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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 luglio 2011 alle ore 18:30
    Delirio misto odierno

    Come comincia: I Dieci Comandamenti:

    Io sono il Signore Dio tuo:

    1. Non avrai altro Dio fuori di me e ti garantisco
    che è più che sufficiente.
    2. Non nominare il nome di Dio sul divano.
    3. Ricordati che non sai mixare alle feste.
    4. Onora il padre e la madre su facebook.
    5. Non uccidere a caso.
    6. Non commettere atti impuri, récati alla banca del seme.
    7. Non rubare le caramelle ai bambini.
    8. Non dire falsa gravidanza.
    9. Non desiderare la donna d' altri, ma se lei ti desidera si può fare.
    10. Non desiderare la roba d' altri, ci sono i negozi.

    ---------------
    Decalogo del creativo egocentrico

    1-Ogni tua azione, ogni giorno migliora il
    mondo perché tu hai solo da insegnare.
    2-Non cercare di apparire con vestiari
    stravaganti ed atteggiamenti sopra le righe;
    sei comunque già abbastanza insopportabile.
    3-L' amore è solo una perdita di tempo ed a
    te interessa solo essere amato, dunque fai in
    modo di essere amato.
    4-Usa droghe e alcol solo in caso si necessità
    assoluta e comunque mai sul tuo lavoro, specie
    se ti applichi ad un lavoro creativo.
    5-Non perdere tempo con lavori ignobili
    e faticosi da due soldi, quei pochi che ti servono
    li guadagnerai applicando la creatività
    alla necessità.
    6-Non frequentare altri egocentrici se non per
    necessità lavorativa applicata alla creazione.
    7-Non sei invidioso ma gli altri ti invidiano,
    se questo corrisponde a verità sei un egocentrico.
    8-Asseconda la tua pigrizia fino a livelli
    patologici e poi riparti come un panzer su un' idea
    in cui credi davvero.
    9-Se conosci egocentrici che non sanno di esserlo
    aiutali a comprendere che matrimonio e figli sono
    solo veleno e che gli renderanno la vita un inferno.
    10-Sii consapevole che se dovesse arrivare anche
    un poco di fama il tuo egocentrismo aumenterà
    progressivamente fino a livelli insopportabili che
    la tua creatività non sopporterà, régolati.

    -----------------------
    Pensiero per Martina

    Abbina un colore al tuo cuore,
    guardalo di nuovo al tramonto,
    ti sembrerà sbiadito.
    Abbina il sole al tuo cuore,
    guardalo al tramonto,
    ti sembrerà più grande.

    ---------------------------
    Ombre orizzontali

    Le ombre esauste,
    dopo una giornata di sole,
    si allungano e si stendono
    per scomparire nel buio.
    Come le persone esauste,
    alla sera si stendono nel buio,
    si ricaricano sognando
    giornate luminose
    perché vivono con la luce.

    ----------------------------
    Brevissima dell' odio universale

    Prendere la Terra tra due dita e sgocciolarla
    per l' universo.
    Lasciarla al sole ad asciugare bene.
    Polverizzarla molto fine e disperderla.

    ----------------------------
    Coglionerìa

    Un uomo muore d' infarto tra le braccia dell' amante.
    Appresa la notizia, la moglie lo lascia delusa.

    ----------------------
    Delirio capitale

    Come sarebbe suddividere la nostra esistenza in
    7 periodi corrispondenti ai 7 vizi capitali ?
    Mah, forse metterei l' invidia nella vecchiaia estrema.
    L' accidia ora, e nella molto tarda gioventù l' ira.
    I peccati di gola nell' infanzia; sicuramente.
    L' avarizia non so, non sono molto incline
    al possesso materiale.
    La superbia han un peso inversamente
    proporzionale alla lussuria.
    Non sarei capace di collocarli nel tempo.

    ----------------------
    Delirio del destino

    Il destino crebbe e si fece fatale.
    Polverizzò la mezzanotte
    e passò oltre.
    Escogitò qualche trucco per
    passare la notte e trovò
    un riparo ed un vecchio
    amico di scuola,
    era il fare.
    Il destino si chiese si chiese
    cosa ci facesse insieme a lui
    e trovò la risposta nella
    propria essenza.
    Il fare accese un fuoco
    per scaldarsi ed il destino
    lasciò fare.
    Grazie al fare, il destino
    sopravvisse al gelo.
    E grazie al destino che
    non interferì,
    il fare poté vantare
    di aver combattuto,
    riuscendo con
    fortune alterne,
    per un nuovo giorno.
    Il destino non fu d' accordo
    ma non sapendo
    accendere il fuoco
    cercò in sé stesso
    una risposta
    che non trovò.
    La notte successiva,
    il destino cocciuto
    morì congelato
    rifiutando l' aiuto
    del fare.
    Il fare, riconoscendo
    la salma, disse che
    era proprio destino.

  • 29 luglio 2011 alle ore 20:07
    Delirio pingue

    Come comincia: Baron Karza è un ricco lottatore di sumo gay
    giapponese di colore ed ha l' età di un
    cinquantenne; infatti ha 50 anni ed
    approssimandosi la fine della carriera,
    ha deciso di scrivere un libro su un presunto
    problema tra i lottatori di sumo gay; il titolo è:
    " Come diavolo si fa a fare sesso fra di noi ",
    1440 pagine più l' " introduzione " del sociologo
    Fog Cutter, edizioni Nipponpon.
    In Giappone ha venduto 30.000 copie mentre
    negli states ne ha vendute 70 milioni ed è alla
    69esima ristampa.
    Incredibile come gli americani siano tanto
    appassionati al sumo...
    Nell' " introduzione " il sociologo Cutter ha cercato
    a modo suo di far comprendere che il sesso gay
    tra avversari avvicina all' amore, insomma
    picchiare per lavoro l' uomo della tua vita
    non solo è eccitante ma favorisce una più
    ricercata intimità dal momento che l' aggressività
    negativa è già stata sfogata ed in più remunerata.
    Fog Cutter nei suoi preamboli è incredibilmente
    persuasivo...è il Morelli dei sociologi ed offre
    sempre punti di vista convincenti come un bravo
    avvocato li offrirebbe ai propri nemici in crisi.
    Ho letto un' intervista a Baron Karza ed a
    grandissime linee ho capito che tipo di uomo sia,
    molto grasso, gay, ambidestro, avaro e scontroso
    ma con gli occhiali da vista, un capellone
    fumacanne che non vede il suo pisello da
    parecchio, né se pisciasse in piedi né se provasse
    cautamente a sfondare la tazza vedrebbe il
    suo piccolo micronauta.
    Il suo rapporto con il cibo, a detta sua è buono;
    il motivo è che non lo sopporta, lo divora per
    eliminarlo...mah !
    L' intervistatore in quel mentre ha chiesto a Karza
    cosa facesse per i bambini affamati e denutriti di
    pelle nera.
    Lui si è messo a ridere, poi si è improvvisamente
    messo a piangere ed infine si è messo il cappello
    e se ne è andato; è quindi poi tornato con cinque
    focaccine e tre bomboloni e si è messo da parte
    masticando ed ingurgitando in religioso silenzio.
    Le sue passioni sono, oltre al culo ed il sumo,
    i manga giapponesi che trattano il difficile rapporto
    tra i lottatori ricchi gay ed eterosessuali poveri
    nonché anoressici che lottano per vivere;
    Il classico manga esistenziale giapponese che
    fa della diversità un piacevole punto d' incontro
    senza far menzione del colore della pelle.
    Baron Karza  ha recentemente aperto una società,
    la p.i.ng.u.e...che sta per Parrucche In Nylon
    Giapponesi Utilizzabili Eternamente.
    Non sarà mica uno di quei capelloni fumacanne
    trapiantati?...Odio chi si fa le canne se si trapianta
    i capelli ma porta gli occhiali ed è ciccione e gay...
    Recentemente Karza è venuto in Italia al gay pride
    di Roma in veste di Dj per pubblicizzare un nuovo
    articolo per sexy shop, il Manga Mengone,
    il fallo studiato per il ciccione, creato per riuscire
    ad inserirselo da soli evitando inevitabili e dolorosi
    crampi a braccia e schiena e dunque il relativo
    ed immancabile affaticamento respiratorio.
    Ha fatto incetta anche delle versioni italiane
    dei suoi manga preferiti eppure io, se non altro,
    leggendo e potendo capire i dialoghi,
    ho conosciuto un Baron Karza più sumoristico.

  • 29 luglio 2011 alle ore 15:22
    il professore di francese

    Come comincia: S’intuiva a naso che la giornata sarebbe passata altalenando tra uno sprazzo di sereno e una frusciata. Quel mese di marzo pareva si dovesse ricordare per le piogge torrenziali e per quelle tempeste di vento che arrivavano all’improvviso portandosi via tegole e camini. Era stata una notte da diluvio universale. Il giorno antecedente sulla Provinciale, era crollato mezzo versante di montagna, intimorendo non di poco gli abitanti sottostanti.

    Gaetano aveva appena aperto il locale che il forestiero, manco stesse aspettando il miracolo di un santo, entrava tutto rattrappito in una cerata con cappuccio che ancora gocciolava. Salutò con un, Buon giorno, secco e chiese, Un caffé macchiato. Dopo essersi riscaldato il gargarozzo, si mise a camminare avanti e indietro come un carcerato finito in gattabuia per una demenza del giudice di sorveglianza. Gaetano lo controllava a vista, Forse è arrivato in anticipo ad un appuntamento, da come si muoveva, Questo è un tipo strano. Non ci volle tanta scienza per capire che l’uomo era stato sveglio tutta la nottata, e teneva inequivocabilmente nella testa qualcosa che lo tormentava. La curiosità ebbe il sopravvento, non riuscì a trattenersi dal domandare, Scommetto che la macchina gli si è fermata!?
    No!, rispose quello fissandolo di brutto, come un rinoceronte pronto per caricare..
    Meglio se lascio perdere, questo ha la miccia accesa, è pronto per scoppiare. Il forestiero allora si rimise a traghettare. Poi si sedette al tavolino dov’era il giornale della mattina, e si concentrò sul titolo cubitale della prima pagina, che riportava senza andar per il sottile, raccontava l’ennesima scudisciata del bugiardone di Palazzo Chigi al tribunale di Milano.
    I clienti cominciarono ad arrivare; e il bar ad affollarsi come non mai, molti commentavano la schifosissima giornata. Ogni tanto uno scontrino e un lavaggio di tazzine. Dell’acqua per favore, Uno lungo, Due macchiati, Uno amaro, Uno ristretto, Uno senza caffeina, Un latte, Due da portare via, Un cornetto con marmellata, Due con cioccolata.

    Ci stanno notizie sul castello? chiese avvicinandosi al forestiero il professore di francese dopo aver fatto colazione a più riprese. L’uomo non rispose. Scrollò solo le spalle con indignazione senza nemmeno guardare in faccia l’interlocutore. Il professore di francese, taccagno di natura e appizzuttato in cultura, rintuzzò nuovamente, Mi dai l’inserto locale la pagina al centro del giornale?
    Mah vaffanculo! rispose questa volta il forestiero muovendo all'aria una mano come per scacciare un moscerino dispettoso.
    Ehh! Manco t’avessi chiesto un milione, riprese il professore per niente intimorito dalla reazione. 
    Il forestiero allora scattò come un felino accartocciando il giornale nel cestino.
    Prima di stramazzare svenuto tra il bancone e il frigo, il professore distinse chiaramente un pugno d’idrofobia saettare diritto sul suo naso aquilino. Il poverino, di senno non certo di quattrini, cercava conferma ad una notizia appurata il giorno prima, che come un fulmine a ciel sereno s’era sparpagliata in quattro e quattrotto per tutto il paese.
    Un piccolo furbetto arrivato chissà come da un paese di rimpetto, si era comprato con una manciata di milioni il castello di quel nobile signore ch’era don Michele Tatanella, morto da più di quindici stagioni. La notizia in se per se, sembrava non aver il minimo valore, ma la gente della piana che adesso costruiva a tutto spiano, proveniva tutta quanta da quel borgo medioevale, ognuno possidente, guardacaso di un buco, un pertuso vissuto e usurato dai suoi avi.
    Il borgo attorcigliato sul pendio ricordava la storia di quel popolo com’era cominciata, tutti servitori di un unico signore che sul cucuzzolo si era costruito quella magnifica dimora.
    La gente, caso strano era molto attenta all’argomento, ricordava e raccontava innumerevoli vicende che avevano per soggetto proprio quel castello. Ogni angolo, le mura, ogni tufo e anfratto raccontava una sua storia, a volte forse pure piatta. Erano storie d’amore, di guerra, di ricatti e non mancavano neppure momenti di riscatto. Qualche anno prima, un ardimentoso giovanotto, uno di quelli che sfruttano le notti ad aguzzar l’ingegno, s’era preoccupato di organizzare al borgo delle visite guidate. Era bello, alto, un corpo da maschietto e correva pure in bicicletta. Il professore di francese c’era stato ad una di queste visite guidate, ed era rimasto grandemente impressionato, non solo per la storia di quel borgo, ma della conoscenza ricercata dell’esuberante giovanotto. Pasquale si chiamava, il nome lo ricordava a perfezione, solo il cognome rimaneva sottotono.
    Ad ogni modo l’Amministrazione sembrava volere attivare una prelazione per annettere quel bene al patrimonio comunale. Di contro una minoranza trasversale (vattelappescare), riteneva più appropriato mettere quel bene nelle mani del privato. Allora germogliò come erbaccia in mezzo al prato, certa gente linguacciuta, maleducata, calunniatrice del malaffare. Vociferava che qualcuno si sarebbe comprato, complottando col privato, una macchina di grossa cilindrata e un appartamento, che era un vero affare.
    Dall’altra parte cosa si può fare se un popolo d’anonimi inizia a sparlare?
    Della Gilda ad esempio, mormorava che futtiva col prelato! Del consigliere Ciaramella, capace di mettere la mamma sulla strada! Asseriva addirittura che il sindaco sniffava, ma era solo timido, non troppo intelligente, per questo osava pigliarlo pei fondelli! Anche se, non si sapeva in giro, ma aveva provveduto, ben oltre ogni misura a pararsi il culo, spogliandosi di tutte le sostanze e ogni riferimento, dato le circostanze. Per non parlar di corna e di cornuti compiacenti. Un capitolo tra i più belli! Poi in ordine decrescente, s’aggiungevano le donne che la davano e le altre che annusavano. Ebbene? Di tutti si sparlava! Ma quelli che nella lista erano più in vista, sui quali si ricamava con tanto materiale, erano senza dubbio gli amministratori comunali.
    Pure un Dio si doveva riguardare se andava a spasso col portafoglio in tasca, dopotutto sul comune, cosa erano andati a fare? Tutti uguali.
    Dalla politica era meglio rimanere chilometri lontani, L.P., (Lassammo Perdere) marcava quando era in vena di battute quel leccaculo di Renato.
    Occorre rilevare che già nell’ottocento, un sottoprefetto venuto a controllare una vendita comunale relazionava:  la gente in questo posto è abituata all’anonimato e alle maldicenze, gli amministratori poi, gente indecente.
    Comunque per tornare al punto, il professore di francese si alzò da terra mezzo stralunato, con il sangue che colava giù dal naso e da un taglio verticale al lobo parietale. Il forestiero invece, come se niente fosse stato se ne uscì lemme lemme dal locale. Si spogliò della cerata e la lanciò con sdegno in una Punto parcheggiata. Salì, infilò la chiave e partì in tutta fretta, manco se in quel preciso istante stesse nuovamente a diluviare. Si fermò accostando al marciapiede dopo cinque isolati. Sfilò dalla tasca una foto invecchiata e osservò una donna in abito da sposa sorridente e prosperosa. Abbassò il sedile con due movimenti della mano, chiuse gli occhi e si addormentò sfinito a riposare.

  • 29 luglio 2011 alle ore 11:06
    Delirio dell' abbonato

    Come comincia: La parola abbonamento contiene in sé
    un suggerimento positivo... buono.
    Ci si abbona per spendere meno,
    ci si abbona per telefonare, ci si abbona
    alla Rai tv ( io non ho chiesto nulla ma
    sono un abbonato... che fortuna ! ).
    Ci si abbona alla sfiga senza spendere
    nulla ed è quindi molto vantaggioso.
    Se ci si abbona è dunque possibile
    anche accattivarsi ? Sembra di sì.
    Un abbonamento accattivante,
    qualcosa si spenderà qui, altrimenti
    sarebbe un abbonamento gratuito.
    Propongo l' abbonamento al divieto
    di sosta, dal terzo verbale sconto del
    20% e dal decimo 50%.
    Oppure pagando forfettariamente
    200 euro all' anno ci si abbonerebbe
    e si potrebbe usufruire di uno sconto
    dell' 80% su tutti i tipi di sanzione ed il
    dimezzamento dei punti patente
    da sottrarre.
    Ci arriveremo...
    Ai fumatori servirebbe un abbonamento
    con il proprio produttore preferito,
    presentando una tessera si potrebbe
    avere lo sconto sui prodotti dell' azienda
    e l' impossibilità di comprare tabacco
    dalla concorrenza.
    Le casalinghe depresse meriterebbero
    uno sconto analogo sui superalcolici.
    I tossici son già a posto e sembra che il
    sistema sia ben rodato e vada alla grande.
    Anche gli erotomani compulsivi
    meritano uno sconto sui preservativi,
    più scopi meno spendi...mi pare giusto.
    Comunque le prostitute lo offrono
    gratis, chissà perché nelle pratiche di
    autogestione, pur se illegali, le cose
    funzionano meglio.
    Per malati di gratta&vinci si potrebbe
    pensare ad un risarcimento pari al 50%
    della somma investita dal terzo biglietto
    consecutivo perdente...
    Mi sa che ci penseranno.
    Per gli operai c'è da tempo l' abbonamento
    gratuito a prenderlo in quel posto...
    fra l' altro pagando il sindacato.
    Per i disoccupati l' abbonamento c'è già
    e sembra funzionare oltre le più
    rosee aspettative.
    Per gli impiegati propongo facebook
    gratis, in cambio avranno 500
    amici in più e tutti amici del proprio
    titolare, senza possibilità di cancellarli.
    Ai senzatetto l' abbonamento alla
    panchina è già stato dato anche se non
    sembrerebbe, ci resteranno tutta la vita
    e gratis.
    Ma l' abbonamento gratuito alla morte
    lo abbiamo tutti in tasca.
    Chissà cosa ne verrà di buono...
    O che cosa risparmieremo.

  • 28 luglio 2011 alle ore 19:37
    Delirio tabagistico

    Come comincia: La tabaccaia Nicoletta Pronio e suo fratello Sam, oncologo, gestiscono
    la più grande fumeria della mia città.
    E' un posto buio, nebbioso e frequentato da nicotossici;
    il nome di questo smoking center è Loud Cloud.
    L'abbigliamento è rigorosamente fumo di Londra, alle pareti è pieno
    di adesivi affissi all' inaugurazione quando i muri erano bianchissimi.
    Ogni ultimo sabato del mese è prassi staccarne uno e brindare al
    risalto giallognolo.
    Le vignette nei quadri appesi han tutte come tema il tabagismo e gli
    autori sono ovviamente dei " fumoristi ".
    Per avere accesso al locale è indispensabile la tessera e per avere
    accesso alla tessera è necessario superare tre prove, il sillogismo è che
    per essere indispensabili al locale sia necessario fumare tre volte.
    La prima prova consiste nel fumare fino al filtro un pacchetto di venti
    sigarette fino al filtro contenenti almeno 15mg di catrame ciascuna
    nel tempo massimo di 90 minuti...queste forti sigarette sono illegali
    ma Sam Pronio ha contatti con il Tabakistan e fornisce il materiale.
    La seconda prova richiede la capacità dell' aspirante ( ? ) tesseroso
    di fare cerchietti di fumo con la bocca alternati ad ottagoni mentre la
    terza e ben più difficile prova consiste nel costruire una sigaretta lunga
    almeno 30 centimentri e fumarla completamente in un 2 primi e 30".
    Gli aspiratori del Loud Cloud son numerosi e regolarmente tesserati,
    gli aspiratori del Loud Cloud son numerosi e rigorosamente spenti.
    In omaggio a tutti i noviziosi viene regalato un opuscoletto del
    sociologo Fog Cutter intitolato " Come evitare di smettere di fumare ".
    Per contro, il lunedì Sam Pronio visita i tabagisti con l' ausilio della
    Nico tac, una macchina truccata con cui l' aspettativa di vita viene
    oltremodo allungata facendo prender fiato agli aspiranti.
    Il passatempo più in voga al Loud Cloud è quello di giocare a riempire
    le bolle di sapone con il fumo... quando si è in tanti a giocare è uno
    spettacolo quel continuo esplodere di bolle colorate che si infrangono
    agli occhi arrossandoli a causa del mix sapone al gasolio/ fumo.
    Il locale favorisce la socializzazione tra fumatori uomini e fumatrici,
    e comunque tutte le possibilità vengono rispettate, gay, lesbiche e
    trans, l' importante è fumare in compagnia.
    A questo scopo ci si mette la sigaretta in bocca senza accenderla,
    chi sarà interessato alla vostra fumosissima persona si farà certamente
    avanti; capita sovente di vedere schiere di accendini accesi nella
    speranza di dimostrarsi utili ed è divertente notare l' aspirante
    tabagista commosso e circondato da cotanta attenzione.
    Nei bagni c'è il dentifricio monodose marroncino ( Nicodent ) gratuito
    e all' aroma di tabacco, utile in caso si voglia avere
    un sorriso adatto alla situazione.
    Il Loud Cloud, anche se non sembrerebbe è molto attento alla pulizia
    dell' ambiente e pratica la raccolta differenziata tabagistica con ben sei
    contenitori.
    Quello per i filtri ( plastica marrone ), quello per il tabacco residuo
    ( per i clochard ), quello per il cartone dei pacchetti, il contenitore
    della stagnola e quello per la plastica che avvolge i pacchetti vergini.
    Infine il contenitore per la cenere che sarà utilizzata come fertilizzante
    per nuove e giovani forti piante di tabacco da spedire in Tabakistan.
    La pianta del tabacco è il simbolo delle aspirazioni dei fratelli Pronio;
    Lavoro, salute e tabacco.
    L' incipit a favore dei fratelli Pronio nell' opuscoletto è il seguente;
    Senza lavoro va via anche la salute, senza tabacco va via il lavoro e
    dunque la salute deve venire dopo.

