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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 febbraio 2012 alle ore 23:03
    L’orbo e il fantasma del cimitero

    Come comincia: Maledetto caldo di luglio.
    Spostai la luce della torcia e asciugai il sudore dalla fronte.
    Anche gli occhiali si mossero.
    Per un attimo, nel buio, non vidi niente.
    Raddrizzai le stanghette, pulii le lenti offuscate dalla polvere.
    Qualcosa si appoggiò sulla mia spalla, quindi mi voltai: la megera scarnificata, vestita di lapislazzuli e diademi, diamanti e preziosi, perdendo l’equilibrio era scivolata dalla parete dove l’avevo appoggiata. Che spavento!
    Terrorizzato afferrai la pala da sopra la buca.
    Sferrai una badilata nell’oscurità; le arrivò in pieno sulla faccia scheletrica: la nonnina decrepita, spaccandosi, cadde a terra formando un mucchio d’ossa.
    Dovevo finire il  mio lavoro: in un unico fosso buttai i resti di tre, quattro cadaveri mezzi marci, appena riesumati. Li sotterrai ben bene.
    Rimisi a posto le lapidi nascondendo i segni dello scavo: nessuno sarebbe andato a mettere il naso là sotto, perché avevano finito da un pezzo il riattamento dell’ala est; le impalcature dell’impresa edile erano sistemate nel nuovo settore, a nord, in fase di costruzione.
    Le mie informazioni si rivelarono giuste: con il feretro e il bottino della vecchia feci un sacco di soldi.
    Mi sistemai una volta per tutte.

    Io ero un ladro.
    Spesso andavo a rubare nei posti più impensati o nelle case disabitate.
    Leggevo le notizie sul giornale, i necrologi in particolare.
    Mi preparavo a questi furti seguendo i funerali, girando le chiese, perlustrando i cimiteri.
    Osservavo le macchine parcheggiate all’esterno durante la funzione; contavo i partecipanti; riaprivo i fogli letti, verificavo l’annuncio, la grandezza del trafiletto, la foto, i nomi, le somiglianze tra i parenti. Controllavo la qualità della bara, quale tipo di legno massello, quali le decorazioni e gli intagli, quali le argentature delle maniglie; mentre viaggiava in macchina o nel carro funerario, la seguivo fino al posizionamento davanti all’altare. Appoggiato accanto ai confessionali cercavo di notare quanto importante era stato in vita il caro defunto.
    Il massimo dell’ispezione ante ruberia, la ciliegina sulla torta come si direbbe, era entrare nella camera ardente: per essere presente almeno alla chiusura del feretro, prima del trasporto della salma alla cerimonia, e vedere l’interno della cassa da morto: i velluti, l’abito del dipartito e i suoi gioielli, i denti, la seta dei cuscini. Cercavo di scegliere vittime ricche.
    Dopo la messa, molto spesso, mi ritrovavo a inseguire a piedi, per qualche chilometro, il corteo funebre. Accostavo vedovelle sconsolate, uomini disperati, vecchi claudicanti, fior fiori di ragazzette. Eravamo tutti vestiti di nero. Dentro cappelle dalle finestre inferriate, con porte dai grossi lucchetti, percorrendo vialetti pieni di monumenti, statue, lastre. Quante cose interessanti da prelevare. Candelabri dorati, alari bronzati, marmi levigati, piccole fontane, rubinetti, vasi. Tanti, tanti fiori; tante piante.
    Chiuso il loculo io sarei tornato presto, molto presto: fintantoché la malta e il cemento fossero stati ancora freschi…

    Quell’estate, da un po’ di tempo, nel camposanto del paese di C., si presentava ogni notte una donna anziana, vestita con una vestaglia bianca e una lunga fusciacca verde.
    Il custode vedeva quella macchia chiara nelle ore serali estive: la figura attraversava correndo tra un cipresso e un tabernacolo, poi spariva misteriosamente dentro la terra, in un posto sconosciuto tra le erbe del prato. Ricompariva davanti ai muri esterni, alti quattro metri, e intonava una soave canzone, una melodia struggente. La sua voce, come quella delle sirene, incantava molti curiosi.
    Le persone si soffermavano a guardare la scena e ne narravano per il paese le lodi, ovviamente amplificando all’inverosimile la storia.
    Molti abitanti di C. incominciarono ad avere paura.
    Decisero, così, in Comune, di chiudere per bene i cancelli del cimitero, la sera, con grossi lucchetti; di farli riaprire solo alla mattina, verso le nove. L’intero Consiglio, all’unanimità, deliberò per il meglio, costringendo un impiegato dell’ufficio anagrafe a fare gli straordinari per indagare sulla faccenda.
    Però, nonostante sigilli e rinforzi, la figura femminile passava e trapassava tutti gli ostacoli, finendo per ritornare, e sparire, dopo la mezzanotte, nel buio pesto tra i sepolcri.
    Gli addetti non capivano da dove uscisse e come fare a seguire i suoi passi.
    Finché, in un pomeriggio uggioso, e con un cielo pieno di nuvole, che coprivano il sole da parecchi giorni, un becchino la riconobbe sopra un tumulo, a parlottare da sola.
    L’uomo si avvicinò cautamente e origliò quel bisbiglio, quelle semplici parole che venivano  borbottate. Vide le mani dell’entità muoversi, sollevare la terra. Sentì quella frase, quasi digrignata tra i denti: “faccia di minestra e capelli da insalata.” D’improvviso, tutta l’immagine sparì davanti ai suoi occhi, un brivido freddo lo percorse dietro la schiena. Al beccamorto non rimase altro che prendere nota del numero di riferimento della sepoltura, che si trovava davanti a lui. Era già ora di cena, e avrebbe fatto tardi, a casa lo aspettavano. Non poteva andare subito in Municipio, così, trafelato, sconvolto, per riferire l’accaduto. Eppoi, in ogni caso, avrebbe passato una notte tremenda, piena di incubi; forse avrebbe, addirittura, saltato anche il pasto serale, il suo benedettissimo pasto; e avrebbe rinunciato, forse, a quel vinello, quel buonissimo rosso che centellinava come fosse oro. Qualcosa di pesante gli bloccava lo stomaco, gli impediva di camminare. Dava la colpa alla passione per il cibo, alle pantagrueliche libagioni, alle sonore sbornie che prendeva, ogni giorno, nelle osterie. Forse aveva mangiato e bevuto troppo a pranzo. Forse.
    Da qualche anno aveva la digestione lenta, non riusciva a smaltire come quand’era giovane.
    Era ancora sotto l’effetto dell’alcol o, la sua, era solo… paura?
    Raggiunse la bicicletta con cui arrivava in cimitero tutti i giorni e prese la fiaschetta dalla borsa sul manubrio: ci voleva, un sorso di grappa, contro lo spavento.
    “Uno solo, giuro. Poi, da domani, smetto.” 
    Il giorno dopo la notizia fece il giro del territorio in breve tempo: tutti volevano sapere, guardare, toccare con mano la terra sollevata dal fantasma e la croce di legno piantata al suolo, dove lo spettro si era vaporizzato.
    Sì, si trattava di uno spettro, di un fantasma, e io sapevo benissimo perché appariva.
    Ma un’altra delibera, quasi unanime, decisa con una riunione straordinaria del consiglio comunale, diventò un’ordinanza immediatamente esecutiva da parte della giunta: il cimitero chiudeva l’ingresso ai visitatori, fino a data da destinarsi, e si dava esecuzione a riesumare delle salme per stabilire l’identità e l’origine dell’entità misteriosa.
    Da quanto so, ancora adesso avvengono quelle apparizioni e il caso non è stato risolto.
    Dovete sapere che io c’entro, e c’entro eccome.
    Un giorno mi era capitato di leggere una storia, sembrava una di quelle fantasie locali, che tanto spesso si ascoltano nei villaggi, dove l’immaginazione supera la realtà, viene esagerata all’infinito, fino ad arrivare quasi alla leggenda e al mito.
    Nel paese di C. c’era una nobildonna, di chiare origini veneziane, di nome Tiziana Galvani.
    Nacque figlia unica e venne viziata dai genitori fin da piccola. Divenne una creatura snella, sottile. Rimase magnifica per molti anni, tantoché gli spasimanti e i corteggiatori si stupivano che fosse sempre sola, così bella, e che non volesse incontrare nemmeno le coetanee e i parenti. Nonostante molti uomini avessero varcato la sua porta, con poche frasi tutti furono rifiutati, assieme ai regali e agli omaggi. Rispediti lontano, con le pive nel sacco, assieme alle parole che pronunciavano nel salone d’ingresso di villa Galvani. Tutte dichiarazioni d’amore. La fata percorreva solitaria, a piedi o a cavallo, i boschi e i prati; guardava dalle persiane socchiuse della sua casa la gente passeggiare, passare con i carretti. Quando fu sola, sola veramente, ovvero sia quando i suoi genitori mancarono, le cose precipitarono improvvisamente. I suoi capelli corvini si trasformarono, assomigliando a bianche ife, a tentacoli di medusa; il busto divenne storto e la schiena curva come quella di un gobbo; si accentuò la sua magrezza; il viso diventò sempre più esangue; gli occhi si fecero tondi, piccoli, torvi; la gioia e il sorriso lasciarono il posto alla secchezza di un ghigno sulle labbra. Dopo una vita da zitella, mutò tutta la forma. In modo completo. L’indifferenza declinò in tristezza; l’appariscenza e lo sfarzo ostentarono nella capacità di essere taccagna con il prossimo.
    La ricchezza soddisfaceva la coscienza di Tiziana Galvani con se stessa; l’unica voglia e desiderio: la sicurezza che dà il denaro, le economie. Per il benessere presente, prossimo e post mortem, mise nero su bianco quanto desiderava. Decise di farsi seppellire con tutti gli averi. Il suo testamento parlava chiaro: la dama esigeva che, alla sua morte, tutto fosse andato venduto. Come in terra, così in cielo, tutto il capitale doveva essere tramutato in un bellissimo vestito da farle indossare nella bara, ornato di pietre preziose e di splendidi monili d’oro. Sarebbe stata sepolta in un luogo sconosciuto del cimitero, nella nuda terra, dentro un feretro di particolare robustezza e finitura. Nell’enorme distesa, vicino a delle piante che erano ancora dei virgulti, fu inumata la megera, tronfia d’orgoglio, istupidita di  vanità. Morì con la sua verginità. Quel giorno, verso le otto di sera, un colpo apoplettico la fece schiantare sui piatti della tavola, apparecchiata con bicchieri di cristallo e posate d’argento, la faccia sulla minestra e i capelli finiti sull’insalata…

  • 29 febbraio 2012 alle ore 19:45
    Fine di un sogno

    Come comincia: Era un’estate torrida,  a detta del bagnino la più calda degli ultimi vent'anni,  e la vacanza
    procedeva a rilento  come un vecchio barcone a motore spento. I miei genitori si arrostivano al sole
    leggendo libri che non raccontavano a nessuno  mentre il loro matrimonio  se ne andava dolcemente
    alla deriva. Le giornate erano lente  e afose . La musica risuonava per gli stabilimenti mentre le
    persone si affollavano sul bagnasciuga. Il caldo era insopportabile quindi si cercava di alleviarlo
    con continui bagni e per noi bambini, la concessione di un ghiacciolo in più. La mattina veniva
    comprato al baretto nella piazza del paese ed il pomeriggio direttamente in spiaggia. E quest'ultimo era il più buono e ricercato. Il gelataio annunciava il suo arrivo con uno scampanellio. Tutti noi correvamo incontro al banco frigo colorato che nascondeva meravigliosi tesori ghiacciati.
    Ogni spazio conteneva un gusto unico: il rosa la fragola, il verde il pistacchio, il bianco la panna, il
    marrone la cioccolata ecc. La mattina eravamo in spiaggia, ad osservare il mare chiaro e tirar su
    castelli di sabbia sino all'ora di pranzo, poi noi bimbi venivamo trasportati, controvoglia, all'ombra e verso il cibo. Dall'una in poi dovevamo stare buoni, mangiare in silenzio, pena la mancata merenda e sopratutto star lontani dagli adulti. Dopo averci sfamati e messi a riposare, i nostri genitori si radunavano e si rinchiudevano tra  chiacchiere e sorrisi, giocavano a carte per gran parte del tempo.
    Poker, scopa, scala quaranta.
    Tutti li conoscevano.
    I ricordi della mia infanzia mi assalirono mentre passeggiavo per le vie strette del borgo antico.
    Volevo andare a visitare il castello degli Orsini.
    L'aria dolciastra mi pervase completamente mentre avanzavo sulla salita.
    Ad un tratto mi mancò il fiato.
    Forse troppi pensieri o il pranzo pesante, avevo ceduto alla gola ed all'aria di vacanza concedendomi uno spaghetto allo scoglio accompagnato da un bicchiere di vino bianco fresco e frizzantino. Dimenticando la mia astemia.
    Mi poggio su un muretto in attesa di riguadagnare il completo controllo del mio corpo. Mentre espiro ed inspiro, noto delle scritte nere  sui sassi accatastati e uniti dal cemento. "Cucciolo ti amo", "Ale e 
    Jordy per sempre"...segni di un passaggio.
    I ragazzi firmano la roccia come l'uomo di Neanderthal,  incise  le pareti delle caverne. Segni
    indelebili di un  passaggio. Cambiano i secoli, passano le ere ma l'istinto umano è sempre lo stesso.
    Me ne rendo conto ancor di più quando effettuo studi sui ritrovamenti antichi. Ogni pezzo
    rappresenta il frammento di una vita, ogni utensile, oggetto, racconta una storia. Il mio lavoro è
    scovarla e narrarla ai posteri.
    L'archeologia è una delle poche discipline che riesce ad unire in un addizione completa e perfetta
    passato, presente e futuro.  Venni distolta dai mie pensieri da un rumore e perché in  mi sentivo
    osservata. Non è una sensazione a me sconosciuta, essendo una donna . Sia socialmente che
    lavorativamente sono abituata ad avere l'attenzione dei miei interlocutori focalizzata su di me. Ma
    quando questo capita inaspettatamente, mentre sono sola con i miei pensieri, questa sensazione mi
    innervosisce. La vivo come una invasione dei miei spazi. Virginia Wolf aveva una stanza tutta per
    sé, io amo i prati  infiniti offerti dalla natura. Quando ho voglia di rimettermi in linea con il mondo
    o solamente schiarirmi le idee, osservare le foglie e le loro sfumature, alzo il naso verso il cielo e mi
    perdo nella sua immensità. Tutto  mi trasmette un tale senso di libertà assoluta che tutti i piccoli
    quotidiani si dissolvono.
    Mi guardo in giro infastidita in cerca del soggetto della mia distrazione. Intorno vedo solo le
    rovine del borgo medievale, ma nessuno per la strada. Incuriosita continuo a girare lo sguardo,
    domandandomi se sia impazzita. "bip bip", il cellulare mi distoglie dalla mia ricerca, lo estraggo
    dalla borsa e apro la bustina lampeggiante. Leggo velocemente il testo e mi riprometto di rispondere
    al più presto.  Non voglio perdere di vista il mio obiettivo. Ripongo il telefono e mi incammino
    verso l'entrata del castello. La grande inferriata mi osserva muta e piena di ghirigori. Le ante sono
    chiuse da un lucchetto.
    Non sono arrivata in tempo per una visita all'ultimo minuto. Quindi torno sulla strada quandosento una voce: "Miriam?"...mi giro di scatto...e....ritrovo il mio passato dinanzi a me! Avevo
    diciassette anni, voglia di amare e scappare dalla routine. Musica. Feste illegali, canne. Tutti i flsah
    di quel periodo mi passano dinanzi come una pellicola trasmessa a  velocità ridotta. I miei capelli
    colorati, le mie smorfie e la mia durezza esterna che nascondeva una grande fragilità.
    "Tommaso?!"...ancora incredula dell'incontro, mi avvicino alla figura maschile che mi osserva
    incuriosita. Lo saluto con un bacio sulla guancia mentre lo guardo, è ancora alto, moro con i ricci
    ribelli e gli occhi di un verde profondo. Quanto volte mi sono persa in quell'immensità. Ogni frase
    letta e discussa insieme era una conquista. La prima volta che mi prese la mano nella sua, pensai di
    morire. Per lui rinunciai alle unghie viola, alle canne e..mi adattai allo smalto rosso e le sigarette.
    Compromessi della coppia. Che non avrei mai più ripetuto. Lui era stato il primo amore,  colui che
    ti fa provare le così dette  farfalle nello stomaco, passare ore osservando il telefono che non squilla
    mai. Quindi ogni tanto provavo a prendere la linea da un altro apparecchio per assicurarmi che non
    fosse staccato o ancor peggio occupato. In quei due mesi trascorsi insieme, avevo colonizzato il
    telefono fisso di casa, il citofono e pure la cassetta delle lettere. Nessuno dei miei familiari era
    autorizzato ad usufruirne previa autorizzazione della sottoscritta. In caso di disubbidienza, armavo
    un casino di urla, pianti e lamentele. I miei genitori stettero al gioco, imputando la colpa
    all'adolescenza. All'epoca non esisteva internet, il cellulare ecc...ai mie tempi si recapitavano lettere
    d'amore, si doppiavano le cassette musicali sulle quali si apportavano dediche ad hoc e colorate. Gli
    anni 80...un altra epoca. Rivivo tutto ciò mentre Tommaso è davanti a me, bello come non mai.
    "Che coincidenza incontrarci qui. Sei di passaggio?". Le sue parole mi riportarono alla realtà. Due
    trentenni che non sanno nulla dell'altro....ma.... perché avevo voglia di parlare con lui? Di
    raccontarci le nostre vite? ...semplice curiosità o voglia di una svolta?
    E si perché la vita a volte è strana e crea degli eventi proprio per metterci alla prova. Chissà se
    magari da questo incontro fortuito, capissimo che è stato un errore lasciarci?anzi, che lui lasciò me?
    che in realtà questi anni sono passati proprio per farci capire il valore della nostra coppia? "si, sono
    venuta a trovare i miei genitori", rispondo mentre mi accorgo che mi sono nuovamente persa....la
    mia memoria congela e scongela a suo piacimento, come un freezer rotto, e la fantasia ne approfitta
    per volare in alto o allearsi con la speranza. Non riesco a concludere un discorso con un amico
    senza incepparmi o incappare in pericolosi silenzi. La digestione della mia vita è lenta, anzi
    lentissima, così nei momenti meno impensati si blocca o va avanti senza che me ne accorga. E  mi
    ritrova persa e sola. Il mio psicologo afferma che è una malattia guaribile. Ma già il terminemalattia-, non mi convince. Non ho la febbre, né una disfunzione o un eritema, soffro solo di
    pensieri in libertà. Nascono, viaggiano e volano nella mia mente. Semplice.
    Eppure tutto ciò, mi blocca nell'interazione con gli altri. Certo, in ambito lavorativo riseco a
    chiudere le porte stagne e sono attenta e disponibile. Con il mio micro mondo personale, però, le
    porte rimangono socchiuse. Come adesso. Tommaso mi sta parlando da un po’, ma non sento le sue
    parole, mi limito a fissarlo negli occhi e annuire o fare un sorriso di circostanza. Ogni tanto  penserà
    che soffro di qualche tic o paresi.
    "Papà!"
    Una voce infantile urla per la vietta di sassi ed una figura piccola ed esile con le braccia allargate
    si dirige correndo verso Tommaso.
    Fine di un sogno.

