    Mio padre lentamente mi accompagnava tenendomi la mano. Guardava il pavimento cercando forse di calpestare la propria ombra.
    “Mio figlio! Dov’è mio figlio?”
    Sala rianimazione. Dottori in camice bianco e infermieri in camice verde.
    La bloccarono: “No, signora, si calmi, non può entrare.”
    “Mio figlio…” - i capelli lunghi della mamma si spostarono seguendo lo spostamento d’aria causato dalle braccia che la fermarono.
    “Mio figlio come sta?”
    Le infermiere cercarono parole di conforto: “Tra poco lo sapremo… venga con noi…”
    La portarono in sala d’attesa.
    Camomilla. Lancette d’orologio. Silenzio. Passi di infermieri, di dottori… Odore di ospedale.
    Papà era impassibile: non lo avevo mai visto così.
    Le dita della mamma tremavano stringendo la tazza di camomilla ancora piena.
    “E' in coma farmacologico, signora…”
    “Voglio vederlo…”-la mamma desiderava riabbracciare suo figlio.
    Indossò il camice verde e si avvicinò a colui che sarebbe stato per sempre il suo bimbo.
    Posò la sua testa sul petto del figlio singhiozzando: “Perché lo hai fatto?”
    Papà si alzò: “Marco, rimani qui…”
    Rimasi solo sulle sedie di legno del corridoio.
    Vidi allontanarsi la figura alta e robusta di mio padre.
    Guardai il soffitto bianco, le barelle in fondo e poi le mie scarpe mentre muovevo i miei piedi dall’alto verso il basso.
    La mamma era dentro a baciare il suo primogenito…
    Mio padre era fuori a piangere di nascosto sentendosi in colpa…
    Ed io ero nella Terra di Mezzo a immaginare un mondo fatato dove il bene vince sempre…
    Matteo aveva scavalcato il divieto di accesso… Era salito per quel palazzo vecchio e logoro… Era salito sul balcone più in alto…
    Gli alberi lontani lo avrebbero accolto tra i suoi rami…
    Cadere come un angelo senza più ali…
    Aprì le sue ali senza piume… Aprì le sue braccia…
    E cadde giù… all’indietro… guardando il cielo che si allontanava, facendosi accogliere dal vuoto…
    Giù a picco… Verso il centro del mondo, verso la terra di cui siamo fatti…
    Mandò a fanculo il mondo: a fanculo quella ragazza che lo aveva preso in giro, a fanculo i compagni di classe che lo deridevano, a fanculo il padre che lo aveva picchiato, a fanculo tutti e tutto…
    Cadde giù come una piuma che si ruppe durante il suo primo volo.

  • 07 aprile 2010
    L'altro uomo

    Come comincia: Da tempo sospettavo l’esistenza dell’altro uomo. Poco a poco, indizio dopo indizio, mi convinsi sempre più della sua realtà.
    Tornai dal mio ultimo viaggio in Africa con la vaga sensazione che “lui” si fosse trasferito in America, da molto tempo, e che io non lo avessi capito per pura e semplice incredulità.
    A quel tempo non volevo nemmeno immaginare che fosse possibile.
    Laura, mia moglie, mi accolse freddamente, dopo una lontananza durata parecchi mesi. Gli scavi in Asia mi avevano trattenuto più a lungo del previsto e i ritrovamenti erano stati promettenti. L’anno seguente avrei ripreso le ricerche, con finanziamenti più sostanziosi speravo.
    Vedevo crescere i nostri figli, Alberto e Sonia, così velocemente e mi pareva che il tempo avesse accelerato, che non mi sarebbe bastata una vita per raggiungere il mio scopo.
    Intanto Laura si faceva sempre meno affettuosa, dovevo capire che tutta la lontananza alla quale la costringevo avrebbe avuto conseguenze.
    Fu proprio lei a insinuare nella mia mente il germe del dubbio. Non poteva essere altrimenti, l’altro uomo doveva essere in America, forse molto vicino a casa nostra. Ma io non colsi l’allusione, accecato com’ero.
    Io volavo in ogni angolo del mondo, rapito dalla mia ricerca, e lei senza muoversi da casa, aveva capito e agito, prendendo la decisione che io non avevo il coraggio nemmeno di pensare.
    Laura non aveva mai smesso di interessarsi al mio lavoro, anche quando la nascita dei figli l’aveva costretta a rimanere a casa, mentre io continuavo i miei viaggi di studio da solo.
    E nella solitudine aveva concepito il suo tradimento.
    La mia coscienza si rifiutava, anche davanti all’evidenza, di accettare il nuovo stato di fatto. L’altro uomo era una realtà, ed era stata proprio Laura a sbattermelo in faccia, come se la cosa fosse inevitabile, normale.
    Stupido, stupido, mille volte stupido. Fidarsi di una donna è sempre stata la causa dei guai e delle delusioni dell’uomo. La storia insegna.
    Io assaporavo il profumo della gloria, il riconoscimento del mio valore, immaginando l’orgoglio di mia moglie e della mia famiglia, per i brillanti risultati ottenuti.
    E proprio lei, nel momento in cui avremmo dovuto raccogliere il frutto di anni di studi, essere ripagati dai tanti sacrifici e fatiche, trovava la sua vendetta nell’altro uomo.
    Laura si era semplicemente stancata delle mie esitazioni, della mia mancanza di coraggio, del mio lavoro silenzioso e solitario. Aveva avuto anni di tempo per riflettere, meditare, capire. E alla fine prese la decisione per la quale io non avrei mai avuto il temperamento e la lucidità.
    Arrivai all’aeroporto di NY, di ritorno dall’Asia, conciato come un esploratore del secolo scorso. Il viso bruciato dal sole tropicale, i vestiti spiegazzati e polverosi. Trovai ad accogliermi James, il mio assistente. Aveva la faccia preoccupata e tesa, non ne capivo la ragione. Gli avevo già spedito da Hong Kong le relazioni preliminari sulla nuova campagna di scavi, avrebbe dovuto essere contento. I nuovi ritrovamenti suggerivano fortemente l’ipotesi che la razza umana avesse vagabondato per i continenti molto più di quanto si fosse teorizzato finora.
    Invece mi accolse con una stretta di mano insicura e uno sguardo triste. Gli chiesi se non stesse bene, ma lui mi rispose che era in perfetta forma. Allora gli domandai se fosse accaduto qualcosa di grave in mia assenza.
    Lui abbassò lo sguardo per alcuni secondi, era chiaramente imbarazzato e intimidito.
    “Franco... tua moglie” – Le parole gli uscivano a singhiozzi
    Temetti un incidente, Laura era stata forse vittima di un incidente?
    “No Franco, no, Nulla del genere, ma forse per te sarà ancora peggio. Te lo dico subito, tanto verresti a saperlo. La notizia ha già fatto il giro della città”
    “Ma cosa dici? Cos’è successo?!” – Alzai la voce, come non mi capitava da molto tempo.
    “Franco. Non so come dirtelo. Laura ha...”
    “Ha...?” – Ripetei io, con gli occhi sgranati e fissi sul mio assistente
    “Ha trovato l’altro uomo”
    Rimasi impietrito. Trovato l’altro uomo? E come? E dove?
    Gli posi le domande come un bambino a cui sia stato rubato il suo giocattolo preferito.
    “A meno di 50 miglia dalla città. Ha scavato un giacimento fossile vergine. E ha trovato scheletri completi”
    Il mio viso doveva essere divenuto più bianco delle ossa calcinate e consumate dal sole equatoriale.
    “Ma... ma... com’è possibile?” – Chiesi più a me stesso che al mio assistente – “Doveva fare uno scavo sugli indiani...”
    “E’ quello che ha lasciato credere a tutti, per avere le autorizzazioni e i finanziamenti”
    Ci avviammo verso l’uscita dell’aeroporto. Camminavo come se il corpo non fosse più mio. James mi teneva per un braccio, temendo che potessi avere un malore.
    Tradito dalla propria moglie. Anni di ricerche vanificati dal raggiro della persona che amavo, che avevo messo al corrente di ogni mia idea, ogni scoperta, ogni ipotesi.
    Lei aveva raccolto e valutato pazientemente e argutamente, certo più di me, ogni informazione. Aveva messo insieme lo scenario e formulato la sua conclusione. E mi aveva pugnalato alle spalle, come in una tragedia antica. Dopo anni di lavoro insieme mi derubava dell’unica cosa che mi importasse veramente, mettere il mio nome accanto a quello degli antropologi di fama.
    Se l’avessi scoperta a letto con un altro uomo, mi avrebbe ferito di meno.

