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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 agosto 2011 alle ore 20:32
    Delirio Anarchico

    Come comincia: A cerchiata, appartenenza dentro il mondo.
    Carbonari che non tollerano l' ordine.
    L' ordine è un sottoprodotto del caos,
    chi ama l' ordine ama solo una parte del tutto.
    Disprezzare il caos è come amare la moglie
    e disprezzare la suocera che l' ha generata.
    Meglio non insistere su questo punto, capisco...
    L' ordine è un brutto vizio, ci si rimane dentro
    da bambini " imparati " da genitori che davvero
    vogliono che i figli seguano le rotaie del mondo.
    Poi da grandi, quei ferrovieri cresciuti, non
    possono deragliare, troppe persone vanno
    nella identica direzione.
    Giustificare l' ordine ha pro e contro, la sicurezza
    è un falso pro in quanto sta dentro il caos,
    la libertà è spesso pericolosamente contro per lo
    stesso motivo, ovvio.
    Il caos viene considerato come una bestia
    selvatica, da domare, e l' ordine si sforza pur
    di contenerla, spendendo immense energie.
    Si limita la bestia negli spostamenti, la si relega
    ad una stalla galera per la notte.
    I muri contengono la ribellione di chi la pensa
    diversamente e l' alba torna in favore all' ordine.
    L' ordine governa meglio nella luce.
    Il caos governa e basta, luce o buio.
    Governare il bestiame mi sembrava una pratica
    utile e dignitosa quando ero bambino.
    Da piccolo infatti ti fanno credere di appartenere
    al mondo, al suo futuro ed al proprio futuro, ma
    nessuno ti spiega che sei nato bestia, ci devi
    arrivare da solo ricordando quando da piccolo
    giocavi a travestirti da cow boy, o da poliziotto,
    nelle feste scolastiche di carnevale.
    L' ordine poi cresce in base al caos " percepito " ;
    come l' umidità accresce il senso di soffocamento
    così fanno i media con la sicurezza " percepita ".
    L' ordine forse, a breve, sarà democratico
    in base all' economia, in breve il voto politico
    utilizzerà la democraticissima
    equazione dei mille euro.
    Ogni mille guadagnati un voto, ai disoccupati un bel
    bonus di un voto l' anno senza avere percepito nulla.
    Sulla falsa riga di questa regola si deciderà il numero
    dei mariti o mogli coniugabili legalmente ed il vaticano
    perdonerà il suicidio oltre il milione di euro dichiarato
    sempre che l' otto per mille vada nella direzione
    suggerita dalla pubblicità pagata dall' otto per mille.
    Gli ufo potranno visitarci solo se stamperanno moneta
    e compreranno il debito mondiale ed a dio sarà
    concesso di farsi le canne solo se risolverà
    i grandi problemi del mondo, nascita, vita
    e soprattutto morte; gli uomini la trovano inconcepibile
    come le donne di fronte ad un aborto spontaneo.
    Se da bambini vi siete emozionati in uno zoo vedendo
    per la prima volta tanti animali diversi, è prima per merito
    del caos e poi per causa dell' ordine inflitto agli ingabbiati.
    Se ora pensate che le differenze non debbano essere
    governate per spettacolo, non portate allo zoo i vostri
    figli, si emozioneranno piano piano girando il mondo,
    per tutta la vitAAA.

  • 31 agosto 2011 alle ore 16:37
    Gianluca e Genéviènne - 2^ parte

    Come comincia: Tinto Brass. Era a metà pellicola quando percepì dietro si sè una presenza,  Monica era alle sue spalle..."Signora sono imbarazzato, io di solito...""Lei di solito vede film porno che, se ben fatti, come ho potutto vedere brevemente, sono piacevoli." "È la storia di una giovane che, spinta dal fidanzato macrò, aveva preso la via del casino pensando, ingenuamente, di risolvere i loro problemi finanziari (lui le aveva fatto intendere che aveva bisogno di soldi per aprire un'attività). Il film prosegue con la visita ginecologica da parte  di un dottore smaliziato dalla lunga carriera e dalla frequentazione professionale di tante 'signorine' e poi l'incontro col primo cliente, un bel marinaio, con cui si era fatto delle goderecciate superbe contrarie però alla filosofia di una casa chiusa. Non è solo una pellicola glamour ma anche una storia di costume che si svolge durante la seconda guerra mondiale con implicazioni anche politiche e col finale ottimistico della giovin signorina che, con l'eredità di un maturo cliente passato a miglior vita, aveva comprato una nave al bel marinaio suo grande amore." "Bella storia col finale ottimistico, la mia storia è solo tragica e col finale ancora da pronosticare. Genéviènne l'ha tratteggiata come un uomo speciale, affidabile, anticonformista molto simile a lei, anzi mi ha detto: 'Sono io vestita da uomo'. Detto da lei, che conosco bene, è un grosso complimento. Dovrò venire spesso a trovare Genéviènne, la mia e quella di mio figlio è una situazione delicata, complessa che mi coinvolge moltissimo come madre, le dico questo perchè penso che sarò costretta ad essere sua ospite per vari pomeriggi, sempre che non le crei problemi." "lo farò con piacere come con piacere le offrirò un the verde che tiene lontana la vetustas." Dopo mezzora una telefonata di Ge, Monuica lasciò l'abitazione di Gi.Dallo spioncino Gi vide accanto alla madre un ragazzo biondo che salutò affettuosamente Ge: "Ciao zia, a presto!" "Ginaluca preferisco parlare per telefono, attendo l'arrivo di mio marito e vorrei presentartelo ufficialmente prima di farti trovare in casa nostra. Penso ad una ovvia curiosità da parte tua, affermare che quella di Monica e una storia complessa è il minimo che si possa dire, lei mi ha pregato di non fartene cenno, se lo riterrà opportuno sarà lei a parlartene personalmente." Che la curiosità sia femmina è solo un luogo comune, quella di Gi era al parossismo, le ipotesi erano poche e poco consistenti, anche la fantasia ha un limite e Ge era stata insolitamente abbottonata. "Cara ti prego, un breve accenno, ho il cervello in ebollizione, dammi una dritta!" "Ti posso dare dei cubetti di ghiaccio per abbassare la temperatura dell'encefalo, non insistere, l'ho promesso a Monica, la potrai rivedere domani pomeriggio." Mattinata successiva niente mare con grande irritazione da parte di Nadia nel vedersi Gi tra i piedi mentre ordinava l'appartamento. "Nadia oggi niente primo voglio restare leggero, solo secondo e frutta." Alle quindici arrivo dell'ascensore al piano, porta aperta dell'appartamento di Ge e introduzione della madre e del figlio all'interno. "Ma che cacchio stanno facendo, Ge doveva impertire lezioni di francese al pupo e allora che motivo c'era di perdere tanto tempo..." Suono del campanello nell'abitazione di Gi, una attesa ingiustificata da parte del padrone di casa e poi apertura del portone d'ingresso. Lo sguardo fisso di Monica negli occhi di Gi aveva un solo significato: "Stavi dietro la porta al mio arrivo, hai aspettato incollato allo spioncino e poi la sceneggiata per farmi aspettgare all'ingresso!" "Si accomodi signora, Genéviènne mi ha peannunziato il suo arrivo. L'ultima volta abbiamo effettuato un giro turistico della mia magione, ora la cosa migliore è quella di sedersi sul divano, dinanzi al televisore, e godersi la musica proveniente da canali satellitari aspettando la fine della lezione a suo figlio." "Da quello che mi ha accennato Genéviènne lei è una persona intelligente con molta esperienza della vita, non prendiamoci in giro, intanto penso che sia il caso darci del tu dato che passeremo molto tempo insieme. Ti toglierò la curiosiyà che appare evidente dal tuo viso e che Genéviènne non ha voluto dirimere, la mia non sarà una confessione ipocrita come quella cattolica, sarà solo un modo per sentirmi sollevata in una situazione complessa e dolorosa, sempre che ti vada di sentire le mie peripezie." "Sono tutt'orecchi, cerco una melodia del grande Amadeus come sottofondo, ti va?" Anch'io apprezo Mozart. La mia storia inizia a Senigallia cittadina rivierasca delle Marche, sono laureata in Storia dell'Arte ma, per mancanza di lavoro, appena conseguito il dottorato presi ad aiutare i miei nella conduzione di una trattoria, lavoravamo soprattutto d'estate. I problemi sono sorti allorchè si è ammalato mio padre, una pielofrenite che lo ha portato alla dialisi, io e mia madre non eravano in grado di portare avanti da sole l'esercizio, tutte le incombenze della conduzione erano a carico di mio padre, mia madre in cucina, io alla cassa ed al servizio ai tavoli, eravamo in difficoltà. Una sera stavamo chiudendo il locale quando si sono presentati dei giovani di ambo i sessi, un pò brilli, che hanno chiesto di ritardare la chiusura del locale per una spagjhettata, il bisogno di far cassa ci indusse ad accontentarli. Fra tutti il più caciarone era un biondo dagli occhi azzurri che sembrava il capo della banda. Quando gli passai vicino mi mise una mano fra le gambe, mi sentii morire, trattata come una prostituta, posai i piatti che avevo in mano e gli ingiunsi di uscire dal locale. Il mio atteggiamento raggelò la compagnia, una ragazza, forse la meno brilla,  cercò di sminuire l'episodio giustificandolo con lo stato di ebbrezza del giovin signore. La serata finì abbastanza tranquillamente con un buon miglioramento per le nostre finanze. L'episodio era stato da me dimenticato quando, due giorni dopo, all'ora di pranzo, si presentò il biondo con un gran mazzo di rose bianche. Senza pronunziare parola lo appoggiò sul banco della cassa e mi baciò la mano. Il fatto incuriosì i clienti del locale e mia madre. "Chiederle scusa è il minimo, non ricordo molto degli avvenimenti dell'altra sera ma Virginia, una mia amica, mi ha riferito del mio comportamento non da gentiluomo, le porgo di nuovo le mie scuse." "Scuse accettate con riserva, ero molto arrabbiata!" Tutti i giorni a pranzo ed a cena nel mio locale era presente Antonio Finocchiaro, la sua barca era ormeggiata al porto, un quindici metri nuovo e moderno, era di sua proprietà, lui girava tutti i porti d'Europa quale rappresentante del fratello, costruttore di barche con cantiere sito in una localitè vicino Messina, presto sarebbe ripartito per recarsi a Genova, al salone nautico dove erano esposti natanti di loro fabbricazione.Alla chiusura del locale, veso mezzanotte Antonio Finocchiaro era dinanzi alla porta della trattoria. Chiesi consiglio a mia madre, unica risposta: sei maggiorenne, se tu dovessi sistemarti io andrei con tuo padre da sua sorella sulle colline marchigiane, è coltivatrice diretta e possiede una grande stalla, potrei lavorare lì. Non ero molto entusiasta di un eventuale matrimonio anche se Antonio ne l'aveva proposto più volte; una storia con un mio coetaneo aveva avuto un risvolto negativo per la gelosia di sua madre., accettai la proposta. Al ritorno di Antonio da Genova ci maritammo. Pochi amici e amiche, qualche parente compresa la zia Lella nella cui tenuta mia madre sarebbe andata a lavorare, il più accorato era mio padre che si riteneva colpevole della mia decisione di maritarmi. decisione che istintivamente non condivideva. Passammo la luna di miele in barca. Il viaggio Senigallia Messina fu intervallato da frequenti attracchi in porti abruzzesi, pugliesi e calabresi, finalmente a Messina. I nostri rapporti sessuali si rivelarono non molto gratificanti, Antonio non si dimostrava particolarmente conoscitore delle esigenze sessuali femminili e tutto finiva in un breve lasso di tempo. Dopo un anno la nascita di Antonella, una pupona bellissima, a detta di tutti la mia immagine precisa, una gioia indicibile. A Messina prendemmo alloggio in una casa vicino al mare nei pressi di un grande distributore di benzina, la stessa che occupo ora. Mi accorsi che c'era qualcosa di strano nel comportamento di mio marito: una volta invitò a casa un tale dal comportamento un pò femmineo, si giustificò affermando che era un probabile acquirente di una barca che aveva voluto conoscere la sua famiglia. Le sue amicizie avevano dato la stura a pettegolezzi che non giungevano alle mie orechie. Dopo quattro anni, in seguito ad un fugace rapporto sessuale, rimasi incinra, nacque Francesco ritratto preciso di suo padre, biondo con gli occhi azzurri. Il matrimonio aveva alti e bassi, il sesso non mi interessava più di tanto nè avevo intenzione di allacciare una relazione con un altro uomo, seguivo la crescita di Antonella e di Francesco con qualche apprensione considerata la totale assenza del padre nel menage familiare. Antonella cresceva ogni gionro più avvenente, era sempre allegra ed aveva molte amiche al contrario di Francesco che si dimostrava timido e chiuso di carattere. Antonella aveva superato brillantemente gli esami di maturità e si era iscritta all'università. Non avevamo problemi economici, Antonio si era dimostrato un buon venditore, guadagnava bene e faceva pervenire regolarmente alla famiglia del denaro anche quando era fuori sede per lavoro. Non ricordo di preciso quel che accadde tanto fu grande lo choc: mia figlia una sera non era rientrata a casa e solo la mattina seguente mi aveva telefonato dalla Calabria, era ospite di una sua amica, nessuna ulteriore spiegazione. Fu allora che conobbi Genéviènne che abitava nel mio stesso palazzo. Al supermercato mi era caduto a terra il sacchetto della spesa, mi sono messa a piangere e Genéviènne mi accompagnò a casa. Pgni giorni veniva a trovarmi e insieme decidemmo di rivolgerci ad un'agenzia privata di investigazioni per rintracciare Antonella. Dopo circa una settimana fui convocata dal direttore dell'agenzia; mi recai nel suo ufficio in compagnia della mia amica. Il titolare fu molto discreto e diplomatico, cercò di indiorare la pillola ma la realtà era che Antonella viveva in una villa vicino a Camigliatello, nella Sila, nell'abitazione di una facoltosa signora quarantenne, divorziata, che aveva propensione per le persone del suo stesso sesso. Svenni, mi trovai adagiata su un divano, Genéviènne mi massaggiava dolcemente il viso, fu un triste ritorno alla realtà. Pensai le cose più assurde, volevo acquistare una pistola per uccidere la maledetta lesbica che si era preso quel fiore di mia figlia, Genéviènne riuscì a farmi ragionare e a ripercorrere la vita passata di mia figlia. Effettivamente in casa non aveva mai invitato un coetaneo di sesso maschile, se aveva deciso di convivere con una lesbica voleva dire che pure lei... Riuscìì ad informare suo padre che era in Marocco, non avevo molte speranze che lui potesse sistemare la situazione ed infatti: "Cara se quella è la natura di nostra figlia non possiamo farci nulla, cercheremo di convincerla a venire a Messina per rivederla, chiaramente non è il caso di recarci in Calabria." Dopo circa sei mesi Antonella, dietro mie insistenze, venne a trovarmi. Forse sarebbe stato meglio non rivederla, era in ottima forma, sembrava più bella di quanto ricordassi, mi disse di essere felice di aver trovato una persona che amava, si amava una donna! Non la invitai più, mi dedicai tutta a Francesco che cresceva pieno di complessi, non dimostrava una mascolinità definita, era bello ma chiuso di carattere, non aveva molte amicizie e raramente qualche compagno di scuola frequentava la nostra casa. L'unica persona con cui confidarmi era Genéviènne per cercare di comprendere le problematiche di mio figlio. Circa venti giorni addietro Francesco è ritornato a casa piangendo, si era chiuso in camera sua e non aveva voluto aprire la porta per un giorno intero, solo l'intervento di Genéviènne aveva sbloccato la situazione così era venuta fuori la verità: Francesco aveva tentato di avere rapporti sessuali con una sua compagna ma non era riuscito a combimare nulla e la ragazza aveva sparso la voce che fosse impotente ovvero omosessuale. Per non fargli perdere l'anno scolastico l'ho iscritto in un istituto privato ma con poco successo negli studi, Francesco era rimasto molto turbato da quell'episodio, dovevo prendere energicamente in mano la situazione ma non era affatto facile trovare una soluzione. In questo frangente m'è venuto in aiuto l'amore materno, dopo una notte insonne decisi di chiedere a Genéviènne un favore che solo una madre può comprendere ma la mia amica non aveva avuto figli e non ero certa che potesse capire la situazione e venirmi incontro, la sapevo anticonformista e questo mi incoraggiò a chiederle di sacrificarsi per mio figlio. Quando le esposi il mio piano controllai le sue reazioni, considerava Francesco suo nipote tanto da essere chiamata zia. Mostrò sorpresa: avrebbe dovuto iniziare al sesso mio figlio per ridargli fiducia in se stesso! Temetti in suo diniego, ormai ero all'ultima spiaggia, non conoscevo nessuna altra donna che potesse aiutare Francesco e non intendevo ingaggiare una prostituta. Genéviènne non profferì parola, mi abbracciò e da questo capìì il suo assenso. Ci mettemmo d'accordo che l'avrebbe invitato a casa sua con la motivazione di dargli lezioni di francese e poi...Mio figlio non ha voluto la mia presenza, forse aveva compreso che in quella situazione c'era qualcosa di anomalo, sta di fatto che la mia amica ti ha pregato di ospitarmi durante le... lezioni, fine della storia." "Monica ti ritengo una persona fuori dal comune, penso che se Genéviènne non avesse accetato ti saresti sacrificata tu stessa." "Anche tu sei una persona straordinaria per essere entrato nei miei pensieri, sono contenta di averti conosciuto." La volta seguente Monica completò io quadro della sua famiglia:circa un an no addietro suo marito aveva deciso di andare in Brasile per aprire una succursale per la vendita delle barche di produzione della ditta di suo fratello, natanti di ultima geneazione molto richiesti da quel mercato. I loro contatti erano diventati rari; un messinese, al rientro dal Brasile, la mise al corrente che Antonio Finocchiaro conviveva con un trans, mai come in questo caso 'nomem omen'. I giorni seguenti le lezioni pomeridiane Gi veniva messo al corrente dei progressi del pargolo: all'inizio solo ripetizioni di francese, nelle giornate successive una mano di Ge sulle adolescenti gambe, poi un pochino più al centro, sempre con la massima indifferenza, poi un ballo lento, un controllo sopra i pantaloni ed infine fuochi d'artificio sul divano. Ora il furbacchione voleva avere ogni pomeriggio lezioni dalla zia che gli fece chiaramente comprendere che lei era stato solo un mezzo per farlo ritornare nella giusta via per poter fare... amicizia con ragazze della sua età, finish! Monica appresa la notizia delle prestazioni sessuali di suo figlio volle abbracciare sia Ge che Gi. "Ge ho riflettuto sulla vita sessuale di Monica, non pensi che anche lei abbia bisogno di una ripassatina?" "Brutto figlio di..." "Stavo scherzando, lo sai che ho l'animo di missionario! Torno subito all'esuberante, indipendente e deliziosa Genéviènne, che ne dici di farmi una sorpresa per movimentare un pò la vita?" "Ci sto pensando, non ti pentirai di quello che ti preparerò" "Che ne dici di un'anteprima?" "Niente anteprima altrimenti che sorpresa sarebbe?" Preso da un 'improvviso raptus, Gi fece letteralmente volare Ge sul divano, sotto la vestaglia niente. Gi provò a girare di spalle l'amata la quale "Questo è riservato alle grandi occasioni, un pò come le posate d'argento, non si usano tutti i giorni." "Prendo nota e mi prenoto." "Prima di te nel mio carnet ci sono altri nominativi..." "Lallero!" Il martedi: sabato sera a casa mia verso le ventuno." La curiosità si era impadronita di Gi, non era facile poter immaginare quale sorpresa potesse andare a scovare la immaginifica Ge, sicuro qualcosa in fatto di sesso ma cosa? L'interrogativo perseguitò Gi per i restanti giorni sino al pomeriggio del sabato quando: "Mon ami alle ventuno troverai la porta di casa mia aperta." Per Gi una scarica elettrica: una frenesia aveva invaso tutto il corpo, non riusciva a star seduto, doveva vestirsi adeguatamente per l'avvenimmento, qualcosa di inusuale, appariscente. Rispolverò un vecchio costume piuttosto vistoso: casacca con sfondo nero con dragone anteriore color rosso e oro, larghi pantaloni neri di seta, babbucce arabe color viola. L'ingresso qualcosa di inaspettato, a terra nel corridoio candele nere dentro bicchieri di cristallo poste sino all'ingresso del salone da cui proveniva la musica indiana di Ravi Shankar il cui tono aumerntava man mano che ci si addentrava nella stanza. Candele rosse con profumo di violetta poste nell'incavo del muro sovrastante il divano, al centro una pergamena con la scritta 'come inside!' Gi si diresse il suo interesse alla figura di donna tutta ricoperta da un velo azzurro trasparente che lasciava scoperti solo i piedi piccoli e delicati, il viso nascosto da una maschera dorata, la musica era la giusta completezza della scena. Gi non perse tempo, alzò il velo e si diresse con decisione verso il pube ricoperto di peli nerissimi ma una mano lo tirò per i capelli e l'altra gli indicò i piedini delicati, un'altra feticista! Gi in ginocchio alla luce flebile delle candele vide due estremità da bambola, apprezzò il profumo della pelle e iniziò a mettere in bocca un alluce mordendolo delicatamente e succhiandolo con piacere. Dopo poco tempo da un tremito del corpo si accorse dell'effetto delle sue effusioni, la baby, emula di Ge, stava bellamente godendo. Benchè spinto da un'ciccio' decisamnente fuori di testa, Gi pensò bene di aspettare sino a che la deliziosa decidesse di poter riprendere le effusioni. L'attesa non fu lunga, la sconosciuta diresse il viso di Gi verso la sua lanugine allargando le cosce, Gi assaporò una 'schiuma di venere' di un sapore mai provato in una donna, era simile al miele. Gi non rispose alle urgenti sollecitazioni di 'ciccio', preferì assaporare a lungo il prodotto di quella gatta deliziosa poi si avvicinò alla maschera che lasciava scoperta solo le labbra rosa corallo, privò a toglierla dal viso ma fu fermato, capì che non era padrone del gioco infatti le due manine lo avvicinarono alla sua bocca calda ed accogliente ma poi la scena si animò di colpo. Gi si ritrovò supino mentre la dolcissima iniziò a spegnere la 'candela' con lenti movimenti prima rotatori poi verticali, qualche colpo di pube su quello di Gi. L'assatanata ansimava e, forse per le precedenti goderecciate, non dava segni di resa ma quando giunse l'orgasmo fu uno scoppiettare di fuochi d'artificio, il ritmo divenne veloce, un urletto finale ed unghie sul petto di Gi che la seguì nella scala del piacere. Giacevano l'uno accanto all'altra ma Gi non potè soddisfare la sua curiosità, la bruna sparì dalla sua vista e Gi rimase supino sul divano coccolato dalla musica di Ravi Shankar. Forse si era appisolato, quel contatto fisico era stato favoloso, indimenticabile. Fu dolcemente risvegliato da una carezza di Ge, nessun commento, solo un  bacio sulla fronte. "Così mi baciava mia madre da piccolo quando facevo una marachella." "Niente marachella, sei stato favoloso!" "Preso atto della foga non ho più pensato a te, hai visto tutto?" "Sei l'uomo che ho sempre sognato anche in campo sessuale!" "C'è una spiegazione per cui hai voluto farmi 'assaggiare' da una tua amica?" "È difficile entrare nel pensiero delle persone soprattutto nel mio cervello, ho tanto parlato di te alla mia amica che mi ha chiesto di conoscerti a fondo, l'ho accontentata ma forse..." "Ci rifaremo in seguito!" "Mi va di stare solo con te, devo confessarti che quando godevi anch'io ho vissuto la tua gioia, in me non c'è gelosia ma la condivisione delle emozioni, è come se le avessi provate io." Non era solo il sesso a tenerli uniti ma la consapevolezza della loro unicità, si sentivano speciali, avevano condiviso sensazioni inconsuete, appassionate, piacevolmente sconvolgenti. "Fammi entrare nei tuoi pensiieri, cosa stai preparando, dal tuo sorriso..." "Stavolta saremo spettatori passivi, niente anteprima." "Va bene, appuntamento a?" "Sabato sera." "Sento qualcuno protestare, mi accontenterei anche di un piedino..." "Niente da fare per sabato ti voglio arrapatissimo!" Le giornate seguenti per Gi furuno tumultuose: in macchina sino a Taormina, caffè al bar e ritorno, giogging sui Peloritani con ovvio ibndurimento dei muscoli non allenati, pasti consumati in fretta e controvoglia, film lasciati a metà, insonnia, addormentamento solo al mattino, risveglio dai rumori da parte di Nadia che rassettava la casa. Pensioro: "Mi faccio fare da Nadia un pompinio rilassante, meglio di no." Finalmente il sabato, la calma dopo la tempesta. Gi passò il pomeriggio in compagnia di un libro giallo di Mike Spillane. "Lascia la porta socchiusa, sta rientrando mio marito, passeremo la serata insieme." Bacino casto sulla fronte "Cosè quell'aggeggio che hai in mano?" "Ascolta..." "Aeroporto di Reggio Calabria, volo AZ Alitalia, pista libera potete atterrare." "È questa la goduria promessa, fare il controllore di volo?" "È un ricevitore, cambio frequenza, scolta adesso." "La voce di Dorella: "Amore mio una sorpresa che spero non ti dispiacerà, ho invitato a cena Lollo, uno studente calabrese mio paesano, ti ricordi quando fantasticavamo di farlo in tre..." "Sono eccitato e perplesso ci si può fidare?" "Garantito è un bisessuale come te ma serissimo, lo chiamo al telefonino... Lollo sesto piano, fai l'indifferente se incontri qualcuno." "Ge non mi avevi detto che tuo marito è bisessuale." "È una novità anche per me. Ho sparso per casa varie microspie. Sono delle normali doppie prese di corrente elettrica con all'interno una cimice." "Organizzatissima, ora facciamo i guardoni o meglio, come si dice?" "Lascia perdere, godiamoci gli avvenimenti." "Tindaro, ti presento Lollo Gangemi, è uno studente universitario in medicina, se avrà dubbi in campo professionale potrà rivolgerti a te nel frattempo organizziamoci, la cena è già pronta, l'ho fatta preparare in una trattoria vicino al porto, il padrone è calabrese, omo, tanto simpatico. Lollo ed io andiamo in macchina a recuperala." Gi arrivò di corsa dinanzi allo spioncino e per poco non sbattè la testa sulla porta, voleva conoscere quei due. In attesa dell'arrivo dell'ascensore potè ammirare Dorella: un bambolotto con i capelli castani, ricci, divisi a metà da una riga verticale, occhi grandi ed espressivi, niente male a tette e anche a popò, benchè non molto alta calzava scarpe basse, una miniatura molto sensuale. Lollo: niente di speciale se non il fatto di essere completamente calvo, naso aquilino, pizzo ben curato. Questo particolare fece provare a Go un pò di nostalgia pensando quando amche lui ne faceva sfoggio prima che diventasse bianco. Gi si spostò sul balcone e vide i due entrare in un a Wolfvagen Golf posteggiata nel cortile. Gi e Ge poterono riprendere la loro 'guardonìa sonora. Dorella "Non so che abbia preparato il vecchio Cocò, in realtà si chiama Cosimo." "Lollo:"Dall'odore sembra pasta alla puttanesca, non ha certo lesinato il peperoncino..."Dorella: "Tindaro che vino abbineresti, che ne pensi di un rosso corposo?" "Non mi intendo di vini, ne prenderò uno di mia moglie... sull'etichetta c'è scritto 'Amarone', dobrebbe andar bene." Gi incazzatissima: "Figlio di un cane quel vino ha dieci anni, l'avevo lasciato da patrte per brindare con te." "Quando ti arrabbi sei favolosa, lo stesso atteggiamento di una Giunone cormuta, domani te ne comprerò una cassa, seguitiamo ad ascoltare ci sto prendendo gusto." Tindatro: "Quel tuo amico è un simpaticone: guarda pannocchie di granoturco con alla base la lanuggine della pianta, sembra un pene, finocchiona alla romana, wurstel giganti intagliati come la cappella di una cazzo, finocchi in gratin, due cose ovali arrosto, sembrano palle di toro." "Dorella: "Tutto buono, Cocò sarà un eccentrico ma è un buon cuoco, la pasta col peperoncino mi ha fattio accalorare, mi tolgo la maglietta... Tindaro non essere impaziante, intanto sappi che sono io la direttrice dei giochi, sarete ambedue miei schiavi e dovrete obbedire ad ogni mio capriccio, t'è capì? Guardate questi tre cannoli grossisimi, anche una bottiglias di champagne Veuve Cliquot e Pionsardin... mi strifino lo champagne sulle tette, una a testa come Romolo e Remo." Attimi di silenzio, le lingue sulle tette non fanno molto rumore... Dorella: "Ora basta, per rendere più particolare la serata vi darò gli ordini in latino, lingua che ambedue conoscete; mi metto in ginocchio sul tavolo, Lollo cunnilingus, Tindaro tergalingus.

  • 30 agosto 2011 alle ore 20:11
    Delirio al Diagonylon

    Come comincia: Sabato scorso mi son trasferito dal Palindromo RoToR,
    ( vedi Delirio al Rotor ) al Diagonylon, detto anche
    il Circolo Vizioso.
    Infatti al Diagonylon si parla, si beve, si fuma e poi
    si va al bagno.
    Poi si riprende il discorso, si beve e si fuma ancora e
    poi si va al bagno; questo per tutta la sera fino a che
    non si è troppo bevuti per parlare, la gola è troppo
    infiammata per fumare, ed il bagno diventa un miraggio
    al contrario.
    Nei miraggi infatti si cerca acqua e la mente è obnubilata,
    nel miraggio al contrario bisogna fare acqua da obnubilati
    e spesso capita che al bagno si venga accompagnati da
    un amico dello stesso sesso, come le donne in
    condizioni normali, per farmi capire.
    Non appena entro noto subito quel bel figo di Otappàto,
    quello che fa strage di cuori al RoToR.
    Sembra disperato in quanto avrebbe pubblicato sul web
    degli ottimi palindromi che sono stati in seguito attribuiti
    ai grandi del palindromo italiano.
    E quindi vuole parlare del più e del meno ma ben presto
    salta fuori la verità, vuole bere, fumare e sfogarsi...
    Immagino con me a questo punto.
    Gli consiglio di parlare anche del per e del diviso
    per avere una visione più completa delle sue paranoie.
    Cominciamo parlando della " più " bella ragazza
    del Diagonylon e lui me la indica con una delle sue dita.
    Poi parliamo della " meno " mata del Circolo e lui non
    la indica ma sappiamo che si tratta di Claudia Zoppi,
    una fanciulla stupenda se seduta.
    Chiedo ad Otappàto il motivo " per " il quale si senta
    attratto da queste due avventrici e con lo sguardo cotto
    mi dice che son belle " diviso " .
    Abbiamo bevuto fumato parlato, parlato fumato e bevuto
    ed ora il bagno è quasi un miraggio ma ce la possiamo
    fare, possiamo guadagnarci la nostra pisciata
    autonomamente, lui ci arriva con i pantaloni bagnati ed io, perso
    come lui, seguo come Pollicino la traccia dello sgoccolìo
    di Otappato.
    Ordiniamo un' altra birra ma la appena giunta in Italia
    barista russa non capisce il gutturale alcolico tricolore.
    E così lo scriviamo su un foglietto, lei capisce, sorride,
    e ci manda fuori dal locale quasi a mezzanotte.
    Otappàto va a casa ma io mi soffermo ancora per pochi
    minuti quando, tic tac, scatta la domenica sui tacchi.
    Intuivo che sarebbe stato un weekend interessante,
    passando la notte con vari amici ed amiche ed alcune
    nuove conoscenze disponibili tutte a tirare tardi;
    arriva finalmente il sole timido del mattino , non certo
    come me che son bevuto da un turno di otto ore.
    E così domenica mattina è stata una bella mattinata
    ma anche una bella mattinata trascorsa con Domenica.
    Il padre le ha dato questo nome in quanto concepita
    senza la sua influenza, chi si crederà di essere ?
    Un dio o un Cornuto, dipende.
    Domenica ha due fratelli ed una sorella, rispettivamente
    Martedì, Mercoledì e Sabatina, il padre si chiama Venerdì
    ed è piuttosto stanco ed in famiglia non c' è alcun Lunedì
    causa stress per il quale di venerdì non si sente proprio
    di concepire.
    Va da sé che a questa famiglia manchi un Giovedì.
    Ma era domenica ed io stavo con Domenica nel suo
    giorno settimanale, mi sentivo in dovere di renderla felice.
    Pensai di portarla al conad pagando io ma era domenica.
    Pensai di portarla al ristorante, niente da fare,
    lei di domenica non faceva nulla.
    Aspettai il lunedì ma era davvero intrattabile,
    ci provai di martedì e mi faceva paura solo a guardarla,
    ci provai di mercoledì ma era quello delle ceneri,
    niente carne.
    Infine me la diede al giovedì, dopo ben quattro giorni;
    nel giorno più fragile psicologicamente per una donna
    che ha una famiglia del genere, e non me ne vanto.
    Il venerdì ero a casa sua con la sorella del giorno
    dopo ma mi mandò via in quanto stanca.
    Conobbi comunque la Sabatina un poco in anticipo,
    forse non era ancora pronta e così decidetti
    di provarci il giorno dopo,
    sfortunatamente era ebrea e non faceva nulla di sabato
    a parte lavarsi e mangiare con altri ebrei.
    Son quindi tornato al Diagonylon ed ho trovato Otappàto
    al tavolo con Martedì e Mercoledì a discutere degli ultimi
    palindromi della settimana.
    Per fortuna arriva la mia Susy che tradisce un...
    " Li conosco quelli, non c' è giorno che non passino
    a trovarmi, giovedì son libera, Domenica e Sabatina
    vorrebbero conoscerti meglio, che ne dici ? , verrebbe
    anche Otappato..." .
    Susy, giovedì andiamo al ristorante,
    io e te, e poi facciamo l' amore.
    " Ma che palle lavorare dopo cena ! .
    Susy, sono io, non è lavoro, ti abbraccio forte mentre
    ti addormenti, io ti rispetto.
    " Va bene ma ho un po' di lavoro arretrato, scusami ma
    domani mattina all' alba devo essere fresca,
    scusami ancora ma devo lavorare con altri tre
    questa sera, sono addii al celibato
    e non posso certo deluderli,
    divertiti pure con Otappato ed offri da bere ai tuoi amici,
    appena posso passo a saldare ".
    Ho capito allora che i giorni della settimana
    vanno dimenticati, ogni giorno che sta per finire, tic tac,
    c' è una donna in avvicinamento sui tacchi, e trovare
    il sistema di togliere ad una donna i tacchi di notte,
    rende questa più calma e lunga, e la donna è più
    soddisfatta con molta meno ansia e fretta;
    fino alla successiva alba.
    Me lo ha scritto la Susy quando era ancora una
    ragazzina che sognava l 'amore collettivo
    come un miraggio dissetante,
    non certo come questo suo miraggio al contrario,
    infatti non ha neanche il tempo per pisciare e lo
    sfrutta pisciando in bocca ai pervertiti paganti.
    Tic Tac, il tempo passa ma sono francamente
    pochi i ticchettii nella vita che scandiscono
    davvero il passaggio da un giorno lungo notti
    dal successivo con una mattinata duratura.

