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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 22 giugno 2010
    L'altra donna

    Come comincia: “Sperando di averLa ancora nostro gradito ospite, Le inviamo i nostri più calorosi …” Black-out.
    La brochure rovinò a terra insieme alle chiavi di casa e agli occhiali da sole che reggevo insieme. Perla abbaiava supplicandomi di uscire per la consueta passeggiata, ma ormai i miei pensieri si erano sospinti al largo, lasciandomi in balia di una burrasca implacabile. Anche la vista si era offuscata. Ero ancora incredula: come poteva esserci in mezzo alla posta, la brochure di un hotel del Lido di Camaiore che ringraziava Luca per un soggiorno? Ma quando? E soprattutto con chi?
    “Non siamo mai stati in Versilia, imbecille, ridicola che sono” –ripetevo all’infinito tra me e me, mentre un angolo della mia mente ancora si ribellava all’idea del tradimento.
    Per pochi infiniti istanti i ricordi di una vita insieme attraversarono il mio corpo da parte a parte come una violenta tempesta di grandine e mi rivedevo ancora lì in Piazza Ariostea in quel gelido pomeriggio di gennaio, con quelle calze di pizzo e i tacchi a spillo, avvolta come una mummia dentro quella finta pelliccia bianca ad aspettare lui…
    Lui poi era arrivato, timido e impacciato, così imbranato da farmi subito notare l’assurdo accostamento tra i miei capi di abbigliamento in un pomeriggio dalle temperature polari.
    Eccomi ora lì tra le sue braccia lungo l’argine del Po a fare le riprese delle nozze, con lo strascico dell’abito che si ergeva sotto le nostre esili figure come una spumosa nuvola bianca. Eravamo ebbri d’amore e di illusioni.
    E ora eccoci al Lido di Jesolo e in tanti altri suggestivi scorci marini della Riviera Adriatica, con le nostre immancabili Adidas e con 5 o 6 rullini di scorta per la Nikon.
    “Ma al Lido di Camaiore MAI, MAI E POI MAI, lurido schifoso, che non sei altro” –ripetevo dentro me, come un cd che salta.
    Perla continuava ad abbaiare. Decisi allora di uscire immediatamente, per sbollire l’ira che si era impossessata di me.
    “E se la brochure fosse un errore? O un semplice invito? Ma allora perché ringraziare per il soggiorno? Esitai a lungo prima di valutare il da farsi: far finta di niente e cestinare il messaggio pubblicitario? Oppure sbatterglielo sotto il muso con disgusto? Oppure?
    Quella sera lasciai sgattaiolare sotto il letto la brochure, che fino all’ultimo avevo trattenuto in mezzo al libro che stavo leggendo, ancora combattuta sulla strategia da adottare.
    Non chiusi occhio e mi girai e rigirai nel letto per tutta la notte, come se ci fosse stata una vedova nera a insidiare il mio sonno.
    “La notte porta consiglio” – mi convinsi.
    L’indomani mi resi conto solo dopo aver fatto filtrare la luce dalla finestra che quel maledetto ringraziamento era sparito…

  • Come comincia: Siamo il Popolo della Solidarietà… Solidarietà Dual-Band, Solidarietà GPRS e UMTS, della Solidarietà Intercontinentale, siamo la Generazione 2 Euro a Catastrofe, siamo il Popolo che vede lontano, che protegge, nutre e colloca gli animali randagi e copre i Barboni con i cartoni, il Popolo che preferisce le povertà altrui, il Popolo che si Vergogna del proprio Disagio, il Popolo degli Amici Virtuali e di coloro che non sanno più chiedere AIUTO perché credono che l’AIUTO è per i più Deboli, siamo il Popolo Peace and Love, il Popolo contro la Violenza, ma che ucciderebbe gli assassini più spietati, contro la Tortura, ma che truciderebbe chi abusa della Vita d’altri, contro la Guerra, ma che metterebbe Bombe in Parlamento, siamo il Popolo Anti-Xenofobia, ma chi non è mai stato sfiorato anche leggermente da un Pensiero Sciovinista, la Purezza non è adeguarsi ad un colore,accondiscendere una Religione, riconoscere usi e costumi Stranieri, l’essere troppo a Nord o estremamente a Sud, la Completezza è il non aver mai pensato ad una Differenza e questa Differenza non averla mai Immaginata, pertanto siamo tutti Razzisti…
    Siamo il Popolo in Movimento, dei Gruppi, delle Mille Idee e da Milioni di Soluzioni, siamo il Popolo Contro, Contro l’Illegalità, l’Abuso di Potere e l’Abuso di Favoritismo, siamo il Popolo Protesta che detto così fa pure “Figo”, ma siamo talmente Statici che ci siamo trasformati nel Popolo dei Piagnistei, siamo il Popolo che Condivide le Disgrazie altrui ma non ha rimedi, siamo il Popolo dell’Unione fa la Forza, avanziamo Compatti, se saremo in tanti non possono non accorgersi di noi, non possono non sentire l’urlo d’Innovamento che stiamo Diffondendo, se saremo in tanti dovranno Ascoltarci, se fossimo tantissimi farebbero ciò che Domandiamo, se fossimo tantissimi avrebbero perfino Paura di Noi…, ma oggi non c’è tempo, ci sono tante cose da fare, più Importanti, facciamo un altro giorno, tanto cosa cambia un giorno, due mesi, tre anni, magari mi Libero… magari le cose si Aggiustano da sole… magari mi sarò Stancato di essere Solo!
    … ma non dovevamo essere un Popolo!
    Perché in fondo è così che siamo, Esprimiamo pensieri che possono Piacere agli altri, compiamo gesti solo per farci accettare, mettiamo in mostra la parte di noi più comune, a volte Trasgrediamo per sentirci un po’ Diversi, in effetti lo siamo, bisognerebbe ricordarselo ogni tanto, bisognerebbe guardare oltre il senso comune delle cose,perché come agli occhi di molti il suicidio è un gesto peccaminoso, di debolezza o disadattamento agli occhi d’altri è un gesto Audace,ci vuole Coraggio.
    Siamo il Popolo in attesa di una Nuova Catastrofe per Commiserarsi e pensare alla Sfortuna d’altri, tranquilli io non verserò una lacrima né invierò un SMS, tanto tra poco e col tempo saranno tutti dimenticati… come ognuno di Noi del resto.

  • 15 giugno 2010
    Dietro al semaforo

    Come comincia: Un uomo attraversa la strada ad un passaggio pedonale. Lo fa come ogni giorno, perché deve attraversare quella strada per recarsi al suo posto di lavoro. Esce da casa, costeggia lungo un marciapiede alcune abitazioni grigie tutte uguali, arriva vicino a un giardinetto di fronte al quale c’è il suo bel passaggio pedonale. In quel giardino ci ha portato i suoi figli la domenica tante volte quando erano più piccoli. Ancora li ricorda quei momenti, il profumo di sugo che usciva da qualche abitazione, il sole della primavera, i bambini che giocavano a rincorrersi. Adesso si sono fatti grandi i suoi figli, ma ancora abitano in famiglia, nella sua casa, anche se escono da soli e se ne vanno in giro, con gli amici; ma spesso lui gli ripete le solite raccomandazioni, lo fa con spirito di padre: dice di non fare tardi, di non bere, di essere retti, di stare attenti a quel passaggio pedonale, quello davanti al giardinetto, perché è pericoloso, lo sanno tutti nel quartiere. La vita sembra scorrere via senza inciampi, lì davanti casa, lungo quella strada polverosa sempre uguale, con il suo traffico intenso nelle ore di punta, però c’è sempre qualche auto che passa via veloce a sera tardi, per far sentire a tutti la potenza del motore. Lui certe volte arriva fino ad un caffè poco lontano, alla sera: attraversa la strada sul passaggio pedonale ed è subito arrivato, lo fa giusto per trascorrere un’ora o due a parlare con gli amici. Ogni giorno sembra diverso in quello scorrere inevitabile del tempo: lui continua ad uscire di casa al mattino, cammina lungo il marciapiede e poi attraversa la strada sopra al passaggio pedonale. Davanti alla fermata poco distante aspetta la corriera e poi via in fabbrica, insieme ad alcuni colleghi che abitano vicino. Prima, tanti anni fa, c’erano soltanto delle strisce bianche a terra, ad indicarlo in modo semplice quel passaggio. Poi arrivarono un gruppo di operai e misero il semaforo, perché ci si era resi conto che attraversare la strada in quel punto era un po’ pericoloso. In tutto il quartiere si tirò un sospiro di sollievo, parve una fuga in avanti di modernità quella scelta, poi si fece l’abitudine. Adesso lui cammina fino lì, attende che il semaforo segnali il suo via libera, ed ecco che si può attraversare quella strada, in perfetta sicurezza. Sua moglie a volte lo guarda arrivare dalla finestra, quando torna dalla fabbrica. Certe volte lui si sente stanco, il suo lavoro è pesante, ma qualche giorno si lava e si cambia i vestiti velocemente, e poi esce con lei, a fare due passi, e magari attraversano la strada all’altezza del passaggio pedonale e costeggiano la via principale di quel quartiere periferico, dove ci sono dei negozi, si possono osservare le vetrine. Non c’è niente di male nel sentirsi bene in quelle sere: salutare qualche conoscenza, sapere di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, trattenere qualche spicciolo dentro alle tasche anche per acquisti non previsti, per qualcosa non estremamente necessario. Sua moglie è ancora una bella donna nonostante l’età, lui ne è orgoglioso, cammina volentieri con lei tenendola a braccetto. Poi attraversano di nuovo la strada sul passaggio pedonale e rientrano a casa, che si è fatto già tardi. E poi quel giorno grigio, quando lui rientra dal lavoro con la testa pesante, piena di pensieri. Attende il segnale del semaforo, poi attraversa la strada, come sempre. Ma una moto arriva forte, a tutta birra, e lo sfiora. Non è successo niente, nessuno si è fatto male, ma per lui, per l’uomo che attraversa la strada tutti i giorni, è peggio di uno schiaffo. Non ha parole da dire, raggiunge la sua casa, velocemente, bofonchia qualcosa tra di sé, non sa spiegarsi neppure con sua moglie, ma si mette a letto, distrutto di fatica, ammalato. Sarebbero bastati pochi centimetri per scatenare una tragedia, lui lo sa, lo sente, e avverte come un tradimento di tutta quella sua vita condotta fino lì, fino a quel passaggio pedonale, e non riesce ad accettare che proprio la sua vita sia così rapida a volgergli le spalle.