  • 07 aprile 2010
    Una santa shampista

    Come comincia: Quanto vorrei non avere niente da raccontarvi! Come vorrei essere quella ragazza mediocre di una volta, che sognava di diventare una star, di sposare un bel ragazzo con la auto sportiva oppure di imitare quella che, per la sua bella voce, da un salone di parrucchiera come il mio, è arrivata fino in paradiso. Sì, anche io ci andrò in paradiso ma non per la mia bella voce, ma per un grumo di veleno che mi ha preso e mi ha derubato di tutto.
    Perché dovete saperlo da subito: ho un cancro. Che brutta parola, una tremenda brutta parola con cui ho imparato a convivere, che ho imparato ad utilizzare per shoccare gli altri, per vedere se anche quelli lasciano la bocca un po’ aperta, il respiro a metà e, senza accorgersene, fanno un passo indietro come se fossi contagiosa. Ma la parola non descrive bene il concetto: meglio sarebbe chiamarlo furto, rapina, completo esproprio della personalità. Perché da quando c’è lui niente più è mio, niente mi appartiene: nuda tornerò alla terra, come San Francesco, come Santa Chiara, come la santa che mi stanno facendo diventare. Perché se anche non mi faranno santa, sicuramente diventerò almeno beata, in tempi brevi, come si usa adesso. La pratica è già in Vaticano, dicono per consolarmi (accidenti a loro), e aspettano solo la mia morte per farla partire. Ma sto correndo troppo e avete bisogno che vi racconti la mia storia per capire come sono arrivata qui.
    Sono stata una ragazza tranquilla e sognatrice fin da piccola, di quelle che sono felici dando da mangiare ad un criceto con il sogno di avere un giorno un cagnolino da accarezzare. A scuola non riuscivo bene: la matematica mi era del tutto incomprensibile e anche le stupide smancerie di poeti e letterati non mi convincevano a sprecare i pomeriggi sui libri. Arrivata a fatica alla fine delle medie non mi restava, aspettando un marito, che dare una mano nel salone di mia zia. E lì ho trovato la mia felicità. Nei racconti di tante signore, nei pettegolezzi di vecchie acide come nelle malizie di ragazze un po’ più grandi di me trovavo le mie soap quotidiane, tra una tinta ed un taglio, tra una manicure ed un trucco fatto così, per gioco, compreso nel servizio. E lì nacquero le migliori amicizie, la mia prima comitiva, i primi ammiccamenti di ragazzi lucenti nei muscoli come nei capelli. E ce li dividevamo nei sogni, negli sguardi allusivi lungamente studiati e provati, nelle scritte su un diario che, come quelle che andavano a scuola, tenevo sempre con me. Ben presto mi accorsi che anche i ragazzi mi guardavano, che i miei capelli come il mio corpo li faceva indugiare su di me più che su altre. Così, orgogliosa e sicura, decisi di scegliere il migliore, quello più spregiudicato e scaltro, il sogno di tutte noi.
    Non ci volle molto, i ragazzi sono merce a buon mercato e così, prima ancora dei 18 anni, si poteva dire che stavamo insieme.
    A me piaceva tantissimo, era bello e muscoloso, forte e fiero, sempre pronto a scattare per i miei continui rifiuti e ancora sulla mia scia quando, passata la delusione, gli tornavano le speranze, e tornava all’attacco. E questo gioco era così divertente, così appagante che quando mi decisi a terminarlo è perché ero davvero convinta che mi amasse, davvero volevo, più che dargli la prova d’amore, avere conferma che poi non mi avrebbe abbandonata.
    E così fu, dopo la prima volta e la successiva ancora, sempre più innamorati e convinti che quella felicità non finisse mai. Così quando le prime nausee vennero non mi allarmai, non pensai nemmeno che lui era senza un mestiere e io senza un soldo. Ero convinta che saremmo stati felici anche in tre affrontando le difficoltà della vita con la forza del nostro amore. Ma io vivevo su un altro pianeta da cui lui cercò subito di scendere: rimase sorpreso, era convinto diceva, che io avessi sempre preso le necessarie precauzioni. Era troppo giovane per trovarsi una famiglia, era pronto a partire per l’estero per trovare la sua vita e non voleva tenersi una anzi due palle al piede. Mi fu rubata allora per la prima volta la felicità restituendomi allo schifo di vita a cui ero destinata. Cominciarono così una serie di discussioni, di scenate e litigi senza fine, parole roventi che diventarono a volte anche schiaffi, energie di giovani corpi che avevano perso il modo più naturale di esprimersi. Alla fine pareva che l’unico modo di tornare alla felicità potesse passare solo per la fine di quell’incidente, la soppressione di un frutto di un albero che non c’era. Per qualche giorno parve tornare il sereno, aspettando gli appuntamenti con i consultori, con i medici e i risultati delle analisi. Ma tante cose erano cambiate: lui pareva essere diventato più bambino, sempre più attaccato a quella sua vita giocattolo che io avevo cercato di togliergli, io che mi vedevo come madre, come possibile madre, ad accarezzare ed accudire una nuova creatura.
    Avevo solo 19 anni mi dicevo, tutta una vita davanti per trovare un altro uomo e una nuova felicità. Ma le prime visite non mostrarono solo una vita che iniziava. Medici freddi e distanti, medici che avevano visto tante shampiste come me fare la stessa trafila, diventavano improvvisamente comprensivi ed affettuosi, preoccupati e scossi. Perché anche per chi ne ha viste tante non è bello pensare che la ragazza piena di vita che avevano davanti aveva i giorni contati. Ricordo la prima volta che sentii parlare di macchia nell’ecografia, e poi di una possibile ciste che divenne una formazione ignota, forse un tumore benigno. Mi aprirono per la prima volta, poco poco, per toccarlo da vicino questo grumo, per strappargli la carta di identità e svelarlo a tutti. Allora fu chiaro che quella che avevano davanti non era che la metastasi di un cancro.
    Come cambia la vita quando la prospettiva non è più infinita ma puoi vedere l’orologio che segna il tempo mancante avere un numero troppo limitato di mesi, di giorni, di ore. Le nuove norme prescrivono che un maggiorenne sappia sempre la verità, che gli sia detto che senza cure forse sarebbero rimasti sei mesi, torturando e ferendo tumore e corpo forse un anno, due. Il primo ad essere espulso sarebbe stato quel povero intruso, quel vagabondo che si era andato a scegliere come dimora una casa che stava per crollare. Le prime attenzioni avrebbero ucciso proprio lui.
    Mi dispiaceva. Ecco tutto. Mi dispiaceva che lui si fosse legato a me, che avesse avuto fiducia sul fatto che io lo saziassi lì dentro per nove mesi e fuori per tutta la vita e invece io lo tradissi così. E per questo scrupolo, per questa decisione mai ponderata e mai presa, ora sono diventata santa. Perché fu nella sala di attesa dove beccai il medico che passava, fu davanti a tutti che chiesi cosa sarebbe successo se avessi provato a tenere il bambino e mi fossi curata dopo. Il medico scosse il capo con forza e prendendomi le braccia mi supplicò di non farlo, di non perdere anche le mie ultime residue speranze. Allora capii che mi ero illusa ancora, che non avevo nemmeno questa forza, nemmeno la capacità di dargli ancora un po’ un tetto decente. Mi girai e andai a sedermi piangendo quando una persona distinta mi venne vicino e per la prima volta pronunciò la mia condanna: la santità. Lei è davvero una santa mi disse, che non dovevo scoraggiarmi, che la Provvidenza mi avrebbe aiutato e che anche non ci fosse stato il miracolo, il Signore avrebbe riservato per me un posto speciale in cielo. Ero sola, il mio ragazzo lo avevo mollato da tempo perché non sopportavo quella sua imbarazzata pietà, quella voglia di scappare davanti ad una disgrazia più grande di lui. Quando era con me piangeva, prometteva che non mi avrebbe abbandonato mai e, appena possibile, scappava via. Gli dissi che per me non era niente e non ero nemmeno sicura che il bimbo fosse suo. Mi liberai di lui con una risolutezza che non sarebbe servita con il mio cancro ma preferii consolare me stessa soltanto e non quel povero, sfortunato ragazzo. Così, senza che i miei genitori sapessero nulla, abbandonata dalle mie amiche come quegli sceneggiati in cui muoiono gli attori più belli e restano solo i personaggi minori, ero sola davanti a questo uomo che mi parlava della grazia di Dio. Potevo mai pensare che quei mille euro che mi porse in segno di aiuto mi sarebbero costata la vita?
    Perché il giorno dopo su tutti i giornali campeggiava una mia foto con la testa tra le mani in cui si parlava della mamma coraggio, di chi, in questo tempo di shampiste senza cuore, innamorate solo dei calciatori e del sogno di fare le veline, aveva deciso di sacrificare la propria vita pur di diventare mamma.
    Ma io ero proprio una di quelle shampiste, avrei dato tutto per tornare a quei sogni e a quei ragazzi! La mia vita, a quel punto, mi fu rubata del tutto.
    Comparvero nella mia vita personaggi mai visti: giornalisti per nuove interviste, religiosi di alto grado che volevano che rivelassi strane ispirazioni e visioni, avvocati che mi offrivano compensi d’oro per l’articolo che non avevo autorizzato ma che quel bastardo mi aveva pagato con mille euro. E arrivò anche la televisione, anche i parenti che fiutarono l’odore del denaro e convinsero i miei genitori scioccati da troppe cose insieme per connettere un solo pensiero, a pensare almeno al futuro del piccolo. Non vidi più quel medico che mi aveva pregato di non fare quell’inutile sacrificio. Un giro di primari e professori mi trovò una clinica in cui mi assicurarono di arrivare al parto e di avere ancora altre speranze per dopo.
    Ci credetti, ci volli credere nonostante cominciassero devastanti i primi dolori, nonostante le debolissime terapie facessero poco o niente. Eppure sono ancora qui, con rari momenti di lucidità, a mantenere in piedi una casa che non ho mai scelto di costruire o salvare. Ormai manca poco e a questa sciocca inutile vita non posso chiedere più il tempo per poter insegnare alla mia bimba di rubare la felicità ad ogni momento della sua vita prima che la vita la rubi a lei, di pensare che chi ti porge la mano non sempre vuole aiutarti. Non posso insegnarle niente perché con la vita mi ruberanno anche lei. L’ultima cosa che posso chiedere è che questo martirio abbia almeno uno scopo, che tra tanti dolori che mi squassano il corpo, quello del parto almeno termini con il pianto di un bambino.

