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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:16
    Il secondo figlio

    Come comincia: Con una valigia,
    un sacchetto di mele,
    un biglietto di solo ritorno...

    Sul ripiano bagagli del treno: una valigia di cuoio, un pacco contenente alcuni scampoli di ricami Sangallo, un sacchetto di mele.
    Nella tasca della giacca: il passaporto, il portafoglio con un biglietto di solo ritorno e alcune banconote della Confederazione.
    Alle spalle sei mesi di lavoro nella Svizzera tedesca; davanti a sé la strada ferrata verso casa.
    Ancora poche ore ed avrebbe ritrovato i genitori e, forse, la fidanzata.
    Lui, a differenza di tanti altri, non era partito per fame e nemmeno per soldi, anche se a dirla tutta gli avevano assicurato che lì, nel paese di Guglielmo Tell (quello che aveva fatto passare al figlio Gualtierino la voglia di mangiare le mele) un operaio metalmeccanico specializzato come lui avrebbe senz’altro guadagnato bene, certamente più che in Italia.
    Né per fame, né per soldi: decise di partire perché lo avevano già fatto alcuni suoi amici e anche per il desiderio di una nuova esperienza.
    Si licenziò dall’officina aeronautica dove lavorava e via.
    Partì, ma non fu così semplice.
    Suo padre si mise di traverso;  della Svizzera, per di più tedesca, non voleva proprio sentirne parlare.
    No, proprio non capiva quella decisione affrettata, il lasciare un posto di lavoro sicuro, una vita tutto sommato comoda, per andare in mezzo ai crucchi; e pensare che il figlio qualche anno prima, durante la resistenza, aveva rischiato la vita per cercare di rimandarli a casa loro, i crucchi.
    Anche la sua ragazza lo minacciò:
    - Se parti, io ti lascio!
    Il giorno che a piedi andò alla stazione, non c’era nessuno ad accompagnarlo; il padre sino all’ultimo tentò di fermarlo strappandogli la valigia, ma poi, di fronte alla cocciutaggine del figlio, si arrese e lo lasciò al suo destino, salutandolo con affetto, e rabbia nello stesso tempo.
    Arrivato a destinazione, alcune persone lo accompagnarono nel villaggio dove vivevano gli immigrati italiani.
    Il caposquadra che lo prese in consegna parlò chiaro e disse che le nuove baracche non erano ancora pronte, quindi nel frattempo doveva dormire su, nel solaio; gli consigliò di usare la valigia come cuscino e non  per stare più comodo, come aveva pensato lui in un primo momento,  ma per evitare che nella notte sparisse.
    Alla fine, non contento, usò pure una scarica di parole ironiche per esprimere il suo punto di vista sulla decisione del ragazzo di venire a lavorare in Svizzera.
    Cominciamo bene, cominciamo proprio bene, pensò prima di addormentarsi.
    Restò solo alcune notti in quel dormitorio umido e maleodorante.
    Nei giorni successivi prese a girare il paese alla ricerca di una camera in affitto; per capire e farsi intendere da quelle persone, che parlavano una lingua di cui lui non intuiva nemmeno i punti e le virgole, si fece accompagnare da un amico che, avendo trascorso un lungo periodo di “villeggiatura“ nei campi d’internamento nazisti, parlava discretamente il tedesco.
    Niente da fare: appena capivano che era  italiano, riceveva  subito un secco rifiuto, spesso contornato da frasi per lui incomprensibili e che il suo amico rifiutava di tradurre, ma che, dal tono, si capiva bene non essere  di benvenuto.
    Strideva quell’atteggiamento con il famoso motto svizzero: “Uno per tutti, tutti per uno”.
    Era quasi  intenzionato a rinunciare, ma decise di  fare ancora un tentativo.
    Dalla strada vide un uomo indaffarato a pulire il giardino di casa e si avvicinò; mascherò la stanchezza e lo scoramento con un timido sorriso e poi, educatamente, domandò a quel signore se aveva una camera da affittare.
    L’uomo, con atteggiamento distaccato, gli chiese il passaporto; quando vide che non era del sud, e ci tenne a precisarlo, disse di sì.
    La ragione di quel sì però era un’altra, e l’avrebbe capita nelle settimane successive.
    La casa era strana: per quanto perfettamente in ordine e piena di mobili, pareva mancare di quella  sensazione di focolare, di vita a cui lui era abituato.
    Anche nella camera che il proprietario gli assegnò, percepì quella sensazione, e in ogni caso quella non era una stanza  per migranti.
    Non capiva, ma presto avrebbe compreso.
    L’uomo, impiegato della stessa fabbrica dov’era stato assunto lui, era una persona gentile, più nei gesti che nelle parole, perché parlava poco. Nel tempo però riuscirono, se non proprio ad entrare in confidenza, perlomeno a spezzare certi prolungati e imbarazzanti silenzi.
    Un giorno, tornando insieme dal lavoro, si fermarono in un bar e fu lì che l’uomo trovò il coraggio di raccontare quello che non avrebbe voluto dire, e lui ascoltò quello che non avrebbe voluto sentire.
    Poche parole, tirate fuori a fatica con una voce impastata dall’emozione; parlò di un figlio, l’unico figlio, perso alcuni anni prima, poi guardandolo in faccia aggiunse:
    - Si chiamava come te.
    Capì!
    Di colpo capì  perché l’aveva accolto in casa, l’atteggiamento paterno che aveva nei suoi confronti, quel piattino con una mela che tutte le sere trovava sul comodino della sua stanza, quel bussare delicato alla porta per dirgli che era ora di alzarsi e di andare in fabbrica.
    Di colpo capì, ma avrebbe preferito ignorare.
    Restò ancora alcuni mesi: il tempo di rendersi conto che quel lavoro non stava aggiungendo valore  alla sua vita,  che a parte l’amicizia con la persona che l’ospitava,  niente lo legava a quella terra.
    Il giorno che ripartì, l’uomo lo accompagnò alla stazione.
    Non gli chiese più di restare, come aveva fatto nelle ultime settimane, lo abbracciò e poi gli consegnò un sacchetto di mele.
    Non gli strappò la valigia di mano, come  fece suo padre alcuni mesi prima, ma in quell’istante, in quel preciso istante, ritrovò la stessa amara sensazione.
    Cercò d’immaginare lo stato d’animo, d’interpretare il groviglio di emozioni dell’uomo che aveva di fronte e vide un treno partire e, dal finestrino di una vettura, due ragazzi salutare; e sulla banchina una persona correre, in un vano tentativo di salire sul treno ormai in movimento.
    Cercò d’immaginare e provò dolore, e rabbia per un destino che stava togliendo a quel padre l’illusione di un secondo figlio.
    Provò dolore.
    E rabbia.

    Con una valigia,
    un sacchetto di mele,
    un biglietto di solo ritorno.
    Verso casa.

  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:12
    Il partigiano francese

    Come comincia: Guglielmo quella sera, come spesso accadeva da quando aveva trovato lavoro alla Rumianca di Pieve  Vergonte, si era recato, in compagnia di alcuni amici, a casa della famiglia di  Flora.
    Niente quella sera lasciava presagire ciò che di lì a poco sarebbe successo...

    La permanenza a Vanzone San Carlo, in alta valle Anzasca, dove si era nascosto per sfuggire ai primi bandi di arruolamento nelle file dell’esercito fascista della Repubblica sociale italiana, era diventata pericolosa.
    In paese Guglielmo non era il solo a nascondersi, con lui c’erano altri due ragazzi: il figlio del proprietario di una trattoria della zona  e un nipote del Podestà.
    Durante il giorno stavano insieme, ma la notte lui andava a dormire da una signora che abitava  fuori dal paese, in basso: quasi a ridosso del fiume Anza.
    La casa era fatiscente, piena di crepe e impregnata di umidità: segni evidenti di un destino d’abbandono.
    La proprietaria era molto anziana, o perlomeno così a lui sembrava, silenziosa come lo sono certe donne di montagna rassegnate alla  solitudine.
    Silenziosa ma ospitale: per cena, con quel poco che aveva nella credenza, preparava a Guglielmo qualcosa da mangiare, il più delle volte si trattava di una semplice zuppa.
    Una sera il podestà gli disse con modi decisi che quella notte non doveva andare a dormire dalla signora:  sarebbe rimasto in paese con il suo nipote e l’altro ragazzo.
    Il giorno successivo Guglielmo seppe che durante la notte c’era stata una retata dei fascisti.
    Avevano scoperto  che alla casa sul fiume facevano tappa delle persone (ebrei o ex militari) intenzionate a espatriare; giunte in quel luogo trovavano ad attenderle dei contrabbandieri  che, seguendo percorsi solo a loro conosciuti e spesso innevati,  le guidavano sino al confine con la Svizzera.
    Il podestà, per via della sua carica, era venuto a conoscenza dell’imminente  retata e  aveva deciso di salvare almeno  Guglielmo,  che altrimenti  sarebbe stato arrestato e con lui probabilmente anche gli altri  due ragazzi.
    Ma non era stato solo quello scampato pericolo a fargli  maturare la decisione di abbandonare Vanzone; ai primi bandi di arruolamento ne erano seguiti altri, ben più pressanti nei confronti sia dei  renitenti che dei loro familiari.
    L’unica possibilità per restare e mettersi al riparo, era di trovare lavoro in qualche attività o fabbrica considerata strategica dai tedeschi.
    Ma  in alta valle Anzasca la sola via d’uscita era un tunnel, o meglio una galleria: la miniera d’oro di Pestarena a  Macugnaga.
    Lì già lavoravano i suoi due amici, ma purtroppo quando si presentò (tra l’altro poco allettato dall’idea di fare il minatore) gli dissero che erano al completo e avevano chiuso le assunzioni.
    Decise allora di tornare a casa, anche per sollevare i genitori dalle minacce di gravi ritorsioni.
    Si presentò in caserma al distretto di Varese per arruolarsi, poi però, nel pomeriggio dello stesso giorno, scappò e risalì in valle Anzasca.
    La conseguenza fu che aggravò la sua posizione, perché da renitente diventò disertore.
    Nelle settimane  successive, sua cugina, maestra  in quei paesi di montagna,  riuscì  a  fargli avere una lettera di presentazione firmata dalla dirigente scolastica di Stresa.
    Con quella lettera si  recò alla Rumianca, una ditta chimica di Pieve Vergonte dove fu assunto come apprendista  manovale. 
    Iniziato il lavoro, grazie all’aiuto di Flora,  segretaria del direttore della fabbrica, riuscì ad avere l’esonero italo/tedesco che lo sollevava, almeno nell’immediato, dal pericolo di subire le conseguenze del suo essere disertore ai bandi della R.S.I.
    A Pieve,  Guglielmo ed Eugenio, un ragazzo di Omegna che  come lui non voleva combattere per i fascisti, trovarono rifugio in una baita appena  fuori dal paese.
    Una vecchia stalla di montagna per essere precisi: sotto il ricovero per le bestie e subito sopra, nel soppalco in legno, lo spazio per i pastori; su quelle quattro tavole contorte e sconnesse sistemarono due pagliericci per dormire.
    La baita, a  parte la porta d’ingresso, aveva solo un piccolo pertugio sul retro: utile via di fuga in caso di necessità.
    La sera, dopo il lavoro e prima di ritornare al loro rifugio, con cautela la casa di Flora li accoglieva: brevi parentesi di tempo in cui emergevano i racconti dei primi nuclei partigiani, e liberamente discutevano, progettavano, fantasticavano sul loro futuro di giovani ribelli;  ma soprattutto  ritrovavano quel clima familiare che avevano lasciato e di cui, principalmente nelle ore notturne, quando i pensieri si facevano pesanti, sentivano l’assenza.
    La casa della ragazza era situata sulla piccola piazza del paese, di fronte stavano  l’asilo e  un’osteria.
    Guglielmo in quel periodo non aveva ancora maturato la scelta di  aderire al movimento partigiano; era cresciuto in un mondo fascista, in una scuola fascista, ma provava fastidio per la divisa, le sfilate, le interminabili adunate, l’obbligo alle stupide esercitazioni della fine settimana.
    Trovava ridicoli i goffi e arroganti gerarchi locali in divisa con le aquile sul cappello a imitazione del capo, dell’uomo “mandato da Dio” che faceva scrivere sui muri, come fossero pagine della Bibbia,  le massime da ricordare.
    Da quelle insofferenze era scaturita la ribellione, il rifiuto netto a prestare sostegno alla R.S.I. e al suo esercito, e di conseguenza la decisione di lasciare il paese, la famiglia, gli amici.
    Avrebbe potuto spingere oltre la sua ribellione, ma l’Ossola in quei mesi  viveva  un periodo particolarmente difficile, che non aiutava a scegliere. 
    Il regime si stava di nuovo radicando sul territorio, faceva sentire la sua funesta presenza:  c’era stata la strage di Megolo, dove era stato ucciso il Capitano Beltrami e undici  uomini della sua formazione, e la dispersione dei movimenti Partigiani di Omegna e val Strona.
    Colpi duri da riassorbire, bisognava ricominciare praticamente da capo: trovare nuovi volontari, riorganizzarsi, decidere strategie diverse da quelle seguite sino a quel momento.
    In quel breve e precario periodo  non era strano trovare Partigiani allo sbando, che agivano individualmente o quasi, isolati geograficamente e politicamente dalle formazioni che nelle altre valli  alpine andavano crescendo.
    Per esempio a Pieve, sempre stando attenti a chi si aveva di fronte o alle spalle, si parlava di un giovanottone sui vent’anni che circolava sulle montagne che facevano da cornice ai paesi del fondovalle.
    Si diceva Partigiano, non apparteneva ad alcuna formazione, né si sapeva chi fosse, da dove venisse, forse d’oltralpe, non portava con sé documenti, per tutti era diventato “il francese”.
    Viveva girando tra le baite, dove riceveva aiuti dai valligiani; non aveva creato che piccoli problemi, appariva e scompariva, ma intanto la sua fama cresceva.
    La cosa dava parecchio fastidio ai militi del  comando fascista:  non potevano tollerare che al mito del Capitano Beltrami, ancora presente nonostante la sua morte, se ne affiancasse un altro.

    …Quella sera in casa di Flora il discorrere fu bruscamente interrotto da un susseguirsi rapido  di rumori provenienti dalla piazza:  prima il rombo di alcune camionette in arrivo, poi un crescendo di  voci alterate e spari.
    Avevano ucciso il francese.
    Il giovane ragazzo, sceso in paese, era entrato nell’osteria: per bere o per mangiare qualcosa, o forse più semplicemente per stare un po’ in compagnia.
    La spiata era arrivata subito al comando dei militi fascisti di turno, ai quali non sembrava vero di avere un partigiano così a portata di mano.
    Quando Il manipolo di uomini entrò nell’osteria con le armi spianate, il giovane tentò una disperata fuga; con un rapido scatto riuscì a scansare alcuni armati e ad uscire, ma quando fu sulla piazza una raffica di mitra fermò la sua breve corsa.
    Tornato  il silenzio Guglielmo aprì con circospezione la porta di casa: giusto lo spazio per potersi affacciare e vedere.
    Era una serata buia, le stelle e la luna, come in un presagio di dolore, avevano preferito volgere il loro sguardo altrove; una pioggia tignosa avvolgeva il tutto in un’oscurità angosciante.
    Solo un piccolo e solitario  lampione illuminava l’angolo della piazza; in quel cerchio di luce stava il giovane Partigiano.
    Era steso sull’asfalto con le braccia in avanti, le mani aperte e le dita che sembravano voler grattare l’asfalto, come in un estremo tentativo di fermare la morte; dal suo fianco  una macchia di sangue si allargava sul nero del catrame reso lucido dalla pioggia.
    Un cane,  dopo aver ripetutamente annusato il ragazzo, cominciò a leccare il sangue tiepido.
    Fu lasciato così tutta la notte.
    Guglielmo lo rivide il giorno dopo nella cappella mortuaria del cimitero:  un bel viso giovane contornato da una folta capigliatura e da una lunga barba, un corpo massiccio costretto dentro una cassa di legno grezzo.
    Ancora oggi a Guglielmo capita di visualizzare l’immagine di quella notte assassina: un orizzonte emozionale che  ogni volta torna a lacerare l’anima; ma nel momento in cui tutto accadde, qualcosa in lui cambiò.
    Dopo tanti racconti, discussioni, ragionamenti, fantasie, speranze, dopo tanta teoria,  per la prima volta gli capitava di trovarsi di fronte alla dura realtà di una morte violenta.
    Pensando alla rabbia vigliacca e spropositata con cui era stato freddato il ragazzo, alla sua giovane età,  alla speranza delusa e al dolore della famiglia, provò rabbia e desiderio  di riscatto: come se quel sangue offeso  fosse stato il suo,  come se la famiglia del giovane Partigiano fosse la sua.
    Doveva, dovevano tutti fare qualcosa, non potevano regalare il loro futuro alla follia senza speranza, a dei criminali seminatori di morte; quel ragazzo massacrato senza pietà urlava giustizia.
    Era giunto il momento di scegliere, di trovare il coraggio civile di ribellarsi e combattere.

    Dopo quel tragico evento maturò in lui la decisione di diventare Partigiano.
    Rimase in fabbrica e in paese ancora alcune settimane,  poi abbandonò tutto e salì in montagna.
    Su quelle alture trovò tanti giovani; altri e altri ancora arrivarono.

     

  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:08
    The king

    Come comincia: “Racconto libero con ironia”: così recitava il bando del concorso di narrativa.
    Visto che è libero, pensò, uno dovrebbe poter scegliere se far ridere, piangere o tutte due le cose insieme.  Lo mettevano di cattivo umore certi  accostamenti impropri di parole, del  tipo “Pranzo di lavoro” (o si lavora o si mangia, non si possono fare bene tutte due le cose insieme); oppure: “Divieto assoluto” ( ma un divieto non può essere relativo e se una cosa è proibita, è proibita e basta); o ancora: “Libertà vigilata” (ma se uno è controllato non è più libero).
    Quel titolo, “Racconto libero con ironia”, proprio non gli piaceva, ma nemmeno voleva passare  per uno incapace di accettare le sfide; decise quindi  di partecipare al concorso letterario e aprì lo schedario delle idee.
    Lo schedario altro non era che l’applicazione pratica di un metodo di lavoro consigliato da un noto scrittore americano agli aspiranti raccontatori; consisteva nello scrivere, titolare e archiviare in ordine alfabetico,  tutto quello che via via passava per la testa.
    Un po’ come fanno certi maniaci del fai da te, che conservano meticolosamente, nelle loro cantine trasformate in officine artigianali, viti, bulloni,  guarnizioni e quanto altro nel corso della vita potrebbe tornare utile;  il tutto naturalmente in un ordine perfetto fatto d’armadietti, cassette, scomparti. Vuoi mettere la soddisfazione di trovare una vite autofilettante a testa svasata  lunga due centimetri virgola cinque nel tempo di uno schiocco delle dita.
    Sfogliando l’archivio si rese conto che negli ultimi anni la sua mente aveva lavorato molto e che però alla fine, nei suoi racconti, ben poco era riuscito ad utilizzare di quel pacchetto di pensieri, battute, citazioni, modi di dire,  ricordi in lista d’attesa.
    Arrivato alla lettera T, sotto la voce Testate, trovò alcune schede; ricordava vagamente il contenuto di quei fogli. Decise quindi di rinfrescarsi la memoria,  e iniziò a leggere.

    Volevo afferrarla e spingerla più in alto, ma la corda dell’altalena nel ritorno si arrotolò.
    Il ripiano in legno del seggiolino mi colpì in fronte; sentii un colpo secco e subito dopo vidi tutto quello che stava intorno a me  tingersi di rosso.
    Mi ritrovai steso per terra, confuso, incapace di muovermi e con uno strano sapore di ferro in bocca.
    La suora si avvicinò correndo e poi, stringendomi tra le braccia, mi portò nel locale dov’erano sistemate alcune piccole brande per  il riposo pomeridiano.
    - Non è successo niente, - ripeteva in continuazione -  adesso ti medichiamo e poi potrai tornare a giocare.
    C’era preoccupazione ma anche dolcezza nei suoi gesti e nel  tono di voce, ed era la prima volta che succedeva.
    Odiavo quella suora, quella donna nera che, per impedirmi di disegnare le asticine con la sinistra, mi legava la mano alla sedia; e che quando poi  riuscivo a liberarmi e tornavo a scrivere nel modo che a me sembrava più naturale, diventava ancora più cattiva.
    A forza di urla e sberle tra capo e collo, imparai a scrivere con la destra, ma per quanto riguarda il resto continuai ad usare la “mano del diavolo”.
    Se ripenso a quella donna, non riesco a visualizzarne il volto; ricordo invece il calore del suo corpo in un giorno di primavera, e il gelo di tanti altri momenti.
    Un’escursione termica di sentimenti che  ancora oggi fa male.

      - Mai più una domenica con parenti  che hanno bambini piccoli! - dissi a mia moglie durante il tragitto verso casa.
    Faceva un caldo “a morte” quel giorno a Borgomanero e allora, per sopravvivere, ci rifugiammo in un bar dove almeno c’era l’aria condizionata; ordinammo una birra e per i bambini, alquanto agitati, un bel gelato.
    Così si calmano, pensammo.
    Prima di uscire mio figlio chiese e ottenne una bibita in lattina, che una volta fuori mostrò con orgoglio ai cugini.
    - La voglio anch’io! – gridò uno;  - anch’io la voglio! –  urlò l’altro; - anche me – disse piagnucolando il terzo, che ancora si pisciava addosso, ma sapeva bene come farsi capire.
    Per bloccare la crisi isterica collettiva che da lì a poco sarebbe inevitabilmente esplosa, decisi di tornare indietro  per comprare altre lattine.
    Entrai deciso nel bar, anzi non c’entrai proprio, perché non vidi che la porta, tutta in vetro e trasparente come un cancello aperto, era chiusa.
    Andai a sbatterci contro e sentii un dolore pazzesco, soprattutto al naso  per via del contraccolpo degli occhiali.
    Vidi il barista, i camerieri e tutti i clienti del locale girarsi verso di me e ridere apertamente.
    Oltre al dolore  anche l’umiliazione: era troppo!
    Con le lacrime agli occhi, la mano sul naso e una bestemmia trattenuta a stento, mi girai verso i pargoli e, con  voce decisa, gridai:  - Lo spettacolo è finito e anche le bibite! Si torna a casa!

    Accadde in  uno di quei periodi in cui le sole cose che non mancavano  erano i problemi.
    Casa, lavoro, soldi, famiglia, politica: tutto sembrava rotolare verso un fondo valle d’incertezza.
    Non ero molto socievole in quel periodo, faticavo ad ascoltare gli altri, soprattutto quando aggiungevano i loro problemi ai miei.
    Cercavo soluzioni e trovavo confusione; si, la testa era attaccata al collo, ma stava sempre altrove.
    Insomma, per farla breve, non  era proprio una situazione da “Mulino Bianco”.
    Ero già salito sul motorino per tornare  al lavoro.
    - Beh non si saluta? - Gridò mia moglie dalla porta di casa.
    Beccato!  pensai.
    Alzai il cavalletto del motorino e tornai verso di lei; quando la baciai sentii un rumore strano; la vidi ritrarsi e colsi sul suo viso una strana espressione di sorpresa, quasi di dolore.
    Ripensai al  faticoso  momento che stavamo vivendo, ai problemi irrisolti, alla mia perenne distrazione; pensai a tutto ciò in un vano tentativo di comprendere le ragioni di quel dolore improvviso, di quell’allarme del cuore.
    - Ti voglio bene, - disse mia moglie – però la prossima volta ricordati di togliere il casco.