  • 29 febbraio 2012 alle ore 19:31
    Due giorni

    Come comincia:  “Poi è arrivata la crisi e la Nulla S.p.a® ha chiuso. Così, da un giorno all’altro, mandando in frantumi tutti i nostri prevedibili progetti futuri e le misere, scontate programmazioni spazio temporali che ci separavano dalla pensione”, ascolto questi frammenti di un’intervista fatta a un operaio cassaintegrato, trasmessa al telegiornale. Ogni sera il momento della cena diviene sempre più amaro. Forse basterebbe non accendere la televisione, ma come resistere alla voglia di essere informati e condividere gioie e disgrazie del mondo?
    “ Claudia è pronto!”, il richiamo di mia madre è più forte del mio senso civico. Spengo la tv e mi siedo a tavola. “tesorino come è andata la giornata?”, cinguetta ingenuamente la mia mamma-bambina. “al solito….siamo in attesa”, rispondo, ripensando alla mattina trascorsa in istituto. Rivivo la sensazione di scoraggiamento provata nel leggere: “Il dottore la vuole nella sua stanza tra cinque minuti”. Un messaggio secco e autoritario lasciato su un post it dalla segretaria personale del mio capo sulla scrivania. La mia mente ricrea perfettamente tutti i frammenti delle ore passate in quelle quattro mura. Come un film trasmesso a rilento, mi rivedo alzarmi e sbuffare, dirigendo lo sguardo verso la scrivania davanti a me. Francesca imbambolata davanti allo schermo che digita come una matta sulla tastiera, come se fosse in piena maratona di calligrafia on line. Apro la porta e m’incammino verso la Direzione generale.  “Buongiorno dottoressa, si accomodi”, esorta il mio capo. Il suo tono è sicuro e formale, “La ho convocata per parlare un po’ con lei dell’odierna situazione”. Si ferma e mi osserva. Provo a pensare qualcosa d’intelligente da dire, ma non capisco a quale delle mille situazioni lavorative si stia riferendo.
    “Claudia, ci sei?”, domanda la mamma, “la carne si fredda”.
    “Si, si…scusami stavo ripensando all’incontro di questa mattina”, provo a giustificarmi, “c’è qualcosa che mi sfugge…”, ed inizio a tagliare la fettina frastornata dai miei stessi pensieri. “Piccola, cosa ti preoccupa?”, sento i suoi occhi fissi su di me e il tono preoccupato. Socchiudo gli occhi con il boccone in bocca. Mastico automaticamente, provando a rintrecciare i fili spezzati della mia mente.  Sono davanti al mio capo, immobile, consapevole che è giunta l’ora di affrontare la realtà. Rintraccio le sue parole nei miei ricordi: “Mi dispiace, ma poiché non abbiamo ricevuto nessuna lettera di re-invio da parte della Regione e che voi collaboratori non percepite lo stipendio da diversi mesi, il Direttore generale ha deciso di rescindere i contratti”. Sbarrando gli occhi e cercando di recuperare l’uso della parola ho chiesto: “Quindi Lei ritiene che in questa settimana dovremmo ricevere la notifica del nostro licenziamento?”. Non volevo realmente ascoltare la risposta, ma era dovuto. “Sto cercando di prendere tempo, ma la decisione è stata presa ormai. Temo che la prossima settimana sarete tutti disoccupati. Mi dispiace”.
    “Bene, La ringrazio per la sua franchezza”, mi alzo, gli do la mano e mi dileguo.  Deglutisco quel che è rimasto della mia cena, alzo gli occhi dal piatto e affronto la donna che mi ha dato la vita: “Dalla prossima settimana saremo disoccupati”. Lo annuncio con tono neutro, quasi glaciale. C’è l’ho fatta nuovamente, ne sono uscita indenne nonostante le ginocchia che tremano e la sensazione che tutto il mondo giri su di me. Ancora stordita cerco di ritrovare la calma. “ Non preoccuparti, qualcosa mi inventerò”, affermo cercando di rassicurarla, “ora vorrei alzarmi ed andare in camera mia”. Lei mi fissa in silenzio, si alza lasciando la tavola apparecchiata, si avvicina e mi stringe forte sussurrando, “ti voglio bene”. Sorrido e mi avvio nel corridoio. Cerco di mettere a fuoco la situazione: è tutto finito. Da giovane precaria diventerò disoccupata.  Senza più uno spazio dove lavorare, colleghi e stipendio.
    Accendo il computer, per distrarmi un po’, per prima cosa decido di controllare la posta: cinquanta messaggi in due ore. Scorro la barra laterale per capire la natura delle email: notifiche di facebook, pubblicità, tutte cose che potrò vedere più tardi. Tra il mucchio, noto un nome: Lorenza. Finalmente mi ha risposto, penso mentre apro la bustina gialla. Ero quasi preoccupata dal suo ritardo ma consapevole della sua pigrizia mentale e fisica.
    “Francesca è stata spietata, non ha usato mezzi termini, ha vuotato il sacco. Che era bello pieno e tracimava abbondante merda. Che s’è riversata, tutta, su di me e mi ha colpito e affondato, fino agli abissi, dove c’è un buio pesto. Inutile ribattere, spiegarsi ancora, parlare all’infinito, dare dettagli. Non servirebbe a niente.”
    Allibita, rileggo le poche e sintetiche righe riportate sul monitor. Deve essere accaduto qualcosa di grave. Inutile mandarle una risposta scritta, rimarrei con l’angoscia sino alla sua prossima lettera. La chiamo. Afferro il cellulare e digito sulla rubrica il suo nome. Immediatamente appare il numero con il prefisso francese. Spingo il tasto verde mentre cerco di respirare profondamente. Il telefono squilla a vuoto, al quinto squillo risponde la segreteria: “Lolla sono io. Ho appena letto, sono senza parole. Ho voglia di sentirti, chiamami, ti voglio bene”. Attacco.
    “Claudia, ti sei addormentata?”, chiede una voce conosciuta alle mie spalle. Mi volto cercando di rilassare il viso e sorrido, “tutto bene, Mamy”, rispondo in automatico. Sento i suoi passi per casa. Nonostante tutto è sempre solare, perché darle altre preoccupazioni? Mia madre vuole bene a Lorenza come una figlia e per oggi ha già ricevuto abbastanza emozioni, non posso raccontarle anche delle scaramucce tra la mia amica e la sua compagna. La mamma è una donna moderna, quando frequentavo il liceo e le ho raccontato per la prima volta di avere un’amica gay, non ha battuto ciglio. Ricordo perfettamente il suo sorriso mentre mi chiedeva dolcemente: “È la tua ragazza?”. Questa frase all’epoca mi spiazzò, non avrei mai immaginato che non facesse storie e soprattutto potesse ipotizzare che sua figlia fosse lesbica. Rimasi senza parole. “Tesoro?”, m’incalzò.
    “No no, è solo un’amica. Mi trovo bene a chiacchierare con lei, siamo tutte e due nel Collettivo”, mi giustificai. Conobbi Lorenza durante i primi giorni del ginnasio, ero in cortile con una sigaretta in mano, in cerca di un accendino. La vidi che si accendeva una sigaretta e mi avvicinai, dicendo: “Anche tu!” e lei all’unisono rispose con la medesima frase. Scoppiamo a ridere e incominciammo a ragionare del più e del meno, come se ci conoscessimo da sempre. Solo in seguito chiarimmo la frase del primo incontro: io intendevo: “ anche tu fumi”, e lei: “anche tu qui”. Un piccolo malinteso che ci ha unite per la vita. Sorrido ripensando al passato e decido di scriverle, così mi sentirà vicina.
    “Tesoro come stai? Ho voglia di sentire la tua voce.ma hai la segreteria telefonica. Dove sei di bello? Io a casa e stavo ripensando al liceo, alla nostra amicizia. Mi dispiace molto per quello che è accaduto con Francesca ma può succedere che i sentimenti a volte finiscano o semplicemente si decida di ignorarli. Lei è sempre stata meno forte di te. Tu sei bella, sicura di te e del tuo essere. Ricordi il tuo intervento durante la conferenza scolastica sull’integrazione? Ti sei alzata in piedi ed hai praticamente urlato: “ Sono lesbica. E’ la mia natura. Da piccola mi piacevano le bambine e tutt’ora amo le donne”. Tutti rimasero un attimo interdetti e poi ti hanno applaudito. I tuoi genitori non ti hanno mai fatto sentire diversa. Carla e Massimo ti hanno spiegato le varie direzioni che potevi prendere e provato a ipotizzarne insieme le conseguenze. Francy al contrario ha avuto problemi con la sua identità, ha provato a farsi piacere i ragazzi. Si è fidanzata con loro ed ha anche avuto rapporti intimi, senza mai provare piacere. Così ha compreso che i sentimenti non conoscono differenze genetiche, ma in realtà non l’ha mai accettato pienamente. L’ho vista felice solo in tua compagnia nonostante i suoi genitori la abbiano rinnegata da quando convivete. Siete andate in Francia per essere libere. Ma forse lei non riesce ad assaporarne pienamente il gusto. Non incolparti amica mia. Ti abbraccio forte -C-“
    Spengo il pc e decido di andare a dormire, questa giornata è stata molto lunga e difficile, troppe notizie tutte insieme.
    Drinnnnnnnnnnnnnn
    Cerco a tentoni la sveglia. Voglio rimanere nel caldo ovattato del piumone altri cinque minuti.
    Drinnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn
    Trovata. Blocco la levetta del suono e…
    Drinnnnnnnnnnnnnnnnnnn
    Svogliatamente realizzo che non è la sveglia, è il citofono.
    “Mamma puoi rispondere?”, urlo dalla mia tana.
    Nessuna risposta. Mi alzo mio malgrado, liberandomi dall’armatura del piumino. Lentamente vado verso la porta d’ingresso. “Che bel risveglio!”, borbotto mettendo lentamente un piede dopo l’altro. Arrivata nel disimpegno, mi rendo conto che il suono è svanito. Come se nessuno avesse suonato. Che abbia sognato? Mentre m’interrogo sul mio stato mentale, mia madre mi viene incontro dopo aver chiuso la porta. Ha in mano una lettera aperta e ha il viso chino sul foglio. Un brivido di freddo scivola sulla schiena. La guardo avanzare in silenzio. Quando siamo l’una di fronte all’altra, alza gli occhi verso di me, sono rossi e grandi lacrime le ricadono sulle guancie. “Che cosa succede?”, domando preoccupata. Mi porge il pezzo di carta che tiene cautamente tra le mani. Ancora intontita dal sonno interrotto bruscamente, provo a mettere a fuoco le righe trascritte in modo disordinato: “Lorenza questa notte si è tolta la vita. Ancora non conosciamo bene i particolari, siamo stati avvertiti poco ore fa dalla polizia locale. Vi abbiamo mandato un telegramma perché non abbiamo parole ma solo lacrime. Andremo oggi stesso a riprenderla a Parigi. Vi chiameremo appena possibile per informarvi su ulteriori sviluppi ed il giorno del funerale. Carla e Massimo”

  • 29 febbraio 2012 alle ore 17:36
    Il gigante buono

    Come comincia: il viaggio dopo la val rosandra  riprende in camper direzione nord…Germania e poi vedremo…dove c’è tanto verde tanta natura come piace a noi.
    Il sapore delle distese immense dove correre e rincorrerci è già nelle nostre menti e anche nei nostri cuori.
    -Sorè che ne dici facciamo una sosta qui nella foresta nera…a te piacciono i boschi e più bosco di qui
    -Ok avanti esci dall’autostrada e accosta la strada da fare non è molto chiara…guardiamo la mappa
    -Ma dai …con la nostra sensibilità…anche sulla luna…senza mappa….
    fidati…
    Giro subito a destra...Ma di colpo un fulmine cade a pochi metri dal camper colpendo un arbusto e facendolo cadere in mezzo alla strada…che spavento…
    -Sorellina simo dove sei??
    -Son qui
    -Dove ?
    -Qui
    -Ma che ci fai nel bagno sotto al lavandino?
    -Come in ufficio…quando tuonava mi ficcavo sotto la scrivania…lo sai che il temporale mi fa molta paura
    -Dai è passato
    Altro tuono..stavolta diverso…con un suono finale…altra fuga in bagno
    Certo che ‘sto viaggio è un continuo imprevisto…..del resto nelle favole gli imprevisti sono di casa.
    Ci avviciniamo alla porta del camper per uscire e sentiamo bussare
    -sorèèèè chi sarà con questo tempaccio??
    -E che ne so …bisogna guardare
    -vabbè guarda
    -Ma come mandi avanti una donna…che cavaliere sei?
    -Hai ragione andiamo assieme…vengo pure io…anzi prima le signore….e poi sei tu la sorella maggiore…prego
    Lei prende al volo una padella dal pensile del camper e me la da in testa...
    -Ahia
    Toc toc
    -Ecco ora vado io
    -Ahia che botta
    Però la porta è bloccata
    Toc toc
    -Un atimo…no se verzi
    -Aho fratè stai calmo
    Toc toc
    -Remengo tuo alora sa cossa busso anche mi dal de dentro…
    toc toc
    - se chiusi fora…verzene
    Toc toc …
    E da fuori aprono…..
    Davanti a noi un gigante…un vero gigante…che potrebbe prendere nella sua mano il nostro camper…
    -Ehi fratè questo me sa che è più gigante de te
    -A me me sembra un orco…di quelli cattivi
    -Ma no non vedi che sguardo dolce
    E subito l’orco…anzi il gigante…inizia a parlarci…anche la sua voce non è da orco….ed è molto melodiosa…
    -sono il gigante della foresta nera…purtroppo sono vittima di un incantesimo..tanto tempo fa ero sul serio un orco cattivo e per punirmi tutti gli abitanti delle fiabe mi hanno condannato a raccontare le loro favole a tutto il mondo…finchè qualcuno o qualcuna non avrebbe potuto testimoniare il mio cambiamento…
    Vi giuro che non sono più cattivo…sono cambiato davvero…..aiutatemi vi prego
    -Ma da dove vieni?
    -…una volta facevo l’orco nel castello di Fussen in Germania…ora invece da gigante mi materializzo dopo il temporale e sono visibile dopo un fulmine…e poi inizio a raccontare…ma sono passati molti anni…troppi…sono vecchio…ho 451 anni….
    -ma noi con chi dovremmo parlare per testimoniare il cambiamento??
    -È vero ce lo devi spiegare
    -Lo so io usciamo…ora vi spiego
    Seguiamo il gigante…poi lui ci prende x mano…o x meglio dire ci prende in mano…..piove a dirotto…il cielo è quasi violaceo…siamo in mezzo alla strada….e fa anche freddino….oggi visto il maltempo farà buio prima del solito…
    -ora inizierò a raccontare la vostra fiaba preferita…dopo un po’ con un fulmine arriverà il protagonista di questa fiaba e sarà a lui che dovrete dire se sono diventato veramente buono….ehi attenti…..
    Un albero ci stava cadendo addosso…e il gigante….ci prende per i pantaloni e  ci sposta prontamente
    ---ehi ma ci hai salvato la vita….avanti veloce racconta…ora è sicuro….non sei più un orco…un orco si sarebbe appena divertito di vederci colpiti dall’albero…..noi per ringraziarti ti aiuteremo
    Siamo impauriti, e mia sorella è impaurita e con la voce tremolante conferma
    -Nnnno…nonnn…se se sei più un orrrrcooo
    -Allora
    -Allora cosa
    -La fiaba
    -Ah già
    -Pinocchio…vai racconta
    -C’era un a volta un vecchio falegname di nome Geppetto
    Fulmine improvviso…cielo viola …ed ecco Pinocchio davanti a noi in carne e legno…..
    -eccomi ragazzi….allora dov’è il paese dei balocchi…e quel vecchiaccio di mio padre….e quella bella fata che bacerei subito….ehi….allora chi mi risponde??
    Si stava rivolgendo a mia sorella…ed io già prevedevo litigi
    -Ma sei tu o mia bella fata…lo sai che ti bacerei subito….
    -Ah bello…ah lattante….attento a quello che me dici…. senti ma con chi credi di avere a che fare…tu sei Pinocchio un pezzo de legno e basta…tuo padre è un brav’uomo…e a me nun me baci….
    -ma sei la mia fata
    -io nun so tua….mo te mollo un calcio….così capisci….
    Detto fatto…Pinocchio si ritrova a terra e rimane immobile ad ascoltare…
    -Tu caro ragazzino se veramente vuoi diventare un bambino normale e non restare di legno tutta la vita devi imparare da questo gigante…lui era come te…però è diventato buono…raccontando ma soprattuto credendo alle fiabe…ai sogni….e noi lo confermiamo….
    -Cara bellissima velina…volevo dire fatina
    -Aho che te sfotti guarda che t’ammollo na pizza
    -no no grazie…dicevo che come può dire lei che il gigante, che era orco,ora è cambiato
    -nun te fidi….Guarda i miei occhi
    -Si li vedo sono splendidi mi sono innamorato della fata
    -Nun ce provà….e che me metto assieme ad un pezzo di legno
    Io ascolto sorrido e li guardo: mi sembra di vivere dentro ad un film
    -Dicevo se guardi i miei occhi vedi che sono lucidi
    -Vedo vedo e come mai
    - nun c’arrivi…..il gigante con i suoi racconti riesce a farmi
    commuovere…questo le persone cative non riescono a farlo, loro fanno piangere non commuovere…e poi un momento prima che tu arrivassi ci ha salvato la vita da un albero che ci stava cadendo addosso
    Improvvisamente Pinocchio non parla più…un fumo denso lo avvolge…poi quando il fumo pian piano scompare…il legno lascia spazio al ragazzino….. si fa prendere in mano dal gigante e se ne vanno assieme….io prendo per mano mia sorella e ritorno al camper
    Incantesimo spezzato missione compiuta
    Che magico sto viaggio….chi vuol credere lo farà….chi lo vuol fare volerà assieme a noi…..tra sogno e realtà con in mezzo un pizzico di follia...

  • 28 febbraio 2012 alle ore 12:25
    L'uovo e il pirata

    Come comincia: L’uovo era ancora lì, sul tettino dell’Opel nera, e non si muoveva, neanche un segno.
    Marco si avvicinò e lo scrutò. Niente di strano, sempre le stesse striature e un rosa pallido che non accennava a cambiare.
    Luca s’appoggiò all’albero e disse: “Vieni qua sotto, è inutile che stai al sole. Dobbiamo solo aspettare.”
    “Sei sicuro? Qui non cambia niente, e stiamo morendo di caldo.”
    “Fidati, è così.”



    Marco e Luca erano ancora lì, sotto l’albero, e non si muovevano, neanche un segno.
    Luana li osservava dal balcone, aveva un debole per Marco e sarebbe rimasta a guardarlo tutto il giorno visto che si vergognava troppo a parlargli.
    Raccolse l’asciugamano da mare, sollevò lo schienale della sdraio e si mise comoda a far finta di prendere il sole.



    Luana era ancora lì, sullo sdraio, e non si muoveva, neanche un segno.
    Vestito da pirata, sul terrazzo di casa, con benda e cannocchiale, Giovanni scrutava il mondo sottostante alla ricerca di una nave da abbordare. Ma non ce n’erano.
    Qualche palazzina a babordo, delle casette a settentrione, e a meridione un paio di bambini in un giardino e una bambina in un balcone. “Osp, una donzella!” corresse i suoi pensieri ad alta voce.
    Cercò d’inquadrarla meglio, ma non c’era molto da fare. Quel binocolo giocattolo sarebbe servito a poco. L’avrebbe raggiunta!
    Prese una corda e legò un capo allo stendino, l’altro alla vita. Si posizionò in bilico sulla ringhiera e fece per tuffarsi all’arrembaggio.



    L’uovo non s’era mosso.
    Marco disse: “Forse il sole non è abbastanza forte.”
    Luca si avvicinò alla macchina, toccò il cofano e subito allontanò la mano. “Scotta!”
    “Allora è l’uovo che è fasullo.”
    “Mah… possibile che una gallina riscalda più del sole?”
    “Allora la gallina è fasulla.”
    “Dai, non è possibile era…”
    “OhoooOoooOooooooo” un urlò li fece voltare in una non precisata direzione. Poi un altro: “AHHHHHAAAAAAAA”, e videro Luana indicare un bambino che penzolava avanti e in dietro.
    “Oh, cavoli!” dissero i due all’unisono.
    “Che diavolo facciamo?” disse Luca.
    Marco si voltò stupito dalla domanda. “Vai a chiamare papà, subito!”
    Luana saltellava sul balcone di casa urlando: “Mamma, mamma.”
    Lei arrivò e vide la figlia nel panico, poi vide il bambino nuotare a rana per aria e aprì la bocca dallo stupore. Bocca che venne subito riattappata da una mano perché l’educazione non sarebbe mai venuta meno, anche nei momento più strani…
    Entrò dentro casa e chiamò l’ambulanza e i pompieri, sperando che della prima non ce ne fosse bisogno e per quanto riguardava i pompieri non le sarebbe dispiaciuto conoscerli: donna vedova che rimorchiava un pompiere, un classico.
    Luana attraversò il salone correndo, sbatté la porta e scese di corsa le scale. Che maleducata, pensò la madre, ma forse questa volta non la rimprovero.