  • 30 agosto 2011 alle ore 15:55
    GIANLUCA E GENÉVIÈNNE - 1^ PARTE

    Come comincia: Più che monotona Gianluca riteneva la sua vita uniforme. Da buon misoneista non amava le novità che gli creavano problemi di assuefazione a qualcosa di non conosciuto a cui doveva, suo malgrado, adattarsi. Entravano in gioco sia la pigrizia mentale sia quella fisica ma questo stato d'anino non gli impediva di amare tutto quello che circonda l'essere femmnile da cui traeva ispirazione per sensazioni intense che riuscivano a scuoterlo dal torpore quotidiano. Cinquanta anni ben portati ma sempre cinquanta anni, i suoi un metro e ottanta di altezza erano diventati un metro e settantotto (misurati in farmacia da suo amcico Nino) e questo per un normale invecchiamento delle cartilagini che sostengono lo scheletro (ma perchè Nino non si faceva i fatti suoi?). Aveva dovuto radersi il tanto ben amato pizzo che gli dava quell'aria di tombeur di femmes (i peli diventati bianchi gli facevano assumere l'aria di babbo Natale), le palpebre degli occhi erano in parte scese e, secondo il dermatolo, doveva farsi operare per non assomigliare in futuro a quella razza di cani tutti rugosi, i capelli diradati e quelli rimasti grigiastri. Unica consolazione i denti ancora tutti ben allineati e sani che gli procuravano il piacere nel sorridere di dimostrare che non era possessore della aborrita dentiera. La sua abitazione a Messina, in contrada Conca d'Oro, era ubicata in una palazzina di sei piani (il suo era l'ultimo), veduta sullo stretto che si spingeva sino alla Calabria in condizioni di buona visibilità; di notte uno spettacolo da baia di Rio de Janeiro. L'ordine e la pulizia erano propri del suo appartamento. Gianluca, non particolarmente rassettato, dopo la dipartita della consorte Francesca, era supportatp dalla beneamata Nadia, cinquantenne ucraina che, lasciati a casa marito e figli, era giunta in Italia per guadagnare quegli Euro indispensabili per far laureare i pargoli. Non particolarmente avvenente, un pò larga di fianchi ma dal seno lussureggiante, era un punto fermo nella vita di Gianluca. Ogni mattina si esercitava nella solita pantomima quando doveva raccogliere stanza per stanza l'abbigliamento che il suio datore di lavoro dimenticava in giro un pò dappertutto. Gi era venuto a conoscenza da una paesana ucraina che era laureata in ingegneria edile, una sorpresa da quel momento ebbe maggior rispetto nei suoi confronti. Nadia dimostrava attaccamento a Gi, in particolare una mattina quando, entrando in camera  sua, l'aveva visto 'inalberato' e aveva ritenuto opportuno toglierlo da quell'incomoda posizione abbattendo 'l'albero'  con una monovra orale ben gradita da Gi che aveva visto, per suo merito, il suo albero diventare un alberello. Maresciallo della Polizia in pensione (trenta anni di servizio) Gi aveva ereditato da una zia, morta novantenne, un gruzzolo con cui acqusstare, dopo anni di possesso di auto utilitarie, una Jaguar S munita di telefono, televisione, navigatore satellitare ed aggeggi vari, auto con cui transitava per le via di Messina con assoluta noncuranza ma attento alle occhiate decisamente invidiose degli ex colleghi con con talvolta si incontrava in caserma al circolo riservato ai pensionati. Le consuete partite a tre sette erano il passatempo della mattinata, i perdenti al bar per pagare l'aperitivo a tutti i soci presenti e poi il rientro a casa dove trovava in cucina tutto pronto per prepararsi un primo piatto, il secondo già cotto e la frutta lavata. Il caffè, talvolta assunto al vicino bar, completava il pranzo. La pennichella di rito (da buon romano) portava Gi sin alla soglia della cena con l'aiuto di una programma televisivo o l'uso del computer, da poco acquistato, con cui era in lotta quotidiana per reciproche incomprensioni. Il dopo cena veniva superato da Gi in maniera diversa a sconda delle stagioni: d'inverno al cinema ovvero a teatro, solo commedie non apprezzava le opere, o anche un programma televisivo; d'estate passeggiate sul lungomare della Fiera o sul viale San Martino, talvolta in compagnia di amici al bar. Per le necessità di 'ciccio' provvedeva con qualche passeggiatrice dell'est (non amava le negre di cui non apprezzava i capezzoli e la cosina troppo scuri). L'uso del preservativo e la non possibilità di far l'amore nel senso più lato del termine lo lasciavano insoddisfatto, il tutto era molto simile ad un bisogno corporale. Una volta pensava di aver conosciuto una dea: allya, capelli nerissimi e lunghio sino alle spalle, occhi grandi a mandorla, bocca invitante, seni prosperosi, un lieve accento sudamericano. "Caro devo confessarti un particolare, ho qualcosa in più..." Quel qualcosa in più consisteva in un 'marruggio' grosso e lungo che fece sgranare gli occhi a Gi timoroso di poterselo trovare nel posto sbagliato... la cotale o meglio il cotale fu cacciato in maniera gentile ma ferma senza alcuna remunerazione. Una svolta nella vita di Gi: una vecchia signora proprietaria dell'abitazione sita nel suo stesso piano era passata a miglior vita (si fa per dire), i figli avevani alienato l'immobile e i nuovi proprietari avevano iniziato a far eseguire le opere di ammodernamento. Alla mattina alle sette iniziavamno i lavori: i martelli pneumatici erano gli incontrastati signori dei rumori che finivano, momentaneamente alle dodici per poi riprendere, più rinvigoriti, alle tredici sino alle diciotto. Un dato era certo: i nuovi propriietari stavano smantellando tutto l'immobile di cui erano rimasti solo i muri perimetrali. I signori, oltre che essere degli 'scassazebedei' dimostravano anche di essere abbienti. Gi aveva fatto amicizia con gli operai  (cui offriva caffè e bibite) più che altro per curiosità: voleva conoscere i gusti del signore e della signora che, man mano che procefevano i lavori, stavano dimostrando di aver buon gusto nello scegliere i pavimenti, gli accessori, i bagni, la cucina, gli infissi, insomma non erano i soliti ricconi privi di stile. Dopo ben tre mesi, con la messa in opera della porta blindata a Gi fu precluso il suo ficcanasare, restava la curiosità di conoscere de visu i nei padroni. Una mattina incrociò un individuo appena uscito dall'ascensore del suo piano. Era inverno, il cotale, più alto di Gi, era intabarrato in un mantello nero di gusto ottocentesco con cappello pure nero a larghe tese, appena accennato il cenno di saluto. Interdetto, Gi non riuscì a classificarlo, anche la lunga esperienza personale e di servizio non gli erano d'aiuto. Il tale non gli aveva fatto buona impressione, decise che sarebbe stato un vicino - lontano. Sorpresa sorpresa: il giorno seguente incontro sul pianerottolo con la consorte: Signore penso che lei sia il padrone dell'appartamento di fronte, sono Genéviènne Rousseau in Ciccone." Un forte stretta di nao, una deliziosa erre moscia, altezza appena inferiore a quella di Gi, colpivano i suoi occhi color nocciola di forma molto allungata, espressione ironica, guardava Gi con misto di sicurezza e di curiosità. "Non è la solita espressione che si usa in questi casi ma sono sincero nell'affermare che sono felice di averla incontrata, sono Gianluca Sciarra." "Il piacere è reciproco, ci rivedremo nei prossimi giorni, ho in casa una filippina per mettere in ordine l'appartamento, by by." Gi smise di frequentare locali e amici, se ne stava rintanato in casa affacciato al balcone anteriore o a quello posteriore con in mano la fida Canon per... riprendere il panorama, nel frattempo sperava di rivedere la signora Ciccone. Si sentiva ridicolo, cher senso aveva quella spiata giornaliera, il suo era un comportamento infantile! Fu tolto dalle ambasce dalla signora Ciccone la quale un giorno, inaspettatamente, sporgendosi al di là della vetrata divisoria della terrazza anteriore: "Mi rassetto un pò e poi le farò visitare casa mia, vorrei evitarle il mal di collo che potrebbe colpirla per il suo fare in continuazione la 'vedetta lombarda'. Figura di cazzo e presa in giro ma almeno aveva raggiunto lo scopo di intrufolarsi in casa di Ge per vedere la mobilia della magione (ma forse gli interessava più la padrona di casa). Ge aprì la porta con indosso una vestaglia color turchese che combinava bene col suo colirito leggermente ambrato, nessun trucco, poteva permettersi di mostrarsi 'nature'. "Forse conosceva la disposizione delle stanze prima che rivoluzionassimo tutto, a sinistra è rimasta la cucina, poi una camera matrimoniale, un bagno, altra camera matrimoniale, altro bagno, studio di mio marito e poi salone, tutto qui." Gi osservava tutto con coriosità: la cucina bianca dava più luce all'ambiente, quel che colpiva era il lampadario in ceramica con steli e foglie colorate che normalmenteb si trova in altre realtà della casa. La prima stanza matrimoniale (ma perchè due?) stile arte povera ma che di povero non aveva nulla, dietro il letto un arazzo con figure femminili e, sullo sfondo, un paesaggio, lampadario veneziano a sei luci, grande armadio stile ottocento con piedi dileone, primo bagno con vasca idromassaggio e mobiletti laccati, lampadario simile a quello della cucina, seconda camera matrimoniale copia della prima come pure il bagno, studio del marito con pareti rivestite in legno, mobili scuri stile inglese, tavolo con computer, due vetrine piene di statuette, lampadario in ferro battuto. Il salone merveilleux (in francese fa più chic): home thèatre con maxi televisore e altoparlanti stereo sparsi un pò dappertutto, vide registratore, divano in pelle, alcune poltrocine stile giapponese. Gi: "M'è venuta la malattia di Sthendal..." "Che tra poco si acuirà, che ne dice?" Ge  aveva slacciato la vestaglia mostrando un  delozioso nudo corpo longiloneo, tette non troppo pronunciate, vita stretta, pancia piatta, gambe affusolate , lunghe come quelle di una modella. Gi inghiottì un paio di volte, il suo sguardo andava dalla testa ai piedi e viceversa, i piedi lunghi e stretti, bellissimi. "Questo è un attentato alle mie coronarie, non sono più giovanissimo..." "Le darò qualcosa di forte, un bevanda che amo particolarmente, il caffè sport Borghetti, mai provato?" Si sedettero sul divano, Gi, ancora imbambolato, spostava lo sguardo dal viso di madame ai mobili per riornare al viso. "Qualche domanda?" "Sono tante e si spingono fra di loro nel mio cervello, preferisco guardarla in faccia spero di non  infastidirla..." La rimirò a lungo, Ge lo assecondava cambiando espressione intervallata da risolini. "Sa io sono fotogfrafo e la guardo da un punto di vista professionale...""Sei un fotografo bugiardo , ho visto qualcosa aumentare di volume!" "Genéviènne, pensavo di essere anticonformista ma tu mi hai battuto su tutta la linea!" "Penso di riconoscere la persone al primo impatto e ti ho classificato simile a me, non ho sbagliato, riprenderemo a parlare la prossima volta, mio marito sta venendo a pranzo, ciao." Gi rientrò in casa piacevolmente stravolto, Nadia stava ancora sfaccendando, alzò lo sguardo senzare commenti, forse aveva intuito qualcosa. Gi finì il poranzo senza quasi accorgersi del cibo che mengiava, sentiva in tuttoil corpo come una linfa nuova, eccitante. Al ricordo della nudità di Ge 'ciccio' si alzò speranzoso, dire che fosse una situazione anomala era il minimo. Quella nudità sfoggiata senza pudore e con semplicità l'aveva conquistato, era proprio vero, Ge e Gi erano molto simili di mentalità, forse uguali. Nelle sue fantasie Gi aveva talvolta sognato una tale situazione molto eccitante con futuri risvolti sicuramente piacevoli. Qualche domada si poneva: la figura del marito molto distante, a prima vista, dalla deliziosa consorte. Perchè quelle due camere matrimoniali, uno dei due russava? Spiegazione non convincente, sicuramentte sotto c'era una situazizone più complicata. Gi preferì uscire di casa, aveva bisogno di riordinare le idee, syava per entrare nella Jaguar, alzò lo sguardo e vide Ge sul balcone sorridente. Gli effetti di quella nuova conoscenza, contraria a tutte le regole, si facevano sentire. Gi guidava automaticamente, accelerava, frenava, tutto come in ipnosi. Guardando in  giro vedeva le persone muoversi al rallentatore, gli edifici dai colori più vivaci, il cielo piacevolmente terso.. Lasciò la macchina al posteggio 'Cavallotti' vicino alla stazione ferroviaria per proseguire a piedi. All'edicola porse i soldi per 'La Gazzetta' a Nino il giornalaio, vecchio amico, senza salutarlo. "Gianluca ti senti bene?" "Tanto bene quanto non mai." "Sarà ma ti vedo stralunato, vieni al bar Santoro ti offro un aperitivo, liberati dal segreto, femminuccia?" "Quale femminuccia, una divinità, non ti sto a dire..." "Ho capito, amore a prima vista, da quanto la conosci e cosa dice il marito?" "Nino sarai pure maligno ma ci hai azzeccato, l'ho conosciuta ieri, è sposata con un buzzurro." "Tutte le donne belle sono maritate con esseri inferiori, piccoli, sciocchi, meschini ed anche buzzurri..." ""Se parli così non ti dirò più niente." "Non ci credo, hai bisogno di esternare al mondo la tua felicità, ti sei incamminato su una strada sdrucciolevole." "Me ne fotto, mi piace da morire!" "Nel caso ti ficcassi in qualche guaio sono a tua disposizione: conosco avvocati, qualche giudice ed anche impresari di pompe..." "Non fare l'uccello del malaugurio, ritorniamo all'edicola devo prendere il giornale." "Te lo sei messo in tasca... sei sulla buona strada!" Rientrato fra le mura domestiche gli ambienti gli apparvero più luminosi, anche Nadia sembfrava aver perso qualche chilo... "Signor Gianluca vuole che gli cucino gli spaghetti?" "No faccio tutto io" la prese per la vita e cominciò a ballare. Nadia era l'espressione dell'incredulità e della sorpresa, non capiva se il padrone di casa volesse da lei qualche servizio particolare (che le sarebbe stato pagato extra) oppure... Oppure, Gi se ne andò nella stanza da letto e si catpultò sul talamo ancora vestito, Nadia, ancora confusa, si ritirò in buon ordine. Gi non resistette oltre, pur nella consapevolezza di poter incontrare il marito bussò alla porta di Ge. Stessa vestaglia e viso senza trucco, affascinante. "Prima che tu favelli presagisco una richiesta impellente, il viso e la parte mediana dei tuoi pantaloni sono la spia." Per Gi fu la conferma di aver incontrato la donna sempre desiderata oltre che piacevolissima, aveva nolto intuito. "Imbambolato sono sola, fra mezzora in camera mia, la seconda, non ti sbagliare, lascio la porta aperta."Bidet di rito, niente profumo non li aveva mai amati, le femminucce avevano sempre apprezzato il suo odore naturale. Entro in casa di Ge, la prima caera da letto era vuota come pure la seconda, girò p'er casa, Ge sembrava essersi volatilizzata. Pensò ad un rientro imprevisto del marito, fra l'altro era più grosso dilui, stava per andarsene inn grabn fretta quando... "Mi sono nascosta nell'armadio è il posto dove solitamente si celano gli amanti... dì la verità hai avuto paura che fosse rientrato mio marito." "Lo ammetto ma per questo scherzo pagherai pegno e sarai la mia schiava per tutto il pomeriggio, spero che mi permetterai qualcosa di inusuale." Gi supino sul letto (ciccio in posizione verticale da tempo) chiese a Ge di posizionarsi su di lui e di farsi penetrare lentamente, senza preliminari, con la vagina asciutta per provare, nell'addentrasi nel delizioso tunnel, una sensazioni fisica più vigorosa. E così fu, 'ciccio' si ininuò un pò a fatica ma il piacere, per entrambi fu più intenso. "Ti prego di non muoverti, vorrei parlare con te in questa posizione, vorrei sapere qualcosa di te di molto intimo, possiamo parlare a lungo, 'ciccio' si trova a suo agio e non ha fretta di uscire dal tunnel." "Sono svizzera, mio padre era capo stazione a Basilea, purtroppo il ménage fra i miei genitori era piuttosto burrascoso, incomprensioni, liti. Ero iscritta all'universià e lì conobbi mio marito che frequentava un corso di aggiorbnamento. È medico all'ospedale 'Papardo' di Messina, non voleva più restare in Svizzera, avevo avuto una storia con un mio coetaneo finita male. Tindaro, il nome della mia metà o meglio il doppio, prese a corteggiarmi, freddamente considerai la possibilità di lasciare la mia famiglia. Gli dissi di si con l'impegno di sposarmi prima di partire per l'Italia, dopo trenta giorni eravamo maritati e arrivammo a Messina. All'inizio abbiamo abitato presso i suoi genitori ricchi, anziani e rompiballe sino a quando gli ho imposto di avere un alloggio tutto nostro e..." Gi si accorese che 'ciccio' era stato circondato da qualcosa di umido, capì che Ge se n'era bellamente venuta. "Come hai fatto, non mi sono mosso di un centimetro." "Cheri io godo col crvello oltre che col fisico, datti una smosssa pure tu poi seguitiamo a parlare." 'Ciccio' sbrigò la pratica in fretta e Ge si abbandonò sul corpo di Gi. Forse di erano appisolati, Ge per prima si staccò 'chiudendo' con la mano la sua cosina piangente e si rifugiò in bagno. Gi andò nell'altro bagno inseguito da un urlaccio "Torna indietro! Vieni nel mio, il menage con mio marito è molto particolare, nessuno dei due deve oltrepassare i propri confini. Pur vivendo sotto lo stesso tetto, viviamo separati ma i nostri rapporti sono buoni. Tindaro ha per amante una sua infermiera, Dorella, ragazza calabrese allegra, simpatica, sorridente tutto l'oppposto di mio marito, forse per questo vanno d'accordo. Talvolta l'invita a cena a casa nostra, io non ho nulla in contrario anzi possiamo dire che siamo amiche ma i nostri bagni e le camere da letto sono personali e nessuno dei due deve invadere il campo dell'altro. A me va bene così come pure a Tiindaro, separarsi e poi divorziare è spiacevole e complicato, tutta una trafila di avvocati, giudici, carte da firmare, tempi lunghi. Ci siamo accordati, ho una domestica fissa, oggi è il suo giorno di riposo, si chiama Assunta brutta ma servizievole e brava nel suo lavoro.. Bene, torniamo in camera, ci scommetto che ami molto essere coccolato." "Indovinato, la vostra storia è inusuale ma, come l'on dit, civile poi vorrei conoscere il maschietto che visita la tua 'micia'". "Mmmmm" "Ge vorrei fare un patto con te, qualsiasi avvenimento accada vorrei contare sull'assoluta reciproca lealtà." "Volevo proportelo io, cambiando discorso hai osservato bene i miei piedi?" "Di sfuggita, sono lunghi, signorili, mi piacciono, sono unici." "Ti va di fare un attimo il feticista, amo le sensazioni che provo quando me li baciano." "Nuovo giro, nuovo numero mi pare di essere al circo, dove comincio dall'alluce o dal mignolo?" "Da dove di pare, talvolta riesco a godere anche così" Ciccio aveva assunto la posizione di attenti, Ge se lo mise in bocca e Gi cominciò a poppare l'alluce del piede destro, un sessantanove fuori del comune! Come prevedibile 'cicco' dopo un pò le fece assaggiare il suo prodotto seguito da Ge che, inaspettatamente si mise a mugulare, stava godendo! La quiete dopo la tempesta, Gi e Ge in poco tempo si erano conosciuti, si erano apprezzati ed avevano assaporato le delizie di un amore a dir poco singolare ed eccentrico come d'altronde erano loro stessi. Una mattinata di sole, affacciati al balcone, i due specialissimi si ritrovarono ad ammirare un panorama pittoresco, sempre piecevole da osservare soprattutto dopo una intensa pioggia notturna che aveva spazzato via la caligine e la Calabria si appalesava nella vividezza dei suoi colori. "Mio marito mi ha chiesto se avevo conosciuto il nostro vicino di casa senza chiedere particolari. Gli ho risposto che sei una persona da poter frequentare ma nessuno dei due si è sbilanciato nel chiedere di fornire ulteriori informazioni. Tindaro è molto riservato, parla poco, solo in presenza della piccola Dorella diventa irriconioscibile: allegro, spiritoso ed anche simpatico ricambiato da quella scimmietta piccola di statura (gli arriva alle spalle) ma dal sorriso accattivante, se fossi un uomo me ne innamorerei." "Un giorno ti chiederò dei tuoi rapporti con le femminucce ma non ora, voglio scoprirti un poco alla volta, hai presente il gioco del poker quando si aprono lentamente le carte, spero tutti assi." "Non conosco bene il poker, c'è un super asso?" "Si e si chiama Genéviènne, ti lascio vado al lido di Mortelle, ho affittato una cabina che, ovviamente, è anche a tua disposizione." "Niente mi farebbe più piacere ma non dobbiamo dare nell'occhio, non parrebbe vero ai vicini 'bagnarci il pane' e con mio marito abbiamo fatto un patto di essere discreti per la sua posizione in ospedale." "Avrei voluto vederti in bikini, sicuramente sarai più sexy che nella nudità completa, per stare insieme al mare dovremmo andare in una spiaggia lontana, magari a Milazzo. Ora munito del mio accappatoio nero (è molto chic) andrò in spiaggia e butterò l'amo..." "A parte che un accappatoio come il tuo fa molto messe nere lascia stare la 'canna da pesca', hai già la tua preda da sgranocchiare, sei solo all'inizio ed il futuro sarà pieno di sorprese." "Mi farò baciare solo dal sole, ciao." Anche se l'avesse voluto Gi aveva poco da scegliere come prede; complice la giornata feriale la spiaggia era frequentata da persone anziane, donne non appetibili con prole al seguito che fracassava gli zebedei ma d'altronde aveva ragione Ge, aveva giàla sua pannocchia da sgranocchiare... Lungo bagno per rilassarsi, sfoggio dell'accappatoio nero seguito dagli sguardi stralunati dei vegliardi perplessi, bibita al bar, ritono a casa. Molto apprezzato il pranzo preparato da Nadia, stava per mettersi a letto nell'accogliente camera con condizionatore acceso, quando il telefono: "Gianluca mi devi fare un favore, è accaduto un fatto particolare e spiacevole ad una mia amica di cui non ti ho parlato, fra poco viene a casa mia con suo figlio, preferisco rimanere sola col ragazzo, tu devi trattenere la madre per il pomeriggio." "D'accordo Genéviènne. la mia curiosità è accresciuta a dismisura, sono a tua disposizione o meglio a disposizione della tua amica, come si chiama?" "Monica Cotichelli, ha quarantadue anni, accoglila bene." Dopo circa mezz'ora dallo spioncino della porta d'ingresso Gi vide Ge con accanto una signora bruna con i capelli a caschetto in compagnia di un ragazzo dell'età di circa quindici anni. Gi attese che Ge suonasse alla porta prima di aprire- "Gianluca ti prego fa compagnia a Monica, io devo dare lezioni di francese a suo figlio Francesco." "Signora inutile dirle che si deve considerare a casa sua, non voglio metterla in imbarazzo con la mia presenza, qualora volesse rimanere sola le accendo la tv e mi ritiro in altra stanza." Madame Monica cercava di mostrarsi naturale cosa non facile da attuare causa una presentazione affrettata e non facilmente giustificabile; espresse il desiderio di visitare l'abitazione di Gi forse per rompere il ghiaccio. Era bruna naturale, viso regolare con un'unica particolarità: un occhio leggermente strabico che le dava un'aria seducente, lo strabismo di Venere! Nello studio: "Vedo che ha dei quadri di Orfeo Tamburi, scuola romana, i più richiesti, quelli parigini sono perlopiù commerciali." "Li ho ereditati da mio padre anche lui pittore anche se della domenica come si dice in gergo, andato in pensione da funzionario di banca ha preso a scrivere libri e a dipingere, i suoi tableau sono nel salone." Monica osservava lentamente i quadri di papà Armando, varie volte. "Suo padre era un uomo straordinario, dai dipinti si evince che non ha frequentato scuole di pittura ma i quadri stessi sono genuini, ovviamewnte naif, esprimono diversi stati d'animo. In questo domina una tristezza violenta, totale: nubi scure incombono su un paesaggio desolato con alberi senza foglie, immensi che sovrastano persone e animali. Quest'altro è l'esatto opposto: il cielo dipinto di rosa con uccelli che volano verso l'alto, gli alberi di altezza normale hanno al posto delle foglie grossi frutti rossi, un ruscello attraversa il paesaggio e, ai lati, rane che saltano nell'acqua, una siepe che separa due terreni con fiori sgargianti, e, massimo dell'ottimismo, pecore e lupi che si guardano con amicizia, sicuramente suo padre era un utopista!" "Ho compreso la natura di mio padre con gli anni, siamo molto simili, l'ho scoperto anche quando sono venuto a conoscenza di sue avventure con amiche di mia madre. Le vorrei mostrare il panorama, sicuramente per lei sarà una novità, non l'ho mai vista in casa di Genéviènne." "La mia amica ha cambiato casa da poco tempo, mi ha invitato varie volte ma c'è stata un'occasione spiacevole per cui..." Monica si era girata di spalle, piangeva silenziosamente. "Madame, la prego, si sieda sul divano, la lascio sola." Gi dinanzi al pianto di una donna rimaneva oltre che perplesso anche allarmato che la cotale potesse chidergli qualche favore ma stavolta ebbe l'impressione che fosse genuino e che Monica avesse subito un forte choc. Perchè aveva accompagnato suo figlio da Ge? La giustificazione della lezione di francese non reggeva. "Monica mi permetta di chiamarla per nome. resti quanto tempo crede, io sono nello studio." Gi accese il computer e, per motivi difficili da spiegare, si trovò a gustare il film 'Paprika' di

  • 30 agosto 2011 alle ore 14:00
    La Terra degli Specchi

    Come comincia: Si… sono ovunque, gli specchi… ovunque ci sia un riflesso, reale o immaginario, una proiezione della nostra mente, del nostro cuore o della nostra anima… qualcosa si materializza: è l’immagine, speculare rispetto alla dimensione originale… ma non sempre è identica…

    Non possiamo sapere in quale realtà, in quale strato dell’Universo stiamo vivendo, in quale anello o arco temporale, in quale segmento storico, in quale collocazione cosmica… ognuno ha la sua percezione della realtà, del tempo… ma nessuno può sapere se siamo parte di un insieme o se, al contrario noi siamo l’insieme e tutto il resto è parte di noi…

    Siamo noi i protagonisti e il mondo è un dettaglio…? Così dovrebbe essere per ogni singola unità individuale, per ogni singola peculiarità esistenziale… in realtà siamo in tanti, tantissimi e per questo nascono i gruppi, le comunità, le associazioni, consociazioni, unite da ideali e progetti comuni, bandiere e classi, ideologie, idee, progetti e programmi: l’umanità si fraziona in più strati e ognuno si colloca da qualche parte, riflettendosi in persone con caratteristiche simili per visione, pensiero, ascolto, gusti, carattere, esigenze…

    Il mondo diventa così un pianeta non più omogeneo e uniforme, ma stratificato, lamellare, una tessitura simile a quella dell’alveare in cui ogni cella combacia con quelle limitrofe e ospita individualità affini.

    Muoviamoci ora in questa Terra degli Specchi, proviamo a camminare, esistere, lavorare, dialogare, pensare, fare domande, cercare risposte, evolvere, pensare, ascoltare, riflettere… si… appunto… ragionare, meditare, fare… riflessioni…. Si dice così… proprio perché ci specchiamo intimamente con la nostra anima e ci autoconfrontiamo, ci autoverifichiamo, ci autovalutiamo… lo specchio è posizionato al centro del nostro IO e lo chiamiamo coscienza:  quell’area consapevole che ha lo scopo di approvare, disapprovare, moderare, modificare, soppesare tutte le nostre percezioni.

    La coscienza è nostra, non altrui, e tutte le interferenze provenienti dai sistemi educativi, culturali, sociali, morali, scolastici, lavorativi, etnici, religiosi, storici ( ecc… ecc… ecc… ) rischiano di deformare la nostra percezione, il nostro spirito, i nostri veri valori, le nostre certezze, la nostra stabilità… Ecco perché a fronte di confusione generata da fattori esterni e imprevisti, quali dei bruschi cambiamenti nella nostra vita, delusioni o perdite, sofferenze o malori, ci chiudiamo nel dolore, nella riflessione, ascoltiamo e cerchiamo persone con cui confrontarci… i nostri riflessi stanno modificando, non sono più gli stessi di prima… certezze prima acquisite e funzionali ora destabilizzano, il sistema interiore crolla e possiamo anche crollare… abbattuti, stesi, distrutti…

    Ma ci si rialza, ci rialziamo… è solamente una riflessione… tanto più lunga e impegnativa quanto più sarà il salto evolutivo che intendiamo fare… entriamo in noi e a volte questo avviene quasi meccanicamente, bloccandoci, chiudendo le porte di comunicazione con il mondo esterno proprio per evitare insidie, confusione… solo le persone fidate ora avranno accesso alle nostre aree emotive, siamo particolarmente fragili e confusi quindi il traffico viene ridotto, limitato esattamente come avviene quando si verifica un incidente. La zona viene circoscritta, protetta e sorvegliata, accedono solamente le persone autorizzate e si cerca di garantire tranquillità, privacy, silenzio, spazio…

    Nei momenti difficili tutti noi entriamo nella Terra degli Specchi, in questo straordinario regno interiore dove cavalchiamo nelle nostre praterie, entriamo quasi in coma vegetativo, ci assentiamo dalla realtà e galoppiamo nella nostra savana, cerchiamo tra le mille pieghe della nostra anima le mappe per orientarci meglio, navighiamo, affrontiamo tempeste e maremoti, osserviamo le stelle, il sole, la luna… cerchiamo riferimento nelle cose certamente acquisite, definiamo delle boe cui ancorarci, prendiamo nota della posizione degli arcipelaghi, delle isole su cui naufragare in caso di emergenza… ci isoliamo, appunto… come dei marinai che stanno ricalcolando la propria rotta, esploratori degli abissi e dei gran canyons più profondi, chiudiamo i contatti con il mondo esterno e ci dedichiamo alla missione più esaltante ma anche difficile… riscrivere, riscriverci, trovare nuove strade, nuovi percorsi, osservare quelle aree inesplorate, affrontare paure, fantasmi, draghi, demoni… più andremo a fondo e più ci scontreremo con timori e mostri orrendi, blocchi granitici, monoliti inamovibili, fortezze inespugnabili, terre desertificate, rocce taglienti, acuminate, eserciti da combattere, gladiatori da sconfiggere, rivolte e sommosse, tutto quello che viene comunemente definito… lato oscuro. Ma oscuro non significa privo di luce, anzi… è proprio dietro queste zone d’ombra che si celano le risposte più straordinarie, potenti, entusiasmanti, illuminanti…

    E dove potrebbero altrimenti nascondersi le risposte se non dietro alle domande… ?

