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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 febbraio 2011 alle ore 16:12
    Qualsiasi cosa tu voglia

    Come comincia: Carpisci il sogno, amazzone. O sei una dolce Dafne o qualsiasi cosa. Le stelle sono tombe, il cielo lago e dimenticatoio. A te serve altro per ricordare. L’odore ti è compagno, la musica un’amante, ma rammenta che è fedifraga. Non lasciarti sedurre nelle notti in cui gli assenti bussano alla tua finestra. Non perdere il tanto di quel poco che ti rimane. Non spezzare l’arco delle tue labbra. Continua a colpire, un colpo per ogni colpo.
    Il libro tace al tuo fianco ma tu sai che sussurra qualcosa: non temere il tempo in cui riuscirai a sentirlo.
    Colpisci ancora.
    Le frecce tornano indietro, i denti grigi dell’orizzonte ti sbarrano la strada, strada troppo lunga dietro e davanti a te.
    Ma c’è ancora profumo qui intorno. Profumo da colpire. Rimembranze amare da cui la dolcezza sguscia come un fiore.
    Il rancore muore, nato storpio. Cresce bellezza nei tuoi occhi aperti.
    Prendila, amala, ammazzala, fanne scempio, erigi una statua di sabbia in suo nome.
    E’ il tanto di quel poco, ma è il manto di neve mai solcato, la terra sacra inviolata dai guerrieri millenari, l’arma segreta nascosta dal guanciale.

    Un volo libero e di nessun altro.