  • 28 luglio 2011 alle ore 11:22
    Delirio per corrispondenza

    Come comincia: Ho ricevuto stamane un dépliant pubblicitario di una azienda che si
    occupa di vendita di libri e riviste scientifiche per corrispondenza.
    L' azienda si chiama s.l.i.n.g.u.a.z. e sta per Spedizioni Librarie Italiane
    Non Garantite Utili Agli Zappatori.
    Lo snobismo di questa ditta mi ha incuriosito non poco ed ho deciso
    di dedicarle qualche istante prima trasformare il dépliant in filtri.
    I nomi delle riviste sono molto altisonanti, tre son dedicate alla natura;
    " Bla Bla Blastomiceti " che tratta di funghi lievitanti americani, " Insetti ritera "
    che si occupa dei soliti invertebrati e la più intrigante, " Naturgida ",
    la rivista di naturismo sessuale redatta a Bangkok da giornalisti nudi.
    Secondo me i libri più belli sono quelli più belli da leggere e cerco di
    non farmi impressionare dai titoli intriganti ma " Daì così ! " mi intriga
    proprio, è della grande scrittrice Anna Mèscéso, brevemente tratta
    della situazione di una quindicenne che insegna al proprio docente
    di scienze che l' esperienza non sempre è sufficiente.
    Tra i libri scientifici trovo anche " Come evitare le meteoriti " del sociologo
    Fog Cutter; è uno studio astrochefisico che si ripromette di insegnare
    il modo sicuro per non incappare in una delle Spice Girls, non uscire
    mai di casa.
    Fog Cutter è anche l' autore dell' introvabile " Come evitare le fregature ".
    Chi lo ha letto ne è rimasto scioccato e non ha più comprato nulla, compresi
    altri libri di Cutter...Ha avuto la mano pesante e si è fregato da solo.
    Tra i saggi trovo " Qwerty " che tratta di disfunzione spazio-tempo.
    L' autore è Helter Skelter, il guru del ritardo mentale che lo scrittore
    si ostina a chiamare ritardo fondamentale.
    In questa nuova pubblicazione Skelter analizza il proprio ego con il lettore
    e lo trasporta in una camera da letto di uno dei due ripromettendosi
    di dimostrare chiaramente cosa voglia intendere con " ritardo fondamentale ".
    Skelter sta diventando un po' morboso...
    Tra gli economici a 5.01 euro l' occhio cade su un volumetto sportivo
    per sportivi alle prime sudate, " Sudore per ore ed ore " edito da "
    Parole e Dizioni ", no grazie, non mi interessa, meglio forse
    " Via il Fiatone, via lo sport ", l' autore è uno pneumologo
    che sconsiglia la fatica, il Prof. Fedele Poltrone.
    Ecco ! questo mi potrebbe interessare davvero, è rivolto ai ciclisti principianti
    ed il titolo è " L' abc del ciclista ", è una guida all' acquisto della propria
    prima bc da corsa ".
    Con l' introduzione di Fog Cutter che straparla della propria fobìa
    delle biciclette usate e consiglia caldamente la lettura.
    L' autore è il bolognese Romano Prodi che in questo settore è considerato
    un' autorità.
    Ok, ora posso ridurlo in filtri.

  • 27 luglio 2011 alle ore 20:28
    Delirio a spirale

    Come comincia: Il telegiornale ha aperto questa sera con la notizia delle nozze tra
    Lana Beauliseant e Alex Maybe, il suo attuale marito.
    Lana è una scrittrice vivace nel senso che solleva bilancieri
    con la mano destra mentre scrive le sue favole per bambini.
    Solo ed esclusivamente per codesto delirio voglio chiarire subito che
    Lana Beauliseant non fa uso di anabolizzanti.
    Lana utilizza un modo piuttosto originale per scrivere, infatti usa fogli
    tondi con riga unica a spirale e la favola finisce sempre al centro del foglio.
    Se Lana si limitasse a questo non ci sarebbe da rimproverarle nulla,
    il casino è che impone ai suoi lettori lo stesso sistema stampando libri
    tondi leggibili come mamma li ha scritti.
    Le sue favole sono molto originali, per esempio " Eutanasìa ed i suoi
    giovani spatolatori " che narra di una bimba molto malata e destinata
    a morte certa ma miracolosamente salvata dalla vicinanza dei suoi precoci
    amichetti che non le faranno mai mancare quel che più conta; l' affetto.
    Una volta cresciuta Eutanasìa avrà un figlio a causa di uno stupro
    e lo ucciderà a sprangate appena nato.
    Credo che la morale stia nell' amore inconsapevole.
    Il suo best seller rimane " Cappuccello grosso " in cui il protagonista
    licantropo anglo-inglese assoggetta alla propria bieca volontà un branco
    di 300 lupi londinesi che in un giro di spirale viene sguinzagliata per la città
    per trovare la propria nonna ed avvertirla che un uomo davvero dotato
    le sta dando la caccia ed ha in ostaggio la sua nipotina.
    L' uomo dotato avrà quel che vuole e la nipotina sarà liberata.
    Il protagonista bieco è forse Alex Maybe ?
    Alex Maybe in una fiaba precedente si riconobbe nei tratti peculiari
    del protagonista della fiaba di Lana, in carne ossa e frattaglie.
    Tanto volle conoscere la palestrata scrittrice che infine la conobbe.
    Addirittura in un' altra precedente fiaba per bambine che si chiama
    " Sposerò Alex, forse... ", Il signor Maybe si riconobbe anche nel cognome !
    Le somiglianze e le discordanze perfette fra Alex vero ed Alex fittizio
    hanno punti in comune nel romanzo " Ho sposato una mia creatura che fa
    quello che voglio che faccia, e lo fa davvero bene altrimenti sarei vedova
    ma non l' avrei certamente ucciso io ".
    Nel romanzo per esempio il marito è un direttore di banca mentre il vero
    Alex Maybe è un direttore d' orchestra, lo sport preferito dal protagonista del
    romanzo è l' equitazione e nella vita reale Alex Maybe è  quasi paralizzato
    a causa di una caduta da cavallo.
    L' Alex fittizio fa le corna alla fidanzata mentre quello vero le subisce.
    Nel romanzo Alex muore nel giorno del suo quarantesimo compleanno
    mentre il vero Alex rinasce nel giorno del suo quarantesimo compleanno
    conoscendo Lana Beauliseant in palestra tra una siringa e l' altra.
    Il vero Alex non fa sesso senza precauzioni mentre Lana usa la spirale.
    I più informati sulla coppia sostengono che abbiano anche comportamenti
    comuni, chiedere l' autografo agli sconosciuti, fumare in bicicletta, sorridere
    per forza, fare la cacca insieme, guardarsi negli occhi, baciarsi a vicenda,
    far sesso se piove, credere alle favole, dormire abbracciati.
    Gli stessi super informati asseriscono che in un piccolo momento di crisi
    fra loro, Alex abbia insegnato un po' di pianoforte a Lana e lei abbia
    ricambiato insegnandogli come leggere un pentagramma a spirale.
    Per amore ci si può anche complicare la vita, no ?

  • 27 luglio 2011 alle ore 11:57
    Delirio allo zoo

    Come comincia: Allo zoo ci sono molti animali diversi e molti di questi non lo sanno.
    Le attrazioni principali son comunque sempre le stesse; L' acaro gigante, 
    l' eleinfante, un cucciolo proboscideo ritenuto erroneamente estinto dal
    momento che qui c'è, lo zebuddista ( una specie di vitello orientale ) ;
    il roniglio ( una lepre sudamericana ) e una delle mie animalesse preferite;
    la giraffabile, parla sempre con tutti e non è mai cattivo umore.
    Sta nella gabbia con il lupoliglotta, saggia scelta dei gestori direi.
    L' orsóno invece è stato abbattuto, era giunta la sua ora.
    Ecco làggiù la zebbra, quando è ubriaca vede le strisce sovrapporsi
    e crede di essere grigia.
    E' in compagnia dell' asinoperoso, li han messi assieme perché non han
    voglia di far nulla insieme al canestetico ( il bell' addormentato nello zoo )
    e alla marijguana, un rettile troooppo tranquillo.
    Mi è preso un certo languorino Ambrogio, mi dirigo verso l' iMac Donald Duck
    sito all' interno dello zoo; il menù mi lascia in orizzontale come l' orsóno...
    Panini al volpone, fesa di tacchino morto, patate con idem, sfiga di Paperino 
    a rondelle fritte e ravensburger da 1500 morsi.
    Cosa scelgo ? Niente, da bere allo zoo servono elefanta con cannuccia
    ( ne va matta la marijguana ), bava canalcolica, pianto di iena, latte d' aquila...
    Bella scelta davvero, mi terrò la fame e la sete, non farò pp e tratterrò
    le lacrime per evitare la disidratazione anche in caso dovessi emozionarmi
    alla vista di due poiane in effusione.
    Altro padiglione, serpenti, volatili, serpenti volanti e parenti.
    Ed infatti intravedo tra i visitatori dello zoo i miei zii.
    Con loro c'è mia cugina che sarebbe loro figlia; ha due anni ed è
    appassionata dell' ecosistema rettile.
    La mia cuginetta è talmente informata da far rimanere i serpenti volanti
    atterriti.
    Saluto i miei zii, la piccola cuginetta ed i serpenti tarpati da tanto sapere
    e mi dirigo nel padiglione dei presunti estinti dove troverò il già citato
    eleinfante, il tirannosauro buono ( è meno aggressivo in quanto avendo
    le zampe superiori più sviluppate può masturbarsi ), il brontoblù, che è alto
    due mele poco più, il piccolo minibisco ( un dinosauro nano vegetariano 
    che si nutre di foglie di ibisco e che per riprodursi ha bisogno di alcool ).
    Infine c'è il velociraptor Culius, un incrocio tra un velocista giurassico
    ed uno precoxauro qualunque, gusti sessuali; cavoli suoi.
    Sta già facendo buio ma ci tornerò presto allo zoo, senza luce la mia
    animalessa preferita non esce dal suo rifugio, si tratta della scoiattila,
    la seminatrice di flagelli che si nutre di ghiandeprecabili, ghiandevastatanti,
    e ghiandeliranti.

  • 26 luglio 2011 alle ore 23:01
    Complimenti a Onorata!

    Come comincia: La vita di una civetta non è per niente facile.
    Ne sa qualcosa la dottoressa Onorata Cocotte, una delle boscologhe più illustri del mondo. È una civetta molto riservata e di solito non ama le interviste, ma accetta lo stesso di accoglierci
    nel suo buco di quercia arredato alla francese e ci offre anche un tè con i biscotti. Appesi ai muri, in cornici di foglie fatte da lei, premi vari conquistati in giro per il mondo.
    «Non è sempre stato così,» dice con un velo di malinconia. «Fino a pochi anni fa non ero che una civetta qualsiasi, e, come succede a tutte le civette, la mia compagnia era poco gradita. Sai, non abbiamo una buona fama nel bosco, perché dicono che portiamo sfortuna. Cade un ramo in testa a qualcuno? Colpa della civetta! Alla volpe scappa il pranzo? È stata la civetta! Pensa che ogni volta che uscivo di casa i miei vicini mi cantilenavano questo odiosissimo ritornello:

    Non fare il pastrocchio,
    civetta del malocchio!

    Puoi immaginare che non fossi un uccello molto sorridente. Anzi, lo confesso, ero anche un po’ depressa».
    Per fortuna, un bel giorno le capitò di vedere, nel giardino che confinava con il bosco, la statua di gesso di una donna bellissima ed elegante, armata di elmo e lancia e che portava uno scudo in cui campeggiava, in bella mostra, una civetta. Quest’immagine cambiò la sua vita.
    «Fu un vero e proprio colpo di fulmine. Andavo a guardarla tutte le mattine, mi faceva sentire decisamente meglio. Finché un giorno domandai al professor Callisto de Gufis, che nel bosco è
    considerato un’autorità, chi raffigurasse quella statua così bella. Così seppi che era nientedimeno che Minerva: gli antichi Greci e Romani la veneravano come dea della sapienza e dell’intelligenza. E che, soprattutto, la civetta era il suo simbolo. Caspita, mi dissi, ma allora io sono il simbolo della sapienza! Mi sentii rinata, piena di energie, con una voglia matta di fare onore al mio nome. E fu così che mi iscrissi all’università.»
    Un po’ di gatte da pelare, a dire il vero, le incontrò anche lì: di solito ad iscriversi all’università sono soprattutto gufi, comuni e non, allocchi e barbagianni. Tutti maschi, quindi, e notturni per giunta. Il che significa che le lezioni e gli esami si tengono di notte.
    «Il problema di questi signori è che loro di giorno non vedono niente e io sì,» ride Onorata. «Ho dovuto stravolgere completamente i miei orari. Per fortuna a me anche un’ora di sonno basta, ma ho perso il conto delle tazze di caffè che mi scolai in quel periodo. Senza contare che tutti i signori che ho nominato sono alti quasi il doppio di me; i miei compagni di corso mi prendevano in giro soprannominandomi “Signorina Ventidue”, i centimetri che misuro, compreso il cappellino».
    Comunque sembra averci preso gusto, dal momento che di lauree ne ha prese tre, con centodieci, lode e beccata accademica. Raccontando la notte della sua prima laurea, le si appannano gli occhialini per l’emozione.
    «Quella sera i miei vicini di casa mi organizzarono una festa a sorpresa. C’erano proprio tutti, lo sparviero, la ghiandaia, il picchio... Avevano addobbato la casa con palloncini colorati, la tavola era imbandita con tutti i miei piatti preferiti, e attaccato al soffitto, guarda cosa c’era, l’ho conservato...»
    E tira fuori dalla cassapanca un grande striscione bianco con su scritto, in lettere di tutti i colori:

    Complimenti a Onorata,
    la civetta laureata!

