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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 gennaio 2013 alle ore 9:22
    Buona da morire

    Come comincia: L'aspetto stasera Michaela.
    No -  non Michela, proprio Mi-cha-e-la. Con l'acca prima della “a” , con l'acca che quando  pronunci il nome aspiri e se ne esce un suono soave , sensuale, quasi erotico.
    Mai vista una Michaela di ottant'anni. Le Michaela rientrano tutte nella fascia 25-35, di solito sono molto carine, molto femmine, molto cool.
    Non è stato semplice fissare un appuntamento con lei, sono mesi che la seguo, la controllo, la pedino su uno dei più famosi social network, mezzi di comunicazione che io detesto.

    E' proprio quello che scrive nella bacheca del social network che mi ha fulminato – sì – fulminato è il termine esatto.
    Ho provato a “chiedere amicizia”e lei ha accettato. Evidentemente non mi rendo conto con quanta facilità si accettino amicizie via web, evidentemente il peso,  l'importanza, il  significato della parola "amicizia" si è sminuito e inflazionato  nel tempo.

    Guardo vari profili.....285, 387, 486,1000 amici e più. Assurdo. Tutto questo ha dell'assurdo eppure è così che funziona.
    Analizzo bene la sua presentazione, le sue preferenze e mi documento a dovere su attori, films, libri, musica preferita.
    Punto sulla musica, è quella che più unisce le persone.
    Non mi chiede moltissimo , mi domanda solo come ho fatto ad arrivare a lei. “Amici di amici di amici”- rispondo .
    Questo le basta, è sufficiente per lei ed è stupefacente  per me.
    Beve come una birra il fatto che , nonostante la nostra differenza di età , condividiamo la passione per lo stesso artista musicale.
    Ho giocato con tatto e con grazia, senza essere troppo insistente. Qualche messaggio, non troppo frequente, e le sue risposte, sempre così superficiali, frenetiche, al limite dell'isterismo telematico.
    Ti avrò Michaela, ti avrò.
    Sei così giovane e così superficialmente ingenua che nel “branco- amici”  non capisci chi ti sta aggirando, chi sta usando la tua stessa arma: il pressappochismo, la faciloneria.
    Ti avrò, non ho fretta.
    Intanto ti osservo, da questo telescopio magico, quasi un caleidoscopio dove ruotano brandelli di vita contraffatta dalla solitudine.
    Cambi icona ogni sera Michaela, sostituisci  immagini, foto tue. Narcisismo? Problemi di identità? Insicurezza?
    Mi chiedi perchè io non mostri la mia immagine, il mio volto. Mi limito a rispondere che non ho foto recenti: ti basta.
    Ti accontenti di poco Michaela, non chiedi, non domandi, non ti interroghi, passi – lasci –  consumi - scrivi e vai.
    Se solo ti fermassi a riflettere su quelle poche righe sgrammaticate e lessicalmente scorrette che scrivi, non solo ne noteresti lo scempio, ma ti renderesti conto di quanto il tuo atteggiamento possa ferire chi, non come te, dà un peso alle parole, agli atteggiamenti, alla vita. O forse non te ne renderesti conto, perchè non sei in grado di farlo.
    Faccio una fatica enorme a relazionarmi con te, a scendere al tuo livello. Mi annoia quello che dici, quello che fai. Non parli quasi mai di emozioni, parli di “fatti”.
    Corri senza fermarti, sfrecci come un'auto in autostrada, senza guardarti intorno, senza chiederti né dove sei né dove vai. A qualche casello prima o poi sarai costretta ad uscire: e io ci sarò.

    ***
    Quanto mi manchi Maria Elena, dolce amica mia che insieme a me sei cresciuta, che con me hai condiviso le gioie e le pene della tua vita. Io non ti ho “chiesto amicizia”nè tu l'hai chiesta a me. 
    Il nostro rapporto  è nato e cresciuto fuori da ogni rete telematica. E' nato come sempre sono nate e come ancora dovrebbero  nascere le amicizie. Una questione di “pelle”, di comprensione, di simpatia reciproca, di fiducia, di litigate, di invidie adolescenziali.
    Amore puro, perchè l'amicizia vera è una forma di amore. Mi manchi proprio tanto e quando il dolore si trasforma  in malessere  fisico, faccio quello che mi hai detto di fare in quel tiepido pomeriggio di inizio primavera, la tua ultima primavera :
    << Non ho piu' bisogno di questo.  Tienilo tu. Usalo se vuoi, non bloccare la sim, sarà un po' come se ci fossi ancora . Almeno negli archivi della compagnia telefonica io resterò viva>>.
    Non dimenticherò mai quelle parole . Ho sempre il tuo cellulare con me, non ho cancellato nemmeno un messaggio, neanche  quelli di  struggente e infantile  disperazione inviati a quel ragazzo tanto piu' giovane di te, quel ragazzo che ti aveva rapito l'anima, senza nemmeno saper di averlo fatto.
    Sì è vero, Maria Elena, sei ancora viva. Sei viva dentro di me, e  sei viva per la compagnia telefonica. Ed ora ho bisogno ancora  di te. So che mi avresti aiutato in questa situazione.