    L’ufficio dove lavoravo aveva chiuso e da un paio di mesi ero stato assunto come operaio in un magazzino; la mansione principale consisteva nello scaricare merce dai container.
    Si lavorava all’aperto, con qualsiasi tempo, ma quello, almeno per me, non era l’aspetto peggiore, il problema principale era la fatica fisica, a cui non ero abituato; e poi non avendo esperienza e la giusta manualità alla fine sudavo il doppio.
    Un giorno mi sporsi dalla ribalta per vedere se la porta del container era tutta aperta; non lo era, e me n’accorsi perché ci picchiai contro la fronte. L’impatto mi aveva quasi tramortito, ma ero ancora in prova e non potevo permettermi il lusso di un infortunio; cercai quindi di mascherare il dolore.  Le preoccupazioni iniziali dei miei compagni di lavoro si trasformarono quasi subito in risatine e battute ironiche. Il camionista poi volle esagerare e affermò che tornando in sede si sarebbe fermato dal carrozziere per quantificare i danni al portellone.
    Era genovese e si sa,  i genovesi sono tirchi: guai a rovinargli qualcosa che gli appartiene.

    Sono ad una  festa natalizia,  in uno di quei luoghi che accolgono persone che non hanno avuto la fortuna di nascere sani come Gesù bambino e che la croce, nel corpo e nell’anima, la portano dal primo giorno di vita.
    Tra loro intravedo un ragazzo con un casco da pugile in testa; mi spiegano che spesso,  così, all’improvviso, sviene e cadendo picchia la testa:  ecco spiegato il perché di quella protezione.
    Io non resisterei un giorno in questa residenza per figli di un Dio distratto, e mi rendo conto del valore che le operatrici che ci lavorano aggiungono alla vita delle persone che assistono.
    Penso, mentre le osservo,  che c’è fatica nel loro mestiere, se così si può definire, visto che ci mettono anche  una buona dose d’amore, e  non  potrebbe essere altrimenti.
    Se poi è vero, come ho sentito dire, che si può voler bene al mondo, ma non si possono amare più di cento persone nel corso di una  vita,  allora vuol dire che gran  parte di quel patrimonio del cuore loro  lo stanno donando a chi sta lì. Penso anche, con una punta d’ironia, d’aver trovato uno che in fatto di capocciate mi supera alla grande. La conferma arriva subito dopo,  perché quando il ragazzo si gira sul casco di gomma  leggo: “The King“.  Non ci sono dubbi:  è lui il re delle testate.

    Il giorno dopo trascrisse al computer  tutte le cartelle in un solo testo, che poi stampò.
    Di più non sapeva cosa aggiungere a quel racconto; rimaneva però  una riga vuota e allora, prima di  chiuderlo nella  busta e spedirlo all’indirizzo dei promotori del concorso, in quello spazio scrisse:
    “  Racconto libero…  ironicamente testato “.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:31
    Un week end al mare

    Come comincia: L’automobile correva agevolmente lungo la strada ondulata. I saliscendi si facevano più accentuati, mentre valicavano le alte colline, dietro alle quali si sarebbe aperto all’improvviso il paesaggio marino.Il potente motore della berlina famigliare divorava la strada silenziosamente.
    Mario guidava con perizia e tranquilla sicurezza, la moglie Giulia, al suo fianco, leggeva assorta una rivista di moda e design.
    Da quanto tempo non facevano un week end da soli? Una vita.
    Anni e anni, sacrificati per i figli. Okay, era stata una bella vita la loro, piena di soddisfazioni, professionali e famigliari. Quasi 25 anni di matrimonio. Chi l’avrebbe mai detto, pensava Mario, il giovane ribelle idealista, e anche parecchio coglione, che diventava compagno affidabile, buon padre di famiglia, brillante architetto.
    Evviva Evviva!
    Finalmente i figli, Luca e Patrizia, erano abbastanza grandi da voler fare le cose per conto loro. Del resto la natura faceva il suo corso, si erano detti i due coniugi, ancora piacenti a quasi 50 anni. Dovevano dare fiducia alla prole, e sperare che non combinassero guai troppo grossi, o addirittura irreparabili.
    19 anni Luca, 16 Patrizia. Che strano vederli così grandi, così indipendenti, così protesi verso il mondo esterno. Faceva quasi male al cuore accorgersi, un giorno dopo l’altro, che i loro interessi li trascinavano via da loro, dalla famiglia, dalla casa. Ma era la natura, si poteva solo accettarlo.
    E finalmente avevano incominciato, Mario e Giulia, ad avere un po’ di tempo per loro, un po’ di libertà. Quell’anno sarebbero partiti per le vacanze separatamente, genitori e figli, per la prima volta. Che avvenimento, una svolta epocale per la famiglia.
    Intanto, per abituarsi all’idea, i due coniugi iniziavano appunto a farsi qualche fine settimana da soli. La stagione era ormai calda e il mare non lontano, quindi avevano approfittato delle gite scolastiche di fine anno per staccare anche loro dalla città.
    Giulia aveva scelto quel paesino di riviera, per concedersi due giorni di sole, mare, ristorantini romantici e pace, pace, pace.
    Uscendo dall’autostrada l’orizzonte marino, splendente, li incitava a raggiungere la costa, pieno di promesse ed energia. Mario si sentiva rinvigorire, quasi fosse di nuovo giovane e il tempo e la vita passata non fossero che una fantasia sfrenata dalla quale riemergeva ventenne.
    Ricordava le molte scorribande, con gli amici di un tempo, in moto e in macchina, verso la riviera, con i suoi locali, le sue spiagge, le ragazze.
    Un groppo alla gola gli impedì di accennare a sua moglie, entrando nel paesino, che gli sembrava di esserci già stato, chissà quanti anni prima.
    Il groppo ingrandì e gli annodò la lingua, mentre come un relitto raccapricciante, riemergeva dalla memoria quella storia di tanti anni prima.
    Riconosceva il luogo, seppure cambiato in molti aspetti. Aveva corso per quella stradella costiera, con la sua moto, scappando.
    Dio! Quanti anni prima? Aveva diciannove, vent’anni. L’età di suo figlio. Dio! Come aveva potuto dimenticare per tutti quegli anni, la porcheria che aveva fatto?

    All’ incrocio per immettersi nella via principale, Mario non vide lo stop. L’automobilista che arrivava da destra, per fortuna, era attento e con un lungo colpo di clacson lo riportò alla realtà.
    Giulia fece un salto sul sedile ed emise un grido, portando la mano verso il cruscotto per istinto.
    Lui inchiodò in tempo e strinse il volante. Raramente gli accadeva di distrarsi alla guida. Si scusò con l’altro guidatore e rivolse uno sguardo contrito alla moglie.
    Per fortuna l’albergo era ormai dietro l’angolo. Entrò nel parcheggio e spense il motore con sollievo. La testa gli ronzava, il ricordo di quella notte infame emergeva a poco a poco in tutti i dettagli.

    Con chi era? Con Paolo, detto Pablo, e con Franz, sicuramente. Erano stati amici per tutta l’adolescenza, poi si erano persi all’improvviso. E adesso capiva, ricordava il perchè. Per quella notte brava, notte vigliacca, notte stupida.
    Erano arrivati sulla costa con le moto, pieni di entusiasmo e ormoni.
    Mentre entravano nell’albergo, Mario occhieggiò dalla vetrata. Giulia gli rivolse uno sguardo sornione e complice, pensando che il suo fedele e adorabile marito stesse già assaporando la sabbia e il mare.
    Ma lui invece cercava di cogliere dalla memoria i particolari di quella notte, di orientarsi. Era successo in spiaggia quel fatto orribile, se lo ricordava bene adesso. La ragazza si era dibattuta, mentre lui le alzava la gonna  e le palpava le cosce. Erano un po’ ubriachi entrambi, ma non era certo una scusa per quello che aveva fatto. Lei aveva cercato di respingerlo per un po’, inutilmente.
    Lui le aveva strappato via le mutandine e l’aveva penetrata a lungo. L’aveva lasciato fare, probabilmente terrorizzata e paralizzata
    Dopo l’orgasmo era rimasto alcuni istanti su di lei, immobili e ansimanti entrambi.
    Poi si era alzato di scatto e, riabbottonandosi i pantaloni si era allontanato in fretta. I suoi amici dovevano essere ancora in giro, poco lontano. Aveva vagato, stordito dall’alcol, fino a raggiungere la moto, ed era fuggito via, vigliacco infame, lasciando la ragazza, di cui non ricordava neanche il nome, stesa sulla sabbia. Ma il viso sì, lo ricordava, era bruna, con il naso piccolo e le labbra turgide dei vent’anni, gli occhi blu e gli zigomi alti. Era splendida. E lui aveva ceduto alla libidine come una bestia.

    La mano di Giulia si posò sulla sua spalla e lo riscosse dall’incubo. Nel vederlo così distratto e turbato, gli domandò che avesse. Lui se la cavò con una strizzata agli occhi e una debole spiegazione, riprendendo all’istante il suo antico ruolo di uomo maturo e consapevole.
    Salirono in camera e si concedettero una bella doccia, indossarono i costumi da bagno e scesero in spiaggia. Il sole era alto e cocente, l’aria leggera e frizzante.
    Per tutta la restante mattinata si crogiolarono al sole, assaporando la ritrovata libertà. La sua compagna di tanti anni era ignara ed eccitata, sentiva la sua pelle calda contro la sua, le sue carezze affettuose sulla schiena. Era un idillio, turbato però dalla nuvola nera del ricordo.

    Decisero di cercare un bel ristorante e si avventurarono per le stradine laterali del borgo.
    Mario si aggirava con fare guardingo, gli occhiali da sole mascheravano i suoi occhi spaventati e dolorosamente colpevoli. Per un attimo pensò di fingere un malessere e convincere Giulia a rientrare in città, ma si rese conto che la cosa non sarebbe stata credibile e inoltre avrebbe preoccupato la sua dolce metà, inutilmente. Il ricordo era ormai riaffiorato e non poteva farci nulla, solo conviverci e sperare che col tempo sarebbe risprofondanto nell’oblio.

    Giulia, come sempre più decisionista e intraprendente del suo creativo e un po’ distratto marito, addocchiò il delizioso pergolato di un ristorante e, preso per mano l’affannato compagno, lo condusse nell’ameno giardino.
    Seduti all’ombra, con la fresca brezza di inizio estate che li carezzava, Mario cercò di rilassarsi e scacciare il suo orribile fantasma. Quel che era fatto era fatto, in fondo, pensò, non aveva mica ammazzato nessuno. Era stata una bravata, una ragazzata, un attimo di incoscienza, di follia, nella vita di un uomo integerrimo.
    La tranquillità del luogo, la bontà del pranzo di pesce, e la dolce allegria della consorte, riportarono l’architetto a uno stato d’animo più sereno. Sembravano tornati ai tempi del fidanzamento, si tenevano per mano, seduti al tavolo, come una giovane coppia appena colta dalle frecce di cupido.

    Mario fece cenno al cameriere di portare il conto, questi gli consegnò un foglietto e lo informò che si pagava alla cassa uscendo. Quindi chiesero ancora un limoncino e si godettero la pace della riviera e l’intorpidimento della pancia piena.
    Infine si alzarono e si avviarono verso la cassa, posta all’ingresso principale del ristorante.
    Quando Mario alzò gli occhi dal portafoglio la carta di credito gli scivolò dalla mano irrigidita dall’orrore. Lei era lì, davanti a lui, alla cassa. Lo guardava sorridendo con la cordialità professionale e la tranquilla autorità della padrona. Lei, era lei, Cristo Santo! La mente di Mario fu sbaragliata da una vertigine, temette di svenire e si appoggiò d’istinto alla moglie. Lei si accorse del malore e così pure la ristoratrice. Lui si riprese, e rassicurando moglie e antica vittima, pagò e si diresse verso l’uscita. Giulia gli trottò dietro e lo abbracciò alla vita.
    Ipotizzando che forse il primo sole, dopo tanto stress di vita cittadina e lavoro, aveva squinternato il suo adorabile compagno, consigliò di ritirarsi in albergo a riposare. Mario si disse d’accordo, ma costrinse l’esuberante e instancabile moglie a non rinunciare al pomeriggio di mare. Era solo lui ad avere bisogno di riposare un paio d’ore, l’avrebbe raggiunta in spiaggia più tardi.

    Sdraiato sul letto, Mario, vagava con la mente, in uno stato di ipnotica schizofrenia, tra la reale, concreta, durevole, ineccepibile esistenza dell’architetto, padre di famiglia, devoto marito, e quel bestiale episodio, quel momento di giovanile follia, che pareva, da solo, confutare e falsificare tutta la sua intera vita.
    Il senso di colpa gli arrivava a ondate sempre più forti, provocandogli palpitazioni e sudori freddi. Fu sul punto di affondare la faccia nel cuscino e scoppiare in un pianto dirotto. Come poteva un uomo ridursi in tale stato? Come poteva aver fatto ciò che ricordava bene, adesso, di aver fatto, e averlo rimosso per tutti quegli anni?
    Si alzò meccanicamente dal letto, con il cervello annebbiato, infilò le scarpe e uscì in fretta dall’albergo. Il sole del primo pomeriggio cercò di richiamarlo all’atmosfera estiva e gaudente dell’estate, inutilmente.

    Camminò in fretta fino al ristorante. A pochi metri dall’ingresso si bloccò terrorizzato. Vedeva dal vetro la padrona, la ragazza di un tempo, la sua vittima, tranquillamente al lavoro dietro al bancone, che faceva il conto della mattinata di lavoro.
    Per alcuni istanti l’uomo si molleggiò sulle gambe, come un atleta che debba prendere una decisa e risoluta rincorsa. Fece i pochi passi che lo separavano dalla porta, la aprì ed entrò.

    Gli occhi della donna si sollevarono, blu come allora, pieni di vita come allora, e lei gli sorrise.
    Mario si avvicinò al banco e rimase fermo a guardarla con la faccia imperlata di sudore e l’espressione sconvolta. La ristoratrice notò il disagio, forse il malessere, e gli domandò se avesse bisogno di aiuto.
    Lui disse di no, poi le chiese, con la voce tremante se si ricordasse di lui, di tanti anni prima.
    La donna arrossì un poco e la sua testa compì un gesto d’assenso, ripetuto più volte, mentre lo fissava negli occhi, alzando il sopracciglio. A Mario parve lo sguardo della condanna e si sarebbe buttato in ginocchio ai suoi piedi, se non ci fosse stato l’alto bancone a separarli.
    Dopo istanti che sembrarono congelati, lei gli disse :

    “ Mario. Non mi sono dimenticata di te, sai? Ti farà ridere magari adesso, ma sei stato il mio primissimo amore, e il primo con cui sono stata. Me lo ricordo bene, in spiaggia, quella notte, che pazzi siamo stati. Ma eravamo così giovani, e tu eri così bello...”

    L’uomo era ghiacciato davanti al viso della donna, non riusciva  a capire se le parole che sentiva fossero reali, o frutto del suo allucinato bisogno di perdono e di espiazione.

    “ Mi dispiace che tu sia scappato via quella notte, avremmo potuto essere felici insieme. Sono stata maldestra, mi sono vergognata come una ladra, per la mia inesperienza, per la mia incapacità. Dio che figura!”
    Si portò le mani al viso, arrossendo ancora di più.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:30
    Una ronda non fa Primavera

    Come comincia: “Capocchione!”

    “Presente!”

    “Bellimbusti!”

    “Presente!”

    “Solimano!”

    “Presente!”

    “Bravi i miei volontari della sicurezza” – Il felp-maresciallo Rotondi passò in rivista la sua truppa, con evidente compiacimento.
    I militi del servizio ronde per la sicurezza, impettiti nelle loro divise nuove fiammanti, facevano a gara a tenere dentro la pancetta ed esibire sguardi marziali.

    “Il vostro turno di guardia inizia alle 9.30, ora locale di Santa Maria di Castello. Cioè adesso! Rompete le righe!”

    I tre prestanti italiani corsero verso l’oscuro e pericoloso territorio dei vicoli di Genova. Era venerdì, serata di movida per i locali del centro storico.
    Già gruppetti di universitari e sfaccendati di varia estrazione ed età, si aggiravano per le stradine buie e maleodoranti.
    Un vento africano, rovente e umido, spazzava la città, illudendo i genovesi in un agognato temporale che rinfrescasse l’agosto metropolitano.

    Discendendo per la mattonata che da piazza Sarzano giunge in piazza delle erbe, centro nevralgico della vita alcolica e trasgressiva dei nottambuli genovesi, i tre arditi volontari procedevano con cautela, gli occhi fissi al selciato irrimediabilmente cosparso di eiezioni canine.
    I cassonetti della nettezza urbana, emanavano i loro effluvi nauseabondi, come carcasse di zebra nella savana.

    “Capocchione” – Sussurrò Solimano – “vedo un assembramento di negri all’angolo. Stanno cercando di mimetizzarsi nell’ombra, ma distinguo fiammelle sospette e mi giunge alle narici un odorino un po’ troppo aromatico”.

    “Spacciatori!” – Bellimbusti si erse in tutto il suo metro e sessantacinque, brandendo nella destra lo spray al peperoncino e nella sinistra la micidiale pistola elettrica.

    “Bellimbusti! Metti via quella roba, che è illegale. Se ce la beccano altro che ronde, ci portano a noi in questura. Dobbiamo agire come angeli custodi, non come squadristi vecchio stampo”.

    Lo slancio di Bellimbusti si mutò in una contrita espressione di vergogna.

    “Inoltre” – continuò Capocchione che, per nome e per carisma, era il più autoritario dei tre – “Ho giusto finito la mia scorta di fumo, andiamo a fare un po’ di spesa”

    “ma...ma...” – cercò di ribattere Bellimbusti - “ma come...tu? La droga...”

    Capocchione e Solimano si guardarono ridendo – “ Seee..see...il cane, il gatto e noi...” – presero il focoso collega per le braccia e lo sospinsero verso il variopinto gruppo di africani.

    “Ahò Mohamed! Come butta?!” – interloquì Capocchione scambiandosi uno schioccante “cinque” con un alto e dinoccolato maghrebino.
    “Caposcione!” – salutò di rimando – “benvenue, è da un po’ che non ti vedo”

    “Ehhh, sai com’è Mohamed, sono molto impegnato, tra le ronde, il banco al mercato, il divorzio, l’amichetta che rompe, non riesco più a rilassarmi.”

    I due si presero braccio a spalla e si allontanarono, mentre il resto della squadra vigilante si intratteneva con il folto gruppo di immigrati.

    “Bella divisa” – li apostrofò un nerissimo congolese, con chioma rasta e tunicona sgargiante – “sembrate operai dell’autostrada, vi si vede a un chilometro di distanza”

    Solimano intanto aspirava come un Folletto le volute di denso fumo che aleggiavano nell’aria. Un altro immigrato, notando lo sforzo eroico, allungò al milite un cannone appena acceso.
    Sotto gli occhi atterriti di Bellimbusti, Solimano tirò due lunghe boccate e passò lo spinellone al collega.

    “Dai Bellimbusti, fatti due tiri, che la nottata è lunga”

    “Ma..ma...Solimano...anche tu...”

    “E daje...ma da dove sei uscito? Non lo sai che ormai fumano tutti, preti e poliziotti compresi? E noi che saremmo? I gonzi della città?”

    L’ardimentoso vigilante si lasciò convincere e, mentre Capocchione tornava sorridendo a braccetto di Mohamed, diede giù di polmoni, inspirando una bordata di marocchino.
    Gli occhi gli si fecero rosso fiamma, e così pure il viso. Per qualche secondo rimase immobile, incurvato sotto la pressione interna, poi con un rumore di lavandino intasato, rigettò in un’unica soluzione, fumo, cena, catarro e forse anche una palla di pelo.
    Tutto il gruppo di immigrati e italiani, fece un salto indietro all’unisono, come un passo di danza popolare ben eseguito, sottraendosi alla fontana fisiologica che sgorgava da Bellimbusti.

    Riavutosi il coraggioso milite, la ronda potè riprendere, anche se decisamente più dondolante e meno impettita di prima.
    I tre cittadini si addentrarono nella crescente folla della movida, con gli occhi semichiusi e la lingua secca come il deserto del Negev.

    “Bellimbusti! Urge abbondante bevuta, vai a prendere tre birre!” – Ordinò Capocchione, ormai assurto a Cesare condottiero del coraggioso manipolo.

    Il sottoposto si guardò intorno, esitando tra le varie opzioni, sulla piazza si aprivano ben sei locali, tutti affollati e luccicanti e musicati. Optò per il più vicino, constatando che le gambe non sembravano vigorose come al solito.

    In attesa degli approvvigionamenti, i due volontari dell’ordine si disimpegnarono dalla folla accalcante, muovendo strategicamente verso una gradinata, di fronte alla pizzeria “Casablanca mon amour”. Lì stavano seduti e acquattati alcuni punkabbestia, presenze ormai tradizionali, coi loro numerosi quadrupedi di razza indefinibile.
    Appena Capocchione e Solimano si accostarono alle scale, due dei più grossi animali da compagnia, gli saltarono addosso sbraitando.
    I militi si ritrovarono sdraiati sotto alcune decine di chili di carne fremente e sbavante. I loro anarchici padroni si slanciarono per separare uomini e cani e, con gran fatica e urla belluine riuscirono nel salvataggio.

    “Disgraziati” – Urlò Capocchione – “bestie del genere vanno tenute al guinzaglio, alla catena, anzi andrebbero terminate!”

    “Ah bbello!” – rispose uno dei nomadi metropolitani – “guarda che sti qua erano cani dell’antidroga, li abbiamo barattati da un ispettore della Dia, per un etto di pakistano” – spiegò tra le risate generali – “se vi hanno assalito è che hanno sentito l’odore de robba. Che...c’avete da fumà?”

    Mentre il grande Cesare Capocchione ricomponeva l’onorata uniforme, Solimano rimaneva a terra ansante e balbettante per lo spavento.
    Fu preso e tirato su, intanto Bellimbusti si precipitava con tre bottiglie di birra gelata, in soccorso dei valorosi compagni.

    “Che succede?!” – esclamò – “Questi selvaggi vi hanno assalito? Chiamo rinforzi?”

    “Calma Bellimbusti” – Spiegò Capocchione – “Non è successo nulla, solo un malinteso”. E presa una bottiglia se la scolò d’un fiato.
    La bevuta si protrasse per buona parte della serata. Bellimbusti fu visto fare la spola tra il bar e la gradinata, come un vivandiere dell’esercito.
    Intanto, alla birra generosamente offerta dai ragazzi, si mischiava l’apporto fumereccio di Capocchione & C.