  • 25 febbraio 2011 alle ore 22:27
    La macchina dei sogni

    Come comincia: “Davvero pensi che sarebbe possibile?” – “Sì, te lo ho detto e ridetto, ho studiato accuratamente le onde cerebrali in particolare durante le fasi REM. E’ plausibile, anzi probabile, per non dire certo, che, con opportune manovre si possono condizionare!” – “Sì, ma anche ammesso ciò, come pensi di procedere su un volontario che si presti all’esperimento?” – “Ho messo a punto un’apparecchiatura, una specie di macchina per encefalogrammi, bisogna solo riuscire a trovare la combinazione farmacologica in grado di far dare, come dire, un’impennatina alle onde “theta” e “delta”, quelle per intenderci che sembrano attirare di più la creatività, la capacità mnemonica e la fantasia”. Il colloquio si svolgeva pacato tra Andrea, giovane ricercatore della facoltà di Ingegneria Biomedica dell’Università di Bologna e Marco, amico da una vita, compagno di scuola prima e di epiche sfide a calcetto poi, nonché camionista con l’hobby dell’onirico, del soprannaturale.  Andrea ricordava le sedute spiritiche cui sempre Marco da ragazzo cercava di coinvolgerlo, ma per lui erano baggianate, perdite di tempo che non portavano a nulla, ore preziose sottratte allo studio… e difatti lui era poi diventato uno studioso, un futuro, forse, professore universitario oppure un inventore, ma per ora a 1000 euro al mese e costretto ancora con papà e mamma che adoravano quel ragazzo sempre chino sui libri, un po’ introverso, versatile e intelligente. Marco era sempre stato intraprendente, pronto a lanciarsi in avventure rischiose e coinvolgenti. Voglia di studiare poca, e difatti dopo il diploma al liceo scientifico Copernico di Bologna e un esame in 2 anni a giurisprudenza si era detto che la sua seconda passione, guidare, avrebbe potuto dargli da vivere… e così si era preso la “DE” investendo i 1500 euro di faticosi risparmi di 3 anni all’autoscuola vicino casa; si era presentato da un noto autotrasportatore di Sasso Marconi con quella sua aria spavalda che ispirava fiducia e simpatia a pelle e aveva cominciato a fare su e giù per l’Italia, con tanto di baracchino a bordo, assai sudore anche d’inverno e più che meritati quasi 3000 netti al mese. Ma erano rimasti amici, diversi eppure accomunati da molti stessi interessi, come quello per i sogni e quel che c’è dietro… dibattiti interminabili al pub con gli amici o anche la sera fino a tardi prima di rincasare, a discutere se un giorno qualcuno avrebbe inventato qualcosa che avesse potuto condizionarli, i sogni. Insomma sognare a proprio piacimento, soggetto a richiesta e durata anche, e… senza dover usare immorali e pericolosissime scorciatoie chimiche. Andrea ci aveva lavorato in segreto, dopo le giornate in laboratorio all’Università, due orette la sera, anziché guardare i programmi in tv demenziali investiva il suo tempo libero in esperimenti. Nemmeno a Marco lo aveva accennato, solo una volta una parentesi rapidissima circa una sorpresa che lo avrebbe stupito ma cui il suo caro amico non sembrava aver dato eccessiva rilevanza. Non era stato semplice in principio, passare cioè dalla pura teoria (con relativi studi e ricerche sulle attività cerebrali, sia da svegli che dormienti) alla creazione di un prototipo. Dubbi a non finire, paure anche, timori sia di aver perso 3 anni che di aver creato un qualcosa di difficilmente governabile. Gioia e speranza da una parte, ma anche terrore che la sua scoperta potesse sfuggirgli di mano, come al dottor Frankenstein con la sua “creatura”. Ma… erano solo teorie, la macchina andava testata, e da un essere umano ovviamente; aveva bisogno di qualcuno di cui potesse fidarsi e che lo rendicontasse ogni cosa; non poteva essere lui stesso la cavia, perché solo lui era in grado di dare gli opportuni comandi al macchinario ed essere pronto ad intervenire. Marco poteva andar bene, in fondo era con lui che erano maturati certi discorsi teorici serali da liceali e poi era in gamba, avrebbe saputo sicuramente meglio di lui comprendere le reali possibilità, anche pratiche, di guadagno insomma, che una simile scoperta poteva procurare. E, anche se dei soldi non gli era mai interessato molto, sarebbero finiti i tempi in cui doveva farsi bastare i suoi 1000 euro scarsi: bisognava solo crederci, ma in fondo ad Andrea interessava di più passare alla storia come lo scienziato che aveva inventato “la macchina dei sogni” e il cui nome, ing. Andrea Moretti, un domani i liceali del Copernico avrebbero letto sui libri di scuola. E così aveva chiamato Marco ed ora si trovavano seduti al pub dove da ragazzi avevano rimorchiato le due tedesche di Hannover e con le quali avevano finito col dissertare di sogni, scienza e fantascienza mentre le due walkirie impazienti non aspettavano altro che le portassero in macchina, ciascuno la sua, ché già se li erano scelti ciascuno il suo… “E chi ti dice che funziona?” – riprese Marco – “come puoi essere sicuro che la forzatura che avviene nel cervello non possa causare problemi? Per non parlare poi del cocktail di farmaci antiepilettici che vorresti somministrare… a che scopo poi non ho mica capito bene sai, a rallentare l’attività iniziale cerebrale? Una specie di sedazione insomma!” – “Non è una sedazione, è una semplice induzione, come dire… tu fai l’autista no? E’ come se riuscissi a farti mettere da parte tutte le tue argomentazioni, ciò che ti hanno inculcato dapprima all’autoscuola e poi man mano che ti sei formato da solo, comprese imprecazioni e avversione di voi camionisti verso gli automobilisti in genere o verso chi sorpassa a destra oppure va troppo lento dove la strada è scorrevole. Ho reso l’idea?” – “Un battesimo!” – sintetizzò Marco – “tu vuoi resettare la coscienza consapevole del disgraziato che si sottoporrà al tuo giochino, vuoi lavare via tutti quegli accumuli che anni di elucubrazioni mentali hanno stratificato nelle cortecce cerebrali. E’ così?” – “Più o meno” – ammise l’ingegnere non potendo non ammirare dentro di sé l’acume dell’amico – “E dove pensi di trovare la cavia? Farai un giretto di telefonate o scriverai qualcosa sulla bacheca di facebook? E quanto pagheresti?” – Lo diceva scherzando ma una certa inquietudine si impadronì di Marco allorché scorse negli occhi cupidi di Andrea lo stesso sguardo che doveva aver avuto Jane quando ascoltava Tarzan… “Tu. Sarai tu la mia freccia lanciata nell’ignoto. Sai che ti voglio bene e non ti esporrei a rischi di nessun genere, ho tutto l’interesse che torni da me vivo e vegeto e mi aiuti a mettere definitivamente a punto l’esperimento. Faremo a metà degli introiti: ci pensi? Brevettiamo il tutto e mettiamo in funzione il pallottoliere contasoldi, pensa a che implicazioni può avere una macchina del genere opportunamente usata: te ne vai a dormire stanco e stressato e ti regali ore e ore di un sonno ristoratore, denso di visioni estatiche. L’Eden, Marco, sarà la scoperta del secolo, pensaci, possiamo regalare a tutti la felicità. Il sogno dell’uomo che si avvera, abbattute le differenze di classe, operai e nobili, possidenti e indigenti, tutti sullo stesso piano! La macchina non fa disuguaglianze. Una mente vale l’altra, le onde di un povero sono le stesse di un ricco. E questo sia a Mosca che a Buenos Aires, tutti avranno il loro caricabatteria personale, con pochi soldi e niente rischi!” – “Ma se vuoi davvero somministrare dei farmaci a chi non è malato come fai a definirti un filantropo?” – si oppose timidamente Marco, che già suo malgrado era affascinato dall’idea di essere lui il primo astronauta dell’onirico – “I farmaci servono solo all’inizio per tarare la macchina dei sogni, conto che già dopo una sola applicazione sarò in grado di farne a meno, si tratta solo di partire” – “E quanto durerebbe ogni seduta?” – cominciava a interessarsi l’amico – “Anche questo dipende da molti fattori e… da come risponde il tuo encefalo”. Ormai entrambi erano d’accordo che si doveva tentare, troppo grosso il tornaconto che poteva derivarne, in un senso o in un altro. Andrea capì che Marco sarebbe stato il suo uomo e ci aveva sempre sperato, anzi creduto ciecamente. “Quando si farà?” – concluse Marco. “Mi occorrono un paio di settimane ancora, devo fare tutta una serie di verifiche, non voglio correre il rischio che alla mia cavia si brucino le cervella come animelle fritte dorate” – “Ma vaff…” fu il commento dell’amico – “Se ci lascio le penne sarò io a venire nei tuoi sogni, ogni sera e a tirarti i piedi anche, quindi bada bene a quel che fai!”. Risero entrambi e suggellarono il patto con un bel boccale di lager rossa per Andrea e una Pilsener chiara doppio malto per Marco. Gusti sempre differenti, anche sulla scelta delle ragazze, come quelle due tedesche che chissà dove erano ora che avevano deciso tra loro al primo sguardo a chi la bionda e a chi la rossa… Nei quindici giorni seguenti Marco aveva percorso un numero imprecisato di chilometri sempre attento alla guida ma sempre pensando alla macchina e all’esperimento. Si chiedeva cosa avrebbe mai provato, se avesse avuto dolore, pizzicore, insomma un qualche segno tangibile oltre che la possibilità di scegliere preventivamente cosa sognare. Andrea usciva sempre meno dal box della villetta dei genitori alla periferia nord di Bologna, non faceva che provare e riprovare, mandar giù interruttori, misurare col tester, guardare dentro l’oscilloscopio, tutto un fervere di attività che però non preoccupava più di tanto i suoi vecchietti, come li definiva lui, che non immaginavano certo che il loro ragazzo andava cercando quel qualcosa che non aveva ancora trovato in sé. “Sei libero domenica mattina?” – Il trillo del cellulare non sorprese Marco – “Siamo sulla rampa di lancio?” – domandò. “Sì, tutto è pronto, prepara il testamento” – “Ma vaff…” fu la risposta, identica a quella del pub di qualche tempo prima – “Ok. Allora ti aspetto alle 9 da me e...” – “Cosa?” – chiese allarmato il camionista – “Niente, portati il pigiama”. Risero ambedue e riposero i telefonini. Quella domenica era abbastanza caldo, pur essendo ancora aprile (temperatura media a Bologna 14°). Marco pensò che il pigiama non sarebbe servito, guardando la poltrona-letto con tutti quei fili allarmanti che pendevano da tutte le parti e quello schermo dietro il quale Andrea aveva preparato la sua postazione. Non poteva non ammirare, anche se con una certa inquietudine, le capacità del suo amico ingegnere. “Tre anni per preparare tutto questo? Bè nemmeno tanti!” – si disse. “Per prima cosa ti farò un’endovena, ti somministrerò una dose bassa di acido valproico e carbamazepina tu mettiti comodo e raccontami esattamente cosa provi” – “Sì, dai sbrighiamoci, prima iniziamo e meglio è. Alle 15 Bologna-Milan e stavolta vi mandiamo a casa con le ossa rotte” – anche in fatto di tifo Marco e Andrea non la pensavano allo stesso modo – “Non ci sperare, i rossoneri torneranno a casa coi 3 punti, 3 a 2 al 90°!” – “Vedremo” – “Sì, vedremo” – “Giù, forza”, lo accompagnò con delicatezza ma fermezza. Il farmaco affluiva, ma Marco non sentiva nulla, né bruciore, né sonnolenza, né altro. Era ancora insonnolito perché la notte passata la aveva trascorsa quasi insonne, nonostante Andrea gli avesse raccomandato di comportarsi come sempre, ma per il resto tutto ok. “Tutto procede per il meglio Marco, stai andando benissimo”, il casco con gli elettrodi glielo aveva già messo su da una mezzora ed era intento a scrutare lo schermo e a mandar su e giù manopole con la stessa sinuosità con cui un direttore d’orchestra muove la bacchetta. “Ora aspettiamo tranquilli che ti addormenti anche per poco, sono le 10 e 25, rilassati che dopo dovrai raccontarmi tutto l’evolversi. Io da qui “vedrò” o meglio, il computer tradurrà gli impulsi che emetterai in immagini sullo schermo” – “Caspita! Spero di non fare sogni erotici allora, sarebbe oltremodo imbarazzante, ehehehe” – “Tranquillo. Sognerai paesaggi rupestri e ruscelli azzurri…” – “E tu come fai a saperlo?”