    ***

    Il suono del cellulare mi percorre come un brivido. E' il tuo cellulare Maria Elena.
    Sei tu che non ci sei ma che esisti, sei tu che non te ne sei mai andata ,  tu che mi stai aiutando. Bevo un altro sorso di birra, gelida, bionda, ottima..  un altro brivido mi percorre prima di rispondere a Michaela.

    ***

    Ti ho davanti finalmente, seduta al bancone di questo pub. Sfacciata, chiassosa, eccessivamente euforica.
    L'esatto mio contrario. E' la prima volta che mi vedi e ti comporti come se ci conoscessimo da anni. Frenetica.
    Non ti accorgi che ti sto osservando fingendo di essere interessata a non-so-cosa-dici perchè probabilmente  stai dicendo un mucchio di banalità. Ti guardi intorno, ti sistemi continuamente i capelli, aggiusti la gonna, accavalli le gambe, mi stai innervosendo...
    Ti guardo e penso a te e a lui.
      Lui che era il mio mondo, la mia certezza arrivata in un periodo di totale incertezza.
      Lui che era la mia gioia, la proiezione di progetti, arrivato quando i progetti e i sogni sono in fase di archivio.
    Io mi sentivo felice,fortunata. Era come aver avuto il premio dopo tanti sacrifici e sentivo di averlo meritato.  Dio se me l'ero meritato!
    Era la giustificazione al fatto di esistere. Era. Lui era e basta.
    Anche il  cielo era piu' azzurro di come lo è veramente.

    Ti guardo e  ripercorro quale dolore mi ha provocato scoprirti nella sua esistenza. Scoprirti sfacciatamente, in un messaggio, unico , inequivocabile, che poco spazio lasciava all'immaginazione, buttato là in quel maledetto social network.
      Un dolore lancinante, un senso di soffocamento e l'estrema lucidità di non accampare scuse con me stessa. Eri. Eri e basta.
    Anche il cielo ora è piu' grigio di quanto lo sia realmente.

    Avrei potuto, chissà, col tempo, tentare- dico tentare – senza aver la certezza di riuscirci-  di  comprendere,  se almeno ci fosse stato un barlume di sentimento.
    Vanità tua, senso di potenza e di potere nell'infilarti nel bel mezzo di una fiaba, cosciente e incurante di farlo.
    Vanità sua nell'illusione di aver ancora il potere di sedurre una poco più che ragazzina, sicuramente non una donna.
    E fine della mia fiaba, senza perdono né comprensione per entrambi, perchè il mio amore era così bello che non prevedeva spazi per debolezze di alcun tipo.
    La sua condanna? Risvegliarsi dopo un'ubriacatura e scoprire che non ci sarei stata mai più.

    - Ecco i quattro CD che mi hai chiesto Michala. Ci sono tutti i pezzi più belli dal 1980 in poi. Tu non eri nemmeno nata. E' uno dei pochi artisti che ha legato piu' generazioni. Beh posso restare ancora per poco. Ti offro una birra e poi andiamo? O meglio, io vado.

    Accetti entusiasta,tanto i CD quanto la birra. Non riuscirai mai a sapere che sono 4 CD vuoti. Tanto ti saresti limitata a cantare qualche strofa sotto la doccia,senza comprendere  la struggente malinconia unita alla prepotente speranza di questo autore.

    Ti guardo un'ultima volta. Bevi avida la birra che ti rinfresca in questa calura estiva. La schiuma, elegantemente, nasconde la tua fine...

    - Buona da morire! Grazie Maria Elena  per i CD e per la birra. Io mi trattengo ancora un po', sicuramente più tardi arrivano amici miei.Ci sentiamo..

    Mi alzo e mi defilo nella confusione più totale di un pub che si sta scaldando per la notte.  Non ci sentiremo mai più Michaela. Lo strato spumoso di birra ha avvolto in un abbraccio pochi grammi che ti saranno fatali...