    Marco era arrivato sotto il palazzo del bambino. Vide che da quel lato c’erano finestre, ma niente balconi. Vide il bambino che piagnucolava e gli chiese: “Come ti chiami?”
    “Giovanni.”
    “Come va?”
    “Uhm, bene.”
    “Ok, ehm, dai, sul serio, che è successo?”
    “Volevo saltare su quel balcone” disse direzionando in maniera vaga il suo indice verso un palazzo.
    “E’ a dieci metri dal tuo!”
    “Me ne sono accorto…”
    Stang, stunc, stunc, alluminio e acciaio si scontrarono in terrazzo, e un pezzo volò fuori e Giovanni precipitò d’un metro.
    “Cos’era?” chiese Marco preoccupato.
    “Sai, sono legato a uno stendino…”



    Luca, il papà e Luana erano arrivati assieme. Il papà aveva con sé una scala di quelle che una volta appoggiate alla parete si allungano e provò a raggiungere Giovanni, ma era troppo distante.
    Luana guardò Giovanni, poi Luca e chiese: “Dov’è Marco?” e divenne rossa in viso.
    Luca alzò le spalle e Giovanni rispose: “Sta risalendo le scale e sta cercando qualcuno per aprire il portone del terrazzo… io l’avevo chiuso dall’esterno perché non volevo essere disturbato.”
    Il papà evitò di pensare alla stupidità di Giovanni e invece pensò a quanto fosse intelligente suo figlio Marco. Sì, senza dubbio diventerà un dottore o un avvocato, pensò.



    Marco aveva citofonato a tutti, e dopo era corso a bussare alle porte dei singoli appartamenti, però, a parte un vecchietto pieno d’energie, il resto della palazzina era stata diffidente e s’era immaginata il solito scherzo di qualche ragazzino.
    Il vecchietto aveva in mano delle forbici, una lattina di birra e una spilla da balia, e fermo davanti al portone del terrazzo spiegava a Marco: “Questa è una serratura a cilindro europeo, ed è molto facile da aprire, per fortuna. Vedi, ora con le forbici taglio la lattina ricavandone una piccola lastra d’alluminio grossa quanto un telefonino.”
    Marco assisteva ammirandolo.
    “Bene, facendo due tagli in questi punti, e piegandola a metà verrà resistente e della grandezza della serratura. La infilò dentro la serratura, infilo pure la spilla da balia e giro in senso orario.”
    Click, il portone si aprì.
    Marco e il vecchietto corsero fuori, afferrarono lo stendino, che però si spezzò in più parti, allora presero la corda e iniziarono a tirare.
    In un minuto Giovanni era stato trascinato sulla sua nave-terrazzo, distrutto psicologicamente per quanto aveva fatto, ma non abbastanza da ritentare tutto in futuro. I dottori arrivati poco dopo gli avevano dato qualche pomata per i lividi e avevano minacciato di denunciare i genitori.
    Marco ringraziò il vecchietto e gli disse che sarebbe tornato ad imparare qualche trucchetto. Scese le scale e venne accolto da una piccola folla calorosa, con Luana, il papà e Luca che l’abbracciarono a festa. Poi insieme tornano alla macchina in giardino e videro che l’uovo s’era schiuso, ma del pulcino non c’era neanche l’ombra.

  • 27 febbraio 2012 alle ore 15:08
    Il ritorno di Aurora

    Come comincia: Me la restituirono “dopo San Patrignano”, ma non era più “la mia” Aurora. Tornò di sua volontà alla sua casa e sembrò riprendere la vita di sempre. Al mattino era una gioia risentire il suo passo nella cucina grande dell'appartamento. Anche Gino si alzava più lieto, con un sorriso che non gli ricordavo. E i due ragazzi, senza bisogno della mia voce, si alzavano anch'essi, al suono dei passi dl Aurora. Lei però non raccontava nulla della sua esperienza nella “Comune”, non diceva una parola sulla morte di Giacomo e questo mi convinceva della sua attuale incapacità di essere autenticamente, con il corpo e l'anima, assieme a noi e soprattutto a me: sua madre.
    Aurora non era stata in pieno ”nel giro. Non aveva rubato, non si era prostituita per la droga, non si era "bucata" con le siringhe infette passate di mano in mano. Aurora aveva appena sfiorato quel mondo e l'aveva fatto per amore di Giacomo, per capire lui, forse per finire come lui, non riuscendo a salvarlo. Morto Giacomo non aveva trovato molto difficile “venirne fuori". Ma inutile forse sì. In breve tempo Aurora riprese a studiare per gli esami universitari, a frequentare i corsi, ad uscire con i vecchi amici, a pranzare con noi e a giocare con i gemelli. Mio marito continuò a sorridere, disteso, illudendosi che nulla fosse accaduto. Ma “tutto” era invece accaduto e non si poteva fingere di ignorarlo. A circa un mese dal ritorno di Aurora la cercai io: entrai senza bussare nella sua stanza e la trovai con un libro tra le mani e lo sguardo oltre i vetri del balcone. Nel vedermi mi fissò seria. -“Vorrei portarti con me per una decina di giorni ad Assisi”- Le dissi subito. -“Ho gli esami'- Si oppose lei. –“.Hai prima di tutto te stessa ...”- Risposi categorica. –“ Bene, mamma, immagino che tu abbia ragione, debbo proprio.”- Tra me restai quasi sconvolta per Ia facilità con cui aveva accettato la mia decisione. Non era da lei. Ma non mi formalizzai.
    Assisi era stata per anni la meta dei nostri viaggi di fine estate. Partimmo alcuni giorni dopo questo dialogo. Gino era perplesso e perse il sorriso. I ragazzi protestarono perché non avrebbero potuto essere con noi. Facemmo il viaggio in auto, io alla guida e lei con gli occhi fissi sulla strada. Senza una parola. Io pensavo a Giacomo, che era stato il ragazzo sbagliato e mi chiedevo perché la mia ragazza così saggia e gentile avesse dimenticato se stessa per lui e dove fosse in quel momento il Dio della mia fede. Ci fermammo come sempre in una pensione di Assisi: dalla nostra finestra si scorgeva tutta la pianura e la cupola di S. Maria degli Angeli, la Chiesa sorta sulla “Porziuncola". Anche Aurora guardò fuori con il viso disteso, ma come indifferente. - “Dovette avere molto coraggio Francesco per lasciare la sicurezza della sua città e della sua casa e recarsi nella vallata a riparare la piccola Chiesa...” Disse come tra sé. –“Non aveva paura perché aveva fede”- Risposi. Aurora mi regalò un sorrisetto tirato e finalmente ammise: - “Io invece non ho fede più in nulla ed ho paura.”- Poi uscì. Restai sola, nell'aria serena di un tramonto tersissimo, come lavato dalla pioggia che era caduta copiosa al nostro arrivo. Aurora rientrò verso sera e ci recammo a mangiare qualcosa. Quella notte la sentii rigirarsi a lungo nel letto, mentre fingevo di dormire. Si alzò all'alba e, dopo una rapida toletta rifece il suo letto: una abitudine presa alla “Comune”, certamente. Rimpiansi la mia figliola disordinata e serena che abbandonava maglie e pantaloni ovunque. La lascia uscire sola, perché nessun controllo poteva salvarla da se stessa. Passarono così due giorni. Io feci la turista, visitai la Basilica inferiore e superiore di S. Francesco ed osservai gli affreschi di Giotto, seguendo il segno dei restauri. In terza giornata Aurora mi propose di visitare di nuovo S. Damiano, il luogo presso cui si era rifugiato Francesco e nella cui chiesetta minuscola, innanzi al Crocifisso ligneo e dipinto, aveva trovato la "sua" strada. Finalmente mia figlia mostrava interesse di nuovo per qualcosa e, soprattutto, mi coinvolgeva in un suo desiderio. Giungemmo all'ora della massa e restammo incerte in piedi fuori dell’arco dell'ingresso. C’era un coro di voci giovanili provenienti dal fondo e sapevo trattarsi della voce dei monaci. Le panche erano tutte occupate da giovani stranieri in preghiera. La bellezza di Assisi sta anche nel fatto che Francesco sembra attirare ragazzi e ragazze con il suo entusiasmo e la sua fede senza tempo Una testa bionda, ornata da una lunga treccia, restò chinata fin dope la fine della funzione e non vidi in volto la donna, che intuii non dovesse avere più di venti anni. Guardandomi interno non vidi più neanche mia figlia. Un gruppo di persone parlava davanti all'ingresso: tra loro due frati che sembravano adolescenti, al massimo ventenni per l’espressione incantata, dolce, serena. Una madre abbracciava il figlio vestito del saio e lui, gentile ma come distante, lasciava fare. I gruppi si sciolsero con uno stringersi di mani. Un francescano forse diciottenne tornò indietro per ricordare agli amici: “...Mi raccomando la preghiera!”-
    In quel momento della porta del Chiostro di S. Chiara venne fuori mia figlia. Quasi non la riconoscevo: il volto acceso aveva perso la rigidità degli ultimi anni. Con lei avanzava un giovane bruno, alto e snello, con sul volto l’espressione che ogni mamma vorrebbe scorgere sul volto di sue figlio: un misto di allegria, innocenza e fiducia. Il ragazzo sarebbe parso a me in quel memento l'essere più adatto per la mia Aurora. Ma indossava un saio francescano. Si avvicinarono al luogo dove ero io, parlando tra loro con grande spontaneità. Lui sembrava felice. -”Mamma, ti presente Roberto!”-
    -“Molto lieto signora, la pace sia con voi..."-
    -”Ciao Roberto...”- Osai appena rispendere.
    -“Mi dovete scusare adesso, sono atteso. Ma ci rivedremo, penso...”•
    -“Ci rivedremo!”- Promise Aurora. E per la strada che conduceva ad Assisi lei mi parlò di Roberto, della sua famiglia, della sua casa, degli studi che faceva e di ogni particolare della sua vita. Poi aggiunse la sua età: ventisette anni! Non gliene avrei dato più di venti. Roberto dipingeva ed aveva diritti speciali e maggiori libertà. Roberto lavorava come decoratore di maioliche e conosceva tutti i segreti dell’arte perché era nato a Deruta, la “Città delle ceramiche”. Roberto scriveva versi ed accoglieva grandi personalità per visite guidate a S. S. Damiano. Roberto, infine, tra breve avrebbe conosciuto il Papa di persona, per regalargli un suo lavoro su terracotta, rappresentante S. Francesco che abbraccia il lebbroso.
    -“Mamma, tu pensi che per lui io sia come il lebbroso per S. Francesco?”- Restai qualche attimo in silenzio e poi dissi:-
    -“Gli hai parlato di te e Giacomo?”-
    - “...Sì..."- “
    - Allora ti amerà di più...”-
    - “Sì, lui dice che é una legge divina quella di amare.”-
    -” Amare tutto e tutti..."-
    -“Sì mamma, tutto e tutti!”-
    -” E' difficile...”-
    -“...Sì, credo che per qualcuno possa essere difficile...”-
    Non aprì più bocca sull'argomento "Roberto"per un paio di giorni. Assisi ci regalava la sua quiete, i suoi lunghi giorni di pace e nell’aria tersa dai temporali potemmo quasi ascoltare la voce di S. Francesco.Mio marito era inquieto: al telefono chiedeva:- "State bene? Vi sono noie?"- Non c'erano noie e stavamo bene. Aurora usciva al mattino con i suoi jeans consumati portando con sé matite “grasse” e pastelli colorati come faceva un tempo e tornava a pranzo con le immagini che aveva “rubato” in giro: niente da temere, era serena. Aurora usciva al primo pomeriggio ed ascoltava la messa in S. Francesco, poi prendeva la nostra auto e si recava a S. Damiano. Ero sempre sola con le mie domande. Un giorno volli seguirla, mi recai in S. Francesco alla prima messa e vidi mia figlia in ginocchio, pregare in silenzio. La seguii in S. Damiano con un taxi, come una spia: e la vidi dialogare vivacemente con Roberto. Lui sembrava un ragazzo: era come illuminato dalla innocenza. Tornai all'albergo sconvolta. Il sesto giorno finalmente Aurora mi parlò:-“ ...Mamma, credi che S. Chiara abbia seguito Francesco nel suo destino per amore?"-
    -“Per amore, certo!”-
    -”...Per amore di chi?"- 
    -“Di Dio, del genere umano e del Cristo.”-
    -“...Oppure per amore di Francesco? Per non perderlo, vivendo la sua esperienza?”- Sorrisi, mesta:-
    - “Come tu hai seguito Giacomo intendi?”-
    -"Sì, come io ho seguito Giacomo."-
    -“Non lo so, potrebbe essere così."-
      -“...E se adesso mi facessi Clarissa?”-
    -” Forse ripeteresti lo stesso errore fatto per Giacomo.”- Risposi pronta. Lei tacque e mi sembrò che acconsentisse. Restai silenziosa per giorni, imponendomi di non scuotere la pace di Aurora, ma non ero in pace con me stessa. L’ ultimo giorno ritornammo assieme a San Damiano.
    -“Mamma, Roberto mi ha chiesto di parlarti.”- Disse Aurora. lo tremai. Roberto venne fuori dall'uscio di legno antico con quel suo giovane sorriso fiducioso. Ci stringemmo la mano.
    -"Pace e bene.”-
    -“Anche a te Roberto, sai che potrei essere tua madre?"-
    -“Ma invece siete la madre di Aurora...”-
    -“Sì."-
    -"Ho chiesto ad Aurora di potervi parlare.”-
    -“Lo so.”-
    -“Ma non ho poi tanto da dirvi: lasciate che sia fatta la Sua volontà”-
    -“Come posso sapere quale sia?"-
    -“Lui non parla con la voce, ma chi ha orecchio per intendere intende.”-
    Mi rispose Roberto. Ci scambiammo un abbraccio appena accennato e Aurora lo baciò sulla guancia.
    -“Arrivederci amica mia, se non avessi la mia Strada forse avrei scelto la tua...”- Disse Roberto ad Aurora con estrema semplicità.
    -“Addio, Roberto!” - Rispose Aurora. E negli occhi scorsi le lacrime che non aveva pianto per Giacomo. Ci allontanammo assieme e ancora, in auto, lei si girò di nuovo: ma lui non c'era già più.

  • 26 febbraio 2012 alle ore 16:33
    Della rabbia, dell'amore...

    Come comincia: Naturale portarsi dentro le cose, determinare gli spazi dell’anima in funzione delle proprie necessità, ascoltare i silenzi e le grida, le urla che impongono, esigono e pretendono chiarezza e trasparenza nelle selve oscure, nell’opacità, nel disegno mediocre che gli architetti del destino si divertono a progettare con estrema monotonia, estrema banalità, assoluto grigiore...

    E’ normale reagire grazie ai sistemi attivi del nostro sistema endocrino o più semplicemente grazie alla vita che ci inietta quel minimo status di reazione che facilita la sopravvivenza, così parliamo di amore, sogni e desideri, progetti e traguardi, normale ripeto è normale, ma non è così, c’è della falsità in tutto questo, c’è un inganno stratosferico che equivale a una manipolazione collettiva mondiale per cui le cose non stanno così, l’amore esiste certamente ma esiste anche l’odio e la prevaricazione, il menefreghismo, il compiangere, il farneticare, accusare e offendere, rubare, fregare, inculare, paraculare: da una parte i presunti paladini dell’amore cosa fanno? pregano? dormono? vivono in pace ossia passivamente senza la benché minima azione o attività sociale?

    Sì... è così: lamentarsi, accettare, rassegnarsi, impotenti vittime degli eventi studiano, si laureano persino per poi fare cosa? propagare al mondo la propria ignoranza? e perché non aprono le accademie di vita in cui ti spiegano come stanno le cose? più una persona studia e più è tagliata fuori dalla realtà, mentre quelli che non studiano un cazzo sono ignoranti come delle capre e la realtà non sanno viverla, coglierla, valorizzarla, interpretarla.

    Ecco perché non ci sono reali e globali soluzioni, ecco perché l’amore resta dipinto sull’etichetta dei baci perugina, sui bigliettini del cazzo di sanvalentino, sui libri di chiesa e sulla loro meschina ipocrisia, nei titoli dei film, commedie, tragedie, canzoni d’amore, poesie, chiacchiere su storie su storielle su boiate, inizia e finisce, si apre come un fiore, esplode come una marcescenza informe che semina spore malefiche, cattiverie, ingiustizie colossali, seppellisce tutto ed ecco che quel romantico velo dorato tessuto pazientemente in mesi, anni di sbattimento e passione, si deteriora in un istante, bucato da raggi color cenere e si ritrova impietosamente ammuffito, degradato, decomposto, schifosamente riciclato e trasformato in escremento, rifiuto, deiezione organica...

    L’amore...

    La rabbia...

    La rabbia dell’amore, di chi ama per poi soffrire, di chi non ama per timore di soffrire, di chi soffre perché ama, di chi soffre perché non ama!

    Il circo dell’amore, la giostra della rabbia, caroselli di infelicità in cui i rimedi sono ben noti e molto diffusi: schermarsi, privarsi, rinunciare, sacrificarsi, fingere, manipolare, nascondere, tradire, spegnersi, scaricare altrove, sì... molto altrove! Da un’altra parte o con qualcun altro la soluzione più semplice è sempre quella di compensare, mai di combattere, mai di lottare! sempre la strada più semplice, la scorciatoia per evitare di fare fatica...

    Ed ecco intere popolazioni cullarsi sull’onda degli sbadigli, interi popoli pascolati da un messia che spara cinque stronzate e acquista il potere di governare milioni di sfaccendati che però si lamentano quotidianamente per tutto quello che non hanno e poi non fanno comunque un cazzo per meritarselo, guadagnarselo o concederselo!

    Tutti potrebbero amare, tutti vorrebbero amare, essere amati, cullarsi melodiosamente nell’iridescente paradiso “love to love” e quando lo sfiorano, quando sentono aria di primavera sono tutti teneri e disponibili a girare con il naso insù e la bocca socchiusa, le palpebre assonnate e la testa rintronata, respirano pollini e si perdono in una specie di choc anafilattico che anestetizza  l’iniziativa, narcotizza lo spirito d’azione, dormono, beati e sognanti poeti di sè stessi, rincoglioniti dal subire e dal soggiacere, assoggettarsi, sottostare e sottoporsi, vittime di questo splendido schema miserabile che nega la realtà e ottenebra il creato. adeguarsi, adeguarsi e ancora adeguarsi!

    Ecco la grande fabbrica della depressione che poi cos’altro è? una prigionia interiore che blocca gli spazi, inibisce le azioni, delimita il territorio e lo circoscrive rigorosamente, ti mette la segnaletica e il filo spinato tutto intorno, poco oltre un bel fossato con i coccodrilli e oltre ancora un campo minato, poi è ovvio che uno non sa più cosa fare e se ne sta chiuso nel proprio habitat emotivo: questo potrò farlo? è giusto pensare queste cose? e sognare queste altre? nel dubbio annientatevi, distruggetevi, consumatevi, prozac dopo prozac fate un bel cocktail di rincoglionizzanti, antistress e antiemotività, spegnete la mente, smettetela di pensare, coordinare i flussi del pensiero per dare vita a un vostro modo di essere: siete cartone, burattini, segatura, pezze su un abito scucito, stracci per la pulizia del pavimento imperiale della regina reale, mica ce l’avete voi la corona, no! ce l’ha lei: è lei la monarchica padrona che nel 2.012 riesce nonostante il tanto decantato progresso a troneggiare su intere nazioni di presunta prima fascia evolutiva: paesi come la Gran Bretagna e l’Olanda hanno ancora il re, la regina, i principi e poi? di cosa dovremmo parlare? Lancillotto e Don Chisciotte o Peter Pan con Cip&Ciop? Non è la stessa cosa?

    NO

    E’ una terrificante, drammatica realtà ed è normale che poi ci siano i depressi ma ora sapete cosa dico? Sveglia, svegliatevi, svegliateli! Ma cazzo, questi con la scusa della paranoia fanno un cazzo, sono larve sociali, non sono vittime ma autori e fautori del sistema involutivo che porta in crisi l’economia monetaria e culturale di continenti interi: crisi esistenziali, di valori, sensi di colpa, stanchezza cronica, esaurimento, scazzo e scoglionamento... dolce la vita vero? Ci si fa da parte e a sbattersi ci pensano gli altri, questi che non sono malati e stanno bene! Bravi! Questo sì che significa prendere per il culo il sistema! I depressi sono solamente larve di zanzara, anime senza nerbo né ossatura che si dondolano senza nulla di costruttivo nel liquido amniotico di madre natura, cazzeggiano, riposano, manco fanno la fatica di mangiare e diventano anoressici o manco quella di dormire e diventano insonni e allora? Lavori forzati! Ecco la soluzione e vai tranquillo che se prendi un depresso e lo mandi nei campi a lavorare dieci ore al giorno con la schiena piegata alla sera gli viene sia l’appetito che il sonno!