  • 15 giugno 2010
    Bambola non sa di niente

    Come comincia: Avete mai provato a bordare le labbra con la matita? Cambiano. Sono gonfie e l’effetto visivo
    comprende due strisce di carne morbida ma non diritte come vermi. Sono formate da colline e avvallamenti, soprattutto il labbro superiore. Il labbro inferiore invece, circa a metà si abbassa e poi si rialza.. sembra che lasci lo spazio affinché vi si appoggi un qualcosa.
    Poi è la volta del rossetto, in commercio se ne trovano di vari colori: rosso classico, rosa cipria oppure varie gradazioni di marrone che rammentano l’autunno. Lucidi oppure opachi.. certo che il lucido è di alta qualità.
    Avete mai provato ad uscire di casa con tale profumata delicatezza sulle labbra?
    Si ha una sensazione di leggerezza, benessere e come se fossimo le sole ad avere una bocca.
    A parte l’uso comune e concreto a cui la bocca è sottoposta tutti i giorni come mangiare e bere, si può tranquillamente desumere che esista un uso ben più sublime per cotanta sporgenza femminile: BACIARE.
    Bambola era infelice, aveva tutto. La salute, la bellezza, l’amore e una professione appagante. Quel giorno però l’inquietudine regnava padrona. Lo shopping del giorno prima non era valso a mutare il suo umore. Scelse tra un corsetto di pizzo bianco con fiocchetto e un reggiseno a balconcino nero. Optò per il reggiseno. Slip coordinati e calze. Un tailleur chiaro e foulard fantasia in seta. Scarpe di vernice tacco dodici e occhiali da sole scuri, ovvio. Raccolse i capelli sulla nuca. La giornata soleggiata sottolineava la sua andatura, l’incidere dei suoi passi era reale, vivo, in mezzo alle impersonali tute da ginnastica, jeans, divise. Lei sola era Bambola, il resto non aveva faccia. Camminò a lungo senza meta. Si accorse di una libreria dietro l’angolo, decise di visitarla. Karen Blixen era incastrata tra gli scaffali della sezione “letteratura inglese”, la vide roteare verso il pavimento e veloce si affrettò ad afferrarla. Non da sola. Un distinto signore di nome Franz le porse la mano. Caspita! Rifletté Bambola, dove lo aveva già visto? Aveva una copertina grigia e il suo cognome faceva Kafka. Una caricatura distinta degli occhi di lui pulsavano oltre il muro di carta sul quale in chiare lettere troneggiava il titolo di: “la metamorfosi”. Bambola l’aveva letto un anno or sono con il sottofondo dei Linkin Park, spietati musicisti che avevano sottolineato tenacemente la trasformazione del povero signor Gregor Kamsa, commesso viaggiatore.
    Franz però sembrava supplicarla : “comprami”.
    Bambola non seppe dir di no. Era l’ultima copia, svelta pagò e lo infilò in borsa. Corse verso il parco, aveva già in mente dove sedersi. Una panchina che si trovava solitaria in un lembo di prato un pochino distante da bambini,  animali e confusione generale faceva per lei. Con un rito di reverenza assoluta verso la propria perfezione sistemò la gonna, accavallò le gambe e si sedette.
    Balzò all’interno della storia in pochi secondi e quel poveraccio di Gregor subito le strizzò lo stomaco. L’incipit del caro Franz era diretto, incisivo, addirittura banale: “Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Kamsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto.” Pietrificata innanzi all’immagine di Gregor, Bambola non seppe resistere.. iniziò a grattarsi. “Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza..”, Bambola si voltò e inarcò le braccia all’indietro in una posizione inverosimile per assicurarsi che il tailleur fosse intatto. Franz proseguì con innato talento a descrivere le poco invitanti caratteristiche di Gregor, parole decise, chiare senza mezzi termini. Parole talmente veritiere che non lasciavano spazio ad alcun dubbio. Gregor era un insetto anche se tuttora non voleva accettarlo. Mentre Gregor si stava chiedendo che cosa gli fosse accaduto durante la notte, Bambola si rese conto di avere caldo. Sfilò la giacca scordandosi totalmente di avere addosso solamente quel fichissimo reggiseno di pizzo nero. Franz, oltre il muro del titolo strabuzzò gli occhi e proseguì: “tentò di uscire dal letto dapprima con la parte inferiore del corpo: ma quella parte, che egli non era ancora riuscito a vedere e di cui non poteva neppure farsi un’idea, si dimostrò troppo difficile da smuovere”. “Oh Greg.. quanto mi dispiace, come vorrei essere lì e aiutarti! Prenderei ciò che resta di te e lo accompagnerei qui su questa panchina! Forse riuscirei a bloccare la tua trasformazione!”. Franz che non difettava di fantasia ed eloquenza , notando l’evidente e sensuale abbattimento di Bambola infilò le dita tra i suoi capelli e li sciolse lungo le spalle. Bambola si adagiò piano sullo schienale della panchina e sospirò, Franz ebbe tutto il tempo di scrutare ogni centimetro della sua pelle: “ io ci sto bene Franz.. nella mia pelle intendo…” –
    Franz la vide dimenarsi, spostarsi in una frenesia tale che “il raccontare” ammutolì.
    Maledetto volume, pensò... accidenti a te, alla tua rilegatura, alle tue pagine in carta stampata a tutto quello che sei. Sono prigioniero dell’ingenuità di Gregor, del suo sciocco amor proprio, della sua mediocrità. Lasciami andare Gregor, io sono Franz, ti ho creato! Posso eliminarti come e quando voglio. Bambola sorrise e sfilò la gonna, apparvero gli slip coordinati e le calze. Franz si agguantò al muro ma le lettere del titolo gli si avvinghiarono contro. Prima la emme, gigante e onnipotente lo attanagliò alla gola, poi seguirono la e, ti, a… oddio sfigato d’un Franz.
    Bambola lasciò andare i suoi capelli al vento  e rientrò a casa di Gregor. “Gregor sotto il divano amareggiato e immobile..”- basta non c’è la faccio! Vengo io da te. Un filo di rossetto rosso lucido e pluff.. un tuffo. Sulla panchina giacevano gli abiti di Bambola, la sua borsa e il libro. Franz sprizzante gioia da tutti i pori la avvolse in un abbraccio. Bambola aveva scavalcato il muro e ora due paia di occhi famelici stavano per saziarsi della sua bellezza, li baciò entrambi con quelle labbra che non sono diritte come vermi ma…

  • 15 giugno 2010
    Ho fatto un sogno!

    Come comincia: Buongiorno mondo!
    Stanotte ho fatto un sogno, ma così strano e nel contempo bello. Mi trovavo nella chiesa parrocchiale della mia infanzia. L'edificio era senza soffitto. Il sole entrava ed illuminava tutto, ma nonostante ciò, tutte le luci all'interno erano accese ugualmente. Vedevo le candele innanzi alle immagini sacre che palpitavano al minimo sospiro. Era un brulichio di preghiere...Ma c'erano persone di varie religioni, di varie nazioni, di svariate estrazioni sociali. Ognuno pregava a modo suo, ed ognuno, sicuro di essere ascoltato da Dio, fiducioso aspettava risposte. Ma poi mi sono accorto di una cosa. I problemi di ognuno, sono così tanti e tali che non è pensabile, alla misera mente umana poter capire, un modo per ascoltare ed esaudire le esigenze di tutti. Strano mestiere quello della divinità. Ascoltare le continue lamentele che faceva un rabbino perché un cattolico non gli permetteva di guadagnare abbastanza, un musulmano che non riusciva ad essere contento perché il rabbino si lamentava ad alta voce. Insomma ognuno aveva a suo modo ragione di lamentarsi con Dio degli altri e ne chiedeva paradossalmente l'eliminazione. Magari anche fisica! Eppure il sole splende ogni giorno per tutti allo stesso modo, poi sono le nostre diversità che ce lo fanno apparire diverso, sfocato o sfumato, limpido e accecante, ma è solo il nostro modo di osservare che ci fa vedere le cose distorte dalla pura e semplice Verità. Vi ricordate anni fa, quando si prendeva in giro la stampa politica su un unico fatto, ma che agli occhi di una parte la vittima era il boia e questi diveniva vittima, a seconda dell'estrazione politica di questo o quel giornale. L'esempio lampante è rappresentato appunto da un bambino ed un leone. Il bambino viene ucciso, sbranato, dal felino. Questa la notizia d'agenzia. Queste che seguono le notizie apparse subito dopo sulle varie testate:
    (Stampa moderata di centro)
    Un povero ragazzino, avventurandosi nella gabbia di un leone allo zoo è stato sbranato. Subito la mobilitazione generale ha organizzato cortei pacifici per chiedere l'abbattimento del leone e la chiusura dello zoo.
    (Stampa moderata di destra)
    Un piccolo fanciullo, attratto dai miagolii è stato attirato con l'inganno da un leone di sinistra nella sua gabbia. Questi, siccome era ora di pasto ha pensato di sbranare il piccolo d'uomo. Mobilitiamoci, per chiedere alle Autorità l'abbattimento immediato del feroce leone e la sepoltura dei poveri resti del piccolo.
    (Stampa moderata di sinistra)
    Leone affamato e da tempo in cattività ha dovuto aggredire un bambino per nutrirsi. Costretto dalla fame che impera nel nostro paese il povero felino ne ha fatto un solo boccone. Mobilitiamoci perché il potere ha costretto un povero leone affamato ad aggredire un piccolo bambino che ignaro si è addentrato nella gabbia del felino, abbattiamo il bambino. :-)
    E' una barzelletta, indubbiamente a qualcuno non piace, spero proprio non piaccia, ma serve per avvalorare la mia tesi: Ognuno osserva a suo modo le cose e non abbiamo occhi per vedere quello che vede Dio in tutte le cose.