    Nessuno nota la mia presenza, nessuno noterà la mia assenza, intenti come sono tutti a parlare di niente. Del resto in questo momento io sono Maria Elena, è così che mi presento sul social network,usando l'account della mia dolce amica,  è così che Michaela mi conosce,  il numero di cellulare  appartiene a una persona che non c'è più....
    Sì, hai detto bene Michaela... “buona da m-o-r-i-r-e”.
    Domani sarà inutile ogni ricerca, perchè  ho lavorato pazientemente ed attentamente. Ogni indizio porterà al nome di Maria Elena, ma nessuno potrà mai punirla. L'ha già fatto la vita.
    ***

    Il fiume in questo punto cambia rotta e  si infrange  di prepotenza in una roccia provocando un continuo gettito d'acqua spumoso.
    Addio Maria Elena.
    La schiuma della cascata segnerà anche la tua fine. Ti vedo librare nell'aria per alcune decine di metri, tanti sono quelli che separano il viadotto dalla ripida d'acqua.  Non cancello messaggi o chiamate, tanto da questo momento in poi,  né io , né te, né Michaela esistiamo più:  ognuno è morta a modo suo.

  • Come comincia: Sono chiuso come un riccio. Alzo gli occhi e di fronte mi trovo la tastiera di color nero lucido pronta a spruzzare inchiostro digitale sul monitor. Saltello e respiro. La mente si adopera tra un carosello di lavoro e la ricerca di uno spazio infinito. Barcollo. Ma non mi piego. Determinazioni. Delibere. Regolamenti. Protocolli. Riunioni……. sono emozioni che regala l’ufficio! E lo spazio di oggi infinito si riduce al sol tatto di una lenticchia. E io barcollo. Ma non mi piego. Perché uso la lingua come forbice e faccio uso della parola come arma di difesa che poi, a ben vedere, da spirito si trasforma in materia. Cioè in scrittura. E mi adopero per un bricolage ritagliando i minuti come fossero ore. E quindi scrivo. Non posso farne a meno soprattutto quando eventi paranormali in una tranquilla giornata di lavoro determinano la sfera del tuo essere disinibito. E così per un attimo ti fermi. Respiri. Pensi. E ridi. Un sorriso a denti stretti che mastica fango e non pone limiti a ciò che vede. Solo pornografia.
    Mattinata non direi insolita se a bussare alla porta del tuo lavoro vige il “cancro” della burocrazia. Abnorme mostro preistorico che si nutre di carte e cartucce da copisteria. E di soldati. Arruolati senza un perché e per lo più senza divisa. Sempre in fila. Composti dietro un orologio. Abili a strisciare. Aspettano il suono delle 14.00 come quello della campanella quando andavano a scuola. Li vedi percorrere i corridoi da una stanza all’altra come fugaci topi fogne di periferia. Ammaestrati e servili. Sembrano scimmie plastificate. Mummie pietrificate. Uomini e donne senza distinzione di sesso, di religione o di razza. Abituati a tacere per mangiare un misero panino offertogli dal superiore.  Sembrano conigli che sgranocchiano carote in minuscole gabbie metalliche.
    A si!... Dimenticavo….la burocrazia! Un ordine. Un dettaglio. Un lavoro, per lo più dequalificante. Oggi però c’è il massimo del castigo. Un particolare da non tralasciare che va circoscritto. Una riunione da tenersi in un squallido e penoso ufficio della Regione Calabria.  Ah la Regione!..Si la Calabria! Terra sventrata, violentata fin dentro le budella. Ricca di pale eoliche e di cemento. E di paesaggi sempre più luridi e contaminati. Fatiscenti. Decadenti. Pieni di marcio e di veleno. E quindi mi adopero ad annotare un viaggio di lavoro per un diario di pubblico dominio.. A tenerti compagnia  nel tragitto in macchina, sulla fatidica strada statale106, oltre all’autista, alla volpe bionda e al genio dell’economia, c’è un sole alto. Poderoso. E Fiero. Che ti invita in pieno gennaio a strapparti le maniche della camicia dopo aver sfilato sapientemente gli indumenti imbottiti.
    C’è Vladimiro Giacchè, l’autore di “Titanic Europa”, che da pochi minuti ha terminato a Radio Uno la sua intervista. Rivoluzione civile sembra un motto di vana speranza e di triste attesa più che di amor bolscevico . Ed io barcollo. Ma non mollo. E sempre a denti stretti,  resisto. Lo stomaco ribolle. Un vomito liberatorio in seduta stante potrebbe riconciliarmi solo a seguito di un sorriso. Devo ammettere che tutto dipende da me. E’ che non mi sento mai predisposto quando c’è da ammassare lo spirito e il corpo su uno scarno d’ufficio. Magari per sentire il dott. “Della Bianca”, dall’alto della sua dirigenza, sbraitare di brutto senza trattenere respiro. E mentre intravedi le colate di bava fuoriuscire dalle sue cavità nasali, ascolti la reclama. I suoi richiami. La vendita dei prodotti. Che sono solo scatole piene di fumo. E lo senti strillare come un gallo di primo mattino. E lo senti lamentarsi per la mancata spesa... E quindi per il suo mancato guadagno. E ti invita come un cretino ad andare avanti. E ti dice che bisogna crederci senza porsi tante domande. Non c’è niente di relativo per lui. E’ tutto assoluto. La linea d’intervento 7.1.1.2 deve correre non ha più il tempo per camminare. Le azioni 4.1, 4.2, 4.3 e 4.4 sono grumi di grasso da sparare nel cervello della gente per addormentarla. Annientarla. Questa volta definitivamente.. I soldi strappati ai programmi operativi della Regione Calabria sono lì a portata di mano. L’invito a partecipare a questo grande furto generalizzato è per tutti. Belli e brutti. Lo slogan  è “prendi i soldi e scappa!” “Prendi il software e scappa!” Ed io barcollo. Ma non mi piego. Rilevo a muso duro la mia esistenza. Le regole d’ingaggio stabilite a monte non m’interessano. Anzi le detesto! Sono vigile come un faro. E detesto fare il piantone o il secondino di prima o di terza fascia che sia. Responsabile d’ufficio? Un corno! Per dire che non me ne frega un bel niente.. Ho deciso in questo momento che la gerarchia dei ruoli non mi appartiene. E forse l’ho deciso da tempo. E penso che mai mi apparterrà.
    I progetti non funzionano? Pazientate! I miei uomini saranno al vostro fianco. Mister “cafonal” Di Soia e mister “sanguisuga” Della Fera che portano in dotazione contratti di consulenze  da 150.000 euro. E sono lì, come cani da rapina, sempre pronti. Con le loro borsette griffate delle 24 ore e con i loro netbook di ultima generazione. Con quei microprocessori che viaggiano alla velocità della luce per supportare dei miseri e stupidi programmi di date-base su excell. Elenchi di cose già dette e fatte, tabelle  e tabellini da sparare nelle vene. Insomma due eroi d’altri tempi. Sane braccia rubate all’agricoltura. Parassiti di lungo corso. Sottoaceti della “magna-magna” Università della Calabria.
    Se guardi le loro facce raramente troverai un sorriso, sembrano pieni di preoccupazioni e di paure, di dolore e sofferenza. Sanno nascondersi bene dietro l’apparente tristezza. Hanno la testa grande. Enorme. Piena. Di favole e certezze. Salvo poi metterla beatamente sotto terra come gli struzzi. E poi svolazzano come i pavoni nel grande circo della carriera individuale... hanno i gomiti consumati a furia di spingere….hanno le piaghe ai piedi a furia di strisciare e se gli offri una cielo stellato da guardare ti chiedono: Cos’è?