  • Come comincia: Le scalinate più allegre che io abbia mai visto, dipinte con i colori dell’arcobaleno, uniche complici di tutto ciò che avviene lì intorno.
    Hanno osservato di tutto, hanno sentito di tutto, ma non possono parlare. Solo custodire gelosamente tutti quei segreti.
    Più giù solo un mucchio di ricordi, di emozioni buttate lì e quasi dimenticate, di speranze ormai spente, che non riescono più a trovare la forza per alimentare la propria fiamma.
    Intorno a loro è il silenzio a regnare, il vuoto. Le osservo con i pugni chiusi uno nell'altro, li porto al mento, mentre una marea di ricordi mi travolge nelle sue onde.
    Ed è vero, anche se non c'ho mai creduto fino in fondo, ma tutto cambia. La vita cambia. Il mondo cambia. Noi cambiamo, radicalmente. Perché, in fondo, anche le sofferenze ti danno una mano. Ti aiutano a crescere. Ti rendono più forte. Ma, purtroppo, non t’impediscono di continuare a soffrire. Basta un nulla, basta un ricordo e ti ritrovi ad annegare negli abissi più profondi. In quegli oceani da cui è impossibile salvarsi.
    Sono fuggita via per paura di rincontrare quegli spettri che torturano i pensieri, mi sono allontanata anni luce, con i passi timidi e spaventati e, allo stesso modo, poi sono tornata.
    E li ritrovo proprio come prima, come li avevo lasciati. Quei gradini di mille colori, i colori dell’allegria. Perfetti e intatti, solo più tristi e malinconici. Si rispecchiano nel mio stato d’animo, mi fanno compagnia in questa notte che sa di tutto e niente allo stesso tempo. Una notte che mi vede riflessa in qualsiasi altro luogo, mi pretende distante da questo posto in cui il buio regna, ma lo splendore delle stelle continua ad illuminarmi il cammino. Ma no, è qui che la mia ombra, tenacemente, si è ancorata. Anche senza di me. Quando, con l’illusione, ho creduto che scappare fosse la soluzione migliore. Che mi avrebbe aiutata ad andare avanti, volgendo il mio sguardo verso un futuro che il passato continuamente non fa altro che richiamare. E proprio ora, ecco che le certezze del presente riescono anch’esse ad affievolirsi di fronte a ciò che, con l’inganno, è riuscito a impossessarsi di me, senza andare via un solo istante. E giuro, ho fatto di tutto per liberarmene. Per scalfire quell’amaro ricordo altrove. Impedirgli di rodere ancora dentro me. Ma inutile s’è rivelato, per l’ennesima volta, questo vano tentativo.
    I miei passi mi riportano verso quell'amore per una persona che mai comprenderò. Per una maschera così simile a qualcosa di reale che tutt’ora, a causa sua, quelle risposte alle mie domande non sono ancora giunte. Gli ho donato l'anima. E lui, come ricompensa, il nulla più totale. Ma il velo di Maya ricopriva la mia realtà. Gli permetteva di prendersi gioco di me, di quel sentimento in cui ho sempre creduto, con tutta me stessa.
    Ma l'amore rende ciechi, è un po' come una parete di vetro contro cui rischi di sbattere e, così, incessantemente m'imbattevo contro quel muro. Una parete che, anziché attutire i colpi, quasi s'irrigidiva per fare più male. Ricordo il sapore di quegli scontri, i bruciore di quelle ferite disinfettate immediatamente da abbracci che, forti, tentavano di tenere stretti i pezzi, ma quel vigore faceva presto ad andar via e a sgretolare quel vaso pieno di crepe.
    Ricordo il fetore della falsità, lo confondevo con qualcosa di diverso, di più puro, che non riuscivo però a identificare. Ricordo lui e le sue bugie, la magia, le lunghe lotte, i posti, i giorni, l'incatenarsi delle sue mani con le mie, l'incontro e poi lo scontro dei nostri occhi quando a regnare sovrano era il silenzio. Un silenzio che di parole ne nasconde troppe e quando ne è incapace, ne usa una a caso, quella che trova a portata di mano, la più profonda per me, la più insignificante per lui.
    Tanti lividi addosso, tante cadute, tanti voli nel nulla, tanta debolezza, tanta paura.
    Poi, una mano tesa mi ha aiutata a sollevarmi nel momento in cui le mie forze erano totalmente assenti. Una mano fragile quanto la mia, che avrebbe trovato nell'insieme il sostegno necessario. Così estremamente importante che, anche se non lo sapevo, da lì, sarebbe iniziato il cielo.
    Ora non ci sono più, però rimangono a fare da sfondo ad una vecchia fotografia, quei gradini distanti anni luce dalla realtà. Li osservo e in quei colori ritrovo le sfumature della mia vita. Chiudo gli occhi e il cuore mi detta i ricordi più profondi da intingere e tenere impressi nell'anima, ma chiusi a chiave nel cassetto più nascosto questa volta, così da non fare più male. E il palcoscenico non cambia, rimangono sempre lì, loro, accompagnano i miei passi:
    Le scalinate più allegre che io abbia mai visto, dipinte con i colori dell’arcobaleno, uniche complici di tutto ciò che avviene lì intorno.
    Hanno osservato di tutto, hanno sentito di tutto, ma non possono parlare. Solo custodire gelosamente tutti quei segreti.

  • 07 aprile 2010
    Pregare insieme

    Come comincia: Una sera in una notte stellata
    dove l'imbrunire non era ancora definito
    in un'auto sgangherata
    lei mi raccontò di una storia fantastica
    - lei è l'amica cara -

    "Fa"
    - mi dice -
    "Fa, lo sai che ho scoperto che l'uomo romantico esiste
    a mille miglia distante da me
    e da questa mia terra"
    "Fa, lo sai che sono stata portata per mano
    e nel deserto ho curato il mio pianto digiuno"
    "Fa, lo sai che quest'uomo dal nome impronunciabile
    m'ha parlato di Dio e me l'ha mostrato col sorriso
    che indicava fiori e piedi nudi
    sopra i tetti decaduti, quando l'animo si rende mobile
    e s'abbraccia a questa vita senza paura"
    "Fa, lo sai che io amo la mia vita
    e ciò che ho non lo rinnego
    ma ora so che tante parole, che tanta filosofia,
    che tanta spiritualità non han bisogno di sostare
    in un corpo solo e la più grande forza
    si trova nel movimento alato...
    dai tempi più antichi... fino alla mietitura del grano"
    Ed io risposi con una sorriso e lei, l'amica
    cara, mi toccò la testa con un gesto di un amore immenso...
    fino a farmi entrare dai capelli quelle emozioni solo sue...

  • 07 aprile 2010
    La Libertà

    Come comincia: Era stanco, spossato dalle pesanti quotidianità della vita, offuscato dalle tenebre che avvolgevano quella notte fredda e inquietante, soffocato dal mal odore che dominava il paesaggio circostante. Era stanco, perché le facce della gente erano diverse da quelle di un tempo, un tempo passato, che forse neanche aveva mai vissuto. Era stanco, perché ogni gesto era dettato da una legge non scritta, ogni parola era ben calcolata, ogni amicizia era fragile come un martello di ghiaccio, pronta a spaccarsi proprio nel momento del bisogno. Era stanco, perché c'era solo un'idea, ovvero il non averne, e si sentiva pazzo, incompreso, fuori dal mondo. Era stanco, perché camminando per la città vedeva corpi, non più persone, quasi poteva sentire il cigolio delle loro giunture, ormai avvezze ad un percorso quotidiano il cui cambiamento era visto come un'aberrazione, un'imprudenza, un'ignobile discostare dal proprio dovere. Era stanco perché doveva esserlo, perché qualcuno gli aveva detto che essere stanchi era un dovere, un impegno concreto per cambiare il proprio mondo. Eppure non resisteva al richiamo di quella luce, oltre la collina, che da qualche mese si faceva sempre più accecante. Non resisteva a quell'intenso profumo di viole che avvolgeva i suoi sensi, facendogli formicolare le mani, come se si risvegliassero da un eterno torpore. Ma non poteva, non doveva permettersi di fare ciò che gli altri non avrebbero mai fatto, perché lui era stanco, come gli altri, e un qualsiasi cambiamento lo avrebbe reso diverso. Poteva solo rendersi conto della follia umana, ma non era abbastanza forte da muoversi contro essa, perché era troppo importante rimanere in fila, in modo da non essere giudicato per ciò che pensava, ma solo per ciò che non faceva. E la luce era sempre più splendente, il profumo sempre più forte ed invitante. Decise così, inconsciamente, di allungare di qualche metro il suo cammino, ogni giorno. Ora, alla fine del suo percorso, poteva anche sentire della musica soave, di un'inedita allegria, che gli faceva allungare il passo, fino a sfiancarlo. Ma non poteva andare oltre per oggi, lui era stanco. Era stanco.
    Quella mattina però, si rese conto di non essere mai stato stanco, bensì di esser sempre stato ciò che gli altri volevano che fosse. La Luce si fece cielo, il cielo variopinte nubi, le nubi gaudenti facce sorridenti e quelle facce si fecero persone, persone il cui percorso era imprevedibile, persone che parlavano tra loro, con proprie idee, che dibattevano di quanto fosse bello essere se stesse. Il profumo lo avvolse e lo portò davanti alla grande Luce, luce sprigionata da qualcosa in mezzo ad una grande piazza con mattonelle di marmo e panchine sui lati, su cui delle anziane persone, dagli occhi profondi e saggi, ricordavano quanto importante fosse la Luce e di quanto soffrirono quando essa gli fu negata.
    Il cuore gli batteva forte, non aveva mai visto ciò che ora si proponeva davanti alle sue vivide pupille, non aveva mai udito quella musica così rassicurante e materna, non aveva mai riempito le sue narici di quel profumo di viole, che non cessava di risvegliare il suo Essere.
    Si avvicinò ad un anziano signore che fino a qualche istante prima giocava con una piccola bambina dallo sguardo innocente e gli chiese: cos'è quella luce, perché è così importante?
    Il vecchio si alzò, colpito da quella domanda, fatta evidentemente da una persona più ingenua di quanto non fosse la bambina che giocava prima con lui e gli rispose, guardandolo fisso negli occhi "Quella Luce è la Libertà. E' talmente luminosa che non sappiamo cosa sia a generarla, ma sappiamo cosa c'è quando essa viene a mancare: ci sono i tuoi occhi, svuotati dell'anima; ci sono tante persone, ma pochi Uomini; ci sono tanti cervelli, ma poca Memoria; ci sono tanti cuori, ma poco Amore. Guarda ora questa Luce, avvicinati ad essa e sfiorala con la mano, assorbine l'intensità, ma non toccarla, perché nessun Uomo può toccare la Libertà. Può solo viverla. Nessun uomo deve essere più libero degli altri, correrebbe il rischio di usare la sua parte per negarla agli altri. Ora portala con te ed offrine una parte a coloro che non ce l'hanno, senza imporgliela, poiché solo così la Luce potrà continuare a risplendere nei loro cuori."