    E dove potrebbe altrimenti nascondersi la luce se non dietro il buio… ?

    Quelli che cercano scorciatoie, affidandosi alle esplorazioni altrui, bypassano la propria ricerca interiore, si affidano a mappe improprie che vengono distribuite cella per cella, a tutte le persone affini per gusto, o problematica esistenziale. Questo non comporta nulla di male, anzi… proprio perché l’Universo ha questa struttura lamellare, ci sono persone che percepiscono l’1% della totalità e individui che al contrario giungono alla percezione totale, al 100%.

    E’ evidente in questo caso che chi ha una soglia di percezione minore vive in uno strato di tipo galleggiante, superficiale… non è un difetto come lo si ritiene, semplicemente sono posizionati in quello strato, lontano dalle profondità… a loro basta spesso una parola, una caramella, un diversivo, leggere una frase o recitare una preghiera piuttosto che una qualunque filastrocca per sistemare le cose… è un’ottima posizione: la loro vita è certamente semplice e felice! Le cosiddette persone “semplici”

    All’antipodo ci sono gli esploratori estremi, capaci di rinchiudersi al mondo esterno anche per giorni, mesi, anni… hanno un solo scopo, un solo obiettivo, un solo traguardo: toccare con mano, con la propria mano, la vera luce… non quella luminescenza eterea ed impalpabile che viene venduta da falsi maestri o saputelli di vario genere: la vera luce è una… una sola… è la propria luce, il proprio riflesso. Nessuno può darcelo, dircelo, donarcelo e meno che mai vendercelo, purtroppo la maggior parte delle persone non sa entrare dentro di sé… annaspa in una pellicola simile alla tensione superficiale, quella che ti impedisce di annegare ma anche di emergere, stanno lì e accendono la tv, la radio, leggono giornali o libri, testi, riviste, si caricano di pensieri e immagini non proprie e con questo sistema galleggeranno in eterno…
    Ripeto, niente di male…

    Condanno al tempo stesso con estrema decisione i millantatori di false ideologie, chi specula sulla salute psicofisica delle anime galleggianti, chi approfitta del dolore altrui per vendere o propagare false cure, falsi rimedi, false ricette, false soluzioni… avere chiara la percezione a strati dell’Universo non significa poterne abusare: ognuno deve rispettare ognuno… non c’è un meglio o un peggio, gli abitanti degli strati superficiali hanno il dono della semplicità e non hanno, al contrario, l’ampiezza esistenziale dei grandi esploratori… tutto qui… così come c’è chi bagna i piedi sulla riva del mare e chi parte in solitaria per il giro del mondo… La tranquillità dei primi è l’ossimoro dei secondi… la correlazione sta nella diversità, nella biovarietà, nel livello di evoluzione della propria anima…

    Questo porta a pensare che le anime più antiche siano quelle capace di entrare nelle profondità più remote, inesplorate, il grande buio, le grandi paure… esattamente lì dove tutti fuggono, loro entrano a spada tratta per affrontare… l’unico modo per vincere  non è fuggire, ma combattere… la battaglia interiore è dura, durissima.. non c’è un confine… si conquistano spazi sempre più ampi e poi si va oltre… oltre ancora…

    La Terra degli Specchi è lo strato più remoto degli abissi dell’anima…

    pochi osano avventurarsi laggiù, pochissimi… quasi tutti condannano, temono, esulano, fingono, guardano altrove, giudicano, recitano odi o litanie, si attaccano a ricettine infantili o soluzioni preconfezionate… quale terribile, drammatico sperpero di risorse esistenziali !!!

    Nella Terra degli Specchi navigano, corrono, lottano, volano e combattono grandi, eroici guerrieri interiori, spiriti dotati di straordinaria capacità di ascolto, visione, analisi… anime acute e ipersensibili che conoscono tanto e cercano il tutto… forti della propria esperienza dipingono il loro territorio, le loro mappe, trovano schegge dorate, pietre preziose, smeraldi, topazi, li ripongono nel loro scrigno e continuano, a cercare… erranti viandanti della vita, dell’amore… non cercano luce perché sono… luce… non temono l’oscuro perché non lo vedono come tale, sono gli altri a definire buie alcune aree, quelli che non hanno una propria luce interiore sufficiente a rischiarare le ombre… si fermano sul bordo del cono, del cratere… e tornano indietro…

    Nella Terra degli Specchi le anime si riflettono, continuamente, in un gioco di immagini, risposte, sogni assoluti, elevatissimi, luminosissimi… bisogna avere molto coraggio per guardare, guardarsi, riflettere, riflettersi… è molto più semplice pascolare sempre nello stesso prato, nello stesso gregge… ma una volta fuori dal recinto è impossibile tornare indietro… il richiamo della libertà, della conoscenza, della consapevolezza, della luce interiore, non concede ripensamenti, dietrofront… è un senso unico irreversibile perché è un cammino verso le vette più elevate, verso valori e tesori inestimabili.

    Nella Terra degli Specchi è possibile guardarsi, entrare in se stessi… mettere a fuoco delle aree invisibili e via via mappare tutto il territorio, annotando le cose buone e accantonando quelle negative, o dannose.

    Per questo non è possibile tornare indietro sui propri passi, perché c’è la precisa consapevolezza di dove porta il cammino e nessuno è così stolto da ripetere errori o riaffrontare difficoltà già superate… il cammino esperienzale è la strada più difficile, dolorosa e complessa che ci sia ma è l’unica che porta a sé stessi…

    Qualunque altra strada porta a un Sé modellato e adattato secondo alcuni stereotipi di vario genere… non tutti possono concedersi il lusso di viaggiare in questa Terra… sono molto presi dalla carriera ad esempio, dall’accumulare tondini di metallo o banconote, sono molto presi dal proprio aspetto esteriore, dalla loro età… non c’è mai tempo ormai per viaggiare dentro di sé… non ce n’è più… per questo proliferano tanti palliativi, tante tecniche, discipline, ce ne sono migliaia… migliaia !!! ma è terrificante… !!!! Poiché non c’è il tempo di mettersi davanti ad uno specchio e riflettersi… si sposano discipline e metodologie di ogni genere, per non parlare delle relative presunte cure… !!!

    Ora non mi interessa attaccare questo sistema che produce infelicità, spreco, malessere, quanto piuttosto osannare i grandi paladini dell’amore che vivono e popolano questo magico, straordinario regno…

    La Terra degli Specchi è il regno delle verità, della bellezza, dell’amore… riflessi dorati si propagano ovunque rischiarando le ombre di vera luce, luce del sole, calda e viva… i colori si materializzano in giganteschi archi arcobalenici… brillano le acque, le onde del mare, le stelle, brilla la luna che si riflette in coriandoli d’argento e brillano gli occhi quando ascoltano tutto questo… il cuore si trasforma in un grande tamburo che lancia un richiamo divino… sensuale tamtam si propaga in ogni viscera fin quando le vibrazioni si allineano alla perfezione… ora  guardando nello specchio vediamo un’altra persona, è il nostro riflesso… ora siamo due diamanti purissimi dalle mille sfaccettature,  uniti da una forza superiore ci amalgamiamo nell’insieme e ci ameremo per sempre…

    Così… nascono le stelle nel Grande Firmamento…

  • 28 agosto 2011 alle ore 22:31
    Delirio aggiudicato

    Come comincia: Gaspare Apposito è il padre di uno dei migliori amici,
    Francesco Apposito; tale padre tale cognome.
    Gaspare è un professionista quotato, è un
    teleimbonitore di tele quotate infatti, quotate da lui
    intendo.
    Gaspare teleimbonisce i propri teleimbonibili con
    l' eleganza propria  di chi teleimbonisce con una
    certa eleganza quelli che si fanno teleimbonire
    da uno come lui.
    Presenta e produce per il canale Tele Aristo una
    trasmissione dal titolo Aristo Tele, il programma
    per vendere tele quotate a chi è un po' a secco
    di furbizia; lui invece si fa sponsorizzare dalla Q8
    che a secco non rimane mai, e la furbizia sta nel
    poco credibile acrostico per teleimbonibili :
    Quaranta Quadri Quattrocenteschi Qualsiasi
    Quotati Quasi Quindicimila Quattrini.
    Da notare che un Quattrino vale Quanto Quattro
    monete, totale 600.000 mila monete, scarse.
    La stampa gli rimprovera di vendere a prezzi
    poco chiari e lui si difende che la vera arte non
    ha un prezzo e quindi dal momento che i quadri
    li vende lui, fa il prezzo che gli pare.
    Vende anche tappeti persiani prodotti in Kuwait
    da tessitori clandestini ma li spaccia per originali
    e i teleimboniti ovviamente non hanno il minimo
    dubbio sulla correttezza di Apposito, e come dice
    il cognome, è lì per quello.
    Il tormentone per teleimbonire è stato brevettato
    da Tele Aristo e suona più o meno così :
    Un' assurdità plausibile è sempre migliore di
    una possibilità che non convince Aristo Tele ".
    Un grande, ed i quadri che propone sono falsi
    come ottone pur avendo cornici in argento ;
    ed invece no, sono in stagno !
    Gaspare Apposito ha sempre fatto il commerciante
    d' arte, egli sa che l' arte è figlia del genio dell' uomo,
    ed essendo uomo che ama l' arte ha dedotto di
    essere il padre dell' arte nonché suo pedofilo amante.
    Ma avendo intuito di essere uomo scaltro e geniale,
    ha pensato anche di essere un truffatore e dunque
    figlio del denaro, etichetta che gli sta bene addosso
    dal momento che per venire al mondo i suoi
    genitori non han fatto esattamente una cosa
    artistica e che nella fattispecie era pure a pagamento.
    Suo padre mestierava nei campi dall' alba al
    tramonto, mentre sua madre mestierava
    sui marciapiede dal tramonto all' alba.
    Nel suo spazietto denominato Aristo Tele,
    Gaspare offre all' asta ogni giorno un Quadro
    che raffiguri una truffa o quantomeno un illecito;
    dalla vecchia e fragile deambulante borseggiata
    e sanguinante sull' asfalto al carabiniere che spaccia
    sia a suo figlio che al nipotino...
    Ma paga sempre suo figlio per avere meno problemi
    con gli sbirri e carabinieri onesti, salvaguardando
    il proprio figlio, in conclusione  paga sempre papà.
    Cosa rappresentano in generale i Quadri
    di Gaspare Apposito ?
    Dal politico sorridente al petroliere in pensione
    con l' hobby di fare il giudice monocratico
    causa honoris causa; in un dipinto, per esempio,
    il non togato ha un sorriso beffardo nel momento
    in cui sbatte il martelletto dopo aver deciso,
    ma questo mica dà a capire se ha appena assolto
    oppure no, un quadro ha la propria particolare
    e piccola verità di chi lo guarda, ma ingigantita.
    Poi tra i quadri da 600.000 monete scarse se ne
    trovano parecchi a raffigurare l' uomo in preda
    ad una crisi di nervi causa assegno perpetuo
    alla ex, un altro raffigura una banconota
    da mille dollari con la faccia di Gaspare strusciata
    in modo davvero pornografico da lei, proprio là,
    in quel triangolo di vero amore tra lei lui
    e consueta mensilità attesa.
    Potrei continuare ma penso abbiate capito
    quello che penso di Gaspare, imbroglia
    chi è più stupido mentre l' ex moglie più furba
    se la fa con il giudice che ha subìto lo
    stesso trattamento dalla propria ex quando faceva
    il petroliere e senza poter influire minimamente
    su un qualsiasi giudice ( ! ) .
    Ora se la spupazza e lei gongola
    di avere avuto prima un deficiente che si credeva
    furbo sul lavoro ed ora un giudice
    altrettanto idiota che economicamente la sostiene.
    Gaspare ha teleimposto ai propri teleimponibili
    centinaia di prodotti di ogni tipo, per ogni tasca
    e per qualsiasi esigenza.
    Basti ricordare la sciarpa elettrica che si ricarica
    centrifugando in lavatrice, lo scalda cocomero e lo
    scalda birra, il mappamondo di Antar , i pullover
    a Q, i lasciapassare per porte con sensore a
    60 centimetri di altezza per nani, cani peluche
    o di piccola taglia ( si sputa sul sensore che
    identifica la ptialina, se poi corrisponde la porta
    si apre, se invece non corrisponde, la porta
    si chiude ( ! ).
    E poi il deodor-anti tartaro per chi non ha tempo
    né voglia di lavarsi i denti, uno spruzzo e mai più
    emanerai alitosi alcuna, so che possa sembrare
    di assistere ad un film ma lo ha brevettato davvero
    e davvero funziona per coloro che guardano film.
    La giustizia è come un quadro aggiudicato,
    chi paga di più se lo porta a casa.
    Ci cadde un furbo venditore ed un giudice
    in pensione.
    E la spupazzata ha vinto contro tutti,
    aggiudicato, spupazzabile, ora che ti ho fatto
    vincere in questo delirio me la
    daresti ( mia o di tutti ) bella spupazzabile
    almeno fino al prossimo delirio ?
    " Scòrdatelo, non hai inventato nulla,
    io sono davvero spupazzabile e ne son contenta
    ma tu sei ridicolo, non conti nulla,
    e le persone ingenue come te son solo capaci di
    raccontare la realtà, non sono quel genere di donna,
    se mi scopo chi so io, so di migliorare
    davvero le cose per me stessa, i miei figli e quelle
    messe come me pur con poco sale in zucca " .
    A me lei piace, se non altro la femminista
    economista ha fregato furbi e giudici discutibili,
    se non mi vuole aspetterò, dice che se la
    gestisce lei con un pezzo da mille tra le
    piccole o grandi labbra al mese...
    E nel frattempo la aspetto, una troia vale l' altra,
    mica sono quel genere di porco poverello
    da passarle solo 500 al mese.
    Una donna va spupazzata come un Re
    si innamora di una schiava.
    Aggiudicata al Re povero scapperebbe,
    meglio convincerla che sposarla
    è un falso atto, e che lei comanderà in
    quanto le donne sono più intelligenti.
    Ma è una troia che vuole il regno
    e non la concordia.
    Va schiavizzata nonché spupazzata
    come una troia da 20 euro.
    Vuole troppo anche da un giudice corrotto.
    Vuole troppo ma è sempre una gran bella
    spupazzabile, ed io, come già detto,
    non sono nelle sue grazie.

  • 26 agosto 2011 alle ore 12:25
    L'Ernesto

    Come comincia: L’Ernesto a quarant’anni si sentiva ancora figlio, non per causa della sindrome da contrabbasso, dato che superava il metro e ottanta e non portava tacchi. Pesava 104 kg. «E per fortuna che ho il cervello fino» ripeteva sorridente a chi lo scherzava del
    suo peso, ma, se la matta non pescava, incupito lui esclamava: «Fino a dove non lo so.» Cervello intermittente e sciatalgia divampante, a lui piaceva essere figlio, di nessuno, essendo i suoi creatori “volati in cielo troppo presto”, come lui amava dire a chi gli chiedesse la giustificazione. Eppure l’Ernesto non aveva mai volato, nemmeno i
    suoi sogni sapevan decollare. Sogni pulcini, reminiscenza di quando veniva costretto a fare il dodicesimo. Ma all’Ernesto andava bene lo stesso e ripeteva a chi petava: «Ma sì, siam tutti figli di Dio». Tra i suoi amici non c’era un Riccardo, forse per questo motivo non aveva un cuore di leone, e le stecche le prendeva solo nel soffiare dentro a un flauto, senza lenza, che nemmeno di pescare era capace e si rammaricava di non aver mai vinto nessun premio alle lotterie di paese, sostenendo che lo fregava l’ora, perché le estrazioni avvenivano di sera e lui non possedeva la cultura dei giornali. Tra gli amici c’era chi lo prendeva anche sul serio, ma senza Orio visto che l’Ernesto non volava, per via di quel nome un po’ infelice, peggio di una cicatrice. Così che tutti lo rincuoravano felinamente, pensando sarebbe stato ancor più devastante si fosse chiamato Felice, come quel Pulici Paolino il goleador del ri grande Torino, di cui teneva a distanza di tre decadi una fotografia sul comodino. L’Ernesto nella vita non aveva combinato nulla per quattordicimilaseicento giorni, aveva gli occhi spenti e le luci dei fanali sempre accese. Aveva smesso di fumare perché il catarro non riusciva a digerire. Si divertivano gli amici a proporre lui una bionda, ma lui abbassando gli occhi rinnegava quel passato, ammirandosi, così facendo, le macchie di pomodoro sulla
    maglietta non stirata. «Io quella roba lì la fumavo da bambino per sentirmi un po’più grande, ora che son grande vorrei tornar bambino e non posso certo dire che ci guadagnai nel cambio, che i rapporti saltano sempre proprio in vista dell’ultima salita.» Le donne le guardava e portava anche rispetto, ma non sapeva cosa stessero poi a
    significare di preciso. Sì le donne fanno fare i figli, anche a un uomo circonciso, “ma a chi è figlio cosa importa?” lui pensava. Li aveva festeggiati lo stesso i compleanni, in compagnia della sua torta. L’Ernesto ricordava di una donna, e tornava con la mente a quando spendeva la sua vita, pur senza averci un soldo da investire, per comprarsi almeno il sorriso dell’amica sua più amata. La aspettava tutti i giorni all’uscita della scuola e non si capacitava che lei ci avesse sempre mal di gola e ancor oggi quando la pensava non riusciva a vederla per ciò che veramente era. Il suo esser taciturno lo escludeva dai giochi di Oratorio, frequentato solo per vedere lei cantare quando si riuniva la corale, e tra tutte quelle voci lui ne udiva solo una, che lo accompagnava nel ritorno verso casa, e sognava sol di amarla, ma neppure nei pensieri immaginava di baciarla. L’Ernesto proprio non sapeva come si facesse a dare un bacio, se non per quella pubblicità della televisione dove poi in fondo più del bacio pareva contassero solo le parole, quelle che egli non sapeva dire. Si vantava poi l’Ernesto, di aver preso parte a tutte le elezioni, «perché a scuola ero un somaro» proclamava, professando la
    sua fede per l’uomo dalla pipa sempre spenta, che troppo presto lo lasciò, in balia di garofani acerbi già marciti. Di consigli l’Ernesto ne aveva il frigo pieno, nessun ortolano poteva dire di averlo conosciuto, mentre il macellaio del paese, grazie a lui, sfoggiava ogni mese scarpe nuove. Nelle Domeniche di pioggia l’Ernesto preferiva stare in casa, a Natale e a Pasqua era solito far visita a una vecchia zia zitella, in campagna, che ci aveva galline buone per il brodo, la qual zia non disdegnava, alla sua età, di lanciare i dadi verso i cirri, che le gocce cadevano però solo da un altezza che per l’Ernesto era troppo bassa per capire. Il luogo che l’Ernesto preferiva frequentare era la pasticceria,
    sita nella zona del paese ed è lì che quel bimbo mai cresciuto visse il giorno assai diverso da tutti gli altri che lo avevano preceduto. Otello il pasticciere, soprannominato “palo”, avendo speso quasi tutti i suoi guadagni all’Arcoveggio, in piedi sulla linea
    dell’arrivo a ingoiare rospi molto amari, più di quelli che schiacciava col suo peso nelle notti in cui rincasava attraversando il suo giardino, per non farsi sentire dalla moglie, che neppure lo ascoltava, ormai persa a sognare un'altra vita, nella quale il dolce fosse solo l’ultimo delle sue voglie. Era un uomo mite, più bravo con le mani che col sedere e quel giorno, dopo un mese di vacanza su in collina, trascorso a depurarsi il sangue dalle scorie dei nitriti che facevano sobbalzare perfino le secche acque del Savio, era pronto a riprendere a sfornare le leccornie per le quali si faceva rispettare da tutti i golosi dei dintorni. Golosi che venivano anche da fuori del paese a fare colazione la mattina e a comprare cabaret farciti, di mancanze e scuse mute, nei giorni eletti a festa, quando tutti hanno una casa dove andare a trascorrere le ore più sole, anche se piove o c’è la nebbia. Quel mattino come ogni Uno Settembre fu l’Ernesto il primo dei
    clienti, anche se aveva una Punto, che il sole ancora non aveva asciugato l’umidità dei sellini delle bici parcheggiate fuori nei cortili, o lasciate incatenate a un palo della luce, che le bici poi non pensano al suicidio, stanno bene anche da sole e la ruggine per farle diventare vecchie ci mette solo il tempo che ci vuole, niente più niente di meno, e poi loro hanno buona educazione, non calpestano le aiuole. Aveste visto la faccia dell’Ernesto nel trovarsi innanzi a quel bancone, tutto crema e zabaione, con sfumature di cioccolato, c’era pure un panpepato, e l’odore del caffè era simil a un canto di sirena, all’Ernesto poi piaceva con la schiuma e un po’ di latte, ma non era proprio un cappuccino, era come i baci della mamma ricevuti da piccino e che tanto gli mancavano non avendo mai sostituito loro con qualsiasi altro additivo. Ma le sirene quel mattino le udì davvero, intonarono un buongiorno molto roco, quasi porno, e il caffelatte, che di solito rendeva lui il palato un po’ scottato, cascò giù tutto in un colpo e si sentì ghiacciato.
    «Mi presento son la Rosa, la maestra del paese, sono nuova qui del posto, arrivata a Ferragosto, quando tutti erano in ferie, a visitare un altro posto. Ho già preso le misure così quando inizierà la scuola sarò pronta e preparata e forse meno sola.» La
    Rosa era una donna che non si capiva bene quanti capelli avesse, parevano incollati e lasciavano cadere due treccine lunghe come redini, che il corpo che ci aveva le faceva prender forma di un calesse. Otello le sorrise e la invitò a servirsi, le porse un vassoio chiamandolo piattino, aveva già intuito che non si sarebbe saziata con un classico panino. Lì l’Ernesto, a quella vista buona, perse l’equilibrio, si appoggiò a una colonna che a stento resistette al suo sospiro, non aveva visto nulla di più bello in vi-
    ta sua e fattosi coraggio si presentò: «Buongiorno signora, io mi chiamo l’Ernesto e oggi è un giorno speciale per me che non so poi mica bene come posso farmi spiegare, cioè, io non so se c’ha presente quando si diventa tutti rossi e si vorrebbe scomparire, ma poi ci si ritrova che per la prima volta ti rendi conto che hai qualcosa da dire.» La Rosa, seduta sulla sedia che a stento conteneva le sue grazie, che dovevano essere almeno quattro, gli sorrise coi suoi denti bianco paglierino, aveva gli occhi buoni e le gote rosso brina, che tutte quelle paste in attesa di essere ingoiate non parevano così belle, dicendo in coro un po’ scocciate: «Ah che peccato non poter esser prima masticate.» «Si accomodi signor Ernesto, la mi faccia compagnia, o devo anticipare il suo nome con un titolo, chessò... Vossignoria?» «No signora maestra, non ho titoli di coda, anche se, per la prima volta in vita mia, me ne sento una.» E così parlarono quasi tre ore fitti, fitti, che occupavano lo spazio di tre tavolini. Da soli erano un ricevimento, lei sorrise quattro cinque anche sei volte, mentre l’Ernesto le parlava dei suoi trascorsi di bambino avvenuti anni fa e giorni prima. Si levarono dalle sedie, che quasi li incastravano, che il mattino era già adulto. Lui da gran signore le offrì la colazione, inaugurando il libretto degli assegni che giaceva impolverato nella tasca interna del gilet domenicale. La storia parve subito una cosa seria, che l’Otello all’ora del caffè, dopo mangiato, raccontava a tutti ci sarebbe stato un seguito: «Ho sentito la invitava a passeggiare lungo il viale, all’ora in cui il sole lascia il sud per dirigersi verso ovest, munitevi di bussola e non fatevi scappare l’occasione, poi mi raccontate tut-
    to eh! Devo essere informato, ma stasera c’ho le corse dei cavalli, la mia più grande tentazione.» E così dicendo accennò un diniego, ma sapeva che quello delle corse dei cavalli era il suo vero impiego, per niente al mondo avrebbe rinunciato alle riunioni, il forno per lui era diventato solo lo sfogo alle proprie frustrazioni. Ma tutti pensarono a una burla dell’Otello, che non era mai furioso, e neppure un po’ geloso, il suo Iago apparendo lo avrebbe anzi salvato, da ciò che lui non avrebbe mai osato: togliersi la fede e andarsela a giocare. Così quel pomeriggio che non era neanche troppo caldo l’Ernesto si vestì di tutto punto, ma andò a piedi perché non aveva esagerato nel voler esser troppo cavaliere e poi lui a quel Berlusconi, di cui sentiva sempre parlar male in ogni luogo, non voleva certo somigliare. Si incontrarono all’ombra di un olmo, cresciuto a dismisura in pochi anni, come lui. Rosa indossava una camicia color vino rosso
    ribaltato su tovaglia bianca, e pantaloni color traccia rimasta su tazzina di caffè non lavata bene, le sue trecce si eran sciolte e i tacchi che al mattino non aveva la facevan lievitare, al che L’Ernesto per un istante vacillò riflettendo: «Sarà mica quella Rosa della torta alla televisione? Ah no, ma quella faceva Rosa di cognome e Maria di nome...» Sollevato, ma anche un po’ dispiaciuto non fosse lei, guardandola nei seni
    esclamò: «Sei uno splendore», estraendo il meglio dal proprio dizionario di parole, e si rammaricò per un istante di non aver mai imparato quelle incise sulle carte dei cioccolatini . Bastò il sorriso di lei a scacciare il pensiero, anche perché nessun siciliano oscurava il loro orizzonte. Lei lo prese sotto braccio, gli arrivava fino al petto, e cominciò a parlare della propria vita e di tutto ciò che aveva fatto, per fortuna risparmiò lui ciò che aveva detto in quel passato già mangiato, e sempre attorniato da olive, acciughe, capperi, basilico e costolette di castrato. A vederli camminare, una a fianco delle ginocchia dell’altro, non parevan due novizi, sembrava avessero già fatto quel sentiero che conduce al cimitero mille volte, invece era la prima, e neppure ave-
    vano fatto mai le prove, che i cancelli a quell’ora sono ancora aperti e c’è gente che li supera e li incrocia, li incontra ma non saluta. Anche il gatto che fingeva di dormire lungo il fosso a quei due ha buttato l’occhio, ma appurato non avevano con sé il cestino del pic nic li aveva liquidati con un flebile tic tic, dei suoi occhi gialli. E per fortuna che non c’eran pappagalli, perché l’Ernesto era sì cicciottello, ma modesto, lo dimostrano queste pagine di vita senza grandi picchi, solo gazze nel suo cie-
    lo. Siamo giunti alla fine del racconto, essendo ormai arrivati al cimitero e alla fine del racconto ti aspetti che io ti narri come fu il loro e suo primo bacio. E ti piacerebbe sapere se fu anche l’ultimo, o se fu talmente bello da risultare come i maccheroni sotto al cacio... Beh, chiudi gli occhi e prova a immaginare come fu il tuo primo bacio, poi moltiplicalo per tutti i giorni nei quali l’Ernesto lo ha aspettato. La morale? Sai, non è che chiedi troppo? Non esiste la morale e non c’è favola più appagante di un bacio ricevuto. Semplicemente ad ogni bacio corrisponde una rinascita.