  • 15 giugno 2010
    Problemi banali

    Come comincia: Due uomini si incrociano per la strada.
    Poiché la via è stretta, uno si scansa per evitare l'altro. Contemporaneamente, però, quell'altro si scansa nel tentativo di evitare il primo, ma per errore si dirige dalla sua stessa parte.
    È una cosa che capita spesso, come ben sapete.
    A questo punto, allora, il primo si butta sul lato opposto, pensando che l'altro continui a camminare diritto.
    Evidentemente l'altro fa lo stesso identico ragionamento, perché lo vediamo buttarsi nello stesso istante sul lato opposto della strada, ritrovandosi così faccia a faccia col primo. Nessuno dei due riesce quindi a passare.
    Il primo allora esita qualche istante, dopodiché, cercando di anticipare l'altro, cerca di portarsi al centro della via, non troppo vicino a un margine né all'altro.
    A volte si parla tanto di telepatia. Quasi a dar la prova ch'essa esista anche negli esseri umani, vediamo l'altro uomo porsi al centro della strada, proprio come aveva fatto il primo.
    La situazione adesso rischia di diventare ridicola, ed infatti ad entrambi viene da ridere, ma poiché sono due perfetti sconosciuti e la società impone un certo contegno, entrambi fanno finta di niente e continuano a mantenere una certa serietà. Ma non possono evitare di guardarsi, ovviamente.
    Adesso vediamo il primo uomo buttarsi sulla sinistra, sicuro questa volta di spuntarla.
    Ma ha appena mosso la gamba e già l'altro si butta alla propria destra, ritrovandosi così alla sinistra dell'uomo che gli è di fronte. In poche parole, sono ancora bloccati, non possono proseguire, eppure ognuno dei due è un uomo apparentemente libero, benestante, con un lavoro importante ed una gran dignità sociale ed umana.
    Se entrambi rimanessero fermi, si lasciassero andare ad una risata e poi, pian piano, camminassero ognuno su un lato differente, la faccenda sarebbe chiusa in pochi istanti, e ne rimarrebbe anche un simpatico ricordo.
    Ma nessuno accenna a mostrare il proprio disagio, come se il fatto che non si riesca a passare debba essere tenuto nascosto. Infatti ciascuno dei due uomini, ad ogni tentativo fallito, temporeggia aggiustandosi la cravatta, accarezzandosi il mento o guardando l'ora, come per far capire all'altro - cosa ridicola, perché entrambi sanno benissimo come stanno le cose - che egli si sia fermato di proposito, che non continua a camminare soltanto perché non vuole, e non perché materialmente non può.
    Ad un tratto, il primo uomo ha un'idea: fingerà per un istante di buttarsi alla propria sinistra, dopodiché, lestissimamente, si butterà invece sul lato opposto, ed elaborando questo piano non si rende conto di star cominciando a considerare assurdamente il tutto come una sfida tra sé e l'altro uomo.
    Quindi tenta di mettere in pratica la sua idea, ma accidentalmente si confonde e si ritrova nuovamente faccia a faccia con l'altro, senza che quest'ultimo si sia mosso minimamente.
    Adesso il primo uomo ha irrimediabilmente peggiorato la propria posizione, rendendosi parecchio ridicolo, e ciò gli fa nascere dentro un intenso sentimento di frustrazione e rabbia.
    Dopo l'ennesimo tentativo - naturalmente vano - di passare, si vede uno dei due uomini fare qualche passo indietro, quasi barcollando, sotto gli occhi incuriositi dell'altro.
    Raggiunge il marciapiede e si lascia cadere, sedendosi malamente e senza più alcuna cura per il vestito. Poi, fissando il compagno di sventura, si porta le mani al viso. Ha gli occhi rossi.
    L'altro, dopo pochi secondi, chissà perché, lo imita. Fa anch'esso un paio di passi indietro e si abbandona sul marciapiede.
    In pochi minuti, benché la situazione sarebbe da ridere, entrambi scoppiano in un pianto disperato, continuando a fissarsi reciprocamente, mentre la sera con lenti passi invisibili scende.

  • 15 giugno 2010
    Quattordici

    Come comincia:

    Interno sette. Contenuta dentro una luce al neon, Penelope recita Ulisse. Smette i panni da educanda funerea e indossa quelli da felina immalinconita. È due righe scazzata per via delle dita anchilosate.
    In fondo alla stanza, violino e pianoforte accompagnano con discrezione il suo profilo ovale e diafano che ricerca il pettine per rintracciare i nodi, e stringe in tasca la vertigine ostinata di un’emozione perduta. L’inadeguatezza le prude la schiena e non può grattarsi, al momento.
    Alle due opposte estremità della stanza, l’uomo e la donna si sfiorano. Chi sono? E chi lo sa, siamo sei miliardi di orfani di noi stessi.
    Itaca schiude l’uscio. Non teme la nudità, stasera.
    I due colmano la distanza che separa le labbra mute intrecciando la trama del buio con l’ordito delle note.
    - ehi? Se morissi, domani, ricorda che hai fatto mondo.
    - ehi? Se morissi prima io, domani, ricorda che hai lasciato piuma.
    Penelope s’inchina e si porta fuori dalla scena.

    Inserita nell'antologia Malus Ed. 2009

  • 15 giugno 2010
    Per grazia ricevuta

    Come comincia: Quando il cane saltando abbaiò sei volte ad una popputa signora, mi accorsi che lo stava facendo a ragion veduta: per l’appunto stavo proprio uscendo dal mio alloggio, un modesto e desueto albergo rosa.
    La città si mostrò meno timida del solito, e si lasciò toccare da tutto il sole del mattino. Sbattendo contro una ragazza indiana, cominciai a sentire i primi morsi della fame… era tempo di fare colazione.
    Bar di fronte.
    Mentre attraversavo la strada, il cane di prima mi corse di fianco e mi superò spaventato. Mi voltai e vidi un animale estinto ormai da secoli, un tirannosauro blu, specie rarissima, soprattutto tra i pupazzi di stoffa.
    Funghi, tonno e pomodori, salsa rosa; mi ricordo che sono quasi morto per del tonno avariato o forse era la maionese; in ogni modo non è detto che prendendo l’aperitivo una qualche nocciolina non vi soffochi.
    Neanche al bagno.
    Non ho mai voluto portare la democrazia da nessuna parte.
    Un giorno provai ad afferrarla ed a rinchiuderla in valigia, una piccola ventiquattrore, ma arrivato a destinazione per mostrarla ad alcuni, questi si misero a ridere perché dentro non c’era niente. Provai a spiegare che non era la valigia vuota, ma le loro menti.
    Era un caso come gli altri.
    Noioso e sbrigativo, ma al momento il mio baffuto albergatore si stava spulciando quella grassa quantità di ciccia che chiamava pancia. Stava anche pensando di sbattermi fuori. Non ci sarebbe riuscito ovviamente, ma pareva felice mentre si spulciava e dopotutto… era lo scopo del mio lavoro.
    Vediamo… donna di trentatré anni, separata, bionda con un criceto di nome Gabriel.
    Problema… ricerca di una relazione stabile dopo alcune saltuarie che l’avevano fatta soffrire…
    Sempre informazioni inutili… vediamo ancora… ah adora i film horror e un miscuglio di succo di banana vodka e succo di mirtillo…
    Dovevo concentrarmi di più, forse ancora un paio di gin lemon - ottimi a Giugno di tarda mattina- e sarebbe arrivata una buona idea.
    Le sigarette… sì, non aveva ancora smesso di fumare!
    Dovrei avere ancora quel depliant.” Pensi di non riuscirci? Noi ne siamo sicuri! ”
    Solo al Centro la tua vita cambierà.
    Appartamento ultimo piano.
    Signorina Gloria?
    Sì?
    Sono del Centro… stiamo facendo una campagna a domicilio, vorrei proporle un’offerta per risolvere il suo problema, posso salire?
    Va bene, è l’interno sei.
    Tutto come previsto, la prossima settimana incontrerà Paolo, un proprietario di un’azienda di succo di mirtillo che vuole smettere di fumare.
    Dato che lui sta lavorando ad una bibita leggermente alcolica da lanciare sul mercato, dovrebbe essere semplice…
    Che arroganza!
    Allora…mi manca ancora una visita e sono a posto.
    Il baffone grassone è ancora lì.
    Schiocco le dita e un bell’infarto è servito.
    Suo figlio mi dovrebbe ringraziare, ma non ho certo scelto questo mestiere per la gloria.
    La sera passo dall’albergo rosa a ritirare le mie cose.
    Sento delle voci.
    Il figlio sta giocando a poker con gli amici.
    Sua madre da qualche parte, finite le lacrime, sta già pensando ad un bel funerale.

  • 15 giugno 2010
    Nino

    Come comincia: Nino, figlio di Turiddu e di Stella, abitava in campagna con i suoi genitori e con i suoi fratelli. Tutti lavoravano un appezzamento di terreno di proprietà di un tale, chiamato don Totò.
    Nino aveva sei anni ed, oltre a lavorare, andava a scuola, in una scuola rurale, che raggiungeva a piedi ogni mattina, attraversando campi seminati e percorrendo viottoli interpoderali limacciosi.
    In una vecchia casa di campagna, adibita a scuola, con vecchi banchi molto malandati, dove la luce entrava solo da una finestra, ogni giorno perveniva con mezzi di fortuna una povera maestra con il suo scaldino, attesa con piacere dai suoi pochi alunni.
    Tra i suoi compagni Nino era il più indigente, ma il suo corpo appariva pulito ed ordinato come i vecchi indumenti che indossava ben rattoppati; anche le scarpe, a suo malgrado sporche, mostravano una sommaria pulitura.
    Nino non aveva libri né quaderni, perché la sua famiglia molto povera e numerosa disponeva solo di quel poco per sostentarsi quotidianamente. Nino non poteva scrivere né leggere; solo ascoltava le lezioni, adoperandosi sempre ad imparare.
    Un giorno, Nino, cresciuto di due anni, dopo la bacchiatura delle mandorle, sapendo che non tutte venivano raccolte e qualcuna veniva lasciata a terra o sull'albero sol per mera svista, portando con sé un lungo bacchio, andò subito per i campi a cercarne qua e là, aguzzando sempre più la vista verso terra e verso i rami.
    Settembre fu per Nino faticoso, però in ottobre il ragazzo raccolse i frutti del suo lavoro onesto. Diede al padre la metà di quelle mandorle e lo pregò, dicendogli il motivo, di vendere la sua restante parte.
    Turiddu chiamò subito la moglie e volle che anche lei ascoltasse attentamente quanto il figliuolo gli aveva appena detto. Stella benedisse il suo fanciullo e rivoltasi al marito così disse: " Vai, Turiddu, subito in paese, il primo ottobre è fra qualche giorno ". Turiddu comprese e si affrettò a sellare il mulo, mentre Stella ritornò ai lavori usati. La scuola si riaprì il primo di ottobre e Nino si presentò di buon mattino ad aspettare lieto la maestra, che arrivò, come sempre, allora giusta.
    La scolaresca, composta di quattro alunni, le corse incontro con infantile gioia e, dopo averla salutata con affetto, Nino subito le disse:
    " Maestra, quest'anno leggerò sul mio libro ed anche scriverò ciò che tu dirai, perché ho lavorato un po' di più, dando a mio padre più dell'anno scorso e tenendo per me quanto basta per poter comprare la penna, i libri ed i quaderni. Quest'anno anch'io sarò come tutti gli altri e non molesterò più i miei compagni ".
    Così estrasse dalla tasca il suo pugnetto, che mise nella mano alla maestra, pregandola con gioia di comprargli tutto l'occorrente.
    La maestra, commossa, strinse al petto quel fanciullo, che dopo trent'anni per caso io rividi a Roma, percorrendo una strada principale, dov'era scritto a fianco di un portone - Dottor Nino Grigio - Pediatra.