    È notte fonda ormai nei caruggi. Il silenzio ha finalmente riconquistato le antiche stradine. Il vento del sud gioca, birichino, con i bicchieri di plastica e le cartacce.
    In lontananza si ode echeggiare un vocìo. Dopo pochi secondi sbucano Capocchioni, Bellimbusti e Solimano, schierati, abbracciati, ondulanti e felici :

    “Anvediiii...ce sta la rondaaaaa....sta attenta bella biooondaaaaaa!!”

    Un fragoroso sciacquìo si riversa, come una cascatella alpina, dall’alto di una finestra, inondando i tre volontari di una miscela maleodorante.

    “Miaaaa! Leggèèèreeeee! Sono le cinque del mattinooooo!”

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:28
    Un amore al crepuscolo

    Come comincia: Un amore nebbioso, umido, di flebile lucerna a petrolio. Un amore che sa di minestra di verdure e cucchiaio di legno. Amore vestito di lino consumato, reso liscio dagli anni, scolorito dal tempo.
    Questo ho trovato, alla fine della mia strada. In un borgo infossato in un canalone, tra le colline di una regione scoscesa e ostile. Il selciato deformato, come fosse quasi pasta di pane, dai secoli di passi lenti e pesanti. Lo scrosciare dell’acqua, giù per le gore, tra le radici degli alberi.
    I muri delle case ormai deserte, screziati di muffe verdi, intonaci marroni, rattoppi grigi e porosi.
    Mai avrei pensato, immaginato, di fermarmi qui, tra le braccia di una donna ormai matura, come me avanti negli anni, come me rimasta indietro nella vita, al di fuori del tempo.

    Sono giunto al piccolo paese fantasma, in una notte di Autunno. Il vento scomponeva il paesaggio, alberi, foglie, versi di animali notturni, stridii di infissi antichi e malfermi, tutto si spezzava e si sovrapponeva al mio viaggiare irriverente e abbandonato.
    Fuggivo dalla mia città, dal mio passato, dalla mia stessa identità. Un’intera vita di illusioni e delusioni scrollava sulla mia anima la polvere oscura del fallimento, da sempre.
    Potevo solo fuggire ormai, e andare incontro alla morte, alla fine di tutto, di me stesso. Mi arrendevo alla mia incapacità, senza più cercare colpe e demeriti. Ero soltanto un uomo, ormai di mezz’età, eppure ancora fragile e ingenuamente idealista, come un adolescente aberrante.

    La porta della locanda, come non ne vedevo dall’infanzia, o forse che avevo visto soltanto al cinema, o nella mia immaginazione, era di assi consunte e sconnesse. Il pavimento di legno vecchio richiamò alla mia mente l’odore e l’immagine di un incrongruo baretto, nel giardino dell’infanzia.
    Entrai a capo chino, come si addice a un fallito, a un oscuro fuggitivo, reietto dal mondo, senza speranza di trovare più un luogo dove vivere.
    Mi credevo di passaggio, in quel tenebroso borgo antico, abbandonato ormai, quasi disabitato.
    Trovare una locanda, di così antica struttura, mi sorprese. La decadenza dell’edificio, la ruvidità dell’arredamento e dell’odore di cavolo bollito e carne arrostita alla fiamma, erano specchio preciso al mio sentire, a tutto il mio essere espulso dalla realtà.

    Lei mi guardò da dietro il bancone, di legno pesante e scuro, levigato da vite intere di strofinii. I capelli raccolti in una crocchia, il camicione bianco, largo e pieghettato, sulla grande gonna di panno scuro, umile, grezza e pulita, profumata di lavanda. Si asciugò le mani, forti e disarmate, nel grembiule a fiori. Il suo viso era solido, dagli zigomi alti, arrossati dal calore della cucina. Gli occhi, neri e profondi come una notte infinita, mi guardarono e piccole luci ammiccarono lontane, dalle profondità della sua anima antica. Accennò un sorriso vedendomi, il petto abbondante le si alzò, in un respiro di sorpresa. Non so come apparissi al suo sguardo di donna matura e piacente, grassa e generosa, di poche parole e di grandi sentimenti.
    Mi servì la cena al tavolo più piccolo, nell’angolo vicino al camino acceso. Mi riscaldavo alla fiamma e al cibo semplice, d’altri tempi. Portò la scodella di minestra, il pane, il vino, la carne arrosto e le verdure. Non c’era nessun altro nella locanda, il vuoto del mondo riempiva i nostri silenzi, i nostri sguardi, le nostre poche parole, dette a filo di voce, come temessimo di rompere un fragile incantesimo.

    Vivemmo insieme i nostri anni della maturità, e poi della vecchiaia, in quella casa isolata. Nessun altro giunse mai più alla locanda, nessuno disturbò i nostri cuori innamorati, esausti del mondo. Di giorno il sole percorreva il canalone, accompagnando le nostre ombre nei semplici e umili lavori di campagna. Di notte il vento e le piogge cullavano le nostre anime assopite, in attesa di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte della vita.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:27
    Rinaldo in campo

    Come comincia: Ebbene sì, Rinaldo, 50 anni, italiano, etero, distrutto nel corpo e nella mente in pari misura, da oggi è disoccupato.

    Ma Rinaldo non è tipo da smarrirsi così facilmente.
    Memore del gran gesto del Magnifico Premier, in tempi ben più che sospetti, ha deciso: scende in campo.

    Non per darsi alla politica ovviamente, ma per trovarsi un altro straccio di lavoro.

    Sua moglie Brad-amante, come al solito è appiccicata fin dall’alba alla tv, a guardare e riguardare tutti i film con l’international sex symbol.

    Rinaldo non è propriamente un animale da letto, o meglio lo è ma di tutt’altra specie, più simile alla marmotta che al leone.

    Ecco dunque il nostro eroe prost-moderno (qualche problema di minzione non lo scoraggia di certo) avviarsi lesto e propositivo all’ufficio collocamento, pardòn, Agenzia per l’impiego.

    Giunto alla soglia della benevola istituzione, la custode lo accoglie con un largo sorriso, gli apre la porta e lo invita ad accomodarsi nel salottino.
    Rinaldo si siede, con aria dignitosa e fiduciosa.
    Dopo due minuti, un’altra inserviente, assai giovane e carina, gli porta un delizioso caffè e alcuni pasticcini, per allietare l’attesa del candidato.

    Mentre la musica, diffusa da un grandioso impianto Bank-Hollofsen, spande nell’aria note di ottimismo, Rinaldo conversa amabilmente con gli altri ospiti della prestigiosa istituzione.

    Preso dalla lieve ansia che tutti ci accompagna, di fronte alle sfide della vita, e forse anche dallo stimolo del caffè, l’intestino del nostro buon Rinaldo manda inequivocabili segnali di incipiente evacuazione.
    Un’altra signorina, molto professionale, accompagna il cittadino Rinaldo alle toilettes.
    Grandiose, i marmi splendenti e le rubinetterie di marca invitano le trepidanti chiappe ad accomodarsi e rilassarsi sulla tavoletta ergonomica. Il bidè rinfresca l’orifizio, abituato a ben altri trattamenti; la carta di prima qualità lo accarezza e lo deterge.

    Tornato nel salottino, una premurosa psicologa lo prende per mano e gli domanda se va tutto bene. Rinaldo è perfino imbarazzato da tanta attenzione, frutto del “new deal italiano” dettato con amore paterno dal Magnifico Premier.

    É il suo momento, viene introdotto nell’Ufficio Valorizzazione Umana.
    Nella grande sala, arredata con modernissimo design, viene fatto accomodare su una poltrona dirigenziale in vera pelle. Di fronte a lui, in amichevole atteggiamento, sono schierati quattro professionisti delle risorse umane.
    Vengono distribuiti flute di champagne e tartine, per rompere il ghiaccio e creare l’atmosfera più adatta.

    Uno dei consulenti sfoglia, o meglio ricompone, lo spiegazzato Curriculum di Rinaldo. Poche righe scritte a macchina, con molti errori e sbianchettature.

    “Carissimo Rinaldo” – esordisce con voce entusiasta
    “ Un curriculum di tutto rispetto, il suo. Vedo che è stato per ben 25 anni usciere della Bartoletto e Cazzabubbole inc., niente male davvero!”
    Lo sguardo quasi ammirato dei consulenti e gli ammiccamenti che si scambiano, riempono Rinaldo di orgoglio e ottimismo.

    “ E prima ancora, negli anni giovanili, addirittura venditore di libri porta a porta, e perfino una stagione come animatore a Scem-al-shake. Lei è una persona veramente dotata e versatile. Di più, direi eclettica”

    Per alcuni minuti i quattro maghi del lavoro si consultano, scambiandosi fogli, pareri e proposte.
    Infine il team leader, depone davanti al candidato un foglio, fresco di stampante, con le opzioni possibili al momento.

    Rinaldo lo porta davanti al viso, inforca i suoi occhialini e legge.

    Vice-direttore del marketing....bla bla bla
    Consulente Senior...bla bla bla
    Capo settore...bla bla bla
    Docente materie tecniche...bla bla bla

    Il viso gli si fa tutto rosso, nel tentativo di capire le mansioni specifiche degli impieghi proposti.
    I consulenti, notando la sua empasse, arrossiscono a loro volta e domandano, in un moto generale di eccitazione, se le proposte che gli hanno presentato lo hanno forse offeso nella sua dignità professionale; specificando che si tratta soltanto delle prime opzioni, una bozza di lavoro.

    Rinaldo, dopo essersi ripreso un pochino e aver tracannato ancora un flute di champagne, riesce ad aprire bocca e a dichiarare, con mirabile modestia, di non essere qualificato e non sapere assolutamente nulla delle posizioni lavorative che gli stanno proponendo.

    Alle sue parole, gli esperti scoppiano in una risata liberatoria.

    “Ma caro Rinaldo, adesso è tutto diverso. L’Italia è diventata tutto un altro paese. Agli italiani soltanto lavori di alto livello. Si punta tutto sulla valorizzazione della capacità e della creatività dei nostri concittadini. Basta lavori di merda, quelli li lasciamo tutti agli extracomunitari, che devono farsi le ossa e meritarsi l’inserimento nella nostra magnifica e rinascente nazione”

    Il nostro eroe esce dall’Agenzia per l’impiego, con in mano un fascio di contratti, da portare a casa e valutare con calma. Si sente leggero e pieno di energia. Perfino l’idolo sessuale della moglie gli appare sbiadito e ridimensionato. Stasera festa, Rinaldo è sceso in campo!

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:25
    L'ultima partita

    Come comincia: Va bene. Ancora due nemici da sconfiggere. Uno l’ho già affrontato, so che riuscirò a batterlo, questa volta definitivamente. L’altro è il più potente di tutti. Finora ho avuto a che fare soltanto con i suoi pericolosi emissari.
    Ecco il primo, infido e scaltro, ma conosco le sue debolezze ormai. Fingo di attaccarlo a distanza, lui imbraccia l’arma e mi prende di mira. Attivo la velocità d’attacco, che ho tenuto in serbo per tutto questo tempo. Riesce a tirare un colpo, mi ferisce, ma è poco più di un graffio. E io ormai gli sono addosso con l’arma affilata che già scatta verso la sua gola. Un colpo netto, preciso, la sua testa cade.

    Mi ritiro nel mio rifugio, a leccarmi le ferite, come al solito.

    Ho tempo ancora 24 ore per scovare e distruggere lui, il capo, il male in persona.
    Mentre le medicine fanno effetto e la tecnologia guarisce il mio corpo, mi preparo.
    Dovrò essere al meglio delle mie condizioni, lo scontro sarà duro, e lungo.
    Ho qualche asso nella manica da giocarmi, ma anche lui ne avrà certamente.

    Intanto però, suona il telefono, non rispondo, so già chi è. Lei mi sta cercando ancora, vuole parlare ancora. Di noi, di me, di quello che voglio fare. Non ha mai avuto il coraggio di chiedermi invece, cosa SO fare, non cosa vorrei o potrei. E la verità è che ciò che io so fare, non serve a niente.
    So soltanto creare le mie fantasie, comporre le mie opere, e giocare. Nessuna di queste attività, o talenti, sembra servire a guadagnarmi il pane ed il rispetto degli altri.
    Pazienza.

    Devo terminare il gioco, prima che mi stacchino anche la corrente. In questa topaia, dove sono finito a vivere, è l’ultima comodità che mi rimane. Comodità. Che strano definire così qualcosa di così impalpabile, mentre ti manca tutto il resto. Il cibo, da quanto non mangio un vero pasto? Settimane. Il calore. L’Inverno si sta avvicinando e non avrò nemmeno di che scaldarmi. Non avrò nemmeno un tetto sulla testa probabilmente.

    Me ne sto qua, seduto al computer, a giocare la mia ultima partita. Non ce ne saranno altre. Nè vere nè finte. Sono al capolinea. Non ho più risorse, speranze, carte da giocare, tanto meno assi nella manica, come il mio alter ego virtuale.

    Almeno nel gioco, so che potrò vincere. Sconfiggere il male, essere l’eroe.

    Qua non sono nulla, soltanto un artista fallito, vanaglorioso e frustrato. Il fatto che lei sia stata con me tutto questo tempo è solo la prova finale, per me, di quanto siamo tutti stupidi e illusi. Solo che ad alcuni va bene, ad altri male.

    Ecco, arriva al momento giusto questa canzone, Fragile, bravo Sting, hai capito tutto. Eppure sei un vincente.

    Okay, sono pronto, entro nell’antro del Nemico.

    Sfrutto le mie capacità di ladro, trovo una trappola, due, tre, ne ha messe dappertutto.
    Scendo di livello in livello, sempre più in basso, calzante allegoria della mia vita, in cerca di un nemico sconosciuto eppure sempre presente.

    Sconfiggo le schiere di mostriciattoli repellenti. Li brucio, li scanno, li affogo, li fulmino.
    Dietro questo portale antico c’è lui, il Nemico, il Male.

    Spalanco i battenti con un unico colpo potente. Lui è là, in mezzo alla sala semibuia. Sta ridendo. Si mostra finalmente. È uguale a me. Sono io l’ultimo nemico che devo vincere allora. Non me l’aspettavo. Complimenti al programmatore. Un bel colpo di scena.

    Mi somiglia soltanto nell’aspetto, o è proprio come me, in tutto?

    Lancio le fiamme su di lui, sta bruciando, e mentre brucia i suoi fulmini mi devastano.
    Cerco di aumentare le mie difese, creo un muro di luce sfrigolante davanti a lui. Lo attraversa senza curarsi dei danni. Invoca su di me le sue maledizioni. E sono vere e concrete, intaccano la carne e lo spirito. Ormai siamo alle armi bianche. Siamo veloci e furenti. Ci colpiamo senza remore. Le sue lame mi lacerano. Io lo infilzo più volte. Sanguiniamo copiosamente. I suoi occhi sono incandescenti, si prepara al suo ultimo maleficio. Affondo un ultimo colpo nel suo petto. L’anatema gli si spegne in gola. Cade, come sono caduti tutti gli altri prima di lui.

    È la fine. Sono io l’eroe vittorioso. Io ho sconfitto il male che portava il mio volto e aveva la mia voce.

    È l’alba ormai. Fuori quella luce azzurrina che mi ha sempre commosso, si sta spandendo nell’aria.
    È stata l’ultima partita. Dietro la porta sento un rumore. È arrivato. Fra pochi istanti sfonderà la porta, con un solo colpo potente. E sarà l’ultima partita.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:23
    Lo scambista

    Come comincia: Ho sempre avuto questa passione fin da ragazzo, e continuo tuttora a praticarla. È stata il tratto comune che ho condiviso con quasi tutte le mie compagne.
    Da giovane cercavo ogni occasione per fare un po’ di “movimento”. È un’attività liberatoria, gioiosa, salutare.
    Ci sono persone che non la capiscono, non la condividono, non se ne sentono attratte; e molte altre che vorrebbero ma non ne sono capaci, gli manca la necessaria libertà psicologica, sociale, anche estetica, dal mio punto di vista.
    Ho conosciuto mia moglie proprio durante una serata eccitante e intensa. Nonostante ci fossimo accompagnati con molti partners, tra di noi era scattato qualcosa di speciale, un’affinità sensuale, ritmica, che era chiaramente al di sopra della normalità.
    Da fidanzati e poi da sposati, abbiamo continuato a praticare questo delizioso passatempo, ovunque ci capitasse. Anche durante i nostri viaggi, se trovavamo un luogo dove altri si lasciavano andare alla liberazione dei sensi, ci univamo subito alla compagnia.
    Abbiamo cercato di trasmettere anche ai nostri figli questa passione. E mi sembra che la più grande, Adele, sia molto portata, un talento naturale, come si dice.

    Io e Marisa siamo sposati da 25 anni ormai, eppure questa nostra passione comune, ci rigenera e ci mantiene vivi e innamorati.
    Certo, non abbiamo più vent’anni, e anche i chili di troppo si fanno vedere e sentire, però basta avere la passione e fregarsene dei giudizi altrui. L’importante è divertirsi e procurarsi il piacere di comunicare con il corpo, con tutti.
    Quando guardo Marisa farlo con altri, muoversi nella sua maniera dolce ed energica al tempo stesso, sudare ed eccitarsi, assecondare i movimenti del partner, ed essere assecondata a sua volta, credo realmente di vedere il punto più alto della comunicazione tra esseri umani. È sempre uno spettacolo che mi riempie di gioia. E non sono certo geloso, non c’è motivo di esserlo. Se c’è fiducia reciproca, non può esserci gelosia. Quando ci ritroviamo io e lei, a dare spettacolo, sappiamo che sono gli altri ad essere un po’ gelosi del nostro affiatamento, della nostra passione, della nostra armonizzazione.

    Certo, a volte abbiamo sacrificato tempo ed energie, per inseguire la nostra passione, ma ne è sempre valsa la pena. Meglio rinunciare a qualche ora di sonno ed essere appagati, fisicamente e psicologicamente, che essere riposati ma nervosi e stressati.
    Ormai ho 51 anni, e ancora lo stesso entusiasmo di un ragazzino, purtroppo l’età incomincia a farsi sentire. Dopo una serata di movimento, fatico veramente a svegliarmi la mattina per andare al lavoro. Quindi stiamo limitando sempre più le nostre performances al fine settimana, e alle vacanze.
    Con il mio lavoro non c’è da scherzare. Alzarsi al mattino, alle 6, correre in stazione, sedermi alla consolle, seguire i movimenti di ogni convoglio, gli orari, i ritardi, le soste impreviste, è un lavoro che richiede lucidità e prontezza di spirito. Se sbagliassi, anche solo una volta, ad azionare lo scambio, succederebbe una tragedia.
    Per fortuna io e Marisa, continuiamo a ballare come ragazzini, quando ne abbiamo il tempo, e questo mi rende tutto sopportabile. Quando la stringo fra le braccia e la faccio roteare, e vedo i suoi occhi sciogliersi di emozione, quando sento le sue gambe muoversi insieme alle mie, seguendo il ritmo della musica, dimentico ogni fatica, ogni delusione, ogni problema. Meno male che c’è il ballo a risanare la mia dura vita di scambista.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:20
    Il gigante e la belina (2^ parte)

    Come comincia: Durante la lunga passeggiata, il pretendente alle grazie di Lucia, cominciò a lavorarsi la sua erculea sentinella.

    “Puff puff!” – Sbottò Pasqualetto, piegato sotto il peso della sua lattina da un chilo
    “Comincia a fare caldo per portare pesi in giro, non credi? A proposito come ti chiami?”

    “Uh! Alfredone...”

    “Io sono Pasqualetto, piacere di conoscerti. Azz, sei grosso, quanti anni hai tu?”

    “dodici”

    “La Min....kia! Come azz fai ad essere così grosso?”

    “Boh”

    “io però sono più grande di te, ne ho 14 già fatti”

    “E che fai oltre a portare le vernici, Alfredone?”

    Il gigante continuò a camminare pensoso, per qualche secondo, sembrava non risentire minimamente del peso trasportato.

    “Eh? Dunque?” – Insistè Pasqualino – “Che fai? Giochi a qualcosa, fai sport? Vai a donne? Cinema, TV, stadio, qualcosa farai nella vita!”

    “Uh...vado a messa la Domenica...”

    “O belin” – Pensò il nanerottolo infido e peccatore – “Pure chierichetto”

    “Se fossi grande e grosso come te, amico mio, vivrei di prepotenza, altrochè”

    “Pre...pro...ehh?” – Balbettò Alfredone

    “Lascia perdere, niente”

    “E’ proprio carina Lucia vero?” – Insinuò l’innamorato, dopo qualche minuto di silenziosa marcia.

    Un sorrisone ebete illuminò il volto del colosso.

    “Tu che ne dici? Tu la conosci bene? Ha un fidanzato?”

    “Fidanzato? Naaaa!”

    “Però ho visto che la accompagni a casa”

    “Sssììì...lei è come la mia sorella, io accompagno sempre le signorine, sono un gentilone”

    “Gentiluomo intendi”

    “Sssììì ecco...non mi ricordo mai le parole giuste, sono un po’ scemo sai?”
    “Mavaaaaaà?! E chi lo dice? Perchè saresti scemo?”

    “Tutti lo dicono, io non so fare mai le cose giuste e non so parlare, non so nemmeno pensare”

    “Ma che dici” – Era iniziata la fase di conquista dell’alleato – “Tu sai fare cose che nessun altro può fare, porti un quintale di vernice sulle spalle, come se fosse gommapiuma. Ma scherzi?”

    “E poi scusa, accompagni le signorine e vai a messa tutte le domeniche, più di così. Credi che tutti gli altri facciano altrettanto?”

    “Boh ...non so...io...”

    “Tu hai bisogno di rivalutare te stesso” – Incalzò con sapiente fraudolenza Pasqualetto

    “Ehhhh?!”

    “Dico che d-e-v-i c-a-p-i-r-e  c-h-e n-o-n s-e-i s-c-e-m-o!”

    Dopo altri minuti di marcia sotto il sole, Pasqualetto era in un bagno di sudore, il suo bel vestitino bianco era ormai ridotto a uno straccio umido.

    “Fermiamoci a bere qualcosa Alfredone, non ce la faccio più”

    “Eh?”

    “Avanti! Beviamo qualcosa qua” – Insistè afferrando Alfredone per il braccio e tirandolo inutilmente verso i tavolini di un bar.
    “Avanti! Offro io, cosa credi...non hai sete? Non ti va qualcosa di buono?”

    “Uh...sì...graaaaazieee” – Il dodicenne Golia visualizzò nella sua mente bambina, un grande gelato multigusto.

    Rimasero per una buona mezz’ora al tavolo, Pasqualetto sorseggiando una birra e fumando sigarette, Alfredone in orgasmico rapporto con un’ immensa coppa di gelato.
    La prima mossa dell’aberrante innamorato era stata vincente.