     

  • 25 agosto 2011 alle ore 21:36
    Delirio all' Iper Tomba

    Come comincia: Il mio criceto Elio forse si è suicidato, ha bevuto
    acqua ossigenata a 40 volumi invece della
    solita acqua a 12 volumi, ci sono due
    doccette nella gabbietta, una per bere ed
    una per lavarsi, mi sembra strano che si sia
    sbagliato; pensavo cercasse una morte lenta,
    come mia nonna, mi sarò sbagliato;
    pazienza, ne comprerò un altro.
    Prima però devo pensare a come disfarmi
    del cadavere di Elio;
    e se lo buttassi tra le bucce di melone
    della raccolta differenziata dell' organico ?
    Coprirebbe parecchio il fetore, d' altra parte
    non esiste una raccolta differenziata per
    cadaveri animali dal suicidio incerto.
    E se legassi la carogna di Elio ad un palloncino
    aerostatico riempito del e con il suo nome
    e la scritta a pennarello
    " Elio, vola lassù con l' elio; aiutati che dio ti aiuta ".
    Andrebbe in cielo anima & carogna.
    Ma Elio non era una carogna in vita, le carogne
    in vita vanno sottoterra, quindi lo legherò ad un
    palloncino riempito con gpl e lo getterò in un pozzo
    per una degna sepoltura...so che è difficile da
    comprendere ma le religioni e la fisica non vanno
    molto d' accordo.
    E se lo seppellissi dove si divertiva di più ?
    Amava tanto giocare a tennis sotto
    i fumi dell' acqua ossigenata...
    Usava quella a 40 volumi per il bagnetto ma
    si dissetava con quella a 12 volumi, ancora
    non mi par vero che si sia suicidato, pazienza,
    ne comprerò un altro.
    Credo che la soluzione più degna sia l' Iper Tomba.
    Hanno anche un negozio per animali da trapasso.
    L' Iper Tomba è un agglomerato commerciale che
    dà lavoro a quasi 500 lavoratori che non godono
    propriamente di un umore degno di contagio.
    Il governo ha permesso a questi depressi
    di lavorare per non suicidarsi subitaneamente,
    impiegandoli nel campo che a loro è più affine,
    la morte e tutto quello che li fa sentire vivi,
    la morte come argomento di discussione appunto.
    L' Iper Tomba fondamentalmente offre servizi
    per aspiranti suicidi, malati terminali, scrittori
    senza idee, musicisti falliti e uomini con il pisello
    piccolo e donne senza tette; senza parlare di
    imprenditori falliti o galeotti senza neppure
    la possibilità di ricominciare, la lista è lunga
    e l' Iper Tomba è per loro l' unico luogo
    per ricominciare degnamente senza essere
    sottoposti ai giudizi superficiali di quelli che
    non vogliono morire, si sa che le minoranze
    son più tolleranti.
    Il bar apre solo alle 17 e vende esclusivamente
    superalcolici per istigare alla scelta definitiva
    entro le 21, dopodiché bisogna aspettare il
    mattino per morire assistiti & confortati.
    C' è la falegnameria per le casse, il negozio
    di fiori, il solito onnipresente negozio per la
    donazione di sangue prima, e di organi dopo,
    molte squadre mediche composte da chirurghi,
    psichiatri, infermieri depressi che hanno
    esperienza al pronto soccorso e la sala della
    banca del seme dei maschi suicidi.
    Molte donne che pensano di soffrire molto più
    di qualsiasi compagno avuto cercano conforto
    in un figlio tutto loro con un dna ben spinto,
    si direbbe che vogliono un figlio tutto loro.
    L' amore per un figlio spinge a scelte estreme.
    E così prima di suicidarsi, per venire incontro
    a queste esigenze femminili,
    gli uomini si fanno una bella sega.
    il supermercato vende solo roba legale,
    lamette da barba, acido muriatico, nidi di vespe,
    virus letali congelati e sigillati venduti
    per puro collezionismo, commesse infettate
    da ebola ed altre tropicali e comuni
    febbri emorragiche che ti danno un bacio
    per ogni prodotto che metti nel carrello
    ( ti seguono proprio ),
    cappi per l' impiccagione regolarmente monouso,
    giocattoli cinesi al mephedrone con l' odore
    di fragola per bimbi terminali sotto i 36 mesi.
    Il negozio di consulenza psicologica è gestito
    da ottimi professori svedesi e giapponesi,
    tra loro non si capiscono come una coppia
    in via di separazione per colpa ma offrono tutti
    una spinterella decisiva ai tiratardi inconcludenti.
    C'è anche il negozio dell' ultima telefonata in
    quanto i cellulari vengono sequestrati all' entrata;
    e sai che se esci il cellulare non ti verrà restituito,
    in collaborazione con la Deathfone, Telemort e
    Dust in the Wind.
    Non solo cremazione dunque ma anche
    il negozio della crioconservazione.
    Tra l' altro è un servizio utile per chiedere
    al consorte quale parte del corpo salvare,
    molti infatti vogliono in casa una parte per poter
    toccare l' estinto per l' eternità , tra gli uomini
    spopolano i genitali femminili dell' amata,
    tra le donne va invece per la maggiore il cervello
    degli uomini ma a scopo scientifico,
    tante donne vorrebbero capire come un uomo
    possa essere così scemo da scrivere un tale delirio.
    All' Iper Tomba c' è anche una sala di registrazione
    audio & video professionale per farsi ricordare
    in perfetta luce come sono gli occhi e la voce
    di chi sta per farla finita.
    Gli operatori dell' Iper Tomba come ogni centro
    commerciale rispettabile han politiche ben precise,
    pubblicitarie, etiche ed a volte cattive, proprio
    perché non consciamente recepite.
    Molti genitori che han perso un figlio malato
    si son rivolti all' iper Tomba per gli sconti
    stagionali ( fino al 21 sconto 50% su tutto
    il catalogo, affrettati a non fare soffrire tuo figlio ! ).
    Poi, una volta risparmiati soldi & sofferenze,
    magari decidono di rimetterci piede nel momento
    in cui si rendono davvero conto di non avere
    elaborato o metabolizzato il lutto con l' inquietudine
    di non potere più superare questa loro debolezza,
    trippa per gatti per gli amministratori che sanno :
    " Avendo familiarizzato con l' ambiente saranno
    più inclini a tornare da noi ".
    Le politiche etiche fanno sempre discutere.
    Altri negozi offrono plotoni di esecuzione
    di dieci cecchini regolarmente ubriachi, in modo
    che nessuno spari a salve e nessuno si senta
    colpevole davvero " Quanti ne abbiamo ammazzati
    ieri? 18 ? Davvero ?
    Io mi ricordavo di 6...".
    Per i masochisti c' è la lapidazione ad oltranza
    ed agli indecisi cattolici diversamente convincibili
    viene indicata con solerzia divina una saletta
    in cui viene mostrato un filmato vidimato dal papa
    riguardo al paradiso ed i suoi miracolosi effetti,
    anche la chiesa accetta la morte autoinflitta oggi,
    forse per mancanza di pubblico pagante.
    Ho in tasca Elio ma oggi il negozio per animali
    da trapasso è chiuso per l' improvviso lutto del
    gestore, un suicida si è tolto la vita avvelenandosi
    e portando con sé i propri sette cani, colpo terribile...
    Un tale Sproposito
    ( vedi il " Delirio delle sette sataniche" ).
    L' aspetto più inquietante all' Iper Tomba è l' umore.
    Tutti han voglia di far poco, gli operatori che non
    fanno straordinari e si danno spesso
    malati di depressione ma passano la sera al pub
    a raccontare agli amici le storie degli ultimi
    morti...
    " Non ci crederai, voleva morire per una donna
    che a suo dire non lo capiva, l' ho aiutato per tre
    settimane convincendolo che aveva una serpe,
    altro che una donna; e poi amen,
    le ha sparato ed è tornato senza più indecisioni...
    Ha donato lo sperma e dal momento che era
    cardiopatico abbiamo incominciato a deriderlo
    del suo piccolo cazzo, che era la ragione per cui
    la moglie si fotteva mezzo quartiere, gli è venuto
    un infarto quando abbiamo proiettato
    la sua masturbazione finalizzata alla donazione
    dello sperma con le risate finte...
    Su tutti i mega screen dell' Iper i bambini terminali
    chiedevano a papà perché il pisello non cresce
    agli adulti, non ce la facevamo più dalle risate.
    Forse non siamo stati corretti ma erano settimane
    che pretendeva consulti e non tirava fuori un euro ".
    Se si viene in un locale che vende pizza ti viene
    offerta pizza, cosa si vuole pretendere ?
    Si sa che la vita non è tutta rosa e fiori,
    ma qui all' Iper Tomba comunque i fiori sono bellissimi,
    ed il futuro è una certezza non da poco.
    Ciao Elio, hai fatto tante volte felice la mia Susy.
    Ora devo comprarne un altro.
    Le piacevi davvero, non dovevi morire così
    giovane.
    Vabbè, ne comprerò un altro.
    E lo chiamerò H e lo vorrò bianco come te.
    Con gli occhi rossi, e la tua disponibilità
    a morire strafatto di medicinali da provare.
    Spero tu sappia il destino della gabbietta
    con ruota che tu fai girare, inconsciamente.
    Vuoi un pezzo di pizza o preferisci la mia Susy ?
    Vuoi essere utile ?
    Domani il negozio dell' Iper Tomba per animaletti
    da compagnia morti riapre,
    Hey H, se vuoi ti insegno il tennis, devi solo
    far finta che non ho un criceto morto in tasca.
    Smettila, datti un tono, ti prometto
    che questi avvoltoi non ti avranno.
    Come dici ?
    Ti vergogni di essere mio ?
    Tu hai tutta la libertà di una gabbietta.
    Non ti farei mai del male come non ho fatto
    male ad Elio.
    I miei amici immaginari ?
    Paolo e Cesare del " delirio della routine " ?
    Dimenticavo, all' Iper Tomba hanno anche
    un negozio per la sepoltura 
    degli amici immaginari.
    Criceto del cazzo, sto scrivendo, non farmi passare
    per matto,
    non ho amici immaginari vivi !

  • 25 agosto 2011 alle ore 17:26
    Un eroe senza super

    Come comincia: Il colmo. Finito nel traffico dell’antivigilia di Natale.
    E non poter azionare i razzi della Batmobile per non rischiare di fare una strage!
    Non gli era restato che sgusciare via dal mezzo e proseguire “a piedi”, o meglio sui tetti, dove nessuno lo poteva vedere. Avrebbe recuperato la Batmobile più tardi. Il messaggio non poteva aspettare.
    Non prevedeva certo di incontrare il cavaliere che gli si parò d’un tratto davanti, l’abito di maglie di ferro di cui era rivestito scintillava alla luce della luna. C’era da chiedersi come avesse fatto a portare il cavallo fin sopra al grattacielo. Si mise subito in guardia.
    - E tu chi saresti?
    Lo sconosciuto non si tolse la cervelliera, ma il volto barbuto seminascosto dal cappuccio in maglia di ferro si vedeva perfettamente. - Dovresti saperlo, Bruce, - disse. - Se non sbaglio, tanti anni fa, questa stessa notte, avevi espresso per Natale il desiderio di vedermi.
    Egli non sembrò per nulla sorpreso, non ebbe bisogno di guardare la sopravveste di seta blu ricamata a leoni d’oro che il cavaliere indossava per capire di chi si trattasse. Gli bastò ricordare la letterina a Babbo Natale firmata dal piccolo Bruce Wayne, nove anni, la stessa che, quella mattina, gli era ricapitata tra le mani in una busta insieme alla lettera anonima che ordinava a Batman di presentarsi a mezzanotte sulla Clock Tower. Una sola frase: “Caro Babbo Natale, per Natale vorrei incontrare Re Artù”.
    Sentirsi chiamare con il suo vero nome: questo lo aveva davvero turbato.
    - Allora questa farsa è opera tua, - disse. - Cos’è, un ricatto? Chi ti manda?
    - Un bambino, - fu la risposta.
    Non si stava prendendo gioco di lui, a giudicare dalla voce. L’unico in tutta Gotham City cui non facesse paura. O era un pazzo, o era sul serio Re Artù.
    - L’eroe di Camelot prende ordini da un bambino? - chiese con un mezzo sorriso. - Non dovrebbe esser privilegio di un re non render conto a nessuno?
    Re Artù scese da cavallo. Così superava a malapena la sua spalla.
    - Un supereroe, non un re, pretende questo. Mi spiace deluderti, ma io non ho fatto che prendere ordini per tutta la vita, o quella corona non l’avrei nemmeno accettata. Lo so, a scuola hai sentito parlare di me come fossi un semidio; forse avresti dovuto sapere la verità prima di giurare che da grande saresti diventato come me.
    E quella sera il piccolo Bruce Wayne era solo; ma come sapesse così tante cose su di lui sembrò non impressionarlo più di tanto.
    - Quel bambino non esiste più, - disse invece. - Arrivi tardi. Lui ti aspettava quella notte di tanti anni fa, quando vide il padre e la madre uccisi da un ladro con una pistola in mano.
    Si accorse solo allora che il fodero non portava alcuna spada. Era vuoto. Re Artù senza Excalibur, davanti a un supereroe armato fino ai denti. Se avesse voluto, avrebbe potuto farlo a pezzi. Eppure non avrebbe mai osato toccarlo. La persona stessa del re emanava una forza tale da non aver bisogno di null’altro. Neppure di una maschera nera.
    - Quel bambino io l’ho visto perfettamente poco fa, - quegli occhi azzurri sembravano togliergli l’armatura pezzo per pezzo. - Quando ti sei accorto di esser finito nel traffico avevi la stessa espressione del giorno in cui i tuoi compagni di scuola ti chiusero per scherzo in cantina.
    - Stai parlando a Batman, non a Bruce Wayne.
    - Sto parlando a te. Credi forse che Gotham City non l’abbia capito da un pezzo chi sei? Un uomo rimane uomo, amico mio, anche quando lo seppellisci in una corazza di kevlar per togliergli ciò che ha dentro, e alla luce del sole mostri un volto talmente frivolo da non essere reale.
    - Tu invece ti sei conservato tutto, - egli rispose, sarcastico. - Anche il tuo bel paio di corna.
    Re Artù non sembrò per niente offeso. - Ginevra più di tutti sapeva di aver sposato un eroe, non un supereroe. Se avesse sposato Lancillotto non sarebbe andata diversamente. Le corna fanno parte della storia; anzi, piacciono alla gente. Ti rendono più alla sua portata. E forse anche più utile. Dicono loro che anche un cornuto qualsiasi può diventare un eroe. Un eroe, senza super.
    Gli voltò le spalle. Si sedette sulla ringhiera, cercando il tempo di digerire la valanga. Ci aveva pensato mille volte che prima o poi sarebbe arrivato il momento della fine di Batman, ma come un giorno ancora lontano. Il momento in cui si sarebbe tolto il cappuccio per l’ultima volta. No, non ora. Non riuscì a toglierselo.
    - E chi sarebbe il bambino che ti manda? - mormorò.
    - Il bambino che tua madre ti ha insegnato a pregare mattina e sera, - fu la risposta. - Il bambino che fa muovere tutta quella gente... Guarda giù, Bruce.
    Egli guardò. Guardò le luci colorate, il grande albero addobbato al centro della piazza. Davanti alla chiesa si era formato un gruppetto improvvisato di gospel che ad ogni persona che passava gridava “Buon Natale, buon Natale”.

    Ding dong! Verily the sky
    In riv’n with angel singing.
    Gloria! Hosanna in Excelsis!

  • 24 agosto 2011 alle ore 21:25
    Delirio della tavola rotonda

    Come comincia: Il pub Efèbo mi ha commissionato 24 tavole rotonde,
    così su due piedi, ho risposto al gestore che avevo
    un' idea migliore su un piede solo e lui mi ha
    chiesto un prototipo; così, su due piedi,
    senza neanche organizzare una tavola rotonda
    per discutere i particolari.
    Mi sono messo all' opera cercando di concepire
    una tavola stile tavola da cucina che al momento
    del languorino possa fùngere da tavola su cui poi
    ci possa mangiare sopra.
    Davvero bella e così tonda da sminuire Giotto.
    E non volendo sminuire Giotto ma solo
    accostarmicisi sfruttando peraltro il suo nome,
    ho pensato di chiamarla TavolaGiotto.
    Questa tavola senza angoli visibili ha un piedistallo
    unico che ho costruito così, su due piedi.
    Talmente stabile da far invidia a qualsiasi stabile
    nipponico, ma io non voglio provocare il terremoto,
    e non voglio essere irrispettoso verso la natura
    che ci fa ballare come un dj pazzo che decide
    solo lui quando si balla e quanto.
    Dunque ho chiamato il piedistallo ReggiTavolaGiotto,
    " al primo ballo sismico, volaci sotto ".
    La TavolaGiotto è in ciliegio mentre il
    ReggiTavolaGiotto è in noce, l' accostamento
    è un po' strano ma i due pezzi
    combaciano perfettamente, sembra quasi
    un innesto;
    complimenti al falegname,
    che sarei io.
    Spero solo che la mia idea non produca in futuro
    ciliegie con il guscio o noci con il nocciolo.
    Oltre questo spero anche che il ReggiTavolaGiotto
    non si metta a crescere fino al soffitto rendendo
    la TavolaGiotto inutilizzabile in un pub, anche se il
    lato positivo risiederebbe in 24 puntelli antitellurici.
    Efèbo Fanciulli sarà contento, me lo sento, lui ha
    molta paura dei terremoti essendo stato in Indonesia
    molto tempo per cercare una donna che potesse
    sopportare di stare con un pazzo come lui.
    Da quelle parti i terremoti spaventano davvero
    se non stai facendo sesso con una minorenne
    sulla spiaggia come si usa di solito.
    Sul mio bel prototipo molto tondo ho pensato
    di mettere un centrino che chiamerei
    centrotto rotondino con un portafiori cilindrico
    che contenga dei fiori tondi, della famiglia dei
    margherotti rotondetti; a questo però ci
    penserà il Fanciulli, ha un debole per raccogliere
    fiori bellissimi e profumati strappandoli
    violentemente alla propria terra.
    Il diametro della TavolaGiotto è di un metro e 48
    e se ti viene sonno stacci pure sotto con sopra un
    tetto; fa un po' schifo come spot per i barboni,
    lo ammetto, e tra l' altro a loro non interessano
    le virtù antisismiche se non in tabaccheria quando
    cercano di convincere, spesso invano e per
    molto tempo lo spacciatore legale di tabacco.
    Il Fanciulli è rimasto colpito dal prototipo che
    fortunatamente non ha ancora dato segni di crescita
    o germogli strani, faccio forse in tempo a costruire
    23 TavoleGiotto ed a farmi pagare prima che
    possano accedere le già citate stranezze che temo.
    Comunque lavorare per il Fanciulli è un' esperienza
    piacevole considerando come ha progettato
    il locale, certamente d' effetto: i muri son ricoperti
    di una peluria che il gestore del pub giura sia
    di provenienza umana.
    Efèbo Fanciulli ha 42 anni portati benissimo,
    ne dimostra al massimo 12, gli altri li deve avere
    passati molto bene e velocemente,
    come velocemente si comportano
    le avventrici del pub,entrano, guardano,
    bevono ed escono scandalizzate;
    le donne intuiscono al volo l' inconfessabile
    e molto più che semplice delirio erotomane
    di un uomo solo e psicopatico nonché avvezzo
    alla pornografia asiatica di successo.
    Un pub che piace di più agli ometti, indubbiamente.
    La peluria alle pareti è sicuramente accattivante,
    ma la cosa spaventosa è che cresce davvero,
    e così temo per i miei ReggiTavolaGiotto.
    Nel microclima del locale si riconosce poi una
    certa fragranza inguinale... molto femminile.
    Il pub è poco illuminato mentre Efèbo per niente,
    tra l' altro odia la tecnologia e come lettore musicale
    utilizza un vecchio mangianastri; davvero impedito,
    infatti dopo anni non riesce a distinguere
    un registratore di cassa da uno a cassette,
    è già successo che battendo uno scontrino
    la musica si fermasse.
    Quelli che ballano sbronzi hanno il terrore
    di chi sta per pagare ed uscire, costoro ballano
    senza guardare minimamente le donne in pista,
    puntano la cassa di Efèbo pregando che non
    ci sia il solito black out dello scontrino.
    La mia proposta di allestire centrini centrotti
    con margherotti dentro vasi cilindrici è stata
    bocciata; Il Fanciulli ha preferito romantiche
    candele in muco cervicale compresso.
    Come tutti i locali il pub Efèbo ha la sua giornata
    di splendore, il raduno delle " Cagne compagne
    con le fregne pregne ".
    Partecipano donne di almeno 7 mesi e uomini
    liberi e / o sposati, vedovi e maschietti dai
    14 in sù, non c' è un evidente motivo al successo
    di questa iniziativa, anzi, quel che è evidente ma
    non spiegabile è la copiosa partecipazione;
    due anni fa le donne han superato gli uomini,
    ma era sabato ( ? ).
    Ma durante l' anno come campa davvero il
    Fanciulli ?
    Partecipa a tavole rotonde con & per la mafia
    thailandese di cui detiene una buona quota
    per l' approvvigionamento di materiale
    tricologico femminile inguinale per il trapianto
    su calvi maschietti nostrani.
    In pratica vengono trapiantati peli di figa
    thailandese su calvi tricolore da tricologi gay;
    un tricologo tricolore etero non lo farebbe mai.
    Efebo Fanciulli è sentimentalmente avvinghiato
    a Strap Harmy, detta Depyl, in passato legata
    al giro della prostituzione minorile thailendese
    ed ora legata,
    di male in peggio, a lui.
    Efèbo dice che non voglia figli,
    lei neppure,
    e forse neanche i loro potenziali
    e naturalmente glabri figli
    vorrebbero nascere...
    Senza una tavola rotonda che spieghi loro
    che cosa ci guadagnerebbero
    a nascere da due messi così.

  • 23 agosto 2011 alle ore 22:05
    Delirio di una volta

    Come comincia: C' era una volta, davanti a casa mia,
    molto grande e spaziosa.
    Tutti ci volevano passare sotto con la scusa che
    fosse grande e spaziosa, ah, le scuse
    ingenue di una volta; in verità si fermavano
    sotto la volta le biciclette colte da temporale
    improvviso in quanto la volta proteggeva
    dalla pioggia, così larga e spaziosa.
    Era come casa mia che però una volta non c' era.
    Poi fu costruita con sassi bianchi e mattoni
    pieni, coriacea, come le case costruite di una volta.
    Una volta le case eran tutte grandi e spaziose,
    non c' era il problema odierno dell' alta tensione
    abitativa nelle metropoli; erano pure loro
    molto grandi e spaziose.
    Oggi si costruisce tenendo conto del piano
    regolatore che regola dove e come costruire
    una volta o una casa in mattoni veri come
    codesto delirio; non è vero, almeno in parte.
    Il piano regolatore in realtà è stato creato
    per limitare la velocità degli autoveicoli.
    Una volta andare a sbattere contro una volta
    era meno pericoloso per la bassa tensione
    abitativa e per il minor traffico, oggi il problema
    è diverso, le volte son costruite di forati molto
    teneri, e nel loro interno sono
    piuttosto ampi e spaziosi, dunque fragili.
    La volta che si ergeva di fronte casa mia
    si chiamava Volta Pagina, fu intestata
    infatti ad il suo progettista
    di una volta, il Sig. Pagina.
    Si dice che lui, oltre ad avere ottime idee avesse
    anche una fronte molto grande e spaziosa e che
    una volta avesse la passione di rilegare
    mattoni pesanti come questo delirio.
    Questo ben prima di progettare quella volta
    che oggi purtroppo non si può più osservare;
    distrutta, e neanche tanto tempo fa.
    Il sig. Pagina infatti voltò pagina con il suo lavoro
    ma non ebbe una fortuna duratura, quella sua
    nuova creatura, quella volta; durò ben poco.
    Il piano regolatore, in verità, non funzionò
    benissimo ed un giorno, quella volta, fu abbattuta
    da un grosso e pesante vecchio autocarro che
    trasportava mattoni, di quelli pieni e pesanti
    di una volta per intenderci, come codesto delirio.
    Successe un sabato sera...
    Uno di quei sabati all' antica, quelli,
    capiamoci, di una volta.
    Sotto la volta c' erano giovani che giustamente
    e distrattamente amoreggiavano
    e che mai e poi mai avrebbero guidato
    nelle condizioni dell' autista, anche perché
    erano in pochi a permettersi la patente.
    Gli autisti del sabato sera, delle volte non
    badavano molto alla sicurezza stradale e
    festeggiavano ebbri in una piacevole ed
    allegra guida.
    La volta fu disintegrata, ed anche la
    ricostruzione fu abbandonata, non c' era
    la tecnologia per distinguere i mattoni
    del camion da quelli originali
    della volta, una volta.
    Ora a sua volta in quel luogo ci sono strisce
    pedonali disegnate su porfido antico, proprio
    quello di una volta intendo, le strisce
    sono bianche, e vengono regolarmente
    sniffate per trovare il coraggio
    di attraversare la strada.
    Le vittime dopo 150 anni sono state resuscitate
    grazie alla tecnologia odierna solamente per
    essere chiamate a testimoniare di quel che una
    volta successe sotto la volta e poi onestamente
    lasciate morire di nuovo, forse per sempre,
    chi lo sa, magari a riposare
    davvero in pace per sempre.
    Una volta non era così, ed alle volte capitava
    di proteggere dal temporale giovani in amore.
    Oggi tutto è cambiato, ed i giovani credono
    di potersi riparare dai temporali in mezzo al traffico
    con le strisce, che son la metafora della loro prima
    volta, da fare solo una volta, tanto per provare
    cosa voglia dire attraversare la strada.
    Ed il ritorno?
    Bisogna essere prudenti ad attraversare la strada
    anche con le strisce.
    A volte capita che la strada non abbia strisce
    ma vada affrontata, a volte è inquietante,
    trafficata, larga, e molto grande e spaziosa.
    Una mente larga e spaziosa non va confusa
    con una mente coraggiosa e vuota,
    e dunque fragile come un forato.
    Quella volta volterete pagina ?
    La morale è che una volta non ripara neppure
    i tenere innamorati, né di ieri né di oggi,
    ricordatevelo per sempre e non per una volta.
    E se c' è sempre una prima volta sappiate
    che non è una regola da mente evoluta
    scopare una donna tanto per, o drogarsi.
    Come sono andato ?

  • 22 agosto 2011 alle ore 21:57
    Delirio opposto

    Come comincia: È più importante apparire che essere, giusto !
    Se l' apparenza inganna figuriamoci l' essenza.
    Hai una bella macchina, una bella casa
    ed una splendida moglie.
    Pian piano capisci che non sei
    proprio stato creato per guidare, infatti ogni
    volta che bevi due birre centri un marciapiede,
    appena puoi te ne vai in campeggio e sai
    bene di esserti sposato perché si fa così e basta.
    Poi hai un bel lavoro, amici interessanti ed un
    sacco di soldi.
    Il lavoro sarà pure bello ma a te non piace
    lavorare, gli amici che consideri interessanti
    sono proprio come te ed i soldi li usi come
    antidepressivo , sprecandoli in minchiate,
    shopping inutili, troie, trans & videopoker.
    In un fortunato giorno ti illumini di essere un
    perfetto coglione; cosa fai dunque ?
    Molli tutto, e con lo zaino in spalla
    cominci a camminare.
    Durante la marcia incontri uno che ti assomiglia
    tantissimo, anche lui ti nota per la stessa
    ragione e queste due gocce d' acqua
    appesantite solo da uno zaino vuoto
    dal peso del passato incominciano
    a farsi compagnia in un cammino senza meta
    che senza meta non è.
    Lui ti assomiglia all' opposto nella vita.
    Intanto non sta camminando con uno zaino
    firmato, e non ha la macchina, infatti;
    ma sa guidare.
    Vive in una porcilaia o quasi e la donna che
    ama alla follia le è morta tra la braccia in un
    incidente frontale contro un
    suv guidato da un ubriaco.
    Il lavoro non lo ha perché non lo trova,
    e probabilmente non lo cerca neanche più.
    Gli amici sono in giro per il mondo e per i soldi
    non farebbe nulla che lo possa portare fuori
    dal proprio pedonale scarpinoso percorso.
    Passate le serate a parlare di questo, del più
    e del meno, del tuo più e del suo meno;
    Trovi un gratta & vinci grattato e malconcio...
    Ma lo controlli; un milione di euro.
    Ovviamente è tuo siccome piove sul bagnato.
    Lo regali al tuo compagno di scarpinata
    che per soldi non farebbe mai niente che lo
    portasse fuori dal proprio
    pedonabile & scarpinoso percorso.
    Lui lo accetta in quanto non ha fatto nulla
    per meritarsi i soldi; unica fatica scarpinare
    fino a Roma per consegnare il biglietto ai
    monopoli di stato, ed aprire un conto in banca,
    fatica accettabile.
    Hai regalato e fatto del bene a chi saprà
    entusiasmarsi liberandosi in fretta di tutti quei
    soldi aiutando i propri simili.
    Ora a chi ti senti simile ?
    Hai regalato e ti senti in pareggio.
    Poi torni a casa, alla tua vita del cazzo,
    pensi di essere una persona migliore.
    Poi scopri che la tua fuga ha scatenato la
    richiesta di separazione di tua moglie,
    che hai perso il lavoro e tante altre grane.
    Ti rimetti deluso in cammino con lo zaino
    ed incontri uno che ti assomiglia tantissimo,
    anche lui ti nota per la stessa ragione e queste
    due gocce d' acqua appesantite solo da uno
    zaino vuoto dal peso del passato incominciano
    a farsi compagnia in un cammino senza meta,
    che senza meta non è.
    Ma ora sai che sei una persona migliore.
    Ed il tuo compagno di viaggio ti assomiglia,
    ha fatto il percorso già una volta con te.
    Hai perso tutto e lui ha speso davvero bene
    una bella fortuna.
    Lui trova un gratta & vinci malconcio,
    lo controlla, un milione di euro.
    Non te lo dice e scappa verso Roma.
    Ti ritrovi solo senza motivo.
    Il giorno dopo ti rimetti deluso in cammino,
    con lo zaino firmato ma un po' usurato,
    incontri uno che ti assomiglia tantissimo.
    Incominciate un cammino senza meta
    che senza meta non è.
    Sul tragitto parlate del tuo primo ed ex
    sfortunato compagno di viaggio,
    si scopre poi che era l' amante della tua ex
    e che il tipo con tua moglie era amante di lui.
    Scoppia un putiferio, calci e bòtte.
    Al mattino i malandati compagni sono
    quasi morti per le ferite riportate,
    il freddo e poi l' odio, che spesso viene fuori
    quando le cose vengono comprese per metà;
    la metà sbagliata.
    E per l' altra metà sono sempre e comunque
    solo calci bòtte per una metà
    che proprio dolce ora più non è.
    I due vengono ricoverati in una struttura
    assistenziale per barboni creata con il
    milione di euro dalla ex goccia gemella
    povera.
    Lei innamorata di lui lo aveva tradito per uno
    che gli assomigliava parecchio.
    L' apparenza inganna come l' essenza,
    ma l' essenza è diabolica,
    l' apparenza è da stronzi o da coglioni.
    E comunque qui ha vinto chi ha fatto
    quel che voleva fare senza pensarci tanto
    e senza paura di sbagliare,
    senza apparire troppo.

  • 21 agosto 2011 alle ore 21:40
    Delirio della rondine

    Come comincia: La rondine del silenzio, vetrificata e sabbiata,
    tornò a volare tra gli specchi, avanti ed indietro,
    come un rimbalzo, come un pipistrello
    che aspetta il punto limite dello spazio
    per poi invertire la rotta.
    La rondine si sentiva brutta e quando si
    vedeva da vicino scappava, ma in ogni volo,
    accorgendosi del proprio aspetto, soffriva,
    vedendosi poco desiderabile a chiunque, 
    in fronte ad uno specchio che solo lei vedeva.
    Un girasole nella stanza la seguiva nei
    movimenti ritmici, ed al contempo
    lasciava cadere la semenza.
    La rondine si sentiva ammirata e per la prima
    volta sentiva di avere gli occhi addosso.
    Il girasole infine, una volta stanco e spoglio
    di semi chinò la testa e si arrese,
    come chi ha vissuto facendo quel
    che la natura poteva aspettarsi da lui,
    riprodursi e morire.
    Il silenzio di un amore impossibile, una rondine
    non può amare a tal punto un girasole da
    lasciarsi morire affamata con il cibo nel becco.
    Ma la rondine sentendosi amata non si sentì
    più sola e prese davvero i chicchi nel becco.
    E non li mangiò, ed uno ad uno con calma
    e decisione chiaramente femminile li piantò.
    Il girasole spoglio rinacque forse per
    riconoscenza e la rondine, assistendo
    a quel miracolo impattò distratta per l' emozione
    in uno specchio con il becco,
    infrangendolo e ferendosi.
    In quell' attimo di schegge splendenti venate
    di sangue non si udì frastuono, e così i nuovi
    e teneri germogli di girasole nacquero nel
    silenzio, forse crebbero per riconoscenza
    ed alla rondine che beccava un chicco non
    fu addebitato un furto, bensì un bacio.
    Un bacio per ogni chicco sottratto,
    e quanti baci silenziosi per ogni girasole
    nato nel silenzio e cresciuto per la voglia
    di baci; e non per quella di riprodursi.
    Le rondini poi lasciano gli ultimi chicchi
    disponibili di ogni girasole alla terra.
    Rinunciando infine, nella reciproca vecchiaia, 
    ad un ultimo consolante bacio affinché
    le piccole rondinelle
    possano avere un futuro, ed in futuro,
    baciare un girasole all' aperto,
    dove nessuna rondine possa vedersi
    brutta in uno specchio,
    baciando e nutrendosi senza complessi
    deliri allo specchio, tristi e silenziosi.
    I girasoli amano inamovibili.
    Le rondini amano e volano.
    I figli vogliono capire come un girasole
    possa amare una cicogna o un cavolo.
    E le rondini imbeccano i figli con chicchi
    d' amore esclusivo e perpetuo.
    E tutti dormono tranquilli.
    Non ci saranno più rondini con il peso
    della sabbia incollata alle ali.
    E neppure rondini brutte.
    Le rondini son belle.
    E mentre le rondini ed i girasoli si baciano
    specchiandosi nella penombra, capiterà
    che un seme cada,
    sotterrato da una rondine
    che sa come nutrirsi.