    Riflessione: La gloria ed il successo costano sacrifici.

    Tratto da "Accenti d'amore e di sdegno" - Pellegrini Editore - Cosenza 2004

  • Come comincia: “Eeehhhhiiii!!! Lassù! Ohh! Tu, cherubino! Sì, dico a te! Di’ al Padrone che ci devo parlare. Subbitooo!”
    Un'eternità dopo.
    “Perché mi disturbi Diavolo?”
    “Uè, Padrone del creato! Io disturbare te? Ma quando mai? Che me ne sto nel mio piccolo regno, senza muovermi da qua.”
    “Se see. E quei demoni che ho scovato l’altro eone a scorazzare per l’Empireo?”
    “Ahh quelli. Non li ho mica mandati io. Sono scappati. Volevano vedere un po’ del creato.”
    “Vabbè. vabbè. Comunque. Perché mi hai chiamato? Che c’è di così importante da disturbare Me?”
    “Gli uomini, Padrone. Gli uomini. Non ne posso più. Devi riprenderteli nell’Eden. Io non ce la faccio a sopportarli.”
    “E che problema ti danno gli uomini? Non ti ho forse lasciato corromperli e farli quasi a tua immagine, come volevi? Non ti adorano come un Dio forse?”
    “Ma quale immagine e quale Dio! Hai detto bene, sono quasi a mia immagine. È per questo che mi fanno tanto arrabbiare.”
    “Non capisco. Spiegati”
    “Sì, non capisci, come no. L’Onnisciente non capisce. E ridacchia pure, mentre lo dice.”
    “Forse, se tu mi spiegassi cosa non va con i tuoi uomini.”
    “Lo sai benissimo cosa non va! Sembrano cattivi, combinano disastri meravigliosi. Ammazzano, distruggono, mentono, tradiscono. S’inventano ogni giorno qualche nuovo peccato.”
    “E dunque? Non ne sei fiero e contento?”
    “Sì. Lo sarei. Se poi, di colpo, non saltassero fuori con azioni belle ed eroiche e meritevoli. D’improvviso si sentono tutti santi, o quasi. Si mettono a pregare, a farsi favori, a coccolarsi perfino. Si amano anche!”
    “Lo sapevi bene che l’uomo ha il libero arbitrio. È la cosa che più di tutte lo differenzia dalle altre creature.”
    “Lo sapevo, sì. È per questo che ho potuto portartelo via. Ci mancherebbe che non lo sapessi.”
    “E allora, di che ti lamenti?”
    “Tu l’hai fatto apposta!”
    “Apposta cosa?”
    “Non fare il finto Inconsapevole con me!”
    “Non ti seguo proprio, Diavolo. Volevi l’uomo e l’hai avuto. Te lo sei portato nel tuo regno. A peccare, a uccidere, a soffrire e far soffrire. Dovresti essere soddisfatto del risultato.”
    “No! Per niente! Appena mi convinco che è ormai in mio possesso, uguale a me, feroce come me, si trasforma in una specie di angeluccio, fragile, amoroso, timoroso. Mi fa uscire di senno!”
    “E io che posso farci?”
    “Devi riprendertelo! Io non lo voglio a rovinare il mio regno!”
    “Non posso. Lo sai. Sta a lui decidere. Ha il libero arbitrio. Si vede che s’è affezionato a te.”
    “Non mi prendere in giro!”
    “Eh eh eh! Magari potessi. Io dico solo la Verità, lo sai”.
    “Devi convincerlo a tornare nell’ Eden! Manda i tuoi angeli, manda chi ti pare. Ma fammelo sparire da qua!”
    “Mi dispiace, ma non funziona. Gli ho mandato perfino mio figlio. Non è servito a niente, se non a far divertire Te.”
    “Ancora mi porti rancore per quella storia? Che ti aspettavi che facessi? Arriva il tuo figliolo, tutto pieno di grazia e d’amore. Come mandare un agnellino nella tana del lupo.”
    “Appunto”
    “Riprenditelo! Oppure distruggilo, annientalo. Fallo sparire!”
    “Lo sai che non è possibile. Perfino l’uomo se n’è reso conto. Tutto si crea e nulla si distrugge. È la regola.”
    “Nel mio regno non ci può stare. Non è come me, non assomiglia neanche alle mie creature.”
    “E nemmeno nel mio può stare. Per un po’ fa il bravo. Poi si rimette a compiere scelleratezze. I miei angeli non ne sopportano neanche più l’odore.”
    “Questa me la paghi. Prima o poi. L’eternità è lunga. Prima o poi te la faccio pagare!”
    “Ammé, Diavolo. Goditi il tuo uomo”

  • 15 giugno 2010
    La casa sulla collina

    Come comincia:

    Al primo piano, una presenza, solitaria e silenziosa...
    Il rituale era sempre il medesimo, uguale, identico, tutte le mattine. Prima scendeva dal grande lettone sempre con il piede destro; rimaneva seduta qualche istante, guardandosi intorno con sguardo assente, per poi alzarsi cercando ogni mattina il punto di equilibrio giusto che non la facesse cadere. Ancora pochi istanti e poi finalmente, in piedi.
    Tutta la sua esistenza era un rituale da seguire fedelmente senza mai una trasgressione, senza mai un passo fuori dalle righe.
    Una volta in piedi, andava nel bagno più vicino, che diventava teatro di azioni stereotipate, svolte con movimenti freddi, sterili, senza la minima partecipazione emotiva.
    L'operazione- trucco poi era qualcosa di impressionante.
    Prima gli occhi, che un pesante giro di matita nera faceva diventare esageratamente grandi, poi il fard, rosso fuoco steso sulle gote in modo da formare due pomelli scarlatti, che la facevano quasi assomigliare ad una bambina felice e affaticata, dopo una lunga corsa. Poi la volta del rossetto, anch'esso rosso, che ridicolizzava la bocca fino a renderla simile a quella di un pagliaccio; la matita, infine serviva a disegnare il contorno delle labbra, contribuendo sempre più a delineare una faccia dall'aspetto inquietante e spaventoso.
    La testa poggiava su un collo grosso, taurino, perfettamente proporzionato ad un fisico altrettanto grosso, sformato, quasi la parodia di un corpo femminile.

    Non era difficile capire come mai in paese tutti la chiamavano “La pazza”.

    Lei lo sapeva, ma non se ne curava. Non scendeva mai in paese se non quando ne aveva proprio bisogno per rifornirsi del necessario per la sopravvivenza e, anche in quelle occasioni, cercava di rimanere invisibile, di passare inosservata.
    Impresa assolutamente impossibile, dato il suo aspetto.
    In realtà ogni volta che entrava, suo malgrado, nel mondo civile, diventava bersaglio di sguardi, pettegolezzi e cattiverie gratuite da parte di chi capitava a tiro.
    I bambini, nella piazza, al suo cospetto scappavano o, alle sue spalle, organizzavano scherzi e brutti tiri che lei sopportava in silenziosa rassegnazione, quasi convinta di meritare tutto ciò che le capitava.
    Il giro in paese era sempre brevissimo, giusto il tempo necessario.
    Poi, il triste rientro in casa e un altro periodo di solitudine.
    La casa sorgeva solitaria, semidistrutta, poco più che un rudere: tre piani che dominavano la collina, diventando, nel corso degli anni, un  punto fermo per tutti i gatti randagi, che vi avevano trovato rifugio sicuro, quando l'inverno invadeva la collina e la neve ricopriva tutto come una soffice e gelida coperta candida.
    Le persone che passavano di là ormai non la notavano più, tanto erano abituati alla sua presenza.
    Per tutti era “La casa sulla collina” e veniva utilizzata dai paesani come punto di riferimento quando dovevano fornire coordinate geografiche ai pochi turisti che si avventuravano nei boschi.
    Aveva l'aspetto misterioso e inquietante di una casa disabitata da anni...
    La facciata esterna denunciava ancora antichi splendori, nonostante il trascorrere del tempo remasse contro, ricoprendo di polvere e incrostazioni antichi capitelli, fregi architettonici ed eleganti statue in marmo rosa. Ormai, calcinacci, tessere di muro, scomposte macchie di muffa e cattivi odori davano il benvenuto a chi si fermava a guardare quella strana e imponente costruzione.
    Ma la facciata esterna non era niente in confronto a ciò che si presentava all'interno.
    Le mura perimetrali, pietosamente, nascondevano agli occhi dei curiosi l'interno della casa che molti anni prima si era trasformato in un inferno.
    Degli eleganti saloni, dei lussuosi lampadari con splendenti gocce di cristallo, dei morbidi tappeti, della brillante argenteria, dei quadri che impreziosivano le pareti... nemmeno l'ombra, nemmeno una traccia, nemmeno il sospetto.
    Lo squallore regnava sovrano.
    La polvere uniformava tutto in un triste grigiore, gli irregolari disegni di umidità alle pareti avevano preso il posto degli antichi dipinti e i costosi mobili, creati e montati da esperte mani artigiane, già da molti anni avevano costituito i “pezzi” principali di importanti aste al miglior offerente.
    La casa aveva altri due piani, ma per lei, la pazza, non esistevano.
    Non esistevano più.
    In realtà erano diventati inagibili perché tutto era bruciato. Il nero della fuliggine e la cenere che copiosamente ricopriva il pavimento erano ormai l'unica testimonianza di quella notte di tanti anni prima, quando alte fiamme si erano alzate verso il cielo, portandole via, con il loro spaventoso crepitare, la speranza di una vita normale.