    E guarisce...

    Solo che è più comodo starsene lì, lamentarsi cronicamente, scaragnare eternamente...

    Tanto non so cosa fare...

    Non sono capace, non ce la faccio no posso, non riesco, non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, sempre e solamente questo dannatissimo e fottutissimo

    NON

    Sparatevi allora, fuori dal cazzo e giù una bella fossa comune dei relitti arrendevoli e che cazzo! solamente quelli che hanno voglia di sbattersi devono tirare la carretta?

    Dolce la vita ma questo è il pianeta Terra, mica il Grand Hotel Excelsior e manco il Luxor, lo Splendor o il Residence dei Fancazzisti!

    Chi non lavora non mangia, ecco come dovrebbero stare le cose! Ma a questo punto va anche detta una cosa, forse la cosa più importante:

    “Ma chi se ne frega???”

    Quanto cazzo me ne sbatte di tutto questo, in fondo? tanto basta cambiare la prospettiva e fare uno splendido, fondamentale esercizio di astrazione dalla realtà, viaggiare due metri da terra e fondersi tuttuno con le nuvole o con l’altra faccia della luna: è l’esercizio dello struzzo.

    Nascondersi, insabbiare, non vedere, non sentire, non sapere, così si risolvono le cose!

    Splendido no?

    E anche semplice, utile, geniale!

    Ma perché? Avete mai visto qualcuno che dopo aver letto il libro con le ricette di felicità diventa felice veramente? quello si incasina l’anima fino alla fine dei suoi giorni! Anziché vivere, stare nella realtà e lottare per modificarla, conquistare i propri meriti e raggiungere gli specifici  traguardi questi entrano in un regime di positiva rassegnazione in cui tutto accade, se accade, quasi meccanicamente, come eventuale conseguenza del proprio pensiero positivo piuttosto che di qualche filastrocca o talismano che sia, ma non funziona così!!!!

    CRISTO!!!

    Questi manualetti del nulla infarciscono la terra di aridi deserti, germogli senza vita e speranze passive che non diventeranno mai nulla!

    La vita è ricca... certo! Ricca di coglioni, compromessi, persone che arrancano per sgomitare, superarti e prevaricarti, affondarti, inabissarti, piantarti, interrarti e seminarti! E quando trovi quello con il sorrisetto buono, l’espressione beata felice sognante gira largo! Quello è un pericoloso fanatico  convinto che le cose avvengano da sole e aspetta da una vita la sveglia del mattino,

    Gira largo!

    E’ gente malata, dannosa e pericolosa! Ti infarciscono di ingredienti spirituali e poi ti ritrovi per terra senza cibo, senza acqua, senza ossigeno, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia ma sveglia ma sveglia ma sveglia!

    Basta commiserare le anime sofferenti: sono emeriti imbecilli! un poeta è capace di prestarsi come cavia umana agli esperimenti farmaceutici pur di non sporcarsi le mani a lavorare e allora che crepino pure loro, le stronzate che scrivono e il malaugurio di tutte le tristezze che non fanno altro che amplificare, via, via!!! Fuori dai coglioni, via da qui! Spazio a chi sa agire e reagire, edificare e costruire, vogliamo il regno dell’Amore o quello degli imbecilli?
    Una terra di pace e benessere o il Grande Manicomio Mondiale?

    E’ giusto tutto questo?

    NO ve lo assicuro!!!

    E’ un furto, uno schifo, una merda, un delitto, un’infamia, sorgenti dell’odio, razzismo, guerra, sfruttamento, rapinare, uccidere, barbari invasori depredano persino i fulmini del cielo, inquinano le falde, ammorbano l’atmosfera e si propagano come virus letali, malefici, malevoli, vanno distrutti, vanno... distrutti!!!

    Cenere alla cenere e silenzio al silenzio!

    Basta strillare, basta gridare, basta cazzo basta!

    Fate silenzio!

    Ammutolite!!!

    Dell’amore, della rabbia, dalla rabbia all’amore... dall’amore alla rabbia... è un maledetto circuito chiuso senza via di uscita, una casa degli specchi che riflette all’infinito le proprie stanze, la strada per uscirne non esiste e tutto ritorna indietro, sui propri passi, non si va da nessuna parte, morire, sì... morire... tanto vale...

    Cos’altro rimane quando muore l’amore?

    La rabbia... ?

    Bella merda...

  • 24 febbraio 2012 alle ore 10:31
    Che stronzo!

    Come comincia: Chissà se mi richiamerà, pensò Sara uscendo dal bar in cui lavorava. Erano le due del mattino, quella sera si fece tardi perché il figlio del titolare festeggiava lì il suo diciottesimo compleanno e aveva bisogno di personale. Lei era una delle più brave e la sua paga era buona dato che lavorava anche nei suoi giorni liberi per potersi mantenere da sola.

    Salì in auto e avviò il motore, voleva tornare presto a casa perché era stanchissima. Per far prima decise di prendere una scorciatoia e quindi data l’ora tarda sperava che sul corso non ci fosse nessuno. Pensò bene, dato che intravide solo due persone che passeggiavano alla sua destra. Lì guardò bene e intravide una sagoma molto famigliare, il cuore le cominciò a battere forte e non tardò ad arrivare il fiatone. Voleva piangere, non voleva credere a ciò che i suoi occhi le stavano mostrando in quel preciso istante. Non voleva credere che Marco, il ragazzo che fino a dieci ore prima la chiamava ogni dieci minuti giurandole su tutto quello che aveva di più caro al mondo di amarla e di volerla sposare fosse lì, in quella strada ormai quasi deserta a passeggiare con una ragazza che lei non conoscesse.

    Spinse senza pensarci su neanche un altro secondo il piede sull’acceleratore, scappò via da quel posto che per lei rappresentava un qualcosa di importante, scappò via da quel posto che le fece conoscere lui. Un ragazzo dolce, serio, innamorato della vita, furono queste le sue prime impressioni. Anna invece gliel’aveva detto che non le piaceva, che i suoi comportamenti erano strani e che non si fidava di un tipo così. Adesso si sentiva in colpa di averla aggredita più di una volta, di averle detto delle cose tremende e senza alcun senso solo per difendere lui e di aver rovinato un’amicizia stupenda, di ben dieci lunghi anni solo per lui.

    Arrivò a casa ancora sconvolta, scese dall’auto con gli occhi gonfi e pieni di lacrime. Varcò la porta d’ingresso e si diresse immediatamente in camera da letto, sbatté la porta dietro di sé e si lanciò sul suo letto dando sfogo finalmente a tutta quella rabbia repressa che stava cercando di trattenere dentro di se.

    Con la sua mano destra cercava nella tasca dei jeans il suo cellulare, lo trovò e guardò il display, aveva ricevuto un messaggio da lui.

    Amore, tu sei la cosa più importante che ho. Voglio ufficializzare il nostro rapporto, domani alle 10:00 vengo a casa tua con una persona. Voglio fartela conoscere.

    Smise di piangere, tutto il dolore che aveva adesso cacciato fuori si tramutò in rabbia. Giurò a se stessa che quando avrebbe bussato alla sua porta lei gli avrebbe aperto e lo avrebbe picchiato davanti a questa fantomatica persona senza volto. Questo fantasma senza nome.

    Ore 9:57, il campanello suonò.

      Sara frettolosamente aprì la porta, e senza pensarci neanche un secondo rifilò uno schiaffo alla persona che si ritrovò davanti. Questa persona era Giulia, la sua migliore amica che sconvolta le disse, ma sei per caso impazzita? Sara l’abbracciò forte quando si accorse di aver commesso uno sbaglio, la fece entrare e le raccontò tutto, fu proprio in quel preciso istante che arrivò lui.

    Ad aprire la porta fu Giulia, Marco non capiva e ad un tratto esclamò, e Sara? Dov’è?

    Sara si nascose dietro la porta, poi si fece coraggio e si mostrò finalmente a lui. Con quale coraggio vieni qui dopo che ieri sera sei uscito con l’amante? Disse, lui rise e lo accompagnò anche la donna misteriosa che lo accompagnò quella mattina. Amante? Disse lui ridendo ancora, ma se ieri sera era con me, ribatté lei. Piacere, sono Sonia, sua sorella. Voleva che ci conoscessimo.

    Sara morì dall’imbarazzo, non poteva credere ai suoi occhi. Aveva trascorso l’intera notte a piangere per un qualcosa che non esisteva, aveva pianto per una sorpresa che lui le stava organizzando.

    Baciò Marco, poi disse senza alcun imbarazzo davanti a sua sorella, Ti amo vita mia.

  • 23 febbraio 2012 alle ore 21:50
    "Cara, Cara"

    Come comincia: Cara, cara.
    Valentina dormiva poco e quel poco sempre tra le braccia della mamma, tirandole i lunghi capelli.
    A sei mesi, ebbe in donno da una zia la prima bambola della sua vita: lunghi capelli, abiti eleganti e il corpicino di stoffa imbottita, morbido da stringere.
    La mamma fu soddisfatta di notare che, finalmente, la piccina non passava più le notti tirandole i capelli e rigirandosi inquieta nel letto matrimoniale: aveva la bambola e cominciò a dormire stringendola a sé con amore, come se fosse una cosa viva.
    La bambola, i primi giorni, fu battezzata “Angelina” ma, a dieci mesi di vita, Valentina la chiamava “Cara, Cara” e pretendeva, alle ore del sonno:-“Titti e Cara, Cara”.
    Così Angelina divenne “Cara, Cara” per tutti e la vocina della bimba, con lo squillo delicato all’ultima parola, fece sì che tutti in casa prendessero ad amare la bambola per amore della bambina.
    Cara, Cara divenne spettinata e scomposta e dovette subire un primo “intervento” perché la testa, troppo strapazzata dalle manine di Valentina, minacciava di staccarsi dal corpo.
    La mamma infilò un grosso spago alla base della graziosa testolina di plastica e lo reinserì nel corpo di panno e imbottitura.
    Così, “Cara, Cara”, cambiò d’abito, fu accuratamente lavata, pettinata e, restituita alla piccola padroncina, che, stringendola tra le braccia, serenamente si addormentò. Passarono ancora alcuni mesi. Valentina aveva preso a camminare e poi a correre e, ovviamente, trascinò con sé, nei suoi primi approcci con il “Mondo”, anche l’adorata bambolina di stoffa.
    “Cara, Cara” cominciò a deformarsi, divenne sempre più malandata e dové subire un secondo “intervento”. Le fu praticato un lungo taglio nell’addome e la vacillante testolina fu più efficacemente inserita sul collo per mezzo di cordicelle argentate. Molti punti di sutura resero al corpicino le primitive sembianze alla bambola vennero di nuovo cambiato l’abito. Valentina, allo scuro di queste vicende, continuò a chiamarla “Cara, Cara” e a considerarla un essere vivente. Ogni sera, al momento di dormire, rifiutava anche le braccia materne purché le si consegnassero “Caro, Cara” e il suo succhiotto. La bimba aveva circa due anni quando, di ritorno da un viaggio, (“Cara, Cara” era partita con lei e tornava con lei), la situazione precipitò all’improvviso: alle tre di notte, mentre la mamma tentava di addormentare la discoletta che tardava a prendere sonno, il corpicino di stoffa si accartocciò tutto e la testa di “Cara, Cara” (orrore!!) si staccò dal corpo restando legata soltanto per un paio di fili argentati. La reazione della piccola fu straziante: chiamava la bambolina, la tirava per i capelli, le toccava il corpicino deformato e piangeva a singhiozzi. A quel punto, si doveva agire in fretta: la mamma tagliò i fili del cordoncino, prese dall’armadio una bambolina di plastica di morbida, la privò della testa e la sostituì con la testolina di plastica di “Cara, Cara”. Valentina, rivedendo il sorrisetto della sua bambola, dapprima parve calmarsi; ma poi, nello stringerla a sé, notò con stupore che la sua e arrendevole “Cara, Cara” era divenuta più lunga, pesante, nuda al di sotto dei panni e decisamente sconosciuta. Spossata, quella notte comunque, si addormentò tirando i capelli alla bambola, senza convinzione e con qualche singhiozzo nel sonno inquieto. Al mattino, osservò di nuovo quello strano essere che la mamma chiamava Cara, Cara e lo gettò fuori dal lettino. Chiamò con tristezza: “Cara, Cara”!” e la mamma le riconsegnò il mostriciattolo. Valentina la rigettò fuori dal lettino, con le lacrime agli occhi e implorò di nuovo:- “Cara, Cara”!”. Ma la richiesta sortì lo stesso effetto: le fu riconsegnato l’abominevole essere che, sì, aveva la testa della sua “Cara, Cara”, ma non era lei.
    A malincuore si arrese. Prese a dormire con la nuova bambola, ma sempre senza convinzione. La mamma, per consolarla, le fece notare che aveva i piedini, proprio come lei, e le manine e anche un corpicino rosa e un culetto. Valentina la toccò, la girò, sorrise e poi prese a dedicare le sue attenzioni alle altre bambole, che fino a quel momento non aveva mai neanche notato. Sorprese tutto quella sera addormentandosi assieme a una bambola dai capelli di lana che cantava le canzoncine.
    Ma la situazione non si risolse. Ostinatamente continuava a chiedere di “Cara, Cara” e a stringere con mestizia i lunghi capelli del nuovo essere che le ricordava vagamente qualcosa di familiare. Un altro disastro avvenne quando la mamma condusse a mare Valentina con la sua bambola. Le insegnò a lavarla con l’acqua di mare (era di plastica, questa nuova “Cara, Cara!”), e, al sole cocente, la plastica riscaldandosi, perse elasticità. Fu così che nelle piccole mani di Valentina, a un suo strattone, restò una gambetta di plastica rosa e il resto del corpo finì sulla sabbia.
    La bimba sembrò restare indifferente, ma perse il sorriso. Ogni tanto chiamava tra sé e sé la bambolina adorata e osservava con una sorta di sentimento molto vicino al dolore ciò che restava di essa.
    Nel pomeriggio, la mamma addormentò la piccina tenendola in braccio e dicendole:- “Sono io “Cara, Cara”, prendi i miei capelli. Io sono la mamma e non cambierò mai, ti terrò sempre stretta!”. Quindi depose la piccola nel letto dove dormì sola sola, rigirandosi inquieta, per la prima volta senza “Cara, Cara”. Ma la mamma ebbe un’idea e cercò tra le bambole in soffitta (quelle della figlia oramai grande), un nuovo corpo per “Cara, Cara”. Ma che fosse di stoffa imbottita, morbido, leggero e confortante. Lo trovò e con un paziente lavoro artigianale, mise assieme di nuovo la testolina con il “suo” corpicino. Sembrava proprio “Cara, Cara”!” Con dolcezza la mamma posò la bambolina accanto alla figlioletta addormentata, che, nel sonno, la strinse a sé. Poi scostò dalla fronte di Valentina una ciocca di capelli leggermente sudati, riassettò il lenzuolino bianco e si allontanò pensierosa, nella penombra della stanza. Pensava all’amore e a quanto fosse difficile farlo sopravvivere quando il corpo muta, anche se l’animo resta lo stesso. Pensava ai trapianti, pensava a un romanzo mai pubblicato e, soprattutto, pensava a suo padre e a quanto fosse difficile ammettere che qualcosa di molto amato, di certo e duraturo, possa abbandonarci una notte, all’improvviso, nelle braccia della solitudine.

  • 23 febbraio 2012 alle ore 21:03
    La leggenda di un amore

    Come comincia: C'era una volta una principessa che aveva dieci anni, che aveva perso la memoria, che credeva di chiamarsi Rimita. Aveva un dono speciale... La voce!
    Un giovane, che passava da quelle parti, sentì quella voce ed esclamò: "che bella voce! Da dove viene?", vide la ragazza e ne rimase talmente colpito che se ne innamorò.
    La ragazza, non lo vide, e cadde dalla torre, svenendo, in braccio al giovane. Il giovane, che era un principe, la portò nel suo castello: la curò, la medicò finché guarì.
    Il principe non sapeva che la ragazza avesse perso la memoria. Rimita gli chiese: "chi sei?". Il principe, fortunatamente, conosceva la madre della ragazza. Questa, riconoscendo sua figlia, disse al principe: "ragazzo mio, lei si chiama Viviana! Ha dieci anni e l'avevano rapita appena nata!", "se è così chiedo il permesso di sposarla", disse il principe.
    La regina gli diede il permesso e si sposarono e vissero per sempre felici e contenti!

  • 23 febbraio 2012 alle ore 20:50
    Un amore magico

    Come comincia: Nell'oceano abitano otto sorelle sirene che vogliono tanto bene ai genitori. Ma una sorella, che credeva di non essere amata, piange sempre.
    La mamma cerca di consolarla: "su, Violetta, noi ti vogliamo bene", ma Violetta è convinta di no: "no, è impossibile!".
    Arriva la sorella più piccola che le da un bacio sulle guance così Violetta capisce che è amata. Passano gli anni e Aurora, la sirena più piccola, che ha i capelli lunghissimi, proprio oggi decide di tagliarli e diventa bellissima.
    Andando in superficie si innamora di un ragazzo grande come lei ma la nave le arriva addosso e il ragazzo la salva.
    Arrivato sulla spiaggia, trasportato dalla corrente, il ragazzo vede la coda di pesce. Ma arriva il padre della sirena e le da i super poteri. Questi super poteri sono molti: far diventare la coda delle gambe umane, diventare un'eroina, volare con le pinne e diventare cantante.
    A quel punto il ragazzo che è un principe, innamorato, sta per sposarla ma Rina, una delle altre sorelle sirene, arriva e prende il principe.
    Aurora spiega a sua sorella che lui non può stare a lungo sott'acqua perché non può respirare. Ma Rina non le crede e scappa via dicendo al padre:"Padre, voglio sposarlo!". Il padre guarda Aurora spiegando a Rina che non può rubare il marito alla sorella. "Va bene padre", dice Rina, triste, ma Aurora trova lo sposo per tutte e vivono tutti felici e contenti.