    Cresciuti in provetta tra voucher formativi e succhiate perenni di latte nelle poderose bocce di “mamma” Regione. Sono da considerarsi uomini di “cultura” che hanno dedicato il proprio circuito temporale a saturare le proprie fibre cerebrali caricandole di dati e nozioni. Quando gli porgi un fiore non sentono il profumo né colgono il colore, sanno solamente indicarne la specie e la classificazione botanica.

    Uomini mandatari della politica, ingrassati dalla propria sete e fame di denaro, viscidi ippopotami imbalsamati preoccupati solamente di ormeggiare la propria barca in un porto sicuro, magari esente da doveri fiscali. Amano guardare il mondo dall’alto. Annegati nella propria presunzione e nella voragine di ipocrisia in cui propagano falsi documenti come se fossero carte valori. Solo  per guadagnare privilegi... E se gli porgi la mano si chiedono:
    “Cosa vorrà questo in cambio?
    Non sanno che cos’è lo stile e la spontaneità, abituati come sono a giostrare in un mondo di balordi e infami, vivono nel timore dell’inganno perché solo questo conoscono! Hanno la puzza sotto il naso.

    E poi ci sono le lucciole di contorto. Ragioniere e controllori . Donne in divisa arruolati per laute e infinite ricompense. Donne dal grande e dal piccolo portamento, eleganti e colorati in volto si massacrano la muscolatura pur di indossare trampoli affilati che ne slancino la silouhette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato non sanno camminare a piedi nudi sull’erba...
    Resto vigile. Barcollo ma non mollo. Saltello e respiro.  Ritaglio i minuti come fossero ore nello spazio incatenato dai doveri d’ufficio. Piccole pause conquistate a fatica. Quelle che ti consentono di strappare le lancette dei secondi dal quadrante dell’orologio. Per conquistare il tuo tempo. A colpi di scrittura. E lo fai scavando sotto i piedi alla scoperta di nuovi saperi per dedicarli al popolo. Come geloso custode della memoria storica. E annoti quanto di peggio può ancora accadere. Quanto spreco di risorse confezionate e spedite a tavolino! Quanti soldi delapidati con incentivi a fondo perduto! Per costruire poi cosa? Un niente! Strade, ospedali, scuole sempre in fila ad attendere. Porti e aeroporti utili ai consigli d’amministrazione per spalmare i costi di gestione a botte di gettoni di presenza.. E poi le voragini, i buchi, i conti di bilancio che ingoiano  fallimenti  e socializzano perdite.  Non resta che annotare solo futili dichiarazioni di politici da retrobottega. Come piccole punture di zanzare e rumorosi squilli di miseria. Galleggiano come sempre in questo circo massonico. Insieme ai taglieggiatori, ai saltimbanchi analfabeti e alle ballerine.. Pronti e uniti come non mai a spolparsi come iene i resti di “mamma” Regione. Sono cani da rapina che puzzano sempre più di carne morta. Si trasformano in borsaioli a caccia di corsi, consulenze e miele di nuova programmazione. Ed io Barcollo ma non mi piego. Resisto. Sfoglio le pagine digitali del diario di bordo racchiusi in una lucida cartella e mi organizzo per la prossima battaglia. Per la prossima andata in guerra...