  • 06 aprile 2010
    Venerdì 19

    Come comincia: Mi sento piccola, indifesa. Accendo la luce, ore sei. Valigia pronta. Documenti sistemati. Abiti firmati: cardigan lavorato all'uncinetto verde scuro, dolcevita fasciante nera, gonna a tubino e leggins. Calzini caldi e stivalata fin sotto al ginocchio. Mi guardo allo specchio, mi spazzolo i capelli, non posso truccarmi né mettermi lo smalto alle unghie. Così ha sentenziato ieri l'infermiera. Niente colazione e via. Salgo in macchina, avvio il motore. Mi tremano le mani. Accendo le luci, allaccio la cintura e vedo il mio ciuffo castano cadermi sulla fronte. Mi sono preparata per una settimana intera e ora ci siamo. Ho respirato a gambe incrociate, ho posizionato pollice e indice a cerchio e ho meditato. Le tecniche di rilassamento dovranno pur funzionare. Si chiama training autogeno. Strada, grigia, asciutta di vento, siepi, giardini, case, spazzini e altre auto, mi chiedo se all'interno c'è almeno qualcuno come me. Le lacrime salgono, arrivano al livello di guardia, socchiudo le palpebre e ricadono. Guido piano, credo che se questo percorso non terminasse mai potrei trascorrere il resto della vita così. Non sarebbe poi tanto male. Niente più di cui occuparsi ma solo un lungo interminabile giro fino allo scadere di tutti i pensieri.  Il semaforo, rosso per fortuna, quindi mi resta ancora qualche secondo per accoccolarmi nell'illusione.
    Ora non ho scusanti, devo proprio.
    Via ed eccomi nel parcheggio.
    Scendo, chiudo. Clic.
    Ascensore, primo piano.
    Surgery-day, con 'sta mania dell'english. Chirurgia cavolo!
    Persone come me finalmente. "Buongiorno" un filo di voce da me, da loro. Donne sono, come spauriti cuccioli di bosco, ordinate, pulite dentro e fuori, magiche e perfette donne. Mi vedo in loro e loro in me. Siamo ferme. Zitte. Labbra bianche, screpolate e mento all'ingiù.
    Insieme ci chiediamo senza dirlo come sia possibile. Che cosa ci facciamo qui, tanto giovani, tanto belle, tanto amate. Eppure.
    Abbiamo amato troppo e perciò abbiamo dato la vita adoperando il nostro corpo come un contenitore.
    Il contenitore è un poco stanco tutto qui.
    Si entra. Sono la prima.
    Tolgo i miei abiti e indosso la camicia bianca con i lacci che ti copre minimamente. Sotto non ho nulla, solo io con il mio corpo. Per la prima volta sento di dovermi scusare con lui. Non l'ho mai apprezzato per ciò che è, con le sue forme arrotondate, la sua morbidezza, il suo calore e anche se non gliel'ho mai confessato non lo voglio perdere.
    Benvenuto dottore. Mi dici con la tua maniera a modo e ovviamente dandomi del lei che mi sbrighi subito perché poi hai un impegno. Ok, ottimo, quindi ci sarà un dopo, grazie.
    Bicchiere con il calmante, lo ingoio.
    Mi gira la testa, parecchio. E' quasi allegra la faccenda. Mi trasportano per i corridoi, distinguo luci, camici verdi.
    Eccomi, calzo le scarpine trasparenti, arrotolo i capelli e infilo la cuffia, qualcuno mi saluta dice di conoscermi, boh. Sono da un'altra parte. Mi accompagnano, mi stendono, mi coprono, si presentano. Sono buoni e cortesi.
    Ago in vena, flebo, misura della pressione e battito cardiaco... tum... tum... tum. E tu dottore che inaspettatamente mi dai un buffetto sulla guancia, che dolce, ti rendi conto che mi fai sorridere in un momento in cui dovrei disperarmi? Solitamente funziona così, ovviamente per me no.
    " Ora sentirà un bruciore".
    E' vero, il polso è in fiamme.
    Sopra di me strani tubi grigi che non c'erano ora appaiono, dritti, lucenti, d'un tratto si piegano, sono gommosi, mi travolgono... poi niente.
    "Marina"- "sì". Sono ritornata. Rido a denti scoperti, ricordo il buffetto. Ho le braccia e le gambe pesantissime. Sono in reparto come avevi detto tu dottore il giorno prima. L'immagine della mia compagna di stanza attraversa velocemente lo spazio davanti a me, piange e non posso fare niente.
    Vorrei dirle che mi dispiace di essere passata prima di lei ma sono anche contenta di aver già fatto.
    Dormo e dormo. Non so quando sei tornata Anna, sei inerte e ti guardo il viso, stiamo bene. Le nostre anime hanno viaggiato oggi, non ricordiamo per dove o con chi. Se hanno riso, se hanno pianto. Ora si sono ricongiunte ai nostri corpi, al sicuro.

  • 02 aprile 2010
    Esplosione

    Come comincia: Eravamo insieme, io e te, a quella festa di compleanno dove esplose la bomba…
    Ti ricordi? Ci eravamo appena dati il nostro primo bacio.
    Ti sentii urlare.
    Sì, perché anche se io ero appena andato via.
    Anche se io ero entrato in auto.
    Io sentii le tue urla.
    Il fuoco accecò le mie pupille.
    Le lacrime non fecero in tempo a scendere.
    Corsi fuori dalla macchina per cercarti.
    Corsi via per tornare da te.
    Ed ora il tuo cardiogramma è fermo. Linea retta, siamo diventate due linee rette che non si incontreranno mai.
    Ti ricordi? Eravamo insieme a quel compleanno.
    I bambini giocavano. Le mamme parlavano.
    Ed io ti dissi che ti amavo.
    Ed ora ho una pistola in mano.
    Ed ora guardo un film porno.
    Vorrei vomitare sulla televisione.
    Vorrei vomitare il pianto che ho in gola.
    Ti ricordi? Ero al tuo funerale.
    Già, ero quello alto, in fondo, vestito con i jeans.
    Mi dispiace che non mi hai visto piangere.
    Ti chiedo scusa.
    Quella sera mi chiusi in bagno con due bottiglie di vino.
    Mi erano costate un euro ognuna.
    Ho pensato fosse vino scadente.
    Le ho bevute e poi sono svenuto.
    Non mangiavo da due giorni.
    Non bevevo acqua da due giorni.
    Ed io, sai, ti ho sognato.
    Eri bella. Ti toccavo i lunghi capelli. Ti mordevo le labbra. Ti accarezzavo il collo.
    Ti baciavo tra i seni bianchi. Ti sfioravo i capezzoli rosei. Ti baciavo ancora, ti rapivo la bocca.
    Ti amo.
    Ti ricordi quando caddi dalla bicicletta?
    Facevamo l’asilo insieme.
    E quando mi ruppi la gamba perché ero andato in bicicletta senza mani lungo la strada in discesa?
    Frequentavamo le medie insieme.
    E quando l’altro giorno mi hai visto con uno spacco sul sopracciglio destro?
    Eri preoccupata per me. Dopo anni che ormai mi conosci come sono fatto, lo sai che sono uno scapestrato, eppure eri ancora preoccupata per me.
    A quel compleanno avevo avuto il coraggio di dirti ti amo.
    Quel giorno avevo avuto il coraggio di posare la mia bocca sulla tua.
    Ed ora, ora cosa mi rimane?
    Sono davanti al televisore, nudo sul divano.
    È notte e persino i pipistrelli si rifiutano di volare.
    Non si sente nemmeno il gufo.
    Sento il tessuto che fa attrito sulla mia pelle sudata.
    Vedo due uomini che si scopano una donna.
    La televisione è l’unica luce nel buio della casa.
    Si riflettono logore immagini sulle mie pupille.
    Mi è cresciuta persino la barba.
    Il bicchiere di latte è ancora pieno sul tavolino.
    Una mosca è annegata nel candido bianco…
    Ho una pistola in mano.
    La stringo.
    La alzo.
    Vorrei metterla sulla mia tempia…
    Bang!
    Uno sparo. Una pallottola. Un’altra esplosione nel cervello.
    Ho alzato la pistola. Ho focalizzato il punto centrale del televisore. E ho sparato.
    Le finestre hanno tremato.
    Il televisore è scoppiato.
    Ora c’è solo il nero che accompagna il buio.
    Rimango immobile, mentre frammenti di vetro che prima erano tre corpi nudi ripresi da una telecamera, mi fanno compagnia.
    Non si vede nulla.
    Ti penso.
    Senza te forse sono diventato cieco?
    Ti voglio.
    Senza te forse non so più cos’è ridere?
    Ti desidero qui vicino a me.
    Senza te forse sono diventato morto?
    Sale l’acido dallo stomaco.
    Sembra che all’improvviso la mia anima percorra boschi tra tempeste.
    Sale la voglia di baciarti ora.
    Sembra che all’improvviso le nuvole che soffocano il mio petto si stiano gonfiando come palloncini di mongolfiera.
    Sale la voglia di sbattere la testa contro il muro.
    Sembra che all’improvviso il grido sommerso voglia salire fino alla mia voce.
    Sto piangendo.
    Finalmente la pioggia ha deciso di bagnarmi il volto.
    Piango.
    Finalmente le lacrime hanno deciso di ungere la mia esistenza di consapevolezza.
    Mi rannicchio nudo come un feto sul fetore del divano.
    Ti stringo a me, tu, pensiero che amerò per sempre.
    E ti porto via, via con me.