    ***

    Nei giorni seguenti Pasqualetto divenne abituée del quartiere, tramando senza sosta per conquistare il cuore della bella Lucia.
    Non avendo nemmeno preso in considerazione di poterla conquistare con la galanteria e la dolcezza, la sua mente contorta partorì un’ennesimo misfatto.
    Doveva tirare dalla sua parte Alfredone, definitivamente, in qualche modo. L’idea migliore che ebbe fu messa in atto quel pomeriggio di un giorno da beline.
    Il piccolo mafiosetto aveva da tempo messo su una specie di banda di coetanei, della quale era il capo, non certo grazie al carisma, ma semplicemente ai soldi e le coltellate che distribuiva con diseguale magnanimità.
    Il piano era chiaro, semplice e pulito. Nessuno conosceva i suoi sgherri in quel quartiere, quindi nessuno avrebbe potuto svelare l’inganno.
    Quattro dei suoi più fidati tirapiedi si appostarono, all’orario di riapertura pomeridiana, nei pressi del negozio. In attesa di Alfredone e Lucia, si divertirono a scassinare qualche distributore automatico e molestare un po’ i passanti, ma senza esagerare. Gli ordini erano chiari, dovevano assalire Lucia e la sua guardia del corpo extra large. Pasqualetto sarebbe intervenuto a tempo debito, mettendoli in fuga e salvando amico e principessa.
    All’arrivo di Alfredone, che fedele come un cane addestrato a Francoforte, giungeva esattamente cinque minuti prima dell’apertura, i quattro manigoldi si sentirono meno sicuri dell’impresa, decisero quindi di munirsi di corpi contundenti atti alla bisogna, spranghe, bastoni e affini.
    Lucia arrivò poco dopo. Mentre armeggiava con le chiavi per riaprire la rivendita di vernici, i quattro scattarono verso di loro con urla belluine e atteggiamenti guerreschi.
    I primi due sbatterono contro il solido muro del petto di Alfredone, rimbalzando per terra come palline di gomma. La seconda coppia, però, nel frattempo era riuscita ad afferrare Lucia e, minacciandola con un coltellino mille usi svizzero, di pregevole fattura peraltro, intimò al gigante di rimanere immobile e tirare fuori tutti i soldi che aveva.
    Nel momento cruciale, Pasqualetto arrivò alle spalle dei due complici e, preso per la collottola quello armato di coltello, lo staccò dal suo angelo minacciato.
    Alfredone, vedendo la sua protetta ormai fuori pericolo, avanzò come un frankenstein incazzato e travolse l’ultimo superstite del commando, schiacciandolo contro il muro e appiattendo notevolmente il suo amor proprio, oltre a buona parte dei suoi organi interni ed esterni.

    Ognuno, buono o cattivo che sia, ha i suoi momenti di gloria nella vita. Quello fu uno degli attimi di celebrità di Pasqualetto. La parte dell’eroe lo fece sentire strano, come un pesce fuor d’acqua, un canguro nell’oceano, una zebra nello spazio. Essere il personaggio positivo, il salvatore di fanciulle in periglio, non era certo la sua vocazione. Gli abbracci, quasi letali, di Alfredone, e le lacrime riconoscenti di Lucia, gli trasmisero un’insolita sensazione, mai provata prima e mai più ricercata in seguito. Si sentiva quasi insultato dai complimenti e dai ringraziamenti dei due gonzi e dagli applausi degli ancor più gonzi passanti.
    L’abbraccio della paradisiaca commessa, gli procurò una vistosa erezione, della quale lei non si rese conto, scioccata com’era dall’accaduto.

    La manovra era compiuta. Pasqualetto aveva conquistato in un colpo solo, la venerazione del mastodontico cerebroleso e l’amore della ingenua fatina.

    Durante le settimane seguenti, l’incongruo trio fu avvistato in giro per la città. Pasqualetto e Lucia davanti, abbracciati come polipetti in amore, Alfredone dietro, sentinella fedele del loro idillio, felice come solo un idiota può esserlo, in maniera totale e commovente. Aveva trovato la sua dimensione di vita, la sua missione, essere il vigilante della sua principessa e del suo unico amico.

    Nei giorni dell’amore, il piccolo e scellerato guappetto aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Non per una inusitata illuminazione sulla via di Damasco, per raddrizzare la sua moralità, che era del tutto assente. Piuttosto, avendo conquistato l’oggetto del suo desiderio, voleva goderselo il più possibile in tranquillità, riducendo al minimo i rischi della sua vita malandrina e delle sue molteplici attività illecite e criminose.
    Ridusse quindi drasticamente il numero dei furti e la quantità di droga smerciata, bilanciando la riduzione di introiti con un maggiore impegno nel gioco d’azzardo. Inutile dire che era ormai un baro provetto.
    Alfredone era quindi divenuto la sua spalla, il suo mostro al guinzaglio, disposto a qualunque rischio e sacrificio per pura venerazione. A 14 anni Pasqualetto si aggirava per la città come un navigato boss.
    Il destino è sempre in agguato, si dice. Possiamo aggiungere che rivolta l’esistenza di uomini, bestie e perfino vegetali e minerali, senza alcuna distinzione e ancor meno ritegno, infischiandosene se la vittima, o il beneficiario, sia buono o cattivo.
    Anche Pasqualetto, nonostante la sua scaltrezza e la sua mancanza di scrupoli, non poteva sfuggire agli scherzi del Fato.
    Non che avesse bisogno di ulteriori stimoli, per diventare ancora più infido e cattivo, ma quanto accadde elevò all’ennesima potenza la protervia della sua anima guasta.

    Era un periodo di scioperi, manifestazioni e disordini nella città di Plebe al Mare. Come tutte le estati, i governi e le amministrazioni provinciali, comunali, di quartiere, di condominio e perfino di tombino, approfittavano della leggera incoscienza, della ingenua distrazione della popolazione, per perpetrare ogni possibile misfatto nei confronti della comunità.
    Alla chiusura di alcuni centri sociali, seguì l’interdizione al traffico di alcune strade del centro. Poi venne il turno delle spiagge, con la scusa di una maggiore sicurezza e pulizia, vennero praticamente militarizzate. La crisi economica già rendeva la vita di molti difficile e priva di speranze per il futuro. Quando il sindaco di Plebe al Mare si convinse che l’affluenza eccessiva di persone sul lungomare, sfaccendati, disoccupati, pensionati, baby sitter, cani randagi e balene spiaggiate, era fastidiosa, oltre che improduttiva, decise di stabilire una specie di “gradimento all’ingresso”, facendo presidiare strade e litorali dalle forze dell’ordine. Le uniche a infischiarsene delle restrizioni furono le balene, ma in cuor loro avrebbero rinunciato volentieri a commettere l’infrazione.
    Fattostà che quest’ultima trovata del primo cittadino, provocò frequenti turbolenze nella altrimenti pacifica e rassegnata vita della città.
    Nel calore crescente della stagione balneare, Pasqualetto, Alfredone e Lucia se la passeggiavano allegramente sul lungomare. La presenza dell’incantevole fanciulla in fiore esentava gli altri due figuri, decisamente meno attraenti e convincenti, dall’implacabile selezione degli addetti ai varchi per il litorale. Bastava uno sguardo di Lucia, una sua mossa vezzosa, o anche l’assoluta immobilità della sua adolescente perfezione, per spalancare al trio qualunque porta.
    Pasqualetto godeva immensamente di questo valore aggiunto alla sua vita. Alfredone non capiva e godeva per empatia.
    Al varco della via principale, sul lungomare, i tre inseparabili e incongrui compagni, esibirono sorrisi e un briciolo di autocompiacimento, sentendosi tutti e tre persone specialissime, e in effetti essendolo, ma in che modo, ognuno a modo suo, non capendolo. Ma di questo già sappiamo, avendolo spiegato e  raccontandolo.
    Quel pomeriggio di un giorno da strani, al varco c’erano guardie particolarmente maldisposte e accaldate, imbozzolate nelle divise nere da pseudo ninja, pativano anche solo la vista dei civili in ciabatte e braghette che si riversavano verso le spiagge.
    Un gruppo di famiglie, di dubbia origine e condizione sociale, cercava di scardinare l’opposizione degli agenti al loro ingresso nel paradiso dei ghiaccioli e degli asciugamani. I tutori dell’ordine e della pubblica estetica insistevano nel vedere i documenti di tutti, uomini, donne, bambini, cani, peluche, secchielli e formine.
    La folta tribù di plebei, onesti e coglioni fino alle midolla, iniziò a scaldarsi e improvvisò una dilettantesca sommossa, non sapendo che tali cose vanno organizzate ed eseguite con la stessa perfezione ritmica e formale dei balletti classici.

    Pasqualetto trovandosi dietro alla variegata rappresentanza del basso ceto cittadino, fumava di rabbia e di marlboro. Assaporava da ore la voluttuosa siesta sulla sabbia, accanto alla sua ninfa seminuda e, fottendosene per inveterata tradizione personale, dei destini degli altri esseri umani, malediva a voce alta ogni componente, di carne o di plastica, della turbolenta tribù.
    Ai suoi commenti si aggiunsero i grugniti, per riflesso pavloviano, del monumentale discepolo, per l’occasione abbigliato con bermuda a fiori, t-shirt a frutti e infradito a foglioline.
    Lucia, angelica ed educata come sempre, non si lasciava scappare nemmeno un sospiro o un’occhiatina al cielo, verso il dio dei bagnanti respinti.

    L’improvvisata manifestazione di protesta della tribù plebea si allargò a macchia d’olio, contagiando molte altre formazioni di ansimanti e accalorati aspiranti beach boys, in fila per accedere alle spiagge.
    Una massa di qualche centinaio di persone si accalcò ben presto alle transenne, i poliziotti, intuendo l’escalation imminente, si rifugiarono nei cellulari e avviarono i fumogeni.
    L’estate balneare di Plebe al Mare ebbe il suo epico momento di furia risorgimentale. Le classi reiette della società si impadronirono del lungomare, in una guerra lampo, disordinata quanto priva di idee.
    In mezzo alla massa in movimento, come un involontario epicentro, si ritrovarono i nostri tre eroi, trasportati dalla corrente umana e dalle cariche della polizia, verso il bagnasciuga, dove i militi contavano di spezzare le reni, se non alla rivolta, almeno a qualcuno dei facinorosi.
    Alfredone smistava grappoli di uomini, donne e bambini, con formidabili bracciate, mulinando i suoi arti superiori come rotori di impianti eolici. Lucia e Pasqualetto se ne stavano avvinghiati, rintanati nel circolo polare del maestoso e trionfante guardiano.
    Ci volle poco perchè gli agenti notassero lo smisurato godzilla a fiori che causava un moto circolatorio galattico nella folla. Ravvisando nel gigante la causa di tutta quella buriana, si risolsero ad usare le armi. I primi colpi si conficcarono nei corpi assiepati intorno ad Alfredone, come sacchi di provvidenziale carne da macello. I seguenti colpirono il bersaglio e il colosso in bermuda, centrato alla testa, dopo alcune oscillazioni, si abbattè al suolo, schiacciando la povera Lucia.

    Pasqualetto si trovò riverso a terra, nella mano stringeva il polso della fu fatina del paese incantato. Tutto il resto del suo esile e delizioso corpicino era livellato sotto l’immensa mole di Alfredone, che perdeva sangue dalla testa, e continuava a roteare le braccia in un automatico riflesso galvanico.

    Per la prima volta in vita sua, e probabilmente anche l’unica, il bieco ranocchio mafioso si sentì mancare dal dolore. La sua principessa era stata estinta dal suo braccio destro.
    All’ospedale dove furono tradotti, insieme a decine di altri ribelli, fu riscontrata ad Alfredone la presenza di un proiettile nella scatola cranica. Non era possibile operare, il cervello ne avrebbe subito ulteriori devastazioni.
    Rimase in coma alcuni giorni, dopodichè si svegliò e domandò cosa fosse accaduto. L’infermiera di turno, sorpresa per l’insperato recupero allertò l’èquipe medica. Il gigante diventò il caso clinico dell’anno. Agguerriti avvocati lo usarono per ottenere dallo Stato un cospicuo risarcimento, che si intascarono immediatamente. Le constatazioni dei parenti e conoscenti di Alfredone, che non sembrava diventato più rimbabito di prima, furono abilmente occultate, in una specie di cover-up di quartiere.
    Pochi mesi dopo l’ormai tredicenne martire della rivolta estiva, si aggirava come sempre per il quartiere, con le sue latte di colore in spalla. Al negozio una petulante e arcigna zitella aveva preso il posto della defunta Lucia.

    Pasqualetto era rimasto alcuni giorni in uno stato catatonico, non sapendo nè decifrare, nè tanto meno gestire il senso di perdita. Passati i quali, le astinenze da fumo, alcol e gioco d’azzardo lo scossero dalla triste condizione e, dimostrando tanta forza di carattere quanto assoluta mancanza di umanità, riprese la sua vita di balordo.
    Per prima cosa andò a ripescare Alfredone che, sapendo di essere stato l’involontario assassino della sua amata, nonchè unica amica della sua propria vita, si inginocchiò letteralmente ai suoi piedi, pur restando sempre più alto di almeno una spanna.
    Pasqualetto, cinico e calcolatore come sempre, sfruttò quel colossale senso di colpa, proporzionale alle dimensioni del portatore, per legarlo a sè definitivamente. Sarebbe stato il suo schiavo per i secoli a venire.

    Dunque, se passate nei pressi di via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella città di Plebe al Mare, prestate molta attenzione. Un piccolo rospo impomatato, vestito come John Travolta ne “ La febbre del Sabato sera” e un gigante dalle infradito a fiori potrebbero prendervi di mira e vi garantisco che non sarebbe un’esperienza piacevole.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:19
    Il gigante e la belina (1^ parte)

    Come comincia: Belina : termine dialettale ligure, per indicare una persona scorretta, stupida e spesso violenta.

    Se vi capita di passare per via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella popolosa città di Plebe al Mare, prestate attenzione, potreste incappare in una pericolosa coppia di squinternati delinquenti.
    Li riconoscerete subito, uno è alto due metri e sedici, assomiglia vagamente a Danny De Vito (ironia del codice genetico), cammina a lunghissime e lente falcate, un po’ tipo Frankenstein, solo che invece delle scarpone chiodate, porta infradito a fiori, anche d’inverno.
    L’altro è un piccoletto, nervoso e dal viso scavato, vestito come John Travolta ne “La febbre del Sabato sera”, capello impomatato, che nemmeno in Albania usa più. State sicuri che dalle tasche del suo vestitello bianco immacolato ne uscirà qualcosa di brutto, coltello a scatto, tirapugni, forse una pistola. Droga a mezz’etti e reganissi a mazzetti. Sì perchè codesto bell’individuo, sfoga la sua rabbiosa isteria masticando a oltranza radice di liquerizia, tanto che i suoi denti sono scuri come quelli dei mangiatori di Betel asiatici e la sua pressione arteriosa si aggira su valori prossimi al Big Bang.

    I due personaggi che vi sto descrivendo, rispondono ai nomi di Alfredone e Pasqualetto “cercaguai”. Ma la diceria popolare li ha ormai battezzati, per i secoli a venire, come “Il gigante e la belina”.

    Pasqualetto si è distinto fin dai primissimi anni come una vera feccia, tanto da far inorridire perfino la sua mamma, il che è tutto dire.
    All’età di due anni ha abbattuto l’albero di Natale, a colpi di patate, gridando : “Wuahuuuu...Arghhh...Arghhh...Sprrr...”
    Nel corto circuito conseguente al misfatto, la casa è andata a fuoco, il padre c’è rimasto carbonizzato. La madre, il piccolo Pasquale e i suoi tre fratelli e sorelle, si sono salvati grazie al crollo provvidenziale della parete del soggiorno, finendo direttamente in casa del ragionier Parodi.

    Non si erano ancora ripresi dalle ustioni e dal trasloco conseguenti, che il nostro eroe ne combinava già un’altra delle sue.
    Era una notte di Febbraio, nell’appartamento caritatevolmente assegnato dal Comune di Plebe al Mare, sito al quarto piano di una palazzina popolare, la famiglia del disgraziato dormiva il sonno dei giusti e degli afflitti di ogni tempo, cioè si dibattevano, chi più chi meno, in incubi di vario genere.
    Il freddo attanagliava la città, i marciapiedi erano lastre di ghiaccio, la neve si accumulava per le strade, un vento isterico e pazzo soffiava via la tenerezza delle feste ormai passate.
    Pasqualetto non riusciva a dormire. Non che avesse gli incubi dei giusti e degli afflitti., tutt’altro. La sua mente diabolica, ancor prima di saper elaborare parole di senso compiuto, agitava al suo interno proto-bestemmie, pre-insulti da capogiro, blasfemie non verbali assortite per ogni religione immaginabile, mono o politeista. Il tutto si traduceva, nella pratica, in un continuo ululare, simile alla iena africana in calore, cosa che faceva disperare famigliari e vicini, ma anche i meno vicini, tanto che le sibilanti folate del suddetto vento, erano accolte come un lieto, seppure effimero, stacco all’aberrante solfeggio.

    Fattostà che il pargoletto (ricordiamo che aveva egli poco più di due anni e non camminava ancora, strisciava piuttosto come un serpentello velenoso per casa) decise che la tormenta esterna e il domestico supplizio, non fossero ancora abbastanza. Buttatosi giù dal lettino si avviò con la velocità del topo verso la cucina.
    La sua mente acerba e ancora poco pratica della vita, cercava di capire in quale modo poter arrivare fino alla scatola dei biscotti, che il piccolo manigoldo sapeva essere nascosta nei pensili sopra la cucina a gas.
    Come una cavia di laboratorio, spinta da opportuni stimoli gira e rigira per la gabbia, finchè non trova il passaggio giusto, Pasqualetto tentò più volte la scalata della cucina, finchè il portello del forno, miracolosamente, calò come un ponte levatoio ed egli potè issarsi, afferrando le manopole del gas, fin sul ripiano dei fornelli.
    Il resto è storia nota. Stava su tutti i giornali locali e nazionali. L’esplosione, dovuta alla fuga di gas, disintegrò l’intero condominio. Si salvò soltanto il demoniaco infante, protetto dalla cappa della cucina che, abbattendosi su di lui lo isolò dal rogo. L’esplosione lo sparò nell’orbita del condominio di fronte come un piccolo Gagarin.

    Tutta la comunità di Plebe al Mare, si strinse al piccolo sfortunatissimo pupo, ormai orfano totale. Le donazioni e le richieste di affidamento fioccarono come coriandoli, nel Carnevale ormai inoltrato. La celebrità inconsapevole di Pasqualetto, lo rese oggetto di attenzione generale, di preghiere, e perfino di una canzone di successo.

    Ben presto il piccolo anatema strisciante trovò una nuova famiglia, e di tutto rispetto, trattandosi della facoltosa dinastia di notai Bellamore.
    Nelle braccia della nuova famiglia Pasqualino trovò tutto l’affetto e la comprensione di cui il suo ego malato aveva bisogno, per crescere e migliorare le proprie capacità.
    A Tre anni e mezzo si proiettò come una furia sul fratellastro Gianni, di sei anni, invidioso del suo grembiule di scolaretto, precipitandolo giù dallo scalone marmoreo di casa Bellamore. Le numerose fratture costrinsero il bambino a rimandare di un anno l’ingresso nel mondo scolastico.
    A quattro anni e due mesi, la sorellastra Iolanda di otto anni si preparava per la comunione. Vuoi per la sua innata inclinazione al Male, vuoi per l’ingenua e inavveduta richiesta di lei a fargli da paggetto nella sfilata casalinga, con tanto di candela accesa, diede fuoco al vestitino santo e alla bambina in esso contenuta, provocandole ustioni di dodicesimo grado. Non vi fu Comunione e per l’infelice bambina si aprirono le porte dell’ospedale psichiatrico dell’infanzia.

    Ma il vero trionfo del malefico pargolo si realizzò con il raggiungimento dell’età scolare.

    In prima elementare provocò l’allagamento della scuola, che venne attribuito al suo eccessivo entusiasmo per la coltivazione di piantine di fagiolo, strumento didattico fondamentale nella formazione dell’infanzia.
    In seconda mandò all’ospedale tutta la classe, grazie alla somministrazione incontrollata di psicofarmaci rubati in casa e spacciati come caramelle.
    In terza eliminò decisamente la maestra, con un cinismo degno dei servizi segreti deviati. Bloccò il pedale del freno con un banalissimo orsacchiotto di peluche, la giovane istitutrice finì direttamente nella scarpata sulla via di casa.
    In quarta si sentì pronto ad alzare il livello del suo attacco alle autorità scolastiche. Il direttore della scuola fu visto precipitare dal terrazzo, durante la festa di fine anno. Si vociferò che avesse il vizio del bere, ma nessuno notò che le stringhe delle sue scarpe erano legate insieme, soltanto che il parapetto era troppo basso per le persone adulte. Prodigi del Montessori.
    In quinta, avvicinandosi l’esame di fine anno, compì il suo capolavoro. La scuola doveva cessare di esistere, fisicamente, e gli incendi erano una sua antica passione.
    Non ci furono vittime soltanto perchè il tutto avvenne di notte. Furono però tutti promossi a causa di forza maggiore.

    Vi domanderete : ma com’è possibile che uno scellerato come Pasqualetto la facesse sempre franca? Presto detto, nel mondo civile nessuno crede che un bambino, per giunta mingherlino e con gli occhioni blu, possa incarnare il male.

    Mentre l’eroico diavoletto compiva tali e tante gesta, all’altro capo di Plebe al Mare, cresceva indisturbato e felice un altro bambino, Alfredo.
    Era costui l’esatto opposto di Pasqualetto. Già a tre anni era alto un metro e dieci, e aiutava la mamma a lavare i piatti. Il suo candore e la sua generosità, unite a una non ignorabile lentezza di cervello, lo avevano reso subito la vittima preferita degli scherzi dei coetanei. Egli dal canto suo, non si arrabbiava mai, ma si univa alle risate dei dispettosi con una spontaneità disarmante. Essendo così prestante fisicamente, e crescendo tale dismisura fisica si fece sempre più evidente, i suoi coetanei e non solo, finirono col rispettarlo, nonostante la sua evidente pochezza intellettiva.
    Alfredone, come era ormai soprannominato, non smentì mai la sua bontà di cuore, la sua mansuetudine, la sua generosità. Mentre Pasqualetto compiva le sue malefiche gesta, egli si distingueva immancabilmente nell’aiutare il prossimo, nel servire come chierichetto, nel badare come un alano fedele ai fratellini e alle sorelline.

    Risalta con evidenza che le azioni dei due siano diametralmente opposte, e che quelle di Pasqualetto risultino ben più avvincenti e interessanti. Per una strana aberrazione umana infatti, fa molta più impressione e genera ben più interesse ed emozione, un bambino che brucia una scuola, piuttosto di un altro che serva messa tutte le domeniche per dieci anni, senza versare mai una goccia delle sacre ampolle. Non che questo fosse il caso di Alfredone che, come vedremo, era tutt’altro che abile nel lavoro e nel gioco.