. “Mmmmmm, mi sono buttato a indovinare dai, poi mi dirai, ora vai a nanna”. Marco si addormentò, suo malgrado. Non se ne rendeva conto ma Andrea inviando opportuni segnali era in grado di “indirizzarlo” in un posto particolare, dapprima in maniera generica, poi man mano sempre più nitida, i segnali di ritorno che gli arrivavano gli suggerivano dove e cosa far sognare all’amico che dormiva; gli giunse chiara la richiesta di alberi, distese di alberi senza fine, di verde sconfinato, fronde altissime che si stagliavano tra le nubi; alberi insolitamente alti. “Chissà che significa” - si diceva Andrea assecondando la volontà di Marco girando un potenziometro e vedendo l’amico rispondere all’istante con una visione ancora più esaltante. “Chissà cosa sta provando”… Decise che questo primo esperimento poteva definirsi concluso. Scollegò delicatamente la sua cavia e lo lasciò dormire ancora intanto che riponeva tutto. Tutto sembrava procedere per il meglio, nemmeno un piccolo sussulto al momento dello stacco, tutto tranquillo, tutto apparentemente normale se non fosse stato che Andrea aveva indotto Marco a sognare quello che lui aveva programmato, dapprima lo aveva seguito ma poi via via che il sogno prendeva forma era stato lui a decidere dove portarlo... “Ma c’è ancora da lavorare molto” – si disse l’ingegnere – “soprattutto se voglio tentare un altro tipo di esperimento: indurre nel paziente il sogno che non desidererebbe mai, il peggiore degli incubi; naturalmente solo per pochissimo e solo per vedere se ciò è possibile”. Marco si era svegliato e sembrava nemmeno non ricordarsi che si trovava nel box di casa del suo vecchio compagno di scuola e solo dopo aver guardato la poltrona dove si era appisolato chiese all’amico e anche a se stesso: “Bè? Come è andata? Io non ho provato nulla di nulla, anzi credo di non aver sognato proprio, ma sei sicuro che funziona?” – Andrea stava per dirgli che aveva deciso lui cosa doveva sognare ma temeva che l’amico non gli credesse e soprattutto lo frenò il pensiero improvviso di ciò che aveva in mente, ossia tentare un nuovo esperimento mediante il quale riuscire ad indurre un incubo, considerazione che però non aveva intenzione di svelare a Marco, almeno nell’immediato – “Devo verificare diversi parametri, per ora è un pareggio, diciamo che siamo sulla strada buona ma manca qualche tassello. Sei sempre intenzionato a seguirmi?” – “Certamente. Non mi sono mai tirato indietro, dovresti saperlo!” – “Benissimo, allora aggiorniamoci alle 23 di questa sera, sei d’accordo? Stanotte dormirai qui, ed ora smamma, vai a vedere la partita anche per me e vediamo se anche lì c’è un pareggio… Un pareggio può andar bene in fondo” – “Ci vediamo stasera; dirò a casa che dormo da te e domattina vado direttamente in ditta, per fortuna attacco dopo pranzo così se anche non mi farai dormire potrò recuperare in mattinata” – “Dormirai, stai tranquillo” – e mentre pronunciava questa frase una leggera inquietudine mista a rimorso si andava delineando in lui. Cacciò via però subito il pensiero, in nome della scienza, si disse… Il Bologna aveva perso con un tremendo 0 a 3 contro il troppo più forte avversario di Milano, Marco aveva visto la partita ma si era rassegnato subito mentre Andrea non era per nulla interessato alla vittoria della sua squadra: ormai aveva in mente tutto un altro universo di attenzioni. Marco si presentò a casa dell’amico più che puntuale e vide la sua bella poltrona che cominciava ad essergli familiare, chiese ad Andrea se aveva terminato le sue procedure e, ricevuto l’assenso, si accomodò, stavolta col pigiama, visto che la temperatura si era notevolmente abbassata. Andrea lo aiutò ad accomodarsi e gli pose il casco e tutti i sensori, gli adagiò sopra una coperta ed abbassò le luci, non prima di avergli augurato buon riposo. “Trascorreremo tutta la notte, ti studierò accuratamente e non sentirai nulla” –  gli occhi chiari su cui si riflettevano i led multicolori di tutte quelle strumentazioni erano resi ancora più belli – “L’iniezione non me la fai stavolta?” – “No, non serve, la macchina è ormai pronta. Rilassati dai, conta le pecore, anche a due a due se ti scappano…”. Aveva deciso che avrebbe sviluppato in Marco un incubo, mettendo in funzione il macchinario in maniera opposta, invertendo cioè i poli positivi coi negativi. Avrebbe iniziato dapprima gradualmente, poi sempre più in maniera intensa fino a portarlo al punto estremo, per poi tornare alla posizione di partenza e, ove le condizioni lo avessero consentito, traghettare l’amico al totale stato di estasi… aveva anche capito durante quel lungo pomeriggio che aveva visto soccombere la compagine della sua città contro quella della sua squadra il motivo per cui Marco non ricordava nulla: mancava una specie di “fissante”, l’impulso finale che non aveva previsto sarebbe servito. In pratica era come se il cervello umano si fosse ribellato all’idea di essere manipolato e cadeva in una specie di trance. La parte sinistra dell’encefalo bloccava ogni tentativo di accedere a quella passiva, la destra. La mente veniva riprogrammata per manifestare ciò che in realtà desiderava sopra ogni cosa. Marco si era addormentato ora e Andrea armeggiava con fare convulso, nervoso e inquieto ma determinato. Dapprima un’ombra si insinuò nel sonno di Marco, una figura che racchiudeva in sé tutto il peggio dei mali del mondo, la sensazione era quella di non potersi muovere, di voler scappare inseguiti da una figura mostruosa, sintesi estrema di orrore e  raccapriccio, ma non averle, le gambe. Passava da uno spavento all’altro, l’incubo si andava materializzando con sempre più veemenza. Marco ormai piangeva disperato, si era improvvisamente reso conto che era lui dentro una realtà che non poteva controllare, aveva cognizione di essere manovrato dalla macchina infernale di Andrea e che non poteva intervenire in nessun modo, nemmeno svegliandosi, anche se lo desiderava ardentemente. Non più sognante dunque ma perfettamente lucido. Provò a chiamare Andrea, tentò di urlare, ma senza esito. Doveva scappare: la cosa, l’insieme di tutti i peccati del mondo che voleva impossessarsi di lui non gli avrebbe dato scampo, né tregua. Si ritrovò dapprima in un labirinto pieno di specchi che riflettevano decine di immagine malvagie del Male, ognuna delle quali poteva essere quella reale. Decine di se stesso atterriti correvano nella stessa direzione in tutti i meandri del labirinto, inseguiti da altrettante creature orrende ed efferate. Andrea si era reso conto che i parametri funzionali dell’amico cominciavano a dare problemi, le pulsazioni scendevano sotto il livello di guardia e i valori della pressione arteriosa avevano degli sbalzi allarmanti; decise però di andare avanti perché aveva bisogno di spingersi al punto estremo per poter poi tornare gradatamente indietro, per verificare se era sempre in grado di tenere sotto controllo il tutto. Marco ora era non più in un labirinto ma a piedi nudi in una piazza grandissima sotto la quale si aprivano una moltitudine di griglie da cui fuoriuscivano ogni sorta di raccapriccianti insetti mai visti sino ad ora, una specie di blatte enormi e nere come la notte con delle chele grandissime, che cercavano di afferrare le sue estremità martoriate; nella fuga disordinata ne schiacciava a dozzine e da quei corpi neri usciva un liquido biancastro ripugnante e fetido che sporcava i suoi piedi. Le bestie mordevano e facevano male. Marco sentiva il dolore distintamente ora; disteso sulla poltroncina mentre Andrea ipnotizzato e affascinato seguiva quel film dell’orrore senza intervenire, sussultava e gemeva sempre più inebetito. La scena cambiò ancora: le bestie ributtanti erano tornate da dove erano venute ma Marco correva ancora sentendo direttamente lo scricchiolio della cartilagine dei corpi di quegli assurdi insetti. Alzò gli occhi al cielo, quasi volesse scorgervi un segno rassicurante e invece gli cominciarono ad apparire sempre più nitide, dapprima puntolini indistinti, poi macchie sempre più definite. Non potevano definirsi uccelli, anche se indubbiamente appartenevano al mondo dell’aria. Un mix tra stracci bagnati, grandi volatili senza penne e macchie d’inchiostro blu. Esplodevano come palloncini pieni d’acqua tirati da bambini festosi in una sera d’agosto. Ve ne erano a centinaia, più ne cadevano a terra, e più se ne formavano. Colossali splash ripetuti e una deflagrazione di liquido blu appiccicoso. Marco cercava di zigzagare disperato con tutto quel blu ributtante che ormai lo andava trasformando in una specie di puffo grande e impacciato. Si ritrovò a ridere di questa cosa, pensò alle seppie, alle innumerevoli ricette che la sua mamma avrebbe saputo improntare con le seppie… Ma non erano seppie, erano piene di liquido blu scuro ma questo fluido gli entrava ora nei polmoni e sentiva che non poteva più respirare, o forse lo desiderava soltanto. La zona andò in tilt alle 2 e 45 del mattino, in piena fase REM di Marco. Andrea non aveva mai pensato, stupidamente, a un generatore autonomo. Senza corrente la macchina non poteva più funzionare e non funzionò più. Lo stacco improvviso trascinò la cavia definitivamente nel mondo irreale che il suo amico ingegnere aveva costruito. Il referto medico parlava di arresto cardiocircolatorio, ma Marco non era morto, qualcosa di lui, al di là delle semplici cellule che componevano il suo corpo era sopravvissuto. Rimase sospeso nel limbo eterno comprendendo presto che tutta la sua eternità sarebbe stata vissuta dentro quell’orrore perpetuo da cui mai e poi mai avrebbe potuto uscire. Al suo funerale Andrea piangeva e non riusciva a levarsi dagli occhi quella visione che aveva avuto mentre il suo amico tentava di sottrarsi alla sua condanna: una mano lo aveva afferrato e voleva che lo tirasse su o forse voleva trascinare giù nell’abisso anche lui; da quella mano, la mano di Marco, lui si era distaccato con forza ed era riuscito a staccarsi. Da allora, ed erano ormai passati 15 anni, il famoso ingegner Moretti, noto in tutta Europa per le sue importanti scoperte nel campo della bioingegneria si divertiva tutte le notti col suo personalissimo videogioco reale. Spostava l’amico intrappolato nella gabbia da cui non poteva più tirarlo fuori nemmeno se lo avesse voluto, da un settore all’altro con la stessa disinvoltura con cui il giocatore di scacchi inizia la sua partita spostando il pedone di Re. Giocava con la sua anima, il puro spirito dell’amico venticinquenne inchiodato alla sua eterna giovinezza e al suo destino, era ormai suo, del quarantenne brizzolato e con gli occhi chiari che era tanto piaciuto a una bionda tedesca di Hannover di tanti anni prima, e solo lui poteva  decidere di quale morte egli dovesse morire ad ogni alba. Ogni volta diversa. Novello Prometeo con la sua aquila pronta a divorare il fegato che gli ricresceva ad ogni alba… senza neanche aver rubato il fuoco agli dei. Ogni volta l’incubo era peggiore del primo. Quel lunedì mattina di tre lustri addietro nessuno aveva capito nulla. La gente del quartiere commentava nei bar la sconfitta dei felsinei contro il Milan; forse anche la disfatta calcistica aveva contribuito a far passare in secondo piano la morte del simpatico camionista. Andrea aveva avuto cura di caricare in auto l’amico con sé appena resosi conto che il suo cuore aveva ceduto, adagiandone il corpo sul sedile vicino a lui ed avendo cura di allacciargli con delicatezza estrema la cintura di sicurezza, forse anche sussurrandogli in un orecchio: “Tranquillo Marco, la cintura che non porti e non sopporti  sul tuo camion qui potrebbe servirti, amico mio”. Aveva simulato un malore improvviso dopo una violenta frenata. Nessuno aveva avuto dubbi. I ragazzi erano noti a tutto il quartiere per la loro amicizia. Nessuno sapeva dell’invenzione di Andrea. Nessuno aveva ritenuto di indagare; non vi erano segni di violenza di alcun genere sul corpo. Andrea si sarebbe tenuto il suo giocattolo vivente per anni… e chissà se un giorno non avesse desiderato di entrare anche lui nell’incubo, sospinto dal desiderio mai del tutto represso di aiutare il suo vecchio compagno di scuola in quella impari lotta…