  • 26 luglio 2011 alle ore 22:56
    Il fiore di seta

    Come comincia: C’era. Era arrivato.
    Questa fu la certezza che Margherita trovò ancor prima di aprire gli occhi, ancora prima di accorgersi delle braccia di Luca che l’avvolgevano.
    Esisteva. Era vivo.
    La stanza era avviluppata dal buio, appena appena interrotto dal riflesso dello specchio. Il ticchettio della pendola si percepiva fin dallo studio, tanto era il silenzio. Che ore dovevano essere? Le due, forse. Le tre di mattina. Sulla pelle nuda, ancora ubriaca, il contatto delle lenzuola di lino, il respiro caldo di suo marito, la sua persona serrata a lei, la carezza della barba.
    Si liberò con cautela dall’abbraccio, facendo attenzione a non svegliarlo. Nel farlo si sentì un po’ in colpa. Gli baciò dolcemente le labbra. Amore mio, torno subito, pensò.
    Nello scendere dal letto per cercare la camicia da notte, il suo piede incontrò qualcosa, un piccolo punto soffice. Si chinò a raccoglierlo, con sognante meraviglia. Era il fiore, il fiore di seta.
    Doveva esser caduto la sera prima.
    Prese il candelabro di peltro dal cassettone, andò verso il braciere.  Il fuoco era già diventato brace, ma sotto la cenere un po’ ce n’era ancora, abbastanza per accendere le tre candele. In punta di piedi uscì dalla stanza, verso lo studio: aveva la necessità assoluta di stare un momento da sola, sola con quella certezza. Ma soprattutto di vedere il quadro, la “Venere Dormiente”, ciò che aveva scatenato tutto.
    E pensare che si era messa a ridere una settimana prima, quando Luca le aveva chiesto, con la solita delicatezza, quasi per paura di offenderla, il favore di posare per quel dipinto; e non gliel’aveva mai chiesto prima. L’idea l’aveva divertita molto: posare nuda, come una delle modelle di strada di cui sentiva sempre parlare, che vendevano i loro corpi e i loro volti perché gli artisti ne tirassero fuori la bellezza. Sapeva di essere bella, ma glielo aveva chiesto lo stesso: perché proprio io? La risposta era stata così bella nella sua ovvietà che Luca gliel’aveva dovuta dire in Napoletano: “Pe’ mme ‘a femmena cchiù bbella sì tu”.
    “Femmena”. A Firenze avrebbero detto “donna”, ma ora sapeva che era quella la parola più adatta per ciò che Luca aveva voluto dirle; anche in quel momento aveva capito che c’era qualcosa di nuovo. Dai suoi occhi. Non ricordava l’avesse mai guardata così da quando erano sposati. Non era nemmeno lo sguardo che l’aveva affascinata il giorno in cui lo aveva incontrato per la prima volta a quel ballo a Firenze, lei fanciulla di dodici anni appena uscita dal convento, lui don Luca Giordano, il pittore napoletano che aveva esattamente il doppio della sua età, alto, affusolato, delicato, la barbetta alla spagnola, e quel viso da bel tenebroso i cui occhi castani le facevano immaginare chissà quali segreti. Eppure tutti quei castelli in aria si erano sciolti come neve al sole non appena aveva visto oltre la facciata malinconica e inquietante; anzi, era stato lui il primo a romperla quando, durante una quadriglia, contro tutte le regole del galateo, le aveva sussurrato all’orecchio con aria da istrione il suo soprannome, “Luca-fa’-ampresso”. Era scoppiata in una risata irrefrenabile, tanto che sua madre aveva dovuto portarla via prima di un’inevitabile figuraccia.
    Chissà cosa avrebbe detto sua madre se avesse saputo della sua certezza. Probabilmente le avrebbe detto: figlia mia non mettere il carro davanti ai buoi, aspetta di esserne sicura prima di dirglielo, tu non sei un medico. Ma, medico o non medico, ella lo sentiva, non capiva nemmeno lei perché, ma sapeva che era vero: aspettava un bimbo. Un bimbo suo e di Luca. Il loro primo figlio.
    Entrò nello studio, accese l’altro candelabro sul mobile. La domestica non aveva mosso ancora niente: sul pavimento ancora la coppa rovesciata apposta, la macchia rossa di vino, i drappi di seta e i cuscini su cui aveva posato. L’aria era ancora impregnata del calore del camino che Luca aveva fatto accendere fin dal pomeriggio perché lei non sentisse freddo, languido calore più adatto a un’alcova che allo studio di un artista, e che l’aveva riempita di trepidazione perfino più della prima notte di nozze, nel momento in cui era entrata con indosso solo la vestaglia di pelliccia e l’aveva visto già seduto al cavalletto con le maniche della camicia rimboccate. E ora quel cavalletto era lì, davanti a lei, il quadro praticamente finito. Egli le aveva detto che Venere se l’era riservata per ultima: tutto il resto l’aveva già dipinto prima. E infatti sparsi sul tavolino c’erano ancora i fogli di carta con i disegni a carboncino, il satiro che si affacciava, Cupido bendato pronto a scoccare la freccia, il paesaggio di sfondo con il Sileno ebbro. Dovette serrare le labbra quasi per impedire al cuore di uscirle fuori dalla bocca nel momento in cui si avvicinò per vedere
    il dipinto.
    Ed eccola, lei, Angela Margherita Dardi Giordano, nuda, mollemente adagiata su drappi e cuscini nell’abbacinante bianchezza delle carni morbide, il volto languidamente assopito che affiorava dal nodo sciolto dei riccioli biondi, in tutta la prorompente bellezza dei suoi sedici anni.
    Margherita si sfilò di nuovo la camicia da notte, la lasciò cadere a terra, rimase lì, immobile, nuda davanti al quadro come ad uno specchio. No, quello era più di uno specchio; quella tela erano gli
    occhi di Luca, il suo cuore, tutto lui stesso. A lei era concesso qualcosa di unico: vedere i propri lineamenti direttamente nell’anima del suo sposo, trasfigurati da una tela e da un po’ di colore, vedere con gli occhi del corpo quanto lui l’amasse.
    Portò il fiore di seta al centro del ventre, mentre sentiva tornare il languore che l’aveva presa quando si era tolta la vestaglia e Luca l’aveva fatta adagiare sui cuscini, venendo a sistemarle i drappi con le sue mani, e il bianco fiore proprio lì, con una carezza che l’aveva stordita. “Ho chiuso la porta dello studio a chiave e ho tirato le tende, nessuno ti vedrà”, l’aveva tranquillizzata con il solito tatto, con quel sorriso che le aveva sempre dato sicurezza.
    Solo che lei in quel momento si era accorta di non volere più quel tatto.
    Egli l’aveva sempre trattata con rispetto, in ogni cosa: certo, quando si erano sposati lei era ancora una bambina, lui già uomo fatto, pittore per di più, abituato ad avere a che fare con donne di tutti i tipi e che sapeva come trattarle. Glielo avevano detto in tante: beata voi che avete un marito così! E lei stava bene con Luca, così buono, tenero, artista dalla sensibilità finissima, che non perdeva occasione per farla ridere e che sapeva capirla come nessun altro; lui, che l’aveva persino incoraggiata quando aveva voluto studiare musica e che quando si era ammalata aveva
    vegliato accanto a lei giorno e notte; lui, che in quattro anni di matrimonio non si era mai approfittato di lei, che non le aveva mai imposto di togliersi la camicia da notte né se l’era mai tolta lui per non turbarla, che, unico in tutta la famiglia, non aveva mai parlato di figli, anzi, l’aveva sentito perfino litigare di brutto con don Antonio suo padre perché voleva attendere il momento in cui lei fosse stata pronta.
    Ma quella sera tutto questo non le era bastato più, aveva sentito per Luca qualcosa di totalmente sconosciuto fino allora: la passione, allo stato puro, viva e bruciante come le colate di metallo fuso. Tutto il suo corpo era ribollito mentre gli occhi di lui l’avevano scrutata palmo a palmo per controllare l’effetto, mentre le sue mani le avevano aggiustato la posa, i capelli, le avevano avvolto il braccio nel velluto e drappeggiato il velo tra le gambe. Già allora avrebbe voluto avvinghiarglisi al collo e stringerlo forte, saziarsi e farsi divorare dai suoi baci; l’aveva trattenuta solo il pensiero che ora doveva aiutarlo, Luca doveva finire quel quadro destinato a un signorone di Napoli. La sola idea le fece girare la testa: tutti i pezzi grossi del Viceregno l’avrebbero visto e lo avrebbero invidiato, tutti gli avrebbero detto, beato voi che avete una moglie così bella! E che non ha occhi che per voi, aggiunse Margherita. Sì, quel corpo che gli altri avrebbero potuto solo guardare apparteneva a Luca, non solo la forma ma tutto intero, cuore e anima fin in ogni singolo pensiero, ogni singolo ricordo, ogni singola preghiera.
    E mai come quella sera aveva sentito di appartenergli interamente.
    Ora lo sapeva, quello sconquasso che le si era scatenato dentro non era stato solo passione: era stato qualcosa di più profondo, dove la sensualità più rovente si era unita alla tenera devozione che per lui aveva sempre avuto, divenendo amore totale, e l’aveva saldata a lui più strettamente della catena con cui il sacerdote aveva unito le loro mani il giorno del matrimonio. Avergli dato la sua nudità da dipingere era stato il dono di sé più sublime che avrebbe potuto immaginare, il dono supremo; ora sentiva di non poter essere più nulla senza di lui.
    Ma Luca lo sapeva! Questo pensiero acquistava sempre più forza man mano che Margherita si riempiva gli occhi del quadro. Egli aveva conosciuto tutto, fin dall’inizio! Come avrebbe potuto altrimenti usare un tocco di pennello così lieve, tanto che quella tela sembrava coperta non di colore ma di fiato? Ed ella quel fiato se l’era sentito tutto addosso, per tutto il tempo in cui aveva
    posato, insieme con lo sguardo del suo sposo; sguardo d’artista e di uomo insieme, cui non era bastato il suo nudo corpo per una Venere, ma che le aveva spogliato l’anima fino all’ultimo velo e aveva portato alla luce un’altra Margherita. Non una fanciulla che dormiva ma una donna che si offriva. Luca aveva penetrato fino in fondo l’ansia nascosta dietro il languore, nella testa riversa all’indietro come avesse voluto porgere il collo alla sua bocca, nel ventre contratto a protendere il seno florido, palpitante verso di lui, nelle labbra socchiuse ch’ella aveva sentito di momento in momento farsi più calde, gonfie, implorare di essere baciate.
    E quel Cupido bendato in alto, poi, la cui freccia doveva ancora essere puntata.
    Solo lei avrebbe potuto capire perché.
    Tutti avrebbero creduto che ad esser colpito dal dardo fosse il satiro fulminato dalla bellezza della dea; no, era lei, Margherita, la destinataria della freccia d’amore. Non per lo sconosciuto seminascosto dietro una tenda, ma per Luca, che non si vedeva, eppure la tela era piena della sua presenza, si respirava nelle nuvole vaporose, nella luce intensa; forse era l’ombra del tendaggio di velluto, l’ombra che le copriva il volto e le carezzava il seno.
    Tutto per quella frase. Allora Luca sapeva già che l’avrebbe detta!
    Le aveva permesso fin dall’inizio di tenere gli occhi anche socchiusi, non per forza chiusi. In realtà, e Margherita non lo aveva capito subito, Luca aveva voluto che lo guardasse, che vedesse come la stava facendo sbocciare, come la stava trasformando in donna. Di tanto in tanto, Margherita aveva dovuto chiuderli, sfinita dalla sete di lui; e alla fine gliel’aveva dovuto dire, quando non ce l’aveva fatta proprio più.
    Solo due parole: ti amo.
    E suo marito aveva risposto, cantando a mezza voce una di quelle villanelle alla napoletana che le piacevano tanto, quella che diceva “Non m‘importa d’essere nato ‘mmiezzo a nu bosco o aggrazziato, aimmé, ch’io moro mirando a te,” facendole sentire ogni parola come in tutto e per tutto rivolta a lei. Del suo amore era sempre stata sicura e ora lo era ancora di più, non era per questo che aveva voluto sentirselo dire; aveva voluto solo sentirsi carezzare almeno dalla sua voce, aspettando il momento in cui, più tardi, le sue carezze le avrebbe sentite per davvero.
    Ormai era inevitabile, lo sapeva anche lui, e sapeva anche che sarebbe stata lei stavolta a prendere in mano tutto. A partire dalla dolcezza stillante di desiderio con cui lo aveva strappato al suo pennello al minimo segno di cedimento, incalzata non solo dalla preoccupazione, pur sincera, per i suoi occhi stanchi. Non aveva lasciato a Luca che il tempo di ripulirsi le mani dal colore e lo aveva attirato subito in camera senza nemmeno rimettersi la vestaglia, con il rischio che la domestica la vedesse in quello stato; e gli aveva fatto scontare quella tortura fino in fondo.
    Luca non aveva aspettato altro. Le si era riversato nella pelle come un fiume in piena. Le aveva detto tutto, tutto, con tutta la sua straziante dolcezza di artista. Le aveva gridato quanto fosse bella,
    in ogni parte che lei offriva avidamente alle sue labbra. Le aveva aperto tutto il suo cuore, le aveva detto tutto il suo strazio a rimanere al cavalletto, a mostrarsi calmo perché la rosa si aprisse, il sudore e il sangue con cui l’aveva dipinta sulla tela e con cui aveva aspettato che fosse lei a cercare il suo abbraccio, da donna fatta. L’aveva implorata di permettergli di svuotarsi anche della vita che gli era rimasta, le apparteneva già; le aveva ripetuto fino a perdere la voce quanto l’amasse, più di quanto lei potesse immaginare. Le si era dato come mai prima, quasi non avesse voluto esister più se non in lei, come avesse voluto trasfondere in lei finanche lo spirito dopo avervi già trasfuso tutta la sua arte.
    Egli però non aveva perduto la sua delicatezza, quando, stringendola ancora tra le braccia, dopo un ultimo bacio, le aveva chiesto se stesse bene, se non fosse stato troppo violento, se per lei
    fosse stato bello. Margherita aveva esitato a lungo prima di rispondere: quella era stata la sua prima notte di passione vera, ed era stato come morire, morire di lui. Alla fine gli aveva detto la verità: ora che gli aveva dato tutto lo amava più di qualunque cosa, ora, se l’avesse chiesto, gli avrebbe dato anche la vita.
    Ma quel fiore di seta bianca continuava a interrogarla. Nel quadro non c’era; eppure aveva ancora vivo sulla pelle il gesto quasi magico con cui suo marito gliel’aveva posto al centro del ventre, proprio lì dove ora sentiva quella nuova vita crescere un po’ di più ad ogni istante.
    Come avesse saputo che sarebbe arrivato.
    Sì, non poteva non saperlo! Era stato lui a guidarla, fin da quando l’aveva conosciuto, attendendo sempre ch’ella fosse pronta prima di iniziare un altro passo. E la “Venere Dormiente” era stato l’ultimo passo, quello che aveva reso completo il loro amore. Luca l’aveva detto: solo l’amore, e l’amore completo, può dare la vita.
    Ricordava ancora quel giorno, quando era entrata nello studio mentre suo marito lavorava ad un’Immacolata per una chiesa di Napoli; era rimasta persa per qualche istante davanti alla bellezza della Vergine uscita dalle mani di lui; le mani lievemente poggiate sul ventre, e soprattutto gli occhi, levati in alto eppure non bianchi come quelle delle sante in estasi, ma pieni di uno sguardo così umano, così carnale che si sarebbe potuto quasi toccare. Egli se n’era accorto, e le aveva svelato il segreto. “Ecco, questo è il momento in cui Dio comincia ad esistere come uomo, e come tutti gli uomini è concepito dall’amore. Maria ha amato l’amore, tanto da riuscire a strapparlo al Cielo e a farlo diventare carne e ossa. Perché credi che tante donne nobili si sposino bambine e non abbiano figli? Perché vivono con i loro mariti come con degli estranei. Un figlio è sempre amore incarnato, e non può esistere se non dall’amore pieno, perfetto.”
    Aveva avuto ragione, come sempre, pensò Margherita, grata, carezzando piano il bimbo nel ventre. Era quella la vera opera d’arte che Luca aveva voluto creare per lei; l’aveva amata tanto da
    rubare a Dio una scintilla di vita per dipingerla dentro di lei.
    L’aveva detto con un fiore di seta; anche per questo lo amava ancora di più.
    Nel suo cuore tornò a crescere il desiderio di lui, un desiderio diverso. Svegliarlo, stringerglisi al petto, cercare la protezione delle sue braccia ora che si sentiva così fragile, piccola di fronte al
    mistero della vita che nasce.
    Tant’era assorta che non sentì i passi di Luca dietro di lei; quando le sue labbra le toccarono la spalla frenò a stento un grido.
    “La prossima volta ti dipingerò di schiena,” le mormorò all’orecchio con aria complice mentre avvolgeva anche lei nella vestaglia di cui era rivestito. “Che ne pensi?”
    Margherita si voltò a guardarlo, suo marito, l’artista che l’aveva mutata in donna, il padre del suo bambino, e nessuno le parve più bello di lui nella sua limpida fragilità. Gli circondò il collo con le
    braccia.
    “Potresti anche cambiare soggetto. Lucrezia, magari.”
    Le dita di lui le carezzarono il volto. “Perché Lucrezia?”
    “Devono sapere tutti che se vorranno avermi dovranno solo prendermi con la forza,” ella disse, e gli si rannicchiò contro il petto ancora caldo. “E non avrei bisogno nemmeno di uccidermi, morirei all’istante”.
    Luca rise, indulgente, affondando il volto nei riccioli biondi. “È la tua giovinezza che ti fa parlare così, vita mia. Alla tua età mi veniva da dipingere alla maniera di Caravaggio, o luce o buio. Ma sta’ attenta: la vita non è sempre così chiara. E Tarquinio non ha sempre il volto del lupo. Anzi, quello che vuole non è quasi mai fare violenza: è ingannare, mostrarsi come un amico per poi rivelare il suo vero volto solo quando è troppo tardi.”
    “Per me può anche somigliare all’angelo custode!” proruppe lei piantandogli in volto uno sguardo che era l’audacia stessa. “Io amo solo te, e amerò solo te per tutta la vita! Non mi credi?”
    “Sì, ti credo,” egli rispose, il suo occhio d’artista subitaneamente rapito dall’espressione di lei. “Sì, ti dipingerò come Lucrezia, con lo stesso sguardo che hai ora. Tu incarni la bellezza sempre, di fronte e di spalle, nell’amore e nella rabbia. E voglio che la tua bellezza rimanga fin quando il mondo esisterà; voglio che chi ti guarderà nelle mie tele tra cento o duecent’anni la veda splendere viva, come in questo momento, e veda il mio amore ad essa incatenato. Vedrà che sulla terra non esistono solo i matrimoni combinati e le vite passate nell’infelicità, ma è esistito anche un uomo che ha amato sua moglie con tutto se stesso, che ha amato il suo corpo di dea e la sua anima di santa. Tanto da strapparli con le sue mani al tempo e alla morte,” s’interruppe per un momento. La baciò. “Anche se continuerò ad amarti anche allora, anche in Paradiso, quando in terra le nostre membra non saranno che una polvere sola.”
    Tant’era l’abbandono di quell’istante che Margherita credette di morire. Gli premette la guancia contro il cuore, che sentiva battere forte almeno quanto il suo, sotto la bianca pelle delicata che si
    andava rapidamente raffreddando.
    “Su, torniamo a letto,” gli mormorò, premurosa, ben conoscendo la propensione di suo marito a prender raffreddori. “Non ti fa bene restare al freddo.”
    “Ancora un momento, anima mia, ti prego,” egli rispose scoprendole il candore della nuca, sfiorandola lievemente con le labbra. Ella gli si strinse indosso ancor più, gli restituì il calore che
    l’abbraccio di lui le infondeva nel sangue.
    All’improvviso glielo chiese: “Perché non hai dipinto anche il fiore?”
    Luca sorrise, un sorriso mai visto prima. Prese il fiore di seta dalla mano di Margherita, s’inginocchiò, le baciò il ventre. Bacio di amante e di padre. Lì pose di nuovo il fiore.
    “Perché è un segreto tra me e te. E lui.”

  • 26 luglio 2011 alle ore 19:55
    Delirio del pensiero

    Come comincia: Il pene è l' organo riproduttivo maschile, le varianti han tutte nomi simili.
    Il pene maleodorante è detto pendaglio mentre quello che non dà segni
    di vita è detto pendente; quello che dà poca soddisfazione è il penoso;
    Le donne pensano e dicono in giro che non valga un penny.
    Il pene secerne 2 tipi di liquidi in quantità diverse, se il liquido è biancastro
    e l' erogazione modesta viene detto pensiero, se invece è giallognolo,
    fluido ed in grandi quantità è detto pp.
    Il motivo per cui il pene secerna piccole quantità di pensiero risiede
    secondo molti studiosi nella stupidità maschile.
    Il pene della maggioranza degli italiani è detto peninsulare mentre quello
    degli anziani è pregiudizionalmente chiamato pensionato.
    La carenza di pene da parte del gentil sesso è detta penuria mentre
    lo stesso gentilsesso che trova soddisfazione in un pene adatto lo cataloga
    come pendìo; tra l' altro il rapporto uomo/donna è in discesa se la donna
    può usufruire di un pendìo; sinonimo pennone.
    Se una donna è costretta ad un contatto con il pene significa che un uomo
    sta incorrendo in un reato chiamato codice penale ed a sua volta, forse per
    contrappasso e contro la sua volontà come per la donna prima, riceverà
    pene; se l' uomo in questione non è gay penerà in un luogo di soli uomini,
    il penitenziario.
    Se invece la donna accetta il contatto con il pene è una donna penetrabile.
    Quando un pene può guarire i dolori di un donna è detto penicillina.
    Se una donna ricatta il proprio uomo con lo sciopero del sesso, il maschietto
    riceve una penitenza.
    Il pene viene anche chiamato uccello in quanto questo è un pennuto.
    Quando una donna prima di dormire ha voglia di pene ed il marito si
    addormenta, tecnicamente siamo di fronte ad una pennichella.
    Molte donne che smanettano sul personal computer toccano pendrive,
    le tolgono e le mettono varie volte al giorno, senza vergogna
    ed in faccia ai colleghi, in queste pendrive solitamente mettono quel che
    a loro piace...sempre più piccole...mah!
    Molto spesso alle donne piace il pene al buio od almeno in penombra.
    Donne e uomini sposati possono provare pentimento dopo un rapporto
    con l' amante.
    Se si osservano 50 giorni di astinenza da Pasqua e poi si fa sesso
    sarà sicuramente un pentecoste liberatorio.
    Le orge a 5 fra uomini sono dette pentagonali e la donna veramente
    soddisfatta descrive alle amiche il rapporto come un' esplosione di pentrite.
    Una donna che voglia sapere la verità sulle tresche del marito gli
    somministrerà pentothal, una volta avuta la conferma dei propri dubbi
    gliene somministrerà in quantità molto più massicce.
    Un uomo è definito come mezzasega quando il suo pensiero è bloccato...
    il cervello infatti dirige l' attenzione del pene e se il cervello non ha voglia,
    il pene lo segue istintivamente.
    Il motivo per cui gli uomini secernino pensiero ogni giorno anche in assenza
    di una donna è sconosciuto, o segretato, ma comunque secreto.

  • 26 luglio 2011 alle ore 19:14
    Pellerossa

    Come comincia: Questa storia comincia con un’idea brillante e finisce con un’indimenticabile figura di merda: in mezzo un’estate di lunghe notti, di musica e di amicizia.
    La scuola era appena finita e si tirava tardi, in giro per la città, a fantasticare sulle vacanze all’orizzonte. Progettavamo un memorabile viaggio on the road verso il sud dell’Europa, scottanti avventure lisergiche sotto il sole della Spagna, feste in spiaggia, donne e fiumi di alcool. Eravamo pronti, eravamo nati pronti: il mondo era la nostra casa e avventura il nostro secondo nome. Ci serviva solo una cosa: la grana. Trovati i soldi avremmo avuto la nostra vacanza. E la gloria.
    Passammo in rassegna tutte le possibili soluzioni: furto, rapina, truffa, traffico internazionale di stupefacenti, ma abbandonammo presto eventuali piani criminosi, troppo faticosi e impegnativi e per i quali bisogna essere naturalmente portati. Senza perdere la speranza di ereditare una fortuna da qualche zio sconosciuto, tipo un magnate del porno o un cazzo di pirata dei Caraibi, ci rassegnammo, quindi, lentamente alla tristissima idea di trovare un lavoro.
    L’idea giusta ci venne in un tiepido pomeriggio di fine Giugno.
    Fumavamo, io e Diego, seduti sulle solite panchine del solito giardinetto, discutendo di quali concerti andare a vedere al festival musicale che si trasferiva, quell’estate, al parco principale della nostra città.
    “Come si chiama?”. “Pellerossa Festival”. “Figo!”. “Già”. “Pensa che storia a lavorare al Festival: ti guardi i concerti, conosci i gruppi e ti fai anche i soldi”. “Figo!”. “Già”. “E chi lo organizza?”. “Hiroshima Mon Amour”. “Dai…mia madre conosce una che conosce uno che lavora lì”. Silenzio. Sguardi di insolita furbizia. “Secondo te…”. “Forse…”. “Potremmo…”. Silenzio. “Figo!”. “Già”.
    Insomma, per uno di quegli strani casi della vita ottenemmo un appuntamento con l’amico dell’amica di mia madre per la mattina seguente. Stavano proprio cercando un paio di tuttofare, ragazzi giovani, del posto, massima disponibilità.
    Il colloquio non durò molto:
    “Questa è la proposta, cosa ne pensate?”.
    “Signori... voi dateci il rock (e un po’ di soldi per le vacanze) e in cambio avrete il nostro tempo e la nostra dedizione. Non state assumendo dei dipendenti, state arruolando dei fottutissimi soldati del rock”.
    “Ci vediamo domani”.
    Tornammo a casa con un pass all areas appeso al collo e la sensazione di fare parte di qualcosa di importante.
    La mattina seguente, all’alba delle 8:30 cominciammo. Gli operai montavano la struttura del palco e i tendoni per i bar. Nel backstage si preparavano i camerini. Camion e furgoni scaricavano ogni tipo di cosa: fusti di birra, sedie, mixer, cessi chimici, transenne, casse, frigoriferi, nani, ballerine. Era pieno di gente, un vortice caotico di persone che andava in ogni direzione, tutti presi da qualcosa, a testa bassa, con la cicca in bocca, i bermuda con le tasche, magliette di gruppi rock consumate, occhiali da sole e braccia tatuate.
    E io e Diego? Dopo mezza giornata ci eravamo già perfettamente ambientati, eravamo del mestiere, avevamo gli occhi della tigre, di chi non deve chiedere mai.
    Certo, eravamo i più giovani e gli ultimi arrivati, dei pivelli insomma, ma di grandi prospetttive e dal futuro radioso, del tipo: “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo”.
    Facevamo di tutto, versatili e inventivi come il miglior Mac Gyver. Su è giù dal palco, nell’afa di luglio, abbiamo tirato cavi, caricato camion, montato linee elettriche, pulito e sudato.
    Quando faceva buio e le luci del palco si accendevano, quando i parcheggi si riempivano e nell’aria si respirava profumo di salsiccia e di tabacco, quando la magia del concerto scendeva sul pubblico, allora cambiavamo pelle: facevamo sicurezza, sbigliettavamo all’ingresso, stavamo nel backstage, sotto il palco.
    Facevamo ogni tipo di lavoro, senza problemi. Siamo gente di periferia noi, impariamo in fretta e ce la caviamo sempre. Ci avessero chiesto di pilotare un aereo o di sabotare la concorrenza avremmo certamente inventato qualcosa.
    Tra risse colossali, incontri con gli artisti, sbronze e notti insonni, l’estate del festival e la nostra epopea rock procedevano alla grande. Almeno fino al fatidico giorno del temporale, quel maledetto giorno della nostra caduta.
    Era stata una mattinata calda e umida fino a quando, poco prima di mezzogiorno, nuvole nere come la notte, basse e gonfie, scaricarono frustate di pioggia e vento sul parco. Venti minuti dopo, quando l’apocalisse aveva lasciato il posto a una pioggia leggera e a qualche scorcio di sereno, uno dei capi del festival, che passava davanti al camerino in cui ci eravamo rifugiati, ci aveva invitato a mangiare insieme agli altri. Seduti a mangiare e bere birra con loro, sotto la tenda di un gazebo malconcio, ci sentivamo orgogliosi, eravamo parte del gruppo, eravamo arrivati in alto.
    Poi avvenne il disastro, di cui ricordo tutto come un piano sequenza. Io e Diego seduti a fumare su sedie di plastica, appena fuori il gazebo, per far asciugare al nuovo sole le magliette bagnate. La ragazza con i dread che si accorge dell’acqua del temporale ferma sulla tenda di copertura, a formare come un grosso affossamento. Il tizio grasso e biondo, mezzo ubriaco, che barcolla, con una scopa in mano, fino a sotto la pozza sul tendone e la spinge verso l’alto, con una forza e una rapidità imprevedibili. L’acqua che inizia la sua corsa, come un fiume in piena, verso il bordo della tenda. Noi che abbiamo solo il tempo di lanciare uno sguardo atterrito verso l’inevitabile prima che un’onda anomala ci travolga, dall’alto, con la forza di uno tsunami del cazzo. Sempre noi, come se non bastasse, che sotto la forza d’urto delle cascate del Niagara, con un contemporaneo e disgraziato gesto istintivo spingiamo con le gambe nel tentativo di allontanarci. Le siede che si piantano nel terreno e ci ribaltano all’indietro, stesi a gambe all’aria nel fango.
    Faccia a terra, per un momento, tra le risate dei presenti, desiderai di sprofondare nel pantano, sparire in una voragine e non tornare più. Invece ci alzammo, petto in fuori e sguardo fermo, un sorriso appena abbozzato e poi via per la nostra strada.
    Siamo gente di periferia, siamo pellerossa, abituati al fango e alle cadute, non ci saremmo certo fatti fermare da un po’ acqua. Il rock aveva ancora bisogno di noi e la Spagna era sempre più vicina.