    Anch’egli, nella sua non lunga vita, ne aveva già combinate di grosse, ma non per malvagità, soltanto per una serie di sfortunatissime coincidenze e per il suo splendente candore.
    Essendo così sviluppato fisicamente, all’età di sette anni venne spedito dal padre, alcolizzato e fallito, a lavorare come manovale presso un cugino attivo nel campo dell’edilizia.
    I compiti di Alfredone si limitarono al trasporto di mostruose quantità di detriti, giù per le scale della casa in ristrutturazione. Non avendo ricevuto, come istruzioni, nient’altro che un “butta via sta robaccia”, il povero bambino sovradimensionato di corpo, ma decisamente sottosviluppato cerebralmente, pensò bene di gettare tutta quella massa di quintali e quintali di macerie, nella cantina della casa. Giorno dopo giorno il peso dei laterizi di scarto si accumulò, provocando una sempre maggiore pressione sulle fondamenta del fabbricato. Alla fine dei lavori, un mese dopo, la cantina era colma quasi fino al soffitto, la pressione raggiunse parecchie tonnellate e, pochi giorni dopo che i proprietari vi erano rientrati, tutta la struttura cedette di schianto, seppellendo un’intera, numerosa e stimata famiglia.
    Il disastro e la conseguente indagine di polizia, svelarono facilmente che la ditta non era in regola, non possedeva alcuna assicurazione, e che per giunta aveva impiegato nei lavori un dolce bimbone di sette anni. Il cugino e il padre finirono dritti in gattabuia, Alfredone fu perdonato per la sua tenera età e ancor più tenera dabbenaggine.

    A scuola il monumentale bambino non rendeva granchè. A nove anni sapeva a malapena recitare l’alfabeto, era chiaro che non era fatto per lo studio o qualsivoglia attività mentale. I maestri lo promuovevano soltanto per carità cristiana e per bieco opportunismo, volevano liberarsi in fretta di quell’ingombrante bambinone che, ad ogni piè sospinto, provocava danni e lesioni a cose e persone. Fu esentato da educazione fisica già all’inizio della seconda elementare, considerato che atterrava immancabilmente compagnucci e insegnanti con la medesima facilità, incoscienza e disinvolto entusiasmo. Peccato per Alfredone, perchè amava visceralmente lo sport.
    Infatti il padre, dopo aver scontato due anni di galera, per la sfortunata vicenda della casa crollata, pensò bene di utilizzarlo come lottatore in incontri clandestini, gestiti da un suo zio malavitoso.
    Al primo scontro Alfredone, appena novenne, abbattè in pochi secondi un giovane extracomunitario, guadagnandosi l’ammirazione della mafia locale.
    Per alcuni mesi, la carriera di Alfredone nella lotta fece progressi al fulmicotone, era popolare come il gladiatore Ispanico nel famoso film. Il padre racimolava bei soldi, grazie alla erculea possanza del frutto dei suoi lombi. Per lui era una vera rivincita nei confronti della vita.
    Era comunque chiaro a tutti che questo Carnera dell’infanzia, questo Hulk di quartiere, non era nè gestibile nè controllabile. Ogni scontro era un vero macello, al suono del gong Alfredone correva sorridendo verso l’avversario gridando “giochi con me!”, e a forza di pattoni, strette, morsi, e grida gioiose, lo lasciava immancabilmente a terra in un lago di sangue. Non si rendeva affatto conto di fare del male, glielo avevano presentato come un gioco e, nella sua fiduciosa ingenuità di bambinone idiota, tale era e rimaneva.

    Finchè un bel giorno, il boss intimò al padre del piccolo ercolino di perdere un incontro truccato, come in qualunque copione noir che si rispetti. Il problema era convincere, far capire ad Alfredone che la faccenda era seria e pericolosa. Il padre lo istruì per due giorni, cercando di spiegargli che un gioco dove vince sempre la stessa persona diventa noioso, ogni tanto bisogna anche perdere, per far piacere al pubblico e all’avversario. Il figlio lo guardava, dall’alto in basso, agitando la testa e sorridendo, incredibilmente aveva capito.
    La sera dell’incontro, appena il gong risuonò, Alfredone si precipitò come al solito verso l’avversario, solo che invece di mettere in moto la sua micidiale macchina da guerra, si buttò a peso morto per terra, ridendo, ed ivi rimase per tutto il conteggio dell’arbitro.
    La folla inferocita di leggère (altro termine dialettale ligure per indicare  guappi, sfaccendati e teste di cazzo in generale) insorse e demolì completamente il locale, il boss fu costretto a restituire i soldi delle scommesse, una tale vergogna era troppo perfino per la mafia.
    Il padre di Alfredone scomparve entro poche ore, non si sa se nella soletta di cemento di qualche costruzione, oppure in precipitosa fuga all’altro capo del mondo. La diceria di quartiere opta decisamente per la prima ipotesi.

    Fu così che Alfredone, al quale non fu torto un capello, perchè la mafia non tocca i bambini, si ritrovò senza padre e senza più il divertimento della lotta clandestina.

    Come i due si incontrarono e strinsero un’amicizia di ferro è cosa degna di essere raccontata nel dettaglio.

    Era un tiepido pomeriggio di primavera. Nell’aria già svolazzavano le prime rondini, il cielo si stendeva sulla città come uno splendente zaffiro. Uomini, mezzi uomini e bestie godevano della brezza del sud che dissipava gli ultimi brividi dell’Inverno.
    Alfredone aveva a quel tempo 12 anni, non avendo nemmeno finito le scuole medie, lavorava come fattorino per il negozio di vernici di un parente. Pasqualetto compiva in quei giorni 14 anni, ormai fumava regolarmente, beveva, giocava a poker e a biliardo, scommetteva su tutto quello che c’era da scommettere, e ovviamente correva dietro alle donne, di qualunque età, sesso, condizione sociale e mentale.

    Al negozio di vernici lavorava anche una giovane commessa, di nome Lucia, capitata forse da qualche regno fatato, era infatti bionda, con gli occhi blu intenso, bella come un angelo. Che ci facesse in una rivendita di vernici era uno dei tanti misteri dell’universo.
    Alfredone era divenuto praticamente il suo cavalier servente, abbagliato dalla purezza e dalla beltà di questa creatura ultraterrena. Ella era forse la prima persona al mondo che gli parlava senza deriderlo, che non gli faceva brutti scherzi, e che gli dimostrava un sincero affetto.
    Pasqualetto capitò per caso al negozio, voleva acquistare una vernice indelebile, possibilmente molto tossica, per imbrattare la macchina di un suo rivale.
    Appena mise piede nel negozio, rimase fulminato dalla bellezza di quell’angelo divino, per la prima volta in vita sua restò senza parole (fortunatamente), imbambolato davanti a Lucia. La scena era assai singolare, Alfredone stava dritto e immobile a fianco del banco, in attesa di ordini, come un robot disattivato, gli occhi persi in fantasie non comprensibili neppure a lui stesso.
    All’ingresso se ne stava altrettanto immobile, quel rospetto impomatato di Pasqualino. Lucia sorrise al nuovo cliente e lo invitò a domandare in che cosa potesse servirlo.
    Il giovane debosciato, in un moto di orgoglio tamarro, si riebbe il tempo sufficiente per accostarsi al banco, balbettare la parola vernice e ricadere in uno stato di totale estasi mistica, gli occhi fissi alle deliziose tettine che si indovinavano sotto la cappetta blu della ragazza.

    Per quel giorno la faccenda non ebbe sviluppi, intimidito come un fanciullo perbene, Pasqualetto acquistò la vernice e se ne andò a compiere il suo misfatto. Aveva notato la presenza del monolitico ragazzone nel negozio e si chiedeva che ruolo vi svolgesse e in che rapporti fosse con Lucia. Ormai infatuato oltre il limite dell’umana sopportazione, provava già una divorante gelosia nei confronti di chiunque avesse a che fare con l’angelica commessa, a maggior ragione per Alfredone che era già alto intorno al metro e 90 e sembrava una sorta di titano in un mondo di seppie.

    Il giorno dopo tornò nel quartiere, a lui estraneo, dove per fortuna nessuno lo conosceva, e si aggirò per tutto il giorno, non facendo un tubo dalla mattina alla sera, nei dintorni del negozio, sbirciando Lucia e tenendo d’occhio gli spostamenti del presunto rivale.
    Meditava già di eliminare Alfredone in qualche modo cruento e fragoroso, ma ben presto si accorse che il ragazzone era completamente idiota. Lo seguì nel suo giro di consegne, vedendolo muoversi a lunghe e lente falcate per il quartiere, sulle spalle inverosimili grappoli di latte di vernice e prodotti chimici pericolosi, simile a un mammuttone sardo multicolore.
    Nei giorni seguenti, continuando la sua indagine amorosa, scoprì che Lucia abitava poco lontano dal negozio e che Alfredone la accompagnava fino a casa ogni sera, essendo di strada. Era chiaro che tra i due non c’era nessuna storia, però erano visibilmente legati da una stramba e profonda amicizia. Alfredone insisteva per portare anche il minimo pacchettino che Lucia avesse con sè, allontanava chiunque si avvicinasse troppo alla bionda ninfetta, colpiva con potenti pugni i cofani delle auto che intralciavano il loro cammino.

    Il giovane delinquente meditò a lungo su come poter avvicinare il suo amore novello. Gli parve logico e astuto cercare di fare amicizia innanzitutto con la possente guardia del corpo.
    Una mattina si presentò di buon ora al negozio, ordinando una partita di vernici da far consegnare a casa sua, i soldi li aveva racimolati nella notte, truffando a carte un paio di gonzi coetanei.
    Ritrovarsi faccia a faccia, rivolgere la parola a Lucia, lo riempì di esaltazione. Ella aveva una voce flautata, la sua boccuccia rosa e virginea gli faceva girare la testa e gonfiare i pantaloni senza pudore alcuno. Riuscì comunque a trattenere i suoi bassi istinti, abituato com’era da sempre alla finzione e all’inganno.

    Dobbiamo chiarire a questo punto che, tecnicamente, quello che Pasqualetto provava era certamente amore vero e potente, ma come tutte le cose del mondo, dipende sempre dalle qualità del soggetto. In questo caso parlare di virtù sarebbe come minimo inappropriato. Il sentimento che, in una persona buona, avrebbe generato una tempesta di tenerezza e positività, nel nostro discutibile protagonista ispirava più che altro concupiscenza, invidia, odio per tutto il resto del creato, soprattutto verso gli altri maschi del pianeta, tutti possibili rivali.

    Il piano procedette come previsto. Alfredone fu incaricato di portare le vernici a casa del diabolico Romeo, il quale con la scusa di dare una mano, afferrò un barattolino anch’egli, lasciando al Sansone nostrano, le altre 40 latte di colore, e insieme si avviarono verso il quartiere di Pasqualetto, distante giusto quei 6 o 7 chilometri.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:11
    Il diavolo in osteria

    Come comincia: Belzerugo apparve all’ingresso del locale e aprì la porta a vetri con esibita spavalderia. Portava il cappello a tesa larga, floscio sulla fronte.

    -“ Salute a tutti buona gente!” – Esclamò togliendosi un attimo il cappello e rimettendoselo subito.

    Era un povero diavolo, decisamente male in arnese. Lo si sarebbe potuto prendere per un vagabondo. I pantaloni di fustagno marrone, il giaccone pesante di panno scuro, di colore indefinito. Le scarpe grosse e consumate, ma ancora solide.

    Io me ne stavo seduto al mio solito tavolo, osservando distrattamente gli avventori dell’osteria.

    Quattro vecchie conoscenze giocavano a briscola, bevendo vino e parlando poco.
    Al tavolo più defilato, in fondo al locale fumoso, il Gianni e la Carla stavano seduti, sussurrandosi parole dolci all’orecchio, mano nella mano, guardandosi negli occhi, persi nel loro sogno d’amore.
    Vicino a me, al tavolo grande, c’era un gruppo di viaggiatori, che bevevano, mangiavano e schiamazzavano. Li sopportavamo soltanto perché offrivano un giro a tutti a ogni nuova portata della lauta cena.

    Nessuno diede segno di aver riconosciuto la natura del nuovo ospite, anche se tutti sapevano bene chi fosse.

    Con fare dimesso, il diavolaccio vagabondo si sistemò a un tavolo, vicino al grande camino di pietra. Aprì la giacca e si protese con le mani verso il fuoco, che subito ebbe un sussulto di simpatia per il nuovo arrivato ed avvampò gioiosamente, animato di nuova energia.

    L’oste, Guccione, squadrò da capo a piedi il nuovo arrivato.

    “ Eehhh…stanotte qualcuno non dormirà bene, mi sa tanto” – disse sospirando con rassegnazione.

    “Oste! Bravo oste!” – esclamò il diavolo – “Una bottiglia di vino rosso forte e un piatto di affettati e formaggi, per questo povero diavolo infreddolito! E pane! Il buon pane della terra!”

    La figlia dell’oste, se ne stava irrigidita e immobile dietro al banco, osservando con occhi afflitti il vecchio demonio.

    “Lisetta!” – la richiamò il padre mettendosi lo straccio sulla spalla e iniziando subito a tagliare il prosciutto – “ Forza! E’ solo un povero diavolo. Non ti fa niente. Porta il vino all’ospite”

    La ragazza, adolescente di generose forme, si pulì le mani nel grembiule e afferrò una brocca.

    Mentre tutti tornavano a pensare alle loro faccende, mi concentrai un pochino sul nuovo arrivato.
    Ci scambiammo un’occhiata e un saluto cordiale. Avevo già incontrato altri diavoli come questo. Sapevo che non era pericoloso, bastava non dargli troppa confidenza, ma trattarlo con rispetto.. Quando si ha a che fare coi demoni, bisogna stare attenti comunque. Eh sì! Anche il più disgraziato dei demoni, se lo lasci fare, ti fotte.

    “Belzerugo!” – Disse il demone, rivolto verso di me e alzando il boccale di vino

    “Alessandro!” – Risposi io di rimando, alzando il mio bicchiere di cognac.

    “Qual vento ti porta in questo paese, Belzerugo?” – Gli domandai dopo aver sorseggiato il liquore.
    “ Le solite faccende, caro professore. Quando qualcuno chiama, noi arriviamo.”
    Si strofinò energicamente le grosse mani callose e annerite e si ficcò in bocca un grosso pezzo di formaggio avvolto nel prosciutto.

    “E ovviamente, me meschino, in questi posti fuori mano e freddi ci mandano i poveri diavoli come me” - Aggiunse parlando con la bocca piena.

    “Certo che lei, quel suo problema  con l’alto papavero della capitale, potrebbe farselo risolvere da noi” – Continuò biascicando rumorosamente.

    Non mi stupii che il diavolo sapesse le mie faccende, è loro prerogativa da sempre.

    “Non mi sporco l’anima solo per avere un avanzamento di carriera, caro Belzerugo” – Gli risposi sorridendo.

    “Giusto giusto!” – Convenne lui continuando ad ingozzarsi – “E se tutti ci invocassero per ogni problema, non basterebbero tutte le legioni dell’Inferno” – Aggiunse e prese a ridere sguaiatamente.

    La risata del povero diavolo assunse una tonalità cavernosa, il viso, già rosso per il fuoco, il vino, e la sua natura luciferina, si fece addirittura viola.

    Per qualche istante rimasi a guardarlo, pensando che questi diavoli di campagna non sapevano proprio limitarsi. Mi resi conto, vedendolo rovesciarsi per terra con tutta la sedia, che invece stava soffocando. Uno dei suoi fenomenali bocconi gli era andato di traverso mentre rideva.

    Mi precipitai su di lui, lo presi per le ascelle, lo tirai in piedi. Un leggero odore di zolfo mi penetrò le narici mentre, tenendolo con le braccia serrate sullo stomaco, cercavo di sbloccare la sua infernale trachea.
    Per alcuni secondi tutti, nell’osteria, rimasero immobili a guardarci. Poi con un rumore di pentola scoperchiata, belzerugo riuscì a sputare il groppo.

    Lo rimisi a sedere e gli diedi ancora un paio di pacche sulle spalle. Il diavolaccio si appoggiò con i gomiti al tavolo, coprendosi con le mani la faccia ancora paonazza.

    “Offhhh!” – Grugnì mentre si asciugava le lacrime che copiose gli scendevano sul viso – “Grazie professore, grazie, grazie. Questa volta me la sono proprio cercata. Se non c’era lei mi toccava rientrare nell’aldilà senza aver finito la commissione” .
    Parlava con sincero rammarico, si versò un boccale di vino e lo trangugiò d’un fiato.

    “Ehhh, voi non sapete quanto si arrabbi il Capo, se torniamo senza aver fatto il nostro dovere. Non ve lo immaginate proprio quanto diventa violento. Una volta non riuscìì a portare a termine il mio incarico, ero ancora giovane e inesperto e mi attardai con una pulzella. Al mattino mi ricordai che il cliente doveva essere accontentato prima del sorgere del sole e non potei fare altro che tornarmene a casa.” – Mentre raccontava questo aneddoto, gli occhi presero di nuovo a lacrimargli, ma questa volta di paura.
    “Quando il Capo lo venne a sapere, ovviamente tutti facciamo la spia molto volentieri dalle nostre parti. Beh, insomma, ero giovane e anche piuttosto bello, sapete? Mi fece strappare le unghie e mi bruciò la pelle del viso”

    Si protese verso di me, tirandosi il cappello sulla nuca – “Guardi qua professore, ho ancora i segni dopo 400 anni!”

    In effetti la pelle del suo viso era irregolare e gonfia, venata di striature più scure, ma si notavano solo a uno sguardo attento.

    “Mi ha dato una lezione coi fiocchi. Da quel giorno non ho più mancato una commissione. Sempre in orario e sempre attento a soddisfare il cliente.”

    Mentre raccontava le sue disavventure, annuivo con la testa e con gli occhi semichiusi cercavo di trasmettergli tutta la mia umana comprensione.

    Belzerugo finì di cenare, mi offrì un ultimo bicchiere, per riconoscenza e se ne uscì fuori al freddo di  Dicembre, per portare a termine il suo incarico.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:05
    Il grande incontro

    Come comincia: Dal diario del C.te krikekrok

    Anno 2 dell'era del  nano  (o forse 3 - percezione del tempo molto relativa)
    Posizione cosmicomica : stravaccato
    Rotta : Verso gamma coglionis

    ....Odo dei rumori provenire dalla plancia (oppure dalla pancia? Boh! Questa gravità artificiale disturba gli intestini).

    L'ufficiale di rotta  Pasquale si è Rrroootto! Cazzo di Cyborg italiani, non funzionano mai! Si aggira tra le apparecchiature gridando : "Floriana non me la dare...ti prego!".

    Floriana è il tecnico Raeliano, di sesso indefinito, frutto della clonazione malriuscita di Maria De Filippis, Francesco Tuotti e la cagnetta Laika.

    La nave è scossa da forti tremori, si sa lo spazio è gelido.

    I motori a impulsi, privati dell'assistenza tecnica di Thanos, ex becchino siciliano riciclato dalla colonia penale Milano 2000, si accendono e si spengono un po' come gli gira a loro.
    Il software di controllo Clinux, prodotto dalla multinazionale intergalattica Gay-on (ahò ma stanno dappertutto 'sti finocchi), non riesce a elaborare i dati, nonostante gli sforzi dell'ingegner...dell'ingegner....dell'ingegner....

    La memoria comincia a giocarmi brutti scherzi. Siamo entrati per errore in una bolla quantica vagante, circuiti elettronici e neuronali stanno subendo alterazioni imprevedibili e inspiegabili.
    In certi momenti so chi sono, ma non so dove sono. In altri so dove sono, ma merda se riesco a ricordarmi il mio nome!

    Sui monitor della plancia compaiono misteriosi segnali indecifrabili. In questo momento una lunga serie di numeri e caratteri sconosciuti scorre sullo schermo. Ora si stanno rimescolando all’impazzata...stanno formando una figura...mio Dio...è un volto di donna...e che donna porca pupattola!

    L’immagine della ragazza sta parlando, i suoi occhi sono verdi, fosforescenti, del resto è tutta verde fosforescente. Inserisco il traduttore universale...

    “...salve umani...sono Milla, servitrice dell’Unico Grande Quanto, il solo vero Dio dell’Universo. Non temete, vengo in pace. Sono qui per mostrarvi la via verso la salvezza ...Bzzzz...Bzzzz...ASSAGGIATE L’ENERGIA RADIANTE DELLA FONTE NEUTRINICA SANTA SPIRALE!...Bzzz....Bzzz...umani...ci sono interferenze nella vostra dimensione di esistenza...controllate i circuiti dell’alimentatore nucleare e i raccordi bionici agli scudi temporali di dritta...Gnak...Gnak...”.

    Chiamo l’ingegner Thanos, finalmente mi ricordo il suo nome, ma chissà dov’è, dove diavolo sta l’ingegnere capo? Boh? In sala macchine? In cabina a montare la sua androide di compagnia? E chi lo sa? Apro tutti gli interfoni e grido il suo nome, lo sento riecheggiare per tutta la nave, ma di lui nessuna traccia.
    Il secondo meccanico mi informa di aver trovato la causa dell’avaria agli scudi temporali. L’ingegner Thanos è rimasto incastrato con il suo...ehm...il suo uccello nel condotto del flusso einsteniano. Pare volesse provare l’orgasmo più lungo della storia, purtroppo gli spermatozoi hanno fatto marcia indietro e gli hanno gonfiato le palle a dismisura, forse bisognerà castrarlo per estrarlo.

    Ordino di procedere senza indugi. Mezz’ora dopo una vocina flautata risuona nel mio auricolare, è Thanos, si è ripreso in fretta dalla mutilazione, ma mi informa che un improvviso mal di testa lo costringerà a chiudersi in cabina.
    Poco male, come ingegnere capo valeva poco, chissà che non lo possa riassegnare al reparto crew-care, come hair fashionist.

    Sullo schermo ricompare la misteriosa ragazza verde fosforescente. Mazz è proprio gnocca!

    “Umani...umani...sono qui per condurvi al cospetto del Grande e Unico Quanto. Preparatevi ad essere traslati nella non-dimensione”.

    Ekkekazz...non perde tempo l’inviata del Supremo. Giusto il tempo di ravviarmi un po’ i capelli e spolverare le mostrine, che tutta la nave ha come un lungo sussulto, le paratie si deformano, tutti i rassicuranti led della plancia si spengono, le luci assumono un colore verde fosforescente.

    Siamo sospesi nello spazio. Intorno a noi il nulla. La nave è scomparsa sotto i nostri occhi. Galleggiamo in un’oscurità totale, non sentiamo più la gravità, naturale o artificiale, liscia o gassata.
    Un brivido mi percorre la schiena, mi accorgo di essere completamente nudo.
    Una piccola luminescenza compare in lontananza, manco a dirlo è verde fosforescente. Si avvicina e si ingrandisce, o si ingrandisce e si avvicina. Insomma diventa più grande. Adesso illumina tutto lo spazio intorno a noi. Tutti gli uomini e le donne del mio equipaggio sono intorno a me. Siamo tutti nudi. Qualcuno si copre i genitali, altri si osservano vicendevolmente con sguardi bovini e suini. L’ingegnere capo è completamente assorto a sfrugugliarsi tra le gambe.

    La luce si fa sempre più intensa, comincia a fare male agli occhi. È accecante. Le nostre mani corrono ai visi per proteggere la vista, e così facendo, proprio mentre sta comparendo il Grande Quanto, tutti quanti scopriamo i genitali.

    “Uèèè...che accoglienza! Era da molto che non ricevevo un saluto di benvenuto così esplicito. Bravi ragazzi e ragazze”.