  • 29 gennaio 2013 alle ore 15:26
    Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

    Come comincia: -Non ce la farò mai. –
    Pensai ad alta voce. Avevo trascorso due ore e quarantacinque minuti a osservare la riproduzione del quadro di Gauguin, posto sopra il mio pianoforte della mia camera dove studiavo in quelle giornate in cui non potevo recarmi in conservatorio, cercavo di dargli un senso, come se sperassi che di punto in bianco il quadro prendesse forma e mi desse delle risposte al senso della vita...
    Mi sentivo confusa, frastornata, forse la colpa era della notte insonne, dopo aver ricevuto una telefonata dal mio ex. Non si dava pace da quando gli avevo detto che non provavo più nulla per lui. Mi avevano detto che statisticamente è dimostrato che l’uomo non accetta di esser lasciato, ma pensavo non sarebbe stato il mio caso, Andrea non mi lasciava più vivere. Secondo lui io avevo un altro, ma non era così, a quarant’anni non avevo paura di stare da sola. E prima di fare quella scelta ho riflettuto a lungo, non avrei mai sposato un uomo solo per abitudine. Avevo bisogno di una scrollata per svegliarmi, e solo un caffè poteva aiutarmi!
    -Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.- era la domanda che continuavo a canticchiare quasi come fosse un tormentone estivo, invece mi ossessionavo a cercare di comporre un brano gnomico cercando di ispirarmi ad un compositore del 1300. Dovevo distrarmi, rigenerarmi prima di immedesimarmi nel brano. Dieci minuti dopo il mio caffè era pronto. Presi la tazzina e tenendola stretta tra le mie mani mi sedetti sulla ringhiera del mio balcone al quinto piano di un’anonima palazzina del centro storico. Chi mi osservava da giù avrebbe potuto pensare a un mio possibile suicidio, ma non avrei avuto mai il coraggio di farlo almeno non prima di aver bevuto il contenuto della mia tazzina e comunque non con quel metodo; se avessi dovuto fare una scelta, avrei preferito un cocktail alla Gauguin. Mi lasciai sedurre dall'aroma del liquido nero. L'intenso profumo di caffè mi rilassò sull'istante. Osservai verso la mia sinistra, al di là dalla strada. Forse era questo il senso della vita: una tazza di caffè tra le mie mani come a trattenere il mondo e fuori dove c'erano dei bambini sorridenti che giocavano in un piccolo parco. Mai come quel giorno gli schiamazzi dei bambini mi facevano tanta compagnia. Amavo osservare il simbolo della gioventù che coglie la parte migliore dell'esistenza. Rientrai con le idee più chiare. Ripresi a comporre le note come stregata da quel quadro che sembrava sempre più vivo, il testo avrei dovuto consegnarlo per le ore sedici e mancavano solo due ore altrimenti addio alla borsa di studio di tremila euro.
    -Ti aiuto io, se mi lascerai sfiorare il tuo corpo. –
    Chi aveva parlato?
    Che stessi diventando pazza e sentivo delle strane voci?
    -Abbandonati a me lasciati coccolare dolce Erica. –
    Alzai lo sguardo verso il quadro e…
    l'uomo mi afferrò la mano e mi fece entrare nel quadro, era calda e decisa, mi teneva stretta e mi dava sicurezza. Mi sussurrò :- non aver paura- Cominciammo a camminare, a sinistra c'erano due donne seminude, bellissime, provavo invidia nel vedere i loro seni perfetti, turgidi; a destra c'erano altri due uomini, vestiti solo nella parte inferiore del loro corpo, sembravano scolpiti nel marmo, avevano dei toraci bellissimi, non potevo distogliere i miei occhi da loro. L'uomo che mi teneva la mano si spogliò e si mise nudo, non provavo alcun imbarazzo, anzi, mi deliziava e mi eccitava guardare il suo corpo muscoloso e perfetto, i suoi glutei tonici, il suo forte petto, il suo membro imperioso. Si avvicinò a me e delicatamente mi tolse i vestiti, provai a ribellarmi, il mio pudore sembrava vincere sulla mia eccitazione, ma lui mi ripetè sorridendo:- se mi lasci accarezzare il tuo corpo ti aiuto a vincere la tua borsa di studio- Iniziò a sfiorarmi con le sue mani possenti, le sue carezze provocarono un brivido lungo tutto il mio corpo, lo lasciai fare come ipnotizzata. Ci lasciammo travolgere dalla passione e dai baci,noncuranti dei due uomini e delle due donne che ci guardavano, forse i loro sguardi mi eccitavano ancora di più, urlai quando il suo membro marmoreo entrò dentro di me,in quel momento entrò tutta la sua passione...e mi prese completamente chiusi gli occhi assaporando l'imminente orgasmo.
    -Erica, Erica!-
    All'improvviso mi sentii chiamare, aprii gli occhi e mi trovai sdraiata sul mio divano, vestita, il quadro era al suo posto inanimato, e la mia amica mi urlava:-Ma, sbaglio o hai scambiato le mie gocce benzodiazepine con le gocce di aspartame erano messi accanto nella mensola della cucina.-