  • 23 febbraio 2012 alle ore 14:26
    Sapore d'infanzia

    Come comincia: La vita può essere paragonata ad una mensa imbandita: piatti prelibati, delizie del palato, profumi esotici, dolcezze morbide e tremolanti come leggere costruzioni di carta velina; ma anche piatti amari, aspri, nauseabondi, pesanti, indigesti.
    E le tappe della vita umana hanno un po' tutti mescolati insieme questi sapori, più o meno raffinati nel piacere, melliflui nella gioia, aciduli nella sofferenza, aspri e amari nel dolore.
    Ma il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane è riservato all'infanzia.
    Questa poggiava tutta e cresceva intorno ad una pagnotta di pane scuro, con su tanta farina bruciacchiata che, allungando le dita di nascosto, lambivamo come zucchero vanigliato.
    Fette di pane asciutto, fette impregnate di vari sapori e altrettanti colori, morbide, tostate, annegate in ciotole di latte spumeggiante ancora caldo di tepore animale, frizzanti per una spruzzata di vino o talvolta di aceto, ricamate a ghirigori di filigrana di biondo olio, intrise degli umori aromatici delle nostre erbe, levigate con sfere succose di pomodori maturi. Puntuale e generoso era sempre lì il pane, nella credenza, unico alimento a portata di bocca. Tutto il resto era di solito tenuto al buio umido della cantina o al fresco asciutto del magazzino.
    La maga del sacro rito era la nonna Andreana. Quanta bontà e quanta sicurezza in lei! Non sapeva leggere né scrivere, ma aveva saputo allevare i numerosi figli con sicura dolcezza. A tutti aveva fatto dono della sua affabilità, della sua grazia; a tutti aveva trasmesso un senso profondo della religione, un senso sacro degli affetti domestici, un rispetto istintivo per gli uomini e le cose.
    Nell'aspetto era una matrona, una vera matrona. Fianchi poderosi ondeggianti tra le pieghe di una gonna di flanella blu, lunga fino alle caviglie, adorna all'orlo con due o più falpalà; su di essa un grembiule di seta con lunga frangia e piccole tasche colorate. Il petto robusto era costretto in un busto di panno rosso o verde, gallonato e chiuso dinanzi con lacci colorati di seta o cotone. D' estate le maniche dello stesso corpetto venivano staccate e splendeva nel suo nitore una bianca camicia ricamata, appena rimboccata ai polsi. Indossava calze bianche e turchine e ai piedi pianelle con mascherina di pelle lucida o scarpine accollate e allacciate, con la punta allungata.
    Ogni mattina rifaceva la sua chioma candida in piccolissime trecce annodate con un nastrino di velluto rosso e disposte in cerchio attorno alla nuca. Uno spillone grosso d'argento attraversava l'acconciatura . Un fazzolettone a fiorame, dai colori vivaci su fondo nero o bianco, fungeva da copricapo, scendendo fino alle spalle e formando angolo in mezzo alla schiena, mentre ugualmente all'insù erano ripiegate le nocche laterali. Agli orecchi pendevano orecchini di perline a mazzetti, al collo una collana di grossi grani di corallo con pendaglio centrale, alle dita un anello d'oro battuto, foggiato a crocifisso. Non mancava il fermaglio, una grossa spilla che d'inverno serviva anche a tenere uniti i lembi dell'ampio scialle di lana bouclè.
    Le sue mani erano morbide e carezzevoli come piume, la sua parola sempre dolce e suadente, la sua anima colma sempre di conforto per la famiglia.
    Con le mani appunto riusciva in brevissimo tempo a dare forma a una bianca palude di pasta lievitata che da tempo riposava nella madia ,  suddividendola in cestelli di vimini. Questi, riempiti a metà, pian piano si andavano colmando fino all' orlo, continuando la pasta a lievitare sotto un telo di canapa, teso a ricoprire i panieri.
    La nonna ne era gelosa in questi momenti e cercava in tutti i modi di liberarsi di noi ragazzini che quasi monelli dispettosi tentavamo tutte le strade per starle tra i piedi, fingendoci buoni e ubbidienti. Poi furtivamente affondavamo le dita in queste morbide forme, osservando stupiti come i buchi impressi dalle dita subito scomparissero al rigonfiarsi spontaneo della pasta. Una volta però uno di noi si accorse per caso che sulla morbida crosta delle forme di pane adagiate nei cesti dopo la cottura, la superficie era raggrinzita lungo i bracci di una croce tracciata nel centro. Al richiamo tutti noi rimanemmo stupiti e attenti osservammo se la stessa cosa si evidenziasse anche sulle altre forme.  Fu proprio così.
    Attingemmo allora, senza che nessuno ci facesse lunghi discorsi, il valore per così dire sacro di quel rito che aveva avuto il suo inizio fin dalle tre del mattino.
    Infatti non eravamo mai riusciti a capire bene perchè fosse necessario ritrovarsi in due o tre, anche quattro di loro a compiere a quella ora ancora buia dell'incipiente mattino un lavoro che secondo noi poteva essere eseguito anche di giorno. Come sempre avviene, non convincendoci le spiegazioni logiche, fantasticavamo sul mistero di questi convegni spiegandoceli come una sorta di riti magici atti a propiziarsi, complice la notte, la buona riuscita dell'operazione. Credevamo che la magia avesse il compito di favorire e soddisfare le esigenze più semplici della vita umana, mentre in caso di estremo bisogno o di grandi favori bisognava piamente rivolgersi ai Santi.
    Se pensavamo ciò era perchè ad ogni nostra richiesta di assistere alla fase preliminare di quel lavoro,  opponevano un secco rifiuto, apostrofandoci:  “Dormite, voi !".
    Sicché l'unica cosa che ci era permessa era quella di trasportare i panieri in fila, l'un dopo l'altro, lentamente fino al forno al momento della cottura.
    Il forno a cupola occupava un angolo dell'ampia cucina, alla destra del focolare. Basso di cielo, era sufficientemente ampio per poter contenere fino a quindici o venti pagnotte in una volta. Uno sportello di ferro chiudeva l'apertura centrale, e uno più piccolo nascondeva la porticina laterale attraverso cui si spiava l'andamento della cottura.
    Il forno veniva dapprima surriscaldato con legna ben secca che ardendo scoppiettava nel suo ventre lanciando lunghe lingue di fuoco all'esterno, su per la muratura annerita. Poi ne veniva ben bene spazzato il pavimento con fronde di rami che fossero fresche, altrimenti la brace ardente, residuo del fuoco di prima, le avrebbe bruciate.
    Compiuti i preparativi, la nonna dalle guance ormai completamente rosse e cocenti, ci chiamava invitandoci a procedere piano. Come sacerdotesse allora sfilavamo compunte fino a deporre le nostre primizie come offerte votive sull'altare del forno.  E ancora con senso religioso si attendeva la magica trasformazione delle potenziali pagnotte in pane odoroso e croccante.
    Saltavamo, cantavamo, danzavamo giocando come in misterici  riti ,  e pregustavamo il piacere di assaporare delle ciambelle della stessa pasta del pane che ci venivano offerte poco prima che le forme venissero  tirate fuori dal forno.
    Si intendeva in tal modo ringraziare il buon Dio della felice riuscita di tutta l'opera e noi eravamo il tramite che concretamente si avvantaggiava dell'offerta votiva.
    Finalmente apparivano una alla volta, regalmente, le forme d'oro brunito, croccanti, odorose. Ancora cocenti erano deposte in larghe ceste di vimini e ricoperte con panni di tela grezza tessuta in variopinte trame ; così venivano trasportate nella stanza che fungeva da dispensa, le cui pareti erano totalmente impregnate del profumo di cibi vari.
    Questo avveniva perchè esse, le pagnotte, non fossero toccate o maneggiate. Soprattutto dovevano essere desiderate in attesa che il pranzo collettivo ne richiamasse la legittima presenza sulla tavola profumata di lino fresco di bucato, sotto lo sguardo severo del nonno e la magnitudine della nonna.
    Nel frattempo non ci rimaneva che sbocconcellare pezzi di candida ricotta morbidamente adagiata tra le sponde di morbida focaccia, unico possibile trofeo di un rito religioso.

  • 21 febbraio 2012 alle ore 22:01
    1979: Napoli e i suoi "mestieri".

    Come comincia: Oggi sono straniera in patria, proveniente dalle tranquille sponde del Cilento, dove l'auto si può ancora lasciare con le chiavi nel cruscotto e la porta di casa senza istallazione di meticolosi sistemi d'allarme. Sono a Napoli per risolvere una delle solite controversie personali tra conduttore e locatario. Ho condotto con me l'esperto del caso, ossia un idraulico di fiducia che saprà essere imparziale ma non condirà il "conto finale" con cifre astronomiche.Via Cilea si stende elegante ed affaccendata sotto i miei occhi mentre, dal sesto piano di quella che è stata la mia casa di bambina, ascolto distrattamente le considerazioni del mio inquilino. Sono richiamata all'ordine della precisa richiesta fatta dall'esperto:•"Mi occorre una bomboletta di gas per usare la saldatrice e delle mattonelle che si dovranno porre al posto di quelle che dovrò rompere... ”. Sembra facile! L'esperto mi guarda, io guardo mio marito e decidiamo di scendere in strada per risolvere i due problemi.La solita confusione napoletana ci accoglie appena giù. Dove trovare,in una città dove non si usano le bombole di gas per cucina il necessario per la saldatrice? Esponiamo il quesito (per noi degno della sfinge) al primo individuo scelto a caso e la risposta è immediata:—"esiste una botteguccia in Via… vicino alla ricevitoria de lotto. “- La strada da percorrere entrando in una stradina laterale non é lunga, ma camminare speditamente e impossibile, troppa gente, troppe macchine, troppo ingombro di merci (le più svariate) poste in mostra sui marciapiedi strettissimi della “Via" che in realtà e un vicoletto contorto. Lungo il percorso torniamo più volte a chiedere indicazioni e infine giungiamo alla meta:—una stanzuccia buia dal cui fondo un cane "pastore" vecchiotto e curioso ci fissa con occhi dolci. Il locale e zeppo di una quantità inverosimile di merce a carattere “casalinghi". Detersivi, bidoncini, tappi di sughero, imbuti, spremifrutta, matassine di cotone... avremmo,  insomma da scegliere. Il bancone è sommerso di prodotti.—“C'e nessuno?” Chiediamo. Ed in risposta, da un’apertura seminascosta giunge un uomo. Ha l'aria simpatica e gentile, ci guarda e aspetta di sapere quello che vogliamo da lui. Gli esponiamo il caso e lui, continuando a sorriderci, tira fuori da non so dove proprio quello che ci serve:- una bomboletta di gas per idraulici e saldatori munita persino della saldatrice.- "dobbiamo lasciarvi una caparra?" Chiede mio marito.-“no... no… niente soldi, soltanto, per favore, riportatemela in giornata. “- Non posso non meravigliarmi della fiducia illimitata che sembra dimostrarci. Dopotutto non ci conosce e non siamo in un piccolo centro del Cilento! Per questo insisto perché accetti del denaro “in pegno, ma lui rifiuta ancora categoricamente e, proprio per accontentarci, prende l'indirizzo ed il cognome che potrei anche dargli falsificati.  Resta irrisolto il problema delle mattonelle di ricambio. Ne parliamo al nostro nuovo amico che ci dice subito:—"Andate da Don Vincenzo ad Antignano, basta passare per sotto il ponte di Via Cilea..."-E' inutile dire che seguiamo il suo consiglio. Dopo un minuto siamo di nuovo in cammino.  Durante il percorso abbiamo l'opportunità di costatare l'esistenza di due "Don Vincenzo" di cui pero soltanto uno merita l'appellativo di "o'cavicaiuolo". Il termine vuol significare "colui che lavora con la calce" e forse se lo e meritato per uno dei suoi mestieri giovanili. Trovarlo non e facile, alla fine giungiamo in un vicolo su cui affaccia un palazzotto vecchio con "cortile". Il cortile, zeppo di materiale da costruzione,sembra reduce da un bombardamento di guerra: Calcinacci, detriti, mattonelle rotte e semirotte, pezzi di Water e cespugli di erbe polverose fanno da sfondo alla "passeggiata" di un gruppo di polpastrelli giovani e sporchi che cercano il cibo tra i rifiuti ed ogni tanto s’inseguono vicendevolmente per strapparsi qualcosa dal becco l'uno con l'altro. Non appena "entrati" (o dovrei dire usciti?) sul cortile,ci viene incontro un vecchio magro,dall'aria affaccendata che domanda:- “Da dove siete entrati?"- Ma poi non ascolta la risposta, tutto intento a cercare un "pezzo di antiquariato" per il giovane che lo segue. Risolto il problema giunge il nostro turno. Ci ascolta meditabondo e poi borbotta:- "Siete stati fortunati, e’ mattunelle nere nun se trovano cchiù"—E ci tira fuori da un mucchio un paio di questi "gioielli",ancora incrostati di cemento e calce. Poi si allontana. Lo inseguiamo per fargli notare che ce ne servono dieci e non due. Le scova dal mucchio e, rispondendo alla nostra `domanda, dice convinto:—"sono cinquemila lire". Io e mio marito ci guardiamo meravigliatissimi. "Si nun'e’ vulite nun v'e pigliate! si e voglio dà e dongo subbito, so’ ricercate e chisto culore, nun se trovano"- Ci previene lui. Finiamo per prenderne sette, anche se poco convinti. In quel momento si avvicina al vecchio un “tipo" sconosciuto che stringe tra le mani un astuccio a forma di pipa, ne tira fuori proprio una pipa, ma davvero eccezionale, in corno, sulla parte superiore porta scolpiti a tutto tondo tre puledri in avorio ingiallito, fatti proprio bene. Osserviamo l'oggetto con attenzione perché davvero lo merita e ci avviciniamo. L'uomo più giovane é molto soddisfatto del "pezzo" che ha appena acquistato da qualche parte,"Don Vincenzo" scrolla le spalle e si allontana brontolando. Non sembra apprezzare né l‘antichità né l'arte dell'opera. Restiamo soli con "l’antiquario" il quale rivolge uno sguardo di compatimento ai vecchio che si allontana poi dice convinto:• "Chillo, o' verite? Tene é miliuni! Ma nun sé gode! A vita nun so' e soidi"- Si rivolge a mio marito e con un gesto rapido gli sfiora la camicia bianca dicendo:- “A' vita é sta camicia, é a freschezza, e’ sta cravatta nuova" Poi, come un attore di De Filippo che conosca bene la sua parte rivolge la sua atténzione a me, cha attendo il secondogenito. Da un colpetto al "premaman" leggermente gonfio e aggiunge: "A vita è stu piccirillo cha adda nascere! Chesta é a vita"- Poi si gira a si allontana sorridendo con un’andatura leggermente ancheggiante. Napoli, l’eterno teatro di “Eduardo", non finirà mai di entusiasmarmi.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 23:37
    Istantanee d'amore

    Come comincia: Nevica. Il camino riscalda la piccola stanza in cui è seduto Colin. Apre il cassetto. E, come per magia, inizia a sognare. La casa dove è nato, dove ha mosso i primi passi, in cui è cresciuto, in cui è tornata la prima volta in ritardo, la prima punizione, un mese senza videogiochi. E via. Poi il parco giochi, dove giocava con Amelie, a nascondino, a racchettoni, a pallavolo. Amelie, la sua vicina di casa, il primo compagno di giochi, le risate quotidiane. Ed ecco la scuola, con quel muro di mattoni rossi che davano quel tocco di severità che ti intimoriva. Le prime fughe, i compiti, i bigliettini volanti… La prima cotta, quella della quarta B, con quei lunghi capelli neri e gli occhi scuri, grandi come il mare e bellissimi come un cielo dopo una giornata di pioggia. E gelosie, amici che si perdono e si ritrovano, e i frammenti del cuore che si diradano in ogni dove. E lei, la tua migliore amica, Amelie, che te li fa ritrovare poco alla volta, con pazienza. E le serate in discoteca, con gli amici, le spacconate, il “stasera rimorchiamo” che si trasformava puntualmente in un nulla di fatto, a ritrovarsi sotto casa in cinque su una cinquecento, a ripromettersi che sabato prossimo andiamo in un locale dove si rimorchia a vista! Quando l’amore ce l’hai in mano, ma con l’occhio scruti lontano, perché ciò che è irraggiungibile è sempre più bello, ma una volta che lo raggiungi… E poi, eccola qua, la tua prima macchina. Usata, s’intende, quando nuova costa svariati milioni e sai che non potrai permetterla se non forse per i tuoi cinquant’anni, allora metti via un po’ di soldi, vai dal primo concessionario che trovi e te la porti a casa così, con la metà degli optional che avresti voluto, magari non del colore preferito, ma con il cuore impazzito appena fai la tua prima seconda-terza a settemila giri. Ed ecco qua, il tuo primo appartamento, appena uscito di casa, in affitto, senza la camera dove puoi stipare tutte le cianfrusaglie che hai accumulato in anni, e che ora devi buttare per non riempire inutilmente il garage. E le cene organizzate con gli amici, le serate davanti alla tv, magari a giocare con l’X-Box, e giù a ridere. E poi le esplorazioni nei negozi d’arredamento, un tappeto oggi, la cucina domani, e vedi la tua casa che cresce e ti somiglia, e la ami, è un po’ una parte di te. Ed ecco qua. La foto di quella spiaggia, quella volta che Amelie era triste perché era stata licenziata dal lavoro, una corsa al mare e fare il bagno vestiti, solo con la biancheria intima, perché il costume era rimasto a casa, dato che non era previsto il suo utilizzo nella giornata. E scocca il primo bacio, quello più bello, quello che non ti aspetti perché non l’hai nemmeno mai sognato, ma che ora vuoi con tutte le tue forze, ed ora che l’hai avuto ne vuoi mille altri… E la chiesa, quella chiesa che l’ha vista arrivare vestita di bianco, bellissima, radiosa, salire la scalinata e dirti che sì, sarà tua per tutta la vita. E Venezia, Firenze, Londra. Il viaggio di nozze dove hai visitato i, luoghi che avreste sempre voluto ma che avete sempre rimandato. Le notti insonni in albergo, a fare l’amore come due ragazzini, e le gambe che tremavano di giorno, perché stremati dall’amore. E l’ospedale. Quel luogo orribile dove ti hanno portato per fare le tonsille e le adenoidi a quattro anni, ma divenuto meraviglioso quando in quella stanza bianca hai visto per la prima volta Terry, vostro figlio. E una lacrima ti sfugge. Ed eccola qui. La tua casa. La vostra casa. Comprata con un mutuo a d un tasso che non vuoi nemmeno pensare. Ma non importa. E’ tua, la lascerai a Terry, vi crescerà la sua famiglia, e l’amerà, più di quanto tu la ami adesso. Riponi l’ultima fotografia nella scatola. Il viaggio nel tempo è finito. E guardi Amelie. Sta dormendo. Ha appena messo a letto Terry, tutto eccitato perché domani lo porterete al parco dei divertimenti. Guardi il fuoco. Sta brillando più che mai. E vi scalda. Perché è il vostro amore.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 17:09
    Le origini della vita

    Come comincia: Correva l’anno 2722 e, nonostante fossero passati moltissimi anni dalla fondazione della Terra, gli uomini non erano ancora riusciti a sapere con certezza come si sia formata la vita e perché proprio sulla Terra ma la vita scorreva ugualmente. Un giorno in un osservatorio americano i potentissimi telescopi segnalavano la presenza di un oggetto non identificato che si avvicinava velocemente alla Terra. Furono avvisati i maggiori scienziati di tutto il mondo che in breve tempo avvistarono anch’essi lo strano oggetto. Sette ore dopo l’avvistamento, l’oggetto atterrò sulla Terra, precisamente a sud di Buenos Aires, in Argentina. Immediatamente gli scienziati accorsero sul posto e videro uno strano disco da cui uscirono otto uomini uguali ai terrestri ma molto più bassi. Dopo aver fatto capire che avevano intenzioni pacifiche, uno di quegli otto uomini parlò con le persone presenti in una lingua che, benché vi fossero uomini da tutto il mondo, fu compresa da tutti. Lo strano essere cominciò così il suo discorso: “Cari terrestri, sono Kijwxb, il presidente del mio pianeta, che si trova nel sistema solare accanto al vostro. Sono venuto perché vorrei raccontarvi com’è nato il vostro pianeta e qual è la vostra origine, dato che so che ci tenete molto a saperlo. Non ho intenzione di raccontarvi tutto qui, ma lo farò in mondovisione, in modo che tutti i terrestri sappiano da dove provengano”. Gli otto uomini furono trasportati negli Stati Uniti da dove, qualche giorno dopo, furono pronti a raccontare tutto. Kijwxb iniziò a parlare: ”Il nostro sistema solare e il vostro sono sempre esistiti, solo che il nostro è stato abitato da sempre, mentre il vostro solo miliardi di anni dopo. E’ successo tutto così: un bel giorno di primavera un gruppo di bambini decise di scappare dal pianeta per visitare entrambi i sistemi solare. Quando arrivarono nel vostro visitarono tutti i pianeti e restarono delusi non avendovi trovato traccia di vita. Al loro ritorno cominciarono a pregare i nostri scienziati perché facessero nascere la vita anche nell’altro sistema solare. Gli scienziati all’inizio si opposero, ma di fronte alle insistenze dei bambini cedettero, ma decisero che in solo uno di quei pianeti sarebbe comparsa la vita. Scelsero la Terra poiché non era né troppo lontana né troppo vicina al sole e perché non era né troppo grande né troppo piccola; in poche parole decisero che quello era il pianeta perfetto. Diedero così inizio all’operazione; cominciarono dall’atmosfera, continuarono con la creazione delle acque, poi dei continenti, dei vegetali e degli animali. Tennero sotto osservazione gli animali e si resero conto che vi era bisogno degli uomini e decisero di crearli. Fecero anch’essi a loro somiglianza solo che decisero di farli fisicamente più alti. Non li crearono già colti ma allo stato primitivo e seguirono attentamente tutte le fasi della loro evoluzione e in alcuni casi li aiutarono. Ad esempio la scoperta del fuoco non fu causale come credete voi ma gli scienziati del mio pianeta decisero di farlo conoscere ai vostri avi per avere una vita più umana e per distaccarli dalle bestie. Ma loro vi aiutarono in tante altre occasioni fino a quando, nel 1900, decisero che eravate pronti per vivere senza la nostra protezione, ma a quanto pare si sono sbagliati di grosso, dato che da quando siete solo avete ridotto il vostro pianeta ad una pattumiera gigantesca e avete riempito l’aria di gas velenosi e altre porcherie. Per finire vi do un avvertimento: datevi una calmata o fra pochi secoli saremo costretti a distruggere la Terra e voi con essa. Detto ciò vi saluto e spero che sarete soddisfatti per aver conosciuto le vostre origini. Addio e chissà che un giorno non saremo noi ad aver bisogno di voi”. Dopo questo discorso Kijwxb e i suoi uomini raggiunsero la loro astronave e ripartirono verso il loro pianeta, lasciandosi dietro discussioni e incredulità. Molti uomini, infatti, non credettero alla storia raccontata da Kijwxb ma era la verità e bisognava accettarla.