  • 25 febbraio 2011 alle ore 14:27
    Lettera di Dark I° imperatore delle isole Tremiti.

    Come comincia: Stasera ho trovato un riparo da questo vento che da tre giorni percuote il mio pelo arruffato e sporco. Non mi vogliono in casa  perchè puzzo come un animale maltenuto e, ora che poco o nulla ci vedo e più ci sento, nemmeno riconosco chi m'ingiuria se non dall'ombra della quale è vestito. Ho trovato un piccolo arbusto spezzato che incide la terra e quasi quasi mi viene da scrivere una memoria, che i giorni passano lenti, nemmeno la tramontana accelera il loro corso. Oggi con l'aiuto di un pallido sole ho ripercorso il sentiero, dove ho lasciato il mio cuore, che conduce ai Benedettini. Ho confuso il rumore di un mare nervoso col suono di quella canzone. Ricordo era, la fine di Giugno dell’anno 1997, uno degli anni più aridi climaticamente parlando. Era una di quelle sere dove il buio non arriva mai, dove sei pasto per le zanzare se ti attardi sugli scogli in attesa del precipitare di un sole che pare si muova in sincronia.  Eravamo lì a pescare dallo scoglio personale di Luca, scoglio a senso unico, quasi fosse uno specchio. Luca, Angela ed io  facevamo parte dell'arredamento di quell'insenatura che sta tra la cala degli Inglesi e la cala dei Benedettini. Io ero solito stendermi a fianco della sua canna,  pronto a disturbarlo proprio ogni volta che non se lo aspettava e lui subito pronto a sgridarmi con tono di scuse, quell’uomo silenzioso che parla a rate, più carezze che parole ho ricevuto da lui negli attimi di vita vissuta assieme. Quella sera di fine Giugno la ricordo come fosse adesso, fu un incanto. Arrivò un barcone di pescatori di tonnetti, molto presenti in quel periodo, una volta ancoratisi nel pressi dell’insenatura gettarono il palancaio fin quasi a ridosso degli scogli. Quell’anno erano ormai quasi due mesi consecutivi che la sera venivamo qua, in cerca di qualche sarago,occhiata o pinderrè, -E' il posto più bello del mondo- osava ripetere Luca ogni sera, -e poi ci sei tu- mi diceva con gli occhi mentre attendeva un sussulto dal filo di bava  che nemmeno il vento riusciva a fare oscillare. Ma fu tutto diverso, quella sera di Luglio, come facessimo parte di una favola che solo io posso ora scrivere su questo lembo di terra, mai ghiaccio, spesso crepa.  Ad un tratto dal mare si udì una musica e fu  come ritrovarsi su un palco. Una canzone mai udita prima avvolgeva il tramonto, la barca, la canna, le rocce, gli odori, i colori, e le nostre anime in unico abbraccio.  Perfino io, che di musica non ne sapevo mezza, rimasi incantato ad ascoltare il mare, io, incapace di star fermo per più di uno sguardo, io, violentato ogni giorno da chi si era impossessato di me succhiandomi sangue e energia, avevo trovato la pace in quel suono a cui tutti prestavano l’anima.  Notavo l’espressione di libertà mista inquietudine sul viso di Luca, che pure lui ascoltava più il suono del filo, pareva essersi arreso alla serenità. C’era l'arancione che colava sul mare , la menta e il rosmarino sembravano uscire dalla voce di Zucchero da sentirne l’odore, e le potevi scrutare, materializzarsi su quelle rocce dove solo qualche incosciente cappero osava stabilirsi. Non si è mai più ripetuto quell'incanto, fu come l’apice di una storia d’amore che lo sai solo dopo che è stato quell’attimo ad aver ucciso tutto, a far si che dopo sia solo discesa. Ecco, se potessi scegliere, vorrei essere sepolto dove quella musica è rimasta a fare da cornice ai miei inverni che trascorro solo, in attesa di un ritorno, in attesa del caldo,  in attesa di dare e ricevere amore.  Accipicchia, sto bagnando questo foglio,  perché sono solo a ricordare, ma non il solo, lo sento. E’ che  ormai ci vedo poco  e non ho neppure più la mia casa che per stupidi litigi umani è stata sigillata in attesa di essere contesa.  Ma la mia casa, in fondo, è quest'isola, me lo ripeteva sempre anche Luca. Secca e violenta d'estate, impietosa e salata di'inverno.  Tutte le volte che Luca parte non so mai se tornerà da me, so che non mi prenderebbe mai con sé, perché il suo desiderio sarebbe restare qui,  e mi ripete che sono fortunato ad essere l'imperatore dell’isola della libertà.  Eppure qui mi prendono a calci, mi considerano una bestia piena di zecche e pulci, indegna di avvicinarsi alle case, ai cortili,agli alberghi, a quella che loro chiamano vita. Ma è tra i pini, nel loro profumo intenso di resina, è nel perdermi ad ascoltare  le cicale, è a specchiarmi immerso nell’acqua di cala matana che io mi sento vivo, come potrei mai risalire il mare e accettare di aspettare la morte su una terra ferma, arida, indifferente? E’ qui che trovo vita, è nell’attesa del suo ritorno a primavera inoltrata che mi sento vivo... Già, però mi sento ormai affaticato, non ho più il passo di quando ero felice. Strano destino, il nostro, ci hanno tolto la casa a entrambi nello stesso spazio temporale, seppure in due luoghi diversi.  Ecco , io vorrei che Luca non tornasse più qui da me, nel caso non riuscissi a passare indenne l'inverno,  vorrei mi dimenticasse e vivesse nel ricordo di questa canzone ascoltata insieme. Una canzone che mi fa piangere lacrime salate talmente dense che nemmeno colano, incollandosi ai miei occhi ormai ciechi, talmente stanchi al punto che non riesco più neppure a scrivere.
    DARK I° riposa tra la cala degli inglesi e cala tonda , sotto un campo di elicriso . A chi passerà mai di là non gli sembrerà vero di sentire nel vento il ripetersi di una musica dolce che cade giù, come una lacrima al tramonto, come gocce di luce dagli occhi, nella notte cieca, è qui che a casa mia mai ritorno.

  • 24 febbraio 2011 alle ore 0:26
    Un giorno d'estate.

    Come comincia: "Ho voglia di vivere" dissi sottovoce mentre la guardavo con gli occhi socchiusi a causa del sole, "e per farlo ho bisogno di te" aggiunsi, con la voce tremolante di chi sa che le proprie parole potrebbero avere le più varie conseguenze. Ma lei, quasi noncurante, si rialzò e si mise seduta, si tolse un ramoscello dai capelli e con un tono tanto innocente quanto profondo mi rispose "Siamo su un prato, un prato verde e profumato, in una giornata bellissima, guarda che sole! E la stiamo passando insieme, senza renderci conto di quanto belli siano questi momenti, perchè ce ne accorgeremo solo dopo, quando sarà tutto troppo sbiadito", si avvicinò a me, col suo fare sbarazzino che tanto amavo, prese le mie mani tra le sue e concluse "Vogliamo la stessa cosa". Un istante dopo stava già correndo, con un sorriso luminoso e spensierato, e con la mano mi invitava a seguirla sul reggipetto che dava sul mare. Non mancai di rispondere alla sua richiesta e la raggiunsi in un istante, tanta era la voglia di abbracciarla e di infilare le mie narici trai suoi capelli per assaporarne il profumo a pieni polmoni. Mi ritrovai così insieme a lei davanti a quel mare smeraldo, e i profumi delle cose che più amavo al mondo si univano in un meraviglioso gioco di sensazioni tanto che rischiai di perdere l'equilibrio da quanto quell'atmosfera mi inebriava, e tutto divenne ancora più perfetto quando le sue morbide labbra si poggiarono delicate sulle mie, in un tenero bacio di una complicità disarmante. Non potevo chiedere di più, pochi minuti prima ero sdraiato su un prato, intrigato come al solito nei miei pensieri cupi e ingarbugliati, ed ora stavo vivendo il più bello dei momenti, baciato com'ero da quella bellissima persona che stravedeva per me e dal vento d'estate, intriso di trame di pino silvestre. Strinsi le mie braccia ancora più forte, quasi nel tentativo di avvicinare i nostri cuori il più possibile, passai le mi labbra su suo collo facendomi strada trai capelli e con un flebile sussurro le dissi "Grazie, sto vivendo". 

  • 20 febbraio 2011 alle ore 1:10
    La coscienza di Aristide

    Come comincia: Che cos’è la coscienza se non un interstizio non meglio localizzato in un anfratto nascosto del nostro cervello; una spia condizionata dal senso comune? Un supervisore atemporale di fattura eterea e divina?
    Aristide era conosciuto da tutti nella periferia  Est di Roma.
    Suo padre essendo rimasto sordo e interdetto durante i bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo si rese impossibilitato nell’andare a raccogliere ferro e stracci nei quartieri bene della capitale. Il ragazzo continuò a vivere in quella casa dove sua madre si rabattava a lavare la biancheria sporca dei soldati americani avendo in cambio poche “am- lire” e della polvere di piselli.
    Aveva quindici anni  e quella condizione gli andava stretta come la giacchetta dal colletto liso che indossava sempre. Dopo parecchi furtarelli andati a buon fine decise di investire in attività più redditizie e con meno pericoli da affrontare: dare soldi a strozzo.
    Reificato dalla sua giovinezza non avvertiva risentimento alcuno, la disperazione delle persone alle quali avendo prestato denaro e questi: non potendolo restituire, non lo scalfiva neppure. Continuava la sua esistenza asservita alle lusinghe del dio denaro accompagnato dagli anni che, passando in fretta iniziavano a marchiare le sue mani di chiazze marroni.
    In quel Settembre del duemilaquattro si trovò ad avere improvvisamente settantacinque anni. Essendo sempre vissuto da solo dopo la morte di entrambi i genitori, aveva fatto del denaro l’unica compagnia. Prima di andare a letto la sera contava febbrilmente il frutto delle “cravatte” riscosse, “smazzandole” e accatastandole per taglio e valore, con la Marlboro pendente dalle labbra, ingrigendo quella camera di fumo e della sua presenza.
    Ne aveva ammonticchiati di soldi in cinquant’anni di debosciata carriera.  In una sera, come le tante che passava a sbavare sulle banconote, un fatto insolito cominciò ad inquietarlo. Gli sembrava di percepire una presenza, era qualcosa che non sapeva definire ed era molto lontano dal saperla interpretare. Ultimamente, appisolandosi sul letto gli sembrava di scorgere un’ombra che sovrastandolo sulle lenzuola lo alitava di inquietudine, si sollevava allora seduto, l’ombra pareva ritirarsi  andandosi ad acquattare sotto la rete. Gli sembrava  sentirla ansimare. Aristide per i primi tempi non diede peso a quel fenomeno, erano certo visioni dovute per lo più ai fumi dell’alcool del quale ultimamente faceva grosso abuso. A notti intervallate l’ombra si ripresentava. In quelle notti cominciando ad avvertire il peso degli anni sembrava volesse trarre un bilancio della sua vita ricca di solitudine. L’ombra strusciava ed alitava. Aristide non si sollevava più dal  letto ma arrotolandosi nelle coperte si faceva coraggio e con un braccio ciondoloni tastava lo spazio angusto fra la rete e il pavimento. Non trovando nulla sonnecchiava, di quel sonno sudato anticamera dell’angoscia e prolegomeni di un futuro orrendo. La mattina con gli occhi affossati mescolava i ricordi, mangiava poco e cominciò a pisciarsi anche addosso, il suo stato di salute andava peggiorando con i giorni che gli passavano accanto. Decise di non adagiarsi più sul letto divenuto ormai il parallelo della tomba, avvertiva un recondito terrore solo al pensiero di sdraiarsi su una superficie piana, si appisolava allora sulla poltroncina nel corridoio, ricettacolo da sempre di pacchi di carta di giornale che scansava quasi a fatica per farsi posto. In quell’angusto e ristretto spazio si sentiva più sicuro, ma quando si fu abituato alla nuova dimensione ricominciò a pensare avvertendo di nuovo l’inquieta presenza dell’ombra, questa lo derideva sbeffeggiandolo, poi lo osannava portandolo in alto della sua presunzione e lo lasciava da lì cadere nell’inferno dei suoi dubbi. La salute continuava a peggiorare fin che non fu costretto a ricoverarsi in ospedale.
    In quell’ambiente di sofferenza gli sembrò di stare meglio, riusciva persino a restare disteso sulla brandina senza provare tedio. Passarono dei mesi, si era ristabilito ormai fra qualche giorno sarebbe uscito e avrebbe ripreso gli affari di una volta.
    Quella ultima notte di degenza passò tranquilla, ma dentro qualcosa lo rodeva, aveva settantacinque anni e un senso di colpa lo opprimeva, cominciò di nuovo a stare male ora era immobilizzato si muovevano solo i suoi occhi, larghi spalancati verso il biancore del soffitto, l’ombra tornò ad alitargli addosso, lo incollava lo amalgamava con lei. Gli alitò nella bocca un fetido fiatare e soffocandolo nel suo abbraccio lo fuse a se. Durante quella notte, l’infermiera di turno avvicinandosi al letto divaricò il pollice e il medio, e portandoli sul viso dell’uomo abbassò quelle palpebre con circostanziale pietà.