    Eppure, non le era mai piaciuto bere! Se avesse dovuto raccontare come era successo, non avrebbe neanche saputo dirlo. Forse per gioco, forse per non sentirsi diversa dagli altri, forse solo per stupidità. Ma aveva cominciato.
    Prima qualche bicchiere in compagnia, un modo per sentirsi più allegra, più sicura, più disinibita. Poi, quasi senza accorgersene, i bicchieri erano diventati più di uno, più di due, più di tre... La sensazione cominciava a piacerle, quel leggero senso di euforia la faceva stare bene.
    In realtà, non aveva nessun bisogno di bere. Una famiglia benestante, un buon matrimonio, la nascita di due tenere creature, avrebbero suscitato l'invidia di chiunque. Forse, fu solo per superficialità o molto più probabilmente, perché a volte si compiono azioni senza prevederne le conseguenze e della famosa medaglia, ci si convince a vederne solo un lato!
    Lei sapeva solo che bere le piaceva.
    Rideva, diceva frasi sconnesse e non si rendeva conto che l'alcool cominciava a far parte di lei e che tutto perdeva gusto, se prima non beveva qualcosa.
    I suoi bambini le davano gioia e la gratificavano, ma poi lei cominciò a convincersi che se avesse bevuto prima qualche bicchierino, sarebbe stata una madre migliore, certamente più forte, indubbiamente più allegra!
    Come riusciva a convincersi delle idee più sbagliate, quando queste le facevano comodo!
    Il fatto poi che a volte le capitava di avere problemi nell'affrontare le cose quotidiane o nel non riuscire a concentrarsi o nel non ricordare cosa avrebbe dovuto fare, non la preoccupava. Neanche il fatto che i suoi amici si erano allontanati, la preoccupava.
    Era diventata abilissima a nascondere a tutti, ma soprattutto a se stessa, la sua totale dipendenza dalla bottiglia.
    Ormai, beveva di tutto e ogni ora era quella adatta. Qualunque liquido andava bene, purché avesse avuto la capacità di ottenebrarle il cervello e la possibilità di rendersi conto di come si era ridotta.
    Lei e la bottiglia... contro la sua famiglia.
    Lei e la bottiglia... contro suo marito.
    Lei e la bottiglia... contro il mondo intero.
    Quando cercarono di toglierle i bambini, si difese con le unghie e con i denti, urlando, piangendo, giurando di smettere, di non bere più. Quando lo diceva, ci credeva davvero, era veramente sicura di riuscirci, di tornare ad essere una persona affidabile, una brava madre.
    Promesse mantenute fino alla successiva seduta con la bottiglia.
    Entrare e uscire da case di cura e gruppi di auto-aiuto, cominciò ad essere normale e inutile.
    Detestava quella orribile donna in tailleur che ogni tanto fermava la macchina nel suo cortile e chiedeva dei bambini... Dov'erano? Cosa facevano? Giocavano con altri bambini? Erano sereni? Erano curati?...
    Perché tante domande? Perché non la lasciavano in pace?
    Le avrebbero tolto i bambini, i suoi due splendidi bambini... come potevano farlo? Lei avrebbe smesso, ne era sicura, non avrebbe più bevuto, sarebbe diventata una madre esemplare, giusta, perfetta.
    Non potevano toglierle i bambini... i suoi bambini... non glielo avrebbe permesso...
    Mai.
    La testa le girava, non riusciva a pensare.
    Una soluzione. Doveva trovare una soluzione.
    Non seppe mai come si alzarono quelle fiamme...

    Seguirono gli anni nella casa di cura, i camici bianchi, le terapie, i colloqui, e lei continuava tutte le notti a sentire quell'odore, a sentire le grida, che le risuonavano nel cervello senza sosta, senza pietà, senza perdono.
    Il dolore che provava era profondo e insopportabile e lei viveva nell'attesa dell'infermiera che, di sera, somministrandole poche gocce in un bicchiere, la faceva piombare in un'ovattata falsa realtà dove fitte acute non le straziavano le viscere e l'anima e il macigno sul petto si disintegrava, permettendole di nuovo di respirare.
    Poi a un certo punto, non seppe mai come, ma l'odore non era più nelle sue narici, nelle orecchie non risuonavano più le grida, il motivo per cui era lì, non le era più tanto chiaro.
    Si sentiva come sospesa nell'aria e la sua mente spesso sembrava non appartenerle.
    Una corazza protettiva cominciò ad ergersi intorno a lei difendendola da tutto e da tutti, regalandole una strana calma fatta di silenzi e di nulla.
    È guarita, dicevano. Non è pericolosa, dicevano. È autosufficiente, dicevano.
    Anni e anni e anni; poi inaspettato, il ritorno a casa.

    Il rituale era sempre il medesimo, uguale, identico, tutte le mattine...

  • 15 giugno 2010
    Le Amazzoni

    Come comincia: La guerra era iniziata da tempo immemorabile. Secoli. Millenni. Forse eoni. Le Amazzoni erano tutte femmine, rigorosamente di sesso femminile, non erano ammesse eccezioni di alcun genere, i maschi non facevano parte della loro società, non potevano farne parte… a loro era destinato il mero ruolo di fecondatori: la natura non aveva ancora consentito la totale estromissione dei maschi ma chissà se in un futuro più o meno prossimo le Amazzoni sarebbero riuscite a cancellare quegli esseri inutili ed inferiori, ancorché indispensabili alla perpetrazione della specie: di sicuro ne sarebbero state ben felici e quando l’ultimo maschio fosse stato depennato dalla loro comunità ne sarebbero state entusiaste! Potevano anche andare a vivere (o morire) altrove, i maschi, a loro non importava: tutto ciò che interessava era di vivere nella loro esclusività. Certo, vi era il problema della mancanza “fisica” del maschio, ma anche questo sembrava essere di scarso rilievo… semplicemente non aveva alcuna importanza per la comunità delle Amazzoni, l’unica cosa che importava loro era di continuare la Guerra. Una guerra sanguinosa, che durava da generazioni intere e sembrava non avere alcuna remora nello scegliere i nemici, semplicemente i nemici erano praticamente tutte le altre specie viventi, senza distinzione, uomini o animali che fossero. La comunità delle Amazzoni non viveva racchiusa in un unico accampamento o assembramento o città o megalopoli: esse vivevano in svariate zone del globo terrestre, distinguendosi a loro volta in altre sottospecie che quasi mai però si scontravano tra di loro. L’antagonista era fuori, altrove e tutto ciò che si muoveva o respirava attirava la loro insaziabile brama di potere, anzi di sangue. Erano spietate: non esitavano ad attaccare nemici o eserciti interi di nemici schierati, la loro forza implacabile si estrinsecava maggiormente anzi allorquando i nemici erano tanti e schierati o meglio ancora ammassati. Attaccavano per lo più con azioni mirate e solitarie, sembravano non aver alcun interesse alla vita propria e che il loro unico intento fosse fiaccare il nemico con ripetuti attacchi fino ad esasperarlo. Le vittime non resistevano a lungo, sempre, tranne davvero poche eccezioni pagavano il loro pesante contributo di sangue. Un’unica amazzone poteva in una sola tornata portare attacchi a ripetizione andati a buon fine, anche se moltissime restavano immolate sotto le massicce risposte del nemico. Erano capaci di rimanere acquattate per ore e in attesa del calare delle tenebre e implacabili ad una certa ora si libravano in volo verso il nemico. Ma la loro forza principale era il numero… per ognuna che non faceva ritorno alla comunità altre miriadi erano pronte a prenderne il posto. Tuttavia non erano kamikaze, anche se a prima vista poteva sembrare il contrario: non erano disposte a soccombere vanamente, o meglio, pur di ottenere ciò che volevano, (ossia il tormento fino all’annichilimento del nemico) erano disposte a rischiare la propria vita, ma se solo intuivano che il nemico si era arroccato in posizione inavvicinabile desistevano pronte però a tentare altrove il micidiale attacco, se non a tornare dove avevano dovuto momentaneamente rinunciare. Nessuno sembrava in grado di fermarle, gli unici erano nemici dotati di forza aerea preponderante. Questi astuti avversari riuscivano a fare strage delle Amazzoni, anche centinaia nel corso di una nottata di raid punitivi. La notte. Era il momento migliore della giornata, anche se non l’unico, in cui le Amazzoni concentravano i loro attacchi sferzanti. Per la verità già dal pomeriggio le legioni implacabili iniziavano ad ammassare truppe bramose: in genere non dovevano compiere tragitti lunghi, ché il nemico era ovunque, pronto per essere attaccato e colpito. Il nemico tentava in ogni modo di difendersi ma senza scampo. Non vi era salvezza contro lo strapotere preponderante delle Amazzoni… in molti casi il nemico si rassegnava da subito e già quando si potevano scorgere le prime ombre del pomeriggio molti rinunciavano a combattere, sperando che la vittima di turno fosse il proprio compagno d’arme o addirittura il proprio congiunto. A questo arrivava in certi casi il terrore verso le Amazzoni, addirittura molti si segnavano al solo nominarle, alcuni anzi erano presi da una disperazione “preventiva”. Molti lottavano coraggiosamente e con tutti i mezzi, ma contro le Amazzoni non vi era scampo, la partita era persa ancor prima di cominciare. In certi casi anzi la fuga rimaneva l’unica salvezza, oppure il chiudersi in casa sperando che l’orda famelica desistesse per quella volta… ma bastava che una sola Amazzone fosse riuscita a penetrare le difese per distruggere ogni altrui velleità, o almeno tenere in scacco per ore la comunità che aveva scelto di attaccare. Innumerevoli i tentativi di sradicarle dalla faccia della terra, ma più si faceva e più esse sembravano rafforzarsi: le armi usate contro di esse addirittura si erano rivelate non solo palliativi inutili ma veri e propri boomerang. Le Amazzoni sembravano lì per lì soccombere ma puntualmente tornavano più forti di prima. Erano invincibili. E temute. Attaccavano città e villaggi, campagne e contrade. Solo in mare aperto non arrivavano. La loro autonomia non consentiva grandissime distanze. Ma se una o alcune Amazzoni fossero riuscite a imbarcarsi come clandestine in una nave, pronte a colpire non appena non viste anche in pieno oceano avrebbero potuto continuare a seminare il terrore sui naviganti, fossero essi uomini o donne, bambini o vegliardi. Anzi erano riuscite a colonizzare buona parte del pianeta proprio grazie alle risorse degli uomini, sfruttando la loro tecnologia: maggiore distanza essi compivano a bordo di navi o aerei e maggiormente si allargava il raggio d’azione delle Amazzoni. Non avevano nemici naturali, di fatto, e quelli che lo erano erano stati stoltamente sterminati dagli uomini. Si poteva quasi pensare che non avevano voluto sterminarle le loro prede, il sol perché non avrebbero poi più avuto il piacere di tormentarle e di saziare così la loro sete di sangue. Sangue. Sangue rosso, fluido. Sempre sangue. Non bastava loro mai, alle zanzare.