  • 19 febbraio 2012 alle ore 18:14
    Senza respiro (ripresa cinematografica n. 10).

    Come comincia:  
              Lei sale sulla corriera con modi quasi consunti, guardandosi attorno in modo sommario; prende posto sul sedile che le piace di più, accanto ad un finestrino, e si sistema con calma proprio mentre il mezzo riparte. Ci sono molte persone a viaggiare con lei, ma c’è qualcuno che prosegue ad osservarla con attenzione da dietro, ne studia i dettagli, i piccoli gesti, probabilmente pronto a seguirla appena scenderà da quella vettura. Lei, quasi per abitudine, estrae dalla borsa un libro tascabile, ne cerca la pagina giusta, inizia a leggere, forse per sentirsi lontano da lì. Scorrono i minuti e anche i chilometri della campagna, intervallati da borghi di case: tutto scivola fuori dai finestrini, come la pellicola di un film anche troppo realistico. Qualcuno sale ancora sul mezzo pubblico, ma la maggior parte dei passeggeri, ad ogni fermata, sa che ormai è arrivata a destinazione, considerata l’ora serale, e poco per volta la vettura si svuota. Alle spalle di tutti, il tramonto segna di arancio quel panorama ordinario.
              La donna lascia che tutto prosegua, quasi indifferente alle abitudini che giornate pressoché identiche hanno reso ormai priva di sensibilità; poi però ripone il suo libro, osserva fuori, per un momento, gli ultimi sprazzi di luce prima che la sera, tra pochi minuti, renda buio tutto quanto, e infine, con gesto femminile, si sistema la gonna, chiude i bottoni del suo soprabito, sa che la prossima fermata è la sua, si sente pronta per scendere. La corriera rallenta, lei si alza, altri due o tre passeggeri si sollevano quasi contemporaneamente dietro di lei. Tutti scendono il gradino di quel mezzo pubblico, uno dietro l’altro, qualcuno saluta il conducente, il pendolarismo compie ormai l’ultimo atto della giornata. La donna cammina sul marciapiede con passo svelto sopra i suoi tacchi, qualcuno continua ad andarle dietro, sono poche le centinaia di metri che la separano dalla sua abitazione, ma sufficienti per essere raggiunta da una persona che continua a seguirla. Lei non si volta, prosegue imperterrita a camminare, anche se avverte una presenza inquietante dietro di sé. Poi, alle sue spalle, qualcuno dice netto e a voce bassa il suo nome.
              Allora si ferma, si gira di scatto, come ormai consapevole quasi di quel suo destino, forse ha riconosciuto la voce, probabilmente la sua immaginazione ha già formato una figura nella sua mente, e soltanto i suoi occhi adesso possono darne conferma. I due si guardano, si osservano per qualche secondo, fermi, a distanza di quattro o cinque metri; la luce di un lampione rischiara la scena. Non c’è niente da dire, a lei spunta inarrestabile una lacrima, lui trattiene con sacrificio tutte le parole che avrebbe da dirle; poi arretra di un passo, di due; infine si volta, superando la sua volontà, lei non fa niente per cercare di fermarlo. La nostalgia di un tempo passato è fortissima, ma non c’è alcun significato nel cercare qualcosa che dia una variazione pur minima a quello stato di cose.
              Nessun saluto, neppure un gesto, soltanto il vedersi per uno sparuto momento da soli, alla fine di un giorno qualsiasi, come qualcosa che resti sospeso, un non detto, forse neppure pensato, il coraggio della fantasia che si spinge più avanti, oltre la concretezza di qualsiasi altra cosa, il senso di ciò che sarebbe potuto avvenire, forse anche avvenuto davvero, ma in una dimensione diversa. Infine il distacco, che resta la cosa più dolce e più dolorosa di tutte: inarrestabile, eppure così forte da fermare il respiro.

  • 18 febbraio 2012 alle ore 13:35
    La gioia del silenzio

    Come comincia: La gioia del silenzio

    Mi alzo e mi risveglio, esco dalla lastra, dalla tomba, distruggo la lapide e scavo verso l’alto, verso la superficie, ho bisogno di aria cazzo... sono chiuso qui dentro da anni, marcio sepolto e ogni tanto vado a prendere una boccata di ossigeno, non credete che sia il minimo che posso fare? A voi piacerebbe stare sottoterra murato e cementato, al buio più nero, al freddo più umido e puzzolente che ci sia, in compagnia di vermicelli bianchi e piccolini che si infilano nelle cavità orbitali per spolpare quel che resta della membrana oculare? A me fa uno schifo pazzesco, amavo la luce del sole, amavo passeggiare sotto la pioggia e sentirla scivolare sulla mia pelle bagnata, amavo i raggi di luna  splendente che mi asciugavano, ora no... vivo nella notte e devo pure sorbirmi i piagnistei di tutti quei latranti visitatori che vengono a inorridire sul mio sepolcro... ma porca zoccola! non possono stare a casa loro a spandere lacrime?

    Ma io non lo so! Vengono qui in visita a me, ai miei vicini di fossa, a quelli laggiù dei loculi o alle cappelle dei borghesacci e non fanno altro che lamentarsi, frignare... sono tutti fusi, fuori di testa! Invece di gioire che sono lì sulla superficie a sentire il profumo dei fiori, a contare le stelle, a bere, mangiare, respirare, vivere, correre, pensare, amare e sognare vengono proprio qui a spaccare i marroni con delle lagne infinite, preghiere tristissime e deprimenti, ma dove cazzo credono di essere, al cimitero???
    ....

    E sì...

    Il grave, drammatico, terribile problema di fondo è proprio questo...

    Eppure basterebbe cambiar l’insegna, chiamarlo che ne so... il

    “Riposatorio”

    oppure

    “La gioia del silenzio”

    ovvero...

    “Residence delle anime”

    Va anche detto che mi importa poco perchè, in fondo, sono loro che non vedono, non sentono, non capiscono, sono loro che passano la vita a correre dietro una scrivania, un aumento, un titolo, una promozione e quando la ottengono dicono:

    “Sono realizzato”

    Sapessero quanti diplomi, quante lauree, quanti miliardari, quanti illustri e dottissimi esperti ci sono qui sotto... un esercito! E la figata è che non ci sono più classi nè ceti, sono tutti unificati, tutti uguali, stessi diritti, nessun onere e nessun dovere, vale solo una regola, universale e uguale per tutti, quella del silenzio.

    Dopodichè ognuno può fare quello che meglio desidera, nel rispetto dei vivi, chiaramente...

    E sì perchè quelli, forti della loro emotività, sensibili, poverini, delicati, suscettibili e percettibili hanno lo stomaco debole, poca fantasia e tante menate in testa che dobbiamo andarci cauti, uscire solo alcune notti possibilmente protetti dalla luna nuova e da un pò di nebbia, meglio ancora se fa freddo, ci decomponiamo di meno e ci divertiamo a scrocchiare le ossa, quelle poche rimaste.

    E così questa sera tocca a me passeggiare per i vicoli tra un cipresso e una fontanella, mi riscaldo le membra con le candeline e i ceri dei miei vicini di terra e mi diverto a leggere gli epitaffi,  i titoli di coda, la fine del primo tempo...

    Qui siamo nella fase di “Intervallo” non so se avete presente... c’è tutto e nulla, c’è spazio, libertà, raggio d’azione, non ci sono più tasse da pagare nè bollette della luce, a cosa servirebbe? Forse meglio stare buoni che se ci beccano vengono a piantarci su l’imposta sul buio, l’ICI sul volume dei metri cubi di terra, il canone di soggiorno e già che ci siamo anche una bella quota di affitto  sul riposo eterno no?

    Quante menate... ma ora lasciatemi godere, apprezzare questo momento magico in cui emergo dalle viscere del suolo, discosto con attenzione il manto di erbetta rasa qui accanto alla mia pietra sepolcrale e con molta, moltissima attenzione mi guardo intorno, cautela ci vuole, molta... moltissima cautela! Queste cose purtroppo non le insegnano a scuola e neppure durante la carriera di lavoro, mai! Cose da pazzi!

    Noi viviamo per morire e la gente si preoccupa solo del vivere, di quello spicchio ininfluente rispetto all’eternità della propria anima, di quel passaggio tra il prima e il dopo in cui si materializzano in un ovulo per dare vita a “SE STESSI” ma poi? Credono di liquidare la pratica così, definitivamente come se nulla fosse successo? Ah certo... la loro principale preoccupazione è trovare un parcheggio, indebitarsi un decennio (di quei 6-7 a disposizione) per comprare una Jeep da usare in città (!) la ricordate la barzelletta dei frigoriferi agli esquimesi...? E’ la stessa cosa! Quelli che per andare in ufficio si comprano l’orologio da escursione con bussola incorporata, quelli che impostano il navigatore GPS per andare in vacanza, quelli che leggono le riviste di gossip così si sminchiano quel poco cervello rimasto, quelli che si attaccano a un filone ideologico e portano avanti una bandiera a volte nera, a volte rossa, a volte un pò colorata con dentro tre cazzate disegnate e ritengono di aver trovato il loro cammino... !!!
    Poi sapete qual’è il vero bonus di noi, spiriti eletti dell’aldilà? Che siamo liberi!!! Loro ci dipingono nelle fiamme dell’inferno, nel vuoto di un limbo, millantano sulla nostra esistenza, ci ridono sopra, ci trasformano in videogames o film horror ma qui siamo nel tutto, nell’armonia, nella totalità, nell’

    ”essere” 

    Esattamente come loro sono nel

    “non essere”

    Ma siccome i vivi sono loro, ecco che conta solamente il loro punto di vista: egocentrici, egoisti, pusillanimi, vigliacchi meschini codardi deboli miserabili desolanti infami spregevoli megalomani presuntuosi vanitosi boriosi futili vuoti insignificanti banali marginali paurosi vili accentratori menefreghisti negligenti cinici incuranti sciatti infingardi indolenti sfaccendati poltroni acidi e accidiosi!!!

    Ops! Scusate! Ho dimenticato qualche puntino giusto?

    Quello con la curvetta che chiamate virgola?

    Ha Ha!!!

    Apposta non li ho messi! Perchè vi rendiate conto che basta un minimo per mandarvi in crisi!

    Un minimo, ecco... adesso sapete cosa faccio?! SCRIVO TUTTO MAIUSCOLO! PENSATE QUANT’E’ FASTIDIOSO? E POI GIA’ CHE CI SONO SMINCHIO TUTTO; LA PUNTEGGIATURA” E INCASINO SU TUTTO...... HA HA BASTA ‘SPOSTARE UN CAZZINO DI APO-STROFO. E NON CAPITE PIU’ NULLA: MAGARI GLI DIAMO – UN BRUTTO VOTO?? COSA DITE! UN BEL 4\3 scritto su un fogliettino di carta chiamato pagella con nota di giudizio, tutto numerico, tutto ridicolo, tutto quantificato, segnato, definito, premarcato, preconfezionato... se non hai un bel voto significa che sei una merda e ti rimandano: BOCCIATO! Esami a settembre, controesami del sangue, esame di guida, esame della vista, dell’udito, test allergologico, ginecologico, cerebrolesico, dermoacustico, testicolare, controllo laser della radice di pelo del prepuzio, cordata di gruppo alpino sul Monte di Venere, osservatorio astrale dei corpi celesti che in realtà sono masse gassose in una volta di cosmo color nulla... ma fa nulla, appunto...

    Ecco, sposto un attimino questo cazzo di vaso di crisantemi, un colpo di cranio a destra... perfetto... non c’è anima viva! solamente noi... anime libere...

    Ci salutiamo e dialoghiamo intimamente, perfettamente connessi dalla nostra aura energetica, ci avviciniamo, ectoplasmi eterei sovraccarichi di amore e danziamo sulle rovine del mondo: grattacieli, asfalto, semafori, metropolitane, tralicci, centrali nucleari, barriere architettoniche, ponti e gallerie, strade lastricate, fiumi cementati, montagne scavate e foreste disboscate, acque incanalate, isole distrutte, aria inquinata, atmosfera trafitta da tubi di metallo che volano giorno e notte per portare avanti e indietro sempre le stesse cose, le stesse persone, consumando miliardi di tonnellate di ossigeno e rilasciando sulle loro teste miliardi di tonnellate di biossido di carbonio più tanti altri bei veleni che torneranno nel loro habitat con le prime piogge.

    Si iniettano in gola tubettini di carta ripieni di tabacco, masticano pezzi di gomma colorata e dolce, bevono  combustibile aromatizzato sambuca, mirtillo o liquerizia, spremono l’uva per ubriacarsi e rincorrono tondini di metallo e banconote colorate che sfruttano per avere dei numeri sul proprio conto corrente:

    + 1.560

    Significa che posso giocare un pò con la carta di credito o con il bancomat che ricordiamolo ha un numero identificativo composto da 16 cifre, un pin di 4 e un codice di verifica di 3, poi una data di scadenza e un limite di utilizzo insomma... una specie di pecora elettronica da scambiare con un paio di uova matematiche ovvero con un sacco di riso telematico... pazzesco!

    E siccome poi vanno in crisi cosa fanno? leggono libri, studiano rimedi, prendono sferettine di sostanze chimiche che alterano l’equilibrio in modo da potersi stordire ulteriormente, si fanno le flebo per bilanciare la cronica e inguaribile incapacità di autoregolamentarsi la cosa più semplice, non sanno mangiare, neppure respirare! tagliano gli alberi, raccolgono fiori, sporcano le acque... ma come cazzo si permettono???

    MA
    COME
    CAZZO
    SI PERMETTONO???

    Porci malati e depravati con le ali mozzate, la testa reclinata, repressi e depressi si sentono in dovere di deprimere il mondo, sfrattare gli orsi dalle proprie caverne, distruggere l’habitat di un colibrì, alterare gli equilibri in cui le farfalle volano la sera colorando l’aria, vivono in scatola, dentro un barattolo con le ruote, in una tana domestica sigillata da vetri, tetti, mura e pavimenti e non contenti murano tutto, dividono il mondo in pezzettini e dicono:

    “Questo è mio e questo è tuo”

    E ogni volta che non sono daccordo perchè i centimetri sfuggono un pò a destra e un pò a sinistra, si infilano in un palazzo marmoreo chiamato “Tribunale” e si avvalgono del giudizio supremo di un pagliaccio vestito di piume e abiti carnevaleschi che passa la vita ad esprimere verdetti e sentenze, condanne e assoluzioni manco fosse un padreterno...

    Una specie di ago della bilancia che a volte pende di qua... altre di là... e alla fine tutti sono scontenti perchè chi perde perde e chi vince è triste come prima.

    E così, siccome si infilano in un tunnel senza vie di fuga, sono costretti a sfogarsi con la prima ideologia che gli viene propinata, se sei in un paese bianco ti rifilano un dio bianco, se sei in un paese blu avrai la triade blu, se sei in un paese lilla ci sarà uno splendido dio lilla.

    Sono tutti diversi ma hanno tutti ragione.

    Si scannano tra di loro ma predicano il bene e l’amore.

    Però ti dicono anche:

    “Sei in un paese libero”

    Che significa in poche parole che se le cazzate non ti vanno bene puoi sempre pensare e dedicarti alle controcazzate, la chiamano

    “libertà di pensiero”

    e sono disposti a combattersi, sparare, ammazzarsi per difenderla: è un bene preziosissimo! In pratica sei artefice del tuo destino, libero di credere ad una boiata o al suo contrario, ovvero alle mille sfumature di mezzo.

    Basta che paghi le tasse.

    Eh sì... tutta la vita così.

    Corruzione, evasione, malaffari, tangenti ed estorsioni, racket e sottrazioni, frodi, furti, degrado, bassezze, malavita, malvivere, malnascere e malmorire... si fanno una gran bella vita di merda ma la difendono e dicono:

    “la vita è meravigliosa”

    E perchè? La morte fa forse schifo?

    Sono qui sereno, aria nell’aria, parte dello spazio, immerso nel cosmo posso volare tra una galassia e l’altra, giostrare sui cristalli di un pianeta, immergermi nelle polveri cosmiche dei nuovi mondi, quelli che stanno per nascere, quelli che si spengono, quelli che esplodono, sono nel tutto, nel reale, nell’insieme, non ho bisogno di studiare, so già tutto, sono parte della troposfera, faccio il girotondo sui campi magnetici e mi tuffo dentro il buco dell’ozono per riflettermi sulla curvatura della volta celeste... per noi è un po’ come una gigantesca bolla di sapone che prima o poi esploderà... di solito dura qualche miliardo di anni ma per noi è un nulla, mica abbiamo il rolex che ci dice l’ora...

    Cazzo ce ne frega del tempo? è una dello loro persecuzioni matematiche, quantificano tutto, anche le cose che non esistono, distinguono un prima da un dopo ma hanno mai pensato che esiste un
    “Sempre?”

    Allargo i raggi e li propago ai miei pianeti, amo sentirli rotolare intorno a me, mi diverto un mondo a guardare come girano, perfettamente equilibrati, allineati, bilanciati, gravitazionalmente collegati... un lavoro pazzesco, ci abbiamo impiegato una vita per creare il Sistema ma ora siamo veramente appagati, è quasi tutto perfetto, splendido, un incanto favoloso... possiamo passare dalla materia al nulla, dalla luce al buio senza curarci di nessuno, nessuno ci dice cosa essere, cosa fare, quanto pagare come tassa a qualcuno che vive alle nostre spalle, siamo liberi di essere, creare, propagarci, diffonderci, amare.

    Il “non esistere” è il nostro win-for-life, siamo fuori dallo schema, dalle rotte, dai labirinti dei loro percorsi culturali, non abbiamo una evoluzione da raggiungere, siamo già la perfezione: tutto nel tutto, amore nell’amore, vita nella vita, essenza nell’essenza, dolce  e silenziosa gioia di avere un universo tutto per noi, gratis...

    per sempre...

    :-))

  • Come comincia: Un'automobile procedeva sulla statale e la prima cosa che notai, erano i fari.... le sue luci in movimento e il suo andare moderato.
    Nell'aria e fino a dove gli occhi arrivavano, fluttuava un velo di foschia e il campanile del paese più vicino, era delle strutture, la prima cosa che si notava.
    Appena dietro l'orizzonte dei tetti delle case ad est, vi era uno squarcio di cielo sereno che poco a poco si tingeva d'aurora arancione intenso, mano a mano che il sole, come un padre, svegliava il volo degli uccelli.
    Il primo a passare davanti alla grande finestra e ad esser visibile ai miei occhi, fu un bellissimo airone cenerino; lento e possente era il suo batter d'ali nell'attraversare con armonia quello spazio in volo.
    Appena scomparve dalla mia vista, fu nuovamente la stella del giorno ad accecarmi e a riempirmi il cuore... era fuoco intenso per l'animo di ogni risveglio...
    Le nuvole giocavano a colorarsi e si frastagliavano come onde divenendo crespe e molteplici.
    Tutte in fila per irradiarsi e per continuare attraverso il loro cammino, a dipingersi e a dipingere di vita questa natura vera e pura di un mattino felice dell'indimenticabile, infinita e inconoscibile verità.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 19:23
    Sheila

    Come comincia: Dondolava incessante la mia sedia, dondolava piano  piano e acciambellata sulle mie gambe la mia gatta Sheila mi coccolava con dolci miagolii. Tigrata dagli occhi verde smeraldo è la mia amica fedele. Quel pomeriggio di un caldissimo giorno estivo, Sheila era in giardino in cerca di un po’ di fresco quando un fragoroso rumore attirò  la mia attenzione e naturalmente quello della mia gatta. La prima a scattare sul luogo del misfatto fu proprio lei, con un balzo da vera selvaggia, si avventò su l’intruso graffiandolo vistosamente. Era uno sconosciuto che si era introdotto per chissà quale malsana intenzione sapendomi sola. Lo spavento fu grande, quell’uomo non aveva certo un aspetto rassicurante anzi era piuttosto pericoloso specialmente quando tirò fuori un bel coltello dalla lama piuttosto lunga. L’intervento di Sheila, la mia gatta amica, mi aveva salvato la pelle con il suo pronto intervento. L’intruso scappò a gambe levate, io e la mia dolce Sheila ora siamo amiche anzi più amiche di prima.