  • 16 febbraio 2011 alle ore 23:42
    La scatola magica

    Come comincia: Chissà da quanto era lì, seminascosta tra mille altre cose. Antonio sapeva esserci ma francamente ne ricordava a malapena l’esistenza, men che mai il contenuto. La aveva messa nella cantina una sera di tanti anni prima quando si era finalmente deciso a razionalizzare le vecchie cose che la zia Marta gli diceva di tanto in tanto di venirsi a prendere perché erano appartenute a questo o a quel prozio, trisavolo e via dicendo. “Prendila la scatola colorata, Antonio” -  gli ripeteva – “ il tuo povero papà ci riponeva le sue  cose e a sua volta il nonno ci teneva tanto; non gettarla può sempre essere utile” – aggiungeva con quel suo fare di donna semplice, abituata a conservare sempre perché non si sa mai… perla rara adagiata sul fondale di un mare consumistico, usa e getta, dove ormai tutto era effimero, destinato a durare per il tempo strettamente necessario. La zia Marta non apparteneva a quel mondo ma alla generazione povera precedente ad Antonio. Poi un bel giorno morì senza figli, sola come aveva sempre vissuto: il marito, lo zio Michele, era stato dato per disperso in Russia durante la guerra, e lei giovane vedova bianca aveva tirato avanti col ricamo e con il sussidio che lo Stato gli versava, fino all’ultimo ostinata a recarsi all’Ufficio Postale per riscuotere i contanti, nemica giurata di conti correnti, bancomat, assegni, bonifici e tutto quel che non era carta filigranata; come quando arrivò l’euro che non accettò mai e che per sua “fortuna” gli sopravvisse poco; fino all’ultimo le care vecchie lire, solo quelle contavano per lei, non perché fosse avara, ma perché aveva il rispetto dei soldi, il rispetto tipico di chi li guadagna, pochi ed onestamente. Aveva anche lasciato la cara vecchia zia Marta qualcosa oltre il solito ciarpame: biancheria mai usata di gran valore ricamata finemente e chissà lasciata lì perché non si sa mai, povera zia, si era goduta poco della vita ma in fondo era stata felice; vissuta prima con l’uomo che da giovanissima la aveva condotta all’altare e poi col suo ricordo, tremula fiammella che non si spegneva mai. Antonio, unico parente prossimo della zia, dopo la sua morte aveva fatto prendere le cose che davvero non meritavamo la discarica e messe lì, in cantina, anche lui dicendo ma sì, non si sa mai... La scatola apparteneva a questa ristretta cerchia: un parallelepipedo finemente scolpito, di legno buono, cerniere e chiusura in  bronzo, ricca di fregi ma non esageratamente barocca, non ingombrante ma abbastanza comoda per tenerci documenti o valori od altro. Ad Antonio era tornata in mente prepotentemente, una sorta di deja-vu mistico in cui si mescolavano antichi ricordi e piacevoli rimembranze. Anche l’odore era buono, sapeva di antico ma non di vecchio, di fresco e non di stantio: insomma un bell’oggetto che a qualche antiquario avrebbe fatto gola e ci si potevano fare dei bei soldini, niente a che vedere con le cose “ made in China” di adesso; ma ad Antonio non interessava venderla, ché non ne aveva bisogno, né volontà; voleva semplicemente toccarla, rivederla, guardarci dentro, respirare quell’odore particolare che solo le cose di un tempo sanno trasfondere. Solo ora si rendeva conto che la vecchia scatola non la aveva mai aperta. “Incredibile” pensò “tanti anni che è qui e non mi è mai venuto lo schiribizzo di scoprirne il contenuto”, forse era intimamente convinto che non contenesse niente, vuota, semplicemente vuota o forse lo aveva fatto, aprirla e poi richiuderla e non se ne ricordava assolutamente più. Chissà. Quella sera però complice il fatto che una banale influenza lo teneva a casa aveva deciso di curiosare tra le vecchie cose della cantina e la scatola era di sicuro il “leader” di quella squadra sgangherata malamente disposta sugli scaffali polverosi. Era lì; maestosa come non mai, anche di più di come la ricordava Antonio, accuratamente incartata nella carta spessa dei pacchi, questa sì impolverata ed ingiallita: la prese con rispetto e circospezione, consapevole di stare per fare qualcosa allo stesso tempo di importante ed irriverente, quasi a turbare il sonno della zia Marta che gli aveva sempre detto di prenderla, ma in fondo non lo desiderava davvero… chissà quali ricordi ed emozioni aveva suscitato in lei quella  vecchia scatola, forse le stesse che ora, magicamente suscitavano anche in lui. Si sarebbe quasi potuto dire che la scatola lo stesse chiamando… ecco, sì una specie di richiamo atavico, un qualcosa che dalla notte dei tempi saliva e saliva e saliva fino ad arrivare alla sua cervice, là dove una certa scuola filosofale e di pensiero sosteneva albergasse l’Anima. Salite le 4 rampe di scale che dal seminterrato della cantina portavano al terzo piano di casa sua, aprì la porta col suo prezioso cimelio serrato sotto il braccio sinistro avendo la massima cura di non staccarlo e con la mano  destra frenetica a girare la chiave nella toppa. Scartarla e guardarla fu tutt’uno, rimanendo poi ammirato ed estasiato nello scoprire i finissimi intarsi che il bulino di qualche antico maestro aveva saputo così bene manovrare. Contemporaneamente si sforzò di immaginare se potesse contenere qualcosa di prezioso e quasi per gioco si materializzò nella sua mente una perla bellissima opalescente bianca grande e preziosa che stava lì adagiata su un cuscinetto rosso pronta per essere presa e magari portata al collo di una bella signora: fu la prima cosa che gli venne in mente ma che istantaneamente scacciò. “E sì figurati, una perla! E lì da quando poi? E come sarebbe stato possibile che nessuno la avesse mai scorta?”- pensava questo tra se e se mentre delicatamente faceva alzare verso l’alto la fine chiusura bronzea, certissimo anzi ben consapevole che il vuoto sarebbe stata l’unica cosa che poteva vedere, ammesso poi si potesse dire che il vuoto poteva vedersi. Ci fu un cigolio della cerniera o forse fu solo nella sua fantasia, ma la scatola si aprì in un baleno. La parte razionale di sé negava mentre quella emotiva non sapeva più a quale divinità inchinarsi per ringraziare: la perla era lì, più o meno come la aveva per gioco immaginata. Il cuscinetto era nero e non rosso ma ciò ne metteva ancora più in risalto le stupende fattezze. Una perla! Di chi mai può essere? Chi può avercela lasciata? Certo non la zia Marta vissuta povera e morta tale. Doveva valere una bella cifretta, davvero milioni, anzi ora migliaia di euro, povera zia pensava, avevi di che vivere dignitosamente per anni ed invece hai dovuto sguerciarti con ago e filo! Ma come era possibile? La gioia però prese presto il posto dello sgomento e della sorpresa. La scatola ed il suo prezioso contenuto erano sue, non vi erano altri eredi e soprattutto nessun torto era stato fatto alla zia Marta, né da viva, né tanto meno ora che era morta. “Le farò dire una messa” concluse Antonio. Grazie zia, grazie davvero. Per il momento nell’attesa di decidere il da farsi, sbigottito, tolse perla e cuscino e li ripose nella sua piccola cassaforte occultata dietro il grande quadro che aveva da sempre sopra il letto: una bella riproduzione della “Riconciliazione di Oberon e Titania” un’opera di Johann Heinrich Füssli, pittore svizzero del 18° secolo. Soddisfatto ed ancora incredulo se ne andò a letto assaporando in anticipo ciò che avrebbe ricavato dalla vendita della bella perla e soprattutto pregustando quello che avrebbe realizzato con i denari piovuti letteralmente dal cielo. La notte passò rapida e lasciò il posto al primo sole del mattino successivo. Antonio ancora in pigiama decise che doveva valutare per bene con la luce del giorno le qualità della perla: “Magari è falsa!” lo angosciò un tarlo improvviso, “oppure uno scherzo, uno stupido scherzo postumo di qualche avo buontempone che aveva riso decenni prima della sua faccia di quella mattina... Era ancora lì, nella sua cassaforte, così come la aveva adagiata si trovava... In un certo senso soddisfatto, anche se non voleva ammetterlo di non aver sognato tutto, la prese in mano: era bella davvero, fredda e pesante, non sembrava davvero falsa; la avvicinava ed allontanava dagli occhi cercando qualche piccolo indizio che ne tradisse la fattezza umana, ma… nulla di nulla! La perla era sicuramente appartenuta a qualche riccone di cui si erano perse le tracce. Nella sua mente le ipotesi si accalcavano confuse, anche le più disparate, del tipo che fosse stata un pegno d’amore di uno zio “casanova”, oppure rappresentasse il pagamento di un debito di gioco di un ricco califfo con qualche avo avventuriero e giocatore. “Non importa”- concluse- “E’ qui. Ed è mia .Ora scendo dall’orafo qui sotto e gliene parlo”. E mentre lo pensava ripose la perla sul comodino, si lavò, si vestì e fu pronto e scese quasi subito, ansioso e speranzoso, non prima di aver richiuso la cassaforte e abbassato il coperchio della sua bella scatola che aveva trascorso la notte a “bocca spalancata” in un lungo sbadiglio di ore, buona e tranquilla come sempre e calda anche; sì quella scatola dava calore, piacere, trasudava benessere, si poteva dire. L’orafo se la trastullava tra le dita, compiaciuto e stupito: erano vecchi conoscenti e non ebbe problemi nel chiedere ad Antonio da dove mai avesse tirato fuori una simile beltà, ma si capiva subito che era interessato… oh se era interessato, anche lui attratto magneticamente dalla perla bianca, occhio unico e senza pupilla che a sua volta sembrava guardarlo. “Cinquemila euro” -sentenziò - “posso darti cinquemila euro sull’unghia. Io conto di montarla su un bel girocollo importante e di creare un pezzo unico da rivendere a qualche ricca e asfittica contessa per il doppio: tieni presente che ho le mie spese, l’oro, il lavoro, le tasse su quel che mi entra e… insomma ci guadagno sì, ma meno di te”. Ad Antonio sembrò un discorso sensato: in fondo cinquemila euro per non aver fatto nulla andavano bene e poi si fidava del suo amico orefice al quale certo non mancavano i soldi. Uscì dalla bottega col suo bell’assegno accuratamente riposto nel portafoglio, con l’intenzione di versarlo al più presto sul suo conto, felice come un bel pupone che ha appena trangugiato la sua pappa. Il giorno dopo davanti allo specchio del bagno ascoltava come di consueto le notizie del suo radiogiornale preferito: dopo le varie considerazioni sull’economia mondiale, Bin Laden che non si trovava ancora e la sua squadra del cuore che sembrava avesse concluso l’acquisto dell’asso brasiliano di grido, sentì, tra le notizie del mondo, quella data in chiusura di notiziario che lo colpì particolarmente: nelle Filippine, in un isola sperduta, un pescatore era stato aggredito e derubato di un bottino tanto prezioso quanto inusuale: una perla di particolare caratura che aveva poco prima trovato in un’ostrica a svariati metri di profondità. I pirati che infestavano quelle acque, saliti a bordo della sua imbarcazione gliela avevano trovata addosso per caso e non avevano esitato a sparargli gettandolo in mare: un altro pescatore a qualche decina di metri su un'altra barca aveva assistito impotente al crimine ed aveva denunciato l’accaduto con la radio di bordo. Il governo filippino aveva addirittura chiesto l’intervento internazionale delle navi da guerra USA che incrociavano in zona per cercare di fronteggiare il fenomeno, particolarmente odioso ed in costante escalation; le indagini in corso, ecc. ecc. Ad Antonio era rimasto il rasoio a metà strada tra il fianco e la guancia destra, un po’ per la singolare coincidenza che aveva fatto rinvenire