  • 29 gennaio 2013 alle ore 10:17
    Coppa degli dei

    Come comincia: Me la giro e rigiro tra le mani: è la prima della stagione.
    La guardo e già comincio a sentirne il gusto noto che, scosso dal torpore, prende vita e mi raggiunge prepotente i sensi.
    L'assaporo con gli occhi: tonda, soda… mm, forse troppo, a me piacciono "sbrodolose"!
    Ne accarezzo la pelle vellutata. E' di un bel rosso vivo, talmente vivo che mi sta pungendo. Che disdetta... una pelle vellutata non per tutti!
    Ed io non vengo ripagata con la stessa moneta per l’amore che nutro nei suoi confronti, se al mio tocco, il velluto si fa tappeto di peli urticanti.
    "Perché, allora, la tieni tra le mani?" giustamente chiederete.
    Cosa volete? E' troppo buona, gustosa, dolce di un dolce che non stanca, forse perché rispetto alle cugine, non è tanto zuccherina! Chissà…? Fatto sta che il mio medico di base me l'ha raccomandata per il suo scarso apporto di calorie. Di questi tempi, chi rifiuterebbe un alimento buono, dissetante, nutriente e con il valore aggiunto: "non ingrassa"?
    Insomma mi piace un sacco e me la voglio mangiare.
    Tranquilli, tranquilli, la sbuccio. Mi sento un po’ il fiato sul collo per le vostre premure.
    Lentamente, con un coltellino affilato, ne tolgo la buccia cercando di salvare al massimo la polpa anche se, lo sapete vero?, che la buccia non si butta, si utilizza per le marmellate.
    Comunque, decisamente meglio la polpa!
    Color bianco un po' lattiginoso, a volte tende al rosa o al rosso, spesso è decisamente "giallo" nelle "giallone", come vengono chiamiate nel centro Italia, dette anche "spaccarelle". 
    Avrete certamente capito che sto parlando di una regina: la regina dei frutti. Bé! Ognuno  ha la regina che si merita ed io ho incoronato lei, la "Pesca".
    Mio zio Evelino, che viveva in Sabina, la chiamava "persico", al maschile come in tutti i dialetti ma esattissimo perché è il secondo termine del suo nome scientifico: "Prunus persico".
    Dunque ho qui, davanti a me, la regina sbucciata e mi preparo al pasto spiritualmente e fisicamente, con coltello e forchetta e la bocca avida leggermente dischiusa pronta ad accogliere tanta bontà.
    Mentre mi accingo a ridurla in pezzi, intuisco un certo disagio nella pesca sbucciata, privata della veste regale, senza pelle. Mi sento oggetto del suo rimprovero, una regina non può finire così sola, senza un rito di saluto degno di tanta nobiltà o almeno un compagno di avventura che divida con lei la gloria del sacrificio…
    Ce l'ho! E' il vino! Su ogni tavola imbandita che si rispetti, alto e impettito, troneggia dal proprio castello turrito, Sua Maestà il Vino.
    Chi meglio di lui saprà darle forza per vivere simile frangente?  Chi può rassicurarla e addolcirne i pensieri e allontanarne i timori?
    Solo un Re.
    E sia! Di quest'ambrosia colmerò la coppa dove avrò adagiata la mia Regina.
    Questo elisir di lunga vita, irrorerà la polpa amata e sarà  un connubio tra dei.
    La forza dell'alcool regalerà al gusto dolce della pesca un carattere nuovo, deciso, un po' altezzoso… da regina, proprio come l'amore di un uomo trasforma una ragazza in una donna.
    Il vino, ingentilito dalla dolcezza della sua compagna,  scenderà più facilmente giù per la gola ed io avrò tra le mani un tesoro, una coppa colma di magia, la "Coppa degli DEI".