  • 21 agosto 2011 alle ore 18:49
    Il Regno di Bardo

    Come comincia:   Il Regno di Bardo

    Mi risvegliai dopo un lungo sonno, non ricordando assolutamente nulla di quello che era successo il giorno precedente. Aprii gli occhi e stranamente non ero nel letto di casa mia, ma in un luogo a me sconosciuto, sdraiato a terra, su un manto erboso umido.
    Cominciai a guardare attorno, ma non riuscivo a vedere al di là di alcuni metri davanti a me, infatti una fitta nebbia mi circondava, lasciandomi appena intravedere un albero spoglio sulla mia destra e il terreno sul quale crescevano degli strani fiori alti all’incirca due metri, alcuni neri, altri viola. Ebbi la sensazione di essere in un luogo desolato e lontano dal mondo abitato, quindi cercai immediatamente di mettermi in piedi, ma un forte dolore al petto, mi impediva di muovermi.
    “Strano, pensai, eppure io non ho mai sofferto di questo genere di disturbi...” ma seppur con grande fatica riuscii a sollevarmi e a dirigermi verso quell’albero spoglio sul quale alcuni corvi gracchiavano indisturbati. Arrivato nelle prossimità dell'albero, vidi un’ombra che si allontanava velocemente verso un piccolo ruscello che scorreva a qualche decina di metri da me. Provai a gridare per fare sentire la mia presenza, ma quella figura indistinta sparì velocemente nella nebbia, e io rimasi solo a contemplare quel paesaggio tetro, incredulo di quanto mi stava accadendo. Alzai lo sguardo verso il cielo, notando che una pioggerellina nera scendeva copiosa verso il basso, bagnando così i miei vestiti. Continuai a camminare nella speranza di trovare qualcuno che mi potesse dire dove mi trovassi precisamente in quel momento e magari anche il perché... Così, seppur dolorante, mi rimisi in cammino, anche se non avevo una meta precisa e mi sentivo sempre più solo e disperato, pur provando una consapevolezza aumentata, un’espansione della coscienza che non avevo mai provato in vita mia. Sentivo anche dentro di me  un senso di angoscia e di incertezza sempre più opprimente, e avevo paura nell'avanzare in quella terra sconosciuta e quasi disabitata.
    Dopo aver camminato per circa mezz'ora tra le vallate desolate e aride di quel luogo sconosciuto, giunsi  finalmente nei pressi di una piccola casa di campagna diroccata, all'apparenza disabitata, con i vetri rotti e alcune galline nel cortile circostante che rallegravano l'aspetto misterioso e tetro dell'abitazione. “Finalmente -pensai tra me e me- qualcuno ci sarà in quella casa!!!” Bussai alla porta e immediatamente mi aprì una anziana e bassa signora, dall'aspetto malandato, forse di ottanta anni, con i capelli bianchi e lunghi, gli occhi neri e una larga bocca senza alcuni denti. “Benvenuto straniero -disse l'anziana signora accogliendomi con un sorriso- entra pure, è da anni che non ho un ospite, sai? Più o meno da quando è morto mio marito”. Io rimasi un attimo in silenzio, poi replicai: “Grazie signora per la sua ospitalità. Io mi sono perso, ricordo solo che stavo guidando la mia automobile a New York e poi il vuoto… Ora mi ritrovo qui, e non riesco a capire come ci sono arrivato. Sa gentilmente dirmi dove mi trovo?»
    La signora balbettò alcune indistinte parole, poi rispose: “Non saprei ragazzo mio, sono malata di Alzheimer e non ricordo...”. Mi accompagnò verso il salotto dove era acceso un caminetto e su una poltrona vi era un libro impolverato dal titolo «La storia mai narrata dell'aldilà». Io le chiesi, incuriosito dall'argomento di cosa trattasse, ma lei sembrò infastidita da quella domanda e mi liquidò con poche parole: “Ragazzo non credo possa interessarti...” Provai ad avvicinarmi per sfogliarlo, ma un enorme alano nero mi si avventò contro prima ancora che potessi giungere vicino alla poltrona; così mi ritrovai a terra con la bestia che mi ruggiva contro infuriata.
    “Fermo Bull, a cuccia!!!!" intimò l’anziana signora.
    Il cane obbedì immediatamente, e sparì nella camera accanto senza abbaiare.
    “Mi deve scusare ragazzo, ma Bull è un'animale molto affettuoso, ma se non conosce qualcuno diventa aggressivo. Spero che non si sia fatto male".
    “No, non si preoccupi, solo qualche graffio" le risposi ancora impaurito.
    Poi la signora andò in cucina e preso del the, me lo offrì. Io mentre sorseggiavo lentamente quel the alla menta, guardavo i quadri di quella stanza, pieni di strani simboli, che non avevo mai visto in vita mia. La signora una volta sedutasi sulla poltrona, dopo aver bevuto il suo the, cominciò a raccontarmi della sua giovinezza e di come era stata felice fino a quando un giorno uno spaventoso incidente uccise suo marito e lei rimase per anni sola chiusa in casa, portando con sé in silenzio quel suo dolore. Sembrava felice quando mi guardava negli occhi, quasi sperasse che io fossi la reincarnazione di suo marito. Ma io stanco di ascoltarla la interruppi dicendole: “Signora io devo sapere dove mi trovo e perché sono qui, se lei non mi può dare delle  risposte, sarò costretto ad andare via...” La signora cambiò improvvisamente espressione e si voltò bruscamente verso di me: “Sei solo un ragazzo presuntuoso, qui non troverai mai risposte, dove pensi di andare?” Io  incredulo non detti peso alle parole di una vecchia sclerotica e senza salutarla me ne uscii, allontanandomi velocemente verso la campagna. Continuai a camminare senza sosta, anche se ora anche le gambe cominciavano a farsi doloranti. La nebbia diventava sempre più fitta e rendeva la mia avanzata più difficoltosa, ma io dovevo cercare delle risposte, e seppur preso dallo sgomento non potevo arrendermi. Ad un tratto andai a sbattere senza volerlo contro un grande masso e lì fui costretto a fermarmi, perché la mia gamba era sanguinante. Con un senso di orrore e di costernazione, dopo aver vagato per ore in quel luogo dove regnava il silenzio assoluto, sentivo il bisogno di incontrare qualcuno che mi potesse aiutare a farmi tornare a casa; alla fine distrutto dalla fatica e dal dolore al petto e alla gamba, mi fermai e urlai con tutte le forze che mi erano rimaste nella speranza di una risposta. Ma niente, nessun eco, neanche quello dalla mia voce… Mi vennero in mente allora i nomi dei miei amici, e dei miei familiari e cominciai a chiamarli uno per uno, nella speranza di poterli rivedere, ma il silenzio e la nebbia mi avvolgevano come in una prigione.
    “Ah, ah... Ah, ah....” una fragorosa risata proveniente dalla mia sinistra echeggiava nella nebbia. “Chi sei? Fatti avanti....” gli chiesi impaurito. “Ah, ah, ah...” continuò a ridere nonostante il mio dolore aumentasse. “Che hai da ridere, non vedi che sono ferito?”
    “Appunto” mi rispose laconicamente.
    “Fatti avanti se hai il coraggio...”
    “Se è questo che vuoi....”
    Dalla nebbia cominciai a scorgere la figura indistinta di un uomo molto alto, abbastanza robusto e vestito di nero con un cilindro in testa.
    “Chi sei?”
    “Io mi chiamo John, sono un commerciante di pietre preziose, e tu?”
    “Walter, sono un grande e ricco imprenditore dell'industria automobilistica. Io non capisco come sono giunto in questo luogo ed è da ore che vago, mi sono perso”.
    “Anche io non ricordo come ci sono arrivato. Sono anni che vivo in questo posto, non è molto bello, ma oramai mi ci sono abituato”.
    “Tu sei la seconda persona che incontro. Hai mai pensato di andare via di qui?”
    “E' impossibile, ho provato a camminare giorni e giorni, ma non ci sono mai riuscito. Siamo in una valle circondata da montagne altissime e impervie, ricoperte tutto l'anno di neve e ghiaccio”.
    “Ma hai idea di dove possiamo trovarci?”
    “No” rispose seccamente e con un’aria annoiata John.
    “Io mi ricordo che ieri mattina sono andato al lavoro, poi ho preso l'auto per andare da mia moglie, e poi non ricordo più nulla...”
    All'improvviso sentii giungere un forte vento gelido, e vidi che cominciavano a scendere dall'alto tanti piccoli fiocchi di neve grigiastra.... Mi girai verso il mio nuovo amico, ma era improvvisamente sparito nella nebbia.
    “Ehi, dove sei andato John? Torna qui, non lasciarmi solo!!!”
    Ma non riuscii a vederlo più, così continuai a  malincuore a camminare, mentre il terreno sotto i miei piedi si faceva sempre più scivoloso.
    “Oh mio Dio, ho la sensazione che qualcuno mi stia osservando...” pensai tra me e me.
    In effetti erano alcuni minuti che mentre camminavo a passo sostenuto, ebbi la sensazione di essere inseguito, mi sentivo osservato...
    Cominciai a correre fino a quando stanco, caddi a terra e per la disperazione, urlai: “Dio mio, aiutami!!!". Poi non ricordo più nulla, caddi in un sonno profondo, e cominciai a sognare e vedere strane figure di uomini che mi circondavano e parlando tra loro si chiedevano chi fossi e da dove venissi... Sognai anche alcuni avvenimenti della mia vita, i più belli, quando mi sposai con mia moglie, quando nacque il nostro primo figlio, e quando riuscii a diventare il titolare della più grande ditta automobilistica del mondo. A un certo punto del sogno mi ritrovai su un monte, seduto su un grande masso, immerso nell'oscurità della notte rischiarata appena dalla tenue luce della luna, e lì vidi comparire accanto a me una donna, vestita di bianco, dai capelli lunghi e biondi e con in mano un libro bianco. Si presentò come Doroty, e disse di conoscermi da molto tempo, ma io le risposi immediatamente di non ricordarmi assolutamente di averla mai conosciuta. Lei sorrise,  poi mi chiese: “Sei qui da molto tempo, vero?".
    “Si, in effetti è già molto che vago senza meta, non saprei dirti di preciso da quanto tempo, ma ora mi trovo su questo monte e non so dove andare..."
    “Lo immaginavo, qui spesso molti forestieri si perdono, non sei il primo".
    “Ma sapresti dirmi dove mi trovo?"
    “Siamo in una regione  non molto distante da casa tua, chiamata il Regno di Bardo”.
    “Non è ho mai sentito parlare sinora, forse perché io non mi sono mai spostato molto per visitare la mia nazione”.
    “E' una zona quasi disabitata e sconosciuta. I pochi abitanti che ci vivono sono sparsi in delle case rurali e sono abbastanza diffidenti con gli stranieri”.
    “Non proprio, una signora mi ha fatto entrare a casa sua, ma poi non ha voluto darmi delle risposte, così ho continuato a vagare senza meta...”.
    “Capisco. Ma non è facile uscire di qui senza una guida, sai?”
    “E poi c'è sempre nebbia e freddo in questo posto, non si riesce mai a vedere a un palmo dal naso”.
    “Lo so, ma io mi ci sono abituata. Abito a due passi da qui, se vuoi potresti accompagnarmi a casa. Vieni?”
    “Si, perché no? Qui sono solo. Ma spiegami perché mi trovo proprio qui?”
    “Lo scoprirai…”
    Improvvisamente il sogno svanì e mi risvegliai di soprassalto come se qualcuno mi avesse strattonato. La nebbia cominciò a diradarsi e vidi un grande labirinto davanti ai miei occhi, così incuriosito mi avvicinai con l'intenzione di entrarvici. Giunto nei pressi dell'entrata, disegnato su di una roccia conficcata nel terreno, vidi un otre rosso con sette aperture e una scritta «Hun-Tun». Non detti molta importanza a quel dipinto così antico, magari era stato messo lì per dare un nome a quel posto, e decisi comunque di entrare nel labirinto. Le siepi che lo costituivano erano alte circa tre metri, non erano curate e dei rovi e piante selvatiche dall'odore sgradevole, crescevano un pò ovunque. Notai dopo aver girato a lungo di ritrovarmi sempre nello stesso posto, così decisi che era inutile continuare a vagare senza sosta e stanco anche per il dolore al cuore, mi fermai oramai rassegnato. Sedendomi a terra, notai che vicino ai miei piedi c’era un amuleto a forma di spirale, con un falco pellegrino incappucciato e al centro una scritta: «Post tenebras spero Lucem» e immediatamente lo raccolsi.
    Il silenzio avvolgeva tutta la zona e mi faceva sentire ancora più solo, poi dopo alcuni minuti calò nuovamente una fitta nebbia e il freddo pungente cominciò a farsi sentire. “Ecco- pensai tra me e me- ora con questa nebbia non avrò neanche punti di riferimento. E' inutile andare avanti, da qui non uscirò mai...”
    Ma non riuscii a finire il mio pensiero che scorsi giungere verso di me una figura di donna, vestita di bianco, simile a quella vista nel sogno.
    “Ci conosciamo vero?”
    “Non credo, tu mi conosci?”
    “Ti ho vista in sogno, ti chiami Doroty, vero?”
    “Si, ma come fai a saperlo?” domandò stupita la donna.
    “Te l'ho detto, ti ho vista in sogno... Come facevi a sapere che ero qui?”
    “In realtà non lo sapevo, ti ho trovato per caso, abito qui vicino e alle volte vengo qui per passare alcune ore nel silenzio e nella pace”.
    “E non ti perdi mai?”
    “Impossibile, conosco questa zona palmo per palmo, ci sono cresciuta qui”.
    “Allora non ti dispiacerà se mi conduci fuori da questo posto, sono stanco di vagare senza meta”.
    “Non preoccuparti, ora ci sono io qui con te. Ma dimmi come sei giunto fino qui?”
    «Non lo so. E’ quello che vorrei sapere anche io… So solamente che stavo guidando e mentre guardavo dei passanti attraversare la strada, ho perso conoscenza e poi mi sono ritrovato sdraiato su un prato con un forte dolore al petto. Ho camminato per tanto tempo, per cercare di capire come sono arrivato e perché mi trovo in questa terra desolata”.
    “Sei in quello che viene soprannominato il Regno di Bardo, in una valle circondata interamente da una catena di montagne altissime”.
    “Bene, almeno adesso so dove mi trovo… E ora come faccio a tornare a casa? Io abito a New York e sono un dirigente di un’azienda, non posso assentarmi”.
    “Temo che non sia facile uscirne, l'unica via di uscita è un varco sulla montagna, ma le strade sono impervie e piene di neve, ora è sconsigliabile avventurarsi”.
    “Ma allora sono in un posto sperduto? Come è possibile? Chi mi ci ha portato?” cominciai a perdere la calma e soprattutto la speranza di rivedere i miei cari.
    “Cerca di non innervosirti, è inutile. Se devo essere sincera, non sei il primo che si è perso qui”.
    “Allora non mi resta che seguirti, vero?”
    “Credo proprio che tu non abbia alternative al momento, ma se preferisci rimanere qui, fai pure”.
    “No, sono stanco di vagare senza meta, almeno ora non sarò più solo...”
    “Bene, allora seguimi, ci faremo compagnia a vicenda. Io vivo con alcuni servi da un paio di anni in un castello non molto distante da qui”.
    “Un castello? Allora sei una principessa?”
    “Si, mio padre era il re, ora sono io la Regina di questo Regno desolato, da quando mio padre alcuni anni fà è morto, colpito da un infarto”.
    “Nel labirinto ho trovato questo amuleto, guarda” e lo mostrai a Doroty.
    “Questo è un amuleto astrale. Alle volte nel mondo di Bardo compaiono questi provengono da un mondo parallelo al nostro. Qualche entità spirituale vuole indicarti il sentiero da seguire: il falco incappucciato è il simbolo dell’ardore spirituale ostacolato, della speranza nella luce di chi vive nelle tenebre. La spirale è invece il simbolo del viaggio dell’anima dopo la morte, che la conducono con i loro giri ordinati verso i luoghi centrali dell’essere eterno. Io ti consiglio di portarlo con te, ti proteggerà.”
    Dopo una breve passeggiata giungemmo all'entrata di un immenso castello d’oro, dove due guardie dalle giubbe rosse e dall’aspetto angelico mi perquisirono e dopo avermi lanciato un'occhiata truce, mi lasciarono entrare nel cortile dove un'enorme fontana dall'aspetto inquietante troneggiava al centro circondata da piante altissime.
    “E quella fontana cosa rappresenta?”
    “Nulla, è solo una fontana con delle statue antiche, rappresentanti angeli. Vieni, ti mostro le mie stanze”
    “Aspetta un attimo... Io sto guardando all'interno della vasca, ma nell'acqua non vedo la mia immagina riflessa. Come è possibile?"
    “Nel regno di Bardo tutto ciò è possibile, non preoccuparti. Vedrai verificarsi alcuni fenomeni al di fuori della norma..."
    Internamente il castello appariva in tutto il suo splendore: tempestato di pietre preziose e da imponenti arcate ornate da intricate intarsi, lasciava senza parole per la sua magnificenza ed io rimasi per alcuni attimi in silenzio ad ammirarne la bellezza. Salimmo una gradinata di almeno cento scalini, dove i quadri degli avi della ragazza ornavano le pareti e uno in particolare spiccava decisamente più degli altri.
    “Scusami, ma perchè quel quadro è messo lì in bella vista?”
    “Quello è il mio bisnonno, il Duca Leonard di Bardo, un uomo eccezionale, impavido, virtuoso e tutti lo chiamavano l'Illuminato, perché il suo corpo emanava una strana aura gialla. In vita si dice abbia compiuto anche alcuni miracoli”.
    Rimasi alcuni minuti a guardare i quadri, poi giungemmo in un sala immensa  decorata con tanti arazzi rappresentanti scene di caccia, con un trono d’oro incastonato di diamanti al centro della stanza e un grande camino acceso,  dove aleggiava un forte profumo d’incenso e di rose.
    “Ora devo spiegarti qualcosa di importante sul Regno di Bardo”.
    “Parla pure, io ti ascolto..”
    “Bene, devi sapere che qui tutti gli abitanti vivono in uno stato perenne di depressione, angoscia e di paranoia... Spesso molti mi riferiscono anche uno stato di incertezza su cosa succederà... Gli scienziati hanno compiuto diversi studi sulla popolazione, e la loro conclusione è che probabilmente il tempo particolarmente inclemente tutto l'anno, caratterizzato da nebbia, freddo e gelo, abbinato a un campo elettromagnetico più forte rispetto ad altre zone della Terra, provoca questi stati psicologici negativi. Quindi non devi preoccuparti se anche tu accusi gli stessi stati d'animo”.
    “Lo so, in particolare da quando mi sono svegliato in questo Regno ho subito avvertito uno stato di angoscia e di paura su ciò che mi poteva succedere. E infatti non ho capito da dove potesse provenire il pericolo, ma evidentemente i motivi sono quelli che tu mi hai descritto. Solo che vorrei sapere da te, come fate a vivere in questo stato perenne di angoscia e incertezza?”
    “E' difficile, si soffre molto, ma una volta all'anno stranamente queste sofferenze improvvisamente spariscono, le nevi si sciolgono e il tempo torna normale, e noi ci sentiamo rinati, felici come non ricordavamo da tempo”.
    “E quando succederà la prossima volta?”
    “Tra due giorni quando festeggeremo la festa della Luce. Allora ne avrai la prova”.
    “C'è un'altra cosa importante che volevo dirti: se vuoi davvero andare via di qui, devi provare a scalare il monte Kaylasa, che dista pochi chilometri da qui, e giungere nella Terra Gelata dove vivono degli esseri giganti dall'aspetto minaccioso. Ti avverto, andrai incontro a dei pericoli che neanche puoi immaginare. Loro vivono in un castello di ghiaccio e sono i custodi del varco; non fanno passare nessuno a meno che tu non riesca a scoprire il loro tallone d'Achille. Questa è l'unica maniera  per accedere al varco Proibito e andare dall'altra parte dove troverai la strada per tornare dalla tua famiglia. Sei fortunato perché tra due giorni il tempo tornerà normale e le nevi si scioglieranno e forse ce la farai almeno a giungere al varco”.
    “Quindi se non riesco a fuggire entro dopodomani, sarò prigioniero  per sempre di questo mondo?” chiesi in preda al panico.
    “Purtroppo si. Almeno fino all'anno prossimo. Ma ti avverto, pochi sono riusciti a tornare a casa, e se non dovessi riuscire a fuggire, temo che sarai condannato a rimanere qui chissà per quanto tempo ancora...”
    “Non posso rimanere qui, ho una famiglia che mi aspetta e che sarà preoccupata per me. Devo rischiare, costi quel che costi”.
    “Potresti provare a comunicare con loro con il cellulare”.
    “Ho già provato prima, è inutile, i campi elettromagnetici qui forse influiscono anche sulle linee”
    “Devi prendere una decisione in breve tempo, devi incamminarti perché la strada da percorrere è lunga e impervia, e i pericoli che ti attendono sono tanti”.
    “Stanotte dormirò qui, sono stanco, domani al levar del sole mi incamminerò e speriamo bene....”
    Durante la notte feci un sogno stranissimo: mi trovavo in un mondo parallelo tenebroso, dove gli uomini conducevano una vita nella disperata ricerca della libertà persa in seguito agli errori compiuti. Io ero un delinquente che avevo rubato molto denaro soprattutto a gente povera e bisognosa e mi trovavo in una prigione tutta di ghiaccio, comprese le sbarre che sembravano d'acciaio per la loro consistenza. Piangevo perché mi sentivo senza speranza, e chiesi perdono a Dio per tutto il male compiuto, quando all'improvviso la prigione si sciolse come neve al sole, e io mi ritrovai in un prato verde pieno di rose rosse profumate, libero e felice di riassaporare il gusto di poter correre e saltare come un bambino.
    La mattina  presto Doroty venne a svegliarmi e io dopo aver fatto colazione, mi vestii in fretta consapevole che il tempo a mia disposizione era pochissimo.
    “Prima che tu vada via devo avvisarti: lungo il cammino incontrerai delle figure alle volte anche mostruose che vorranno farti del male. Non devi preoccuparti, non avere paura per quanto terrificanti possano presentarsi: sono infatti le tue proiezioni psicologiche, la primordiale manifestazione spontanea della tua mente, e non provengono da nessun luogo.  Alla loro vista pronuncerai le seguenti parole: “Mentre sono incalzato dall’oscurità e i selvaggi animali da preda ruggiscono, possa io acquistare l’occhio divino della saggezza e dissipare così le tenebre che mi avvolgono" Pronuncia queste parole distintamente e con chiarezza, comprendendo il loro significato, e non dimenticarle….”.
    Doroty mi consolò dicendomi che lungo il cammino sarebbe stata spiritualmente con me sempre, soprattutto nei momenti più difficili, e dopo avermi dato una mappa per giungere alla Terra Gelata, mi abbracciò affettuosamente.
    Uscito dal castello la nebbia era ancora più fitta di quella del giorno precedente, e un vento gelido soffiava contro di me. Provai nuovamente quel senso opprimente di angoscia e incertezza, e come se non bastasse un lamento indistinto giungeva da lontano, senza tuttavia lasciare intravedere nessuna figura umana. Dopo aver seguito la mappa, a un certo punto la strada improvvisamente si interruppe e mi trovai di fronte a un precipizio, di cui non riuscivo a distinguere la profondità. Da lontano un grido minaccioso si faceva sempre più vicino e vidi giungere una bestia a metà tra un lupo e un orso, un essere spaventoso dalle lunghe zanne e artigli lunghissimi. Avevo il terrore addosso, e per un attimo rimasi impietrito nel vedere quella bestia feroce giungere affamata verso di me. Ma mi feci coraggio, e guardando giù nel precipizio vidi scorrere l’acqua. Quindi avevo poca scelta, o tornare indietro o buttarmi nel precipizio e sperare di cadere nel fiume sottostante.
    ”Strano -pensai nella mia mente- sulla mappa non è segnato nulla, forse ho sbagliato strada...”
    “No, non hai sbagliato" rispose una vocina flebile dietro di me.
    “Chi sei?" domandai impaurito.
    “Non ha importanza, vai avanti presto!!!"
    Mi feci coraggio e mi tuffai nel precipizio, con il cuore che mi batteva a mille, e le mani che mi tremavano.
    Caddi nell'acqua gelida, e per un attimo pensai che visto che non sapevo nuotare sarei sicuramente morto, quando vidi per un attimo passare accanto a me un grande tronco di legno e con forza mi aggrappai.
    La corrente mi portò nei pressi di un lago, dove  nuotavano dei cigni indisturbati. Guardai sopra di me e vidi che la montagna che mi sovrastava era molto simile a quella della mappa di Doroty, perciò a quel punto ero sicuro di essere nel posto giusto.
    Mi spinsi con la forza delle gambe fino alla riva e lì dopo aver dato un rapido sguardo alla mappa, individuai il sentiero che mi avrebbe condotto alla Terra Gelata dei giganti. La strada era dissestata e molto ripida, ricoperta da una melma di colore verdastro e maleodorante.
    Appena mossi i primi passi, mi ritrovai improvvisamente in un abisso di tenebre e di silenzio. Mi sentivo solo e davanti ai miei occhi c’era il nulla: rimasi immobile sentendo dietro di me una mano gelida che cercava di impedirmi di andare avanti. Dopo alcuni secondi interminabili, la mano lasciò la presa e io mi girai vedendo di fronte a me un uomo che conoscevo bene…
    “Sono Paul, ti ricordi di me?”
    Di fronte ai miei occhi vidi un uomo dalle vesti lacere, gli occhi pieni di rabbia e in mano portava una lampada.
    “Si…-balbettai- ci siamo conosciuti almeno venti anni fa nella periferia di New York”.
    “Io non trovo pace, sono sopraffatto dal sentimento di vendetta nei tuoi confronti..”
    “Capisco” risposi sommessamente.
    “Io non rappresentavo nulla per te, vero? Solo un povero vecchio malandato e senza casa… Pertanto per puro divertimento, quella sera del 31 di ottobre mi hai ucciso cospargendomi della benzina addosso e poi mi hai dato fuoco… Lo ricordi vero?
    Inizialmente non ebbi il coraggio di rispondergli, poi replicai: “E’ vero, ma sembravi morto, e io e i miei amici volevamo solo divertirci un po’, non volevamo ucciderti”.
    “Peccato però che io sia morto tra atroci sofferenze… Ora però voglio la mia vendetta, mio caro…” gridò con occhi pieni di rabbia.
    E prese un’ascia e cominciò a rincorrermi mentre io disperatamente cercavo di sfuggirgli, ma dopo aver corso per alcune centinaia di metri, il mio cuore cominciò a farmi male di nuovo, e allora ricordandomi le parole di Doroty mi girai e tenendo in mano l’amuleto recitai la formula: “Mentre sono incalzato dall’oscurità e i selvaggi animali da preda ruggiscono, possa io acquistare l’occhio divino della saggezza e dissipare così le tenebre che mi avvolgono”.
    La figura di Paul si dissolse in una nebbiolina bianca, tra le grida disperate dell’uomo. Le tenebre si dissolsero, e io potetti così continuare il mio cammino.
    A fatica riuscii a riprendere la mia scalata, che di fronte a me si presentava sempre più ripida e piena di incognite; il dolore al petto cominciò a farsi sentire nuovamente assieme a un senso opprimente di angoscia.
    Quando mi appoggiai un attimo a un salice piangente per riprendere fiato, notai che i suoi rami cominciavano ad attorcigliarsi attorno a me, e alcuni animali, tra cui una pantera, si avvicinarono sempre più minacciosi…
    “Ecco ora è la fine…” pensai tra me e me.
    “Siamo venuti qui per prenderci la tua anima, così come tu hai preso ingiustamente la nostra” disse una voce alle mie spalle.
    “Ma voi chi siete?” chiesi impaurito.
    “Siamo la coscienza di tutte le piante e gli animali a cui tu, durante la tua stolta vita hai negato il diritto all’esistenza, ricordi?”
    “Si, lo ammetto ho contribuito a distruggere foreste e animali… Non mi sono comportato molto bene con voi, avete ragione, ma perdonatemi per favore!!!” supplicai inginocchiandomi ai piedi di una pianta.
    “E’ tardi, e poi noi vediamo che nel tuo cuore non sei pentito, pensi solo al denaro. Pertanto vogliamo la nostra vendetta: la tua anima errerà per sempre senza trovare pace…”
    A quel punto presi nuovamente in mano il talismano e ripetetti ad alta voce la formula di Doroty, e come per incanto tutti gli animali e le piante sparirono.
    Cominciai la lunga scalata e dopo aver camminato quasi per tutta la giornata, al tramonto giunsi finalmente al castello di ghiaccio, circondato da un enorme foresta tutta ghiacciata.
    “Finalmente ce l'ho fatta, pensavo di non avere le forze per giungere sino a qui” pensai tra me e me.
    Ma non feci in tempo a girarmi, che una mano erculea mi sollevò da terra, e mi scaraventò al suolo pesantemente.
    “Come osi giungere sino a qui?” gridò un gigante alto circa tre metri e tutto ricoperto di peli.
    “Io chiedo il permesso di oltrepassare il Varco Proibito”.
    “Permesso negato” rispose in maniera secca il gigante, scuotendomi per la testa.
    “Io devo andare via di qui, non posso restare”.
    “Nessuno può oltrepassare il Varco, solo i meritevoli. Se ritieni di esserlo, allora ti condurrò dal nostro Re, e poi lui giudicherà...»
    Il gigante non aveva per me il minimo rispetto, e mi incatenò; io non potevo fare altro che essere trascinato passivamente da quel essere a metà tra l'umano e il bestiale, più simile a un enorme scimmione nero e peloso, dalle braccia possenti.
    Mi condusse all'interno del grande castello di ghiaccio, che impressionava per la sua imponenza. Sul portone vi era disegnato un simbolo rappresentante la barca solare sorretta dai flutti, sulla quale si trova Rà, il dio del Sole; di fronte un defunto inginocchiato in segno di adorazione. Le guardie sparse un pò ovunque, ridevano e mi sbeffeggiavano nel vedermi passare, consapevoli che era impossibile riuscire nella mia ardua impresa.
    Giunsi di fronte al Re, che dopo avermi guardato attentamente, mi domandò: “Come hai fatto a giungere sino a qui? E chi ti ha indicato questo posto?”.
    “Doroty la Regina del Bardo, mi ha dato la mappa per giungere sino al Varco Proibito”
    “Folle!!! -tuonò il Re- Te l'hanno detto che è quasi impossibile oltrepassarlo?”
    “Non ho scelta, devo tornare a casa” gli risposi risoluto.
    “Allora visto che sei così determinato, dovrai affrontare delle prove durissime. Sei disposto ad affrontarle pur di tornare dalla tua famiglia?”
    “Si, lo sono!!!” affermai senza esitazioni.
    “E sia allora, portatelo al Varco!!!” ordinò il re.
    I Giganti mi portarono nel giardino del castello e lì mi trovai improvvisamente di fronte uno scenario che mai avrei immaginato di vedere: il castello di ghiaccio era scomparso, e mi trovai nel cimitero della mia città natale di fronte proprio alla mia tomba. Un brivido d’orrore mi attraversò tutto il corpo, vidi la mia data di nascita e di morte, corrispondente esattamente al giorno in cui avevo lasciato New York, e tanti fiori che circondavano la mia lapide.
    “Sono morto, sono morto!!! -gridai con tutte le mie forze- No, non è possibile…”
    Io infatti non ho mai creduto nella vita dopo la morte, per me sarebbe finito tutto lì, con il mio corpo  a putrefarsi fino a diventare polvere. Avevo sempre avuto una visione materialistica della vita, pertanto avevo sempre pensato che bisognava godersi appieno l’esistenza senza preoccuparsi, tanto non ci sarebbe stato nulla dopo. La religione insegnatami dal mio parroco, non l’avevo mai presa sul serio, pensavo fossero solo superstizioni di popoli primitivi, che si ostinavano a dare una continuità e un senso a una vita che secondo la mia esperienza non esisteva… E poi ero convinto che tutte quelle promesse sulla vita ultraterrena fossero solo un astuto stratagemma per consentire di manipolare quanta più gente possibile, anche grazie alla paura dell’Inferno. Ma allora se non esiste niente, perché stavo ora di fronte alla mia tomba? Stavo sognando? Questi dubbi atroci mi attanagliavano, e dentro di me sentivo che avrei dovuto subire una qualche punizione per il male fatto agli uomini e alla natura.
    Cominciai a pensare intensamente a mia moglie, che mi aveva tanto amato, pur non sapendo nulla del mio passato così pieno di errori. Non ho mai creduto in Dio, ma in quel momento credetti opportuno rivolgermi a Lui, nella speranza di poter uscire da quell’incubo e di potermi ricongiungere a lei.
    La visione della mia tomba svanì, e mi ritrovai in un deserto sconfinato, dove il sole era cocente. Di fronte a me comparve un enorme scorpione, il quale tenendomi stretto con le sue tenaglie mi disse: “Ecco è giunta l’ora della giustizia: ora vivrai per sempre in questo deserto perseguitato dagli animali e dalle piante che tu hai distrutto per la tua sete di denaro!!!!” . Mi lasciò cadere violentemente a terra e mentre le speranze di ricongiungermi alla mia famiglia erano oramai perse, e mi sentivo oramai solo e disperato, una piccola scintilla di luce inizialmente tenue, e poi via via sempre più forte e grande, si avvicinò a me e in quella sfera luminosa scorsi il viso di mia moglie che mi sussurrò: “Amore mio torna, dove ti trovi adesso? Posso solo sentire la tua voce nella mia mente che mi chiama incessantemente…”
    “Sono qui Diana, nel Regno di Bardo, sono morto…”
    “Non può essere, io ti vedo addormentato davanti ai miei occhi. Torna indietro, ti prego, non lasciarmi sola…”
    A questo punto una voce possente interruppe la nostra conversazione con queste parole: “Hai ottenuto la possibilità di tornare sulla terra, ma non sprecarla, è l’ultima. Dimostra di essere degno dell’amore di tua moglie, e non sbagliare più”.
    “Si, non mi comporterò più male, lo prometto”.
    Davanti ai miei occhi si materializzò uno strano simbolo, al cui centro vi era un eptagramma: istintivamente toccai con la mia mano il centro della stella e in quel momento mi sentii come risucchiato da un vortice. Aprii di nuovo gli occhi trovandomi di fronte il viso angelico di mia moglie.
    “O mio Dio, si è svegliato!!! Venite presto!!!” gridò rivolgendosi agli infermieri.
    Gli infermieri e il medico nel vedermi sorridere, divennero pallidi in volto e guardandosi tra di loro, sussurrarono: “E’ impossibile, il suo cuore ha cessato di battere per ben tre volte, i danni al cervello dovevano essere irreversibili, ma è tornato normale… E’ un miracolo!!!”
    Mia moglie mi abbracciò, e io non potetti trattenere le lacrime, poi le confessai: “Ho visto l’aldilà, ora so cosa mi aspetta dopo la morte”.
    I presenti, ascoltate quelle parole, rimasero ammutoliti.
    “Si, è così e ora voglio cambiare vita per sempre”.
    Raccontai la mia esperienza nei minimi dettagli, mentre prendevo coscienza che qualcosa realmente dentro di me era radicalmente cambiato, e quella che ai presenti poteva apparire solo come un brutto incubo, per me invece era realmente successo, lo intuivo pur non sapendolo esprimere con le giuste parole.
    Rimasi ricoverato in osservazione altri dieci giorni e tornai a casa completamente guarito, ma uscendo dall’ospedale per un attimo ebbi il dubbio che tutto quanto mi era accaduto fosse solo un sogno, quando incrociai lo sguardo di Doroty, che mi sorrise. Io la guardai per un attimo con stupore, poi capii che con la sua presenza voleva confermarmi che tutto quanto era successo era vero, e che una nuova vita all’insegna dell’amore si apriva davanti a me.