    È la voce dell’Unico, del Dio che abbiamo sempre pregato e cercato. Alla fine è stato lui a trovare noi.

    È un grande volto, guarda caso verde fosforescente, che ci si presenta davanti. Come un ologramma di antica fattura. Ci aspettavamo di incontrare il viso di un essere vecchissimo, invece è straordinariamente giovanile per la sua età eterna. Dimostra non più di 35 anni ben portati. Ha l’espressione arguta e brillante. Un sorriso smagliante, anche se un po’ troppo verdastro. Porta i capelli tirati all’indietro e lisciati con brillantina.

    La luce cala di intensità, adesso possiamo riportare le mani ai nostri rispettivi genitali. Qualcuno a quelli degli altri, ma non importa. È un momento solenne e sconvolgente, le nostre menti vibrano misteriosamente e potentemente, e anche i corpi vibrano. Vistose erezioni si protendono dai pubi come anemoni dello spazio, mammelle si ergono nel vuoto come cupole antigravitazionali.

    “Sù sù fate i bravi, avrete tempo per accoppiarvi. Vabbè che ve lo ordinai tanto tempo fa, però ragazzi, mi avete proprio preso in parola eh?”.

    Nonostante la luce verde fosforescente, i nostri volti tradiscono l’imbarazzo e dal verde elettrico passano a una strana sfumatura verde-rossastra.

    “Ingegnere capo...sei stato tu, con la tua discutibile intromissione nel flusso spazio-temporale a farmi notare la vostra presenza. Per questo ti concedo una grazia. Dimmi rivuoi i tuoi..ehm...testicoli? o preferisci che ti trasformi in donna, con tanto di tette e tacchi da dodici?”.

    L’ingegnere capo è sorpreso quanto noi. Rimane un attimo a bocca aperta, comunicare con l’Unico non è cosa facile, si può rimanere in soggezione. La sua bocca si apre, ma non riesce ad emettere altro che squittii e colpi di tosse.

    “Allora? Ho tutta l’eternità a disposizione, ma i tuoi compagni sembrano piuttosto curiosi. Cosa decidi?”.

    “Donna! Donna! Fammi diventare donna...però strafica!”.

    Istintivamente scoppiamo tutti in un applauso liberatorio, mentre i nostri peni e le nostre tette sobbalzano nell’entusiasmo del battimano.

    Un accecante bagliore avvolge l’ingegnere capo, questa volta ci siamo fatti furbi, una mano al viso e una al pube. Il tempo pare fermarsi, qualunque cosa voglia dire. Quando la luce svanisce, dell’ingegnere capo non resta più traccia alcuna. Al suo posto è comparsa la più incredibile, esplosiva, irresistibile superfica che si sia mai vista. Ci affolliamo intorno a lei, la tocchiamo ovunque...per accertarci che esista realmente...ehm ehm...”.

    “Giù le mani bifolchi! Zoccole! Porco!” – grida l’ex ingegnere sferrando un appuntito calcio al basso ventre dell’ufficiale medico.

    “STATE BUONI!”

    La voce dell’Unico Grande Quanto ha tuonato sopra e dentro di noi. Ci immobilizziamo all’istante. Soltanto l’ufficiale medico non riesce a trattenere un flebile mugolio.

    “Allora, ragazzi miei...e ragazze ovviamente”. Una strizzatina d’occhio vola all’indirizzo del fu ingegnere capo, che accoglie l’ammiccamento drizzandosi sui tacchi da dodici.

    “Siete alla presenza dell’...”

    “UNICO GRANDE QUANTO!”. Recitiamo all’unisono battendolo sul tempo.

    “Ah beh..sì...ormai lo avrete capito. Dunque dunque che fare adesso? Non avevo mai incontrato prima d’ora qualcuna delle mie creature. Devo dire che vi immaginavo un po’ diversi...”.

    Avverto intorno a me una sensazione di sbigottimento generale.

    “Sì, come dire...non avevo previsto di incontrarvi faccia a faccia. Era parte del gioco. Voi non vedevate me e io non vedevo voi. Sapete com’è, una specie di nasconderello cosmico. Il senso era questo”.

    Stiamo tutti guardando verso il Grande Quanto. Le sopracciglia alzate, gli occhi sgranati, le bocche a culo di gallina.
    “Che dire figlioli. Mi avete preso di sorpresa. Colto in castagna, come si dice. Preso con le mani nella marmellata, colto in flagrante, beccato con...”.

    Era chiaro che il Grande e Unico stava temporeggiando. Un diffuso brusìo si innalzò dal nostro gruppo.

    “Sì insomma...è una situazione imprevista. Che dite, ci sediamo un po’ a chiacchierare? Oppure ci facciamo un drink. Un Happy Hour non ci starebbe male. Sapeste quanto ho desiderato avere qualcuno con cui sbevazzare un po’ e magari dopo una cenetta romantica...e poi che serà serà...ehm...”

    Passati i primi momenti di doverosa soggezione, adesso sembrava che il Grande Quanto fosse più imbarazzato e interdetto di noi, miseri umani, nudi al cospetto del Creatore.

    “Oppure una bella partitina a qualcosa. Che ne dite? Avete inventato un sacco di giochi, a quanto ho sentito dire. Si potrebbe fare una bella canasta. Oppure inventiamo un gioco nuovo. Sì, che grande idea che mi è venuta! Me ne vengono in continuazione, non so perchè, è più forte di me...”.

    Il nostro brusìo si era trasformato in aperto chiacchiericcio.
    Qualcuno accennò un eloquente gesto, portandosi un dito alla tempia. Soltanto l’ex ingegnere capo sembrava non preoccuparsi di nulla. Soppesava le sue nuove tette, dondolandole nelle mani affusolate. Lisciava le sue lunghe gambe con gesti erotici, accennava mossette di danza, agitando il sedere, e che sedere.

    “Insomma ragazzi! Dite qualcosa anche voi. Sono fin troppo abituato a parlare da solo. Avanti! Dite qualcosa...”.

    Per un automatico senso della gerarchia, tutto il mio equipaggio si voltò all’unisono verso di me.

    Mi schiarii la voce. Mi ri-schiarii la voce. Deglutii. Mi strofinai le mani sudate. Cercai le mostrine con le dita, per stemperare la tensione, ma i miei polpastrelli incontrarono soltanto la peluria dei miei polsi.
    Il momento era fatidico.

    Poi mi venne l’idea.

    “Grande Quanto!” – esordii.

    “UNICO GRANDE QUANTO. Prego...”.

    “Sì...mi scusi...”.

    “Unico Grande Quanto...io...noi...loro...”.

    Il grande Quanto mi fissava, dall’alto al basso, con gli occhi speranzosi e partecipati.

    “Io...ecco...credo...ho pensato che...”.

    “SIII?”.

    “Ecco...si potrebbe...non so come dire...”.

    “DIMMI...”.

    La Sua aria benevola e carica di aspettativa mi convinse a sciogliermi e parlare a ruota libera.

    “Potremmo appunto inventarci qualcosa di nuovo, qualcosa di mai fatto prima. Una cosa del tipo...ti incarni e vieni con noi”.

    “MICA TANTO NUOVA SAI?”.

    “Ah sì, scusa, mi ero dimenticato. No intendevo...in incognito...senza farlo sapere in giro. Tu vieni con noi, ti vedi un po’ del mondo che hai creato, con i tuoi occhi, non per sentito dire. E vedi che effetto ti fa. Un giro turistico diciamo...che ne dici?”.

    Un divino silenzio incombette per alcuni lunghissimi non-istanti.
    Il viso del Grande ed Unico divenne pensieroso, la sua fronte verde si fece più fosforescente, un lampo di luce brillò nei suoi occhi.

    “Ma sai che non è mica una brutta idea. In fondo cos’ho da perdere. Se poi non mi trovo bene, posso sempre tornare a Me”.

    Tutto il mio equipaggio, che fino a quel momento aveva trattenuto il fiato, emise un sonoro sospiro di sollievo.

    “Sì...Sì...la tua idea mi convince, comandante Krikekrok. Una bella vacanzina mi ci vuole proprio. Ti ringrazio dell’idea”.

    Passò qualche attimo di eternità a considerare la cosa.

    “Che ne dite? Mi incarno uomo o donna?”.

    Tutto l’equipaggio si voltò prima verso l’ex ingegnere capo e poi, con aria concupiscente verso il Grande Quanto.

    “No...forse è meglio uomo”.

    Una bordata di fischi e urla si alzò dai componenti femminili dell’equipaggio, accompagnata da inequivocabili gesti e moine.

    “Ma...ma...le ho fatte io così? Davvero non mi ricordo...ma mi sembrava di averle pensate...come dire...un tantinello meno estroverse”.

    “Vabbè e deciso...vada per un corpo maschile. Qualcuno ha dei consigli?”.

    Dopo un attimo di smarrimento le voci delle signore e signorine del mio equipaggio, dalla lavarobots all’ex ingegnere capo, si sovrapposero in un assordante raffica di richieste e suggerimenti.

    “Okay okay...ho capito...faccio da solo”.

    La luce verde tornò a brillare sempre più potente. Quando potemmo togliere le mani dai visi avevamo davanti a noi, sullo sfondo nero dello spazio-tempo...un gran pezzo d’uomo. Noi maschi ci sentimmo tutti immediatamente sminuiti, mentre le nostre compagne esplodevano in un giubilo sfrenato.

    Ci ritrovammo a bordo della nostra cara astronave, con un membro in meno tra le gambe del vecchio equipaggio e uno in più, nuovo di zecca, in aggiunta, che per rispetto al suo rango nominai immediatamente comandante in seconda.
    Ripartimmo verso le infinite distese dello spazio, con la sensazione che molte nuove avventure ci aspettavano tra le stelle.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 9:28
    Non è un racconto

    Come comincia: Violenza contro le donne Quando si parla di violenza sulle donne, la prima immagine che compare alla coscienza è quella della violenza sessuale ossia Il reato di violenza sessuale, che per anni è stato definito come “congiunzione carnale violenta”. Parlando per convenzioni si definisce violenza sessuale l’atto per cui una persona è costretta a compiere o subire atti sessuali mediante violenza, minacce o abuso d’autorità, oppure approfittando del suo stato d’inferiorità fisica o psichica, o ancora quando il colpevole inganna la vittima della violenza sostituendosi ad un’altra persona. Ma, sotto il profilo morale e legale il concetto di “Violenza sessuale” assume tutta una serie di sfumature che vanno dal fare battute e prese in giro a sfondo sessuale, fare telefonate oscene, costringere ad atti o rapporti sessuali non voluti,anche se a livello di happening, obbligare qualcuno a prendere parte alla costruzione di o a vedere del materiale pornografico, stuprare, rendersi responsabili d’incesto; costringere a comportamenti sessuali umilianti o dolorosi, imporre gravidanze, costringere a prostituirsi. Prima del 1996 tutte le donne che hanno subito violenza non sono state in grado di difendersi legalmente com’è possibile invece oggi, laddove la nuova normativa ha introdotto un’importantissima modifica: la violenza sessuale non è più classificata difatti tra i reati contro la moralità pubblica, ma contro quelli che colpiscono la libertà personale. Parrebbe logico, ma sono stati invece necessari anni ed anni di lotte, anche da parte delle associazioni costituite per la difesa dei diritti delle donne, per cui in molti casi è ammessa anche la possibilità di costituirsi parte civile nei processi per stupro. Occorre sottolineare che la denuncia dell’avvenuta violenza rappresenta già di per sé, da parte della donna, un atto di coraggio, perché in molti casi la vittima in prima persona, o la famiglia per lei, preferisce far passare l’episodio sotto silenzio, allo scopo di evitare i molti problemi che nasceranno dal fatto di condurre in pasto al pubblico un’esperienza che la donna percepisce come dequalificante ed altamente offensiva per la propria personalità. Tra i paesi più colpiti dal fenomeno, per quanto possa apparire strano, abbiamo la Svezia, che nel 1979 presentava un tasso di 11,1 per centomila abitanti, mentre l’Italia, nel 1977 se la cavava con una percentuale di 1,8 per centomila abitanti. Tra le ragioni che potrebbero spiegare la presenza di devianze sessuali in territori ricchi dal punto di vista economico e culturale, anche se, per gli Stati Uniti, estremamente variegato dal punto di vista della tipologia degli abitanti, pare sia importante il tipo di religione professata. In pratica, laddove esiste una religione più liberale, ossia di tipo protestante, troverebbero maggiori possibilità d’espressione le devianze sessuali, mentre l’Italia, invece, massivamente Cattolica, risentirebbe in positivo di religioni con tradizioni di tipo moralistico a tutto vantaggio di un sistema di vita sessuale più civile. Gli studiosi affermano che nella mentalità maschile, la violenza carnale è associata più all’idea di piacere sessuale che a quella d’aggressione. Lo stupro sarebbe dunque percepito non come un crimine, ma nella maggior parte dei casi, come un atto benigno (!), la cui gravità, per altro, è invariabilmente contestata dal colpevole. Si potrebbe anche supporre, però, tenuto conto del particolare momento psicologico vissuto oggi dall’uomo, nei confronti di una società di donne evolute, che sembrano a volte voler prendere il sopravvento morale, se non quello materiale, sulla parte maschile della società, che il maschio possa, inconsciamente, provare soddisfazione nell’imporre alla donna, con un atto sessuale il cui godimento non è condiviso, la sua inalterata capacità di dominio fisico, che, ovviamente, si traduce con la violenza stessa, in una forma di sottomissione psicologica. Ben diversa appare invece la percezione psicologica dell’atto, nella mente della donna che la subisce: la donna, la fanciulla, la bambina, innanzi tutto sente violentata la propria integrità morale e fisica ed il personale dominio del proprio corpo. La violenza assume insomma tutte le caratteristiche di un attentato alla personalità individuale e lascia l’impronta grave di uno stato di sottomissione imposto, che rende difficile per la vittima il recupero della propria fisionomia mentale d’essere civile sessualmente libero delle sue scelte. Se aggiungiamo poi che, nella maggioranza dei casi, la donna tende a far coincidere il concetto di amore con quello di sesso (non operando quel distinguo tipico del maschio), ne viene fuori la conclusione che la violenza sessuale non possa in alcun modo assumere per la vittima una qualche parvenza di positività, né quindi si può presumere sia pure un barlume di consenso, accettazione o, al limite, piacere, nel corso dell’istaurarsi di un rapporto sessuale, subito, appunto, come violenza fisica e psichica. La donna violentata percepisce nella violenta imposizione del maschio un’aperta violazione ai suoi diritti di autonomia psicologica e morale, che, nel corso dei decenni, la parte femminile della società sta tentando di raggiungere con ogni mezzo, spesso anche con l’ausilio della parte maschile evoluta e sana di detta società. A causa della percezione soggettiva dell’atto sessuale, che per il maschio è fonte di piacere e come tale viene inteso evidentemente anche per la donna che vi partecipa, si può desumere che, effettivamente, lo stupratore il quale abbia “soltanto” imposto con la forza e senza percosse, la consumazione di un atto sessuale ad una donna reticente o non pienamente coinvolta, non percepisca su di se alcuna colpa, ma, al contrario, la rigetti sull’elemento femminile che, prima turba le coscienze ed i sensi e poi si trincera su inammissibili posizioni di rifiuto. Sul piano psicologico il violentatore non ha un volto tipico esclusivo. Da un lato si hanno individui equilibrati maniaci o perversi, molto portati alla recidiva –quasi sempre su minorenne- il cui comportamento criminale, particolarmente pericoloso e spesso tale da portare a spargimento di sangue, dall’altra si ha la folla di uomini qualsiasi che non hanno alcun tratto in comune coi bruti e che, esteriormente, nulla permette di distinguere dagli altri: buoni mariti, buoni padri, buoni cittadini”. In una ricerca condotta da G.B. Traverso e F. Carrer appare tra l’altro un dato eclatante: le tavole mostrano la distribuzione percentuale dei soggetti prosciolti sul totale dei giudicati in Italia per reati sessuali tra il 1968 ed il 1973, che passano da un minimo di 63,0% di prosciolti per il 1971 ad un massimo dell’80,4% per il 1973. La formula principale di tale proscioglimento è: “Perché il fatto non sussiste”- e “Per non aver commesso il fatto”. Affermano gli autori dello studio: - “Tali risultati sono in accordo con molte altre ricerche le quali mettono in evidenza che, sebbene le violenze carnali siano spesso premeditate e comportino un elevato grado di violenza nei confronti delle vittime, pochissime persone risultano, in effetti, formalmente imputate e giudicate per tale reato ed un numero di gran lunga inferiore viene condannato e sconta in carcere una pena adeguata”, inoltre la letteratura scientifica italiana si distingue per la spiccata carenza di studi criminologi statistici sulla violenza carnale”. Ma, se in passato l’argomento rischiava di essere sottovalutato, tanto non è oggi permesso dalla presenza delle associazioni femministe, nate per sovvertire la situazione di inferiorità in cui è stata tenuta la donna in seno alla società civile. Il protagonista per eccellenza della violenza sessuale resta comunque, in quanto artefice, il maschio ed in quanto vittima, la donna. Si tratta di donne di età variabile tra i dieci ed in quarantanove anni, il che ci fa comprendere quale tragedia l’atto di violenza possa avere rappresentato per la fascia compresa tra quei dieci anni e, poniamo, i diciotto. L’età media degli aggressori si pone tra i 13 ed i 26 anni, mentre quella delle vittime tra i 14 ed i 22 anni. Il decremento annotato oggi nel numero delle violenze sessuali può essere spiegato positivamente con la maggiore libertà sessuale, la crescita culturale, l’importanza che la stampa ha dato all’argomento e l’interesse suscitato per la problematica dalle organizzazioni femministe. Ma l’ultima nota è ambigua in quanto la pubblicità data ai casi di violenza potrebbe spingere le vittime ad evitare la denuncia per non essere coinvolte in casi clamorosi di cui quasi mai una donna può desiderare di essere la protagonista. La violenza, e non parliamo soltanto di quella sessuale, è, più spesso di quanto piacerebbe credere, di tipo “domestico”, ossia si verifica in famiglia da parenti o da amici intimi e conducono la vittima a conseguenze che vanno molto al di là del danno fisico. Gli effetti più frequenti della violenza sono la perdita di autostima, l'ansia e la paura per la propria situazione e per quella dei propri figli, l'autocolpevolizzazione, un profondo senso di impotenza, la depressione. Tutti fattori che si accomunano a traumi dagli esiti reversibili cui spesso fanno seguito problemi psico-somatici, disturbi del sonno, danni permanenti alle articolazioni, cicatrici, perdita parziale dell'udito e/o della vista, etc.; La violenza sulle donne è spesso racchiusa tra le mura di casa e sopportata come un dovere, se proviene dal coniuge, dal genitore, da un fratello. Ma può condurre anche alla perdita del lavoro, della casa e di eventuali altre proprietà oltre a quella del proprio tenore di vita; spinge inoltre all'isolamento, all'assenza di comunicazione e di relazioni con l'esterno, alla perdita di relazioni amicali. Una moglie picchiata è in molti casi mamma, per cui occorre ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna, ma anche sui figli. E difatti comprovato che i bambini e le bambine cui tocca in sorte di assistere a scene di violenza domestica o che ne sono stati/e vittime in prima persona, mostrano problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, d’alimentazione o del sonno. Inoltre possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime corrette. Possono cercare di fuggire da casa o anche mostrare tendenze suicide. Per quanto certi dati possano disturbare la nostra tranquilla innocenza nei confronti di problemi che sembrano non sfiorarci neanche, occorre in ogni modo precisare che la violenza risulta essere la prima causa di morte e d’invalidità per le donne tra i 15 e i 44 anni. Si muore dunque più di violenza, nel mondo femminile, che di cancro, d’incidenti stradali e persino, se coinvolti, di guerra.

  • 28 gennaio 2012 alle ore 19:27
    Un Solo Giorno

    Come comincia: Ombre. Si viene risucchiati da un vortice velenoso,quasi struggente a volte... Dove tutte le certezze,le idee,le cose che sapevi concrete fino a quel momento,si sgretolano come cocci di vetro. Le cose che credi di sapere sono sconosciute,le persone che credi di conoscere non esistono e poi quello in cui credi viene a mancare togliendoti il fiato a bruciapelo. Ed è così che resti,lì,nel tuo liquido velenoso..spoglio di qualsiasi cosa,di qualsiasi emozione,pensiero.. ed è li che ti scontro con il tuo vero essere ed ogni essere proprio ha una suo forma. Il mio era una farfalla..come la mia felicità. Nasce,svolazza nel mondo,la tocchi e muore. Una felicità che dura un giorno. Poi,dopo,tutto da capo.

  • 28 gennaio 2012 alle ore 18:36
    Telefono

    Come comincia: Avvertendo il suono del telefono, speravo che potesse trattarsi di una bella sorpresa…Era una scena già vista; nei momenti meno felici, senza che fosse al corrente di nulla, arrivava Rosa, come se riuscisse, pur lontana centinaia di chilometri, a percepire lo stato d’animo in cui mi trovavo. Ma decisi di non rispondere. Mi stavo distaccando sempre di più dal vecchio mondo. La persona che Rosa aveva conosciuto e amato come una sorella, esisteva ancora? Per tutti ero sempre la stessa, non ero affatto cambiata in vent’anni di vita. La mia verità non era migliore forse, ma era sicuramente diversa. Mi sentivo intrappolata, e sbeffeggiata dal destino che avevo contribuito a creare, anzi da me ardentemente cercato e voluto; la debolezza di carattere coltivata negli ultimi due anni quasi con orgoglio autolesionista, adesso si era trasformata in fuoco e desiderio di conoscenza, in voglia furiosa di vivere, senza però riuscire a fare davvero della vita quello che desideravo. Ma allora...avevano ragione tutti quanti... ero uguale a prima, nella mia incapacità che permeava gli affetti, il lavoro, il talento. Avevo acquisito l'amara consapevolezza che la maggior parte delle persone fa le proprie conquiste umane in tempo di pace, mentre io...ero sempre in guerra, una guerra infinita, cristallizzata, muta. Il telefono suonò ancora….era Rosa…

  • 27 gennaio 2012 alle ore 0:51
    Narratrice Onnisciente

    Come comincia: Aprire gli occhi e cominciare a vivere, con la consapevolezza di essere uno dei tanti personaggi che calcheranno il palcoscenico per l'ennesima volta.
    L'abitudine ha cancellato ogni sorta di timore dovuta ad una comune ansia da prestazione; siamo tutti pronti dietro il sipario cremisi, aspettando che le luci in sala si oscurino e il silenzio cali attorno a noi, aiutandoci nella perfetta recitazione della nostra parte. Impeccabili, ripetiamo gesti e parole a noi familiari, mischiandoci nell'agitazione febbrile della folla. Si dimena, si contorce, ci spinge e ci risucchia in un vortice continuo, senza sosta danziamo sulle note del dramma esistenziale.
    E' un viaggio quotidiano nei meandri del nostro conscio, preludio al sogno e all'incubo, che penetra il nostro subconscio. Ci lascia esanimi  sulla riva di un fiume ancora in piena e che mai sembra placarsi, perché distante, fin troppo distante il suo mare l'aspetta.
    E' un viaggio quotidiano, incantevole quanto abominevole, che coinvolge interpreti poliglotti e poliedrici, eccellenze e sciatterie, bestemmie al bello ed elogi al brutto, diffusi e confusi tra una calca di volti coperti da maschere d'argilla, nel subdolo tentativo di identificarsi nella fisionomia originaria della forma.
    Cantori e suonatori, saltimbanchi e domatori, attori e comparse, in misure diverse contribuiscono alla messa in scena dello spettacolo spettacolare.
    Mi vedo, un punto tra tanti, una parte cucitami addosso dall'ago del giudizio e dal filo del disprezzo, facile da strappare, difficile da bruciare, ma abbastanza comoda da cambiare cento e ancora mille e più volte.
    Talvolta però, l'angoscia fa parte di me, timone del senso e della ratio, mi guida alla deriva e mi conduce a più porti, alcuni mai visitati prima, dove mi spoglio completamente di ogni miseria e nobiltà, di ogni farsa o realtà, e dimentico la mia piccola parte, dò fuoco al mio copione e comincio ad improvvisare.