  • 15 giugno 2010
    Il quadro di Irene

    Come comincia: Gli occhi di quel quadro lo attraversavano mostrando tutta la pietà immaginabile, lo guardavano per vederlo attraversare con un solo balzo il confine tra l'io e il non io; Ma quello sguardo castano sapeva, sapeva perché, lui, stava per prepararsi a balzare?
    "Il balzo" Soffiò ad alta voce.
    Quella sera era andata come sempre, una discussione con gli amici, i compagni a tornare che avevano preso il posto di quelli ormai "stanchi" di lui, più che stanchi, mai-stanchi, mai-stanchi di occuparsi di lui solo un po' di tempo al mese, erano venuti e lo avevano accerchiato come quasi ogni sera, insieme ai loro congiuntivi slabbrati dall'alcol abbondante e ai loro saluti calorosi con le labbra rosse d’invidia.
    "Labbra" Pensò stavolta.
    Labbra rosse di invidia, rosse di un qualcosa che non si può dire, rosse perché nascoste in un fosso nel campo minato dell'amicizia. Nel prato fiorito della solitudine... Dicevano:
    "Ciao! E' stato un piacere" oppure "Non bere ancora! Che ti fa male!"
    E poi ti prendevano la chitarra, il tuo volgare pezzo di legno in truciolato, e si mettevano a cantare "quei tizi", i tuoi cantori preferiti, i tuoi unici amici, anzi, i tuoi probabili unici amici, probabili come la speranza che c'era ancora, fioca come un filo di sole nel lago della vita; Ed ecco uno strano sentimento uscire fuori: la tristezza, la disperazione più profonda. Le lacrime nel sentire quelle voci... Quelle voci che cantavano quelle Voci, e giù la testa a chiudersi e a darci sotto con l'alcol. E pensare che erano state quelle note a farli incontrare: lui, lei, loro. Ora, come per magia, erano quelle voci invece, ad avergli fatto capire tutto, molto più di quanto c'era da capire, molto più di quanto un appassionato di lenzuola e cuscini potesse capire. Alla fine li aveva capiti, trovati, li aveva rimossi dai loro stretti nascondigli e a nessuno, a nessuno avrebbe detto quanto erano grandi queste tane. Insopportabile tristezza... L'angusto pensiero di avere buttato tutto al vento, tutta la vita al vento: aveva avuto un rimpianto, che, ironia della sorte, era il rimpianto di avere avuto un rimpianto; Aveva sempre tirato la fune per vedere chi ci fosse nell'altra estremità, finalmente la incominciava a vedere, erano loro, quei codardi, quelle persone come lui, che, come nel gioco del "Tirare la corda", avevano tirato lui oltre lo scotch appiccicato sotto le sue scarpe. Era, senza accorgersene, già passato nel campo avversario, e aveva perso. Aveva avuto il rimpianto di averli conosciuti, il rimpianto del rimpianto che lo spingeva ad amare qualcuno veramente, non carnalmente né tanto meno eroticamente , solamente voleva chiedere a loro come si chiamavano e che nome davano alle loro chitarre, gli avevano risposto, finalmente qualcuno gli aveva risposto, ma erano ubriachi quando lo fecero.
    Anche poco fa pose nuovamente la stessa domanda, e loro li risposero come da rituale; Ora lui stava rimpiangendo la sua bontà... Ora, loro, non erano da lui, erano in giro con Compagno Cesco e Amico Adriatico... Chi tra loro fosse il cantautore e chi la persona, era da capire.
    "No" disse
    "Non può essere, loro sono su questo divano, e guarda! Ah Ah! Lui è dietro la mia chitarra! Guarda come suona... Bellissimo, sei sbronzo ma suoni da Dio, da Libero da tutto, anche dall'alchol, come fai? E tu? Non eri... no... sei qua..."
    No, Compagno Cesco e Amico Adriatico erano lì con lui, nemmeno questa volta lo avevano abbandonato nel suo viaggio verso l'oceano Anarchico, anzi, finalmente iniziava a vederne il fondo, il sottomarino mondo di un velo chiamato: Vita. Cesco e Adriatico erano insieme a lui anche in quella notte profonda, Compagno e Amico invece erano fuori come ogni notte da lui vissuta, e lui era fuori da ogni loro pensiero.
    Sentì uno spaventoso assolo, un assolo di chitarra elettrica accompagnata da un arpeggio che immaginava fosse eseguito da delle dita tozze, con le unghie annerite e con l'alito di una Voce che cantava e bagnava quei fili di Nylon tesi tra due estremità. Era bellissimo, quella voce era affascinante, era calda, era lenta e tranquilla, era... er... Pensò che era bello per lui sapere che anche in quel momento loro erano con lui, lo stavano reggendo, lo stavano guardando e stavano suonando e cantando solamente per lui; Pensò che era bello vedere quel quadro, quello sguardo insieme a quello di Adriatico e Cesco amalgamati tutti insieme con l'alcol di una bottiglia di whiskey e l'alito della voce che lo riscaldava come un camino; Pensò che gli volevano bene e sentiva che gli chiedevano come si chiamasse la sua chitarra:
    "Non ha il nome" disse ridendo e mischiando il whiskey con le lacrime. Loro lo abbracciarono. La speranza penetrò quel lago dove prima veniva respinta...
    Lo sgabello si scostò di colpo. Il lampadario si drizzò e spense le sue lampade a forma di candela. La corda si tese bruscamente; lui sorrise piangendo e ringraziando.

  • 15 giugno 2010
    Il gigante e il filo

    Come comincia: Samuele è un ragazzo pratico. Lui davanti ai problemi non scappa, non li affronta, li cancella.
    Quando era piccolo, suo nonno gli diceva sempre che sarebbe venuto il giorno in cui non avrebbe più potuto cancellare le cose che gli facevano paura e far finta che non fossero mai esistite.
    Un giorno avrebbe dovuto prendere la penna, semmai, e fare le dovute correzioni alla bozza della sua vita.
    “La vita non è facile da correggere. È scritta con l’inchiostro indelebile. Se sei fortunato, puoi passarci un po’ di bianchetto sopra e cercare di “nascondere” l’errore, ma non sfuggirà agli occhi attenti. Quindi converrebbe quasi ammettere l’errore e rivederlo con una nota rossa, sperando nella clemenza di colui che un giorno ti darà il voto finale”.
    Suo nonno credeva molto in Dio, credeva in una vita dopo la morte con annesso giudizio e un bel timbro in fronte “buono” o “cattivo”.
    Samuele non sapeva cosa farsene della religione. Essendo pratico e realista, non credeva a nulla che non potesse toccare con mano. Proprio per questo non vedeva alcuna preoccupazione nel cancellare gli errori e passarci sopra. Le conseguenze non gli interessavano. Le cancellava assieme all’errore e non ne voleva sentir più parlare.
    Fu così che, con lui, crebbe anche una lunga scia di questioni irrisolte.
    Ciò che sotterriamo nel nostro profondo pensando di averlo cancellato, prima o poi ci viene a cercare, e quando bussa e non gli apriamo, sfonda la porta. Quasi sempre è cresciuto così tanto da diventare un gigante di proporzioni ciclopiche e, quindi, assai arduo da ignorare.
    Samuele, infatti, si è ritrovato davanti al suo gigante.
    È lì che lo guarda e sa che non c’è gomma, né bianchetto abbastanza potente da eliminare questo ammasso di problemi, che ora urlano a gran voce, chiedendo di venir presi in considerazione, valutati e risolti.
    Si ricorda delle parole del nonno e vorrebbe mettere a tacere il gigante, che sembra non voler smettere di torturarlo, ma non ne ha la forza e, anche se l’avesse, non riuscirebbe a gridare più forte di lui per farsi ascoltare.
    Rimane lì immobile, Samuele, inerme e disarmato.
    Pensa a come sarebbe andata se, negli anni, invece di accantonare tutto ciò che gli sembrava inutile, superfluo o perfino fastidioso sotto uno strato gomma, lo avesse affrontato, riletto e corretto. Come una bozza, appunto.
    Non è mai stato un granché a scrivere. Se lo ricorda bene. Quando gli veniva sottoposto un tema, se non gli sembrava sensato aveva notevoli difficoltà a mettere insieme una pagina di quaderno.
    Il più delle volte riconsegnava il foglio in bianco, faceva spallucce davanti allo sguardo indignato prima, preoccupato poi della professoressa e usciva dalla stanza.
    Oggi sul foglio bianco davanti a lui, le parole scarabocchiate formano il seguente pensiero:
     
    Il filo
    Vedo l’inizio
    Lo tengo stretto nella mia mano.
    Scorre tra le mie dita
    taglia la mia pelle
    come fosse un coltello a doppia lama.
    Ho le mani bagnate,
    ma non è sangue,
    sudano freddo.
    Vorrei riuscire a fermare il filo.
    Vorrei riuscire a vederne la fine.
    Cerco di mollarlo,
    se ci riesco smetterà il dolore,
    ma il pugno è serrato:
    una morsa meccanica difettosa
    che non riesco ad aprire.
    Sono stanco di soffrire.
    Apro gli occhi
    dopo quella che sembra un’eternità.
    Davanti a me il filo si tende
    si contorce fluttuando
    in una luce accecante.
    C’è solo un modo per vederne la fine.
     
    Suo nonno gli diceva sempre che sarebbe venuto il giorno, in cui non avrebbe più potuto cancellare le cose che gli facevano paura e far finta che non fossero mai esistite.
    Quel giorno è oggi, ma suo nonno si sbagliava.
    Samuele è una persona pratica. Ha osservato il gigante e ha visto l’ultimo problema grosso da affrontare: se stesso.
    Ha preso la gomma e si è cancellato.
    Suo nonno avrebbe scosso la testa, ma è da tanto ormai che è seduto su un bel prato assieme a innumerevoli altre persone: tutte con stampati un bel timbro in fronte e un gran bel sorriso in viso.