  • 20 agosto 2011 alle ore 20:37
    Delirio di una vita in tasca

    Come comincia: A questi stracci di fortuna affido il mio oro.
    A queste sembianze povere che non lasciano
    trasparire quei piccoli diamanti grezzi che ho
    raccolto, cercati per tutta una vita.
    Ho il frutto del lavoro di una vita in una mano
    mentre l' altra si appoggia istintivamente
    ad una schiena spezzata dalla fatica e dall' età.
    Questo fagottino che ora stringo nel pugno,
    liso dalle strusciare dentro le tasche, consumato
    dal sale del sudore nelle lunghe camminate
    a cercare dentro miniere spremute
    ed abbandonate da anni per anni e anni;
    un fagottino che avvolge la fortuna che venderò
    per riscattare la mia prima e davvero
    voluta compagna, la vecchiaia.
    Ero troppo povero o così pensavo di essere
    per le donne, volevo per loro una vita dignitosa.
    Un povero cosa offre ad una donna ?
    Stando solo ne avrei salvata almeno una dalla
    mia povertà, magari anche tre o quattro.
    Nella mia coscienza spero di aver fatto del bene.
    Magari ho in tasca tanti diamanti da mettere al dito
    ad un harem...
    Ma quale harem, almeno una da poter mantenere.
    Una solitudine che potrei ora valorizzare
    pagando una badante e di conseguenza
    parlando per la prima volta a viso aperto
    e con orgoglio con una donna,
    che, consapevole della mia ricchezza,
    probabilmente mi ascolterebbe
    solo ed esclusivamente in quanto pagata.
    Ma come potrei ancora valorizzare quel
    fazzoletto, unico compagno che ho scelto,
    sottraendo quel che di valore ha raccolto
    in tutti questi anni ?
    Come potrei farlo sentire ancora utile ?
    Lo butterò in mare a farsi strusciare dalla
    camminata delle onde, un moto prevedibile
    come il passo di un uomo metodico
    nel tentativo di vivere per arricchirsi,
    o come un fazzoletto povero a farsi macerare
    dal sudore salato del mare.
    Ora sono solo come sempre, vecchio e stanco,
    ed anch' io mi sento in balìa di una camminata
    che si spiaggerà senza più vita né sete vitale.
    Ma se terrò queste pietre selvatiche e sfuggenti,
    rare come gli amori delle vite degli altri, avvolte
    in un fazzoletto liso dentro la mia tasca...
    Allora sarà una cocciuta ed orgogliosa
    vittoria della dignità ancora vergine.
    Sono vecchio e stanco e vorrei farmi cullare
    almeno per una volta dal mare, la mia camminata
    continuerà tra le onde fino al bacio mortale
    del sole congiunto ed abbracciato
    all' asciutto di una qualsiasi spiaggia.
    Il bacio che ognuno nel proprio
    volontario vivere o morire assapora.
    Ho vissuto sperando in un bacio sincero
    e se la colpa di questa sfortuna sarà giudicata
    come la mia personale colpa, il mare mi consolerà
    facendomi il funerale in trionfo fino alla spiaggia,
    in pompa Magna.
    Ma se dio vuole, mi spingerà nei fondali marini.
    E per sempre la fortuna mi resterà in tasca.

  • 19 agosto 2011 alle ore 20:01
    Delirio dell' impiego

    Come comincia: Centro per l' impiego.
    Vediamo un po' le offerte.
    Aiuto poeta, idraulico della domenica,
    massaggiatore per anziane.
    Boh, provo la prima, 50 euro per ogni poesia
    messa a posto.
    Dovrei lavorare su questa:
    " Scende la neve
    ove le conviene,
    ora tutto è bianco
    me ne vado a letto
    stanco ".
    Ma per piacere !
    Provo con l' idraulico della domenica.
    Mi dice di raggiungerlo perché a lui
    non piace parlare per telefono, cavolo,
    abita a trentacinque chilometri,
    ma se ne valesse la pena...
    Il mio compito sarebbe di sabotare
    le tubazioni dei privati la domenica
    mattina in modo da permettere al mio
    datore di lavoro di intervenire
    a prezzi maggiorati.
    Lascio perdere, pur nel caso
    mi mettesse in regola è un lavoro
    alquanto disonesto, non mi piace
    allagare le abitazioni e tra l' altro
     son tendenzialmente piromane
    e quindi niente; se ne cercherà un altro.
    Telefono all' anziana che per delucidarmi
    le proprie esatte intenzioni; tentenna e
    mi tiene al cellulare dieci minuti,
    poi, io; le chiarisco che i massaggini alle
    patatine bollite non li faccio proprio...
    Cinque euro di telefonate buttati via.
    Cinque euro di benzina sprecati;
    E poi dicono che la gente smette
    di cercare lavoro.
    A proposito del problema dell' impiego
    il sociologo Fog Cutter è apparso su un
    noto quotidiano solamente con una
    propria foto ed una striscia sotto...
    " Un buon lavoro è come una bella donna,
    tanto più manca, tanto di più la si sogna ".
    Fondamentalmente Fog Cutter è persuasivo,
    ma ho bisogno di soldi e non di
    frasi ad effetto, ma quanto ci guadagnerà,
    con queste stronzate il sociologo che
    vuole apparire come uno che apre gli occhi?
    Andrò a cercare il mio amico immaginario
    Francesco Apposito ma al campanello
    risponde sua madre, che bella voce che
    ha Franca Casual in Apposito.
    Mi dice che è andato a lavorare
    presso un' anziana con problemi alla
    schiena per alcuni massaggi.
    Schiena? Che fegato !
    Anzi, fegato di toro su purè scaduto.
    Ma davvero sono arrivato al punto
    di inventarmi gli amici immaginari per
    invidiare loro il coraggio che non ho ?
    E poi non capisco più da che parte stiano.
    Bel bocconcino la mamma di Francesco
    Apposito; comunque... e dunque...
    Cosa posso fare ora?
    Alle 10 di mattina la mia Susy è già al lavoro,
    sarà già piena fino alle ovaie di
    clienti in " coda ", meglio non disturbarla.
    Andrò alla meta dei giovani perditempo.
    Il bar dei funk 'zzisty è sempre aperto,
    come le gambe della mia Susy.
    Negli ultimi tempi la clientela è aumentata
    ed ora è pieno di giovani che prendono un
    caffé e stanno lì tutto il giorno, come i vecchi.
    Mi son rimasti cinque euro, caffé è sigarette,
    Finiti ! - Twenty grams of tobacco
    and seven grams of coffee.
    Ventisette grammi per cinque euro,
    un affarone legale, ma son finiti tutti e cinque.
    Donne alle slot machines e ubriachi molesti
    già alle dieci e trenta di mattino.
    Non posso neanche giocare a tetris per
    tutto il giorno, se invece di cercare lavoro
    fossi venuto sùbito qua avrei sbattuto
    la giornata con i miei piacevoli
    e colorati mattoncini da incastrare,
    godendo nel frattempo delle,
    colorite pure loro,
    soavi musichette  balcaniche.
    Devo trovare un po' di soldi, torno al centro
    per l' impiego e spulcio un po' meglio.
    Tra gli annunci: " Ti pago sulla fiducia ".
    Questo si potrebbe provare...
    Cercano un lavapiatti per quattro ore
    per complessivi dieci euro, all' angolo della
    strada, niente auto o telefono,
    due minuti e sarò lì o là, a guadagnare
    davvero !
    Il ristoratore mi dà 5 euro sulla fiducia,
    gli altri cinque dopo le quattro ore,
    che imprenditore fantastico.
    Alla fine delle quattro ore ho dieci euro
    tutti per me ma son distrutto e
    " me ne vado a letto stanco ".
    ...La frase del poeta in cerca di aiuto,
    ma che diavolo c' entra?
    Non lo so, ma col cavolo che
    domani vado a cercare lavoro !
    La Susy alla sera è un po' sbattuta dal lavoro,
    ma quindici euro non me li nega mai...
    E domani gliene chiederò solo cinque
    e lei mi abbraccerà contenta prima del suo
    estenuante rapporto con il mondo intero.
    Io non voglio pesare su di lei,
    ma a volte un abbraccio è poco.
    Ma è stanca e la capisco.
    Ti voglio bene Susy.

  • 19 agosto 2011 alle ore 11:59
    Geni nel pallone

    Come comincia: Giocava dietro, tutti lo chiamavano il Sei. Giocava davanti, fantasista, lo chiamavano tutti il Dieci. I loro genitori invece li avevano chiamati Edo e Leandro. Erano cresciuti insieme, dalle materne alle superiori come dai pulcini alla prima squadra, sempre in competizione tra loro, qualcuno li aveva anche ribattezzati i Sedici. Leandro tutto di un pezzo, pragmatico, istintivamente sempre alla ricerca del nocciolo della questione, lo rendeva più sicuro. Edo sembrava invece uno che, giunto alla festa sbagliata, si fa un paio di giri tanto per vedere come butta, e poi rimonta in macchina senza neppure tanta voglia di raggiungere quella giusta. La passione per il pallone sembrava l’unica cosa che li accomunasse. A scuola il Sei era più bravo a matematica, più bello ma a corto di ragazze. L’altro, bravo in italiano, era pieno di ragazzine affascinate da quella sua leggerezza che sembrava nascondere negli occhi una malinconia da predestinato, anche se ciò lo emarginava un poco dal gruppo degli amici dove Edo primeggiava con la sua esuberante personalità. A volte sembravano come due ciclisti in fuga che si danno il cambio a tirare, talvolta Edo influenzava Leandro in maniera decisiva assumendo le sembianze del leader, per poi poco dopo invertirsi i ruoli, dato che quello che stava dietro escogitava di tutto per tornare davanti. A un certo punto  Leandro andò in fuga. Avrà avuto sedici anni scarsi quando ai primi di giugno montò su un treno con destinazione Barcellona, forte solo di un contatto con un ragazzo del quartiere di circa trenta anni trasferitosi da anni in Spagna. A metà settembre riscese dal treno un ragazzo che aveva conosciuto il mondo ed Edo cercava in tutti i modi di non frequentarlo  per un certo senso di inadeguatezza. Recuperò in poco tempo il gap frequentando un gruppo di amici più grandi che lo rese anche più aggiornato sui locali che tiravano di più, fungendo così da guida nei confronti di Leandro che, sentendosi più cosmopolita, li snobbava un tantino. Fu grazie a questo gioco di squadra di stampo darwiniano che l’infanzia e l’adolescenza trascorsero ricche di esperienze e di continui stimoli. Queste caratteristiche si riscontravano anche nel modo di giocare e di vivere il pallone, dando ragione a chi favoleggia del calcio come scuola di vita. Il Sei, centrale difensivo e capitano di una squadra che mai avrebbe voluto vedere uscire sconfitta dal rettangolo di gioco, sentiva il calcio come una missione. La passione del Dieci invece era dedicata in maniera maniacale dall’attrezzo, il pallone. Spesso giungeva in anticipo all’allenamento per passare qualche minuto in compagnia solitaria della sfera amica, tradiva malcelata insofferenza nel vedere arrivare il primo compagno col quale, in base al bon ton calcistico, dover dividere la sua amata. Il Sei arrivava puntuale, si cambiava in fretta e subito iniziava a trotterellare per il campo, guardando in cagnesco il resto della truppa vociante e chiassosa come bambini ai giardini, sembrava quasi un bagnino al mare che rimette al loro posto gli ombrelloni mentre gli amici se la spassano ancora sulla spiaggia. 
    Indubbiamente erano i più forti, presto giunsero a giocare nella prima squadra che militava in Eccellenza. Furono stagioni esaltanti durante le quali da ragazzi qual’erano diventarono uomini. Il Dieci aprì un’agenzia immobiliare insieme ad un vecchio amico di scuola, gli affari andavano benone. Il Sei cambiava lavoro come si cambiava i calzini: rappresentante, educatore, magazziniere, commesso, impiegato ecc. senza mai riuscire un impiego nel quale fossero rispettate le regole. Le sue. A tale instabilità professionale si affiancava un preciso equilibrio familiare. Due bambine e una moglie conosciuta ad un distributore di benzina self service implorante aiuto perché incapace di inserire nel giusto lato la banconota. Un tipo particolare Sara, credeva nell’eticità e nel rispetto delle persone, delle cose e della natura, cose strane in questo mondo. Si innamorò subito di Leandro, anche perché era incredibilmente attratta dal lato oscuro delle persone, da quelle cose che mai ti saresti aspettato da qualcuno, per esempio il tipo palestrato che dopo cena frequenta un corso di cucina etrusca. Il Dieci invece passava da una relazione all’altra, quasi sempre con donne molto sicure di sé, spesso in carriera, che vedevano in lui la mezz’ora di ricreazione prima di rientrare nel loro vuoto relazionale.
    Al calcio si gioca per passione ma anche per soldi, soprattutto per soldi. Il Dieci prima dell’inizio di una nuova stagione pretese un deciso aumento del rimborso spese. Il presidente, uomo tanto autoritario nell’aspetto ma bonario nell’anima, dopo averci pensato bene e consultati gli altri dirigenti, decise di soddisfare le richieste di quello che per lui era sempre il ragazzino di cui si era innamorato tanti anni fa nel vederlo dribblare avversari e portiere, depositare la palla in rete e tornare nella propria metà campo con l’aria di quello che aveva fatto la cosa più semplice del mondo. La cosa doveva rimanere segreta ma, non si sa perché, in determinati ambienti c’è sempre un gruppo ristretto, diciamo pure un’élite, che ne viene a conoscenza. Ovvio che il ne faceva parte anche il Sei. Ci pensò su una mezzoretta, durante la quale le mascelle sembravano due ascessi, infuriato per l’infrazione del patto del tetto salariale. Gli bastarono trenta secondi per comunicare al presidente, raggiunto nell’ufficio della sua azienda mentre stava trattando l’acquisto di carne brasiliana che avrebbe poi riciclato sul mercato come bresaola dop , che avrebbe lasciato la squadra. A nessuno passò per l’anticamera del cervello l’ipotesi che avrebbe potuto ripensarci. Il giorno successivo, mentre stava firmando l’accordo per la carne sudamericana, ricevette la visita di un altro giocatore, il Dieci, che comunicò la sua decisa intenzione di abbandonare la squadra, indignato perché, a suo dire, nessuno aveva mosso un dito per trattenere il Sei.
    A quel punto i due ripresero a parlarsi dopo un momento di black out, uno dei tanti, dovuto ad una lite, una delle tanti, avvenuto durante il rinfresco di un matrimonio, uno dei tanti, nei quali i partecipanti, vestiti tutti uguali, sembrano essere sempre gli stessi, come gli spettatori di un talk-show. Il Dieci, in preda ad un delirio d’onnipotenza causato dall’abuso d’alcool e droga, si definì un’artista del pallone a differenza del Sei che, a suo dire, ne era solo un umile operaio. Edo incassò in silenzio, tra risate sguaiate anche di chi rideva solo per ridere, si appostò in bagno in attesa che l’altro desse corpo al suo, e non solo suo, vizietto. In poche parole l’attaccò al muro. Riallacciarono i rapporti, come sempre, e decisero che sarebbero andati a giocare nella squadra amatoriale del quartiere allenata da Brunone, il loro vecchio maestro di calcio di quand’erano ragazzini. Sessanta anni circa, duro come il marmo e calvo come un palla da biliardo, Brunone li accolse con insofferenza. A suo dire al calcio si gioca per passione e non per soldi, non come quei due fenomeni che avevano da ridire anche se trovavano lo spogliatoio sporco. Ma sapeva bene che con loro si poteva puntare in alto, anche se all’inizio il rapporto non fu facile. Nell’intervallo della prima partita prima il Sei fece notare a Brunone che giocare in linea in quella categoria era come andare ad un concerto degli Iron Maiden in giacca e cravatta. A ruota il Dieci fece notare che se il terzino avversario spingeva troppo occorreva spostare l’ala più avanti e non più indietro come suggerito da Brunone. Quest’ultimo si sentì invaso nel proprio territorio, era come qualcuno che entra a casa tua senza bussare, si sdraia sul tuo divano con i piedi, cosa che te non fai mai, e mentre si scola la tua birra guarda alla tivù il tuo canale preferito, e magari si diverte pure un po’ con la tua signora. Il Sei e il Dieci il secondo tempo di quella partita lo videro sopra quei quattro tubi innocenti tenuti insieme da una sconosciuta legge fisica che tutti chiamavano la tribunetta.
    Ci misero del tempo ad adattarsi alle regole del calcio amatoriale, un ambiente dove quello che era ritenuto giusto e valido in Eccellenza veniva deriso e spregiato, e viceversa. In effetti non è facile comprendere le dinamiche di quel tipo di calcio ben narrato da Ken Loach in “My name is Joe”. Grinta, cattiveria, lealtà, senso d’appartenenza, romanticismo, sacrificio e soprattutto tanta, troppa voglia di prendersi sul serio, sono aspetti che abbondano nel calcio amatoriale. In breve Edo e Leandro diventarono ovviamente imprescindibili in una squadra dura e compatta ma senza qualità, eccetto il portiere, un  ragazzo calabrese emigrato per lavoro con un passato nelle giovanili del Cosenza, bravo tra i pali ma ancor di più con i piedi. Infatti quando aveva il pallone tra i piedi aspettava che il centravanti avversario arrivasse a cento all’ora con l’obbiettivo di soffiargli la palla, che lui, con un movimento talmente naturale da sembrare irrisorio, lo saltava e rilanciava. In tali frangenti a Brunone cadevano anche i capelli che non aveva, anche se ormai aveva accettato quelle stravaganze che a quel giovanotto venivano naturali come bere una birra al pub. Nel mezzo al campo giocava un trentenne dalla corporatura esile ma con tanta corsa e un raro senso della posizione chiamato da tutti il Perito, in onore al suo titolo di studio. La sua dedizione alla causa era totale, non si nascondeva mai nei momenti difficili del match, anzi, si esaltava ancora di più. Per il Perito il calcio era soprattutto una via d’uscita da una realtà anonima tipica di un ragazzo introverso e impacciato. Lo spogliatoio per lui era come la cabina del telefono per superman, arrivava al campo  e si spogliava delle sue vesti modeste per indossare quelle del supereroe determinato a dare battaglia a tutte le mezze ali del pianeta. A buttare la palla in rete ci doveva pensare un ragazzo dell’est, forte di testa ma un po’ troppo lento nel breve. Cresciuto senza genitori era giunto in Italia in compagnia della sorella che si dedicava al più antico dei mestieri creando qualche imbarazzo di troppo nel fratello, come se la prostituzione di parti più nobili di una persona, tipo l’intelletto, non fosse cosa più triste e disdicevole. Il ragazzo era analfabeta e con grossi problemi nell’esprimersi, aveva una considerazione un po’ troppo primitiva delle donne, le considerava come quella cosa inutile intorno alla gnocca , ma in campo dispiegava una pura e limpida intelligenza calcistica da essere preso come esempio da tutti, in modo particolare dal suo compagno di reparto, ingegnere di una compagnia telefonica. E il ragazzo dell’est di palloni in rete ne buttava tanti nonostante i rifornimenti scarsi dalla sinistra e da destra dove agiva un rappresentante di biancheria intima, il classico giocatore che ai limiti tecnici sopperiva con la grinta e la fatica, ma che nel momento stesso in cui pensava di essere diventato all’altezza tornava lo scarso giocatore che era. E ciò gli capitava spesso provocando l’ira sconclusionata di Brunone orfano di alternative in quel ruolo.
    Fu un ottimo campionato, la squadra si qualificò per le finali con le migliori dell'altro girone. Liquidata senza troppe fatiche nei quarti una squadra che prendeva il nome da una concessionaria Mercedes, tanto bellini con le loro divise fuori dal campo quanto morbidi dentro, l’ostacolo in semifinale era molto più duro, una squadra proveniente da un quartiere disagiato, una di quelle aree che le amministrazioni pensano di risollevare con due panchine e un marciapiedi, ma con l’unico risultato di farle assomigliare ad un’ascella sudata coperta dal deodorante. Si giocava in un’umida domenica mattina di primavera, una di quelle mattine in cui ti svegli con la nebbia anche sotto le coperte per poi svanire come d’incanto nel bel mezzo della mattinata. Mancava un’ ora all’inizio del match e Brunone e i suoi ragazzi erano già tutti dentro lo spogliatoio, eccetto il Dieci che la domenica mattina aveva sempre difficoltà ad essere puntuale. Giunse che la squadra era quasi pronta per andare ad effettuare il riscaldamento. Appena lui entrò, il Sei andò nello spazio bagno-docce consapevole che il Dieci, una volta posata la borsa, vi si sarebbe rifugiato per evitare la marea di sguardi interrogativi e riprovevoli dei compagni. Il Sei lo guardò negli occhi e ci vide dentro una notte di alcool e droga ed un letto occupato solo dalla nebbia mattutina. Lo attaccò al muro schiumante di rabbia, il Dieci non aveva la forza di reagire, guardava per terra implorante perdono, questa volta aveva proprio pisciato fuori dal vaso. La partita fu veramente brutta, le due squadre timorose e inconcludenti, era ovvio che si sarebbe risolta ai rigori o su un episodio. Questo accadde a dieci minuti alla fine. Il Perito, dopo uno scambio col ragazzo dell’est, si involò verso la porta avversaria ma fu abbattuto dal loro libero al limite dell’area. Come sempre si presentarono sulla palla il Sei e il Dieci, uno calciava di potenza, l’altro di precisione. Il Dieci, fino ad allora inesistente e talmente fermo che se passavano gli operai della telecom gli mettevano i fili, prese subito la palla tra le mani  e nello sguardo tirò fuori tutta la grinta e la determinazione sino ad allora assenti per respingere l’assalto alla palla del Sei, il quale desistette subito, perché lui quello sguardo lo conosceva fin troppo bene. Il portiere avversario, conscio delle doti balistiche del nostro, predispose una barriera massiccia e numerosa ma che gli impedì di veder partire la palla che, come telecomandata dal capitano di una navicella spaziale che sa di avere l’ultima possibilità da giocarsi per la sopravvivenza, si posò docile e domata nell’angolino basso alla sua sinistra. Il Dieci fu gettato a terra dagli abbracci dei compagni, tranne che dal Sei già tornato nella propria metà campo. La squadra avversaria si gettò con un discreto furore agonistico alla ricerca del pareggio, ma la squadra di Brunone si difese con ordine senza correre rischi. In pieno recupero, su una respinta da calcio d’angolo della difesa il mediano avversario provò il classico tiro della disperazione da venti metri fuori d’area. La palla passò tra una selva di gambe lenta e innocua ma incocciò nello stinco secco e spigoloso del Perito terminando la sua corsa tra i piedi dello stopper avversario posizionato all’altezza circa del dischetto del calcio di rigore. Ognuno nella vita ha un ruolo e un destino. Paperino non vincerà mai alla lotteria, Wile Coyote non raggiungerà mai Beep Beep. Quel difensore roccioso e scoordinato era fuori ruolo, quella palla non era il suo destino. Esitò quell’attimo fatale in più, quasi incredulo, che permise al Sei, con uno di quei recuperi prodigiosi in scivolata, di impattare il pallone con la punta del suo piede destro e sventare il pericolo. Nello spogliatoio qualche abbraccio e niente di più, con un pensiero unico fisso, nemmeno fossero stati nella vecchia URSS: la finale, la quale fu giocata in notturna, un giovedì sera di una primavera senza tante pretese. I nostri arrivarono con un buon anticipo sull’orario stabilito, presero possesso dello spogliatoio loro assegnato che al primo impatto, come sempre accade, comunicava ostilità e freddezza. Solo il diffondersi successivo dell’odore dell’olio di canfora rendeva l’ambiente amico, e complice di mille riti e consuetudini che ogni calciatore, anche inconsciamente, compie prima di scendere in campo. Gli avversari erano forti ma non imbattibili. Per l’occasione Brunone aveva ritirata fuori quella lavagna magnetica che aveva acquistato anni fa quando guidava gli allievi regionali, ma ben presto abiurata in quanto, a suo dire, espressione di una incontrollata degenerazione modernista del movimento calcistico. Che si stia per giocare una finale lo si capisce non dal cartellone appeso fuori, ma da quel silenzio monotematico dello spogliatoio, intervallato solo dal rumore dei tacchetti delle scarpe che ti ricordano quello per cui sei venuto sin qua. Quando si gioca una finale anche chi parte dalla panchina mette da una parte tutta la delusione e si stringe intorno agli undici che giocano. Siamo una squadra, si vince o si perde tutti insieme. Chi non si comporta così è un infame, che oltretutto ha sbagliato sport. Una finale la si gioca una volta sul campo, ma ogni giocatore se la gioca nella propria testa cento volte prima e se la rigioca cento volte dopo. Se ne sei uscito vincitore il ripensarci ti farà stare così bene come quando da piccolo ti facevi coccolare dalla mamma, ma se sei uscito con la coda tra le gambe il pensiero ti rincorrerà ovunque infliggendoti un infame stilettata al cuore. La partita fu bella e avvincente, anche se avara di conclusioni. Anche in questo caso era chiaro che sarebbero stati decisivi gli episodi. Poco dopo l’inizio della ripresa il Dieci, sfruttando un astuto movimento del ragazzo dell’est che si portò dietro due difensori, si trovò solo davanti al portiere avversario. Attimi, che poi ti raccontano di una vita, in cui sei te solo davanti ad un buffo individuo vestito dai colori impossibili. Una finta per mandare il suo baricentro fuori asse e il pallone poi dall’altra parte, era sempre stato così per il Dieci. Anche stavolta, con la sua solita sicurezza e semplicità di quando i pantaloncini gli arrivavano a coprire le ginocchia. Ma il palo disse no. E quando un dieci sbaglia un gol così ogni squadra di questo mondo si sente più vulnerabile e meno invincibile. Brunone lo sapeva bene e cominciò a sostenere i ragazzi come mai aveva fatto. La squadra tenne bene, non accusò più di tanto il colpo, ma, quando ormai i supplementari erano quasi realtà, su un lancione della difesa avversaria il Sei sbagliò clamorosamente il tempo dell’intervento dando modo alla punta avversaria di presentarsi solo davanti al portiere e di batterlo con potente e preciso collo sinistro. Manca sempre qualcosa nella vita e il bello delle storie è che c’è sempre dentro tutto quello che deve esserci. Una finale persa sembra solo una storia narrata da uno scrittore a cui improvvisamente è venuto un mal di testa. Quando perdi una finale al rientro nello spogliatoio ritrovi lo stesso silenzio di quando ne sei uscito. Quando perdi una finale c’è chi non ne vuole più sapere del calcio e chi invece non vede l’ora di ripartire a settembre. Una cosa è certa, una finale rappresenta una rottura temporale, un punto di non ritorno, ci sarà sempre un prima e un dopo, come quando termina una storia d’amore, e tutto nella tua testa lo assumerà come punto di riferimento. Terminata la partita, fatta la doccia, spenti i riflettori, il tuo stato d’animo è come quando sei in coda al check in di ritorno dalle vacanze. Nello spogliatoio il Sei e il Dieci si accusarono reciprocamente per la sconfitta subita. Giunsero alle mani, ma stavolta nessuno intervenne a separarli. Non si parlarono per settimane.
    La sera stessa il Sei comunicò a Brunone che avrebbe chiuso con il calcio. La mattina dopo ricevette un sms dal Dieci che lo avvertiva della medesima decisione.
    Questi due ragazzi non saranno ricordati dal calcio come i gemelli del gol, ma semplicemente come gemelli, in quanto figli della stessa mamma.

  • 18 agosto 2011 alle ore 20:34
    Delirio della serendipità

    Come comincia: Il mio amico immaginario Davide scrive...
    La serendipità è un' arte o una sfortuna mentale?
    Negli esperimenti la normalità si concretizza
    in un fallimento; solitamente il ricercatore non si
    incazza del fallimento in quanto tale
    ma non sopporta di trovarsi su un binario morto.
    Nel mio piccolo sfrutto associazioni mentali
    per delinquere finalizzate al controllo del
    mercato degli stupefacenti legami con il mondo.
    Tranquilli, il legislatore idiota ci penserà presto.
    La serendipità di chi trova la moglie a letto
    con il capufficio, magari si cercava l' intimità
    familiare e ci si ritrova un aumento di stipendio.
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    -
    Quando presi l' ascensore,
    per raggiungere il mio amore,
    sì bloccò per lunghe ore,
    non per lei fu il batticuore
    c' era un altro seduttore?
    -
    La serendipità del cercatore di porcini che trova
    psilocybe e rincasa comunque soddisfatto.
    Oppure l' automobilista ubriaco che sbaglia
    strada e si ritrova di fronte ad una cantina
    sociale aperta alle quattro di mattina.
    il barbone scaltro che trova un panetto di fumo
    nel cassonetto differenziato delle
    sostanze pericolose.
    Il botanico genetista della domenica
    ( giocando a sostituirsi a dio nel giorno
    della non creazione ) che inventa di sana pianta
    una pianta che non si ammala mentre cercava un
    rimedio ai funghi che aggrediscono funghi
    coltivati nella serra del podere del falso barbone.
    La moglie che sperava in un toro di amante
    e si ritrova un capufficio che parla per rime.
    Pubblicità
    -
    Mia adorata, ma che fate?
    Sono qui e voi vi spogliate,
    non mi attrae come vi date,
    le mutande van strappate.
    -
    Un giorno incontrai l' automobilista ubriaco che,
    sbagliando ancora strada era finito in un vigna.
    Ci rollammo un po' di pampino e mi confidò che
    si voleva suicidare.
    Pochi giorni dopo lo ritrovarono steso sulle
    rotaie di un binario morto, ancora vivo, e s' incazzò.
    Il cercatore di funghi fu ritrovato disperso e spaesato
    senza più la psilocybe ed il falso barbone s' incazzò
    in quanto il cercatore girava abusivamente nel proprio
    podere a caccia di porcini che non poteva raccogliere.
    Sembra che al lunedì la monsanto si fosse interessata
    dei risultati conseguiti dal genetista della domenica.
    La polizia cerca ancora il panetto crimonoso
    nel cassonetto differenziato delle
    briciole di pane per pennuti.
    Due anni dopo.
    Alcuni ricercatori han dimostrato che il pampino
    non sballa.
    La monsanto ha brevettato la psilocybe cubensis
    senza psilocibina.
    L' ubriacone al volante non è più un pericolo
    costante, si è schiantato in autostrada, cappottandosi
    e sbattendo contro uno stabilimento di alcolici dalle
    parti di Coccaglio.
    Tre pubblicità contro la guida in stato di ebbrezza.
    -
    Mi ritrovavo in una buia caverna,
    e per vedere usavo una lanterna,
    Per il freddo avevo una cisterna,
    empia fino all' orlo di Averna.
    -
    Occhio al cartello stradale,
    molto utile a non farsi male,
    rispettarlo poi è normale,
    se non vuoi il tuo funerale.
    -
    Al volante sono un asso,
    con la freccia poi sorpasso,
    ai duecento me la spasso,
    poi cappotto e poi trapasso.
    -
    Il genetista della domenica si è convertito
    al cattolicesimo e continua i suoi esperimenti
    dal lunedì al sabato.
    Il cercatore di funghi dopo il trip è diventato gay
    e sta con il barbone scaltro che nel frattempo
    ha venduto il podere ad un demanio gestito
    dalla forestale che viene ora utilizzato per
    coltivare ganja al riparo da occhi indiscreti.
    Il capufficio ha ucciso la moglie del cornuto
    per le troppe pretese del marito.
    Pubblicità.
    -
    Non sopporto donne avide,
    né mi piaccion quelle pavide,
    le sorelle poi di Davide,
    sono uniche ma gravide.
    -
    La polizia cerca ancora il panetto criminoso
    nel cassonetto differenziato delle
    briciole di pane per pennuti.
    Direi lenta ma metodica come molti errori...
    La serendipità è la mia Susy che
    ubriaca fradicia va con gli altri cercandomi.
    Anche Davide si è fatta,
    questo è troppo...