  • 27 gennaio 2013 alle ore 12:28
    I Triangoli Rosa

    Come comincia: §  175 StGB. Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
    Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen. 

    Traduzione: Codice civile penale tedesco, versione del 28 Giugno 1935. Paragrafo 175:  “Un uomo che commette con un altro uomo atti licenziosi e lascivi o si presta a subire tali atti è punito con la reclusione. Se una delle due persone coinvolte ha meno di  ventun'anni al momento del reato, il tribunale può, in casi eccezionali di minore gravità, astenersi dall'infliggere la pena.”

                                                                        I TRIANGOLI ROSA

    Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo riponeva sul tavolo. “Quando se la sente incominci pure” sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
    “Inverno 1940” iniziai “il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…”

    Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu.
    I tuoi occhi di cristallo, che ho notato sin da subito il giorno che fosti assegnato al nostro blocco, m’invadono i pensieri anche adesso. Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio  del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe già logora, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie.
    I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso. Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

    “Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?”
    Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
    “Non avevamo molte scelte” ripresi “eravamo destinati ai lavori forzati , oppure a sottoporci alle cure e agli esperimenti che i medici del Reich propinavano ad alcuni di noi per farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma immagino che nessuno guarì con i loro tentativi”.
    Sorrisi.

    Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme. A mani nude  spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
    “Io mi chiamo Hans” sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
    “Jorge” replicai con un soffio.
    “Tutto questo finirà quando ci avranno uccisi?” mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi.
    Ciò valse più di ogni risposta.

    “E la notte? Cosa facevate durante le notti?”
    Sospirai. “Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista, per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi”.

    Erano trascorsi mesi, o forse anni quando assistemmo all’esecuzione dei nostri vicini.
    Fummo messi in riga mentre quei due, di fronte a noi, vennero spogliati in mezzo alla neve. Era Gennaio, credo. Sapevamo che avremmo saltato la colazione quel giorno.
    Fummo obbligati a guardare, ad ascoltare quelle urla atroci. Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le mie o le tue lacrime.
    Avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
    Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente, le avvisaglie di questo loro amore noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura.
    Sapevamo che sarebbe accaduto.
    Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano ammonendoci tutti.
    “I prossimi potreste essere voi” dicevano. Quella notte notai che tremavi. Eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi ingressi e decessi di altri era costante. La tua figura si era fatta già ben più esile rispetto al tuo arrivo nel nostro inferno.
    Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, temevo che ancora nelle tue orecchie rimbombassero le urla di dolore dei nostri compagni.
    Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti da quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti di qualche centimetro soltanto.
    Poi accadde. D’improvviso il tuo viso si arenò al mio, e per un lungo minuto ci baciammo. Non so se fosse per paura o per chissà quale altra forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita.
    Nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi si riposizionarono al loro posto.
    Non me lo scorderò mai quel gesto. Ti fece smettere di tremare.

    “Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?”
    “Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi, i triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che, per il solo fatto di esistere, commettevamo un delitto agli occhi di chiunque. Non si doveva avere contatti con noi, per evitare qualsiasi contagio della nostra omosessualità, o qualsiasi ritorsione. Tutti, dagli ebrei agli zingari,  ai testimoni di Geova, non dovevano fare grandi sforzi per disprezzarci”. Mi fermai un secondo prima di proseguire “il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura”.

    Altro tempo trascorse, mentre il nostro amore, a disprezzo della fame e del dolore quotidiano, cresceva. Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più.
    Ci avevano trasferiti a lavorare alle fosse comuni, dovevamo trasportare i corpi sino ai forni.
    La tua tosse peggiorava di giorno in giorno e io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse a loro. Si diceva che chi si ammalava venisse portato via col treno, lo stesso che fischiava vicino al nostro blocco, e che, una volta guarito, lo riportassero al campo. Avevo addirittura sentito che qualcuno dei nostri ci aveva provato a simulare qualche malattia pur di essere portato via.
    Io non vidi mai nessuno tornare indietro.
    Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi. Stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere prima che qualcuna delle guardie ci punisse per la pausa non concessa.
    Il tuo viso era scavato e scarno.
    “Ti amo Jorge” dicesti mentre mi fissavi senza smuoverti.
    Rimasi impietrito.
    Tutto il dopo avvenne molto in fretta.
    Fosti scosso da una tosse molesta che sparse un po’ di sangue dinanzi a i tuoi piedi senza placarsi. Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo.
    Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora.
    Mi rimase in mano un pezzo del tuo triangolo rosa.
    Fui allontanato in malo modo mentre ti portavano via. Non lavorai mai più al reparto cadaveri da quel giorno.