  • 02 aprile 2010
    Io suono

    Come comincia: Io suono.
    Non mi frega un cazzo se facciamo cagare.
    Intorno a me tutto è fuoco, Dio vorrei che tutto questo durasse per sempre. L'adrenalina mi corre dentro, vedo le luci intorno a me. Andiamo a mille all'ora. Grido nel microfono, cerco di non ruttare il vino acido che ho bevuto. Come faccio a spiegare quello che sento? Per voi è solo rumore, siamo uno di quei gruppi che fanno le cose che suonavano già venti anni fa i Clash, i Ramones. Ma come si fa a spiegare la forza che abbiamo dentro, guardami negli occhi mentre suono la chitarra e canto le mie poesie sconnesse. E' questa la mia dimensione. La pelle mi brucia di sudore. Il Kala sanguina sul basso, ma se ne fotte. E' ubriaco perso, non si ricorda gli accordi. Però ci crede, lo vedo che salta come un pazzo. Finale del pezzo. Mi giro lo zio alla batteria gronda di sudore, la fiacca sull'indice si è spaccata di nuovo, bestemmia e sanguina, le bacchette sono ormai un cumulo di schegge di legno. Picchia sul rullante come se avesse il diavolo dentro. Il concerto è finito, mollo lì il mio ferro con due corde rotte e l'ampli che fischia. Venti persone sotto al palco, centoventi chilometri fatti “aggratis”. Io sono esausto e felice. Ci facciamo un paio di birre prima di smontare.
    Come è andata?- Chiedo allo Zio mentre mi accendo una Camel. Sanguino, porco dio. Bene.- Mi risponde mentre si asciuga il sangue sulla maglietta nuova dei Converge.
    Il Kala mi porta un Montenegro. Siamo ancora in balia della adrenalina. Otto ore di lavoro sulle spalle, la coda al casello, ci siamo persi a Rho. Ma non molliamo. Il domani incombe su di noi, tre operai, ognuno la sua storia,ma cosa ci porta qui? Mi rendo conto di essere lontano da quello che i giornali e le tv raccontano quando parlano di musica, il fottuto rock 'n' roll. Siamo senza soldi senza talento senza droga, solo con qualche disco rumoroso nell'autoradio. E' bello sapere di essere fuori da tutto, non pensiamo ai soldi, mai. Siamo fuori dal tempo. Spesso fuori tempo. Vivo un sogno, il sogno di una band che suona solo per passione. Che suona una musica sconnessa e rumorosa ,estremamente sincera, tanto sincera da essere scontata. Noi non siamo musicisti, non scambiateci mai per tali. Sono le due di notte, alle sei la sveglia. Centoventi chilometri da casa,dalla mia famiglia. Qualcuno ride di me. Ho due figli, bellissimi. Ma la notte giro per i posti dimenticati dal buco del culo di dio come questo, grido e faccio rumore. E' la mia droga, non posso stare senza. Nessuno lo capisce. Solo chi suona con me può farlo. Cosa ci porta qui? In mezzo alla nebbia non vediamo un cazzo, lo zio mette fuori la testa dal finestrino, non si schiara una sega. Il giudizio degli altri importa poco. Noi abbiamo già perso in partenza, neanche ci mettiamo nelle competizioni provinciali tra super band. Siamo retrogradi,consapevolmente ignoranti. Cosa ci porta fino a qui? Chi ci riporterà a casa? Da questa nebbia non se ne esce. Alle cinque siamo a casa, neanche andiamo a dormire, tanto è tempo perso. Alle sei siamo in fabbrica. A chi importa ciò che sentiamo mentre suoniamo? Per voi è solo rumore, siamo uno di quei gruppi che fanno le cose che suonavano già venti anni fa i Clash, i Ramones. Ma voi non lo sapete chi sono I Clash? Lo volete il fuoco? Volete vedere cosa porta a fare la passione? Se non siete morti, ci vediamo sabato sera, in un posto di merda, in mezzo alla nebbia.

  • 02 aprile 2010
    Tornatene in Papuasia

    Come comincia: Era un ragazzino di colore, Gomez, venuto in Italia da piccolo, estirpato a una realtà triste di Istituto, di solitudine dell'anima, proveniente da chissà quale famiglia povera o inconsistente.
    Era stato accolto da una coppia senza figli, benestante e rispettabile, professionisti con una vita normale, a cui però mancava un bimbo.
    Gomez, 9 anni, fisico forte, asciutto e scattante, alto, dalla pelle scura, i capelli neri e ricci, il bel viso fiero e a volte sfrontato, lo sguardo vivo e sempre pronto alla sfida. In classe era un leader, sembrava ne avesse tutta la stoffa per naturale predisposizione: era lui a guidare il gruppo, a decidere i giochi, a stabilire regole.
    Era difficile da "domare" per chi nella scuola deve trasmettere le norme di convivenza civile; difficile, sì, ma non impossibile, dato che Gomez era anche sensibile all'approvazione di chi sapeva valorizzare i suoi pregi, come l'intelligenza e la tenacia.
    Ma - inevitabilmente c'è un "ma" - Gomez si ritrovò ad interagire con qualcuno che non amava né i clandestini, né i "regolari", insomma tutti quelli di un'altra "razza" inseriti nel nostro Paese "civile".
    Si trattava di un docente, sì, la figura che dovrebbe trasmettere, oltre che i contenuti del sapere, i contenuti del vivere insieme. Gomez per lui era fuori posto, quindi, come tutti gli stranieri, sarebbe dovuto rimanere dov'era, e non rompere gli equilibri a noi, popolo di italiani che "è meglio che chiudiamo le porte a tutti questi zingari, neri, extracomunitari e tutte le razze estranee a noi, che vengono solo a portarci guai".
    A detta sua, addirittura sarebbe stato molto saggio ricorrere, come un tempo gli Spartani o i Romani, a un Monte Taigeto o a una Rupe Tarpea, dove precipitare altre categorie scomode e costose per la società, per intenderci i portatori di handicap.
    È chiaro che in tale contesto sociale, una classe guidata da una tale persona, Gomez non poteva sicuramente ambire a una vera integrazione, secondo i principi di uguaglianza e di solidarietà della nostra Costituzione, i principi di uguaglianza e fratellanza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e il diritto a un'assistenza globale sancito nella Carta dei Diritti del Bambino.
    Ogni comportamento vivace, esuberante e a volte prepotente del bambino veniva aggiunto in un elenco di elementi che facevano di lui un delinquente irrecuperabile, perché, come sosteneva perfino il pediatra che lo seguiva, in perfetto accordo con l'insegnante doc (tale era definito da altri), "questi brasiliani la delinquenza ce l'hanno nel dna e vano è ogni tentativo di correggerli"...
    Nessuno pensava che, forse, al di là di una naturale vivacità di carattere, potevano aver agito i trascorsi di maltrattamenti e deprivazioni subiti nella prima infanzia e perpetrati ancora nella scuola, a determinare comportamenti particolarmente ribelli?
    E perché non convogliare la forza e l'esuberanza in attività positive, promuovendo al meglio valori di amicizia e collaborazione? Sarebbe stata una grande opera!
    Quello che si sentiva dire, invece, dall'illustre docente, in molte occasioni conflittuali era: "Ritòrnatene in Papuasia, da dove sei venuto, insieme ai selvaggi come te, cosa venite a fare qui a darci tutto questo fastidio?"... Sono frasi pesantissime, che risalgono ai giorni nostri, pronunciate in un Paese civile e dichiaratamente antirazzista, scagliate contro un ragazzino adottivo che doveva essere accolto e aiutato ad integrarsi nella nostra società, di cui fa parte come cittadino.
    Gomez, per come si sentiva "a suo agio", cominciò a un certo punto a desiderare di essere diverso: voleva essere bianco. Sì, cominciò a odiare il colore della sua pelle e spesso, infatti, chiedeva se in Italia esistesse un Centro dove poter cambiare colore, proprio come aveva fatto la popstar Michael Jackson. Io gli rispondevo che a me piaceva molto la sua pelle scura, avrei voluto averla io, ma non esisteva argomento per convincerlo che era bello così com'era, che poteva essere amato così com'era.
    Gomez è diventato ormai un giovane, si vede spesso in giro per il centro, con un look estroso, treccine tenute insieme da una larga fascia, sguardo fiero e fisico atletico, passo deciso, come a voler ostentare sicurezza... ma spesso è solo...
    Forse non ha avuto tutte le opportunità per essere amato ed apprezzato.