  • 17 agosto 2011 alle ore 20:54
    Delirio a kilometri zero

    Come comincia: Ormai è una necessità per salvare il pianeta.
    Nel nostro quartiere abbiamo tutti sposato
    la filosofia di produrre e consumare in loco;
    idea pazzerella per uno spagnolo ?- Dipende.
    Per esempio ho mollato la Susy ( Delirio della
    routine ) che abita a tre chilometri da me
    e mi son messo con la mia dirimpettaia.
    Non è un granché, anzi è proprio un cesso
    ma molto comodo; ogni tanto si chiude nel
    cesso a piangere per ore di quanto sia cesso
    ed io, nel momento del bisogno ( il mio e non
    il suo ) in pochi metri raggiungo il
    mio cesso libero e canto.
    Tutti nel quartiere abbiamo svuotato le nostre
    inutili cantine, venduto le auto e sgomberato
    le autorimesse.
    Con i soldi ricavati abbiamo comprato decine
    di sacchi di terra per la coltivazione di ortaggi
    sui tetti delle case, attrezzi e semenze,
    i fertilizzanti no, capirete presto perché.
    Nel mio condominio siamo sei famiglie con
    sei cantine, in una abbiamo messo 45 ovaiole
    e 3 galletti, nella seconda una trentina di stie
    di conigli, nella terza 3 vacche borelle.
    Nella quarta una decina di suini.
    La quinta invece è adibita al macello.
    La sesta è adibita alla coltivazione di ganja.
    Quattro cicli all' anno da 50 piantine per ciclo.
    Nel condominio fumano tutti come pazzi
    e non siamo ancora all' autosufficienza.
    Una volta poi, una mucca scappò e si infilò
    nella cantina verde e si mangiò tutto.
    Panico !
    Ma per tre giorni produsse 25 litri di
    latte psicoattivo che in parte sopperì alla
    grave perdita.
    Non vi dico poi la fatica di riportare la vacca
    sballata nella propria cantina.
    La fatica maggiore di questa impresa
    a kilometri zero è raccogliere qualche
    quintale di merda al giorno e
    portarla sui tetti per gli orti.
    Nel quartiere le case con il tetto a spiovente
    son tutte provviste di pannelli fotovoltaici
    che il quartiere ha comprato con i soldi
    della rivendita di masserizie provenienti
    dalle cantine;si trova sempre qualche
    piccolo tesoro in un mondo di oggetti
    apparentemente inutili.
    Ogni abitazione è adibita ad un servizio
    diverso e funzionale al quartiere.
    C'è la parrucchiera che lavora in casa
    ed in nero, la bambinaia che accudisce
    tutti i pargoli ed ultimamente è un po'
    stanca dal momento che molti bimbi sono
    figli di immigrati ed il suo lavoro è triplicato
    in pochi anni, vorrebbe un formaggio in più
    ogni settimana ed un prete che
    la facesse sentire unica,
    inconfessabile desiderio nel codesto delirio.
    Poi c'è la prostituta unica di quartiere che
    lavora in casa ed in nero; ed in cambio riceve
    solo salami, ma è contenta così...
    -
    Pubblicità...
    Care mignotte vi sto dando la caccia,
    spero dal vero che a voi non dispiaccia,
    sapete pur bene, mi gioco la faccia,
    vi amo davvero. Il vostro magnaccia.
    -
    La parrocchia è gestita da quel pettegolo di
    Don Naiòlo, detto Padre Ralph,
    è un bellissimo prete nonché amante
    delle donne del quartiere, lui confessa
    e spettegola a proposito delle sue conquiste
    anche con i mariti ripetutamente cornuti,
    ma qui gli vogliamo tutti bene,
    almeno non è il solito prete gay o pedofilo.
    Abbiamo anche lo scrittore di quartiere
    che oggi vi spiega il Delirio a kilometri zero.
    Il ladro di quartiere è un onesto personaggio
    in confronto ai ladri abituali, entra in casa,
    svuota il frigo di toasts e birra e ti frega
    venti euro dal portafogli e poi se ne va;
    non ci fa più caso nessuno.
    Il barbone del quartiere è un poeta, in cambio
    di pochi centesimi ti lascia un delirio da lui
    scritto ogni giorno; praticamente un' edicola
    creativa in cui il cliente stabilisce il prezzo
    del tenore di vita del barbone.
    -
    Pubblicità...
    Non aveva un bell' aspetto,
    una vita senza tetto,
    tribolò per un annetto,
    morì solo nel suo letto.
    Fu la strada il suo sonetto.
    -
    Poi c'è l' usuraio buono del quartiere che
    regala parte dei profitti alle forze dell' ordine
    purché non rompano tanto, la donna delle
    pulizie che lava tutte le scale del quartiere viene
    ricompensata con salumi e formaggi, uova
    e quan't altro...per l' erba però no ancora.
    Davvero non basta mai.
    I supermercati della zona han chiuso
    ed i lavoratori licenziati son stati ricollocati
    nei loro quartieri di provenienza che stanno
    allestendo a loro volta il sistema
    dell' autoproduzione a kilometri zero.
    La Susy mi ha telefonato da una cabina
    a kilometri zero per tornare con me.
    Allora mi ha capito la Susy !
    Si è anche spogliata a pochi metri da me,
    non basta Susy, vieni più vicina,
    facciamo sessone a centimetri zero Susy...
    La mia ragazza cesso nel cesso una volta
    intuìto questo piange ed è ancora
    inaccessibile anche per la propria
    inguardabilità mentre io e la
    Susy ci facciamo il bagnetto a casa mia.
    Io " Susy ti amo "
    Lei " Hai da fumare o no ? "
    Io " Ti va un bicchiere di latte ? "
    E Lei una volta degustato...
    " Ma è quello della Lola ! "
    Io " Susy, un piccolo contegno, siamo
    su internet ".
    Che bello il rapporto fisico,
    scriverlo su internet,
    sapere che la Susy mi ama
    e dirlo a tutti quando tutti ormai
    hanno amato la Susy.
    Il sogno è finito.
    Torno dal mio cesso occupato
    di lacrime ed intanto faccio sù
    per consolarla.
    Ma lei uscirà a spinello finito.
    Tutti piangono, kilometri zero o no.
    Ma nella propria casa è più facile.
    Lacrime egoistiche riparate
    dallo sguardo del quartiere.
    Nessuna comunità piccola,
    straconosciuta e fidata può
    toglierci l' intimità del pianto
    o dello sfogo.
    Magari internet a kilometri
    tanti, non lo so davvero.
    L' erba è finita.
    Andate in pace.
    Me la farò a piedi per andarla
    a trovare,
    ma io amo la Susy.
    Lei vuole bene a tutti.
    -
    Dedicato a tutte le
    Bocca Di Rosa
    che lavorano
    a centimetri zero.

  • 17 agosto 2011 alle ore 19:19
    Titino

    Come comincia: Oggi è il giorno in cui devo partire, son stato bene se penso allo sguardo forte di chi sapeva entrami negli occhi, ma arriva per tutti il giorno in cui bisogna partire. A chi mi ha accudito e mi chiedeva dove fosse il mio amore, rispondevo è lontano, ha da arrivare, e l'ho atteso ad ogni alba nei ricordi di cucciolo, donando quel poco che avevo da dare a chi sapeva farsi capire. Oggi che il giorno è arrivato, non mi lamento, non voglio andar via sepolto da lacrime, voglio vivere in chi mi ha salvato la vita, e illuminarmi ad ogni albeggiar di stelle portando qualcosa, di tutti quelli che mi hanno donato un sorriso, con me. In un posto lontano ero diventato un pensiero, ora che son già partito lo so, non ce nè stato il tempo, come per tutte le cose da vivere ne ho avuto poco, troppo poco. In cielo mi chiameranno "un sorriso e una lacrima" quel sorriso e quella lacrima che strappai a un uomo solo che aveva sentito parlare di me. Sappia quell'uomo che piovendo ho sempre fatto splendere il sole negli occhi di chi ha avuto la fortuna di vedermi almeno una volta. Mi chiamo Titino, e non so perchè son dovuto partire, in un giorno dove tutti pensano al mare, ma chiedo a chi mi ha voluto bene di non avere nessun rimpianto, un sorriso e una lacrima posson bastare a elevarmi, aiutandomi ad attraversare il ponte dell'arcobaleno, dove ad attendermi qualcuno ci sarà. Io vi aspetto qui.

  • 17 agosto 2011 alle ore 11:47
    STELLA E I DUE GEMELLI - PARTE 2^

    Come comincia: allo spumante, imitazione di eschimesi  (strofinio di nasi), inizio di ballo hawaiano da parte sua, rottura di balle da parte di Ivan), poi con la massima naturalezza Stella si slacciò il bikini e lo fece volare lontano e si sdraiò su una cuccetta. Ivan aveva sfoderato un'espressione da ebete. "Mai vista una donna nuda?" Ivan non aveva mai visto Stella nuda, ammirò il corpo flessuoso, i capelli sciolti, l'espressione del viso improntata a noncurnza...ancora una volta era riuscito a sorprenderlo, il bastone del comando era sempre in mano sua. "Se hai finito di fotografarmi vorrei esercitarmi in qualcosa di più consistente!" "In cosa consiste qualcosa di più consistente?" "Nell'avere scelto un fidanzato coglione!" Il 'ciccio' di Ivan aveva assunto una posizione di attenti, cosa subito apprezzata da Stella. "Ora va meglio." Ivan si era adagiato dolcemente su di lei che aveva provveduto ad allargare l'angolo di apertura delle gambe, il suo viso era rivolto alla sua sinistra, gli occhi chiusi per assaporare sino in fondo quel momento. Il giovin signore aveva timore di essere brutale e si avvicinava alla meta piuttosto lentamente, in ultino si era ritirato per paura di provocarle dolore." "Ci vogliamo far notte oppure hai dei problemi?" Constatato che tutto era a posto, Stella si alzò sui gomiti con aria arrab- biata: "Niente anestesia, vai!" Ivan si meravigliò della relativa facilità con cui era riuscito a penetrarla, la baby era 'bagnata' solo all'inizio un pò di resistenza, poi... "Devo fare marcia indietro?" "Avanti tutto, scemo, ho preso la pillola." Ivan dette prova di valentia e riuscì a portar Stella al raggiungimento dell'orgasmo. "Basta mi fa un pò male."Tolto di mezzo Ivan, si controllò la 'gatta' era abbastanza soddisfatta, solo un pò di sangue bloccato da un assorbente previdentemente portato con sè. "Resto, in cuccetta a godermi il 'post ludium', riportami a casa sana o meglio mezza sana e salva, march!" Ivan capì che ormai era completamente in balia della dolce volpona: in posizione, caricare, puntare, fuoco, ritirata, tutto a comando. Rientrarono a Messina all'imbrunire; Stella dormiva avvolta in un lenzuolo, solo il viso fuori. Ci vollero tanti bacini per farla risvegliare, la baby si stiracchiò e chiese l'ora e prese a vestirsi lentamente .Sbadigliando scese dalla barca, aspettò che Ivan andase a prendere l'auto e poi a casa sua. "Ci sentiamo per telefono." Ivan aveva la testa nel pallone mentre per Stella era stata solo un'esperienza da effettuare. I due ripresero la solita routine: studio, fine settimana a svagarsi, qualche variazione nel loro rapporto c'era stata: per Stella tutto quanto accaduto rientrava nella normalità, Ivan invece era alle stelle. Passato il capodanno decisero di passare una settimana a Madonna di Campiglio; partenza da Messina in pulman, in aereo da Catania  a Verona, ancora in pulman sino a destinazione. Ambedue erano equipaggiati di tutto punto, approfittando dei saldi di fine stagione: Stella in salopette e giacca rossa con cappuccio bianco che faceva risultare l'avvenenza del viso, Ivan in tuta azzurra con cappellino rosso. Dimitri aveva espresso il desiderio di andare anche lui in vacanza, separatamente, a Madonna di Campiglio: "Faremo un sorpresa a Stella, vedrai che faccia quando ci vedrà insieme!" Ivan accettò malvolentieri la presenza del fratello nella stessa località. Anche in questa circostanza Stella dimostrò la sua voglia di indipendenza, pretese di avere una stanza tutta pe sè. "Scusa ma quale migliore occasione per stare insieme giorno e notte, ti assicurio che non russo e potrebbe capitare che 'ciccio', di mattina presto, si svegli pieno di buona volontà!" "Che mi hai preso per 'remedium concupiscentiae' di cattolico insegnamento, proprio per questi motivi voglio dormire da sola, da sola per modo di dire, ho visto un maestro di sci niente male..." "Il maestro di sci farebbe la fine di Giodano Bruno!" Ancora una volta Stella l'aveva spuntata e si era fatta assegnare una stanza in un altro piano, Ivan fu costretto ad ingoiare anche questo rospo. Dimitri si era fatto vedere da lontano, al loro passaggio fece finta di comprare un giornale ma li stava seguendo, pessima idea quella di soggiornare nella stessa località. La storia si era ripetuta più volte. Un giorno sulla pista di sci Dimitri era passato loro vicino indossando un casco per non farsi riconoscere. "È strano un adulto col casco, qui lo indossano solo i bambini, che ne dici Ivan?" "Avrà paura delle cadute, perchè ti interessa?" "Aveva un'aria familiare..." Ormai Dimitri era diventato l'ombra di Banco di shakespeariana memoria. Un pomeriggio Ivan lo incontrò per strada, Stella era rimasta in camera a schiacciare un pisolino. "Domani ti presento Stella, mi sento a disagio vedere che ci segui." "Fammi divertire ancora un poco,fratellino, ti vedo nervoso!" Dimitri aveva preso alloggio in un albergo alla periferia del paese, Ivan lo intravide nella hall dell'hotel dove alloggiava con Stella, non sapeva spiegarsi questo suo comportamento. A cena furono servite varie porzioni di 'mangiapreti' che, innaffiate con del buon Merlot locale, avevano appesantito lo stomaco di Ivan. "Stella mi ritiro in camera mia, se mi sentirò meglio ti verrò a trovare più tardi." I 'mangiapreti fecero una fine ingloriosa nella tazza del water rigettati da uno stralunato Ivan che, lavatisi di denti, preferì buttarsi sul letto a riposarsi. Stella in camera sua stava vedendo uno spettacolo televisivo quando sentì bussare alla porta, dallo spioncino riconobbe Ivan. "Ti sei ripreso subito, guardiamo un pò la televisione insieme." Ivan più che lo spettatore voleva recitare il ruolo di protagonista, si avvicinò a Stella e cominciò a baciarle il collo poi il seno ed infine le sfilò la vestaglia. Tata era accondiscendente. A un tratto: "Ma scusa ieri l'hai fatto due volte!" "Sei la mia droga, basta il tuo profumo per farmi..." "A proposito di profumo l'hai cambiato, è diverso da quello che usi abitualmente." "Sono entrato in un negozio per acquistare una schiuma da barba e mi son fatto convincere dalla commessa a provarne uno nuovo, la commessa era convincente!" "Perchè non sei andato con la commessa comvincente?" "Tu sei un'altra cosa." Stella aveva chiuso gli occhi e assecondava le manovre di Ivan. "Che ne dici di provare qualcosa di diverso, per esempio il doppio gusto?" La curiosità era stata sempre una peculiarità di Stella, non fece obiezioni anche perchè Ivan la stava portando di nuovo in cielo.Quasi non si accorse che Ivan l'aveva girata di spalle, sentì penetrare lentamente  'ciccio' nel suo buchino posteriore, avrebbe voluto protestare ma non ne aveva la forza o forse la voglia, Ivan tintinnando il clitoride fece provare ad una  Stella stupita il famoso 'doppio gusto'. Alla fine erano stanchi ma appagati, Stella baciò Ivan sulla bocca per ringraziarlo, avevno scoperto un nuovo piacevole amplesso.La mattina seguente fecero colazione insieme, si erano alzati di buonora per evitare la fila per conquistare un posto sull'ovovia. In giro tante facce assonnate, la sera molti villeggianti preferivano divertirsi sino a tarda ora. Sistemati gli sci negli appositi spazi entrarono in cabina, con loro altri due sciatori, si appisolarono, Stella aveva poggiato le testa su una spalla di Ivan. Uno scossone li destò, fine del percorso. Stella infreddolita volle entrare nel bar. Il locale era spazioso, tutto foderato in legno, fuori sullo stipite dell'ingresso le immancabili corna di cervo. In montagna, prima di iniziare la discesa, solo gli sprovveduti assumono bevande alcoliche insieme agli amanti di Bacco ed anche a coloro che cercano di affogare i loro guai senza ottenere i risultati sperati. Ivan e Stella, che sprovveduti non erano, ordinarono due cappuccini molto caldi che andarono a sorbire seduti ad un tavolo in fondo al locale. Ivan alzò lo sguardo ed il cappuccino gli andò per traverso, Dimitri si stava dirigendo verso di loro. "Non pensi che sia giunta l'ora di presentarmi a Stella?" Stella aveva seguito la scena, Ivan non le aveva mai presentato il suo fratello gemello, due gocce d'acqua. "Finalmente riesco a conoscere la famosa Stella, ero veramente curioso." Stella guardava prima l'uno poi l'altro, non riusciva a parlare. L'intuito femminile le suggeriva di non chiedere nulla per non scoprire qualcosa di increscioso. Decise di andare in bagno ma, passando dietro le spalle di Dimitri percepì il profumo della sera prima, capì tutto, si mise a correre piangendo. I due fratelli rimasero in silenzio senza guardarsi, erano diventati nemici. Dal comportamento di Stella Ivan aveva compreso, in ritardo, quello che poteva prevdere considerato lo strano comportamento del fratello nei giorni precedenti. Si sentiva svuotato di ogni energia, non riusciva ad alzarsi dalla sedia. Raccolse le ultime forze e si diresse verso il bagno delle signore, Stella era seduta su uno sgabello in fondo alla stanza. "Giovanotto questo è il bagno delle signore!" la voce gracchiante di una vecchia lo fece fermare. "Non è che sei come i giovani d'oggi, guardandoti bene mi sembri un pò finocchio!" una risata sgangherata seguì la frase. Ivan si avvicinò a Stella, si mise in ginocchio dinanzi a lei, qualcosa si era infranto nel suo cuore. Dopo un pò riuscì a farle alzare il viso, impressionante il suo pallore, gli occhi cerchiati, infossati nelle orbite, irriconoscibili. Ivan dolcemente la condusse fuori, in albergo si trasferì nella sua stanza. Decisero di non partire subito, meglio far passare del tempo per cercare di rasserenare le loro menti, a Messina, in quello stato, potevano essere oggetto di domande imbarazzanti. Non si recarono più a sciare, la notte aveva nevicato, il laghetto sottostante l'albergo era ghiacciato, due ragazzi approfittavano dell'evento per pattinare facendo un gran chiasso. Ivan e Stella passavano la maggior parte del tempo a passeggiare, prima l'uno vicino all'altro, poi tenendosi per mano ed infine abbracciati. Solo una volta trattarono l'argomento, fu Stella ad informare Ivan che suo fratello aveva ottenuto quello che a lui non aveva mai concesso.
    Il tempo lenisce i dolori, talvolta fa guarire ma le cicatrici restano per sempre.Stella e Ivan si guardavano negli occhi, solo qualche piccolo bacio affettuoso, il trauma era stato enorme anche per due anticonformisti come loro.
    Al rientro in famiglia Stella accusò una colica addominale, Ivan non trovò più in casa suo fratello trasferitosi a Milano presso loro cugini. I genitori compresero che fra di loro era accaduto qualcosa di grave ma non ritennero opportuno andare in fondo alla questione e, con gran dolore, accondiscesero alla loro richiesta di vivere lontani l'uno dall'altro. Stella non era più la pazzerellona di una volta, si impegnò nello studio tanto da conseguire la laurea sei mesi prima del previsto. Anche Ivan si dimostrò studente modello, riprese anche l'hobby della fotografia e scattò una serie interminabile di foto a Stella, molte in bianco e nero da lui stampate personalmente. Le foto, tutte bellisime, venivano mostrate orgogliosamente a parenti e ad amici. I fidanzati avevano ripreso ad avere rapporti sessuali, il detto che l'amore supera ogni ostacolo si era dimostrato veritiero. Molto era cambiato dentro di loro, era sopraggiunta un'improvvisa maturità; le mattane di Stella erano un lontano ricordo, in fondo Ivan le rimpiangeva. Ambedue vivevano alla giornata senza far programmi, avevano preso a lavorare: Ivan insieme al padre, Tata in una ditta di import - export. Le due famiglie, ben contente del loro legame, vivevano in amicizia, appassionatamente, come in quel vecchio film americano. Gli dei, in questo caso Giunone invidiosa dell'umana felicità, aveva mostrato tutta la sua perfidia cercando di rovinare l'esistenza di due giovani mortali, non c'era riuscita, almeno non completamente come da suo spregevole disegno.

  • 16 agosto 2011 alle ore 20:51
    Delirio della ferial killer

    Come comincia: Pamela Tonina è la ferial killer italiana per eccellenza.
    Solo ed esclusivamente per questo delirio metto le 
    mani avanti chiarendo subito che dorme regolarmente
    come regolarmente uccide.
    Insomma, uccidere non è che
    non la faccia non dormir di notte.
    Ella uccide per lavoro, è la sicaria più temuta dalle
    8 del lunedì alle 18 del venerdì e la criminalpol non
    ha la più vaga idea di come acciuffare la
    criminalpollastra.
    Ha ucciso cinque individui nell' ultima settimana;
    tutti in odore di pensione di vecchiaia o anzianità.
    I soliti malpensanti pensano che Pamela sia pagata
    dal Governo, i benpensanti invece hanno avuto una
    soffiata, sembra che percepisca una mensilità del
    pensionando per ogni vittima che in pensione non
    andrà.
    Ad occhio e croce fan 5000 euro a settimana,
    le vittime hanno tutte dai 33 ai 38 anni di contributi.
    I pensanti nel mezzo dicono che son tutte fesserie
    ma lavorano tutti nella polizia, carabinieri, inps,
    inpdap, gdf e ospizi per indigenti.
    Si sa che Pamela ha la passione dell' escursionismo
    estremo, quasi una malattia, sembra che non riesca
    a smettere.
    Personalmente credo che la PA
    ( Pubblica Amministrazione ) melatonina
    sia un rischio per i conti dello Stato,
    epato-nefropatici stiano in campana, di vetro.
    Il regista Conrad Kinder sta uscendo nelle sale con
    un corto ( dura un weekend ) basato sulla vera storia
    di Pamela Tonina, il titolo non dice un granché...
    " Un tranquillo weekend in altura ".
    Il più famoso chirurgo della storia Atlas Agnes, di cui
    non ho ancora pubblicato il delirio, sa trapiantare
    il cervello in qualsiasi essere e sembra che il governo
    stia coprendo pure lui.
    Pamela Tonina si nasconde dentro corpi che cambiano
    in continuazione.
    La paura che una barista settantenne sia la ferial killer
    sta diventando una psicosi tra gli italiani...
    E se fosse dentro vostra moglie che è stata in ferie
    da sola per un paio di giorni ?
    Nel caso non foste proprio giovanissimi
    temereste di più le corna o Pamela Tonina ?
    La scrittrice Anna Mèscéso nel suo editoriale su
    " Gente come noi " ha redatto un articolo in difesa
    della sfuggente Pamela Tonina, sostenendo che se lei
    fosse in noi dovremmo quantomeno accettarla dal
    momento che fa quel le aggrada di più.
    I giovani disoccupati la applaudono,
    i pensionandi la mandano a quel paese,
    i dislessici non han capito nulla,
    le casse dello Stato ringraziano.
    Pamela Tonina in questo periodo estivo prende di mira
    anche i bagnini, viaggia dalle Alpi della domenica sera 
    all' alba del lunedì di Riccione; l' ultima per molti.
    Proprio nella riviera romagnola in una settimana
    son stati trovati affogati settantenni con pensioni
    più alte della media, nessun tedesco o russo,
    tutti italiani che non avevano cardiopatie sospette
    ed avevano tutti aspettato diligentemente
    tre o quattro ore dal pranzo prima di immergersi nelle
    torbide acque della mia amata & natia Romagna.
    Joseph Cutter, fratello del più noto sociologo Fog,
    ha recentemente accusato la criminalpol di indagare
    nella direzione sbagliata.
    1-" Chi è questo Joseph Cutter ? ".
    2-" Cosa vuole da noi ? ".
    3-" Chi si crede di essere ? ".
    Risposta.
    1- Joseph Cutter è un uomo.
    2- Vuole evitare che la ricerca di Pamela Tonina naufraghi.
    3- Un ex bagnino fratello del noto sociologo Fog Cutter che
    ha anche scritto un diabolico e discutibile saggio... 
    " Come fanno i bagnini ad abusare delle donne che
    stanno per annegare salvando comunque loro la vita
    ottenendo orgasmo e riconoscenza ".
    In allegato anche un video del salvataggio di cui è
    vietata la visione da parte delle " Femminucce
    che non sanno nuotare pur se maggiorenni ".
    Se non altro per il doveroso rispetto del
    pur sempre rischioso lavoro del bagnino che non vuole
    beccarsi denunce per atti osceni
    in luogo demaniale.

  • 16 agosto 2011 alle ore 17:48
    Né ora. Né qui.

    Come comincia: Quanto è fragile il mio amore segreto.
    Quanto è piccolo. Ci sta tutto dentro ad una mano.

    Mi piacerebbe, adesso, prendere la tua sotto la pioggia, portarti lontano, metterci seduti al caldo ed al riparo.
    Mi piacerebbe se del fumo di cioccolato ti scompigliasse lo sguardo assente. Mi piacerebbe, durante i sorsi, sfogliarti le pagine di un libro. Leggerti la nostra storia a voce alta. Fissarti, nelle nuvole ammiccanti e tra le righe dei miei puntuali perché.

    Probabilmente ti arrabbieresti. Anzi è facile che tu lo sia già da prima che io possa cominciare a raccontati la favola. A te non piacciono i C’era una volta e a me -invece- piace ricordarti così. 

    Vorrei che ascoltassi ancora ciò che non dico, quel magma che sale da dove neanche io so. Che è lì, pronto a raschiare ogni volta che seguo quel vapore sparso. Ogni volta che inseguo te.
    Vorrei che, tacendo la voce, parlasse la mia con l’anima tua. E nel silenzio, crescesse un sentimento forte.
    Nascerebbe dal nulla (e nell’aria) la speranza d’affascinare il tuo cuore. La speranza che t’innamori del mio.

    Ma tu. Beh. Tu non sei come me. E se mai ti lasciassi condurre nei posti lontani, saresti distratta dai rumori d’intorno. Gli scricchiolii dei sassi le ruote le risse le risa. Ti staccheresti dai passi mentre io, arreso, perderei la calma d’averti. Afferreresti il primo paesaggio attraente e non sfioreresti il battito della mia solitudine. Non toccheresti me.

    Mi piacerebbe, lo stesso, andare a ballare con i primissimi raggi di sole, quelli di quando poi esce il sorriso triste dell’arcobaleno. Abbracciandoti, sentire il tuo profumo e girare e girare e girare e chiudere i miei occhi grandi ed affamati sui tuoi, riflessi grigi di ciò che non saprò, non volendo soffrire nel sapere.
    Mi piacerebbe abbassare la musica del sottofondo, sono certo. Cogliere tra tutti i suoni solo il tuo denso respiro.

    Eppure so già che la vicinanza al mio desiderio ti spaventerebbe non poco. E tu comunque non desidereresti me, se non a suggellare un lieto fine d’amicizia. Ma la storia che non inizia (così) è già troppo distante dal poterlo diventare e mai, dico mai, potrà in questo modo finire la mia voglia di restarti per sempre addosso.
    Per questo, e solo, hai ragione quando parli di me. Quando dici In nessun momento ti ho avuto. Perchè non m’hai raccolto nel pianto della  notte e portato con te.

    Vorrei che fossi il mio giaciglio dopo le danze danzate nel cielo, giacché non ho potuto più riposare da quando nel sogno t’ho incontrata. Il mio sonno s’è nascosto nella paura di non trovarti distesa al fianco di un coraggio che non esiste. Né ora. Né qui.
    Nascerebbe nel miraggio la speranza di un presentimento d’amore. La speranza che non mi lasciassi andare via.

    Mi piacerebbe potessi provare quello che non hai. Che questo dolce sapore fosse un poco anche il tuo. Forse capiresti che non c’è tesoro più fragile del mio amore segreto.
    Non c’è niente di più piccolo da tenere. Tutto dentro la tua mano.

  • 16 agosto 2011 alle ore 16:09
    Fiocchi di cenere

    Come comincia: I fiocchi di cenere scendevano ancora dal cielo affumicato sulla savana bruciata, baobab carbonizzati, acacie polverizzate… l’erba arroventata e fumante agonizzava sotto il sole tropicale e gli animali in fuga si erano rifugiati in ogni anfratto, ogni possibile riparo dalle fiamme che avevano travolto il loro territorio, la terra selvatica in cui tutto e tutti erano parti di un perfetto insieme, equilibrio alimentare, vegetale, minerale, elementi dell’acqua e dell’aria, fenicotteri e aironi, gazzelle e zebre, gnu, elefanti, giraffe, babbuini, farfalle e leopardi… facoceri e bouganvilles, fiori del pane, fiori del fuoco… distrutti dal fuoco stesso… difficile respirare, acre e pungente il monossido asfissiante impestava l’aria… il vento dondolava gli ultimi lapilli e le nuvole portavano pioggia benefica, ristoro, salvezza, speranza… rinfresco… cadevano le gocce di temporale mentre i fulmini illuminavano per l’ultima volta lo squarcio ferito e devastato…

    Giungeva la notte…

    Saliva la luna, argento, sereno, luce vivida, brillante e selvaggia sulle terre denudate… scheletri vegetali imploravano le stelle, pozzanghere di pietra, carbone, carbone ovunque… polvere e ceneri… cenere e polveri,  fiocchi… granelli…

    I due cuccioli terrorizzati ansimavano ancora, da ore, raggomitolati e intrecciati uno sull’altro, tremavano sconvolti, traumatizzati dalla fuga, l’abbandono, la casa, la famiglia… tutto disperso, tutto smarrito, solo l’angoscia, la solitudine, la disperazione, poi… la piccola tana in cui rifugiarsi, il pelo morbido, estraneo e rassicurante… zampettine da stringere, cuore da ascoltare… buio, tanto buio e nessuno osava fiatare, respiravano solamente… stretti, vicini, pelo nel pelo, corpo a corpo, cucciolo e cucciola…

    Quanto tempo…

    Ore… forse… giorni…

    Nessuno osava allontanarsi dall’altro, uscire dal riparo, vedere cosa accadeva, fuori, nel mondo… troppa paura… le fiamme avevano scolpito nelle loro viscere il disegno dell’orrore più tremendo, orrendo, terrificante… paralizzati nel loro spazio sotterraneo, respiravano… in silenzio… vicini…

    Ancora ore… forse giorni…

    Si accarezzavano, iniziavano a conoscersi, leccarsi, scaldarsi e confidarsi, aprirsi e fidarsi, si davano vita, si rianimavano, si riaprivano, si rialzavano… uscirono all’aperto, osservando il tappeto grigio che ricopriva il loro regno, distrutto, scomparso…

    Lei lo spinse dolcemente con il musino, come per dire… “Andiamo… facciamoci forza…”
    Il manto grigio, maculato, le orecchie appuntite, il naso sottile, gli occhi sensuali e malinconici… “Andiamo via… dobbiamo trovare un nuovo regno, una nuova terra, dobbiamo fuggire da qui…”

    Lui accartocciava lo sguardo spento e umido… il pelo dorato rifletteva i raggi del sole equatoriale… erano due cuccioli, diversi, uniti da un destino comune, dall’esigenza di unirsi per sopravvivere… iniziarono a camminare verso un orizzonte lontano, solamente erba, terra, rocce… nessuna forma di vita, nessun habitat, nessuna pozza per dissetarsi, nessun branco da cacciare… lei stanava i topolini della prateria, lui si nascondeva acquattato sul terreno e li aggrediva, fulmineo, felino… banchettavano insieme, dividevano il cibo e camminavano, insieme, alla ricerca del proprio futuro…

    Non sapevano chi fossero, cosa fossero, erano solo insieme, uniti e congiunti… ognuno parte dell’altro, si integravano, stavano bene, facevano tante, tantissime cose insieme… notte e giorno, sempre insieme…

    - Guarda… se l’acqua è pura, limpida, possiamo specchiarci, vederci, rifletterci, leggere in noi, entrare forse nella nostra anima e capire chi siamo… -
    - Tu sei dorato, come i raggi del sole, forse sei suo figlio… sei bello, luminoso, forte e soprattutto… mi doni tanto, tantissimo calore, mi scaldi il cuore, accanto a te sono serena, felice, sorrido e non mi manca nulla… -
    - Tu sei argentea, come la luna risplendi dentro di me… illumini la notte con gli occhi brillanti, come stelle… forse sei sua figlia… -

    Figlio del Sole… Figlia della Luna…

    Erano perfetti uno per l’altra, tutto era perfezione… magia… giocavano e correvano, si inseguivano, dormivano e crescevano, scoprivano l’erba e i fiori, le ragnatele illuminate dai primi raggi dell’alba… dialogavano con tutte le creature e stabilirono di accasarsi alle soglie della foresta che garantiva cibo, vicino a una sorgente per dissetarsi… un perimetro di rocce per rifugiarsi, proteggersi, vivere, abitare…