  • 26 luglio 2011 alle ore 19:13
    Le ultime della notte

    Come comincia: Scrivo delle ultime ore della notte, zona di confine, terra di frontiera e redenzione. Ore sottili, di dissolvenza, di chiaroscuri soffusi che si stemperano nelle luci dell’alba e svaniscono tra i primi bagliori del mattino. Scrivo di quelle ore sospese e della pioggia che si è posata sulle strade della città, leggera e brillante, un velo lucido di promesse di rinascita e purezza, di nuovi orizzonti.
    Strade asfaltate di riflessi tinteggiati e tremolanti nella notte, pozzanghere come specchi verso il cielo, tutto è bagnato, scivoloso, sfuggente.
    Un semaforo lampeggia nervoso la luce più gialla che riesce a colorare, ritma l’intermittenza a tempo con il battito della città, cerca il suo riverbero sulla superficie della strada. Nessuno si preoccupa del suo pulsare, poche auto solitarie sfilano indifferenti attraverso incroci assopiti e distratti, oltre placidi svincoli sonnolenti, verso cosa non si sa, nessuno lo vuole veramente sapere.
    Un cane vagabondo annusa il buio e guarda rapito e smanioso ai pacchi di giornali appoggiati ai lampioni. Notizie intrappolate, soffocate, bisognose di ossigeno e di avidi lettori mattutini. Un pacco era aperto, la pioggia ha fatto colare l’inchiostro sul marciapiede e disperso l’informazione in forma liquida sull’asfalto, tra le impronte distratte dei passanti di ieri e di domani.
    Serrande abbassate, lucchetti, antifurti. La città chiude per la notte, si nasconde, si protegge da se stessa. Poco più avanti una luce esce timida dal vetro appannato di una finestra. Rumori di lavoro, di strumenti e di impegno. Profumo di pane, di forno e di cose buone. Il cane vagabondo si avvicina alla finestra con occhi famelici e sognanti e si accuccia sotto il cono di luce fragrante.
    Sopra la testa il cielo è scuro, nero profondo. Lontano, oltre il profilo irregolare delle montagne, oltre il loro disegno nitido e seducente, il buio stempera lento e sereno verso un blu accarezzato dal sole crescente.
    Si respira aria intrisa di un’armonia appena sussurrata. Sembra di sentire la musica del passaggio, il suono delicato della notte che sfuma lentamente nel giorno. Anche gli uccelli cantano melodie più ispirate, improvvisano frasi ardite, surreali, oniriche. Forse si sono appena svegliati e ripensano ai sogni della nottata.
    Dormiranno mai gli uccelli di città? E cosa sogneranno?
    Di colpo si alza un vento teso, insolente e profumato. Arriva da occidente, va incontro al sole. Sgombrerà il cielo dalle nuvole e dai dubbi, farà chiarezza e regalerà certezze.
    Le fronde degli alberi si abbandonano in una danza senza tempo, rapite nell’estasi del movimento. C’è qualcosa di profondo, nel loro oscillare sinuoso e tribale, qualcosa di spirituale, di divino.
    Una folata spalanca una finestra, nel vecchio palazzo di pietra e storia, una tenda bianca come la luna svolazza nella notte. Si intravede qualcosa, oltre il drappeggio gonfiato dal vento. Ci sono fotografie sparse sul tavolo, istantanee che portano sui bordi i segni inesorabili del tempo, scatti di vita ingiallita e velata dal ricordo. Qualcuno ha fatto un viaggio nel passato, lungo le strade della memoria, alla ricerca di qualcosa di perduto.
    Pochi piani più in basso, la testina di un giradischi accarezza l’ultimo solco di un vecchio vinile e si perde nella scia delle ultime note che ancora aleggiano tra le pareti della camera. Lenzuola stroppicciate, candele, bottiglie di vino. Odore di destini intrecciati, di corpi destinati ad intrecciarsi. Qualcuno si è amato, questa notte.
    All’ultimo piano, la dolce nenia di un carillon culla il sonno di una bimba appena nata. Dormi bene, piccola, fai sogni d’oro.
    Sull’altro lato della strada, qualcuno fuma una sigaretta, a testa bassa, appoggiato al davanzale di una finestra aperta sulla città. Assapora la magia del momento, il sapore inebriante di queste ore, le ultime della notte.
    Poi getta la cicca al vento e alza lo sguardo, nel primo sole di un nuovo giorno.

  • 26 luglio 2011 alle ore 19:12
    Batman

    Come comincia: Non ho mai saputo il suo vero nome, quanti anni avesse o dove fosse nato, per me e i miei amici è stato sempre e solo Batman. Oscuro, enigmatico, misterioso, Batman si è affacciato sulle nostre vite per il breve volgere di una stagione, avvolto da un silenzio fitto di incognite, lasciandoci il ricordo speciale di qualcuno che ha vissuto la vita in un cono d’ombra, sulla linea di frontiera.
    Lo incontrammo per la prima volta in un tardo pomeriggio di sole. Erano i giorni in cui la primavera scivola nell’estate, quando l’aria porta profumi inebrianti e la notte sembra non arrivare mai. In quel periodo avevamo colonizzato un giardino all’interno del parco del manicomio a Collegno. Due panchine, sotto un albero, tra le mura della Certosa, dove l’antico complesso resisteva allo scorrere del tempo, bloccato, congelato, come in un fermo immagine. Era il nostro angolo di mondo riservato, il posto in cui rifugiarci ad aspettare il tramonto e poi la sera.
    Persi nel nostro confuso delirio tardoadolescenziale non ci accorgemmo neanche del suo arrivo. Prima non c’era e poi, d’un tratto, era tra noi, ritto in piedi tra le due panchine, con la testa china e un sorriso sfuggente sulle labbra. Aveva i capelli neri, immobili e scapigliati allo stesso tempo, la barba di qualche giorno e negli occhi il riflesso della follia, profondo e indelebile, tagliente come l’aria gelida dell’inverno.
    Siamo nati a cresciuti vicino al manicomio, negli anni appena successivi alla sua chiusura e alla sua conseguente apertura verso l’esterno. Abbiamo un rapporto particolare con i matti, di consuetudine, di familiarità, di convivenza quotidiana, eppure in quel momento ci trovammo spiazzati e stupiti. C’era qualcosa, in lui, di inquietante e curioso, che lo rendeva speciale, diverso da tutti gli altri malati che ci capitava di incontrare.
    Indossava un paio di jeans malconci, scarpe da ginnastica consumate e una maglietta nera con il simbolo di Batman. Restammo in silenzio per un momento, in lontananza il suono di un antifurto e il latrato ossessivo di un cane, a guardarlo sedersi tra noi, sul bordo sinistro di una panchina. Non disse una parola, poi dopo qualche secondo, con un gesto inequivocabile della mano ci chiese da accendere. Fumava ignote sigarette senza filtro e le fumava fino alla fine, tenendole con la mano destra. La pelle tra le dita era completamente bruciata, ustionata, carbonizzata dal tabacco rovente che ardeva e si spegneva lentamente. Una crosta marrone e nera, spessa e rugosa gli ricopriva parte della mano, negli spazi tra le prime dita. Non so come avesse fatto a sopportare il dolore, prima di perdere completamente la sensibilità, ma ormai sembrava non accorgersene. Rimase con noi per il tempo di quattro sigarette. Il nostro imbarazzo iniziale svanì con l’incedere dell’imbrunire e presto tornammo a parlare, scherzare, ridere. Poi, così come era venuto se ne andò, in silenzio.
    Passarono diverse settimane, arrivò l’estate e Batman, a partire da quel pomeriggio, venne a trovarci quasi ogni giorno. Si sistemava comodamente sulla panchina, accavallava le gambe, fumava qualche sigaretta e ci stava ad ascoltare, senza mai aprire bocca, con il suo indefinibile sorriso stampato in viso. A volte era più vispo, altre un po’ rallentato. Credo dipendesse dalle medicine.
    Ogni tanto cercavamo di coinvolgerlo, scherzavamo con lui, una battuta, una domanda, ma lui non rispondeva mai, si limitava a qualche impercettibile cambiamento di espressione, niente di più. Fino a quando, un giorno, all'improvviso, parlò.
    Aveva una voce rauca e graffiata, di catrame e nicotina, sporcata dal tempo e dalla vita.
    “Mia sorella”, esordì, guardando a terra, “mia sorella è una stronza”.
    Poi prese coraggio e raccontò. Una storia di cattiveria e dolore, di una coppia di fratelli rimasta orfana, di un fratello minore debole e problematico, di una sorella maggiore meschina e opportunista che si libera del problema e lo fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. Le medicine, la solitudine, le terapie, la desolazione, la paura, una spirale terribile, una caduta libera.
    Non era lucido, ma era sincero. Il suo racconto era confuso, passato e presente si sovrapponevano, le nostre domande lo agitavano, ma la verità si leggeva negli occhi, nelle mani che tremavano e nel modo in cui, come se stesse scappando da qualcuno, d'un tratto, si allontanò veloce tra le mura del manicomio.
    Non lo rivedemmo più e presto anche l’estate finì.
    Con l’inizio della scuola e le prime brezze autunnali abbandonammo le panchine della Certosa e tornammo alle abitudini di sempre, ma il ricordo di Batman lo portiamo ancora con noi.
    Quel giorno, il giorno in cui parlò, capimmo quanto sottile e sfumato sia il confine tra pazzia e disperazione, quanto dura, logorante e cattiva possa essere la vita.
    Mi piace pensare che, anche solo per qualche ora, seduto in mezzo a noi, sia stato bene, si sia sentito parte di qualcosa, di un gruppo. Perché alla fine della storia c’è una cosa di cui anche i grandi eroi, anche i cavalieri oscuri, non possono fare a meno: gli amici.

  • 26 luglio 2011 alle ore 19:12
    Johnny 99

    Come comincia: “Via, via, viaaaaaa”.
    Così grida Stecca mentre, nell’ordine, in poco meno di un secondo, spalanca la porta, resta agganciato alla maniglia con la manica della giacca, gira su stesso per liberarsi, inciampa, cade di faccia per terra, si rialza e si fionda giù per le scale.
    Tu osservi, in apnea, le sue evoluzioni prima che la porta della 203 venga quasi scardinata dalla spallata di un uomo grosso come una cabina del telefono. Anzi, sono due. In un attimo riconnetti il cervello e lo programmi sulla funzione salvarsi il culo, dai uno spintone a Ivan e seguite Stecca per la rampa delle scale. Fai dieci gradini alla volta, non corri, in pratica salti, ma ogni volta rischi di spaccarti una caviglia. Vedi Ivan allontanarsi.
    “Così mi beccano, cazzo, così mi beccano!” – pensi. Ti manca l’aria, niente ossigeno, ti sembra di averli addosso e la paura ti annebbia. Senti un gran casino, rumore e grida, a tratti, che non distingui bene ma che suonano tipo: “Brutti str……Se vi pren……ompo…ulo……Dove min…ensi di scap……esta di…zo”. Più o meno così.
    Forte e chiaro, invece, è il rimbombo dei passi di ti insegue. Mai sentito un frastuono simile, sembra di stare al cinema, in dolby surround. “Deve avere il 50 di piede” – ti dici. Poi fai la proporzione con il resto del corpo e ti immagini delle mani giganti, tipo padelle e braccia enormi, ciclopiche, da mostro preistorico. Li hai dietro ormai, ne sei sicuro, adesso ti prendono per i capelli e ti staccano la testa con un colpo solo, il corpo si affloscia e il sangue schizza sui muri. Brutte scene.
    Poi, la paura lascia uno spiraglio alla lucidità e ti convinci a fare un gradino alla volta. Cambi ritmo, prendi velocità, rivedi la sagoma di Ivan e poi l’atrio, il tappeto marrone con le decorazioni dorate, la porta che gira, il mondo libero, là fuori, la salvezza.
    Uscite in strada insieme e correte verso la macchina.
    Poldo sta fumando una sigaretta appoggiato al cofano. Quando si accorge di voi alza la testa al suo ritmo abituale. Lentissimo. Voi agitate le mani, gridate, urlate, sbraitate. O almeno così credete di fare, perché in realtà quello che viene fuori è un suono indistinto, come un rumore primordiale, che tradotto nella lingua corrente suonerebbe come: “Spegni quella cazzo di sigaretta, sali in macchina e metti in moto, che se non ci ammazzano loro ti uccidiamo noi”. Per qualche ragione inspiegabile, forse un recondito istinto di sopravvivenza, Poldo capisce e agisce. Sali per primo, dietro, con Stecca. Ivan si piazza davanti. “Vai”, ansima Ivan e Poldo parte, solo che lo fa in seconda, l’incredibile idiota. La Punto annaspa, strattone, ci pensa su, valuta se lasciarvi morire o no, poi decide di darvi un’altra possibilità e si muove. Ti volti in tempo per vedere i vostri inseguitori così vicini da distinguere le vene sul collo, la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue e per cogliere – come dire – il loro evidente e comprensibile disappunto per non essere riusciti a mettervi le mani addosso e disperdere i vostri brandelli per tutto il quartiere.

    “Dove vado?” – chiede Poldo. Ti volti verso Stecca: “Ho un piano, hai detto. Raga, ho un piano. Grandioso. Bravo”.
    “Poteva funzionare, ce l’avevamo quasi fatta”.
    “Si, a farci ammazzare”.
    “Senti, come facevo a sapere che quelli erano in camera, abbiamo visto partire la macchina no?”.
    “Ha ragione, non rompere i coglioni” – interviene Ivan. Si gira e ti guarda, con la sua faccia da Ivan, lunga, affilata, tagliente e i suoi occhi da Ivan, freddi, distaccati.
    “Dove vado?” – chiede Poldo.
    “Potevamo bussare, che ne so, sentire se c’erano rumori”.
    “Magari ci aprivano, vero? Non dire stronzate” – taglia corto Stecca.
    “Ci abbiamo provato. Cazzo almeno siamo riusciti a scappare” – aggiunge Ivan.
    “Si, ma adesso cosa facciamo? Dobbiamo riprendere quegli orecchini”.
    “ Non lo so Johnny, diccelo tu. È colpa tua se siamo in questa situazione” – ti dice Ivan, mentre Stecca alza le braccia come a dire: “sante parole”.
    Sprofondi nel sedile. Non sai che dire e soprattutto non sai cosa fare. I tuoi amici sono incazzati e hanno ragione.
    “Allora, dove vado” – chiede Poldo. Cerchi le sigarette, cerchi una soluzione tra le volute di fumo e intanto rispondi.
    “Lontano, Poldo, vai dove vuoi, ma leviamoci di torno”.

    A questo punto è necessario un intervento in corsivo in difesa del protagonista.
    Non che tu sia un esempio di stile e sobrietà, per carità, ma a onor del vero, non sei neanche tamarro al punto da farti chiamare Johnny. Un soprannome non si sceglie, ma questo non è il tuo caso. La cruda realtà è che non è altro che il tuo vero nome: Johnny Spagnuolo. Non Jonathan o semplicemente John, ma Johnny, all’anagrafe, con due enne e la ypsilon. Figlio di madre strega e di padre boia, questo è il nome scelto per te.
    Quindi gli amici ti chiamano Johnny, tu ti chiami Johnny, tutti ti chiamano Johnny, perché quello è il tuo nome, che per la cronaca è preso da una canzone di Bruce Springsteen. “Johnny 99”.

    Ivan dice bene, con la sua tipica saggezza da Ivan, perché se siete nella merda è solo colpa tua. Tua e del tuo innato talento a ficcarti nei guai. Solo che, per usare una illuminante metafora alcolica, questa volta il guaio non è una birretta o un prosecchino, ma un cazzutissimo cocktail ad alta gradazione: due parti di “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, una parte di “vecchio sadico boss di periferia”, una spruzzata di “maledetto destino”, una goccia di “potevo nascere da un’altra parte”, il tutto shakerato nell’”incontrollabile precipitare degli eventi”. Comunque, non per fare l’avvocato del diavolo, che anche tu, come tutti, sei incline a sporadiche nefandezze e hai i tuoi scheletri nell’armadio, ma proprio un diavolo forse…insomma, certo che è colpa tua. Ma come potevi saperlo, come potevi prevedere una simile, eccezionale, congiunzione astrale di sfiga. Non sei mica un mago, un veggente, un astrologo, un indovino, un cartomante, non hai mica uno stramaledetto pendolino da fare oscillare. Non potevi saperlo quando, con l’amore nel cuore, decidevi di fare un regalo alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Non potevi saperlo quando constatavi amaramente che i tuoi risparmi si avvicinavano ad una cifra facilmente approssimabile a zero. Non potevi saperlo quando riuscivi a scucire un po’ di soldi a tuo fratello e convenivi con i tuoi amici che la soluzione migliore sarebbe stata rivolgersi ad un’istituzione del settore: Provvidenza detta Enza.
    Certo, sapevi che il campionario di Enza non è propriamente quello che si definisce un catalogo certificato e di “origine controllata” ma mai, assolutamente mai, avresti potuto sapere che le cose che stavi comprando arrivavano dal Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido. Provvidenza detta Enza, non si direbbe, ha un codice morale molto rigoroso che si basa, in ogni sua applicazione pratica, su di un principio fondamentale riassumibile nell’antico aforisma zen: fatti i cazzi tuoi. Evitare di conoscere la provenienza della merce che compra e poi rivende è il suo modo di tutelarsi. Come darle torto? È così che Enza fa il suo lavoro ed è così che sopravvive, da anni. Per questo motivo, quando il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, si è presentato da Enza per venderle quei cinque pezzi, lei non ha chiesto niente, pur sapendo che razza di elemento fosse il Lurido. I pezzi erano buoni, ottimi, oro bianco e pietre preziose e sul prezzo nessun problema. Con i tossici non si ragiona in soldi ma in sballi.
    “Tranquilla. Una cosa pulita, secondo me era tipo un rappresentante” – le aveva detto il Lurido. Fosse stato meno fatto e con qualche neurone ancora operativo forse si sarebbe accorto che il distinto personaggio che stava rapinando, con una siringa gocciolante, portava stivali di pitone, cintura borchiata e lenti a specchio, non proprio l’abbigliamento tipico del rappresentante di preziosi. E forse, con più sangue e meno eroina in corpo, avrebbe dato più peso alla frase “tu non sai che cazzo stai facendo”, che può sembrare vagamente minacciosa, è vero, ma che va invece considerata un utile consiglio quando stai rubando i gioielli della figlia di Lauro Cianciana.
    Signori…stiamo parlando di Lauro Cianciana, mica di Gamba di legno e Gargamella. Parliamo di Lauro Cianciana.