    Mi ritrovo a solcare un palcoscenico a me nuovo, a dirigere il mio sguardo su un panorama più ampio, diverso, dove ogni cosa appare nel caos più chiara, e mi vedo per la prima volta in un nuovo ruolo, deciso dal Nessuno, che fratello all'Ognicosa mi ha eletta sua compagine, testimone degli eventi e degli avventi delle maschere attorno a me.

    Adesso percepisco, conosco, sono sua fedele narratrice onnisciente del dramma universale dell'Essenza e dell'Apparenza.

  • 25 gennaio 2012 alle ore 17:16
    Figlia di una fiaba

    Come comincia: Nata tra le fronde di rovere e le radici di un ciliegio rosso fuoco, rivestita dalle foglie di un faggio candelabro e dalle bacche d’agrifoglio, custodiva primule gialle nel cuore che suonava come se fossero trombettine giocattolo, camminava sul sentiero delle querce e accarezzava dolcemente le piccole viole del sottobosco...
    Lo spazio terreno si rifletteva in questo sguardo azzurro ed è così che il cielo e il mare si rasserenavano, placava le tempeste e calmava le onde, scioglieva i venti gelidi con il calore delle labbra e baciava armoniosa le stagioni che si alternavano ciclicamente.
    Era nata da una fiaba, partorita nel ventre dei sogni di tutti noi, uomini e donne, bambini e anziani, tutti desideravano che esistesse qualcuno che portasse in dono la serenità e la dolcezza,

    la sincerità e la bellezza, per questo ora viveva...

    materializzata e incarnata tra corolle profumate, polveri colorate, leggera come un’aria tiepida con il sapore del mattino e brillante, come i pianeti lontani che ruotano a cerchio intorno a noi, a lei, al mondo, facendo un eterno girotondo danzante tra le stelle e le galassie...

    Un tempo l’uomo viveva al buio, nelle grotte e nelle spelonche, annidato e indifeso tremava per il freddo e la paura, era vittima degli eventi naturali, cibo per i predatori, subiva le intemperie e le glaciazioni senza poter affrontare il maltempo né le avversità...
    non c’erano boschi ma solo foreste impenetrabili popolate da serpenti enormi, paludi sconfinate in cui regnavano coccodrilli giganteschi e montagne inaccessibili sorvolate da aquile preistoriche estremamente feroci e malvagie... avvistavano dall’alto le loro prede e le ghermivano con immensi artigli per cibarsene.

    Il vento gelido desertificava le zolle e nei campi crescevano solamente arbusti spinosi e sterpi nodosi, le rocce erano seghettate e taglienti e i mari inarcavano la cresta di onde schiumose e roboanti che si frantumavano rabbiose sulla riva devastata, erosa, consumata.

    Dov’era il cibo, dov’erano i fiori, l’erba, la pace di una terra verdeggiante e silenziosa...?

    Non c’erano lucciole né farfalle ma solamente insetti voraci assetati di carne, pipistrelli con l’apertura alare di un elefante e ragni mostruosi, topastri pelosi, istrici deformi, tigri fameliche, rettili striscianti e rapaci notturni...

    Nessuno conosceva la gioia, pochi avevano provato l’esperienza dell’amore, si diffondevano al contrario il terrore, la paura, l’orrore, l’inquietudine, l’incertezza e l’angoscia di vivere braccati come piccole lepri in un territorio di caccia.

    Serviva qualcosa, una luce, una speranza, una magia che potesse cambiare le cose per ridare sorriso e spazio ai bambini che non avevano ancora sviluppato neppure il senso del sogno o della creatività... solamente l’ombra intermittente di paure e allarmi era l’universo noto esistenziale, solamente quello e nessuno poteva sfuggire a questo limite ideologico privo di fascino e seduzione.

    Per questo i bimbi dei villaggi si radunavano ogni sera intorno a un grande fuoco e cantavano preghiere dolci insieme a tutta la tribù... inneggiavano il loro desiderio di pace dedicando al Dio Sole a alla Dea Luna il loro piccolo cuore, i loro sogni invisibili...

    Passavano ere e glaciazioni, avanzava il deserto e recedevano le steppe, si spostavano orizzonti e progrediva l’uomo insieme ai primi albori di una civiltà ancora vergine di tecnologie... ma la mano sapiente di questa specie eletta imparò a dominare il fuoco e il ghiaccio, a costruire, nidificare artificialmente in tane progredite e accessoriate, decorate, personalizzate, ma nulla ancora poteva opporre alla forza della natura e alle energie oscure della notte, delle creature inquiete che popolavano leggende e, purtroppo, anche la quotidianità.

    I bimbi si stringevano tra le pelli di bufalo e osservavano il cielo attraverso il singhiozzo di  lacrime piccine, gocce di pianto, stille umide sul viso impaurito dalle ombre nere di un pipistrello carnivoro, una nuvola di ragni e scorpioni, un tappeto di granchi velenosi... ogni rumore, ogni tumulto, ogni palpito del cuore erano momenti di silenziosa battaglia per rendersi invisibili, introvabili, prede senza tregua, mano nella mano, mentre i tuoni saettavano lampi e fulminavano le nuvole... finché un prezioso sonno li portava via, rapiti e distanti da questa realtà fuori misura, senza fiaba, senza dimensione...

    Mutava il grande regno animale e i grandi rettili mesozoici lasciavano questo pianeta per riprodursi altrove... le rocce del triassico, ormai levigate, si immergevano nella falde delle dorsali oceaniche per fondersi in nuove leghe, creare nuovi minerali, nuovi elementi... la terra partoriva nuovi frutti, nuovi fiori, nuove forma di vita vegetale mentre i venti tropicali si fondevano con quelli siderali... era l’inizio di una grande metamorfosi della geologia globale... le nubi si addensavano per attanagliare la luce di un sole sempre più lontano, pioveva fango, nevicava cenere, solidificavano cristalli di sale e argilla cementando la superficie della terra e delle acque... i colori erano distrutti, assorbiti da questo manto irrespirabile fossilizzavano interi branchi, intere foreste, fiumi, laghi e continenti... mari... oceani...

    La forza delle onde devastava scogliere millenarie che crollavano sbriciolate come macerie del passato, la melma imbizzarrita distruggeva coralli, atolli, fondali e litorali, cicloni trasversali, bufere vorticose, tornadi acquitrinosi strappavano le ultime forme di vita lacerandole nel nulla... la polvere, le polveri... l’aria, mancava l’aria, era tutto sepolto, sommerso, coperto... restavano solo i cunicoli sotterranei e le gallerie carsiche, i pozzi freatici, le grotte fluviali...

    L’uomo diveniva talpa, i bambini senza sorriso strisciavano come topolini disorientati alla ricerca di frammenti di calore, le dita sfioravano, toccavano e, forse, accarezzavano la pietra umida alla ricerca di un abbraccio...

    Ma il cuore del pianeta produceva solamente esplosioni vulcaniche, saliva il magma furibondo attraverso le arterie longitudinali e ribolliva sulla crosta saccheggiata, tremava la terra, ribollivano le catene montagnose che fondevano ghiacciai sulla barriera corallina, iceberg equatoriali, deserti pluviali...

    I bimbi più piccoli succhiavano l’acqua che condensava sulle stalattiti, giocavano a schizzare ricami di calcare sulle candele di sale, si rincorrevano alla cieca tastando le colonne sedimentarie, saltando filoni e spaccature... non era rimasto più nulla, ma la mancanza materiale non impediva ai cuccioli d’uomo di credere ancora nella forza dei propri sogni...

    Non c’era il giorno...

    Non c’era la notte...

    Solamente una gelida cavità sotterranea, rifugio di una specie che non era disposta a rassegnarsi, né estinguersi...

    Cosa ha portato questa generazione alla sopravvivenza... quale straordinaria energia ha dato loro la spinta e lo stimolo per resistere secoli, forse millenni nel nulla e senza più nulla? cosa cercavano, cosa aspettavano, cosa credevano, in chi, a cosa... credevano?

    Forse già allora la speranza di un messia, un cristo preistorico motivava la speranza di un’attesa, una liberazione, una rinascita...

    I bimbi divenivano adulti e nascevano altri bimbi, pallide anime senza luce avevano sempre un grande dono nella sorgente linfatica del proprio cuore: immaginavano, sognavano, creavano... la forza di un sogno alimentava la loro crescita, colmava il silenzio, colorava il buio e rischiarava le caverne dipingendo stelle immaginarie sulle pareti, fiori di pietra, petali di sabbia, forse anche sorgenti e, forse, persino fragole, mirtilli, lamponi, ciliegie...

    Tramandavano l’un l’altro il dipinto delle singole fantasie e definivano così un mondo parallelo popolato di cibo colorato... immaginavano tonalità di nero di aspetto differente: ascoltavano il petto pulsare e sentivano il colore del sangue, creavano un cielo attraverso la percezione del proprio sguardo pietrificato, ideavano l’azzurro e lo riflettevano in pozzanghere infinite popolate di scintille di vita armoniose, sinuose, un mondo colorato e variopinto dalle mille forme, dai mille sapori, profumi,  intonazioni...
    L’energia tramandata di questi bimbi iniziò così a risalire, come in un camino magmatico, verso la superficie torbida della sfera terrestre... si propagava nell’aria paludosa, si infiltrava nelle viscere fangose, antidoto d’amore alle forze oscure che precludevano la vita...

    I bimbi sognavano, sognavano ancora e la loro forza divenne vita, i loro giochi divennero luce, raggi, raggi di luce che improvvisamente iniziò a filtrare tra la densa coltre di vapori neri e le tenebrose nuvole dei temporali eterni.

    Raccontavano una fiaba, i bambini... e forse anche gli adulti:

    “Una bambina di nome Serenella, mentre giocava tra le stalattiti della sua grotta, smarrì la strada della tana familiare della sua tribù e cominciò a vagare nel buio, sola e infreddolita...
    Tastava le rocce, accarezzava le pietre ma non riusciva a riconoscere il percorso abituale e passarono cicli di sveglia e cicli del sonno in cui sognava tanto di ritornare tra le calde braccia di sua madre... Nel silenzio, forse dormiva, una piccola scintilla le indicò un cammino e lei seguì la direzione indicatale, era stanca ormai e non aveva quasi più le forze per salire, stava per cedere esausta e sfinita ma quel puntino dorato era la sua speranza, il suo desiderio, il suo sogno... poteva condurla al tutto, alla sua tribù, alla sua famiglia, al calore, all’amore...

    La prese tra le mani e cominciò a brillare, intermittente codice di vita, palpitava, volava, la seguì ancora fino a giungere ad una volta immensa, la caverna si allargava enormemente e sul soffitto c’erano tanti puntini brillanti, dorati, argentati... e altri ancora volavano intorno a lei. Percezioni nuove, sensazioni sconosciute... profumi... sentiva per la prima volta un odore diverso dalle putrescenti esalazioni della caverna, era un senso del buono, aveva fame, sete, era sfinita, camminava sul morbido ora, nessuna pietra, nessuna roccia, si sdraiò sul soffice tappeto e si addormentò... sogni...

    Tanti, tantissimi sogni fino al risveglio circondata da meraviglie, magie, entrava nel sogno, lo toccava, lo sentiva, camminava nel sogno, su questo strato verde e profumato di fili morbidi, nessuna tempesta, nessun maremoto... Ora il soffitto della grotta era immane e lucente, chiaro... una grande luce calda dipingeva forme senza fine. Le montagne fiorite, il mare tranquillo, i canarini e le rondini, i passeri, il pettirosso... le farfalline azzurre e le piccole margherite ma soprattutto queste palline colorate e profumatissime che ridonano energia al corpicino sfinito di Serenella che riprende forza, impara a correre, toccare, sentire, vedere, ascoltare... profumi e suoni, rumori, calore, colore, raccolse alcune fragole, alcune ciliegie, papaveri e conchiglie, prugne dorate e garofani selvatici, sentiva gioia, provava amore per tutto questo... Questa immensa grotta dal soffitto multicolore divenne la sua casa per sempre, aveva tutto: dall’alto scendeva l’acqua per lavarsi e dissetarsi, a volte persino cristalli bianchi e leggeri, freddi... Intorno a lei la dolce compagnia di animali mansueti e pacifici, c’era un ciclo di luce, che chiamò giorno e un ciclo di buio che chiamò notte, in cui le divenne naturale assopirsi e dormire, sognare... che tutti i bambini di tutte le grotte potessero trovare questa via, questa lucina dorata che chiamò “lucciola” ... e giungere a questa grotta meravigliosa che chiamò “mondo”.... “

    I bimbi sognavano tutto questo e ogni ciclo raccontavano la fiaba, questa fiaba, che dava corpo ai loro desideri e ai progetti di una speranza superiore.

    Ma Serenella non era semplicemente una storia da raccontare... lei esisteva, era viva, reale figlia della fiaba stessa e il suo richiamo, il suo segnale di amore giunse al profondo di tutte le grotte, ai lontani abissi, nei cunicoli e nelle voragini...

    il profumo del suo fiore color lilla tracciò un percorso che tutti i bimbi del grande popolo sotterraneo iniziarono a seguire... si alzavano, mano per mano e gioiosi giunsero tutti insieme a questa nuova cavità sconfinata chiamata Mondo...

    Ora potevano correre, vedere, saltare, osservare, usare i sensi del proprio corpo per percepire sensazioni complete, totali, di amore e di piacere...

    Era l’inizio di una nuova era che non appare nella storia geologica del nostro pianeta:

    L’Era dell’Amore...

    Non appare cronologicamente e neppure didatticamente ma noi sappiamo che è esistita e, forse, esiste ancora...

    Quando sentiamo il profumo... un profumo vero sì... cioè... non quello di D&G o di YSL dentro le scatolette di vetro... NO... quello di un fiore, dell’erba, del mare o della pioggia... quando guardiamo le stelle, la luna, i ricami delle nuvole o i colori del sole, quando tocchiamo le acque e giochiamo con le onde ed i gabbiani... noi facciamo l’amore, con il mondo...

    E Lei, forse, non era solamente una fiaba, un fiore, chissà...

    Magari tra le stelle ci osserva nella speranza che le fiabe aiutino a crescere il senso della speranza per un mondo migliore in cui esistere, nascere e rinascere, vivere senza distruggere, gioire, sognare, amare...

  • 25 gennaio 2012 alle ore 13:10
    Ciao Morte

    Come comincia: La mattina che ci svegliammo morti, impiegai un po’ di tempo ad accorgermene.
    Mia suocera si era alzata molto presto, come faceva da una vita intera. Anche nella morte è difficile cambiare le proprie abitudini, buone o cattive che siano.

    Quella mattina la madre di mia moglie, da buona italiana, era uscita presto a far la spesa. Tornata a casa si era messa a spignattare Con il suo piglio burbero ma affettuoso, l’avevo sentita redarguire la mia consorte in cucina. Probabilmente Vera intendeva dare aiuto e suggerimenti per il menu del giorno. Un’autentica blasfemia per una vecchia casalinga come la signora Giovanna.

    Sotto le confortevoli coltri il mio corpo, ancora convinto di essere di questo mondo, si crogiolava godendosi gli ozi del sabato mattina.
    I bambini scorazzavano per casa, trascinando giocattoli, gridando e riempendo il nostro habitat con la gioiosa vitalità dell’infanzia. Loro meno di tutti potevano rendersi conto di non essere più nel mondo dei vivi e continuavano a spendere il loro infantile entusiasmo.

    La tenue luce invernale filtrava dalle persiane chiuse, lasciando la camera da letto nell’ombra discreta e perlacea che concilia un risveglio dolce e graduale.
    L’odore del caffè stimolò i miei neuroni, anch’essi convinti di dover svolgere ancora tutte le loro funzioni. Vera aveva poggiato la tazzina sul comodino e se ne era tornata a badare alla prole.
    Mi rigirai nel letto un paio di volte, cercando di fermare nella memoria sprazzi onirici di dubbia origine. La vaga sensazione di aver fatto qualcosa di molto avventuroso, nella dimensione del sogno, solleticava il mio ego, ma inutilmente. Il cervello non seppe recuperare nessun ricordo della notte.
    Emersi dalle coperte come un vecchio orso a primavera. Lo stomaco mandava i suoi consueti borbottii mattutini. La bocca, stranamente, non era impastata e al gusto di fogna, come era ormai da molti anni. Un leggero pizzicore al pube mi ricordò che prima di dormire io e Vera avevamo fatto l’amore, con la lentezza dell’età matura, assaporando ogni gesto come si assapora una buona tazza di qualcosa di caldo, per conciliare il sonno.
    Bevvi il caffè ormai intiepidito, in un unico lungo sorso. Rimasi seduto sul ciglio del letto, a strofinarmi la faccia e la testa. Il risveglio è forse il momento più traumatico e doloroso nella vita di un pigro come me. Anche se più che pigro, potrei definirmi “diversamente attivo”, come ho letto da qualche parte. Assodato che la mente non si ferma mai, nella veglia come nel sonno, il mio organo del pensiero è decisamente sovreccitato, sempre.
    Nell’iconografia popolare, la pigrizia è raffigurata come un’oziosa immobilità, col cervello spento, apatico, indolente. Per me non è così. Anche nelle lunghe ore di dolce far niente, anzi particolarmente in quelle, la mia mente frizza di idee ed elucubrazioni. E considerando che i miei sogni, quando me li ricordo, sono faccende assai complesse e ricche di significati, per quanto oscuri, vuol dire che il mio cervello è una macchina che lavora a pieno regime 24 ore su 24.
    Quindi non posso certo definirmi realmente pigro.

    Il mio lavoro di artista, fortunatamente, mi permette di far girare la potente dinamo della fantasia, quando e quanto voglio. Privilegio del talento.
    Quando non dipingo, scrivo. E quando non scrivo, leggo. E quando non leggo, penso. Se il mio corpo langue in lunghe giornate di inattività, la mia mente non conosce sosta.
    A molti questo stile di vita apparirà strano, perfino aberrante. L’amore per la cultura alberga in poche menti e la passione per l’invenzione artistica è rara come una malattia tropicale al circolo polare, o un virus alieno. La maggior parte delle persone ritiene che una vita piena e attiva sia fatta più di movimento fisico che mentale. Milioni di persone, nel tempo libero, vanno a sudare in palestre, piscine, campi sportivi, convinti di esercitare il meglio delle funzioni vitali. Ben pochi si impegnano con altrettanto sforzo e costanza alle pratiche intellettuali.
    Se fossi anch’io come la maggior parte dei miei simili, cioè privo di fantasia, probabilmente ci avrei messo molto più tempo ad accorgermi del cambiamento avvenuto nella notte. Il corpo funziona per automatismi, per oggettivi scambi stimolo-reazione, e la mente gli va dietro anziché tenerlo d’occhio. La morte non confuta questi meccanismi, soggiace alla teoria del Caos come la vita.

    Dopo aver bevuto il caffè me ne andai in bagno per fare una doccia. Intorno a me sentivo tutta la sinfonia dei rumori casalinghi. I bambini stavano combinando qualche gioco di attese e sorprese, ogni tanto scoppiavano in grida e risate e scalpiccii, poi ripiombavano nel silenzio.
    Vera faceva il bucato, la incrociai in corridoio e ci scambiammo una fuggevole carezza. La signora Giovanna continuava a far sbuffare pentole, ticchettare coltelli, tintinnare stoviglie.
    Dalla finestrella del bagno giungevano gli echi delle altre vite condominiali. Così simili da infondere nella coscienza l’idea che siamo realmente tutti uguali. Ben più di quanto non riescano a fare religioni, filosofie e sociologie.
    Feci scorrere l’acqua fino alla temperatura ottimale. Un atto scontato, quotidiano, ma a pensarci bene, il prodotto di secoli di evoluzione, millenni di evoluzione. Il vero frutto del progresso tecnologico, altro che aeroplani, automobili e bombe atomiche. La concreta realizzazione del controllo sul proprio ambiente vitale.
    Dopo le abluzioni mi vestii e uscii a comprare giornale e sigarette. Evidentemente anche da morti il vizio del fumo persiste, col suo piacere, il suo senso di colpa, il suo costo sempre più esorbitante.
    Anche l’interesse per le cose del mondo, per le notizie, non sembra subire un arresto o un cambiamento percepibile nell’aldilà.
    Uscito dal portone, attraversando la piazzetta, notai che c’era molta più gente del solito in giro. Al sabato mattina, in genere, soprattutto d’inverno esce soltanto chi deve, o chi non ha nulla da fare e non sta bene a casa sua.
    Invece quella mattina era tutto un brulicare di persone, di ogni età e strato sociale. Cercai nell’archivio della mia mente se fosse un giorno particolare, una festività di cui mi ero scordato, ma no, era un sabato qualunque. Un sabato italiano, come cantava Sergio Caputo.
    Mentre pensavo alla canzone, fischiettandone in maniera improbabile e stonata la melodia, gli occhi mi si posarono su di un passante. Assomigliava sorprendentemente a Sergio Caputo. Almeno per come me lo ricordavo. In effetti non poteva essere lui, aveva la stessa età di quando compariva in TV. Una trentina d’anni. Facendo il conto, ormai doveva averne 50 o giù di lì.
    Mi strizzò l’occhio, accennò un sorriso, e si allontanò fischiettando la canzone in maniera impeccabile.
    Mentre mi avvicinavo al bar-tabaccheria, la mia parte puerile, il residuo di cervello-bambino, immaginò che avessero quei succulenti bomboloni alla crema che mi ingolosivano ancora. Entrando, li vidi in bella mostra, sul bancone, una bella cabarettata di krapfen ripieni di crema, che se ne stavano lì a dire “mangiami mangiami”. Sorpreso dalla coincidenza lasciai che la salivazione si facesse canina e le papille della lingua si protendessero come anemoni marini.
    Mi concessi quindi il lusso di cappuccino e bombolone. Poi comprai le sigarette che, sorprendentemente, erano calate di prezzo, e uscii.
    Mi accesi la prima sigaretta della giornata che, dopo l’estasi zuccherina, mi parve ancora più gradevole e saporita del solito. Neanche un leggero bruciorino alla gola accompagnò le intense boccate di fumo. Anche le sigarette, quel mattino, sembravano innocue e voluttuose.
    Avviandomi verso l’edicola, dall’altra parte della piazza, adocchiai una splendida bionda, sui 25 anni, con pelliccia di volpe argentata tre quarti, gambe tornite fasciate da un sottile collant trasparente, scarpette decolté con tacco da dieci, un tantino temerarie nel freddo di Gennaio. Camminava tranquilla e flessuosa, completamente a proprio agio. Procedevamo uno incontro all’altra, così rallentai il passo, per godermi l’avvenente sconosciuta. Metro dopo metro, avvicinandoci, la signorina prendeva forme sempre più distinte e procaci. La capigliatura bionda si faceva più splendente e folta, il viso sembrava non voler risparmiare la perfezione. Notavo la curva del mento deliziosa, la bocca generosa ma non eccessiva, il naso lievemente all’insù, gli occhi azzurri, chiari, due acquamarine. Le ciglia lunghe e nere. La fronte appena segnata da un’espressione di concentrata attenzione a qualche pensiero conturbante. Le sue mani bianche facevano a gara nell’attirare l’attenzione, come due gemelle fatali e stregate. La sinistra teneva una sigaretta, con elegante noncuranza. La destra pareva accarezzare la pelle lucida della borsetta firmata.
    Arrivati a pochi passi, mi accorsi che la sconosciuta teneva la sigaretta in bella vista, spenta, e si guardava intorno. Forse cercava da accendere. Come mi vide, o fece segno di avermi notato, si rivolse apertamente verso di me e mi venne incontro.
    Da buon vecchio gallinaccio, precedetti la sua richiesta e, ficcandomi la sigaretta in bocca, tesi mani e accendino verso di lei, fermandomi a mezzo metro dalla sua sensuale figura.
    Lei mi elargì uno sguardo ammaliatore e portò la sua sigaretta alle labbra rosa e lucide. L’accese guardandomi negli occhi, con quello sguardo a capo semi reclinato che infiamma qualunque uomo.
    La bionda venere impellicciata aspirò una boccata ed espirò la sua nuvoletta. Io espirai la mia nuvoletta, mentre riponevo l’accendino. Ricambiò il mio gesto cavalleresco con un sorriso favolistico, e mentre riprendeva il suo cammino, si girò un attimo e mi disse “Grazie Ste”. Come se mi conoscesse.
    Rimasi fermo, in mezzo alla piazza, tra la fontana e il porticato, nella folla che come un fluido scorreva in ogni direzione, domandandomi chi mai fosse la ragazza e come potesse conoscere il mio nome. Lei intanto si stava allontanando a passi agili e disinvolti.
    Pensai che l’età, anche se avevo appena 46 anni, forse cominciava a giocarmi qualche scherzo ai neuroni. Come potevo conoscere una simile bellezza e non ricordarmelo?
    Fui tentato di rincorrerla e chiedere lumi, sulla sua identità e sulla mia smemoratezza, ma la folla aveva ormai occultato la visione argentea e dorata della fanciulla.
    Dopo qualche attimo di smarrimento mi ricordai di avere una casa, una famiglia, una moglie, una suocera. Riposi con cura il ricordo della ragazza, in una teca di cristallo tutta sua, sulle mensole della mia memoria, imponendomi di non dimenticarla un’altra volta, se non altro in ossequio alla sua bellezza e a conforto del mio amor proprio.