  • 02 aprile 2010
    Anna ed Hemingway

    Come comincia: La mia vecchia Y10 sa dove andare, sa come andare, a noi non importa. Vinicio sta cantando del suo "ultimo amore", e gli stiamo dietro a squarciagola, poi, stanchi della statale, svoltiamo. Trani d’estate è uno spettacolo, gente dappertutto, il mare e locali che ti chiamano per nome, si deve solo scegliere: “la bodeguita del medio” nome abbastanza letterario, l’ideale.
    Ci sono dei tavoli liberi, ma scelgo il bancone, lo considero un posto privilegiato, è così pure nei film e poi mi piace sapere cosa bevo. Un angelo dai capelli neri si dà da fare coi nostri mojito, i suoi movimenti sembrano un danza, la menta pestata nel mortaio, il ghiaccio tritato sul palmo e, mentre contemplo tutto questo, c'è una bella donna che mi tiene la mano, senza rovinare tutto con inutili parole, è magia, se ci fosse davvero il Paradiso, beh assomiglierebbe a questo posto. D'un tratto mi ritrovo a pensare ad Hemingway, a come per lui questa magia sembrava per sempre ed alle sue cervella sparse per terra. Mah, qualcosa che non andava ci doveva pur essere, ma non stasera, forse domani, quando inventeranno un telefono da tenere in tasca per poter essere sempre disponibile e sempre meno libero, quando inventeranno una scatola che ti dice sempre dove andare per non farti perdere mai, quando ti manderanno fuori dai locali a fumare. Per fortuna c'è ancora del tempo, c'è questa sera e c’è la maga del bancone che ci propone una sua creazione, sarà il quarto o il quinto, mi guardi strano, m’aspetto il peggio invece vuoi solo offrire tu, forse è questo che mancava ad Ernest, una che offrisse, che non gli facesse pensare al domani. Alla salute allora, usciremo barcollando, reggendoci a vicenda,troveremo un posto vicino al mare per farcela passare e poi… e poi, prima che arrivi domani, ti sposerò baby.

  • Come comincia:

    Chi ti rivelerà che sia quel viaggiatore della notte? La stella lucente
    Corano, Sura 86

     

    Stella sperduta
    Nella luce dell’alba,
    cigolìo della brezza,
    tepore, respiro –
    è finita la notte.
    Sei la luce e il mattino
    .
    C. Pavese

     

    “Questa non è una sera come le altre”. Tutte le sere il signor Osvaldo, vedovo da molti anni e dimenticato dai figli lontani, se lo ripeteva senza mai prenderci. In realtà, da molto tempo tutte le sue sere erano identiche le une alle altre, “come vacche tutte uguali se le si guarda di notte”, diceva un tedesco che doveva saperla lunga (il signor Osvaldo sapeva di filosofia, e anche di vacche: da ragazzo era stato mungitore). Tutte le sere al balcone del suo trascurato bilocale al quarto piano, piena periferia; tutte le sere con il suo bicchiere di rosso opaco versato dal solito bottiglione; tutte le sere appoggiato alla stessa ringhiera a rimirare in alto un cielo, ora cristallino, ora rossiccio, ora lattiginoso, ora compatto, ora profumato di vastità marine.

    Sera dopo sera aveva, il signor Osvaldo, sviluppato una sorta di familiarità con le stelle; ma non era la conoscenza erudita dell’astronomo, seppure dilettante, alle prese con un cannocchiale nelle notti luminose; no, nulla di tutto questo: il nostro solitario amico nemmeno sapeva quali fossero Orione, o Vega, o Cassiopea, o l’Orsa Minore. Il signor Osvaldo, con i suoi gomiti appoggiati sulla pietra dura della ringhiera e la sua fronte in alto, si era affezionato alle sue stelle e aveva imparato a riconoscerle empiricamente, secondo il proprio occhio, stagione dopo stagione, anno dopo anno, e via da capo. Possedeva uno straordinario talento onomastico: come un padre premuroso in vista della nascita del figlio ne sceglie accuratamente il nome, così il signor Osvaldo battezzava le sue puntiformi amiche lucenti: la Bruna, la Nerina, l’Ottavia, la Fernanda, come le sue vacche quando era giovane in campagna. Non gli difettava mai la fantasia: mille ne sapeva, mille ne ricordava. E tutte le sere in cui il cielo spalancava alta la cortina delle nubi, il signor Osvaldo si concedeva una o due lacrime nel rimirare i suoi lumini siderali lontani, o forse nel ripensare a una felicità familiare lasciata per strada troppo presto.

    Null’altro faceva, il signor Osvaldo, se non aspettare, aspettare, aspettare, con i suoi gomiti puntati e gli occhi vispi e puri verso l’alto. Era, il nostro amico, un “aspettatore” professionista, un soldato temprato alle melmose trincee delle attese notturne. Aspettava che cosa? Con le sue parole: “il momento”. Ma neanche lui sapeva bene quale fosse e cosa dovesse essere, quel “momento”. E tuttavia sapeva che quel ”momento” non era mai arrivato. Così, ogni sera, deluso e malinconico, rientrava dal balcone, abbandonava le sue stelle, senza il suo “momento”. Ciononostante la sera dopo ci riprovava, ci sperava, ci credeva: e di nuovo usciva sul balcone, sotto la veste bruna del suo cielo, per mano al suo bicchiere.

    In ogni caso, quell’insolita sera qualcosa accadde. Era una serata fine, di febbraio, quando l’aria di quarzo dell’inverno cede il passo alle carezze odorose e miti di un cielo che annuncia un mare promesso e raggiungibile anche nelle stanze d’entroterra, una curiosità accennata di pini marittimi e legno e sabbia, un varco possibile verso la primavera in cui anche le stelle si riscaldano nel loro tremito distante. Il nostro amico, bevuto il suo rosso stinto, si era appena sistemato nella sua consueta posizione, quando un refolo profumato gli accese i sensi. Poi tutto ebbe inizio.

    Dal panno tiepido del cielo, dai quadranti puntinati della notte, una stella di fronte a lui, la più piccola, la più fioca, la più lontana (dal signor Osvaldo chiamata la Modestina) si staccò e si mosse in direzione del balcone. Sembrava avesse gambe, e mani, e si muoveva sicura, a ogni passo più nitida, a ogni mossa più disegnata. Sembrava ancheggiare sulle strade del cielo, accendendo di luce pulsante quell’insolita sera; sembrava danzare in arabeschi leggeri e regolari, sempre più vicina, fra strisce incendiate che le facevano da strascico. Era una sposa, bella e preparata per le nozze imminenti. Fu un istante infinito, cosmico, metafisico. Modestina si accostava con grazia celeste al balcone vivificando di aria e luce i sentieri percorsi nel cielo della sera. Quando fu a pochi passi dalla fronte solcata del signor Osvaldo, la stella si fermò attorniata da milioni di coriandoli dorati e invitanti, una pioggia di leccornie e festoni che inondarono il nostro attonito osservatore. Finalmente il nostro amico si lasciò andare, capì che non aveva più nulla da temere: assaggiò uno di quei lacerti colorati, dopo ne addentò un altro, poi un altro ancora, e ancora di più, fino a saziarsi in quella fontana inesauribile, in una sarabanda in cui tutto il creato sembrò vivo, animato, acceso. Poi (ma hanno senso il prima e il poi in un unico istante?) Modestina lo guardò, gli sorrise – pare che le stelle possano sorridere e lo sappiano fare anche bene nello sconfinato biancore di sconfinati denti – e, nell’incendio della notte, gli sfiorò la fronte, le braccia, le ginocchia, in una corrente sgorgante di vita e atomi, pulsazioni e rivoli d’ambra, ritmo e cornucopia di luce. Infine d’improvviso, abbarbicata com’era a quegli occhi nuovi di vecchio, in una lingua nata quell’istante eppure intesa fin dalla prima aurora del cosmo, salutò il signor Osvaldo e scomparve per le feritoie celesti.

    Buio.

    Quando rinvenne, il signor Osvaldo aprì le palpebre piano piano, intontito dai capogiri.  Un attimo dopo, nella notte unanime e spenta, sulla propria destra si accorse di una striscia e di una pioggia colorata di pezzetti di carta portati sul pavimento del balcone da chissà chi e chissà quando. D’altra parte si era a febbraio, Carnevale era appena passato pensò il signor Osvaldo, nulla di strano. No, quella spiegazione non gli piacque. D’improvviso una piccola lucciola irruppe sulla scena accendendo la notte come una lucina nella stanza di un bimbo spaventato dal buio. Il minuscolo corpo d’insetto si illuminò, poi percorse la lunghezza infinita della striscia di carta. Infine soffiò sui coriandoli e volò via nell’ultimo tepore che spense la sera. A quel punto l’aria si rinfrescò.
    Il signor Osvaldo si schiuse al “momento” come una vecchia tartaruga alla mano dondolante del mare. E sorrise. E si sentì felice. Ed ebbe quasi paura.