    Che poi, con tutte le canzoni che Springsteen ha scritto e quei meravigliosi personaggi che saltano in macchina e corrono tutta la notte, con Mary al loro fianco e il vento nei capelli, alla ricerca del sogno americano, proprio quella canzone dovevano scegliere? Per intenderci, “Johnny 99” racconta la storia di un uomo che ha perso il lavoro e che una sera torna a casa ubriaco per aver mischiato Tanqueray e vino, spara un colpo di pistola e ammazza un portiere di notte. Condannato a 99 anni di prigione da un giudice chiamato John Brown l’Infame, Johnny dice: “Avevo debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare. La banca si teneva stretta la mia ipoteca e stavano per portarmi via la casa. Non dico che questo mi renda innocente, ma sono state molte cose a mettermi la pistola in mano”. Johnny fa rima con guaio, casino, destino.
    Non che questo ti renda innocente, amico, ma con un nome così cosa ti aspettavi?

    Ci sono persone che sostengono di non essersi mai innamorate, dichiarano di non riuscire ad abbandonarsi abbastanza, di non essere capaci di amare. Questo non è il tuo caso, no, tu finisci sempre cotto, stracotto, brasato, grigliato, impanato e servito flambè. Come con la “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, così bella e intrigante, così simpatica e intelligente, così esageratamente perfetta che chiunque munito di un minimo di istinto di sopravvivenza avrebbe capito che bisognava girarle alla larga.
    Ma tu sei un amatore, un moderno Casanova…Mr. Lover Lover…vero?
    Era ovvio fin dall’inizio, tra l’altro, da come vi siete conosciuti, perché parliamoci chiaro: rimorchiare in discoteca è un utopia, come il paradiso terrestre, come la pace nel mondo, come la democrazia in Italia. Non è una cosa contemplata, non si trova nel libretto di istruzioni della vita, proprio non esiste, figuriamoci poi senza fare niente, senza sforzo, appoggiato tranquillo al bancone mentre aspetti un vodka sour, con la faccia di chi farebbe meglio a prendere un’aspirina e farsi portare a casa. Ti eri accorto di lei mentre si avvicinava. Il tuo “senso di ragno” ti aveva avvertito che trattavasi di gran figa. Ti eri quindi voltato lentamente, sfoderando il miglior sorriso del tuo vasto repertorio, il Clooney-Pitt…lo chiami così. Evidentemente lei ne era rimasta immediatamente impressionata e ammaliata perché aveva perso il senso del tempo e dello spazio, si era inciampata su un gradino e ti aveva versato mezzo Bloody Mary sulla camicia bianca nuova di pacca. Il tuo “senso di ragno” avrebbe dovuto avvertirti che trattavasi di situazione ad alto rischio: la conoscevi da un secondo e avevi già una macchia color sangue sul petto. Segnali da cogliere. Invece tu non avevi fatto altro che figheggiare, vi eravate guardati, occhi dolci, una battuta, un sorriso ed eri già decollato verso paesi lontani, sopra le nuvole, eri sulle montagne russe, eri a Disneyland.
    Tutto questo succedeva tre giorni prima dell’incauto acquisto. Prima cioè di farti venire la brillante idea di fare lo splendido e di regalare qualcosa alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Prima di contattare Provvidenza detta Enza e comprare quegli orecchini che il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, aveva rubato alla figlia di Lauro Cianciana.

    - Breve biografia non autorizzata di Lauro Cianciana -
    Se non fosse che non ha paura di niente e di nessuno, Lauro Cianciana si farebbe paura da solo, molta molta paura. Lauro Cianciana è nato cattivo, è cresciuto cattivo ed è invecchiato cattivissimo, collezionando una serie di soprannomi che possono rendere l’idea della sua cattiveria meglio di mille parole: il Piranha, il Macellaio, l’Impalatore, Coroner, Succhiavita, Tabula rasa, Hiroshima, il Mietitore, l’Anonimo Sanguinolento. Furbizia, un’intelligenza acuta, e violenza senza limiti, non necessariamente in questo ordine, hanno fatto di lui il capo indiscusso e temuto di gran parte della città. Poco si conosce dei suoi primi anni di vita, ma pare che il piccolo Lauro fosse già il terrore dei suoi compagni scuola. A quindici anni spacciava tanta droga che la Colombia cominciava a sentirne la concorrenza e, finiti gli studi con discreti risultati, il soggetto si dedicava all’attività criminale a tempo pieno. Poco dopo, però, finiva arrestato per una misteriosa vicenda e si faceva cinque anni di carcere, periodo che Lauro ama ricordare come i suoi anni università. Dai trent’anni in poi le tracce diventano meno chiare e la vita di Cianciana si adombra di enigmi e incognite. Quello che ci è dato sapere è che alle prime avvisaglie di capelli bianchi Lauro Cianciana era già il boss più temuto della città e che ancora oggi nessuno osa mettere in discussione questo dato di fatto. Nota di colore: pare che il suo ennesimo, eloquente, soprannome Millecazzi si debba alle sue impressionanti capacità amatorie e alle innumerevoli conquiste collezionate negli anni.

    Stavate giocando a biliardo, quando era arrivato Gollum. In realtà tu e Ivan stavate giocando. Stecca e Poldo erano immersi in una delle loro solite discussioni.
    “Ciccio…questa notte ho capito una cosa. Io sono la reincarnazione di Jim Morrison”.
    “No, è impossibile”.
    “Perché, scusa. Guardami, sono bello, affascinante, intelligente, pieno di talento e dannato quanto basta”.
    “Sì, sì, ma è impossibile”
    “Non essere diffidente, ciccio, ho avuto un’illuminazione. Quando è morto la sua anima è, come si dice, trasmigrata e si è reincarnata nel mio splendido corpo”.
    “Ho capito, ma è impossibile”.
    “Impossibile?”
    “Impossibile”.
    “Io non so, ma perché mi devi fare incazzare?”.
    “Ma io non voglio farti incazzare ciccio, solo che quello che dici è impossibile”.
    “E perché, di grazia?”.
    “Perché Jim Morrison non è morto. Io l’ho incontrato. Al mare, questa estate. Vende memorie per cellulari in spiaggia”.
    “Memorie per cellulari?”.
    “Mm mm”.
    “Sicuro?”.
    “Mm mm”.
    “Ma dai?”.
    “Già. Ci siamo scambiati il numero e ogni tanto ci sentiamo”.
    “Beh, minchia, salutamelo quando lo senti”.

    Stavate giocando a biliardo, insomma, quando era arrivato Gollum. Lo aveva anticipato il silenzio, quello di chi ha paura e che fa paura. Lui non era Smigol, quello buono, lui era proprio Gollum, quello che ti parla piano e sssstai ssssicuro che non ti ssssta per dare buone notizie.
    “Stronzetti” – aveva esordito – “Il signor Cianciana mi ha pregato di dirvi che forse avete qualcosa che gli appartiene”. Non avevi mai provato, fino a quel momento, la sensazione del ghiaccio nelle vene.
    “Adesso vi racconto una storia, per darvi un aiutino. Il signor Cianciana aspettava delle cosine che aveva comprato per la figlia, roba preziosa, di qualità. Purtroppo, però, queste cosine non sono mai arrivate a destinazione. Pare che un tossico abbia avuto la cattiva idea di rapinare il nostro uomo”.
    Prima goccia di sudore.
    “Come forse immaginate il signor Cianciana non ha gradito, si è risentito. Si è, come dire, incazzato a morte”.
    Seconda goccia di sudore.
    “Fortunatamente abbiamo scoperto che le preziose cosine sparite erano state comprate dalla nostra comune amica Provvidenza detta Enza e lei è stata così gentile da riconsegnarle. Ma c’è un problema”.
    Terza goccia.
    “Sembra proprio che uno di voi stronzetti abbia comprato da Enza degli orecchini. Al signor Cianciana non interessa sapere chi sia stato, per lui siete stronzetti uguali, ma sarebbe molto, molto contento di riaverli indietro”.
    Tante gocce.
    “Diciamo entro questa sera? Sapete dove trovarci”.
    Anche dopo che se ne era andato ti sembrava di sentire la esssse sssssibilarti nel cervello.

    Panico. Confusione. Lucidità. Azione.
    Dopo un breve ed educato scambio di battute durante il quale i tuoi amici ti ringraziavano per averli messi in quella piacevole situazione, hai deciso di prendere in mano le redini del gioco e risolvere tutto con una telefonata alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Niente di più semplice. Grande. Impeccabile. Geniale. Mr. Sangue freddo. Ti chiamavano Bruce Willis.
    Peccato che il cellulare era spento, che l’unico indirizzo che avevi era di un albergo e che lei ti aveva detto che quella sera non ci sarebbe stata. “Proviamo a vedere se la troviamo in albergo”, avevi ipotizzato. Quello che non dicevi era che, nei tre giorni passati insieme, la “fantastica ragazza che fa perdere la testa” era stata tanto meravigliosa quanto misteriosa ed enigmatica. Ti aveva detto di essere in città per incontrare una persona, ma non aveva aggiunto altro e a te, in fondo, non interessava. Ogni volta che doveva rientrare in albergo faceva una telefonata e in pochi minuti arrivava una macchina con due strani energumeni, tipo guardie del corpo, con la faccia scolpita nel marmo, i movimenti da Robocop e i vestiti sempre sul punto di strapparsi. E tu a fantasticare. Sarà un’attrice, un’emergente, magari è famosa all’estero. Oppure è una cantante, una ballerina. No no…è la figlia di un Ministro, di un pezzo grosso. Avrà una doppia vita. Protezione testimoni. Chissà?
    Mentre raggiungevate l’albergo, in macchina, hai raccontato tutto agli altri.
    “Secondo me è la nipote di Jim Morrison” – ha detto Stecca.
    “Impossibile, proprio ieri mi diceva che non ha avuto figli” – ha risposto Poldo.
    Continuavano.

    Speravi di trovarla in albergo.
    “Perdonami” – le avresti detto – “Devi capire che io e miei amici rischiamo grosso. Siamo abituati al rischio, questo è vero, sempre sull’orlo dell’abisso, ma non preoccuparti per me, baby, riuscirò a cavarmela anche questa volta. Solo ridammi gli orecchini che ti ho regalato…ti prego”. Stavate posteggiando, quando l’hai vista uscire, salire in macchina, accompagnata dai due bestioni, e partire. Neanche il tempo di mettere mano alla portiera che se ne era già andata e voi non sapevate dove, fino a quando, perché. Potevate seguirla, ma guidava Poldo ed è tutto detto: tua cugina in triciclo sarebbe stata più veloce. Era una situazione di stallo, un vicolo cieco, ma poi il tuo “senso di ragno” ti ha proiettato un’immagine nella testa, chiara, precisa, una frazione di secondo, ma inequivocabile, impossibile sbagliare.
    “Non li aveva. Non aveva gli orecchini”, hai detto.
    “Magari li ha lasciati in camera”, ha ipotizzato Ivan.
    “Allora andiamo a prenderli e facciamola finita”, ha proposto Stecca.
    “Io vi aspetto in macchina”, ha chiuso Poldo.
    Cazzo che squadra.
    Effettivamente, nell’ascoltarlo, il piano di Stecca sembrava infallibile.
    Siete entrati nell’albergo con passo deciso, verso la reception. Ivan ha chiesto, con la sua voce da Ivan, calma, sicura, convincente: “Scusi, non ricordiamo il numero della camera, ma è quella di fianco alla ragazza che è appena uscita, la signorina bionda.
    “Si, certamente, il vostro nome?”.
    “Un momento” – e poi, rivolto a noi – “Amici, scusate, che nome abbiamo dato?”..
    “Non so se il mio”. “O forse il mio”. “Possibile, mi sembra di ricordare che…”.
    “Era mica Ferraresi?”, il receptionist si era già stufato.
    “Ma certo” – ha ribadito Ivan – “visto che era il mio”.
    In ascensore fino all’ottavo piano e poi, una volta dentro la 202, Stecca è saltato dal balcone su quello di fianco.
    “La finestra è aperta. Voi aspettatemi in corridoio, faccio in un attimo”.
    Effettivamente ha fatto in fretta. Molto in fretta. Ed è arrivato accompagnato.
    Poi la corsa giù per le scale e la paura e la fuga riuscita per un pelo.

    Adesso, mentre Poldo guida lento verso la parte più lontana della città, trovi le sigarette, ne accendi una per te e una per Stecca, che ancora trema sul sedile di fianco. Provi a far lavorare il cervello, a trovare una soluzione, ma non succede niente, vuoto totale, ti sembra di sentire l’eco dei pensieri rimbombare tra le vallate vuote delle tue sinapsi. Provi ancora a chiamare la “favolosa ragazza che fa perdere la testa” sul cellulare, ma è sempre spento: l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile…e vaffanculo.
    Vi andate a sedere al tavolo più appartato del locale più nascosto della parte più inculata del quartiere più isolato della città. Incominci a rilassarti ed è una sensazione piacevole, ma che dura poco, veramente poco. Ssssentite sssssibilare la esssse ancora prima di voltarvi e vedere Gollum che prende una sedia e si accomoda al vostro tavolo. “Allora stronzetti, che succede? Vi trovo un po’ tesi”.
    Paura: forte movimento d’animo con turbamento dei sensi, per cui l’uomo è eccitato a fuggire un oggetto/soggetto che a lui pare nocivo.
    “Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva”. Ovviamente non ti aspetti che vi chieda quale delle due volete sentire prima. “Quella buona, e credetemi se dico che non esiste notizia migliore, è che non avete più debiti con il signor Cianciana. Mi spiego meglio, per venire incontro ai vostri cervellini. Diciamo che il signor Cianciana, oltre a quella ufficiale, ha diverse altre famiglie, sparse per il mondo. Insomma, sapete anche voi quello che si dice. Diciamo anche che una bella biondina, in questi giorni, è venuta in città a trovare il suo paparino che non vede mai, per festeggiare con lui il suo compleanno. Diciamo che il papà aveva comprato delle cosine preziose da regalare alla figlia e che una serie di spiacevoli eventi avevano rischiato di compromettere il regalo. Spiacevoli complicazioni poi in parte risolte, ma solo in parte, perché mancavano degli orecchini che alcuni stronzetti avevano pensato bene di comprare a loro volta. Ora seguitemi, diciamo che quando la figlia va a trovare il papà e riceve parte del regalo, solo una parte perché gli stronzetti non hanno riportato quello che dovevano, la figlia si stupisce e mostra al padre degli orecchini ricevuti in dono da un ragazzo appena conosciuto. Non ci crederete mai, ma gli orecchini completavano perfettamente la parure di cosine preziose. Strana situazione vero?”
    Silenzio di pietra, profondissimo, abissale.
    “Strana, sì, ma questo vuol dire che vi è andata bene stronzetti. Non avete più debiti con il signor Cianciana”. Gollum si alza, sposta la sedia, poi si ferma.
    “Dimenticavo la notizia cattiva, che sbadato. Il signor Cianciana si è raccomandato di farvi presente, se mai ce ne fosse bisogno, che se uno di voi stronzetti pensa ancora di spassarsela con sua figlia, è meglio che sia l’Uomo invisibile. Perché altrimenti lo troverà, anche in capo al mondo, gli staccherà i coglioni e li userà per farsi un altro bel portachiavi.
    Un portachiavi? Un altro?
    “È chiaro?”. Inutile dire che quest’ultima domanda Gollum la fa rivolto verso di te e poi con gli occhi sssscende lentamente verssssso il bassssso e ti guarda tra le gambe.
    Terrore: spavento grave segnato dal color pallido e tale da produrre tremito nelle membra, da far piegare le ginocchia a chi ne è colpito.
    Fate tutti sì con la testa. Tante volte. Veloci veloci.
    Poi Gollum se ne va e vi lascia lì, nel vuoto del niente del nulla, con le vostre mille domande che non avranno risposte. Ti lascia così, senza spiegazioni, con l’unica certezza che l’immagine della “fantastica ragazza che fa perdere la testa” mentre sale in macchina sarà l’ultima a disposizione, quella che dovrai farti bastare per tutta la vita.
    Arrivano le birre e con loro arriva la sensazione di averla scampata anche questa volta. Guardi i tuoi amici. Guardi Ivan, con il suo tipico essere Ivan, guardi Stecca, con la manica strappata e il sorriso sulle labbra e poi guardi Poldo, che mangia un hamburger al suo ritmo abituale…lentissimo. Guardi i tuoi amici. Veri amici.

    “Ascolta ciccio, pensavo…”.
    “Dimmi”.
    “Com’è che ce li ha i capelli Jim Morrison?”.
    “Senti, forse sarà dura, ma devo dirti una cosa”.
    “Cosa?”.
    “Jim…è…pelato”.
    “Pelato?”.
    “Mi dispiace”.
    “Pelato?”.
    “Sì, pelato. Però mi ha detto che appena può si va a fare il trapianto”.
    “Ma dai…il trapianto?”.
    “Già”.
    “E come se li fa fare?”.
    “Lunghi. Mi ha detto che se li fa fare lunghi”.
    “Lunghi?”.
    “Mm mm”.
    “Figo”.
    “Mm mm”.

    Nell’ultima strofa Johnny 99 dice: “Perciò, vostro onore, credo che starei meglio da morto e visto che potete prendervi la vita di un uomo per i pensieri che gli girano in testa, perché non tornate a sedervi su quella sedia e riconsiderate il mio caso, giudice, un’ultima volta”.
    Insomma, fatti coraggio, la verità è che non mai finita fino a che non lo decidi tu.

    Ti chiami Johnny, amico, cosa ti aspettavi?

  • 26 luglio 2011 alle ore 19:10
    La ballata del taxi bianco

    Come comincia: Oggi
    L’amplificatore è spento. La chitarra posata sul letto, le corde sembrano vibrare ancora. Le mura della stanza risuonano della musica che le ha appena sfiorate e l'unica finestra è aperta sul cielo che copre la città.
    La canzone sfuma lentamente, si disperde, evapora. Manca qualcosa, non è finita. Non sa ancora come, ma la completerà.
    Prima di uscire registra due copie su CD e le mette nella borsa, poi prende le sue cose, mette il taccuino in tasca ed esce nell'umida sera di fine settembre.
    Le luci della strada brillano in maniera particolare o forse è solo lui che le vede così, mentre cammina verso la stazione della metropolitana. Scende la lunga rampa di scale e d'un tratto la vede, mentre sale sulle scale mobili, nella direzione opposta alla sua. Lei si mette a posto i capelli e si guarda intorno con aria distratta, ma per un momento lo nota. Lui rischia di cadere nel tentativo di continuare a guardarla. Lei si accorge del suo passo falso e sorride. Lui cerca di rispondere al sorriso, di fermare quel momento, di farle capire qualcosa, ma ormai lei lo ha superato e continua la sua salita. Lui si gira, vorrebbe chiamarla, dirle di tornare indietro, di ascoltare quello che deve dirle da tempo, ma non c'è più, è arrivata in cima ed è sparita, nel flusso anonimo ed implacabile della gente.

    Un arpeggio di chitarra leggero, riverbero, eco, senza distorsione. E pianoforte in accompagnamento, accordi pieni, ma appena accennati. La melodia è intensa, ma senza enfasi, ti chiede solo di ascoltarla, non pretende di piacerti.
    Si ferma e riascolta. Il suono lo avvolge con calma e gli piace. Lo sente dimesso, intimo, stropicciato...come una sera d'autunno, come un albero spoglio, come un monolocale in periferia.

    Tre mesi prima
    Pausa pranzo
    La prima volta che la vide era in libreria. Vagava tra gli scaffali, ma non cercava niente, voleva solo stare in un bel posto, tra parole scritte bene, tra storie che vale la pena raccontare.
    Lei era in piedi, poco lontana da lui e sfogliava un libro di fotografie, uno dei suoi preferiti. Aveva i capelli raccolti in una coda e giocherellava con un orecchino. Lui pensava che fosse molto bella. Anzi, a dire il vero, si rese immediatamente conto di non aver mai visto una ragazza così affascinante e seducente...era perfetta e lo era nel modo più semplice possibile.
    Lui cercava di distrarsi, di non farsi notare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Sperava che lei alzasse lo sguardo e lo vedesse. Sperava che si innamorasse di lui e che poi continuasse a farlo per tutta la vita. Avrebbero avuto dei figli, un cane di taglia media, una bella casa su due piani, parenti noiosi, amici invadenti ed un piccolo appartamento al mare dove scappare ogni tanto.
    Lei chiuse il libro e guardò verso l'uscita. Allora lui pensò che lo avrebbe comprato, era un segno del destino, invece lo posò, uscì dalla porta e sparì oltre la sua visuale, lasciandolo agonizzante tra un mucchio di parole che non sarebbe più stato in grado di leggere e di capire.
    Erano stati i tre minuti più violenti della sua vita. Una rivoluzione. La storia d'amore più breve e intensa che avesse mai avuto.

    La sua voce è roca, vive sui toni bassi, ma si anima sulle note più alte. La sente vibrare nella gola e nello stomaco. Il cantato della prima strofa esce naturale, si adagia sulla musica, si inserisce nell'armonia degli strumenti.
    Ancora qualche tocco di pianoforte, solo alcune note, sfumature.
    Niente ritmica, non ancora, meglio restare sospesi, slegati dal tempo.
    I livelli sono buoni, le luci del mixer prendono colore, ma non superano la norma: tutto suona bene, tutto respira.
    Non era mai successo.