a lui una perla ed un po’ per l’amara constatazione di quali diversi effetti il destino aveva voluto predisporre per lui e per l’uomo agli antipodi del mondo: tutti e due avevano trovato una perla, ma con che opposto destino! Accuratamente rasato, il suo primo pensiero fu di nuovo alla scatola: non poteva fare a meno di considerare che aveva pensato ad un qualcosa di veramente poco comune e prontamente la aveva trovata e che, quasi nello stesso istante, un’altra incredibile coincidenza aveva fatto sì che un’altra perla era stata rinvenuta in circostanze drammatiche. “Si direbbe ci sia un disegno perverso” - si diceva - “ma no, sono solo fantasie, a volte cose strane avvengono… e poi che nesso può mai esservi? Se per assurdo avessi pensato di trovare del denaro, e lo avessi effettivamente trovato, non starei qui a pensarci tanto sopra”. Detto fatto gettò ancora uno sguardo verso la scatola e questa volta il pensiero dei soldi occultati in un doppio fondo gli esplose nitido; sapeva che non era assolutamente possibile che vi fosse dell’altro nella vecchia scatola e che solo l’idea di aprirla nuovamente, come in effetti si accingeva a fare, era l’assurdo degli assurdi. Eppure lo fece: la aprì di nuovo e stavolta dovette tenersi ad una sedia quando le mazzette di euro con ancora la fascetta gli apparvero dal dentro della scatola: dovette toccarle, farle scorrere diverse volte tra le dita prima di convincersi che erano effettivamente banconote, valide, autentiche e soprattutto lì per lui. Di tutte le ipotesi che la sua mente scandagliò nei minuti successivi non ve ne era una sola plausibile, una sciocchezza dietro l’altra faceva capolino nella sua testa per essere sostituita dalla successiva, ancora maggiore. Decise di smettere di pensare e passare al più concreto conteggio: non era difficile, banconote da 100 euro in mazzette da 100 per 10 mazzette, in totale 100.000 euro. Ne sfilò una meccanicamente avendo cura di tenere da parte la mazzetta che ora ne conteneva 99, quasi temendo che se avesse toccato quegli euro avrebbe compiuto un che di sacrilego: eppure doveva rendersi conto, doveva appurare se non fosse tutto una pazzia ovvero se si trovasse nel mondo della realtà. Decise che l’unico modo saggio era spenderne una. Il primo negoziante a portata fu il suo involontario complice di quella follia: non battè ciglio nel dargli il resto (circa 85 euro e spicci), non banconote così nuove come quella che aveva ricevuto ma stropicciate ed effettive e reali. Né aveva minimamente messo in discussione, anche dopo aver passato sotto la luce ultravioletta del rilevatore la banconota da 100 di Antonio, la sua validità. Era buona. Valida e spendibile, così come tutte le altre di sicuro che lo attendevano a casa. Antonio aveva avuto il suo battesimo. Mise senza contarlo il resto in una tasca mentre si dirigeva a passi veloci verso la sua abitazione, consapevole solo ora che aveva lasciato così, su un tavolo quasi 100.000 euro in balìa del primo malintenzionato che avesse forzato la sua porta o addirittura di una ventata:“ma no: le mazzette pesano, non possono prendere il volo” - si diceva - “non sto più ragionando, devo fare mente locale e riflettere su quel che mi sta accadendo, devo fermarmi se non voglio commettere idiozie” e mentre pensava alle idiozie già scacciava l’idea di quanto costasse la potente auto che aveva sempre sognato, quella col cavallino che sin da bambino lo aveva estasiato. Girò l’angolo e trovò tutta la strada chiusa: una confusione indescrivibile, 7 forse 8 auto di polizia e carabinieri in divisa ed in borghese con i giubbotti con la scritta del corpo di appartenenza. Un silenzio irreale aleggiava sulla scena, a terra il vigilante che aveva tentato di opporsi alla rapina che i balordi di turno avevano perpetrato proprio a due passi da casa sua; il lenzuolo steso sul suo corpo esanime rendeva vano l’arrivo dell’ambulanza che frattanto si era fatta largo anch’essa tra le auto delle forze dell’ordine. I rapinatori si diceva avessero portato via centomila euro… Si allontanò con il cervello in fiamme e con la voglia di non vedere più niente e nessuno, un’oscura vocina lo faceva in qualche modo ritenere responsabile: il solo fatto di avere pensato a dei soldi nella scatola aveva tramutato in realtà un incubo. Un poveraccio ci aveva lasciato le penne ed ancora una volta il conto tornava, centomila euro il bottino, centomila, anzi ora poco meno, gli euro che lo attendevano in casa. Si chiuse la porta dietro, spaventato e timoroso: la scatola era lì, così come i soldi; gli sembrò quasi che una luce sinistra però li rendesse particolarmente luccicanti; scacciò il pensiero e li mise dentro la cassaforte dietro il solito quadro in attesa di essere in grado di decidere qualsiasi cosa. Doveva sapere, se non avesse avuto la conferma che tutta la diavoleria che gli stava capitando era reale e non frutto di un incubo, doveva provare ancora, stavolta con ancora qualcosa di più eclatante, era consapevole che ciò poteva causare ancora qualche accadimento poco piacevole ma si risolse a ritenere che non fosse colpa sua, le cose nel mondo accadono a prescindere ed a lui erano solo capitate coincidenze grottesche, magari le stesse cose sarebbero successe ugualmente oppure lui non ne sarebbe venuto a conoscenza e tutto questo non avrebbe avuto modo di dargli da pensare. Si addormentò fantasticando su quello che avrebbe potuto chiedere stavolta, novello Aladino con la sua lampada magica che altro non chiedeva che di essere strofinata. Sognava e pensava, vedeva materializzarsi cose incredibili, si poneva domande e si dava risposte ancor più inverosimili, del tipo se potesse esprimere desideri anche non di beni materiali, quali l’immortalità, una salute di ferro, la felicità eterna. Sudava e si sentiva nel contempo potente ed invincibile ma atterrito e spaventato per un qualcosa che sentiva sfuggirgli di mano ma del quale era attratto come la falena dall’ abat-jour; il fascino dell’ignoto lo chiamava, la paura dell’incerto lo frenava. Si risvegliò più stanco che mai ma deciso ad avere delle risposte alle sue domande: sarebbe venuto a capo di ciò che gli stava capitando. Ad ogni costo. La Ferrari doveva ordinarla e ci sarebbe voluto del tempo e poi aveva la necessità di un garage adeguato ove riporla e se avesse avuto un garage ci voleva una casa, anzi una villa di dimensioni idonee; una villa aveva bisogno di chi avesse potuto mandarla avanti: servitù, giardinieri, custodi. Lì per lì non immaginava quante persone avrebbe dovuto stipendiare e soprattutto quanto gli sarebbe servito: provò a fare una stima, ma man mano che pensava ai particolari nella sua mente ormai ebbra si andavano accumulando cose futili che via via gli sembravano indispensabili: la scuderia, il campo da golf, l’elicottero, lo yacht, la pinacoteca e poi abiti, gioielli. Il lusso prendeva corpo e forma, si materializzava lugubre e ingombrante. Ancora non se ne rendeva conto ma aveva perso la ragione, il delirio d’onnipotenza si era impadronito di lui. Alla fine si decise con occhi arrossati e mani adunche protese verso la scatola maledetta: aveva bisogno di tutto il denaro necessario ad ottenere tutto quello che aveva fantasticato; non riusciva nemmeno a pensarla la cifra, perché ogni volta si diceva che in fondo poteva decuplicarla, chiedere di più, di più, sempre e ancora di più. Era passato chissà quanto da che aveva iniziato a “lavorare” con la scatola magica: 100 miliardi di euro aveva stabilito e gli servivano tutti, doveva acquistare tutto, tutto, e di tutto avrebbe avuto bisogno. La febbre della voluttà si era impadronita di lui; non si sarebbe più fermato e forse ne era ormai consapevole. La scatola avrebbe evidentemente avuto bisogno di tempo: una cifra simile per materializzarsi ci avrebbe impiegato ore, giorni forse. Tuttavia iniziò, obbediente come un cagnolino a sfornare mazzette di denaro, più ne sfornava e più si andavano cumulando e depositando tutt’attorno e la casa  andava riempiendosi. Antonio era in tranche, ormai non le contava più le mazzette da diecimila e loro, indisturbate, si andavano ad arenare l’una sull’altra, cataste verdi di bigliettoni nuovi e fruscianti. In un barlume di normalità (non aveva neanche più mangiato nulla, da ore) accese la TV alla ricerca di non sapeva bene cosa nemmeno lui. Sembravano tutti impazziti, su tutte le reti un susseguirsi di notiziari straordinari, TG concitati, inviati dalle borse mondiali con la faccia spaurita di chi non controlla più la situazione, il panico palpabile, il clima da ultima spiaggia, l’atmosfera irrazionale del “tutto è perduto”. Non si sapeva nemmeno come fosse cominciata dicevano i cronisti. All’inizio sembrava che in Giappone la Banca Centrale si fosse trovata di fronte ad una non meglio specificata emergenza, per far fronte alla quale aveva cominciato ad immettere milioni di yen sul mercato ma ottenendo l’effetto opposto di destabilizzarlo ancora di più. I paesi poveri si erano improvvisamente visti tagliare tutti i finanziamenti promessi ed in corso: era iniziata in ogni angolo del mondo una corsa a chi accaparrava di più. Non più denaro ma beni primari, cibarie, benzina, medicine. I governi cercavano di tranquillizzare e minimizzare ma ormai nessuno di fidava più. In Sudamerica erano scoppiati i primi tumulti con gente armata scesa in piazza per assaltare negozi e supermarket. Negli Stati Uniti si era avviata una svalutazione incontrollata che aveva portato il dollaro a valori nemmeno pensabili nei peggiori incubi; ce ne volevamo ormai decine e decine, ammesso si fosse trovato chi ancora li avesse accettati, per procacciarsi le cose più semplici ed inutili. Non si trovava più niente. Nelle grandi città si assisteva a veri e propri assalti dei quartieri ricchi da parte di centinaia, migliaia di disperati che ormai possedevano solo quel che avevano addosso. L’inflazione in un giorno aveva raggiunto picchi che nemmeno in anni avrebbe potuto mai in condizioni di normalità. In Europa, in tutta Europa, a parte piccole zone d’ombra ed isolate come l’Islanda che da sempre lo era per forza di cose, ma che comunque avrebbe presto capitolato anch’essa, era il caos totale. I Russi avevano deciso di passare alle maniere forti, sospettosi che ci fosse in atto un oscuro, ma dai ben evidenti effetti, disegno da parte dell’occidente: andavano ammassando truppe e mobilitando riservisti, tornavano in auge missili e testate. In medio oriente i fedeli inneggiavano alla fine del mondo imminente, ammassati nelle piazze e nelle moschee da dove gli imam ammonivano a prepararsi alla prossima fine. Antonio percepì appena tutto ciò: la minima parte lucida che ancora lo sorreggeva percepiva a stento che qualcosa non andava; la parte obnubilata della sua mente arrivava a pensare che gli servivano ancora denari per fronteggiare tutti i problemi che lui stesso aveva scatenato. Non c’era più denaro che servisse a qualcosa ormai, tutte le regole erano da riscrivere. Presto la legge della giungla sarebbe stata la sola imperante in quel caos totale. L’umanità stava sperimentando che cosa succede quando in un sistema basato sul consumismo, sul materialismo e sulla globalità totale vengono a crollare le colonne portanti. La scatola ormai si era placata. Non vomitava più inutili soldi. In un angolo, semisommerso, Antonio, ormai impazzito, si ostinava a contare banconote perdendo ogni volta il conto e ricominciando daccapo, gli occhi fuori dalle orbite scrutavano attorno cercando impossibili fantasmi che gli sottraevano una banconota…