    Racconto di Cresy Crescenza Caradonna
    Diritti Riservati

  • 16 febbraio 2012 alle ore 14:07
    Cola di Rienzo

    Come comincia: (Roma, 1313/14 - Roma, 8 ottobre 1354)

    Cosa c'è di più incredibile, buffo e irriverente nella vita di un uomo, che andare una sera a dormire e ritrovarsi in una spelonca scura, umida, fuori dal mondo e, all'improvviso, volgendo lo sguardo intorno, intravedere un fuoco fatuo che, inesplicabilmente, ti richiama alla stessa maniera di come un orso è attratto dal miele? Nulla, a parte la curiosità, la legittima curiosità. Non saremmo uomini altrimenti, non credete?
    Ed io mi ritrovo invischiata in qualcosa di meraviglioso, unico, singolare: un incontro quanto mai irreale con il passato che cambierà totalmente la mia esistenza.
    Lo vedo stagliarsi nitido contro la roccia ricoperta di humus, che mi fissa con i suoi occhi perspicaci che perforano l'animo, le braccia conserte, il peso del corpo sostenuto da una sola gamba, a testimonianza che era da un po' che stava lì in attesa di incontrarmi.
    Inghiottisco di colpo l'urlo che mi nasce spontaneo e, tremando appena, chino la testa come a sincerarmi di ciò che sto osservando: sono viva o sono trapassata nella parte dei più? È lui, non possono esserci errori: Nicola di Rienzo Cabrini, più comunemente chiamato Cola di Rienzo, conosciuto dai giovani romani più per la strada a lui intitolata che per ciò che ha fatto.
    Mio Dio! penso allibita. Se è veramente lui, lui… Dio mio, qui stiamo parlando del periodo storico che si snoda tra la prima metà del XIV secolo e la sua fine! Quando la sede papale si trovava ad Avignone, in pieno marasma della Guerra dei Cento Anni, quando Roma era solo uno sbiadito ricordo dell'epoca d'oro, quando Dante componeva i suoi immortali versi e Petrarca imperava!
    «Sei proprio tu?» domando titubante, sbattendo più volte le palpebre per essere certa di vedere bene.
    Indispettito gonfia il petto, tronfio come un pavone, scioglie le braccia e posa le mani sui fianchi prima di borbottare:
    «Chi diavolo pensi possa essere?»
    «Un fantasma?» azzardo provando ad avvicinarmi.
    «Un fantasma! Tst! Che tu lo voglia credere o no, sono proprio io, in carne e ossa. Forse,» ammette ammiccando, «un po' più in ossa che carne, dati i trascorsi secoli. Ma non mi lamento. Prova.» e mi invita allungando un braccio.
    Esitante mi accosto a lui e poggio la mano sull'avambraccio, ritraendola subito dopo, come se mi fossi scottata: era vivo! Cola di Rienzo era vivo e vegeto dinanzi a me! In quale malia ero finita?
    L'istinto mi porta a toccarmi il volto, per sincerarmi di essere anch'io viva e quel semplice gesto lo fa sogghignare.
    Alza l'indice a mo' di maestro ed esordisce:
    «Io sono romano, trasteverino, tu non so se puoi vantare altrettanto. Sono nato non so bene se nel '13 o nel '14, all'epoca non esisteva l'anagrafe, da genitori contadini. E contadino sono stato anch'io per i miei primi vent'anni, ma -ascoltami bene ragazza di oggi- con le idee già chiare in testa: studiare i classici. Capisci cosa intendo?»
    Annuisco quasi impercettibilmente, ancora attonita e lui inspira a fondo, prima di continuare:
    «L'ho fatto, figliola. Ho studiato i classici e sono diventato notaio in Roma.»
    [Cola di Rienzo_ritratto] Percepisco l'orgoglio nelle sue parole e ne ha ben donde. Io, dal canto mio, all'improvviso mi sento piccina dinanzi a un uomo di tale stampo e sussulto quando lo vedo farmi un gesto con la mano.
    Mi avvicino e lui mi indica la parete alle sue spalle, umida e scura. Sto per aprire bocca, quando, all'improvviso, la roccia muta aspetto e vedo Roma. O meglio: percepisco che è Roma poiché riconosco i Fori Imperiali, eppure non è la mia Roma. Non c'è neanche il cupolone. Sembra un paese in abbandono, dove per le strade girano postulanti, pellegrini e ladri, e dove solo il ricco signore e il principe della Chiesa si possono permettere il cavallo.
    «Lo vedi anche tu lo squallore in cui era precipitata l'Urbe?» domanda Cola con aria assorta. «Io ho dato letteralmente la vita per cercare di ridonare alla nostra capitale la magnificenza che le era dovuta. Non era un'impresa facile, ne convengo.» commenta con il volto corrucciato. «Io ho amato moltissimo la mia città e vederla ridotta così, com'era nel 1300, rispetto alla maestosità dell'epoca d'oro dei Cesari, mi dava un colpo al cuore. Pure il papa era fuggito.»
    «Per questo motivo sei partito per Avignone?» domando studiando il suo volto largo, dal naso aquilino, gli occhi vigili e attenti, e le labbra serrate.
    «Sì, per intercedere presso papa Clemente VI de Beaufort, per porre fine a tutte le lotte intestine tra le varie fazioni nobiliari che dilaniavano l'Urbe. Ma tu,» aggiunge con aria inquisitoria, «hai una vaga idea di come si viveva all'epoca?» domanda indicando la città apparsa alle sue spalle.
    «Be'… Vaga, sicuramente vaga.» ammetto.
    Con uno scatto nervoso si passa una mano tra i capelli corti e borbotta:
    «Voi giovani d'oggi cosa ne potete sapere? Oggi girate con le macchine, con i motorini, infestando la città con il vostro smog. Avete la televisione, i videogiochi, i cellulari. Cosa ne potete sapere?»
    «In effetti, siamo più fortunati.» convengo con un sorriso di scusa.
    Lui mi fissa con sguardo accigliato e ribatte aspro:
    «Fortunati? Tu non hai capito nulla: siamo stati noi i veri fortunati! Noi non ci spaventavamo a metterci in marcia a piedi, pronti a intraprendere un viaggio lungo e massacrante per giungere all'altro capo del mondo conosciuto; non temevamo di perdere un gioco perché andava via la corrente; non ci scannavamo per una partita di calcio andata male. Qui,» conclude ammiccante, con aria di superiorità, «se c'è qualcuno fortunato, sono io, non tu.»
    Rimango un attimo in silenzio, poco convinta del suo modo di interpretare la fortuna e chiedo:
    «Il linciaggio lo vedi come una morte fortunata?»
    Lo scorgo sgranare gli occhi e illividire, camuffare il ricordo doloroso con un gesto vago della mano e ringhiare:
    «Aho! Noi romani siamo fatti così. Che ci vuoi fare?»
    «Ma tu, all'inizio, desideravi solo il loro bene.»
    «Si capisce! E dopo che il papa mi aveva investito dei pieni poteri, ho governato con giustizia, proclamandomi Vicario pontificio e liberatore della sacra repubblica romana.»
    «Il che significa?» chiedo con un pizzico di impertinenza.
    Indispettito, torna a incrociare le braccia sul petto e risponde piccato:
    «Ho cercato di riportare Roma al suo giusto ruolo: capitale dell'intero mondo cristiano.»
    Gli brillano gli occhi e gonfia il petto ed io posso solo immaginare l'orgoglio che gli fluisce nel sangue.
    «Tuttavia i baroni romani non la pensavano come te.» gli rammento.
    Mi guarda e scuote la testa, sconsolato.
    «Non solo loro: pure il pontefice, che prima mi ha teso la mano e poi l'ha ritirata. Pensa un po': mi ha fatto processare. Io! Io che ho fatto tanto per la mia amata città, per elevarla a titolo di capitale del mondo e renderle il giusto posto!»
    «Forse hai esagerato un tantino?» insinuo inarcando le sopracciglia. «Sei stato costretto a fuggire per evitare il linciaggio.»
    Lui sorride e si mette in testa la corona di alloro, come i vecchi Cesari.
    «Per Roma ho sopportato la reclusione prima presso l'imperatore, poi ad Avignone. Ho persino fatto amicizia con i topi che dividevano la mia misera sorte. Un'intera famiglia di ratti, con baffi alquanto lunghi e denti aguzzi.»
    «Compagnia piacevole.»
    «Più che altro silenziosa.»
    «Ma poi sei tornato a Roma.»
    «Eh!» sospira. «All'elezione di Innocenzo VI Aubert, mi sono visto cavare di prigione per accompagnare il battagliero cardinale Albornoz in Italia, per spianare il ritorno della sede pontificia a Roma. Chi meglio di me poteva influire sui romani?»
    Osservo lo scorcio di città alle sue spalle e, a dispetto di tutto, rimango incantata dinanzi a quel pezzetto di esistenza così remoto che mi si snocciola dinanzi agli occhi. Non è da tutti vedere la vita quotidiana che si faceva nel XIV secolo e mi ritengo eletta.
    «Tu, però, i romani li hai vessati con tasse altissime, con gabelle sul sale che il popolino era impossibilitato a pagare.» gli faccio notare.
    Lui alza le spalle e risponde:
    «Roma era un letamaio. La gente viveva di elemosina e solo pochi potentati potevano permettersi certi lussi. Se dovevamo riportare il papa a Roma occorreva rinnovare la città.»
    «Tu i romani non li conosci poi tanto bene.» commento trattenendo un sorriso divertito.
    [Cola di Rienzo] Abbassa gli occhi e sospira mesto.
    «Quale riconoscenza, vero? Essere linciato e dato alle fiamme dal popolo che volevo innalzare agli onori della Storia.»
    «Siamo romani.»
    «E che vuoi farci? Correva l'anno 1354 ed io ero ancora piuttosto giovane. Ma così va il mondo.»
    «Più che il mondo, sono stati i baroni romani a sobillare il popolo, scontenti del tuo rientro.»
    «Certo, loro erano il vero argano e il popolino- bastardo come una meretrice- pronto a coalizzarsi con chi alza di più la voce. E loro l'hanno alzata abbastanza.» ammette con un sorriso.
    «Però tu hai comunque perso la testa. Il potere ti ha dato al cervello e, permettimi di dirlo, non ti sei regolato. Lo stesso popolo, che all'inizio ti ha aperto le braccia, fomentato dai tuoi discorsi, dalle tue arringhe, dalla tua retorica, alla fine si è reso conto che eri uscito fuori dei binari e ben volentieri ha prestato orecchio ai baroni. Sai, con le belle parole ma con la pancia vuota…»
    Vedo i suoi occhi brillare di una luce vivida e alza il mento, fissandomi dall'alto in basso.
    «Per lo meno, io ero spinto da un alto ideale. I baroni erano spinti solo dal loro tornaconto.»
    «A vederti ora,» commento stringendo gli occhi come a pesarlo, «non sembrerebbe che tu fossi divenuto piuttosto pingue.»
    «Be', sì.» ammette chinando appena la testa, come colto in flagrante. «In effetti,» mi sussurra nell'orecchio, come se avesse avuto timore che qualcuno lo udisse, «la cucina non mi faceva difetto. Soprattutto la buona cucina romana.»
    Sorrido divertita e torno a guardare la Roma del 1300 che lentamente svanisce, per lasciar riaffiorare la nuda roccia. Vedo Cola che mi sorride a sua volta, quasi felice di avermi fatto partecipe della sua vita e mi fa un cenno di saluto con la mano.
    Prima che svanisca anche lui, mi precipito a chiedere:
    «Saresti pronto a rifarlo?»
    «Chiaro! È Roma, la mia città, la capitale del mondo!»

  • 15 febbraio 2012 alle ore 12:54
    "Altro che San Valentino"

    Come comincia: Da piccola mi piaceva guardare mia mamma preparare tutte le cose buone del mondo. Sembrava che le sue mani fossero capaci di qualsiasi movimento. Cucirmi vestiti per il carnevale, preparare frittelle al latte e pizza al pomodoro erano solo alcune delle cose che sapeva fare. Ogni tanto mi divertivo a tirare fuori da un vecchio baule tutti i suoi tesori. C'erano cose che nemmeno capivo ma che allora ammiravo soddisfatta nell'attesa di trovarne una spiegazione, e nell'attesa facevo finta di essere la figlia di una strega, o di essere una regina. L'immaginazione dei bambini è qualcosa che muove il mondo, proprio come l'amore. Io non so cosa sarei stata senza quei giochi e quelle storie di principesse da liberare, di cavalli alati e di folletti. Un pomeriggio mi capitò di vedere qualcosa che cambiò la mia vita per sempre. Il giardino di casa dava su una vecchia strada del paese, da li si vedevano il mare, le barche e addirittura le persone, una in particolare che mi piaceva guardare più delle altre. Non so se a quell'età capissi davvero il fascino o la bellezza, ma ricordo che io osservavo quel ragazzo e lo facevo spesso. Era diventato un riferimento al mio sguardo, come una lucerna, un faro nella mia mente ingenua e serena. Lo vedevo avvicinarsi alle barche, tirare le funi, unirsi a loro con maestria, lo vedevo muoversi ma da lontano non riuscivo a sentire bene la sua voce, finchè un giorno decisi di andare a vedere più da vicino. Trovai una scusa con mia madre e riuscii ad uscire di casa, avevo undici anni e gli spostamenti dovevano obbligatoriamente essere brevi e motivati. Dissi che andavo a comprare un gelato. Corsi per le scale e non so come feci a non ruzzolare, arrivai al porto in un attimo, ripresi fiato e cominciai a camminare lentamente attaccata alle pareti come un gatto, superai le vetrine della boutique, il gradone della piazzetta scavalcando gabbiani e granchietti e arrivai vicino alla rimessa.
    Li forse mi pietrificai, somigliavo ad una mummia egiziana e i turisti mi avrebbero scambiata per una statua vivente. In quel momento volevo sparire e mi pentivo di essere arrivata fino lì. Tutto quel coraggio, quella curiosità e poi l'incapacità, la balbuzia dell'anima mi bloccò completamente. Il ragazzo però mi aveva vista. Mi aveva notata, mi sorrideva, si avvicinava. mi disse: "Ciao".
    Nel momento stesso in cui me lo trovai di fronte, mi girai e scappai il più velocemente possibile. Nella corsa sorridevo e gridavo e quando arrivai a casa mia madre mi chiese: "Ma dove sei stata?"
    Io risposi: " Ero a guardare le barche" . Credo che quella fu la prima volta in cui compresi che la mia pelle non ricopriva solo il corpo ma era anche capace di farlo vibrare. Avevo undici anni e non avevo notizie del mondo fuori, ma il mio approccio, e le mie scoperte sull'amore si muovevano acerbe ma nulla mi faceva davvero paura. Compresi che ogni essere umano ha un potenza dentro, e può fuggire o allontanarla, ma che se riesce a domarla, a conoscerla, può trovare il coraggio per affrontare ogni cosa. Anche il dolore. Ma allora non sapevo cosa fosse. E questa fu la vera magia. Continuare a giocare con le bambole e sognare di innamorarmi senza sapere come davvero sarebbe potuto mai succedermi. Credevo arrivasse come un febbrone, a volte pensavo fosse una cosa da imparare dai grandi, ma nessuno era mai riuscito a spegarmelo. Io so che da allora mescolai il mare all'amore e all'amore per il mare la poesia. Fu da sempre un tutt'uno. "Sempre e per sempre dalla stessa parte mi toverai" cantava De Gregori, che io ripetevo a mente in quella giornata, in quella vita. 

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:52
    Altruismo teorico

    Come comincia: La ragazza passava frettolosa sul marciapiede bagnato dall’acquazzone appena piombato sulla città. Mentre, un passo dopo l’altro, il martellare nervoso e regolare dei suoi tacchi annunciava il suo avvicinarsi, un vecchio steso per terra tra i suoi cenci la guardava di sbieco. Questa lo scrutò appena un attimo con uno sguardo che avrebbe voluto essere di pietà, ma che a malapena gli comunicò una goffa inadeguatezza a porsi con altruismo. Da terra il pezzente continuava a cercare lo sguardo nei suoi occhi ma questa, sentendosi osservata, con imbarazzo affrettava il passo. Lei che si predicava “no-global”, lei che da sempre era teoricamente attivista e profonda, che del rispetto faceva la sua bandiera, che “nel momento del bisogno” diceva “si riconoscono le vere persone”.
    Il vecchio, sentendosi ignorato ed avendo riconosciuto in lei il tipico tipo di persona appena descritta, le gridò, tutto ubriaco fradicio, se fosse quella la carità che lei tanto predicava, se in quel momento si sentisse onesta e sincera come si era sempre dichiarata. Ancora biascicò sempre più affannato che avrebbe dovuto fare i conti, quella sera, con la sua coscienza, che da quell’incontro in avanti la sua ipocrisia sarebbe diventata palese, manifesta e che la menzogna l’avrebbe corrosa dentro. “Fermati vigliacca!” le sbraitò e lei ancora martellava sull’asfalto, “non sei migliore degli schifosi che dici di odiare!” di nuovo urlava, ma quella non si fermava. Tra l’alcool ed il fiatone il vecchio incespicò nelle sue stesse ingiurie fino a che non cominciò a tossire, pareva che i polmoni volessero uscire da quella vecchia stamberga come ne avessero avuto abbastanza di soffrire. Il rumore duro degli spasmi del vecchio veniva accompagnato solo dal lieve picchiettare di qualche goccia di pioggia che ancora si ostinava a cadere, tutto il resto taceva.
    La giovane s’arrestò, esitando un attimo, quasi la sua coscienza la stesse richiamando al dovere, del resto non era tutta teoria, s’avvicinò tremante al vecchio mentre questi ancora buttava l’anima e in ogni secondo valutava la validità di quella decisione, “posso ancora andarmene” pensava. Passarono alcuni secondi e il barbone si riebbe da quello sfogo catarroso, la ragazza stava ancora là, ritta ed esitante ad un metro da quell’ammasso di stracci gettati sul marciapiede, “sta bene?” gli squittì tutta timorosa. Il vecchio tacque e tacque ancora, la fissava e questa lo incrociava solo per attimi fugaci mentre il suo sguardo svelto fuggiva su certi dettagli di quel misero giaciglio. Gli parlò, infine, più serenamente, si offrì di portargli da mangiare ma il vecchio le sbraitò tutto il disprezzo che nutriva per lei,  “vattene, mostro!” le gridava, “sparisci! Che c’è più umanità nella merda di cane che ho calpestato stamattina che in te!”. Nel vedere quella reazione inaspettata la ragazza prese a piangere, prima silenziosamente, poi con violenti singhiozzi, piangeva teneramente ma il vecchio di più s’aizzava e la aggrediva, s’alzò ritto in piedi poi e, allungando un braccio teso nella direzione percorsa dalla strada, le gridò d’andarsene. Lei prese a camminare ancora tra i singhiozzi e le lacrime, tra i mille perché che si ripetevano nella sua mente, da lontano il vecchio ancora borbottava il suo sdegno e si stendeva di nuovo sulle pezze. Dieci secondi trascorsero, poi la giovane si fermò di spalle al vecchio e si girò.
    Com’era diverso il suo sguardo…le lacrime erano ancora lì, ma avevano un significato diverso. Il ritmo deciso dei tacchi comunicava ora un’emozione nuova, assolutamente furiosa si avvicinò al disgraziato, lo afferrò, tutto puzzolente e malconcio, per quello che ancora restava d’una vecchia camicia di flanella e se lo caricò sulle spalle. Il vecchio passivamente assistette a quella reazione, non disse una parola e non mosse un dito per impedirla, la ragazza faticosamente percorreva la strada col grave fardello sulle spalle e al silenzio della sera, alla durezza dei tacchi, al tintinnio della pioggia un nuovo suono s’aggiungeva alla dolce melodia: il pianto sincero d’un vecchio che più e più volte singhiozzava “grazie”.