    Un mese e mezzo prima
    Tramonto
    Erano le ultime ore di un pomeriggio di sole e vento, quando lui la vide di nuovo.
    Stava seduto sul bordo di una fontana a scrivere qualche pensiero sul suo vecchio taccuino rappezzato.
    Una madre con il suo bambino, un vecchio in bicicletta, due fidanzati mano nella mano.
    Un piccolo cane abbaiava al tramonto, mentre un suonatore di bicchieri di cristallo riempiva l'aria di suoni lontani, che sapevano d'oriente e di passato.
    Lei passeggiava, in compagnia di un'altra ragazza, un amica...forse. Poi però lui notò quanto si assomigliassero e capì che poteva essere sua sorella. Erano belle allo stesso modo.
    Gli mancava il fiato, era confuso, emozionato, si sentiva come un esule che rivede la donna amata dopo anni di lontananza e distacco. Era Ulisse e lei era la sua Penelope, la sua Itaca, la fine del suo viaggio.
    Da quando l'aveva vista in libreria non avevo smesso di pensare a lei e di fantasticare sul miraggio di rivederla. In quel momento, però, non riusciva a muovere un muscolo, la guardava e basta, la contemplava, come si fa con una notte stellata, con un'alba sull'oceano.
    Lei rideva e guardava le vetrine, scherzava con l'altra ragazza e proseguiva quella che per lui era diventata una sfilata. Aveva i capelli raccolti sotto un cappello e gli occhiali da sole. Lui avrebbe voluto applaudire, ringraziare, salire in piedi sul muretto, saltare, sparare fuochi d'artificio. Invece rimase seduto, fermo, rigido come una statua, immobile come il marmo.
    Lei si voltò nella sua direzione, a pochi metri di distanza e rimase girata verso di lui per qualche istante. Non poteva sapere se stesse guardando lui oppure una qualsiasi della altre inutili e maledette cose avesse intorno, perché le lenti scure dei suoi occhiali rimandavano solo il riflesso dell'ultimo sole. Lei fece una strana espressione, una specie di sorriso sorpreso, curioso e poi compiaciuto, convinto.
    L'altra ragazza richiamò la sua attenzione e lei si girò, camminarono ancora qualche metro e voltarono oltre l'infame angolo di un ingiusto e crudele palazzo.
    Prima di sparire dalla sua vista, lui ne è sicuro, lei lo guardò, ancora una volta.

    Accende l'ampli e attacca il jack alla chitarra. E questa volta collega anche il distorsore.
    Il suono si sporca, inizia a sudare, mette i piedi per terra e diventa reale, fisico, pericoloso.
    Il riff è giusto, grintoso e cadenzato, segue il percorso, senza strafare, senza rompere l'incantesimo.
    La chitarra cresce lentamente, sotto le parole, sotto intrecci di note e prende ritmo.
    Sale di volume.
    Sembra quasi al culmine.
    Poi si ferma un attimo...sospesa nel vuoto, prima del ritornello.
    Due chitarre all'unisono, su tonalità diverse, distorsione e riverbero.
    Il pianoforte che accompagna, aggiungendo pienezza all'insieme, per non perdere il filo, la strada, il percorso iniziale.
    Entrano basso e batteria, finalmente, cuore e sangue, pulsazioni e battiti, la musica prende forma umana e inizia a muoversi, a parlare anche al corpo, a vibrare con forza.
    Lascia libera la voce, non grida ma sente le corde che bruciano, i polmoni che si stringono e gli occhi che si chiudono.
    Sente il suono, la melodia, le parole che canta. Le sente davvero e gli escono bene, sincere, perché puoi mentire quando scrivi, anche quando parli, ma quando canti no.
    Se fai finta si capisce subito.

    Tre settimane prima
    Ore piccole
    Lui era in un locale con gli amici, a bere vodka e a fumare troppo, assordato da una musica che in fondo non gli piaceva neanche.
    Era stordito, instabile, annebbiato, disperso sul divanetto, smarrito nel delirio degli altri, nei loro movimenti fuori tempo, come le sue percezioni.
    Andò in bagno a lavarsi la faccia e a cercare salvezza. Trovò solo confusione e giramenti di testa, così decise di farsi un altro bicchiere, con la speranza che riportasse i giusti equilibri.
    Seduto al bancone del bar, tra un sorso e l'altro, per un momento pensò di avere le allucinazioni. La vedeva nello specchio, veniva verso di lui, rideva e si metteva a posto le spalline di una canottiera bianca.
    Si voltò di scatto, per capire che era tutto vero. Tornò sobrio, in un secondo.
    Non sapeva cosa fare, voleva parlarle, conoscerla, baciarla, fare l'amore e partire per un lungo viaggio intorno al mondo. Invece restò fermo.
    Lei si sedette con le amiche, poco distante, dove il bancone faceva un angolo. Lui se la trovò di fronte. Poteva vederla, leggermente sudata, bere il suo cocktail dalla cannuccia.
    Lei parlava, rideva, muoveva la testa a tempo con la musica e poi si girava verso la pista, verso il resto del locale e, alla fine, anche verso di lui.
    I loro sguardi si incontrarono. Si intrecciarono per un tempo che a lui sembrò infinito. Stavolta era sicuro, non potevo sbagliarsi, guardava lui, occhi negli occhi.
    Lei gli sorrise, prese il bicchiere e lo alzò nella sua direzione. Lui fece lo stesso e così brindarono, loro due, al niente, o forse a tutto, magari al destino che li faceva incontrare e sfiorare come due stelle abbandonate in un vortice gravitazionale.
    Qualcuno le diede un colpo con il gomito, una sua amica. Le disse qualcosa, ridendo, in un orecchio. E lei si mosse, per andare via. Lui stava per alzarsi, correrle dietro, ma lei si voltò e gli fece ciao con la mano, bloccandolo a metà dello sgabello. Paralizzato, lui la osservò uscire dalla porta, fece un lungo sospiro e ordinò un'altra vodka.

    Rientra sulla strofa, con la distorsione che sfuma, latente. Il suono resta sporco, ormai corrotto. Basso e batteria cambiano linea, continuano a legare con il resto e a spingere, a crescere, incalzanti, fino al nuovo ritornello. E di nuovo muscoli contratti, gola e diaframma, vene a fior di pelle. Si lascia portare: sono parole nuove, che si inerpicano sulla musica, trovano il loro spazio, prendono forma con il brano. Scarica forza e tormento, le dita sulle corde, il plettro che si scalda e si graffia, la pelle dei tamburi in tensione.
    Tutto è musica, fuori e dentro, fino alla fine.
    Fino alla pace, alla quiete, con la distorsione che si spegne lentamente e gli ultimi echi dei piatti che sfumano, mentre l'arpeggio iniziale resta vivo, ansimante e sfinito, come dopo una corsa, una nuotata, un combattimento...come dopo aver fatto l'amore.

    Oggi
    Non è possibile. Non la vede più, era lì ed è sparita, di nuovo. Vede tutto nero, il sangue si fa spesso nelle vene e circola a rilento.
    Non può farla scappare, non questa volta.
    Una mano sulla balaustra, un colpo di reni e salta alla sua destra, sulle scale mobili. Sale veloce, spostando la gente, deve muoversi se vuole raggiungerla. Arriva in cima e gira a sinistra, verso l'uscita. Un’ultima rampa di scale ed è fuori.
    Si guarda intorno, ma non la vede, c'è troppa gente, è buio, le luci dei neon lo confondono.
    Allora basta, si dice. Così vuole il destino, è stato inutile provarci.
    L'aria della sera gli sposta i capelli, gli sussurra che è finita. Abbassa la testa e torna indietro, ma una voce lo blocca, una mano sulla spalla:
    - “Ciao”, gli dice.
    E lui ritorna a respirare, a sentire il sangue scorrere nelle vene.

    Si presentano e lei gli dice il suo nome, che forse è normale ma a lui piace tantissimo. Restano fermi, uno davanti all'altra, un po' imbarazzati, senza sapere bene cosa dire.
    Poi le parole arrivano e sembrano bolle di sapone, che galleggiano leggere nell’aria, da una bocca all’altra. Lui vuole spiegarle tutto: la prima volta in cui l'ha vista e poi le altre e ancora tutto quello che gli è passato dentro.
    Lei lo ascolta, con lo sguardo profumato di chi capisce.
    A lui sembra assurdo, gli pare uno scherzo, cerca le telecamere, il presentatore che salta fuori di colpo e gli dice che lo hanno fregato, le risate registrate in sottofondo.
    Non succede nulla, anzi lei gli prende la mano e domanda:
    - “Mi vuoi accompagnare? Devo fare una cosa importante”.
    Lui non parla, muove solo la testa, su e giù e lei sorride.

    Salgono su un taxi e partono nella notte.
    Si raccontano, si scoprono, rispondono alle domande, si guardano da vicino, entrano in sintonia. Tutto il resto sparisce, i suoni sono lontani, le luci della città scivolano veloci, anche l'autista sembra non esserci.
    Ci sono solo loro due, in un auto vuota, un taxi bianco, che corre nel nulla, eppure a lui sembra di avere tutto, tutto quello di cui ha bisogno.
    Non gli interessa nient'altro: che ora è, dove stanno andando, perché. Vive la magia, senza farsi domande, senza cercare risposte.
    Si gode l’incanto, il sogno, finché dura, fino alla fine, fino all’inevitabile risveglio…che arriva, brutale, sotto forma dell’insegna luminosa dell’aeroporto.
    Scendono dal taxi ed entrano nell'atrio. La gente parte, decolla, atterra, ritorna.
    Lui si chiede cosa stiano facendo: aspettano qualcuno o forse devono salutarlo.
    Poi, di colpo, capisce che sarà soltanto lui a dover salutare, che non c'è nessun aereo da prendere o aspettare, ma solo uno da guardare decollare.
    Deve andare a Londra, dice lei, per un lavoro che aspettava da molto tempo, l'opportunità di una vita.
    Due ragazze la aspettano al check in. Sono sua sorella e un'amica. Quando lo vedono restano sorprese, quasi stupite, poi sorridono, gli danno la mano. Forse fa pena...molto probabile.
    Quando arriva il momento dell'addio restano soli e non sanno cosa dirsi. Non si conoscevano neanche e adesso si guardano negli occhi, mentre cercano le parole giuste per augurarsi buona fortuna, per dirsi che è stato bello incontrarsi e che forse, un giorno, si rivedranno.
    Arriva l'ultima chiamata. Lui apre veloce la borsa, rovista, prende uno dei CD.
    - “È una canzone che ho scritto, l'ho suonata, l'ho cantata. Non è ancora finita, ma vorrei che ne avessi una copia. In fondo è anche tua...cioè ci sei tu...”.
    Niente fiato, niente saliva, non riesce ad andare oltre.
    Lei prende il CD, lo tiene tra le mani e lo guarda. Lui non sa cosa stia pensando, non sa cosa voglia fare, poi lei alza la testa e dice la cosa più semplice:
    - “Grazie”.
    Si avvicina e gli da un bacio, sulla guancia, così vicino alla bocca che le labbra si sfiorano, si toccano appena.
    Un secondo dopo è già oltre il gate, è già a Londra, non c'è più.

    Adesso
    Lui ritorna a casa con un altro taxi bianco e questa volta la strada la vede, guarda le luci, le altre auto e vede anche un aereo decollare verso il cielo.
    Chiede al taxista se può mettere il suo CD nell'autoradio. “Perché no!”, gli risponde. Ascolta la musica, la voce, le parole e pensa a quello che questa storia gli ha lasciato.
    Un viaggio in taxi nella notte, un bacio sfuggente in aeroporto e una canzone incompiuta...che così dovrà restare.
    L'ha deciso ora, in questo momento.
    Per scrivere un finale c'è sempre tempo e adesso non lo vuole fare.

  • 26 luglio 2011 alle ore 12:26
    Delirio al RoToR

    Come comincia: Giovedì scorso mi son recato con gli amici al Palindromo RoToR, uno
    di quei posti dove ci si può rincorrere da sinistra a destra e viceversa
    senza che nessuno si accorga della differenza.
    La musica in sottofondo è rigorosamente GaRaG, il liquore della casa
    è il VoV mentre i generi alimentari vengono acquistati in esclusiva al
    SiDiS.
    Per raggiungere il Palindromo RoToR è pratica comune degli iscritti
    prendere un treno delle EffE EssE.
    Nulla è lasciato al caso qui al Palindromo RoToR, il mio soprannome
    qui è NaTaN mentre il mio amico Francesco Apposito che non sopporta
    i soprannomi è chiamato No NoN, un altro mio palindromatico amico
    che è magrissimo è soprannominato OssO.
    Il più figo del gruppo è OtappàtO, si chiama così perché lavora con il
    padre nel settore dell' imbottigliamento, i cartelli affissi alle porte dei
    bagni recano due acrostici, m.e.n. e w.o.m.e.n. che significano
    rispettivamente Mai Entrare Nudi e W OtappàtO, Magari Entrasse Nudo.
    Anche Il RoToR ha un proprio acrostico, " Ritrovo Operativo Tattico 
    Ossessionati Ricercatori ".
    Infatti qui è pieno di IngEgnI.
    Il Palindromo RoToR è fornito anche di un bagno per quelli un po' a metà,
    qui è facile, c' è scritto o.m.o che sta per OtappatO Misogino Omosessuale.
    L' esclamazione più in voga qui è AiAiA ma si usa anche O O.
    Per definire i mancini come me si dice SiNiS e pronunciando il numero OttO
    si prova una grande soddisfazione anche perché è palindrospeculare
    anche in cifra.
    Il circolo è gestito da AnnA che organizza gli incontri di calcetto tra il
    Palindromo RoToR e la rappresentativa dell' OttEttO, il circolo che cerca
    il palindromo perfetto.
    Nell' ultimo confronto è finita in parità, oTToAoTTo.

  • 25 luglio 2011 alle ore 19:14
    Delirio delle sette sataniche

    Come comincia: Questa è la storia dei setter nani e delle sette sataniche vergini.
    I setter nani erano bruttini, bassotti ( ? ) ed abbaiavano a Sproposito,
    il loro padrone.
    Le sette sataniche vergini erano bruttissime e ninfomani ma vergini
    a causa della loro inguardabilità.
    I setter furono battezzati da Sproposito in base alle loro caratteristiche.
    Il più aggressivo era Mòrdilo,il più pacato Pétalo, il cane malato era
    Óncolo mentre il più atletico fu chiamato Mùscolo.
    Il setter più stronzo era Sùbdolo ed il cane matematico era Càlcolo.
    Infine il cane ciccione, Bómbolo.
    Le sette sataniche vergini si chiamavano; Agrìppa, la vergine che strippa,
    Amìnta, che non resta mai incinta, Sofonìsba, che proprio nisba nisba,
    Salomè, che di voglia ne ha per tre, Ermengàrda, che se la tocca
    e se la guarda, la vergine Elvìra, la vergine che se la tira ed infine
    Carlòtta, la vergine mignotta.
    Sproposito un giorno portò ad una battuta di caccia i suoi setter, lasciando
    a riposo Bómbolo perché era troppo impacciato e Sùbdolo perché era
    veramente stronzo.
    Le sette vergini vivevano assieme dal momento che nessuno le voleva,
    abitavano lungo il sentiero che porta al territorio venatorio per setter nani
    e notarono quella mattina che i setter eran cinquer ed intuirono che
    i due setter mancanti fossero a cuccia.
    Rapirono in un batter d' occhio il setter ciccione ed il cane stronzo
    e lasciarono un messaggio a Sproposito, c' era scritto : " Se vuoi
    indietro Bómbolo e Sùbdolo devi soddisfare tutte noi sette in una settimana.
    Sproposito ci pensò su parecchio e se ne andò a dormire mentre
    i cinque cani, evidentemente preoccupati per i loro due simili sequestrati
    decisero di rapire due delle sette sataniche vergini per pareggiare il conto.
    La mattina successiva Carlòtta ed Ermengàrda giacevano sfatte e soddisfatte
    nel canile di Sproposito che quando le vide le riportò, ormai non più vergini,
    tra le ex orrende compagne.
    Probabilmente le cinque vergini pensarono che fosse stato Sproposito
    a ridurle così e lo premiarono restituendogli Bómbolo, scelsero in fretta
    in quanto Bómbolo ce l' aveva più piccolo di Sùbdolo, e comunque
    eran sataniche...dunque via il ciccione dormiglione.
    La notte successiva la canina sodomizzazione toccò ad Ermengàrda,
    Salomè ed Agrìppa...Partecipò anche Bómbolo ma ce l' aveva troppo
    piccolo ed era troppo grasso anche per una vergine non sverginabile.
    La mattina successiva Sproposito vede la scena e rimbrotta i suoi sei
    setter e riporta le 3 ex sataniche tra le mura della casa dove si trovano
    ormai solo 2 sataniche vergini.
    Manca poco per riavere anche Sùbdolo e così si rimbocca le mutande
    e con molto sforzo riesce a concludere i residui due settimi mancanti
    del lavoro portato avanti dai suoi cinquer setter.
    Così soddisfa Elvìra ed Amìnta, che all' istante rimane incinta.
    La favola finisce qua ma Sùbdolo in seguito confesserà che Amìnta
    era la migliore, che fece smettere di strippare Agrìppa, che Sofonìsba
    ne ebbe a pacchi, che con Salomè per una notte fece le tre,
    e che Ermengàrda e Carlòtta non erano vergini.
    E che non è vero che Elvira se la tira.

  • 25 luglio 2011 alle ore 12:26
    Delirio della routine

    Come comincia: Ore 7.30 Mi sveglio.
    Ore 10.00 Scendo dal letto.
    Ore 10.01 Vado in bagno e mi faccio bello.
    Ore 10.20 Sbadiglio e guardo che ore sono...le 10.20.
    Ore 10.25 Tento di vestirmi.
    Ore 11.00 Ce l' ho fatta.
    Ore 11.05 Scendo le scale che oggi mi portano al piano sottostante.
    Ore 11.05 Mi sento un po' ammaccato ma mi rialzo.
    Ore 11.10 Noto che il criceto non è nella sua gabbietta e lo cerco
    inutilmente per 2 minuti.
    Ore 11.12 Imploro mia nonna di usare gli occhiali quando gioca
    con il criceto perché il microonde non è la sua gabbietta.
    Ore 11.15 Chiedo qualche soldo alla nonna sperando che la sua
    tirchieria sia stata momentaneamente sfibrata dal recente
    incidente con il criceto...dopo aver fatto una cagata del
    genere cederà più facilmente; almeno lo spero.
    Ore 11.45 Trenta minuti per ottenere 5 euro, come secondo lavoro
    non c'è male.
    Ore 12.00 Il previsto pranzo è a base di fegato bovino e come
    contorno insalata mista con senape e pepe rosso.
    Ore 12.02 Sono già nel bar per un toast.
    Ore 12.03 Il barista si rifiuta di tostarmi il toast, gliene chiedo la ragione
    e lui si rifiuta di fornirmela.
    A quel punto anche io mi rifiuto di uscire dal bar a stomaco
    vuoto di toasts ed i clienti si rifiutano di aiutarmi.
    Infine rifiutano della polvere, s' innervosiscono ed io scappo
    con la fame che si rifiuta di allentare la stretta allo stomaco.
    Ore 12.20 Oggi digiuno, m' invento la scusa di essere solidale
    con i terzomondisti e faccio finta di nulla.
    Ore 13.00 Il telegiornale apre l' edizione delle 13 con una notizia
    di cronaca, ma ogni giorno le notizie cambiano e dunque,
    non facendo parte della routine è sconveniente scrivere
    in codesto delirio notizie anacronistiche.
    Ore 14.00 Guardo l' orologio e dovrebbe andare bene, fa le 2 in Punto
    come mia sorella quando litiga col fidanzato.
    Ore 15.00 Rifletto su quello che mi ha detto ieri il mio amico immaginario
    Paolo, immagino non scherzasse quando asseriva che
    io ero immaginario e lui reale.
    L' ho avvertito dei rischi riguardo al suo abuso di enteogeni.
    Ma forse è già tardi.
    Ore 15.05 Ho soppresso Paolo, ormai non riconosceva più la realtà.
    Ore 15.10 Sto facendo conoscenza con Cesare, il mio nuovo amico
    immaginario, non sarà facile sulle prime ma qualcuno mi è
    indispensabile per rispondere al telefono a quelli cui devo
    dei soldi.
    Ore 16.00 E' ora di fare merenda, ho mandato Cesare a razziare il
    Conad e sospendo lo sciopero schierandomi con i panciapiena.
    Una carota cruda andrà benissimo, immersa da una parte
    nel vasetto della maionese e dall' altra parte immersa nel
    vasetto della Nutella;  per frutta una banana...split !
    Ore 17.00 In televisione a quest' ora danno sempre Daitarn III ma oggi
    c' è l' ultimo episodio, quello in cui cambia sesso.
    Ore 17.20 Ora Daitarn è Daitàna, l' androide ....ana !
    Povero Brio, i megalomani con le adenoidi rideranno di lui.
    Quest' ultima cavolata è di Cesare, lo ammetto; e se non si dà
    a Cesare quel che è di Cesare, non si può poi pretendere
    che Cesare abbia ciò che gli spetta...porca Daitàna.
    Ore 18.00 Vado nel bar per scroccare un sigaretta, il barista si rifiuta
    di darmela, che palle ! Ricominciamo !
    Provo con la barista ed anche lei si rifiuta di darmela ma non
    me la prendo più di tanto, non l' ha ancora data neanche
    al suo ragazzo con cui sta insieme da ieri sera; patologica...
    Ore 18.05 Ho assoluto bisogno di fumare e faccio entrare in scena
    Cesare, cavolo...non fuma, ormai è tardi per reinventarlo.
    Ho ancora in tasca i 5 euro e chiedo al barista un pacchetto
    di Churchill rosse; miracolo ! Mi serve per davvero ma non
    mi dà il resto, la barista che ha notato la scena mi dà un euro
    indietro e mi dice che il barista distratto non è propriamente
    distratto, è rimasto scioccato dall' epilogo di Daitarn III...
    Ore 18.30 Appuntamento dalla psichiatra.
    Non faccio in tempo a stendermi sul lettino che ha già
    cominciato a sproloquiare sulla sua visione pessimistica
    della vita, già non la reggo più e me ne vado.
    Ore 18.33 Scendendo le scale sento uno sparo ed un urlo...la solita finta.
    Ore 20.00 Il telegiornale apre con una breaking new, il Dottor Calippow
    presenta una nuova molecola chiamata " magrolina " che
    promette di trasformare i grassi saturi in magri spenti.
    Ore 20.25 Appuntamento con la Susy, a casa sua fra cinque minuti.
    Ore 20.26 Mi telefona la Susy dicendomi di non passare da lei per
    la quotidiana serata di svago con i trenini elettrici perché
    deve assolutamente studiare.
    Mi chiedo che diavolo debba studiare dal momento che lavora,
    non riuscendo a darmi una una risposta le chiedo che diavolo
    debba studiare dal momento che lavora.
    Mi spiega che deve studiare il modo di fare soldi velocemente
    a causa del suo repentino aumento del tenore di vita.
    Le consiglio di vincere qualche milione di euro ad una lotteria
    qualsiasi e lei mi risponde che l' ha già fatto e che una simile
    fortuna non capita mai due volte nella vita.
    " Come diavolo hai fatto a dissipare una simile fortuna ? "
    chiedo concitato.
    Mi spiega che è andata con tutti gli uomini che le piacevano
    senza badare a spese ma ora i soldi son finiti. Susy, Susy !
    Non mi resta che consigliarle di darla via previo pagamento,
    cioè di invertire i ruoli precedenti, ci pensa un attimo, mi fa
    un gran sorriso e mi confessa di non averci mai pensato.
    L' idea l' attira e mi chiede di gestirle la clientela, incassi,
    appuntamenti...e mi promette la metà dei guadagni al netto
    dell' i.v.a....
    Mi fa pena ed accetto, ma solo perché ci tengo che la mia
    ragazza stia bene, con sé, con me, e con tutti gli altri.
    Ore 21.00 Cesare mi confessa di essersi innamorato della Susy.
    Ore 21.01 Un urlo, uno sparo, non è la solita finta della psichiatra,
    Cesare non c'è più.
    Ore 22.00 Sono a casa e prima di addormentarmi mi metto il pigiama
    ma nei 30 minuti che collegano queste due azioni accendo
    la tv per guardare il mio telefilm preferito " Routine ".
    Siamo alla terza stagione  e l' unica cosa che è cambiata
    è il numero di episodio sùbito dopo la sigla.
    E' una serie realizzata a basso costo ma molto seguita...
    Ore 22.35 Morfeo mi ha rapito e sognerò come sempre
    che domani sia un altro giorno.