  • 16 febbraio 2011 alle ore 14:22
    Il becaària*

    Come comincia: Avventura e libertà l’avevano sempre attratto, tanto da convincerlo che la sua vita si fosse svolta tutta in tempo di guerra. Ma l’unico conflitto sperimentato per davvero, forse, se lo portava dentro. Oddio, scemo del tutto Mario non era. Sapeva benissimo che nella terra dov’era nato di fragori bellici non c’era traccia. Gli bastavano i maestri della sua formazione. Grazie ad autori come Vittorini, Fenoglio o Bonelli, i compagni ideali erano ribelli e libertari, gente che non aveva alcuna intenzione di sottostare a leggi altrui. Come lui, esattamente così. Proprio. Nei momenti più duri si inerpicava chissà dove, alla faccia delle prevaricazioni inflitte da un mondo che, ne era certo, nemmeno tentava di capirlo. A partire dalla famiglia. Più che altro dal padre. L’inquietudine era diventata così soffocante che dopo l’ennesimo scontro col genitore Mario strappò dai muri della propria camera i disegni ai quali aveva dedicato più tempo, disciplina e amore. Ma pure Keegan e Neskeens finirono a brandelli. Per profanare il meticoloso universo del padre faceva del male a se stesso o almeno alla sua creatività. Roba da psicologo, forse. Non era la cura, ma nei panni del perseguitato si sentiva meglio. La mamma qualcosa più del padre capiva. Difatti si mise a piangere nel vederlo lacerare le sue icone prima di buttarle al macero. - È così nervoso… per via degli esami, di sicuro - l’aveva sentita spiegare all’amica Denise, con voce velata di tenerezza per quel figlio indecifrabile che pareva d’un tratto diventato un altro. Gli esami non c’entravano un cazzo. Erano loro due; l’ottusa severità paterna e la remissività di lei che esasperavano Mario, già arrabbiato per tutto quello che era obbligato a fare, non certo per ansia da diploma. Al ginnasio andava poi così male, che poteva fregarsene degli esami senza il minimo senso di colpa. Non era stato lui a scegliere quella scuola di città;  e si crogiolava nell’alibi di esaudire degli ordini o, in subordine, di eseguire desideri. Ed era nervoso perché le cose su cui gli era toccato chinarsi per ben tre anni non lo interessavano, gli portavano via la vita senza che ci trovasse un perché. Della scuola salvava l’italiano, un po’ di storia, si faceva piacere il francese, gli era simpatico il professore di scienze. Il resto un buco nero. Quando arrivava finalmente il sabato, in ogni caso e con qualsiasi tempo doveva sacrificarne la mattina ai passatempi del padre. Tipo piantare l’ennesimo albicocco nel giardino o falciare il maledetto prato verde. Di vita, rimaneva un giorno e mezzo. Per fortuna i suoi l’avevano finita con l’obbligo della messa la domenica. Che era un’incombenza più noiosa che dolorosa, ma che si era aggravata per via di un nuovo parroco che predicava non solo contro i vizi, ma pure contro il cattivo umore. (...) *Romanzo di Giorgio Genetelli, pubblicato da Ana Edizioni nel novembre 2010