    - Io non potrei fare a meno di te… sei tu che illumini la mia giornata, il mio risveglio, il mio cammino, sei la scintilla che mi ha scaldato il cuore, la compagna della mia vita, sorella, madre e luce al tempo stesso… Amo sentire il tuo pelo morbido, i tuoi odori, le tue movenze, seguire le tue orme, stanare le tue prede, dividere con te il cibo, il tempo, il giorno, la notte… -
    - Anche a me piace il tuo pelo color del sole… solamente non capisco, alcune cose… certe volte ho la sensazione di essere contro natura, andare contro il mio modo di essere… non so se sia giusto o sbagliato stare insieme, non so se sia questa la mia strada… so che anche io, tuttavia… non posso fare a meno di te…-
    - Se non puoi fare a meno di me significa che stai bene, stiamo bene insieme… quindi come può essere sbagliato..? il bene è una cosa giusta… come le farfalle colorate che si posano sui petali per dare vita a nuovi frutti… come le lacrime del cielo che ci dissetano e alimentano le sorgenti, gli alberi, la terra… il bene è nella luce del sole e tu sei la mia luce, il mio riferimento… sto bene con te… come posso decidere diversamente… il bene è nel bene… dentro di noi sappiamo perfettamente quando stiamo bene… o quando non lo siamo…-
    - Sì… hai ragione… sento che sto bene, stiamo bene… poco importa se la mia natura mi grida nelle viscere, urla che devo strappare ciò che amo, ciò che desidero, ciò che sento… il bene è bello e io voglio restare nel bello, nel bene, insieme a te… non voglio perderti, allontanarmi, lasciarti, voglio un nostro insieme… anche se… -
    - Non c’è un se… Figlia della Luna… c’è il nostro spazio, la nostra libertà, il nostro potere di scegliere, in libertà… dove vogliamo essere e con chi… io ho già scelto, forse il destino ha scelto… a volte percepisco un disegno, la trama di una storia scritta, per me… e io seguo i segnali che mi giungono dal cuore… lascio scorrere le cose, lascio che accadano… non so chi sono… non so chi sei… ma nel mio cuore tu sei una grande Regina e solamente questo per me ha importanza, ora… -
    - Sì…è difficile capire chi siamo, quali siano le nostre origini, le nostre radici… di sicuro siamo diversi, quasi opposti… ma forse è proprio per questo che stiamo così bene insieme… ci… completiamo… ci integriamo, quando sono vicino a te ho la percezione del tutto, non mi manca nulla, sono fortunata… sei la mia metà… l’incastro perfetto…-
    - Dammi la zampa, ora… buonanotte… mia Regina…-
    - Buonanotte, dolce Re…-

    Gli animali migravano, le terre rifiorivano… il Figlio del Sole e la Figlia della Luna, congiunti dalla solitudine, uniti dall’abbandono, sposati nello smarrimento… erano una coppia felice, assortita, serena, gioiosa…giocosa… contavano le stelle, rincorrevano le nuvole arricciate nel grande cielo dell’equatore… una volta immensa con l’orizzonte lontano… tanto spazio per saltare sui tronchi di baobab, scivolare nel fango insieme agli ippopotami, ai cuccioli di coccodrillo… inseguire le scimmiette che dondolavano tra una palma e l’altra, snidare le quaglie o correre ringhiando nella terra dei fenicotteri, che si alzavano in volo a migliaia, dipingendo traiettorie rosa, onde ricamate sul tessuto azzurro dell’atmosfera…

    Lo sciacallo si aggirava da tempo intorno alla loro tana… i suoi denti carognivori pregustavano nottetempo il gustoso piacere di affondare nella carne principesca del Grande RE… banchettare con il piatto più prelibato… cibarsi del cadavere più succulento, appetitoso, ghiotto, goloso… troppo facile mangiare i resti di gazzella, spolpare gli avanzi di zebra, le ossa di gnu… gli scheletri di antilope… il Figlio del Sole… il leone… era in cima alla catena alimentare, l’anello più elevato, alimento assoluto…

    Gettò una palla di fango nella loro sorgente, rimase ad aspettare…

    Figlia della Luna giunse per raccogliere l’acqua… la vide intorbidita, alzò lo sguardo, lo sciacallo era in attesa…

    - Brava… è ora di alzare, finalmente lo sguardo, verso il cielo, verso la luce… la vera luce… è ora di scoprire, capire chi sei… la tua natura… la tua missione… è ora di crescere, imparare, evolvere… -
    - Chi sei… perché l’acqua non è più limpida…? –
    - Non devi più farti ingannare dai riflessi ingannevoli… la purezza è ingannevole, non esiste! Devi guardare solamente dentro di te… io so chi sei! –
    - Ma io… credo… che la sorgente fosse limpida, sincera… pulita… pura… Chi sono io… realmente… ? -
    - Tu sei figlia della notte… come me… io e te dobbiamo unirci, allearci… saremo imbattibili, invincibili, forti, unici, potenti… luminosi… Devi lasciare il felino dalla criniera d’oro… lui non è… non può essere il tuo compagno di vita…! –
    - Ma cosa stai dicendo… come puoi pensare queste cose, affermarle? Noi stiamo benissimo insieme, abbiamo tutto, siamo felici…-
    - Ti inganni, Figlia della Notte… lui è un Leone… Tu sei una Iena… siete diversi… lui è ingenuo, presuntuoso, superficiale… tu sei la perfezione, devi sedere al mio fianco… sarai la mia Regina… -
    - Ma io sono già… la sua… Regina… -
    - Uccidilo…!-
    - Ma non posso… è il mio RE! –
    - Sarò io il tuo re…! –
    - Ma come.. perché dovrei fare una cosa simile…? –
    - Perché è questa la tua natura… E’ questa… e io sono qui per schiarire il tuo cammino, illuminarti… non è questo che cerchi? Luce, chiarezza…? Le senti quelle ombre dentro di te…? Indicano che non sei te stessa, rincorri un modo di essere che non ti appartiene… Non sai, NON PUOI essere fedele, buona, sincera, non puoi allearti, devi tradire, colpire alle spalle… questo facciamo noi… mangiatori di carogne… siamo animali notturni senza sorriso, la morte altrui… è la nostra vita… -
    - Io… non so bene cosa fare… sono confusa…-
    - Chiamalo… alla sorgente… digli di guardare il proprio riflesso nell’acqua… non vedrà nulla… non potrà capire… lo attaccheremo da dietro, lo azzanneremo al collo. Sarà un attimo… -

    La Iena fece quanto richiesto… forse accecata dal suo desiderio di luce, chiarezza, forse ammaliata, sedotta, manipolata… Attaccarono il Leone che per un’ultima volta, prima di morire, la guardò negli occhi…

    - Come puoi farmi questo, come può essere… che nel nostro bene ci sia tanto male… ? –

    - Sono solamente me stessa… tu me lo hai impedito… mi hai costretta ad essere diversa da quello che sono… il tuo non era amore, era interesse, hai approfittato di me… mi hai impedito di esprimermi, hai reso la mia vita confusa, instabile, fragile… ora è giunto il momento di rinascere… trovare la mia strada… un nuovo re… -

    - Hai gettato fango dove c’era amore… non mi interessa più… … … vivere… -

    La iena e lo sciacallo banchettarono tutta la notte sul cadavere del leone, lo sbranavano avidamente… cibo eletto, carne regale, principesca, sopraffina…

    Al mattino i raggi del sole illuminavano gli avvoltoi che depredavano gli ultimi lembi di pelle dorata, scarnificato e senza più sogni… lo spirito del leone si spense nella palude dell’infamia, nelle sabbie mobili dell’inganno, nel vuoto assoluto…

  • 16 agosto 2011 alle ore 15:28
    STELLA E I DUE GEMELLI - PARTE 1^

    Come comincia: La città di Messina lo stesso giorno, il 18 marzo 1967, aveva accolto i primi vagiti di Dimitri e di Ivan Guerrieri, due gemelli. L'essere venuti al mondo in una città di mare aveva contribuito a far sì che fosse innata in loro l'attitudine per gli sport acquaitici nè poteva essere altrimenti dato che i loro geni provenivano dal papà ingegniere progettista di yatch e dalla mamma, una cavallona di un metro e ottanta, insegnante di educazione fisica.Ben presto i due gemelli erano diventati famosi: dopo pochi mesi dalla nascita erano stati ripresi dalle telecamere in una piscina mentre, con gli occhi aperti, il pannolino ai fianchi e il ciuccio in bocca notavano allegramente sott'acqua sotto lo sguardo vigile di mamma Leda.Le riprese erano state effettuate per conto di una nota ditta di prodotti per bambini e poi proiettate in televisione.Vari fattori avevano contribuito a far crescere i bambini spensierati ed allegri educati dai genitori in piena armonia in un'atmosfera distesa e gioiosa.Il papà Cateno non era complessato da un nome perlomeno singolare tipico soprattutto della Calabria; gli era stato imposto, malvolentieri, da suo padre per non scontentare il nonno legatissimo alle tradizioni di famiglia.Cateno era noto per le sue burle di cui erano vittime amici e parenti. Ammiratore del Boccaccio, aveva fatto delle canzonatura un'arte sopraffina, niente volgarità, solo puro divertimento (il suo).Famosa una beffa architettata nei confronti di 'signore per bene' amiche di sua sorella Esmeralda che di bello aveva solo il nome.Esmeralda maritatasi giovanissima (si diceva aver messo in atto la classica fuitina) era rimasta vedova 'bianca' perchè il di lei consorte, visto il suo attaccamento più all'acqua santa che al sesso, era sparito senza lasciar traccia.Esmeralda aveva considerato l'abbandono ingiustificato e letale per la sua reputazione, aveva perciò messo in giro la voce che suo marito era morto incornato da un bufalo, in Africa, durante una battuta di caccia grossa.Insoddisfatta della sua grigia esistenza e non in grado di rimorchiare altro straccio di uomo, aveva preso l'abitudine di mangiare con smodatezza e di sgranocchiare di continuo frutta secca, caramelle e cioccolatini.A chi le domandava perchè tenesse in casa tante leccornie, rispondeva che lo faceva per gli adorati nipotini. Le conseguenze per la linea del suo fisico si erano ben presto evidenziate e, pertanto, per mascherare la lardellosità, l'unico colore dei suoi vestiti era il nero fisso che, ufficialmente, indossava in segno di lutto per il mai dimenticato beneamato. Esmeralda era stata nominata presidentessa del circolo 'Pie signore della carità', congrega nata con lo scopo dichiarato di aiutare i bisognosi e quello effettivo di riunire signorine e signore tristi e scompagnate che avevano quale unica compagna la solitudine.I luoghi dove si svolgevano le riunioni erano stati inaugurati e benedetti dalle autorità ecclesiastiche sempre ben felici di poter contare su personaggi noti (e ricchi).Da buon moquer ateo, Cateno si compiaceva d'essere irriverente verso le istituzioni papaline di cui trovava ridicoli e grotteschi i dettami di comportamento.Abile nel disegno, aveva raffigurato in vari pannelli la famosa traslazione della casa di Maria da Nazareth a Loreto mentre la casa stessa perdeva, durante il tragitto, alcuni mattoni scatenando le ire della povera gente che veniva malamente bombardata.Le raffigurazioni in questione erano state esposte sulle pareti esterne del circolo ateo 'Uaar' (Unione atei e agnostici razionalisti) di cui Cateno era socio. Orrore, dispregio del sacro, le benpensanti signore e signorine si erano rivolte alle autorità ecclesistiche che, a loro volta, avevano interessato l'Autorità Giudiziria. Purtroppo per loro la costituzione italiana prevede la libertà di satira... La ferita lasciò un segno profondo in Esmeralda e nelle sue disperate amiche.Al confessore delle pie non rimase che invitarle a rivolgere le loro preghiere al buon Dio al fine di far rinsavire quell'iconoclasta di Cateno. Purtroppo le guiaculatorie non ebbero esito alcuno e i pannelli rimasero al loro posto. Dimitri e Ivan, seguendo le orme paterne, crescendo, avevano acquisito il suo spirito dileggiatore. All'età di tredici anni avevano messo in atto una beffa che costò loro l'alienazione della simpatia della zia Esmeralda e la fine dell'elergizione di regali da parte della stessa danarosa zia. Il 'petafono' era un aggeggio in gomma di forma ovale consistente in una camera d'aria che terminava in un buco con labbra frastagliate; una volta riempito d'aria e poi compresso emetteva un suono molto simile ad un rumoroso peto. Durante una riunione delle pie dame, i due simpaticoni avevano nascosto l'infernale aggeggio sotto il cuscino della poltrona della zia Esmeralda la quale, dopo un discorso sull'immoralità del mondo contemporaneo, molto applaudito dalle presenti, nel sedersi aveva fatto scattare la vile trappola con l'emissione di una risonanza talmente poderosa da far ammutolire la platea. Le presenti convinte della 'perdita' da parte di Esmeralda, cercarono di sminuire il nefasto avvenimento ma, una volta accertata la provenienza del cacofonico suono, da parte di Esmeralda fu dichiarata guerra totale alla famiglia Gurrieri: padre, madre e i due gemelli. A scuola le burlette predisposte dai due fratelli non erano, ovviamente, ben accette ai professori. Una volta Dimitri e Ivan ne avevano messo in atto una dalle conseguenze molto spiacevoli per l'odorato: avevano posizionato due fialette dal contenuto pestilenziale, acquistate nel negozio degli 'scherzi', sotto i piedi della sedia della professoressa di matematica molto preparata nella sua materia ma 'orribile visu'. Sedutasi l'insegnante vide provenire dal basso un fil di fumo che, giusto alle nari del suo lungo naso, l'aveva fatta scattare come una molla, destinazione: l'ufficio di presidenza. Subito individuati, i due gemelli erano stati sospesi dalle lezioni per tre giorni; Cateno era stato convocato dal Preside e, dinanzi ai professoti riuniti, aveva provveduto ad una lavata di capo ai due giovinastri. "Non so come comportarmi con loro, sarò costretto a spedirli in collegio!". Fuori dalla scuola: "Ragazzi non esagerate!" Anche se anticonformisti e decisamente rompiscatole i due, quando si impegnavano negli studi, ottenevano risultati brillanti con lo stupore delg​i stessi insegnanti che non si capacitavano di questa loro trasformazione. La conoscenza di Stella Milafi da parte di Ivan mutò radicalmente la vita di entrambi i fratelli.La signorina Milafi, anche lei messinese, frequentava l'ultimo anno dell'istituto di ragioneria. Alta, bionda, occhi castani, viso armonico, longilinea, un seno prorompente a cui faceva da contraltare un lato 'b' che l'interessata faceva oscillare sensualmente. Il suo comportamente colpiva gli spettatori maschi; i loro occhi, incollati al suo corpo, erano solitamente improntati a espressioni di languida imbecillità. Le colleghe femminucce se la prendevano con loro: E chi sarà mai, pare che ce l'abbia solo lei!" Ivan l'aveva notata in ritardo perchè l'istituto per geometri, che lui frequentava, si trovava dall'altra parte dell'edificio. Non era facile avvicinare la pulsella sempre scortata da un nugolo di cicisbei speranzosi ed accondiscendenti a ogni suo desiderio. Regina incontrastata della scuola, non era ben vista nemmeno dalle professoresse che, però, non potevano muoverle alcun appunto sul profitto scolastico perchè Stella era una studentessa modello. Era disegno degli dei che Ivan e Tata dovessero incontrarsi ma la mano del destino doveva essere in pò forzata da parte del giovane. Rientrando a casa Ivan aveva informato Dimitri degli ultimi avvenimenti e gli chiese consiglio su come poter approdare su quella spiaggia che riteneva impervia. I due fratelli per volere dei genitori ed anche su suggerimentio del Preside, erano stati iscritti in due doversi istituti per geometri al fine di evitare che mettessero ancora in atto il vecchio trucco dello scambio di persona durante le interrogazioni. Il consiglio di guerra partorì un'idea: poichè la signorina in questione si recava a scuola in motorino, Ivan doveva far finta di venir da lei investito e di essersi infortunato. Talvolta la teoria non corrisponde alla pratica; Ivan aveva messo in atto la progettata sceneggiata ma non era stato tanto abile da ingannare Stella. "Come stuntman sei penoso, pratica dello Judo e impara a cader bene, la prossima volta potresti farti veramente male, sempre che ci sia una prossima volta!" "Ci sarà, ci sarà presago il cor mel dice." "Il cor può dire quel che vuole ma stavolta si sbaglia, prova a prendermi, vediamo se sei un velocista." Stella era partita col motorino di gran carriera, Ivan, ben allenato, era riuscito a seguirla per un buon tratto. La signorina Milafi si era girata ed aveva apprezzato la velocità e lo stile del giovane, niente male, forse l'avrebbe rivisto ancora ma come cavolo si chiamava, aveva dimenticato di chiderglielo. Il giorno seguente, alla fine delle lezioni, Ivan aveva localizzato l'aula della bionda e, mentre lei guadagnava l'uscita, l'aveva sorpassata urtandola leggermente. "Spero che questa volta non cadi a terra, come attore sei un guitto!" "Grazie del complimento, io sono Ivan Guerrieri." "Chi ti ha chiesto niente, lasciami in pace!"  Ivan capì che non era il caso di insistere. In sella al suo motorino la seguì da lontano e vide dove abitava: viale dei Tigli n.18. Doveva giocare d'anticipo; il giorno seguente marinò la scuola. Nel negozio degli 'scherzi' acquistò un vestito da carnevale, barba e baffi finti ed un cappellaccio da bandito. Verso le tredici e trenta si appostò sotto il portone dell'abitazione di Stella. All'arrivo della preda le si parò dinanzi e, cercando di camuffare la voce: "Signorina faccia la carità a un poveraccio!" "Il poveraccio si prende un calcio in culo se non se ne va via subito!" "Dai, con te non c'è gusto, a me piacciono le conquiste difficili ma tu esageri!" "Sono Stella Milafi, abito al sesto piano ed ho un fratello con due spalle larghe così." "Senza offesa per tuo fratello ma io preferisco le femminucce, in particolare te." "Va bene rompiballe, domani all'uscita della scuola sempre che tu seguiti a frequentarla non come hai fatto oggi che hai saltato le lezioni." Ivan rimase piacevolmente interdetto, Stella si era mollata proprio quando lui non se l'aspettava. Il giorno seguente la baby, more solito, era circondata da maschietti appiccicosi ma con uno 'scusate' si era liberata e, avvicinatasi a Ivan, l'aveva preso sottobraccio. "Dì la verità non te l'aspettavi, io son fatta così e poi quelli m'avevano veramente rotto!" " Nooo, tutti i giorni sono abituato a ragazze che prima mi mandano a ... e poi, ammaliate dal mio fascino, ci ripensano e mi prendono sottobraccio, mi farai odiare dai tuoi corteggiatori." Forti della loro gioventù, Ivan e Stella avevano iniziato a percorrere il dolce sentiero dell'amore. Stella riusciva a mettere in crisi Ivan, talvolta si dimostrava gioviale ed espansiva ma in altre occasioni metteva in mostra tutte le caratteristiche negative del suo segno: l'ariete. Diventava aggressiva, impulsiva, testarda, irrequieta. Ivan riusciva a sopportarla con una buona dote di pazienza cosa per lui inusuale nei precedenti rapporti amorosi. Francamente gli piaceva ogni giorno di più, scopriva il lei particolari fisici che l'attraevano: le rughette vicino alla bocca, il movimento delle labbra, il sorriso canzonatorio. Talvolta gli capitava dei essere così preso a contemplarla da non sentir le sue parole. "Morto di sonno dove sei stato stanotte, dormi in piedi." "A letto a dormire, sognavo te." "Ma quando mai, chissà con quale donna di malaffare ti sei accoppiato..." "Ti giuro che non vado mai con prostitute, mai pagata una donna." "Ho capito, te la danno gratis, resta il fatto che non me ne frega niente di quello che fai." Ivan non riusciva a frenare quel fiume di irrazionalità, si sentiva depresso, non riusciva a trovare una soluzione valida per venir fuori da quel ginepraio. Il giorno seguente alla fine delle lezioni: "Stella pensi che abbia commesso qualcosa che ti ha offeso, credo che tu abbia qualche cruccio, ti scongiuro parlamene, risolveremo innsieme il problema... mi hai rivoluzionato a vita!" Stella si rese conto dello stato d'animo di Ivan, della sua situazione psicologica e dei problemi che gli stava creando, le aveva dimostrato quanto fosse diventata importante per lui, non voleva più ferirlo. "Un mio ex boy friend cerca di rimettersi con me, mi assilla ogni giorno tanto più che abita nello stesso mio palazzo... non pensare di fare lo sciocco, non voglio guai." "Ci voleva tanto a farti uscire il fiato, ti piace ancora?" No, il problema si può risolvere facilmente." Il giorno seguente Ivan accompagnò Stella sotto il portone di casa, stettero a parlare sino all'atrrivo del suo ex."Tonino ti presento il mio fidanzato, spero che diventiate amici." Preso alla sprovvista, Tonino non seppe replicare, di violenza non se ne parlava proprio, Ivan era un palmo più alto di lui ed anche più robusto. "Sono Tonino Marrazzo, con Stella siamo amici sin dall'infanzia. "Ivan Guerrieri, penso che ci rivedremo." Non si incontrarono più; Tonino capì di aver perso la partita e, per non incontrare più Stella di cui era ancora innamorato, chiese ed ottenne il trasferimento in altro ufficio postale, alla sede di Catania.I giorni seguenti furono per entrambi estremamente piacevoli, Stella era cambiata ed Ivan l'ammirava stupito e felice di quel gradevole mutamento. Stellta non pensi che meriti una ricompensa, ti sono stato molto vicino..." "Ricominci a fare lo zozzone?" "A parte che pensavo di andare a festeggiare insieme in un pub ma non mi risulta che con te abbia tentato... non ne ho avuto la possibilità." "Allora santo e martire ti annuncio ufficialmente che sono vergine, si vergine ma non in senso zodiacale ma proprio vergine. Se fossi volgare ti direi, alla messinese, che nessuno me l'ha mai 'nfilata' ma siccome non sono grossière ti dico semplicemente che sono illibata." Stella era riuscita a sbalordire Ivan e l'aveva lasciato senza parole, la guardava con faccia da ebete. "Non penso che voglia un certificato di un ginecologo." "Anche se avessi fatto marchette in mezzo alla strada ti vorrei ugualmente, non hai capito che mi sono rimbecillito per te!" La situazione era diventata troppo patetica e Ivan, ripreso il senso dell'umorismo, esordì: "Penso che mi debba organizzare, debbo studiare la situazione perchè non sono mai andato con una vergine, non vorrei fare una cattiva figura..." "Non farai nessuna figura nè bella nè brutta, non intendo mollartela, almeno per ora." "Devo scovare un luogo romantico: un bosco incantato cosparso di fiorellini profumati con alti alberi che fanno filtrare i raggi del sole oppure una spiaggia solitaria con sabbia fine ed acqua trasparente ovverso una suite d'albergo immersi in una vasca con acqua profumata mentre sorseggiamo spumante ed io ti infilo in bocca fragole con panna, che ne dici?" "Che andiamo a casa." "Hai rovinato tutto, mi hai fatto scendere dall'empireo per ritrovarmi... maledizione ti amo come un imbecille!" "Non aspettarti ponti d'oro, te la devi conquistare facendomi la corte tutti i giorni, dimo- strandoti servizievole, innamorato, disponibile, riflessivo tutto il contrario di quello che dice il tuo segno zodiacale." "A parte che purtroppo è anche il tuo, penso che tu abbia dimenticato il lavaggio dei piedi come da ceromina papale." Non trattarono più l'argomento, Stella non si sentiva ancora pronta per il grande passo, I genitori di entrambi gli innamorati erano stati messi al corrente del loro legame, Stella anticonformista e libera di natura aveva deciso; niente ufficialità. Ivan senza alcun motivo particolare non aveva presentato Stella a Dimitri. Dopo il diploma, in autunno l'iscrizione all'università: Stella in Economia e Commercio, Ivan, in ossequio alla tradizione paterna, in ingegneria navale. Causa lo studio, i due giovani si frequentavano solo il fine settimana; con la Fiat 850 regalata ad Ivan dai genitori, giravano nei dintorni di Messina ed in particolare sui monti Peloritani ove il distensivo silenzio e l'atmosfera romantica avevano avuto un  peso preponderante per conoscersi un pò più intimamente. Stella pian piano aveva ripreso le abitudini sessuali (manuali e orali) che aveva avuto nel precedente rapporto con Tonino, Ivan era soddisfatto del cambiamento. Un pomeriggio: "Stella mancherò una settimana, devo andare a Genova a ritirare da un cantiere navale lo yatch 'Lula' per conto dei baroni Filippeschi." Ivan insieme al fratello Dimitri, dietro insegnamenti paterni, avevano conseguito il brevetto di skipper per condurre barche sino a quindici metri di lunghezza.Stella non accompagnò Ivan alla stazione ferroviaria, odiava gli addii anche se il loro era un arrivederci, Ivan ne fu contento, la presenza di Dimitri, anche senza un motivo preciso, gli avrebbe dato fastidio. Ad ogni stazione ferroviaria Ivan scendeva dal treno per telefonare a Stella: "Sono a Sapri." "Sono a Salerno." "Sono a Napoli." "Sono a Roma." "Sono a Firenze." "Sono a Genova." "Sono un cretino." Dimitri aveva mollato una battuta sfottente. Ivan aveva sorriso, non gli importava nulla di quello che aveva detto suo fratello. "Quando me la fari conoscere?" "Più in là." Ivan era diventato geloso e questo lo faceva sentire un imbecille, mai lo era stato, forse era quello il motivo di non voler presentare Stella a Dimitri. Il viaggio di ritorno fu molto più movimentato del previsto. Il mare, forza quattro, aveva messo in difficoltà l'equipaggio, nessuno aveva voglia di parlare, ognuno effettuava il suo turno per poi andare a riposare un cuccetta. La radio era andata in avaria. Il vecchio Nettuno, impietositosi delle fatiche dei conduttori del 'Lula', dopo Salerno decise di far calmare i cavalloni ed i marinai giunsero finalmente a Messina col mare quasi calmo. Dimitri durante il viaggio era perplesso dal fatto di non essere stato presentato alla fiamma di suo fratello, un giorno aveva intravisto Stella al braccio di Ivan, una vera gnocca! A casa i genitori erano preoccupati del silenzio dei due gemelli, mamma Leda si mise a piangere al loro arrivo. "Mamma mi stai stritolando" Ivan rideva soddisfatto, avrebbe riabbracciato presto l'amore suo grande.Alla telefonata di Ivan a casa di Stella ripose la sorella Anna. "C'è Stella?" "Ha sbagliato numero." "Non è casa Milafi?" "Si ha sbagliato numero." "Non ho sbagliato numero, sono sfortunato a dover sopportare una cognata rompi..." "A coso ne devi da magnà de pagnotte prima de diventà mi cognato." Anna era fidanzata con un romano e si divertiva a imitarne il dialetto. "Se me la passi ti compro un lecca lecca." "Se fossi volgare ti direi dove ficcatelo il lecca lecca, meglio che non ci incontriamo.Stellaaaa, c'è uno che mi vuole comprare un lecca lecca, parlaci tu." Stella prese il telefono indecisa a rispondere. "Ciao amore mio." "...sei tu? Che cavolo hai detto a mia sorella, quella ha le unghie lunghe e un pessimo carattere, sono c..i tuoi se t'incontra." "Lascio stare la scimmia." "Anna Ivan t'ha chiamata scimmia!" "Questo campa poco o more presto." Anna non amava essere presa in giro da un signor coso che nemmeno conosceva. "Tata ti prego parlami, fammi sentire la tua voce." "La mia voce ti dice che durante il viaggio di ritorno non mi hai telefonato, stavo in pensiero." "SI è rotta la radio di bordo." "Potevi scendere a terra." "Dovresti ripassarti la geografia, da Genova a Messina si passa lontano dalla costa, prendi in atlante, traccia una linea fra i due porti e te ne renderai conto." "Tu attraccavi in un porto e mi telefonavi." "Amo la tua irrazionalità totale. Non era in gita di piacere, il padrone della barca aveva fretta di entrare in possesso del suo yatch." "Sta di fatto che non mi hai chiamato." "Sta di fatto che da sposato passerò un mucchio di guai." "Sta di fatto che non passerai nessun guaio perchà sei un illuso che io possa rimanere con te per sempre, non mi sei mancato e, durante la tua assenza, ho trovato un rimpiazzo.Sai quel ragazzo dai capelli rossi mio compagno di classe, mi ha accompagnato a casa tutti i giorni e vuol conoscere i miei." Ivan si era impantanato nelle sabbie mobili dell'irrazionalità di Stella come mai avrebbe fatto in passato, maledizione alla gelosia!" "Bene cara, mi hai preso in giro abbastanza, ci sono cascato, per farti pedonare mi farai un lavoretto extra, che ne dici?" "Penso che ti farai un autolavoretto extra, che ne dici?" "Dico che mi sto precipitando a casa tua." "Sconsigliabile, Anna non è il tipo che dimentica le offese, fra mezz'ora a piazza Cairoli." Ivan la vide arrivare la lontano, solita andatura leggermente ondeggiante, sguardo sopra le testa dei comuni mortali, borsa a lato dondolante. Fece finta di non  accorgersi di Ivan passando vicino al tavolo dove lui era seduto poi decise di finire la sceneggiata e posò le leggiadre membra su una sedia vicino Ivan, nemmeno un  ciao. Si accese una sigaretta, tipica mossa provocatoria.Stella si aspettava la classica domada "Da quando hai preso a fumare?" ma Ivan aveva appreso la lezione, si limitò ad un romantico finto baciamano. "Ora non ti accorgi che la tua fidanzata, sino a quando non lo so, ha preso a fumare?" "Da quello che mi risulta il fumo è un vaso costrittore ed ha effetti negativi solo sui maschietti, le femminucce, per motivi fisiologici ne sono immuni." "Non  sono venuta qui a farmi prendere per i fondelli, in questi giorni sono stata irritabile, ho liticato con tutti e ti ho maledetto cento volte!" Allungato sulla sedia, Ivan seguitava ad ammirarla con gli occhi semichiusi. Immaginò di essere a quattro zampe con un collare al collo al guinzaglio di Stella. Istintivamente si rizzò sulla sedia, quell'immagine gli suggerì in senso figurato quanto si sentiva sottomesso a quell'arpia, stava diventando uno yes sir o meglio yes madam, cosa che lo faceva incazzare di brutto. "Non mi piace l'espressione del tuo volto, hai la faccia lasciva di quello che da tanto tempo..." "Dissotterriamo l'ascia di guerra, godiamoci questi momenti, sinceramente sono felice anche solo guardandoti in viso." "Va bene, dissotterriamo, ordina per me un gelato grossissimo, devo farti spendere un mucchio di soldi!" Stella andava accettata così com'era perchè nei momenti di bonaccia era splendida, i grandi occhi sprizzavano allegria, sulla bocca un sorriso accattivante: emanava gioia di vivere. Ivan voleva assaporare quei momenti, aveva paura di perderla, di non riuscire a trattenerla, era troppo instabile e capricciosa.S'incontravano nei week end, nessun membro della famiglia abbozzava domande indiscrete, una cosa era certa:i due rampolli passavano il fine settimana in buona compagnia. Ivan cominciò a pensare dove trascorrere la 'prima notte di nozze' (ammesso che potesse mai avvenire, co stì chiari di luna...). In albergo? Troppo squallido. A casa di amici? Si sarebbero sentiti a disagio. In una località dei monti Peloritani lontani da tutti? No, troppo pericoloso. Alla fine ebbe un'idea geniale, quella di farsi prestare un cabinato dall'amico Giorgio e recarsi alle isole di sabbia sotto il monte Tindari, ci sarebbero arrivai i due ore. A questo punto la parte più dificile: convincere Stella a seguirlo. Anche in questo caso la pulsella si comportò in modo imprevedibile ed accolse la proposta della gita in barca con entusiamo; l'istinto femminile l'aveva portata a pensare a secondi fini da parte dell'innamorato ma l'idea non le dispiacque... "Giorgio mi occorrerebbe il tuo motoscafo da mattina a sera.""Nessun problema, devo recarmi a Milano con mio padre, queste sono le chiavi, nel frigorifero c'è un pò di tutto dallo spumante per festeggiare a qualcosa di più sostanzioso per riprendere le forze..." Ivan era leggermente arrossito, Giorgio aveva sfoderato un sorriso di complicità. Il motoscafo, un cabinato di quattordici metri, era ormeggiato dinanzi alla Prefettura sotto la statua del Nettuno il quale, commosso dall'entusiamo e dall'allegria dei due giovani e belli, diede disposizioni acchè il mare rimanesse pacifico per tutto il giorno. Durante la traversata Stella si era abbarbicata a Ivan il quale aveva difficoltà a manovrare il mezzo navale. "Buon segno" pensò il furbacchione, il suo cuore andava più veloce dei giri del motore. All'avvicinarsi alle isole di sabbia, Stella: "Fa arenare il motoscafo sulla spiaggia, saremo più tranquilli." Affvermare che Ivan era in subbuglio era sminuire le sue sensazioni, vederla scalza, in mini bichini che offriva il suo corpo al sole ed al vento... "Vado sotto coperta, ho una sete indiavolata."Prima di seguirla, Ivan sistemò gli aggeggi di bordo; sotto coperta non la vide immediatamente, la splendida apparve dinanzi il frigorifero con in mano due flùtes di spumante. Piccola sceneggiata di Stella, braccia incrociate prima di bere, bacio