  • 08 giugno 2010
    L'ultimo sole

    Come comincia: Conobbi il mondo in un modo diverso da come lo conosco ora. Ricordo ancora l’odore acre del luogo in cui mi svegliai la mia prima volta, il freddo pungente che mi penetrava nelle ossa quasi provocava piacere, tramutandosi in un leggero tremolio che lentamente si espandeva in tutto il mio corpo quasi a voler dire… sei ancora vivo! Si ancora vivo, ma in che modo? A quale prezzo? Non ricordo molto della mia vita precedente, forse perché, in confronto a questa, è volata via con un battito di ali quasi impercettibile. A volte però, braci vive di un ricordo fra le ceneri della memoria, riportano alla luce attimi di ciò che ero. Mi chiamo Phillip, avevo 29 anni quando vidi per l’ultima volta la luce del sole ed era il marzo del 1792. Mi ritrovai in una cavità oscura inghiottita dalla terra, l’odore era forte quasi a ferirmi le narici, tutto sembrava amplificato, odori, rumori, sensazioni, uno stato di intorpidimento faceva da padrone. Era come se mi fossi svegliato da un sonno durato anni. Una forte fame o sete ritorceva il mio stomaco quasi a togliermi il fiato, procedevo nell’oscurità solo grazie al mio istinto, avevo brama di qualcosa ma non avevo idea di cosa. D’improvviso una flebile luce illuminò il mio volto, la luna mi dissi, e capii che finalmente ero libero. Mi guardai intorno, gli occhi bruciavano e sembrava quasi roteassero nelle orbite, ma dov’ero? Da lontano dei passi, mi girai con una velocità non umana, ma intorno a me nessuno, eppure quelle voci sembravano cosi vicine. Improvvisamente nel mio corpo scattò qualche cosa, come una molla, e mi lanciai in direzione di ciò che udivo. Mi risvegliai la notte seguente sempre nella stessa putrida cavità, completamente sporco di un liquido scuro che ricopriva gran parte del mio corpo. Pensai che come i bambini appena nati solevo scambiare il giorno con la notte, certo è che fin quando non mi resi conto, ciò che vidi fu sempre l’oscurità. Mi osservai come per la prima volta, il mio corpo era diverso, una pelle liscia quasi marmorea, i miei occhi e le mie orecchie vedevano e sentivano oltre ciò che è consentito, ero in possesso di una forza smisurata, non concepibile per un essere umano. Con difficoltà riuscivo a ricordare quello che facevo quando ero sveglio, i ricordi erano offuscati dalla velocità con cui compivo le mie gesta. All’inizio il tempo trascorreva velocemente, ero proiettato in un vortice di avvenimenti che a malapena ricordavo, un turbinio di sensazioni che si concludevano con l’appagamento del mio bisogno primario: la fame. Vagabondavo solo nei boschi e mi risvegliavo ogni notte nel solito posto. Vissi cosi per molto, e mi resi conto che il sangue, ciò di cui mi nutrivo, mi concedeva un attraente e sofisticato simulacro d’esistenza. Ero capace di annusare la vita anche a chilometri di distanza e me ne cibavo sino all’esalazione dell’ultimo respiro. Avidamente brancolavo nel buio in cerca di uomini o donne su cui appoggiare le mie fredde e vitree labbra, sino a privarli di ciò a cui più tenevano. Ogni volto di ogni singola vittima rimaneva impresso nella mia mente come a costruire un puzzle di sguardi terrorizzati e imploranti che non sono mai riuscito a dimenticare. Non riuscivo a controllarmi, l’avidità con la quale suggevo il loro sangue mi inquietava, ma il fatto è che non potevo farne a meno. Nonostante ciò cercavo di rimanere saldamente aggrappato a quel poco di umano che a stento sopravviveva in me, cercando di limitare il più possibile, la mia deprecabile caccia. Una notte, dopo svariati anni di convivenza con il mio triste fardello, quando la luna era più alta nel cielo, incontrai un mio simile. La sua pelle era luminosa e candida, gli occhi un tempo neri apparivano senza vita. Lo distingueva un gran fascino e un portamento al quale difficilmente si poteva resistere. Scoprii che da più di mille anni era un succhiasangue, parole che apparivano oscenità alle mie orecchie, ma che rappresentavano ciò che era la realtà, ciò che senza possibilità di scelta, ero diventato. Mi raccontò delle epoche in cui visse, di come il mondo mutava e di quanto lui rimanesse sempre uguale negli anni e nell’aspetto. Apprese tutto ciò che era possibile conoscere, andò in tutti i luoghi che era possibile visitare, era saggio ed erudito. Per apprendere meglio le novità che le nuove epoche offrivano, era solito trovarsi una compagna che lui stesso trasformava in vampiro. Di solito sceglieva fra le più belle e colte del luogo, e se ne disfaceva uccidendole non appena queste diventavano inutili alla sua brama di sapere. Mi descrisse, per di più, come era possibile spezzare questo filo sottile che legava la vita alla morte. Trascorremmo insieme il tempo sufficiente affinché io potessi carpire ogni suo segreto, ogni sua conoscenza, ma più passavano gli anni, più non sopportavo la sua sregolatezza, la sua cattiveria, la sua insaziabile sete che non si placava neanche di fronte ad una giovane ed innocente creatura. Mi spiegò che in me c’era qualche cosa che non andasse, che nonostante fosse passato del tempo dalla mia trasformazione, io rimanevo aggrappato alla mia futile umanità. Cosi la definì. Ogni volta le sue parole apparivano come un pozzo di acqua fredda in cui tuffarsi senza riflettere sulle conseguenze, ma nonostante fossimo entrambi dei mostri lui sembrava esserlo più di me. Fu cosi che decisi di abbandonarlo e cercai un posto dove poter trascorrere l’eternità. Vagai per un tempo che neanche ricordo, con la speranza di trovare qualcuno o qualche cosa che potesse rendermi meno infelice. Cominciai cosi, a nutrirmi di esseri che non erano degni di vivere, gente ripugnante che non faceva altro che rubare, uccidere, violentare, e che facevano della malvagità il loro miglior passatempo. I loro volti non rimanevano impressi nella mia mente, non provavo alcuna pietà per la loro insulsa esistenza, comportandomi cosi non mi vergognavo affatto di ciò che ero, e mi convinsi che cibandomene non avrei fatto altro che bene. Un giorno appena dopo il crepuscolo decisi di andare a caccia in una città in cui ancora non ero mai stato, Roma. Passeggiando per le vie spiavo possibili prede che avrebbero potuto allietarmi la serata, e mi ritrovai di fronte ad una meravigliosa creatura che si staccava da quel sipario di ombre, quasi a brillare di luce propria. Vivace, con i capelli neri come la pece raccolti in una piccola coda e gli occhi verdi orlati da lunghe ciglia, aveva uno sguardo dolce e carezzevole. Mi trovavo in un secolo in cui le donne non erano come quelle che un tempo conobbi io, ora erano combattive ed indipendenti e forse anche per questo ero attratto da lei, oltre che all’odore del suo sangue, che per me era come miele per un orso. Lo sentivo fluire nelle sue vene con un vigore e una dolcezza che mi ossessionavano. Non riuscivo a trattenere l’impulso di scaraventarmi su di lei e morderla, rubandole sino all’ultima goccia della sua linfa vitale. Quella passione appena nata, si era radicata cosi saldamente che mai sarei riuscito a sradicarla. Cominciai a seguirla tutte le notti, in ogni suo piccolo movimento io ero lì lottando contro me stesso. Feci infinite congetture e ripensai al mio vecchio maestro, colui che tutto mi insegnò, e alle sue discutibili abitudini, al fatto che avrei potuto trasformarla e passare con lei l’eternità. Questa idea mi balenò nella mente come un fulmine al ciel sereno, ma non potevo recare a lei il dolore e l’orribile esistenza che qualcuno allora scelse per me. Feci uno sforzo sufficiente a sradicare una montagna per non cadere in  tentazione, e mi imposi di stare accanto a lei per tutto l’arco della sua breve vita, osservandola solamente, proteggendola se ce ne fosse stato bisogno, e amandola a modo mio nel silenzio dell’oscurità. Non riuscivo a credere di avere ancora dei sentimenti e dei tratti, se pur lievi, di umanità. Una notte mentre la seguivo nel suo rincasare, ebbi uno strano presentimento. Mi trovavo in una di quelle piccole vie fatte di san pietrini costeggiate da alti e vecchi palazzi. I solenni rintocchi dell’orologio della cattedrale avevano annunciato la mezzanotte, era quasi giunta a casa, una strana quiete simile alla morte pervadeva la città, quando d’improvviso una folata di vento gelida e repentina smosse i miei lunghi capelli, e una tetra figura balzò su di lei con agilità felina. Cominciò a succhiare il suo sangue con indicibile voluttà. Fu cosi veloce che io a malapena capii cosa stava accadendo, i suoi occhi brillavano di bieca acredine. Mai viso umano espresse un’angoscia cosi straziante le diventò bianco come il marmo, le morbide braccia le caddero lungo il corpo e il suo respiro diventò irregolare. Un rantolo di dolore riecheggiò per tutta la città, mi fiondai su di lui, tentai di morderlo ma era più forte di me, con un semplice gesto mi scaraventò contro un muro e lui scappò. Mi rialzai di scatto e mi adagiai accanto a lei. Era la prima volta che le stavo cosi vicino, nonostante ciò il suo odore, invece di essere più acuto, era quasi svanito. Tra le mie braccia esalò l’ultimo respiro, non avrei potuto fare più nulla per lei. Piansi lacrime di sangue e posando le mie indegne labbra sulle sue, giurai che l’avrei vendicata. Da allora ogni notte mi reco presso la sua tomba e le faccio compagnia pentendomi di non averla trasformata quando dovevo, di non averle mai rivolto la parola per paura di non riuscirmi a controllare, e di non averla difesa quando ne aveva bisogno. Darei la mia immortalità per riportarla in vita. Numerose volte ho pensato di rimanere lì sino ai primi raggi del sole, affinché questi mi polverizzassero, ma le ho giurato di vendicarla e ho dalla mia parte l’eternità per farlo. Quel momento un giorno arriverà e finalmente potrò riposare accanto a lei in pace. Sono Phillip, ho ventinove anni ormai da lungo tempo, sono un Vampiro. Vidi per l’ultima volta il mio Sole dieci anni fa.

    R S
  • Come comincia: Sabato mattina presto. La gente sta andando a casa. Le facce a volte esauste, altre volte sognanti oppure semplicemente illeggibili. Una cosa è certa: il divertimento è finito per stanotte e si torna a casa a sognare o semplicemente a dormire.
    Marco, per rilassarsi un po’, fuma una sigaretta sulle scale che portano all’uscita. Ha la testa altrove, piena di dubbi, speranze. Sono solo amici, si ripete, ma lui non ne è mica più tanto sicuro.
    Giulia cerca la giacca e le sue amiche. Trova la prima. Loro saranno fuori, da qualche parte, ad aspettare.
    Giulia e Marco si conoscono poco, se non per nulla.
    Passando si salutano con un sorriso.
    “Va tutto bene?” a Giulia non è sfuggita l’espressione di Marco ed è più forte di lei, non riesce a non preoccuparsi anche per chi conosce appena.
    “Mmmm? Si si… grazie” risponde assorto.
    Giulia rimane ferma un attimo. Fa fresco. Meglio che si chiuda la giacca prima di prendersi un raffreddore.
    “Posso chiederti una cosa?” Marco la guarda come se ad un tratto la speranza di trovare una risposta si concentrasse tutta lì, su quelle scale. Giulia non risponde e aspetta, calma. Sa bene che quando una persona combatte con l’insicurezza, basta una parola sbagliata o frettolosa per scoraggiarla.
    “Lei è una mia grande amica e collega. Mi piace molto. Non so che fare perché se glielo confesso, ho paura di rovinare tutto.” rimangono in silenzio lui imbarazzato, lei in attesa. “Anche se deve essere proprio cieca per non averlo ancora capito.” un pizzico di sarcasmo si mescola allo sconforto nella sua voce “Tu cosa mi consiglieresti?”
    Giulia lo guarda interessata, sospira e si siede vicino a lui. Si accende una sigaretta. Non deve pensare molto a questa domanda, visto che se la fa spesso anche lei.
    “Stai parlando con una grande esperta nel campo.” gli risponde sorridendo.
    “Tu?” sorride anche lui a quella che gli sembra una frase senza senso. “Ma se sei così carina! Lo vedo bene come ti guardano gli uomini.”
    “Si…” sospira tra il rassegnato e il divertito “Ma non quelli che mi interessano veramente. Sono abbonata agli indecisi io. Oppure a quelli a cui non piaccio abbastanza.” Gli risponde con una risata. In quel momento la cosa le sembra assurdamente buffa.
    Lui la guarda incuriosito.
    “Non so. Banalmente ti direi di essere sincero con lei, ma in primis con te stesso. Tu hai un vantaggio enorme che sembri dimenticare.”
    Sorpreso e perplesso la osserva attentamente e aspetta che continui.
    “Sei un ragazzo no? E allora puoi tranquillamente corteggiarla e non arrenderti senza sembrare un disperato. Noi ragazze non ce lo possiamo permettere. Anche se siamo tutt’altro che disperate, se corteggiassimo un ragazzo fino allo sfinimento otterremmo sicuramente l’effetto contrario a quello desiderato, no?” ride Giulia.
    “Già…”
    Marco affonda nuovamente nei suoi pensieri.
    “Bene… allora buona notte.” Giulia si alza. È veramente stanca. “E in bocca al lupo.”
    “Crepi, grazie” Marco la guarda mentre si chiude la giacca. “E grazie anche per il consiglio”.
    Giulia sorride e fa un cenno di saluto con la mano.
    Lui la guarda andare via e pensa che quella ragazza non è solo carina e che ci sono ragazzi che proprio non capiscono nulla.
    Lei cammina e sorride pensando che quel ragazzo è così carino e che ci sono ragazze che non capiscono proprio niente.