  • 02 aprile 2010
    L'incontro

    Come comincia: E' una domenica mattina, fa caldo, Roma si crogiola al sole... la solita pigrona!
    In quel clima surreale due occhi scrutano tutto... quasi a voler memorizzare ogni singolo sampietrino.
    E' sempre stata così lei, le cose le piace guardarle, osservarle, viverle!
    Ama Roma, la ama profondamente ed incondizionatamente, ma, in certi momenti, le sta veramente un po' stretta...
    Sono mesi che sogna di conoscere una persona... un amico vero per quanto virtuale!
    Poterlo stringere, abbracciare, ringraziare...
    Continua a camminare e, quasi per caso, si ritrova davanti al Colosseo... non è lontano da casa sua e per lei è sempre stato un posto un po' speciale....
    Come spesso le capita si siede e si gode quello spettacolo....
    Lo sguardo avvolge tutto quanto la circonda, anche in lontananza!
    Osserva chi passa, quello che scrutano i passanti, cerca di coglierne i discorsi!
    E' presa da tutto questo quando, improvvisamente, gli sembra...
    Si avvicina, lentamente, quasi intimidita "l'altezza... si potrebbe, ma no, dai è impossibile, ti pare che non mi avrebbe avvisata?"
    Guarda quella persona... gli gira intorno, sempre a distanza di sicurezza, poi... non ha più dubbi.... si!
    "E ora che faccio? Lo chiamo? Mi faccio notare?"
    Le solite insicurezze, sicuramente sta pensando che vorrebbe scrivergli, per chiedergli non cosa fare, ma quello che ha dentro, raccontargli le emozioni, i pensieri, come fa sempre!
    "Ho deciso, vado!"
    Si avvia, con passo deciso, ormai è giunta a pochi metri....
    "Mamma mia, ma è più alto di quanto avessi immaginato ed io non ho neppure un centimetro di tacco!!!".
    La distanza è ormai azzerata... ce l'ha a 10 centimetri, voltato di spalle....
    Decide di mettere da parte la timidezza e... toc toc, sulla spalla, stava per dire "... scusi ma!", ma le parole le muoiono sulle labbra... ogni dubbio è svanito ... quegli occhi li riconoscerebbe tra mille...
    Occhi negli occhi...
    Quante volte aveva cercato di immaginare quel momento?
    Quante volte si era chiesta se sarebbe riuscita a sostenere quello sguardo???
    Ma ora era tutto talmente naturale!
    Un solo istante e le distanze, le paure, le timidezze sono azzerate... non più un amico virtuale, ma un amico, solo un amico, l'Amico!
    Lei tende la mano, non per salutarlo, ma per stringergliela e portarselo via....
    Una passeggiata senza fine... per mano, abbracciati, sorridenti, sereni e felici per quella conoscenza finalmente realizzata....
    Il Colosseo, Il Foro Romano, i Giardini del Palatino, il Campidoglio, la Rupe Tarpea ... fanno da cornice splendida a quei momenti di parole finalmente dette, sussurrate, ascoltate....
    E Roma? Roma, la solita ruffiana, li accompagna, lei, vecchia matrona, li abbraccia e se li coccola...

  • 02 aprile 2010
    Rimpianto

    Come comincia: Era una sera gelida e tempestosa. Mi trovavo nella mia casa in campagna, arredata per lo più con mobili antichi e cupi. Sedevo di fronte a un’ ardente caminetto con in mano una lettera. Avevo quasi cinquant’anni e nel mio volto erano ormai evidenti i segni degli anni trascorsi. La busta era di un colore giallo ocra, in alto a sinistra risaltava la sigla A.B. Tra un respiro e l’altro sorseggiavo il mio the fumante, quando a un tratto decisi di aprirla. Riconobbi immediatamente la scrittura sbavata e ormai stanca di colui che ho odiato immensamente ma che purtroppo non riesco a dimenticare. In un attimo sembrò come se la mia esistenza mi fosse passata di fronte agli occhi, proprio come in un film. Ricordai i momenti più leggiadri e quelli più bui, gli amori adolescenziali, le urla e le risa di una vita che non ricordavo neanche di aver vissuto. Mi premetti la lettera al petto e piansi con la speranza che le lacrime potessero espiare tutti i peccati commessi. Le argentee gocce d’acqua solcarono il mio viso per tutta la notte come lame taglienti, il silenzio padroneggiava nella stanza spoglia. Mi voltai e vidi che le prime luci dell’alba bussavano alla mia finestra, così gettai la lettera nel baule, presi il cappotto e mi tuffai nel gelo invernale della mia città, ancora assopita. Vagai senza meta per molte ore. Durante il mio cammino, scorsi una sagoma familiare seduta su una panchina alla fermata del tram, notai un volto segnato dal tempo e con l’angoscia negli occhi. Indecisa sul da farsi lo salutai, provando a stabilire un contatto. Mi avvicinai. Il suo sguardo imprecava aiuto, il suo corpo richiedeva calore umano, il suo volto reclamava il perdono, in un gesto istintivo lo abbracciai ma non ebbi neanche la forza per proferire alcuna parola. Tra un singhiozzo e l’altro l’uomo mi disse: “Ricorda S.B. errare è umano, perdonare è divino”. All'improvviso mi ritrovai misteriosamente in un bagno di sudore avvolta in una coperta, piangente e tremante come una bambina ancora in fasce. Ricordai. Con uno scatto degno di un felino, lasciai scivolare la calda coperta e corsi di fronte al grande baule. Freneticamente lo svuotai e cercai in un tentativo disperato la busta ingiallita dal tempo. La trovai e trasalii dalla gioia, mi accorsi che in alto a destra, portava un timbro. Mi stropicciai gli occhi, lessi e rilessi – 08 febbraio 2004. Il tempo si fermò. L’orologio interruppe la sua corsa, lentamente mi alzai e fissai il paesaggio ormai spento al di fuori della mia abitazione, guardai il calendario appeso al muro. Data di oggi - 08 febbraio 2010. Mi lasciai abbracciare dalla poltrona di velluto, con in mente la lettera e nel cuore il rimorso di aver avuto l’opportunità di essere una dea, ma di averla rifiutata 6 anni or sono. Strinsi la lettera tra le mie mani, e chiudendo gli occhi sperai di poter ottenere almeno un’altra occasione.

  • 02 aprile 2010
    Fine

    Come comincia: Mi chiedevo se fosse successo da un giorno all’altro, se questa distanza si fosse materializzata in un attimo o lentamente, trascinata ed allargata dalla consuetudine e dal tempo. Ricordavo il primo giorno insieme, i sospiri carichi di aspettative e di speranze – mi sforzavo di ricordare l’ultima volta che ci eravamo divertiti davvero, fuori dai nostri ruoli ormai predefiniti e prestabiliti e prevedibili; l’ultima volta in cui eravamo stati non dico felici ma sereni uno accanto all’altra, consapevoli della necessità della reciproca presenza non per la mera voglia di avere compagnia e garantirsi una sussistenza ed assistenza e conservazione delle posizioni acquisite, ma per respirare e sentirsi vivi. Pensavo a come era stato possibile permettere che un rifugio sicuro si trasformasse in una gabbia che taglia fuori tutto il resto del mondo, i colori e i profumi e i sogni e le aspirazioni. A come avevamo creduto di poterlo cambiare insieme questo mondo, per costruirne uno più adatto a noi, ricco di suoni e sentimenti puliti. A come alla fine era stato il mondo a cambiare noi e i nostri sentimenti, invadendo la nostra vita con la prepotenza dei suoi suoni grigi e meccanici.

  • 02 aprile 2010
    Amore ritrovato

    Come comincia: L’aria bollente di una sera di agosto avvolge l’atmosfera, mentre i piedi nudi affondano nella sabbia fredda.
    I nostri corpi caldi si muovono all’unisono sotto le stelle che risplendono sull’enorme distesa di acqua salata che riemerge dall’oscurità.
    E' da tanto tempo che non stiamo così vicini.
    I nostri caratteri si sono scontrati dopo molti anni insieme. I capricci hanno preso il sopravvento, così come le ripicche e forse anche un briciolo di cattiverie reciproche.
    Ma adesso siamo di nuovo insieme sotto un cielo perfetto per due innamorati.
    In lontananza pescatori, così buffi muniti di armatura, pronti per combattere e sfidare i piccoli animali da catturare.
    Ci sediamo sulla spiaggia, vicino alla riva. Si odono piccole onde infrangersi sulla battigia. Un’aria magica ci circonda.
    Ci sfioriamo per riscoprire il nostro profumo, proprio come fosse la prima volta.
    Il suo dolce odore mi ammalia, la sua bellezza mi cattura. Un sorriso nasce sulle mio volto. Le mie labbra si avvicinano lentamente alle sue. Ci facciamo rapire da un lungo e appassionante bacio, come due adolescenti che si uniscono per la prima volta. Svaniscono le discordie. Arde nuovamente la passione, come non essersi mai placata.
    Rimango immobile tra le sue braccia, ascoltando la dolce melodia del suo respiro e solo adesso capisco quanto sia così meraviglioso sentirsi amata.
    Incrocio il suo sguardo e scorgo una lacrima scendere dai suoi occhi traditi dall’emozione.
    Il mio cuore inizia a battere sempre più forte, fino a farmi percepire un brivido di gioia lungo la schiena. Continuo ad abbracciarlo.
    E sotto tutte queste stelle ho deciso di continuare a vivere il mio amore con questo splendido angelo dagli occhi color ghiaccio e dai lineamenti dolci.
    Avvicino la mia bocca al suo orecchio e dolcemente sussurro: “Non abbandonarmi mai più". Mi stringe ancora al suo corpo caldo e delicatamente bacia la mia fronte.
    Per mano ci incamminiamo nella nostra nuova avventura d’amore.