    Davanti all’edicola mi soffermai a leggere le locandine esposte. Il quotidiano cittadino avvisava, con i soliti caratteri iper-cubitali e l’improbabile sintesi sintattica, nuove clamorose scoperte per la cura del cancro. Strano modo di dare una notizia così, pensai. Di solito cautela impone di presentare e sviscerare novità scientifiche, soprattutto mediche, nelle pagine interne, badando bene di non suscitare aspettative ed entusiasmi eccessivi. Eppure quella mattina di Gennaio il Secolo XIX, e così pure tutti gli altri fogli, proclamavano a gran voce il miracolo medico.
    Con il mio solito scetticismo, addestrato e incattivito da decenni di deludenti aspettative e sempre troppo umane credulità, relegai i roboanti manifesti nel circo mediatico dell’invenzione.
    L’edicolante, conoscendomi, mi porse una copia del giornale e, rivolgendomi un sorrisone commosso, si limitò a dirmi “Era ora no?”.
    Pagai il fascio di effimera carta e ripresi la via di casa.

    Non resistendo alla curiosità per la rivoluzionaria notizia del giorno, iniziai a sfogliare il giornale mentre camminavo. Notai che molte altre persone facevano la stessa cosa, dando alla piazza la strana atmosfera “retrò” di una civiltà ancora basata sulla carta stampata. I commenti che coglievo nella folla variavano dall’incredulità, alla commossa accettazione, al sardonico scetticismo.
    Lessi le prime righe del corposo articolo, in prima pagina.

    “L’annuncio, divulgato nella tarda serata di ieri dall’ Istituto Mondiale della Sanità, conferma le voci che da tempo circolavano negli ambienti bene informati. L’ équipe diretta dal Professor D.Leblanc, presso la John Hopkins University di Baltimora, ha presentato, dopo dieci anni di ricerca, i risultati della sperimentazione sull’uomo di un rivoluzionario vaccino retroattivo...”.

    Rimasi scettico, per inveterata abitudine, mi riservai di continuare la lettura a casa, comodamente seduto sul divano.
    Procedendo a slalom nella inesauribile folla di quello strano mattino, mi resi conto che, nonostante la calca, la gente pareva meno isterica e sgarbata del solito. Non subivo il continuo bombardamento di spintoni e borsate, ineludibile, che in genere farcisce ogni passeggiata in centro. Tutti badavano con molta attenzione a scostarsi, defilarsi, lasciare spazio. Alcuni con manifesta galanteria e anacronistica buona educazione. Mi compiacqui molto di questa novità, perfino più della strepitosa notizia riportata dai giornali. La differenza di atmosfera che aleggiava nell’aria pervase il mio animo tenero ed elevò il mio spirito sensibile.

    Era ancora presto e la vibrazione positiva che avvertivo nel cuore mi spinse a passeggiare fino al porto antico, dove certamente ci sarebbe stata gran folla ma, visto il comportamento inusitatamente urbano, non sarebbe stato un fastidio, tutt’altro.
    Scendendo per la strada che porta alla cattedrale, le variegate musiche di alcuni suonatori di strada accompagnarono il mio passo lieve e spensierato. Una ballata popolare, scaturita dal violino e la chitarra di due zigani, diede alla via il sapore speziato e caloroso di vecchio film picaresco.
    Costeggiando la cattedrale, girai l’occhio verso il sagrato. Un consistente raggruppamento di persone stazionava sulla scalinata. Sorprendentemente il Cardinale stava intrattenendosi, davanti al portale bronzeo, con i comuni cittadini, in gioviali conversazioni. Scoppi di risa risuonavano squillanti, sprizzando dal brusio come fuochi artificiali.
    Continuai a discendere la strada, torcendo il collo in direzione della chiesa, per seguire l’insolito spettacolo conviviale. Mai avevo visto Sua Eminenza sostare davanti al duomo, come un umile parroco di paese.
    Pur essendo da molti anni un mangiapreti, quella mattina provai un moto di simpatia per la tonaca scarlatta.

    Arrivato in fondo alla discesa, mi infilai sotto i portici antichi, ombrosi e fitti di negozi e bancarelle.
    Gli ambulanti erano tutti presi da contrattazioni di vendita, i negozi erano pieni di gente intenta a scegliere e comprare. Attribuii la frenesia consumistica alla persistente stagione dei saldi.
    Mi ricordai di conseguenza, di una concupiscente voglia di mia moglie. Sapevo che desiderava da tempo un completo firmato, giacca e gonna neri, che costava come una vacanza di dieci giorni sul Mar Rosso. Ispirato dall’atmosfera gaia e godereccia presi la decisione di andarlo ad acquistare nel pomeriggio.
    Uscii dai portici e tagliai per la grande spianata, dirigendomi con passo allegro e generoso verso il porto turistico.
    Una nuova giostra era sorta nottetempo davanti all’ingresso del porto. Cavallini di ottocentesca fattura danzavano ruotando, accompagnati dalla musica argentina, un grande carillon su cui bambini incappottati ridevano eccitati.
    I genitori se ne stavano intorno a osservare rapiti il divertimento della prole.
    L’aria fredda e frizzante mi penetrava nelle narici riempendomi di una sensazione leggera e sbarazzina.
    Procedevo a passo tranquillo, ogni cosa risplendeva di una luminosità nuova, tutto mi pareva immerso un un’atmosfera fanciullesca, quasi favolistica.
    Perfino i barboni che stazionavano sulle panchine davanti alla darsena avevano visi tranquilli, sorridevano ai passanti e questi, incredibilmente, deponevano monete nei loro cappelli e bicchieri, tanto che erano già tutti colmi.
    Questa visione mi convinse in maniera definitiva che il mondo non stava girando come al solito. Mai avevo visto una generale compassione, un diffuso altruismo di tal fatta.
    Mi fermai in fondo al molo, appoggiato alla ringhiera lasciai che la brezza marina mi scompigliasse i capelli. Che succedeva? Forse stavo ancora dormendo, forse non mi ero affatto svegliato e stavo vivendo il mio sogno più lungo, più vivido e più cosciente?
    Strinsi forte la ringhiera e la strattonai, il ferro gelato tremò leggermente, sentii le braccia e i pettorali gonfiarsi nel prolungato esercizio di scuotere il mondo e me stesso.
    Ero sveglio, non avevo dubbi. Intorno a me decine di turisti e concittadini chiacchieravano, ridevano, ammiravano l’orizzonte e le navi di passaggio.
    Poco distante da me un vecchio se ne stava seduto al sole, compostamente proteso verso i raggi, come un antico fiore. Mi sedetti sulla panchina, accanto a lui. Aprì gli occhi e mi rivolse un sorriso e un cenno di saluto cortese. Fece un grosso sospiro si piacere, alzò gli occhi al cielo, e scomparve. Svanì nell’aria, senza un rumore, senza una parola, un attimo prima era lì, un attimo dopo ero da solo sulla panchina.
    Tutte le altre persone lì intorno sembravano non essersi accorte del portento. O era stata soltanto una mia allucinazione? Forse quel mattino ero impazzito e non riuscivo a rendermene conto? E del resto, se si impazzisce, probabilmente non ci si accorge di esserlo, se ne rendono conto gli altri.
    Deglutii un ultimo residuo di saliva inzuccherata, avrei dovuto spaventarmi a morte di quell’evento. Avrei dovuto essere completamente scombussolato da quell’evidente manifestazione dell’assurdo, o avevo assistito a qualcosa di soprannaturale, oppure ero impazzito. Non c’era alternativa.
    Mentre mi guardavo intorno con aria perplessa, mi resi conto che non riuscivo ad avere paura. Mi conosco bene, non sono mai stato un coraggioso, neanche un vigliacco, ma di certo non uno spirito infuocato e temerario. E inoltre ho sempre avuto, come la maggior parte di noi, una naturale inclinazione all’ipocondria. Com’era possibile che quello che era appena accaduto non mi precipitasse nel panico?
    Rimasi qualche minuto seduto davanti al mare. Aspettando che la mia coscienza di risvegliasse e un naturale e legittimo terrore invadesse la mia mente. Niente. Continuavo a sentire un senso di leggerezza e di euforia misurata.
    Mi accesi un’altra sigaretta, mi alzai e ripresi la strada di casa, incerto se raccontare a Vera gli strani accadimenti della mattina, ansioso di stringerla fra le braccia.
    Uscendo dal porto me la vidi venire incontro, radiosa come quando aveva venticinque anni. Non ci dicemmo niente, ci incontrammo al centro della grande piazza, tra le giostre e le bancarelle di dolci. E ci abbracciammo stretti stretti, piangendo di gioia.

  • 24 gennaio 2012 alle ore 12:24
    Oltre Le apparenze

    Come comincia: Chissà se vi ho mai raccontato di quella volta in cui conobbi Franco.
    Entrò nel mio negozio quasi silenziosamente e prima che io me ne accorgessi passarono anni,
    ma quando accadde di riconoscerlo fu una magia.
    "Secondo me lei scrive" - Gli dissi -
    Lui, guardandomi appena, con fare educato, non mi rispose, o almeno, si spiegò il suo silenzio.
    Ed io, con quel sorriso ingenuo e sbadato, gli chiesi ancora : "Non mi ha risposto, o sbaglio?"
    "Mia cara, la poesia è soprattutto ambiguità"
    Solo allora si placò la mia curiosità. Quella risposta mi abbracciò completamente, e mi diede fiducia in ciò che da tempo non avevo tempo di guardare. Perchè è così che succede a volte, da un momento anonimo sa rinascere la speranza, come un pane appena tolto dal forno e il profumo di un nuovo giorno.
    Così l' uomo se ne andò, e io rimasi a gongolare tutto il tempo nell'estasi contemplativa.
    Il giorno a venire mi portò il suo libro. Non mi sbagliai. Franco era davvero un artista, un poeta, un pensatore. Avevo solo da ringraziare il cielo e da leggere le parole di qualcuno che sfiora la realtà, attraversandone il confine, rendendo tutto possibile. 

  • 22 gennaio 2012 alle ore 11:28
    Se ci fosse la pioggia

    Come comincia: Se ci fosse la pioggia...Se questa pioggia infine andato...nel paese dove  non ha piovere quasi mai e alberi piangono lacrime asciutte e tutti i loro insetti occupando foglie viventi mangano e loro fondale, formando colonie di muffa e nella parte superiore delle foglie dell'albero di limone sembrano ancora vivo.Se ci fosse la pioggia...probabilmente mai questo non sarebbe successo con me e il mio albero di limone troppo, ma...chiunque sia interessato  nella vita di un straniero  in un paese straniera, che appena ottiene ubriaco nel fumo di suo magro squat  e va a fumare , seduto su un vecchio secchio di plastica in un piccolo cortile circondato da mura di muffa nera o di tempo, che si è fermato, un piccolo cortile-bene...e tutto questo è stato effettivamente il caso, ma tutto è un'illusione, che può avvenire, improvvisamente accadere il miracolo e andare pioggia...Se ci fosse la pioggia.

  • 20 gennaio 2012 alle ore 14:21
    Dischiudersi Del Buio

    Come comincia: Lasciva è una mano. Accarezza la schiena coperta da tessuto rosso.
    Scivola bramosa sulla nuda pelle varcando ogni confine sfilando sinuosamente ogni ostacolo  facendosi strada nella semplice ed intima nudità femminea. Slitta,si adagia,assapora il torpore umido senza ripugnanza. Ondeggia su per tonde seduzioni con morbida eccitazione fulminea desiderando l'angelica vittima che,prima piano poi esplodendo,risveglia l'animale pudico giacente. Qualcosa,nel silenzio,penetra senza margini d'errore e,con intenso ardore,un verso o forse un leggero sibilo,gemito naturale e passionale. 
    La mano si fonde al resto,non v'è più inizio ne fine ma solo suoni,ombre che compaiono ad intermittenza nella notte opaca,rifugio amico dell'atto compiuto.
    Due corpi trasportati dal desiderio incessante dell'altro si uniscono,poi si lasciano,si fondono e consumano,con la pelle in fiamme,il proprio amore.

  • 19 gennaio 2012 alle ore 15:53
    Estasi Del Dolore

    Come comincia: Ho cercato,ho cercato a lungo. Le mie mani non sanno più cosa cercano. Avrei voluto dirgli addio con grazia,dirgli arrivederci ad un giorno in cui potevamo vivere di nuovo insieme,avrei voluto toccare le sue spalle e baciare la sua bocca,guardare ancora i suoi occhi verdi e dirle che l’amavo ancora,ma sai,alla fine,sono desideri di chi,accecato,vorrebbe vedere realizzati. Magari non è così che volevo finisse,tanto meno che finisse,ma lo sai,tu che magari non ti aspettavi nulla fuorchè ciò che t’è capitato,capisco sia stato più fortunato a tenere ancora qui,stretto tra le dita,ancora un misero cuore. Ho una lama qui nel petto. La vedi Rosa?Se la estraggo sanguino. E se sanguina,affogo. Non sono capace di vivere senza ciò che desidero,sarei capace di qualsiasi cosa per riprendermi la mia felicità,ma quando è stesso quella felicità a rigettarmi,cosa mi resta da fare? Tu che vivi in un mondo parallelo a questo,sei anima gentile e innocente,che volteggi tra angeli felici,cosa mi resta da fare? Non so. Non credo di sapere molto,non so nemmeno se sia un bene o un male. Ho fatto di un letto il mio rifugio,lenzuola scoperte,devastate. Credo che non v’è altra soluzione che lasciarmi cullare dall’oblio,dalla disperazione di un cuore ormai vuoto e perso perché tutto m’aspettavo,meno che amare..senza speranza. Ho amato senza speranza per molto tempo..non credevo,ne lo sognavo. Ero felice di ciò che avevo eppure ciò che avevo..non era felice di stare con me..Che triste conspevolezza è l’amore,oh Rosa! Se solo potessimo vietarci di non provare tali sentimenti,se solo si potesse comandare al cuore come al resto,saremmo Dei infiniti. L’infelicità mi perseguita,è così doloroso. Perché non possiamo desiderare di vivere con ciò che amiamo? Perché bisogna soffrire anche lì dove non dovrebbe esserci che gioia? Perché non posso amare come vorrei? Perché non posso desiderare di essere felice? Mi sarebbero bastate poche cose per esserlo,anzi,almeno una. Una sola cosa mi sarebbe bastata per essere felice,il resto si crea,si costruisce. Ho creduto in qualcosa che forse non c’è mai stato? Che Dio sia misericordioso. Non  ho mai creduto,ne tanto meno inizierò a farlo. Ma qualcuno abbi pietà di me,qualcuno seppellisca le mie pene,il mio dolore così vivo che mi divora il petto. Rosa,si può desiderare anche di morire? Si può desiderare di sparire come neve al sole,polvere nell’aria? Se si potesse,avrei preso volentieri il tuo posto,magari a te la vita era più cara che a me che la sto rigettando con quel briciolo di forza che mi resta ancora. Sarai offesa,adesso,forse adirata,ma non odo la tua voce,tanto meno posso vederti. Fermami. Vieni qui e ferma questa mia disperazione. Desidero poggiare il viso sul tuo grembo perché non mi resta che rassegnarmi a questa sofferenza. Era un angelo. L’hai vista? Era così bella e dolce,era ciò che desideravo con tutto me stesso. E’ ciò che desidero ancora,è ciò che voglio vivere ancora. La sua mano gentile,i suoi occhi cristallini,era perfetta.. perché la felicità dura così poco? Rosa,tu che hai vissuto prima di me,che hai potuto scoprire il resto che a me aspetta,come hai fatto a legarlo a te? Come hai fatto a preservare quell’amore che nutrivi per lui? E’ così triste..non mi vergogno,parlo e piango. Come si può perdere tutto senza un solo indugio? Spiegami,Rosa,cosa posso fare per il mio cuore malato? Cosa mi resta da fare ancora? Ho concluso che non ho concluso nulla della mia vita,ed ora questo assalto al mio cuore già malato,mi stende,mi uccide,mi lascia a brandelli spiaccicato a terra come un cadavere senza nome. Che sia la fine questa? Oh,si,Rosa! Dimmi ch’è la fine. Sussurra al mio cuore il tuo dolore. Cosa c’è di sbagliato? Cosa c’è che nessuno vuole di me? Mi sento tanto triste,tanto solo. Non c’è verso,non c’è un raggio di sole. Nuvole scure soffocano il mio cuore. Oh rosa..aiutami. Riportami la mia felicità,portami da lei,fa che possa vederla ancora,che possa amarla ancora,che possa vivere ancora..ancora una volta.

  • 19 gennaio 2012 alle ore 13:44
    Note Rosso Vivo

    Come comincia: Aveva una sua poesia quell'uomo seduto in terra.Suonava con la tristezza nelle note.Note dolci,un pò malinconiche,tinte d'amarezza cruda.Co gl'occhi chiusi cantava il suo animo umano senza cercar gente che l'udisse.Era seduto sul ciglio della strada e suonava per se stesso,per i suoi sentimenti nascosti e pudici,con un fiore scarlatto tinto di passione ai suoi sporchi nudi piedi.Cosa pensa un uomo nel medesimo istante in cui ci si perde in ciò che più amiamo? Quell'uomo cosa avrebbe mai potuto pensare mentre la musica prodotta dalle sue mani scorreva nel suo animo,forse,in tumulto?Un uomo di strada,mal visto dagli stessi uomini,si abbandonava al suo talento creando un rifugio per gl'occhi,per la mente,per il cuore.Il dolce suono della sua fisarmonica riempì di poesia la piazza che scorreva veloce,dai soliti movimenti meccanici di chi l'attraversa giorno e notte con l'unica cosa che restava viva e ferma,la musica,come se non avesse avuto tempo,prodotta dall'uomo sporco in terra,senza stracci sui quali poggiarvi monete,un pò per pigrizia o,forse,un pò per la volontà di non ricevere alcunchè ma solo di suonare per se stesso.Sarebbe stato forse uno zingaro o un semplice mendicante se solo,in quell'istante,si fosse andati oltre a ciò ch'era semplice apparenza.La sua rosa,tinta di un rosso vivo,la teneva ben stretta accanto a se per timore,forse,di vedersela scappar via come se fosse stata una bella donna,o la sua,tenendola lontano da chi,magari,avrebbe potuto far si che andasse perduta.Una rosa per lui tanto rara,rara come la gioia dipinta sui volti di chi,per strada,scivola,scorre e si perde senza fermarsi mai.Non è solo,l'uomo,poco distante da lui appoggiata ad una lastra di vetro,una prostituta cinese,bassa,poco più che giovane guarda il muoversi delle persone attizzando l'orecchio verso la melodia del mendicante.Sola con se stessa,pensa o attende qualcosa o qualcuno.Poco appariscente dai capelli corti e scuri.Nella sua solitudine fa compagnia all'uomo che suona,partecipe della piazza,persa,forse,nel suo acuto e silenzioso dolore.

  • 19 gennaio 2012 alle ore 13:37
    L'Uomo Con L'armonica

    Come comincia: "Un suonatore d'armonica regala leggere note ai vicoli della piccola città.Suona,l'uomo,contento della sua musica,suona,volteggia e ride.Qualched'uno,dalle finestre malandate,getta,un pò sparse,monete che il suonatore raccoglie senza mai staccare.Nell'aria profumo di mimose,in un giorno di marzo,è quasi primavera.Tutto ciò fa da sfondo all'animo opaco di qualcuno che,al di là delle tante finestre,stringe nel pugno una penna ed il suo cuore.."Caro amore.." e tutto tace.Dopo aver donato un pò d'armonia con le sue leggere intonazioni,l'uomo dell'armonica lascia i vicoli e sparisced dietro un maestoso rosso di meriggio.Non si sa chi fosse,nessuno s'era interessato,nessuno l'aveva ben guardato o rivolto una sol parola.E così era.Ogni giorno,alla solita ora.Un uomo con l'armonica faceva dono ai vicoli della piccola città d'un pò di leggere intonazioni sparendo,poi,dietro il rosso del meriggio."