     


     

    L'uomo ha due occhi per vedere, la donna due occhi per essere vista. (Proverbio cinese)

  • 08 giugno 2010
    Il rantolo

    Come comincia: Il suo essere taciturno e riservato gli impediva di ficcarsi nei guai. Raramente aveva avuto delle beghe, e le poche volte che gli era capitato  era riuscito tranquillamente a eludere qualsiasi provocazione uscendone da “gran signore”. Il carattere calmo e riflessivo si specchiava di “pari passo” al suo modo di camminare; lento e deciso. Non credeva a dicerie e non amava le chiacchiere, difendeva il suo privato con ironia e mai con violenza; neppure verbale. Alla sua nascita gli misero nome “Vincenzo.”  Non potette farci nulla. Quel piccolo essere non era nemmeno cosciente di essere venuto al mondo. Acquisito in  età adulta il lume della ragione ritenne quel nome non soddisfacente. Decise di toglierci il vinc lasciando il diminutivo Enzo. Aveva iniziato a lavorare molto giovane. Da apprendista aveva imparato poi un mestiere. Ora alla soglia dei suoi trent’anni lavorava in proprio; riparava apparecchiature per condizionamento aria.
    La giornata era cominciata bene. Al bar quella mattina aveva vinto cento euro con un gratta e vinci. Sorseggiando il morbido e schiumoso cappuccino, cominciava a organizzarsi nella testa le chiamate di lavoro. A volte in quella spuma cremosa trovava una piccola gratifica; lo metteva di buon umore.
    Ogni mattina si ripeteva questo rito, cinque minuti di meditazione prima di imbottigliarsi nel vergognoso traffico cittadino. Quel bar veniva colmato da impiegati e insegnanti per via degli uffici distribuiti nella zona e della scuola media prospiciente la struttura commerciale.
    A Enzo dava parecchio fastidio entrare in quel bar il giovedì e il martedì: poiché in quei due giorni a settimana la “cappuccineria” trasbordava di signore e signorine attempate odorose di caramella mou, che facendo capannello avanti il bancone chiacchieravano rumorosamente.
    Quelle braccia che si agitavano, gli impedivano di “allungarsi” verso la tazza postagli dal barista. Odiava scansare le persone con le mani, e non gli andava nemmeno di dire “mi scusi,” per lui era un fattore acquisito che qualcuno  non gli si dovesse parare dinanzi quando stava facendo colazione.
    Una signora di dubbia educazione e di robusta stazza  arrivava a poggiare un ingombrante seno al bordo del bancone, e agitando le braccia per chiedere il “dietor” si poneva a sovrastare il di lui fumante cappuccino. “A signò, che dovremo da fa! Si t’aggrada visto che ce stai, fatte puro ‘n tuffo dentro.”
    Era  sì,  taciturno e riservato, ma l’esuberanza di determinati modi di fare lo faceva stranire. Quella mattina, il bar era poco frequentato. -essendo di Lunedì - Vi erano solo un ragazzotto che sfogliando il corriere commentava  i risultati delle partite di calcio e un signore distinto che sorseggiava un Campari con gin. Finito di fare colazione uscì dirigendosi verso il furgoncino. Aprendo la portiera si sedette comodamente, mise in moto e accese la radio. Prediligeva le emittenti che trasmettono musica rock, di tanto in tanto cambiava stazione per ascoltare i notiziari del giornale radio per poi tornare al rock.
    Girò per buona parte della città quel giorno.
    Le chiamate organizzate le aveva soddisfatte tutte, tranne una ultima, la meno impegnativa, che aveva riservato per le ore sei del pomeriggio. Era sua intenzione chiudere così il Lunedì, che come tutti sanno è una re-iniziazione al trantran settimanale dopo il rilassamento sciatto della Domenica.
    Arrivato sul posto parcheggiò tranquillo, chiuse la portiera del furgone, afferrò la  valigetta degli attrezzi, allucchettò il portellone e si diresse  verso il citofono del fabbricato.
    Pigiò il tasto dove era impresso un cognome scolorito e illeggibile. Sicuramente quel campanello corrispondeva all’appartamento del cliente. Poiché tutti gl’altri pulsanti recavano cognomi a lui sconosciuti, procedendo per logica, suonò. Non rispose nessuno. Attese pochi secondi e pigiò di nuovo. Una voce flebile rispose ”chi è,“ indubbiamente doveva essere una persona anziana. Enzo si presentò rispondendo. La voce ribatté “terzo piano.”  Un sordo tloc! Fece aprire la serratura dell’ingresso, spinse il cancello con il palmo della mano, entrò nell’ androne e chiuse l’uscio cigolante.
    Era un vecchio stabile alquanto mal messo. Gli intonaci sfarinati lasciavano in mostra una polvere bianca adagiata agli angoli e lungo il battiscopa dei corridoi. Un odore  di stantio e muffa avvolgeva le lampadine fioche che penzolando da logori fili elettrici distribuivano sui pianerottoli più penombra che luce. Non vi era ascensore e Enzo di malavoglia si convinse di doversi sorbire sei rampe di scale per giungere al terzo piano. Sali appigliandosi alla ringhiera, infine giunse davanti alla porta, suonò il campanello, attese circa un minuto. Uno stropiccio di piedi gli fece intendere che qualcuno stava avvicinandosi per aprire l’uscio. La porta si schiuse rivelando la presenza di un vecchio con i capelli scarmigliati e una lunga vestaglia. Enzo salutò: entrando. “Dov’ è il condizionatore? “ . L’anziano l’accompagnò sul balconcino verandato, e lo lasciò lavorare. In quella casa erano ammucchiati sul pavimento giornali vecchi e riviste spiegazzate, passando per la cucina notò una pila di pentole e padelle che sovrastava il lavello. Qualche residuo di cibo dell’ora di pranzo rosseggiava in due piatti ancora poggiati su un  tavolo di plastica. L’anziano tornò a farsi vedere, nel mentre Enzo aveva cominciato a trafficare con la macchina. Il vecchio, passandosi una mano tra i capelli , disse con rassegnazione “ i vecchi puzzano.“ Enzo non capì, e non sapendo cosa rispondere eluse il suo udito. 
    Quella frase secca pronunciata con perento non dava scampo. Non era una constatazione ma una realtà tagliente, senza possibilità di appello. L’anziano gli confessò che: da anni  non poteva uscire di casa. Era molto laconico, e non avrebbe di certo risposto a domande, Enzo del resto non si sarebbe mai permesso di chiedere: perché. Non era nel suo carattere, si faceva gli affari suoi e gliene avanzava, ma dentro di se, rifletteva. Perché non poteva, chi glie lo impediva, camminava, aveva sì l’aria sciatta ma non sembrava stesse male in salute. E da mangiare, chi gli portava da mangiare. Il vecchio fece un passo indietro, lento e incerto,  girandosi uscì dalla veranda portandosi appresso lo strascichio delle pantofole.
    Enzo non dette più peso alla cosa ma continuando a lavorare fu colto da apprensione, e di tanto in tanto sbirciava attraverso il silenzio di quelli stipiti, coperti solo da una tenda sfilacciata alla base. Gli pareva di udire un lamento, proveniente da chissà quale camera. In quella casa ci doveva essere un malato sicuramente allettato; forse la moglie dell’anziano.
    Non si trovava a suo agio in quella casa, si affrettò a terminare la riparazione, quando chiudendo la valigetta chinandosi, volgendo lo sguardo alla parete vide il frigorifero avanzare verso di lui. Fu preso da stupore, e un senso di inquietudine lo pervase. La curiosità lo portò a scoprire da che derivasse quello strano fenomeno. Il frigo, infatti, in fase di compressione, quando “riattacca” trotterellava scivolando sul pavimento unto per poi tornare al suo posto ragionevolmente riportatoci dalla forza di gravità, dato che le piastrelle avevano una pendenza verso la parete.
    L’anziano tornò di nuovo, si strinse la fusciacca della vestaglia dicendo: “ ha camminato di nuovo, vero!” Ezio annuì facendo per uscire dal balcone verandato. Un leggero vento scostò la tenda della camera dove aveva cercato di sbirciare. Alle sue orecchie arrivò un cigolio. Ebbe la percezione che qualcosa lo stesse guardando con insistenza. Ne avvertiva il sentore, pungente, fastidioso, inopportuno, accompagnato da quel lamento sentito prima. La tenda fluttuò avvolgendosi ai suoi ganci. L’anziano stese un braccio, come a volere impedire la visione di qualcosa da tenere nascosto e non mostrare. Qualcosa che induceva vergogna, una segreta angoscia  nascosta; da non potere essere condivisa. Apparve,  ciondolava sulla carrozzella ed inquietava una normalità apparente, la percezione che aveva avvertita si manifestò sfacciata e brutale. Quell’essere aveva due teste e lo fissava.
    Enzo non riuscì a connettere, l’anziano si prese la testa fra le mani e girandosi ricacciò quella creatura disgraziata nel suo limbo, si  frugò addosso traendo il portafoglio e pagando il costo della riparazione. Il ragazzo fingendo una situazione normale si avviò verso la porta di uscita guadagnando le scale; le scese reggendosi alla ringhiera senza guardarsi indietro.