  • 16 febbraio 2011 alle ore 6:50
    Volpedo 1945

    Come comincia: Volpedo - 1942. Mi restano solo visioni infantili, brandelli di memoria. Lo stupore, ad un Congresso, a tavola, a sera, di tre giovani colleghi di Volpedo, a cui racconto frammenti di un quadro, per loro,inusitato.  “ Si va ospiti di un mio impiegato, in una campagna di Volpedo”- Le parole di papà, accendono allegria ed ansia per il viaggio. Al nostro arrivo, la piazza della stazione: solo buoi e carri agricoli. Non ricordo auto.<br /> <br /> -“ E ora che si fa? Il tuo impiegato ti aveva promesso di venirci a prendere con i buoi. Adesso, che si fa con queste valige?” La voce di mamma. Ricordo, ancora, la sua irritazione.<br /> <br /> -“ Eccolo! E’ là che viene.”- Papà la rassicura.  Il carro agricolo trainato da una coppia di buoi bianchi. Mi fanno sedere su di una valigia. Il giovane impiegato, baffi e brillantina profumata. Ossequioso con mamma, giovane. Loro, i grandi, restano con le gambe a penzoloni dal carro. Ridono, parlano a voce alta . Io non ricordo altro che il gioco dei posteriori  dei due buoi, all’altezza dei miei occhi.. Il loro pesante movimento. La coda untuosa di sterco, si alza lentamente a scoprire un rosso sfintere. Gli occhi mi escono dalle orbite: lentamente lo sfintere s’apre e avanza una massa melmosa, scura, dall’odore acre. –“ Attento!”- Un plaff sull’asta del carro, fa scoppiare schizzi di liquame. Che spettacolo, per un bimbo di 4 anni! Si sale su per la collina, tra campi coltivati. Il carro è quasi fermo per lo sforzo dei buoi. “Valà  Moro!”La voce dell’impiegato di papà si accompagna, sicura, ad un bastone, che pungola, sul didietro, il bue. Nugoli di mosche negli occhi, la grossa lingua rossa fa evoluzioni attorno alla bocca dell’animale. Papà scende e coglie una mela dall’albero. –“ No, dottore, non lo si può fare,qui”.-<br /> <br /> All’arrivo, alla masseria, le donne sono scalze. Hanno croste ai piedi. Il tavolo della cucina, vasto, ha una superficie nera, fluttuante. Sono migliaia di mosche, che vivono dei resti della colazione. Il padre dell’impiegato di papà è enorme, grigio ed emana uno strano odore .Mi guarda con curiosità. Il peso delle sue mani sulla mia testa. Mi resta questo suono misterioso del suo nome: Didòlar! Un secchio d’acqua è appeso all’entrata della cucina. Un mestolo di rame è il bicchiere per chi ha sete. La cena vede le donne assenti. Restano in cucina, accanto al camino infuocato. Parlano sottovoce. Didòlar prende il fiasco di vino e ne versa fiotti nella minestra. Quando ride, batte il pugno sul legno del tavolo. I bicchieri traboccano spruzzi. Che strano odore su tutto. L’impiegato di papà sembra prendere le distanze da loro, i suoi genitori. Non è più contadino, lui. A sera, estrae la fisarmonica da una custodia di pelle nera e suona. Le ragazze escono dalla cucina. Il motivo da allegria. Ricordo quel suo sorriso, tra i baffi neri. Le ragazze lo guardano con ammirazione, ridendo tra loro. Volano parole gioiose. Lui le fissa negli occhi, una ad una.<br /> <br /> Tornammo l’anno dopo, per fare le condoglianze, per la sua morte. Una morte giovane. -“ Troppe donne, a Genova.”- diceva mamma. Il pranzo dopo il funerale. Solo uomini. Vino a fiumi nel sugo rosso degli agnolotti. Arrosti fumanti, strappati con mani unte. Il padre, Didolar, che invita il postino di passaggio, a sedersi. La borsa enorme di posta, sotto il tavolo. Un brindisi fragoroso alla morte. Le donne, nere di costume, sono una macchia in fondo alla cucina. Piangono in un suono lamentoso. Quello strano odore su tutto. A tavola un vociare, non mesto, quasi allegro. Forse è il vino.  In una notte senza luna, un cerchio di ombre, sedute a terra, attorno ad un cumulo di  pannocchie. Lo strappo delle foglie secche fa brillare il giallo del frutto, oramai denudato.<br /> <br /> -“ Spegni quella lampada tascabile, non è bene la luce. C’è stato un morto!”- Qualcuno mi sgrida. Poi Un bagliore di fulmini. Tutti fuggono. Il letto immenso. Il rumore delle foglie secche di granturco sotto i corpi. La finestra che si spalanca improvvisamente: la tempesta entra nella camera. – “Tullio, chiudi, chiudi!”- La voce di mamma. Il sonno, in seguito, avrebbe avvolto i miei ricordi, per sempre.<br /> <br /> .<br />

  • Come comincia: Ci si rannicchia fra vecchi odori ferini, familiari; ci si sofferma su occhi quadrati accesi nel buio e si sospira pensando allo stesso cielo visto da altri luoghi; si trema al pensiero del tempo che non vuol dire proprio niente, sempre più spesso.

    Una porta sempre aperta in un corridoio di solitudini serrate in eterno, briciole di pane e chincaglieria sul pavimento a ricordare volti meno belli di adesso, eppure più preziosi nella loro ampolla di anni rubati.

    Entra di tutto qui dentro. Il vento sferza la pelle, seduce gli errori e spaventa la bellezza. "Non spazzarmi via" gli dice lei. "C'è ancora luce da vedere. Luce nuova. Se non riesci a scorgerla non so di chi sarà, ma sarebbe un peccato spegnerla. Un crimine che non vale tutti i crimini del mondo."

    Brezza rossa, silente, incerta. Il passato muore senza gran rumore.

  • 01 febbraio 2011 alle ore 15:48
    Ritratto del barista da giovane

    Come comincia:  Saranno passati più di 15 anni. Ultimamente ho pensato spesso a quei giorni, a come sarebbe stata la mia vita se, proprio in quel tempo, non avessi sviluppato una sensibilità diversa, un punto di vista che per me era tutto da scoprire e che continua ad accompagnarmi tuttora. Sempre combattuto, anche allora, tra la mia (natura) creatività e la mia (coscienza razionale) praticità, scrivevo, leggevo e in estate, come si conviene all'educazione dell'artista da giovane, lavoravo ad un bar di spiaggia (molto caffè e cappuccino molto poco cocktail di Tom Cruise). Non fu il lavoro che mi formò, come disciplina che ti fa capire quanta fatica ci vuole a guadagnare del denaro -in quanto continuavo a vedere come per i proprietari non valesse il rapporto sforzo guadagno- ma la letteratura!
    Il piattino delle mance languiva -come si conviene ad un bar di spiaggia dove i clienti già pagano una cospicua somma per avere il privilegio dell'ombrellone, sdraio e lettino- e la paga era bassa. Fu così che, per stimolare un po' il cliente a lasciarmi qualche centinaio di lire, la buttai in simpatia e misi sul piattino delle mance, con scherno e disappunto dei proprietari, un fogliettino con scritto: "Grazie, mi ci compro lo yacht!"
    Fu subito amore, le persone si fermavano, ridevano, scambiavano qualche chiacchiera e poi lasciavano 100, 200, qualcuno persino 500 lire. Wow!
    Ma la cosa scemò subito. Un bar di uno stabilimento balneare è un po' come un acquario: non c'è molto ricambio. La scritta entrò nella routine e piano piano le mance cominciarono a calare…
    Fu Oscar Wilde a venirmi in soccorso. Stavo leggendo un libro di quelli 100 pagine 1000 lire, ve li ricordate? Sono stati l'ossatura della mia formazione. E mi imbattei nella frase: “le nuove generazioni non hanno alcun rispetto per i capelli tinti”. Geniale, pensai! Senza pensarci presi un foglietto, ci scrissi la frase e la attaccai sul piattino che languiva lì, ad un lato del bancone. Il proprietario mi vide e, un po' diffidente, si avvicinò. Lesse la frase e lo scetticismo sul suo viso divenne quasi livore: ma sei pazzo? Lo stabilimento aveva in prevalenza una clientela non più giovane e non erano certo in pochi ad avere i capelli tinti. Cominciò un buffo tira e molla tra me e lui sul piattino delle mance quando entrò il signor Scognamiglio.
    Per chi non lo sapesse, Scognamiglio era un pennellone sui 50, con i capelli sottili sottili e palesemente tinti. Di quella tinta scadente che col sudore, in estate, ti cola su tutto il viso e ti macchia la cute.
    Il cliente ci sorprese nel pieno di questo contenzioso mentre si avvicinava al bancone per ordinare il caffé…
    Incuriosito dal nostro strano balletto si avvicinò al piattino, lo fermò con le dita, lesse la frase… e scoppiò in una fragorosa risata!!! Bingo! Prese un caffè, che all'epoca costava 1.000 Lire e poi adagiò ben 5.000 Lire tra le mance. Era la prima volta in assoluto che la mancia superava la consumazione, e non dovevo neanche pagare la Siae ad Oscar Wilde :) erano tutte mie.
    Certo non furono tutti così generosi ma il piattino con gli aforismi fu una vera svolta. Cambiavo frase ogni giorno, a volte anche due volte al giorno tra il caffè della mattina e quello de l dopopranzo, e i proprietari cambiarono completamente atteggiamento, mi esortavano addirittura a cambiare frase il più spesso possibile e a non lasciare mai il piattino senza. Il perché era sotto gli occhi di tutti: le persone erano addirittura invogliate ad andare al bar per leggere le mie frasi, molti si dicevano: “chissà che frase c'è oggi al bar” e la stessa era sempre argomento di conversazione durante il tempo della consumazione.
    Avevo colorato le giornate dei clienti, dato una funzione sociale al bar, fino ad allora semplice e grigia appendice dello stabilimento ma soprattutto avevo dato un senso al mio piattino delle mance fino ad allora povero e quasi inutile orpello del bancone. Col tempo presi coraggio e cominciai a "postare" (si può usare questo termine anche se allora ancora non esisteva?) anche frasi prese dalle mie poesie dei i mie racconti. I clienti erano ancora più contenti e sentii che molti di loro lasciavano la mancia per incoraggiarmi, perché mi ritenevano in gamba. Quanto è meritocratico il pubblico: molto più di ogni altro giudice. Fu un'estate bellissima, a ferragosto per la prima volta nella storia dello stabilimento, i clienti lasciarono una mancia speciale per me, così come si era soliti fare con i bagnini, e gli aforismi sul piattino furono una costante di tutti  5 anni di permanenza al bar.
    Fu la prima volta che mangiai con la cultura e posso dire, con fierezza, che da allora non ho più smesso. Certo alle volte il pasto è stato frugale, altre ricco e sostanzioso, altre ancora sono andato a letto digiuno, ma sono ancora qui a fare il mio sporco lavoro e tutto cominciò grazie ad un piattino delle mance e a qualche aforisma :)