  • 24 luglio 2011 alle ore 19:14
    Delirio veterinario

    Come comincia: Giorgio Pistolin, veronese, è un anestesista veterinario specializzato
    in trapianti.
    L' ho conosciuto nella primavera di due anni fa al Simposio " Cani e
    creature da compagnia; Relatore Prof. Giorgio Pistolin ".
    Era un momento torturato della mia esistenza, mi era da poco
    spirata tra le mani la mia sanguisuga Bloody.
    Comunicai al Pistolin tutta la mia gratitudine per le persone come lui
    che trascorrono la vita ad aiutare le creature indifese...proprio come
    la mia piccola Bloody,  che fra l' altro mi permetteva di ovviare ad un
    ricambio sanguigno senza dovermi più stagliuzzarmi le braccia
    o ricorrere ad ospedali, prenotazioni; aghi ed infermieri incapaci
    da tre fori per prelievo.
    Dal momento che non ho, per motivo di genere, il fisiologico ricambio
    e non ho perdite dietro, mi sembrò una scelta giusta e consapevole.
    Il Pistolin annuì e mi raccontò della sua sanguisuga Sucky;
    la descrisse come una normale sanguisuga ma molto attaccata al gatto.
    Un giorno tornò a casa e vide il gatto morto dissanguato ma la dolce
    Sucky si prese un tale spavento che scappò di casa... la ritrovò mesi
    dopo denutrita mentre era ospite di un nido di passerotti anch' essi
    denutriti in un albero del suo giardino nel periodo della potatura.
    Non potò e dunque poté salvarla e rifocillarla attaccandosela al collo.
    " Piccola Sucky, e chissenefrega degli uccellini... ) " pensò Pistolin ( !?! ).
    Giorgio ha poche passioni, le donne, gli animali e la pornografìa.
    Quando non sa proprio cosa fare gioca con i suoi conigli spaccanoia.
    Tempo fa gli regalai un dvd scelto a caso dal mio animalesco intuito,
    " Il Pornitorinco Paride " ( l' avevo già visto un sacco di volte, dunque... ).
    Per ricambiare lui mi spedì un saggio sulle giovani marmotte che non
    ho ancora letto attentamente, il fatto è che ci son troppi nomi tecnici,
    Qui,Quo,Qua, Gran Mogol...a me i libri ermetici e criptati non piacciono...
    L' anno passato Giorgio ha avuto qualche grana giudiziaria con la
    giustizia appunto; in sostanza accadde che un giorno, un ricco e calvo
    cane si rivolse al Pistolin per un trapianto di peli...l' involontario donatore
    sarebbe stato un cane randagio qualunque che il ricco e calvo cane
    stesso gli avrebbe fornito.
    Il veterinario si vide offrire in ricompensa un articolo di 6 pagine sulla
    rivista " Cani a quattro zampe ".
    Sulla rivista, secondo le promesse, si sarebbero sperticate lodi al Pistolin
    in qualità di vero amico del cane ed inimitabile trico professionista.
    Giorgio Pistolin accettò, ma il trapianto non attecchì ed il nuovamente
    calvo cane ringhiò.
    Il giudice dall' alto dei suoi poteri rinviò il cane a cuccia ed il Pistolin
    a giudizio.
    Giorgio fu poi condannato alla pena di 6 mesi di carcere canini...
    Praticamente tre anni e sei mesi per un veterinario.
    I reati di cui fu ritenuto colpevole sono " Truffa contro gli animali Abbienti "
    e " Fallito intervento nei confronti di cane Borghese ".
    Il giudice fu clemente calvo e fu clemente davvero; per non rovinare la
    carriera al Pistolin lo assolse dall' accusa di " Inaffidabilità
    caninotricologica "; art.978.735/1 (2014) del C.C ( Codice Canino ).
    La multa annessa alla decisione fu di 15.000 euro come risarcimento
    all' indirizzo del cane dal collare d' oro ( In buoni spesa per i negozi
    della catena " Cani Padroni " e " Il mondo canino di razza superiore " ).
    Ora il povero Giorgio è agli arresti domiciliari che se la sbatte con i suoi
    conigli spaccanoia tra un porno e l' altro mentre il povero cane randagio
    sta probabilmente morendo di freddo da qualche parte.

  • 24 luglio 2011 alle ore 19:13
    Delirio al cinema

    Come comincia: Il mio regista preferito è Conrad Kinder, detto il cineasta la vista
    per le sue origini ispaniche.
    Secondo me " Terzo quarto in quinta ottava della nona di Alienhoven "
    è il suo lavoro più riuscito; i dialoghi striminziti, gli attori visibilmente
    storditi dalle urla della moglie di Conrad ( dirige la fotografia nuda sul
    set di ogni film del marito ), la sceneggiatura senza di colpi di scena,
    la ripresa affidata a parkinsoniani ma dalla lunga esperienza ( Conrad
    è l' unico che li fa lavorare ancora ma per la metà del dovuto ).
    " Evidente realismo inconcludente " è stato il responso critico
    su questo film incentrato sulle lezioni di musica per gli alieni sterili.
    Quando l' ho visto per la prima volta al mio Cinematico mi ha colpito
    l' atmosfera rarefatta; colpi di tosse lontanissimi, risate cosmiche,
    crunch crunch di patatine siderali e rumori di cannucce alla fine della
    loro attività.
    Se qualcuno non sapesse cosa fosse un Cinematico lo aiuterò a far
    luce alla fine della proiezione; ecco è finito con la scena in cui...
    non vi voglio rovinare il finale...
    Il Cinematico è un cinema come altri, si entra gratuitamente, ci si fa
    prelevare 450cc di sangue e si viene ricompensati con mezzo litro
    di buon rosso ed una fiorentina al sangue da un chilo da consumare
    in quindici minuti nella zona mensematica adiacente il laboratorio analisi.
    Subito dopo si entra in sala e si guarda il film in tre dì ( li proiettano
    un po' lunghi, convengo ).
    All' uscita vengono consegnate le analisi ai cinematici
    clienti & molto pazienti; emocromo completo + test hiv.
    " Che brutta fine, che brutta fine " si lamentava un signore in
    compagnia della moglie pronta ad accoltellarlo per il responso
    positivo al test hiv del marito.
    Probabilmente un finale così non se lo aspettavano davvero...
    Un' altro grande film di Conrad Kinder è " Amami e stanami "
    che riporta al cliché del pedofilo insospettabile che gioca a nascondino
    con i bambini degli amici.
    L' elemento nuovo è la totale mancanza dei bambini a prestarsi,
    parole loro, " Ad un gioco traviante e dall' epilogo scontato ".
    Alla domanda sulla pedofilia i bambini hanno ancora ribadito la loro
    indisponibilità a collaborare, parole loro, " Ad un gioco traviante
    e dall' epilogo scontato ".
    La critica ha promosso questa pellicola per la buona dose di
    azione, bambini che si nascondono dappertutto, rincorse mozzafiato,
    la moglie di Conrad Kinder nuda che urla e fotografa i bambini che
    non vogliono essere traviati ed infine; un epilogo scontato.
    Ma soprattutto per l' immancabile aspetto che ogni film di Kinder
    non riesce a celare.
    Il suo evidente realismo inconcludente.
    Le mie analisi vanno bene ma mi han consigliato di frequentare anche
    un Cinencefalo per accertamenti ulteriori...

  • 23 luglio 2011 alle ore 18:48
    Delirio mezzo vuoto

    Come comincia: Il mezzo.
    Metà e veicolo.
    " Il bicchiere com'è ? " viene chiesto.
    " Dipende, può avere tante forme ma fondamentalmente è un
     mezzo per veicolare l' acqua alla bocca... ".
    " Ma no...secondo te il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno ? ".
    A mio parere, è mezzo vuoto per una semplice ragione.
    Se il bicchiere può contenere un tot di acqua, e ne contiene meno,
    o addirittura la metà, il mancato " pieno " utilizzo di questa " capacità "...
    si può solo giudicare negativamente.
    " Siamo nel mezzo, spostiamoci ! ".
    Dal mezzo o con il mezzo?
    " Userò tutti i mezzi per raggiungere il mio scopo ! ".
    Per vincere ti servirai di mezzi e non di interi, ne dovrai usare
    ben il doppio con i tuoi mezzi interi...ed ecco spiegata la
     voglia di usarli proprio tutti, i mezzi.
    " E' in mezzo alla strada ! ".
    E' un clochard o sta troppo a sinistra ?
    L' attuale governo ci informa che la seconda ipotesi porterà presto alla prima,
    questione di tempo ( o question time, come preferirebbero loro ).
    Tra l' altro se si usano certi mezzi, i tempi si dimezzano...
    Metà e trasporto.
    " Abbiamo dimezzato le distanze con mezzi velocissimi ".
    " Pregare è un mezzo per avvicinarsi a dio! "
    Credo che il bicchiere in questo caso vada riempito a metà con acqua santa...
    saranno le preghiere a farlo lievitare fino allo sfioro.
    " Nel mezzo del cammin di nostra vita... " Sfido chiunque a volerci vedere
     un bicchiere mezzo pieno a quell' età !
    E basta...se il bicchiere è a metà...a me non disseta !
    " Qualche africano ha domande?...ah, sì, laggiù, dica pure... ".
    " Scusa amico, cosa essere bicchiere ? ".
    " Ah...è un...una preghiera per la pioggia ! ".
    " In Africa noi tanti bicchieri ma pioggia poca ! ".
    " Anche dai voi non si riempiono, capisco...".
    E magicamente incomincio a vederlo mezzo pieno senza mezzi termini.

  • 23 luglio 2011 alle ore 2:50
    Randle

    Come comincia: Si avviava il tramonto sulla vecchia penisola del Michigan. Il rosso candido serpeggiava tra le nuvole biancastre, giungendo fin dove il sole salutava a testa alta gli americani. Il vento soffiava ad ovest, aveva il sapore canadese tipico di Detroit e senza esagerare trasportava buste, plastica, microbi. Paesaggio sensazionale. Le persone si indirizzavano verso casa, la giornata era conclusa, non restava che godersi sulla spiaggia di Orleans Atwater l’immensa palla gialla rintanarsi dietro l’eterno orizzonte. Randle McMurphy faceva parte di quel 10% di irlandesi del Michigan, ma grazie alla madre, Rita, anche del 25% degli italiani e grazie al nonno, Irwin, dell’8% dei polacchi. La sua stanza puerile dal grattacielo di St. Vincent affacciava sulla Jefferson Avenue, la cui via adiacente era proprio Randolph Street ove, da un grattacielo situato venti chilometri prima, potevi scorgere l’inizio e la fine del sole. Le tende di nonna Gloria abbracciavano la finestra aperta che emetteva una fioca luce accompagnata da un piacevole venticello odoroso e canadese, quello che in California chiamano la ‘Mexican Symphony’. In casa non c’era niente e nessuno, neanche il cibo per un rifornimento prima della preziosa cena. Poteva avere tutta l’aria di essere un’atmosfera deprimente, ma non era così. Lì c’era tutto. Il vuoto era colmato dal silenzio, la solitudine aveva raggiunto il picco massimo tanto da diventare un’ebbrezza, un privilegio, che pochi possono avere. Randle si concesse un ulteriore capriccio dopo aver assaporato per cinque lunghi e torbidi minuti la delizia di Detroit al tramonto. Così prese una vecchia foto di Kim Basinger che aveva custodito tra ‘On the road’ di Jack Kerouac e la Bibbia. Con la foto rivolta verso l’alto ed i pantaloni calati, si dimenò nella masturbazione da lui sempre disprezzata, soprattutto da quando Priscilla cedette alle sue avances e si fidanzarono dopo quattro mesi di corteggiamento da pavone.

    Sul letto ricordò la sua prima ragazza, Olimpia. Era fantastica. La sua simpatia costrinse Randle a mutare la sua riservatezza in generosità, e fu talvolta persuaso nell’eseguire operazioni folli che prima proprio non digeriva. Aveva un viso che pareva quello di un pulcino, delle lentiggini che Randle adorava come gli americani adorano il burro d’arachidi, dei capelli lunghi e castani. Aveva il volto tipico anglosassone, quello che le radici di Randle premevano con tutta forza pur di conquistare. Il suo seno era enorme, ma ben proporzionato col fisico minuto e asciutto. La parlantina estrema e coinvolgente cambiò radicalmente Randle, fin tanto da farlo diventare ironico, brioso, come lui non si sarebbe mai aspettato. Ma soltanto fino a che Olimpia non lo lasciò. Amava un altro ragazzo, un certo Francis nativo del New Jersey. Si alzò dal letto e mise un cd del buon vecchio Muddy Waters, così tanto per, il momento lo richiedeva, il sole faceva a cazzotti con la luna, ed il blues, il vecchio blues del sud, non avrebbe tradito. Ricordò così nonno Joe, il quale gli raccontava la gloriosa Irlanda, i proverbi e le operazioni di guerra che condusse durante la Seconda Guerra Mondiale a capo dell’esercito inglese. Ascoltare nonno Joe non risultava mai noioso, ma bensì stimolante per un tipo curioso come Randle. Dal vecchio imparò tante cose, si fece le ossa, anche per via della morte improvvisa e prematura di papà Vernon. Fino all’età di tre anni, papà Vernon portava il figlioletto in giro per i parchi più belli ed interessanti di Detroit. La pesca, anche quella, aveva talvolta un ruolo predominante nelle uscite mattutine tra i due McMurhpy. E poi i pic-nic nel Campus Martius Park, o le gite in montagna nel lontano Québec. Il padre di Randle fu tanto importante quanto inutile per la sua vita, ma senza rendersi conto, il suo spirito combattivo, la sua espressione da ‘cacciatore dei boschi’, la sua astuzia da figlio di puttana, venne poppata proprio dalle avventure col padre prima che questo passasse a miglior vita. Randle si fece un giro per la stanza, pareva annoiato. Si affacciò dunque alla finestra per riosservare più da vicino il sole andarsene. Gli vennero in mente gli Scout. Mille esperienze con coloro che diventarono poi i suoi migliori amici, quelli con cui mangiava al Big Kahuna Burger, con cui giocava a baseball, con cui cercava di rimorchiare le francesine provenienti dal Canada. Randle sembrava davvero felice. Più che felice era soddisfatto del suo operato, della sua vita, ma soprattutto era consapevole che davanti a lui c’erano altri anni di gioia e conoscenza. Ricordò pure quando al liceo fu acclamato dall’intero corpo studentesco per aver compiuto un miracolo. Durante l’ora di educazione fisica di un tedioso mercoledì mattina, Randle saltellava in palestra insieme ai suoi compagni sotto gli ordini di Mr. Rudolph. Non vedeva l’ora di giocare a baseball nel cortile, tra i ragazzi si prefigurava una stuzzicante ed interminabile sfida. Quando Mr. Rudolph concesse loro l’onore, iniziò subito la partita, col solito dominio della squadra composta da Randle, Frank, Martin, Robert, Al e il resto della truppa contro i “pipponi” capitanati da Red. Quando la scossa di terremoto, che ogni mercoledì colpiva Detroit in quel periodo, giunse senza pietà, sorse il tragico imprevisto: un maestoso albero di dieci metri cadde sul tetto della scuola, che si frantumò generando grandi pezzi di cemento i quali schiacciarono il povero Red in fuga. Senza pensarci due volte, Randle si catapultò nell’impresa, scaraventando tutti i mattoni per l’aria. Red fu salvato e riportato nell’edificio, finché non venne l’ambulanza che lo trasportò in ospedale. L’avversario per antonomasia non smise mai di ringraziare l’amico Randle, avvertendolo ogni volta che ‘gli doveva la vita’. Così Randle fu acclamato da tutti gli studenti, professori, dal preside, fino a ricevere una medaglia dal sindaco di Detroit due giorni dopo. Quella medaglia l’aveva ancora, conservata tra le scartoffie dei suoi scritti e le foto delle donnine nude di playboy. Non l’avrebbe mai dimenticata.

    Il Michigan salutava anche quel giorno il sole, di cui si notava ormai solo un piccolo spicchio ma che illuminava con maggior potenza il tetto di Detroit. Così Randle McMurphy prese le sue vecchie scarpe che nonno Irwin gli regalò per il suo compleanno. Mentre allacciava queste, gli venne in mente proprio quel giorno. Fu tutto fantastico: ricordò quando gli eterni amici gli diedero in regalo una statua di marmo che raffigurava proprio Randle con la mazza da baseball in mano; o il viaggio a Londra che aveva sempre sognato, da parte di zia Uma e zio Jack, il quale fu successivamente condiviso con i suoi più cari amici. Per non parlare della Cadillac di nonno Joe. E poi le vecchie scarpe di nonno Irwin. Per lui avevano un valore affettivo inestimabile, forse più della statua, del viaggio e della Cadillac. Non le avrebbe scambiate con nessun altra cosa al mondo. D’altronde fu proprio nonno Irwin a salvargli la vita quando questi rischiò di non nascere. Due decenni prima, il ventre di mamma Rita sembrava scoppiare e Randle rimase incastrato tra la vita e la morte. La situazione degenerava ogni minuto, anche per la decisione di mamma Rita di abortire all’ultimo minuto, di cancellare definitivamente quello strazio per lei e per il bambino, che avrebbe potuto affrontare gravi problemi psico-fisici per tutta la vita. Per Rita sarebbe stata una decisione critica, di quelle che non hanno bisogno di mesi per giungere a conclusioni valide ma solo dell’istinto che in ogni arteria e in ogni vena del corpo le imponeva l’aborto. Per paura o forse per vergogna. Ma l’ostetrico del momento, nonno Irwin, la pensava diversamente e catapultò le sue dotte mani nell’utero di sua figlia per espellere un bambino avvolto completamente nel mistero. A distanza di due anni l’intera famiglia McMurphy si accorse che Randle brillava come una lucciola e non solo era normale, ma aveva doti di scrittura e d’animo che misero in imbarazzo la pudica scelta di mamma Rita. Randle non seppe mai la verità. Ma solo che il suo salvatore fu nonno Irwin, direttamente dalla Polonia.