  • 02 aprile 2010
    La cosa migliore

    Come comincia: Fuori dalla finestra non c’era niente, solo una strada grigia con qualche alberello tisico dalle radici affondate sul ciglio sassoso. Certe volte lui spalancava la finestra e si affacciava dal davanzale nella speranza segreta di trovare qualcosa di nuovo là fuori, come se potesse fermarsi qualcuno ad aspettarlo sotto alla casa dove lui abitava, giusto per dirgli: “Andiamo, non è il caso di tardare dell’altro, adesso è il momento…”. Invece ogni volta, ogni mattina, lui si svegliava in quella sua stanza con già il sapore del niente dentro alla bocca; apriva quelle persiane con un moto ripetitivo e automatico, quelle cigolavano sui cardini in un triste lamento spalancandosi sulla medesima strada, e nessuna novità era mai lì ad aspettare la sua nuova giornata. Certe volte si chiedeva come fosse possibile che il tempo procedesse sempre in quella maniera monotona, con quei modi definiti una volta per tutte, e lui, che non ci credeva all’immobilità delle cose, continuava ad immaginare un futuro diverso, uno spiraglio di vita migliore. Dietro la casa c’era il laboratorio, il caseificio, come dicevano tutti al paese, e lì tutti i giorni lui e suo padre producevano mozzarelle, ricotta, formaggi freschi. Erano sempre le medesime operazioni, i fornitori portavano il latte ed il caglio, e loro filtravano, impastavano, bollivano, ogni giorno nel medesimo modo. “Giuseppe”, diceva suo padre. “Controlla la temperatura della pasta…”, e lui controllava, osservava la macchina che filava le mozzarelle e sapeva che tutto era a posto, proprio come doveva. Venivano con i furgoni a ritirare i prodotti finiti ogni due giorni, e una volta firmata la bolla tutto era fatto e concluso. Ogni tanto lui si fermava a fare due chiacchiere con quegli autisti che portavano il formaggio ai grossisti. Nessuno di loro aveva mai di che lamentarsi: tutti erano contenti di quella vita, avrebbero voluto guadagnare di più, questo si, ma si accontentavano di quanto riuscivano a mettere assieme. Per Giuseppe invece non era questione di soldi. Lui si sentiva come costretto a fare quella vita, come se non avesse potuto mai scegliere e il suo destino avesse scelto per lui, fin da quando era piccolo, forse da quando suo padre aveva cominciato a produrre il formaggio, e aveva bisogno di aiuto nel laboratorio, e diceva: “Appena ti farai un po’ più grande imparerai tutto quanto, e da qui usciranno quintali di mozzarella e ricotta…”. Poi gli anni erano passati e tutto era scivolato via proprio come aveva pensato suo padre, non c’era stata alcuna possibilità di mandare avanti le cose in maniera diversa. Così Giuseppe adesso guardava la strada e sognava che da lì arrivasse qualcosa o qualcuno a dirgli che la sua vita doveva cambiare, osservava di nuovo quegli alberi stenti e immaginava la strada che un giorno qualsiasi lo portasse con sé. Poi si ammalò gravemente e fu allora che smise del tutto di pensarci, e infine, dopo quasi sei mesi, quando riuscì finalmente a tornare guarito nel laboratorio e a riprendere il lavoro insieme a suo padre, si guardò attorno e gli parve tutto diverso e migliore: forse in quel periodo era passato dalla strada qualcuno a dirgli di andar via, di andare con lui, ma Giuseppe non l’aveva ascoltato, e forse era stata quella la cosa migliore.

  • 02 aprile 2010
    Albus

    Come comincia: Il suo nome era Albus. Un lupino bianco cresciuto con difficoltà su di una piantina che aveva messo dimora in un terreno acido e povero di calcare. Doveva difendersi — la leguminacea — dalle troppe radici di altre piante che: aggrovigliandosi sotto terra tendevano poi a marcire. La pianta si sentiva intirizzire dal freddo nei periodi invernali per poi tornare a crescere rigogliosa durante i mesi caldi. Fu poco curata e poco concimata. Così Albus crebbe come gli fu concesso di crescere. Il giorno che — essendo maturo — venne staccato dalla pianta madre, non provò alcun sentimento di distacco, e nemmeno fu sfiorato dalla sindrome di abbandono del luogo natio. Venne messo in un sacco di juta e inviato agli stabilimenti di confezionamento, dove lo lavorarono. Lo cossero bollito, lo depositarono in un contenitore di polistirolo e lo spedirono. Durante tutto il viaggio rimase in un dormiveglia instupidito, disturbato dal ruggire del motore del TIR che lo trasportava, infastidito dal latrare di sirene delle ambulanze che percorrendo l'autostrada portavano soccorso.
    Nel mezzo della folla “chiacchiereccia” di un mercato rionale sfilavano banchi ricolmi di ogni genere di mercanzia. Gli odori tenui e i vivaci colori della frutta disposta in ordinate piramidi rosse, gialle e verdognole impregnavano i nasi delle donnine che andavano affaccendandosi nel fare la spesa. Le mele rosse attiravano gli sguardi delle massaie, e qualche incauta mano protesasi con fare maldestro veniva simpaticamente fatta arretrare dal fruttivendolo ilare e deciso. "A signò si me scombriccola li montarozzi, so azzi," — diceva —, e indicando gli altri pomi disposti sul banco concedeva ai clienti di tastarne la compattezza. La sora Rosa come ogni mattina dopo aver fatto il "giro" del macellaio e del panettiere si soffermò al banco di Annibbale; che — come diceva lei — ci aveva le fusaje bbone e morbide. La donna aveva un bozzo al collo: un misto di ipertiroidismo e rospi che era stata costretta a inghiottire; molti di essi le erano rimasti in gola."Quella fija sposata co'nò stronzo sempre cò la puzzetta sott'ar naso che se n'anniede cò 'na zoccola de la televisione, lasciando una donna sola co' 'na regazzina de quattr'anni. Mò abbita co' mme, nun je la fa a pagà ll'affitto." Famme du etti de lupini va! Che è meglio. Il fruttivendolo annuì col capo, e sospirando con aria partecipe si umettò l'indice e il medio, li pose su un mucchietto di bustine in plastica per alimenti e ne tirò su una che gli aderi alle dita, — Il vecchio cartoccetto era stato bandito per motivi di igiene — e con un mestolino, aprendola la ricolmò di lupini. La vecchietta depose il sacchetto annodato nella sporta e si incamminò verso l'uscira del mercato per rincasare. Albus: essendo rimasto sopito per tutto un tempo si destò intorpidito e acciaccato, poi si assottigliò a tal punto da potersi incanalare attraverso la strozzatura causata dal nodo e affacciò la testolina all'orlo della bustina, prendendo fiato dopo essersi fatto largo fra i suoi simili, risalì la china su per il cartoccio del pane e il fagottello in cui era avvolto lo spezzatino. Sporgendosi fuori da quella grotta si lasciò cadere e rotolò fino a toccare il suolo, ma non si fermò, e continuando a ruzzolare andò a infilarsi nella fessura di un tombino, precipitando così nell'acqua delle fogne. Nel cadere non lo notò nessuno — era così piccolo e inutile! — Lui non sapeva di puzze e profumi. L'acqua lo gorgogliava sbatacchiandolo lievemente ora contro un bordo dopo contro un altro del margine di mattoni del condotto. Si divertiva, e mentre la sua pelle lucida rifrangeva la poca luce che riusciva a filtrare dalle grate di sfiato, meditava di avventure nuove e affascinanti. Galleggiò per giorni accompagnato dagli effluvi dei suoi compagni di viaggio. In quell'America dove era appena "approdato" e tutta da scoprire egli già si trovava bene. Lo distolse da quel sognare uno scrosciare che d'improvviso si riversò dall'alto; uno sciabordio di schiuma lo avvolse traendolo fuori dall'acqua adagiandolo poi sulla superficie viscida dei camminatoi della fogna. Scivolava dolcemente sul liquame e rideva piano per non arrecare disturbo. Sugli sbocchi dei canali secondari di immissione incontrava esseri diversi da lui alcuni somigliavano assai a quelli che lo avevano staccato dalla pianta, insacchettato, bollito e spedito Molti di questi lo prendevano a calci facendogli fare dei grandi balzi egli ricadeva leggero e continuava la sua corsa verso chissà dove. Non se ne seppe più nulla, il relatore che ha scritto questa storia pare abbia sentito dire che il lupino stufo di quell'andare senza senso e stanco di essere maltrattato rifacendo faticosamente a ritroso il percorso che lo aveva portato dalla fessura del tombino nella cloaca dove era precipitato: emergendo dalla fogna non volle nemmeno esplorare quel mondo di sopra. Cercò disperatamente un mucchietto di terra acida; la trovò nel giardinetto di un pensionato, ispezionò un posticino solitario e senza vegetazione, si ficcò sotto due centimetri di terra e pianse amaramente.