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:45
    Destino d'un bastardo

    Come comincia: Non sono mai stato un uomo che si adopera per guadagnarsi da vivere col sudore della fronte, a dire il vero ho sempre cercato di afferrare ogni occasione con incredibile destrezza ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. Si, credo di essere proprio un bastardo, un rifiuto della società, o meglio, credo di esserlo stato fino a pochi mesi fa.
    Fu esattamente sei mesi fa che la mia vita iniziò a cambiare.
    Mi trovavo alla Locanda della Sirena Ammaliatrice, un posto piuttosto squallido dove la gente, o meglio la gentaglia, si riunisce per bere, scommettere e talvolta per sfogarsi. Accadde, quel pomeriggio, che mi trovai a dover discutere con un tale a cui dovevo dei soldi ormai da qualche settimana, una parola tira l’altra e alla fine questi tirò fuori anche un coltellaccio con cui certamente era intenzionato a farmi la pelle. Non era certo la prima volta che mi trovavo immischiato in una situazione del genere, ma fu ciò che avvenne dopo che mi fu del tutto nuovo, ero intento a cercare di colpirlo mentre schivavo i suoi affondi quando un uomo che passava di là cominciò ad avvicinarsi:
    - “Andiamo signori, non si può risolvere la cosa in modo più pacifico?”.
    Non prestai molta attenzione a ciò che egli volesse veramente ottenere da quella situazione, l’unica cosa che notai fu che il mio aggressore si era nel frattempo distratto nel sentire le parole di quell’uomo. Non ci pensai due volte, mi fiondai su di lui riuscendo con successo, e forse con una buona dose di fortuna, ad impadronirmi del suo coltello:
    - “Woah amico! Cerchiamo di essere ragionevoli...non sarei certo arrivato a colpirti sul serio! Volevo solo spaventarti...sai io ci devo campare con quei soldi”.
    Voglio risparmiare al lettore l’esatta sequenza dei fatti che avvennero negli istanti successivi, sia per una ragione di spazio che, ahimè soprattutto, per una ragione di vergogna. Dirò solo che, forse per gli effetti dell’alcool dei quali ero vittima, forse per la furia che avevo addosso in quegli attimi, finii per uccidere quei due uomini. Dopo aver compiuto quell’atto, mi sentii così sporco dentro e fuori da necessitare un lungo bagno ristoratore. Ma ai giorni nostri per una cosa del genere bisogna pagare! E così frugai bene le tasche dei due corpi che ormai giacevano inermi ai miei piedi. Tra le varie cose riuscii a racimolare un po’ di denaro, un buon orologio da taschino e una collanina d’oro che quel pacificatore portava al collo.
    Dopo essermi allontanato in tutta fretta da quel macello entrai in una locanda fatiscente che dava l’aria di essere molto confortevole, lasciai al locandiere una somma abbondante e raccomandai di non farmi disturbare da nessuno nel tempo che avrei trascorso nella camera che avevo preso. Dopo qualche minuto sprofondai le membra stanche in una tinozza d’acqua bollente rimuginando su ciò che mi era accaduto quel giorno, passai in rassegna attimo per attimo, sensazione per sensazione, per riuscire a capire soprattutto come mai quell’uomo fosse intervenuto in quella rissa. Allungai il braccio fuori dalla tinozza ed afferrai gli oggetti che avevo trafugato dal suo cadavere: l’orologio era di buona fattura e su di esso vi erano state incise le lettere H.V. in un’elegante scrittura decorata, passai poi alla collanina e, dopo un’attenta analisi, realizzai che il ciondolo che vi era attaccato poteva essere aperto, dopo un paio di secondi passati a cercare di forzare quel gingillo riuscii ad avere i suoi segreti. Al suo interno vi era una foto un pò sbiadita di quell’uomo con in braccio un neonato e con al fianco una splendida donna che immaginai dovesse essere la moglie, mi sentii vibrare d’angoscia al pensiero che probabilmente quelle persone lo stessero aspettando con preoccupazione ma cercai di non pensarci cercando conforto nel calore e nei fumi di quel bagno.
    Il mattino successivo mi alzai di buon’ora, feci un giro e mi concesi il lusso di spendere un po’ di soldi. Tiravo fuori, una volta ogni tanto, quell’orologio da taschino per controllare l’ora che conoscevo già, quel gesto così semplice mi faceva quasi sentire parte di un altro mondo, già, un altro mondo, infilai frettolosamente una mano nella tasca della giacca e ricominciai a studiare il ciondolo d’oro.
    Quell’uomo aveva una famiglia...quanto può valere una famiglia per un uomo...e quanto può valere viceversa quell’uomo per la sua famiglia...ero decisamente confuso da quella situazione, ma c’era un pensiero nella mia testa, talmente assurdo da rasentare la follia. Il destino era sempre stato avaro nei miei confronti, mai un colpo di fortuna, mai l’affetto di un amico...mai una famiglia, fu così che decisi di provarci...
    Avrei rubato la famiglia a quell’uomo.
    Come ho già detto sono passati ormai mesi da quel giorno, ma la mia bravata mi è costata molto più di quanto avessi immaginato.
    Qualche giorno dopo feci un po’ di domande in giro, l’unica cosa che non manca mai ad uno come me sono dei poco di buono che per una moneta d’oro bucata si venderebbero una gamba, quel giorno chiesi ad un vecchio conoscente di ricavare informazioni su quell’uomo e sulla sua abitazione, nel giro di poche ore ricevetti prontamente degli aggiornamenti, pareva che l’uomo non fosse così santarellino come mi era apparso, tuttavia la mia attenzione era altrove.
    Mi presentai una mattina di fronte ad una porta di legno massiccio, cappello in mano e sguardo dispiaciuto bussai due volte, in pochi secondi sentii un rumore frenetico di passi seguiti dallo scatto del lucchetto:
    - “Si?”
    - “Mi scusi...lei è la signora Venuti, moglie di Herbert Venuti?”
    - “...oddio si...è successo qualcosa a mio marito?...non lo vedo da giorni...ma pensavo fosse fuori per lavoro...”.
    Nei minuti successivi sfoggiai tutta la mia abilità, che avevo allenato nel corso della mia vita, nell’inventare storie di pura fantasia, le dissi che il marito era stato vittima in una rissa. Bè...non ero andato poi così lontano dalla realtà...
    La donna in lacrime mi tempestò di domande voltandosi e rivoltandosi, cercando conforto tra le sue stesse braccia:
    - “ Signora...io...mi dispiace...” feci io grattandomi la nuca con imbarazzo
    - “ Cosa faremo adesso...non posso vivere senza di lui...”, singhiozzò lei.
    Fece poi capolino una tenera bambina che spuntò da dietro la lunga gonna della donna, immaginai dovesse essere la figlia di cui il mio contatto mi aveva parlato...Linda...
    La scena fu talmente triste da indurmi quasi ad unirmi al loro pianto, ma tenni a mente la mia missione.
    - “Signora...io non so proprio cosa potrei fare per rassicurarla...vede...sono nuovo a questo genere di situazioni...”
    - “Io...” La donna scoppiò nuovamente in lacrime aggrappandosi alla porta come se stesse per mancare
    - “La prego si tiri su, so che è dura ma deve cercare di reagire...”. Le feci io mentre la sostenevo porgendole una spalla.
    Il dialogo durò qualche altro minuto, tra lacrime e parole esitanti e goffe, le lasciai un mio biglietto da visita, che mi ero prontamente scritto quella stessa mattina, nel caso le servisse una mano o volesse parlare con qualcuno.
    Circa tre settimane dopo io e la donna, che scoprii chiamarsi Gabrielle, cominciammo ad uscire, parlavamo della vita, del suo lavoro da insegnante, del suo essere madre, io le parlavo del mio essere investigatore della polizia, di quanto mi piacessero le passeggiate e di altre menzogne che inventavo occasionalmente.
    - “Gabrielle in queste settimane mi hai fatto stare come non ero mai stato, mi sembra di camminare sulle nuvole...sul serio...”, a queste parole lei rise delicatamente arrossendo pian piano.
    - “So di non essere il migliore dei partiti a questo mondo...non sono statuario, ne affascinante o saggio...”
    - “Adriano...tu sei più di quanto credi...”. Mi sussurrò lei facendomi vibrare d’emozione.
    Stavamo bene assieme, uscivamo nel pomeriggio, a volte entravo persino in casa per salutare la piccolina che già aveva imparato a riconoscermi.
    La mia vita era decisamente migliorata...tuttavia restava un problema...i soldi che avevo ottenuto da quel tragico evento cominciavano a scarseggiare e non me la sentivo di continuare a fare furti...per la prima volta...sentii che la mia vita valeva qualcosa...che non era il caso di rischiarla per qualcosa di futile quando avevo già tutto ciò che mi serviva. Iniziai così a cercarmi un lavoro, certo, non mi presentai alla polizia per chiedere di fare l’investigatore, ma grazie ad alcune vecchie conoscenze venni assunto come muratore, lavoravo tutta la mattina, il pomeriggio andavo a trovare la mia bella e la sera...la sera sognavo di stare ancora con lei.
    Una mattina, mentre stavo lavorando, venni scosso da uno strano pensiero, lo stesso pensiero che mi avrebbe tormentato per il resto dei miei giorni. Ormai io e Gabrielle stavamo così bene insieme, cominciavo a pensare di chiederle di vivere sotto lo stesso tetto, le avrei dato una mano con la casa, con Linda...avrei avuto una famiglia...
    Durante tutto il tempo trascorso non me ne ero reso conto, quella che era iniziata come una bravata mi aveva coinvolto al punto da non poterne fare a meno, non avevo rubato la famiglia a quell’uomo, ma era la sua famiglia ad avermi rubato, rapito, portato lontano...
    Forse Herbert stava ridendo dall’alto guardando i miei affanni...forse ancora maledice il mio nome, o magari piange nel vedere che la sua amata si è innamorata proprio del suo assassino...
    Tutte queste menzogne...la grave realtà...la mia vera colpa...come reagirebbe lei se le raccontassi tutto...l’amore può sopportare tutto questo? È probabile che rimarrei di nuovo solo...peggio di prima...Gabrielle finirebbe col denunciarmi alle autorità...non mi resterebbe che il suicidio...il suicidio di un innamorato vittima della sua stessa vita, del destino beffardo che si è preso gioco di lui facendogli assaggiare un pizzico d’amore, così dolce da illuderlo fino alla morte.
    Sono diventato un idiota...bella trasformazione...da bastardo ad idiota innamorato...se solo l’avessi incontrata prima...ora farò l’unico passo sensato di tutta la mia vita, l’unico di cui so che mai mi vergognerò.
    Chissà cosa risponderà...come reagirà...

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:33
    Salvifica amnesia

    Come comincia: Si narra d’un uomo dall’animo oscuro, le cui gesta gettarono le fondamenta d’una grande sciagura. Non si ha memoria di come si chiamasse costui, per giusto senno i posteri reputarono saggio non aver memoria di quella persona. È proprio questa la chiave di questa storia.
    Fuggiva in esilio tra le valli e i fitti boschi aghiformi con una bisaccia piena di selvaggina legata alla spalla ed una condanna sulla testa. Si diceva avesse ucciso un alto cardinale dell’ordine e che il sommo inquisitore ne avesse richiesto la testa come giusta punizione. A lungo cavalieri e pellegrini cercarono ed indagarono le tracce ormai dissolte dell’empio fuggitivo, ma dovettero passare mesi prima che qualcuno potesse gloriarsi del suo ritrovamento.
    Se da un canto la sua stanca cattura diede fama e ricompense a chi per primo l’aveva scovato, lo stesso senso di soddisfazione non potè assaporare l’alto inquisitore una volta che glie lo portarono di fronte. Com’è prevedibile che fosse, lo avevano ritrovato trasandato, puzzolente e scarno come un cane randagio, se ne stava ansimante dentro ad un fosso profondo una decina di piedi, di quelli che i cacciatori scavano per le prede, con la testa e tutto il corpo grondante di sangue.
    Come dicevo, i piani dell’inquisitore dovettero subire una brusca rettifica quando il saggio scoprì che l’omicida non serbava ricordo delle sue malefatte. Lo confermarono, in seguito, diversi luminari di corte, indicando la ferita alla testa come probabile causa dell’accaduto.
    L’ordine unanime richiese che si procedesse all’esecuzione, ma l’alto inquisitore, uomo di principio e grande morale, sostenne che il colpevole sarebbe stato condannato solo dopo aver riacquistato il peso delle sue colpe sulla sua coscienza. Così decisero e disposero che il prigioniero visitasse i luoghi della sua vita e leggesse molto affinché potesse ritrovare il filo conduttore della sua memoria. Intervenne, tuttavia, una forza opposta che spesso s’adoperò per allontanare il galeotto dalla luce del ricordo. Si chiamava Berto e da sempre era stato compagno fedele, allievo ed amico dell’assassino. Questi pensò di sabotare ogni luogo, ogni immagine, ogni colore che avrebbe riacceso quella fiamma. Così decise di ridipingere le mura della casa dove il criminale aveva vissuto e pose piante estranee dappertutto, sostituì i quadri e su tutti i diari annotò storie d’altre persone. L’assassino, nel frattempo, veniva scortato attraverso tutti questi scenari ma, con grande disappunto dei suoi carcerieri, non riusciva a riaversi dall’amnesia. Tentarono e ritentarono, e sempre l’amico interveniva e distruggeva il passato. Passarono dodici mesi.
    Stanco dell’esito fallimentare di quella sua scelta, l’alto inquisitore convocò quello che ormai era un uomo nuovo in udienza, e radunò medici e scienziati perché si facesse luce sulla faccenda. A turno tutti quanti lo osservarono e ipotizzarono fino a che non s’arrivò ad una conclusione: troppo tempo era passato, come l’argilla s’asciuga e diventa dura come la pietra, così nuove memorie s’erano sedimentate sui vecchi ricordi del carnefice, sostituendoli irrimediabilmente. L’inquisitore e tutto il consiglio decisero amaramente di rinunciare all’esecuzione poiché non v’era traccia, in quel piccolo uomo senza passato, del pazzo che s’era macchiato di tante colpe.
    La rinuncia lasciò tutti con un profondo senso di incompletezza, la giustizia divina non era stata amministrata e ciò non poteva essere tollerato. Per far sì che si potesse porre fine alla questione, l’inquisitore sparse la voce tra investigatori e mercenari, che si trovasse un complice o chiunque altri avesse le mani macchiate dello stesso reato. Il denaro, come sempre, fu la soluzione migliore e dalla sua promessa scaturì il tradimento. Riconobbero Berto come unico ereditiere di quella tragedia, lui aveva impedito al criminale di riabbracciare il suo male, lui aveva lottato contro la giustizia divina, ma ciò che aveva fatto non poteva essere considerato abbastanza grave da porlo sul cappio. Il male può passare da persona a persona, come la vile peste abbandona il cadavere del malcapitato per abitare un nuovo individuo. Così la colpa dell’omicida e i suoi peccati, la corruzione estrema, erano divenuti eredità del nuovo criminale. Egli, venne deciso, incarnava il male che aveva condotto il compagno alla pazzia e solo la grazia dei cieli e il pentimento l’avevano salvato, ma il demonio subdolo, non sazio d’aver mietuto una vita, continuava a corrompere. Quel ciclo vizioso doveva essere fermato.
    Il patibolo venne allestito in tutta fretta nella grande piazza cittadina e sul cappio decisore posto il collo di chi ospitava il maligno. Berto stava ritto dinnanzi alla folla, con i piedi su di una cassa che lo separava dal salto fatale. Dalla folla bramante morte qualcuno scagliò un sasso grande come un pugno che, colpendo Berto sulla testa, gli fece perdere i sensi. Orribilmente l’idea d’una nuova amnesia balenò nella mente del giudice inquisitore che lesto s’affrettò a fare cenno che si proseguisse. Il boia non esitò oltre e con un calcio spazzò via la cassa da sotto i piedi del condannato, affidandolo al freddo abbraccio della fune. Il trionfo della giustizia esplose in un’ovazione generale, ma tra la folla un uomo restava di ghiaccio, all’oscuro dei motivi di tanti mali. Inconsapevole degli scherzi del fato, dei sacrifici della gente, del bene, del male, della comprensione ed il perdono, fissava le orbite ormai vacue di quell’antico amico. Senza rendersene conto raccoglieva la sua vita come il dono disinteressato di un padre al figlio.

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:21
    L'amore di un dio

    Come comincia: Viveva, Yussuf, tra l’invidia degli uomini, la rabbia, per quel privilegio che neppure il più fervente ebbe mai neppure la più vaga fortuna di anelare. Ogni sera, dopo aver reso prospera la vita, non con strumenti divini, ma con semplici attrezzi agricoli, tornava alla verde radura. Qui seduto ascoltava in silenzio il vento che impetuoso soffiava tra i fili d’erba prima che Dio si mostrasse a lui, affac¬ciando l’immenso volto dalle nuvole turbinanti. Parlavano per intere notti. Il dio, paterno e materno allo stesso tempo, lo ascoltava e lo consigliava. Con sentimento autentico si compiaceva o si strug¬geva dei successi e dei fallimenti di colui che aveva fatto breccia in un così inarrivabile cuore. Spesso gli chiedeva della terra, del raccolto e dei pascoli e quel suo figliolo quieto spiegava ed illu¬strava con quella grande dolcezza che tratteneva un essere supremo lontano dalle infinite preghiere che invano lo cercavano altrove. Con estrema benevolenza stava ad ascoltare ciò che già sapeva.

    Degli uomini, tuttavia, era grande l’odio. Forti, spinti da quell’oscura particella di caos che, da dono concesso come atto di carità, assumeva la forma della vendetta. Lo presero, un giorno, legandolo stretto ad un albero, e gli chiesero e gli sputarono contro la loro invidia. Perché egli, perché non loro, “perché non IO” ognuno pensava e mentre picchiavano senza senno. Tra il mesto scorrere del sangue, che sugli occhi gli tingeva l’orrore di rosso, Yussuf triste sollevava un occhio ai suoi vio-lentatori. Capirono, alcuni, da quello sguardo, che ben altra era la cagione di tanto amore, non un’ingiustizia, non una singola predilezione, videro, tra la carne molle di sangue, qualcosa di di¬vino. Cercarono questi di fermare quello scempio ma, per le grida e le bastonate, tornarono pavidi alle loro case ed essi solo ebbero salva l’anima.

    Continuarono gli altri ed erano in tredici, col furore umano che bruciava nei loro corpi, mentre Yus-suf abbandonava la vita. Restarono poi a guardare quello scempio, ognuno riflettendo e giustifi-cando sé stesso e gli altri, ognuno a modo suo.

    Poi venne sera.

    Dio s’affacciò, ancora una volta, sulla radura, ma i suoi grandi occhi non trovarono il frutto di tanto amore. Invano lo chiamò con la voce tremante d’una madre ed il tono autoritario d’un padre, il ri-chiamo echeggiò per le valli e nel cuore degli uomini, ma tutto tacque.

    Passarono ore umane prima che la somma entità si desse conto dell’accaduto. Sceso in terra vide coi suoi occhi la grande tenerezza di quell’anima docile, orribilmente spezzata, e qui pianse lacrime umane sull’umana terra, sull’erba e sul cadavere di quel suo amore.

    L’odio si fece strada nel cuore oramai vuoto e, giacchè non c’era più la purezza di quel piccolo es-sere a rendere mite il suo spirito, il dio finì col corrompersi.

    Non un urlo egli consentì alle bestie, non la consolazione del poter sfogare il proprio dolore in un grido disperato, atti atroci ebbero luogo quella notte, nessuno venne risparmiato. A quelli che di quel tenero fuscello ebbero pietà e capirono fu salva la vita e venne spiegato loro quale fosse il cammino da compiere, poi il dio s’abbandonò alla corrente.

    Tra le viscere della terra ribolle ancora il rancore inestinguibile di un demonio che con altri tredici suoi pari trama la distruzione e lo sfacelo di ogni forma d’esistere.

    Un manipolo di uomini cammina ancora sulla terra, più numeroso di prima, narrando la tenerezza dell’uomo che aveva conquistato il cuore di un dio, aprendo le menti alla comprensione. Parlano essi anche di quell’essere eterno, di come si smarrì, di come, in procinto della resa, affidò loro il compito di salvare ogni cosa da sé stesso.
    “Diffondete l’amore” disse loro, “che in tutti i cuori del mondo alberghi l’anima del mio caro Yus-suf”, solo allora la mia brama si placherà.