    Cappello dei Lakers già pronto (i Los Angeles, la scelta di tifo che gli procurò non poche problematiche tra la compagnia di Detroit), camicia stirata, jeans Levi’s e giubbotto di pelle regalatogli anch’esso da nonno Irwin. Prima di uscire si affacciò nuovamente alla finestra, solo per accorgersi che tra i pensieri nella sua testa non figurava più l’addio dello splendido tramonto, sostituito dalla notte lunga e beata. Proprio quando si accinse ad aprire la porta della sua stanza, si accorse di aver dimenticato il portafogli nel cassetto. Aprendolo ritrovò documenti che non leggeva da tempo, come la sceneggiatura di qualche film (e di una sua opera incompiuta), il suo antico diario delle scuole medie (tra le tante dediche compariva quella di Mia Wallace, ragazzina divenuta donna-cannone cinque anni dopo e che per la quale Randle perse la testa prima e poi), l’oneroso scatolo di sigari cubani regalatogli da zio Patrick, una rara e preziosa foto con David Gilmour leader dei Pink Floyd di cui Randle andava pazzo, una penna stilografica, un album di Elvis Presley ed una raccolta di foto d’infanzia (ove compariva spesso una Rita estremamente perplessa ed un papà Vernon assai orgoglioso). Scontato che quindi in quel portafogli ci sia oro, da affiancare a così tanti bei ricordi. C’erano foto di suo padre e sua madre, di nonno Irwin e nonna Gloria, di nonno Joe e nonna Gladys più qualche dollaro da spendere al Big Kahuna Burger. La sua era una famiglia davvero unita. Randle, figlio unico, ‘si fece da solo’, tra i cantieri di Bates St. e le avventure a Washington Boulevard. La sua passione per il baseball e per il basket formò il suo carattere ed il suo possente fisico. Sarebbe potuto diventare un valido giocatore di baseball, se quel problema al braccio destro non lo avesse condannato alla sola scrittura. Le paure di Rita si concretizzarono solo in quel minuscolo difetto, di cui spesso andava addirittura fiera nelle conversazioni private con i suoi genitori per fornire una misera giustificazione alle sue scelte azzardate e timorose di due decenni prima. In quel tempo circolava addirittura invidia sulla vita di Randle. Molti dei suoi amici desideravano la sua stima e la sua reputazione, rara per un ragazzo di quell’età, ma soprattutto le amicizie e le sue avventure. Da vecchio irlandese figlio di puttana.

    Suonò una piccola sveglia deposta sulla scrivania di fianco al computer. Randle si accorse di aver fatto tardi all’impegno; il suono della sveglia avrebbe dovuto ricordargli che era già in ritardo di dieci minuti. Ma preso da tanta dolce sinfonia dell’inizio della notte e della fine dei suoi ricordi, scordò di aver selezionato la sveglia solo per un possibile - ed avvenuto - ritardo. Chiuse la porta della sua stanza e poi quella d’ingresso e corse subito verso l’ascensore. La sua pigrizia non gli consentiva di scendere cinque piani a piedi. Al piano terra una sorta di fluido candeggino attraversò il suo corpo, come liberazione dall’oppressione estenuante dell’ascensore. Visto da fuori il grattacielo di St. Vincent appariva come una delle meraviglie del mondo. Ma se poteva accontentare i cittadini di Detroit, venne proclamata ben presto come una delle meraviglie d’America. Così Randle raggruppò tutti i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue speranze, le sue ambizioni, la sua grinta, il suo vigore, la sua personalità, il suo nome e davanti alla Bmw Serie 1 del suo amico Al, che aspettava da quindici minuti il suo avvento, estrasse una 44 Magnum dalle mutande e si sparò un colpo in testa.

  • 23 luglio 2011 alle ore 2:47
    Cinquant'anni

    Come comincia:                                                                                                                                                                   Columbia (SC), 07/01/1999

    Mi chiamo Robert Life, nato nei pressi di Fulton St., Columbia nel South Carolina, l’8 Gennaio 1949. Mio padre morì quando avevo sei anni, fu colpito involontariamente da un proiettile vagante durante una sparatoria. Faceva il macellaio. Mia madre non faceva un cazzo oltre a ciò che fanno tutte le madri. Da bambino mi piaceva…

    Oh, al diavolo. Sono Robert Life e scrivo questa lettera come ultimo atto di un qualche cosa di meraviglioso. A dir poco. Sono passati cinquant’anni e guardandomi alle spalle, oggi, noto qualcosa che è sempre sfuggito alla mia mente, al mio cuore. Qualcosa che solo gli uomini i quali si trovano attualmente nella mia stessa situazione, possono notare. Proprio ora che dinanzi a me scorgo il buio, la luce entra di prepotenza nella mia testa. E ricordo tutto. Ricordo il mio primo regalo di Natale, uno dei primi, una chitarra. Non potrò mai dimenticare la mia felicità e le mie lacrime ed il sorriso di  mio padre. Ricordo il primo giorno di scuola, tra pianti e urla, mi mancava il mio papà, quasi come se già sapessi che dopo quel giorno non l’avrei più rivisto. Ho  vissuto nella merda e con astuzia sono sopravvissuto fino ad oggi. Ho sempre guardato le mie tasche, ragguagliato mia madre, difeso il mio fratellino e mangiato quello che c’era. E ricordo quando attraversavo quei bui e stretti vicoli, osservato anche dal cane randagio. E piansi, piansi per la scomparsa di colui che per sei anni mi ha amato, difeso, addestrato. Ma nel South Carolina non c’è tempo per piangere. Nella mia vita non c’era tempo per piangere.

    Non scordo il mio primo lavoro. Ero un fottuto lustrascarpe come quei negri figli di puttana. Ero il miglior lustrascarpe del Sud. Lustravo signori, ricchi, mafiosi. Era un lavoro di merda, ma mia madre era lì, povera ed indifesa, con due figli da sfamare anche con un dollaro a settimana. Li ricordo tutti quegli stronzi: Vincent Langella, Sonny Cady, Johnny “la roccia” Corrado, Michael Winnfield. E qualcuno si scopava pure mia madre. Ma io non ho mai aperto bocca. Non era mio compito farlo. E ricordo Kathleen, la mia prima ragazza. I miei primi baci, le mie prime scopate, le gelosie, le liti, l’amore. A vent’anni era già passata un’eternità. Ma avevo già fatto tutto, tutto per la prima volta. Ricordo tutto lo sporco ed il sudore per vivere, vivere bene. Gelataio, assistente barbiere, scaricatore di merci al porto, cameriere, commesso, salumiere, macellaio, prestigiatore, falegname, operaio, meccanico, cuoco. In tasca mi restava quel tanto che bastava per le sigarette. Ricordo tutte le birre scolate con Joe, Martin, Red, Jerry, il football, il basket, Jim Rice, Elvis, gli anni ’70. Ricordo tutte le mie donne, e mia moglie, Rita, ed i miei figli, Tom e Lisa, ed i viaggi a Los Angeles, Chicago, Dallas, Rio, Roma, Berlino, Londra.

    Si riaccendono i fari su di me e sento urla provenire da fuori. Gridano anche il mio nome. Ma intanto non posso fare a meno di pensare. Tutta la mia vita, adesso, sembra scorrermi nelle vene, accecandomi gli occhi. È strano il modo in cui un uomo come me si ritrovi così, ora, tra inferno e paradiso senza via di scampo, con un passato tanto vicino quanto la puzza del proprio sedere. Io non ho rimpianti, non ne ho mai avuti. E neanche rimorsi, mi sento di aver fatto tutto ciò che potevo fare, senza esagerare, senza rinunciare a quello che volevo. Ho giocato, ho vinto e perso; ho rischiato, ho inghiottito e vomitato. Ho riso, ho pianto, diavolo quanto ho pianto.

    Ricordo quando fui ferito: 19 Agosto 1991, non lo dimenticherò mai. Le circostanze furono simili a quelle tragiche di mio padre. Sparatoria, S. Gregg Street, come si suol dire in questi casi mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sembrava una maledizione. Rita era al corrente di ciò che successe a papà, i miei figli sapevano qualcosa, io vedevo la morte cogliermi impreparato. Il proiettile sfiorò il cuore, mio padre fu colpito alla testa. Le conseguenze di questa stronzata furono solo un po’ di compassione da parte di chi, sembrava, non mi conoscesse più ed un’eterna cicatrice. In questi lunghi e sporchi anni sono riuscito a farmi conoscere, a dettar legge – quando potevo –  a divertirmi, soprattutto. La vita non è una gara e non può essere interpretata con una filosofia. Necessita solo di essere vissuta. Amare ogni singola cosa che ci è accanto e scoprire che ci si può sempre sorprendere. Anche a cinquant’anni.

    Ricordo dieci minuti fa, quando né io né voi sapevamo di questa lettera. Per voi adesso, beh, sembra non essere cambiato nulla. Sentivo di scrivere queste parole, cercando di ricordare e capire se la mia vita ha avuto un senso. Ma credo che ogni piccola vita di ogni fottuto essere umano, abbia un senso. Qualsiasi cosa potessimo fare, qualsiasi sbaglio potessimo commettere sarà nostro, ci entrerà anche nel nostro più misero capillare e ci renderà quello che siamo, ad un secondo dalla morte. Non preoccupatevi, amici miei, di me. E neanche dell’invidia, della gelosia o della cattiveria! Consumereste vita come un vecchio incallito fumatore, per poi morire bruciacchiati e senza respiro.

    Tra cinque minuti verrò attraversato da duemila volt. Lì fuori è tutto pronto. Il pubblico attende, la sedia aspetta solo di sfogarsi contro di me. Sono pronte le catene, e la spugna. I secondini raccolgono cella per cella ogni animale, volgarmente, sputati e sbeffeggiati, perché forse per loro “animali” non è il termine giusto. Dopo Jack Weinstein, sarà il turno di Robert Life. Sento le urla. Sento l’approssimarsi progressivo di una morte troppo veloce e sofferente. Respiro con affanno, voglio una sigaretta. Le preoccupazioni, adesso, mi attanagliano. Ho paura. Quella notte mi trovai di fronte ad una carneficina. Non avevo mai visto così tante sagome immobili, con gli occhi trafitti dall’orrore, ancora impressionati da quell’immensa malvagità nei loro confronti. Il sangue sembrava non finire più, chiazze rossastre ovunque. Ed io ero lì, da solo, con una pistola a terra senza impronte. Potevano essere cinque, dieci, venti morti. Non ricordo. Mi voltai e vidi ambulanze, FBI, forse l’esercito. Capii che per la seconda volta nella mia vita mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Voci di strada mi hanno sempre insegnato che la fortuna non bussa mai due volte. Ebbi la conferma della mia fine quando un sopravvissuto senza braccia, magro, quarant’enne scapolo e medico, John O’Brian, un irlandese del cazzo, scorta la mia faccia mi accusò. Non ho mai capito perché l’abbia fatto. Forse neanche lui. O forse era convinto di aver pescato la persona giusta. Ogni uomo ad un certo punto del suo cammino si rende conto di quando sia veramente finita. Chi prima, chi dopo. Il mio percorso è stato talmente pieno che sento ancora parecchio vuoto da colmare. Non sono ancora pronto a morire. Ma il mio momento è arrivato. Weinstein ha tirato le cuoia. Ascolterò in prima persona la sadica sinfonia dell’uomo morto che cammina. Mi mancava quest’esperienza. Dicono che sulla sedia inizialmente si provi piacere. Un piacere irresistibile, prima del tramonto. Senza rendermene conto diverrò un pezzo di carne bruciato lungo un metro e ottanta, lontano da una moglie e due figli e dal mondo, dopo cinquant’anni. Soltanto cinquant’anni.

    Sento i passi del secondino avvicinarsi meticolosamente. Ancora dieci secondi per ricordare tutto. Ancora dieci secondi per un’ultima lacrima.

  • Come comincia: Dall’alto del suo regno la visuale era perfetta: si poteva osservare ogni cosa a 360°, con calma, senza che nessuno lo sollecitasse a fare in fretta, a non perdere tempo, a darsi da fare prima che il tempo scadesse; per essere più precisi, da “fare” non c’era proprio nulla: bastava limitarsi ad osservare ciò che facevano gli altri e premere qualche bottoncino sul quadro dei comandi, ogni tanto, senza impegno o spostare la pedina sulla scacchiera, tra uno sbadiglio e l’altro.
    Quando il big bang era scattato e l’universo aveva finalmente cominciato a darsi un certo ordine, a lui era venuta l’idea geniale: avrebbe fatto da controfigura a Dio e avrebbe volentieri accettato di recitare le parti più rischiose, rischiando anche la pelle, se necessario, da bravo stuntman, senza tirarsi mai indietro, a costo di diventare impopolare agli occhi degli esseri umani, ma a patto di acquisire almeno una fetta di potere (non poteva pretendere tutta la torta, come il Capo!).
    E così , nel corso dei millenni, data la sua continua presenza “sul campo” nei momenti più felici o più incresciosi dell’esistenza umana, era diventato per tutti Il Signore, l’Essere Supremo, Dio Padre Onnipotente, ma anche il Budda, Odino, Allah, ecc. E’ vero, c’era anche qualcuno che si ostinava a definirlo con il nome di Fortuna o Sfortuna, senza rendersi conto di tutte le implicazioni filosofico-letterario-epistemologiche che questi nomi portano con sé, e qualcun altro gli attribuiva addirittura l’altisonante nomen di Fato o più modestamente Destino o con sermo umilis Sorte (Buona e Mala Sorte, a seconda delle situazioni!).
    Sta di fatto che nessuno era a conoscenza della sua vera identità, del suo ruolo reale e perciò egli poteva scegliere come e quando intervenire nelle faccende del mondo e addirittura decidere “se” intervenire o meno, e le sue azioni erano sempre accettate e giustificate grazie all’equivoco iniziale, cioè essere scambiato per la vera Causa Prima di ogni evento.
    I momenti più eccitanti della sua carriera erano stati quelli in cui aveva dovuto adoperarsi di persona, data la mole di impegni molto più seri che il vero Essere Supremo stava risolvendo, e proprio dall’esito sconcertante dei suoi interventi (nient’affatto meditati) potremo, forse, riuscire ad identificarlo e ad attribuirgli finalmente il nome giusto.
    Partiamo dalla Storia romana e vedremo che, ad esempio, toccò proprio a lui dare una svolta alla famosa battaglia di Azio, che stava andando per le lunghe. Le cose si svolsero pressappoco in questo modo:
    All’inizio la nave di Marco Antonio si trovava con Publicola, quella di Ottaviano con Lurio e la «Antonias», la nave ammiraglia di Cleopatra, con la regina a bordo, era posizionata alle spalle di Ottavio insieme ad altre 26 navi egizie.
    Le due flotte si fronteggiavano, vicine ed immobili, senza prendere alcuna iniziativa. Il tempo passava lento, il mare era calmo. All'improvviso, a mezzogiorno, Sosio mosse le sue navi verso sud in direzione dell'isola di Leuca e si scontrò con Lurio dando inizio alla battaglia. I motivi del movimento improvviso di Sosio sono sconosciuti: qualcuno sostiene che era concordato, altri invece ritengono che volesse abbandonare Antonio al proprio destino. Comunque sia l'azione di Sosio incanalò la battaglia secondo i piani di Agrippa: attendere l'avversario e arretrare lentamente in mare aperto per sfruttare gli spazi con le proprie navi, molto più agili da manovrare.
    Poiché il nemico non accennava ad aprirsi, Agrippa decise di rischiare e fece muovere bruscamente le navi verso il largo; Publicola cadde nel trabocchetto e lo seguì, allontanando le sue navi sia l'una dall'altra sia dal centro dello schieramento. Ottaviano, per tenere unita la formazione, fu costretto a spostarsi a nord e venne chiuso da Arrunzio. Questo spostamento creò un varco in mezzo che avrebbe potuto essere sfruttato dalle navi di Cleopatra, ma la regina decise inspiegabilmente di utilizzarlo per fuggire. Antonio vide la sua amante in fuga e non si preoccupò più della battaglia ma solo di inseguirla, lasciando flotta ed uomini al loro destino.
    Inizialmente gli uomini di Antonio non si accorsero di essere stati abbandonati dal proprio comandante e continuarono a battersi valorosamente ; essi si comportarono come il migliore dei comandanti e il comandante come il più vile dei soldati, ma la battaglia era ormai perduta. I Romani iniziarono ad attaccare le imbarcazioni avversarie una ad una e, trasferendo sulle navi avversarie i soldati mediante il rampone, vi combatterono corpo a corpo, poi ne incendiano le vele, affondandole. Verso sera per Ottaviano fu un gioco da ragazzi chiudere il golfo con la propria flotta ed attendere la resa, che avvenne il giorno dopo.
    Quale degli dei ringraziò Ottaviano, quale maledisse Antonio prima di seguire negli Inferi la sua amante? Non lo sapremo mai. Piuttosto è lecito chiedersi: cosa spinse Sosio a compiere la manovra che nessun piano aveva preventivato e che decise l’inizio della battaglia? A dispetto dei critici, molti risponderebbero che fu solo il Caso.
    E cosa dire dell’evento che rappresenta l’inizio del percorso che porterà alla caduta definitiva dell’Impero romano d’Occidente e al suo sfaldamento irreversibile, vale a dire la battaglia di Adrianopoli? In quella battaglia, è vero, i Goti sconfissero i Romani d’Oriente e l’imperatore Valente fu ferito , ma non in modo letale. Se fosse guarito e fosse tornato al comando dei suoi eserciti, forse le cose non sarebbero andate come poi andarono. Invece morì bruciato nella fattoria dove era stato portato nottetempo dai suoi soldati per essere curato e a cui i Goti diedero fuoco senza peraltro sapere chi vi fosse nascosto. Con questa sconfitta l’esercito romano rimase senza riserve militari, e i Goti riuscirono a rimanere all’interno dell’impero e a dilagarvi, con le conseguenze che tutti conoscono.
    Non nasce spontanea la domanda “Ma proprio in quella fattoria dovevano ricoverare Valente i suoi premurosi soldati?”. Si potrebbe rispondere che fu solo colpa del Caso.
    Ma proseguiamo nella nostra indagine, così, tanto per giocare un po’ “a caso” con la storia.
    Che Adolph Hitler sia stato uno dei più grandi flagelli della storia di tutti i tempi, nessuno lo negherebbe e neanche si potrebbe negare che, se uno solo dei tanti attentati che vennero orditi contro di lui avesse avuto esito positivo, di sicuro ci sarebbero stati meno danni e sventure per l’intera umanità. Eppure essi fallirono tutti miseramente, e certo non potremmo sostenere che ciò accadde per la volontà di Dio Onnipotente.
    Prendiamo ad esempio quello ordito da un cittadino svizzero poco più che ventenne, Maurice Bavaud, fervente cattolico ed ex seminarista che in Hitler aveva riconosciuto il principale pericolo per l'umanità, l'incarnazione di Satana in pieno XX secolo. Il complotto fu messo a punto in totale autonomia e con una buona dose di dilettantismo, ma avrebbe potuto avere comunque esito positivo, se...
    Il piano prevedeva che Bavaud, mischiatosi alla folla che assisteva alle celebrazioni della Giornata degli eroi a Monaco nel novembre del 1938, sparasse alcuni colpi di pistola su Hitler. Durante la sfilata, organizzata annualmente per commemorare il fallito putsch della birreria del 1923, il dittatore si sarebbe recato a piedi, tra due ali di folla, a deporre una corona al monumento alla vittime naziste. Tutto sembrava procedere secondo i piani. Bauvaud si era sistemato ai bordi della strada che il Fürher avrebbe percorso , abbastanza vicino, ma anche sufficientemente nascosto. Improvvisamente un gruppetto di fanatici si spostò sulla destra del giovane, sbilanciandolo indietro e alzando dinanzi a lui una selva di braccia tese nel saluto nazista. All'attentatore fu impedito finanche di esplodere un colpo. In pratica l’attentato fallì prima ancora di iniziare.
    Qualche giorno dopo Bavaud si spostò a Berchtestgaden, dove intanto la sua vittima si era trasferita, ma anche qui non riuscì a cogliere l'attimo. Fermato imprevedibilmente nel corso di un normale controllo della polizia, gli fu scoperta la pistola e il suoi piani sgangherati vennero alla luce. Incriminato per tentato omicidio, fu ghigliottinato nel 1941.
    Ed eccoci alla solita domanda: da chi o da cosa dipese quel duplice fallimento?
    Saremmo tentati di rispondere anche questa volta che fu solo il Caso.
    Potremmo andare avanti così ancora per molto in questa ricerca storica un po’ bislacca e troveremmo di sicuro tanti altri eventi curiosi su cui fare una riflessione concludendo con la solita domanda e con l’ancor più solita risposta.
    Nel frattempo mi sto chiedendo: ma perché ho scelto di scrivere su questo argomento, che in verità non è dei più congeniali al mio spirito creativo?
    Lo confesso: è stato solo un Caso.