    “C’è mai più tornato a Sachsenhausen?”
    Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
    “No” risposi “non ne ho mai avuto il coraggio”.

    Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto. Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano il fischio di quel treno che ti avrebbe riportato indietro, ma non lo fece mai.
    Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia. Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza.
    Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò ogni cosa, ma non disse una parola sui triangoli rosa. “Ancora oggi” pensai “siamo destinati a morire nell’oblio”. Mentre il resto della comitiva, stranamente silenziosa, si recava allo stand dell’ingresso per un po’ di relax, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
    Conoscevo la strada, anche dopo quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la fermata, dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio. Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa. Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso.
    Era così che doveva essere fatto.
    Esso indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita forse. Rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito, il mio, attendeva giorno dopo giorno, anno dopo anno, che tu in qualche modo ritornassi scendendo dal vagone della morte.
    Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato esorcizzato.

    L’intervistatrice si avviò, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta. Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla sua divisa. Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a sentire qualche brandello del suo odore, lo stesso che non ho mai ritrovato dopo, perché la vita con le sue tragedie mi aveva impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e Hans ci eravamo scambiati.
    Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
    “Ti amo Hans” sussurrai.
    Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse.
    Glielo avrei voluto dire quel giorno che mi fu strappato dalle braccia.

  • Come comincia:

    Quando nel lontano gennaio 2009, sono entrata al campo di concentramento di Dachau, la prima cosa che ho avvertito alla gola, come una lama acuminata, è stato il Dolore che ancora ristagnava nell'aria. Furente, gravoso, come una massa cupa ad artigliare il cuore. Sembrava che tutti coloro che erano morti laggiù fossero ancora là, incapaci di lasciare il Mondo, inascoltati messaggi di terrore, anime aggrappate alla terra, perché su quella Terra tanto sangue e lacrime avevano versato.

    Nello stesso tempo mi sono sentita ghermire il cuore dalla rabbia, tanta ancora ne aleggiava e impregnava i legni delle ultime baracche ancora in piedi, tanta ne era filtrata oltre i ciottoli dei viali spogli e desolati, tanta sgocciolava dalle Torrette di guardia: rabbia nera, senza risposta, senza appello.

    Infine, proprio nelle cupe stanze dei forni crematori, ecco sfiorarmi lieve da un angolo degli sportelli aperti, la dolente  Pietà, verso noi stessi e le nostre superficiali vite, verso i nostri comodi e anonimi passi, verso il il nostro lamentevole e insulso parlare.

    Pietà da coloro che erano morti senza un perché e che sempre ci benedicevano. Tutti quei morti, lo avvertivo in modo indelebile, tutte quelle persone, milioni, passate dai camini e ridotte polvere, avevano Pietà dell'Uomo.

    Perché non è bastato il loro Martirio a far deporre le armi e l'odio, non è bastato il loro pianto catturato dalle tempeste del vento del Nord a tacitare le intolleranze, non sono bastate le loro innumerevoli lacrime disperse nelle nuvole in pioggia, a fermare i carri armati.
    L'uomo è ancora la Bestia. E il cerchio della follia attende, pronto a serrare come un cappio.

  • 24 gennaio 2013 alle ore 20:47
    La Parabola Della Fune e del Secchio

    Come comincia: Un'antica Leggenda vuole che un'Anima per Accedere al Paradiso abbia Bisogno
    di Sole Due Vite Terrene...Purtroppo per Alcune non ne bastano Mille...

    La Parabola della Fune e del Secchio

    E' un Giorno come Tanti e nel Cielo Giungono due Anime come Tante.
    La prima di queste irradia una luce simile a quella del sole
    La seconda invece e' cupa come un giorno di temporale...
    Da li a poco silenzioso arriva DIO che con fare amichevole invita le due anime a sedersi.
    Le osserva da capo a piedi e dopo alcuni minuti dice loro: - Bentorante -
    Volgendosi verso quella splendente gli chiede - Dimmi della vita che hai vissuto -
    ...e lei inizia a raccontare:
    "Mio Signore,non immagini quante gioie io abbia ricevuto in questa vita,
    Sono nata in una famiglia ricca,ho conosciuto gente importante,ho visto nascere i miei figli e i miei nipoti,
    ho mangiato tutti i piatti piu' gustosi e ho bevuto ogni giorno un vino diverso.
    Ho costruito una villa ad ogni mio caro e in ogni villa vi ho messo una Statua di tuo Figlio e di Maria sua Madre...
    ho fatto tanta beneficienza,soprattutto a quei poveri figlioli che si vedono in televisione coperti di mosche.
    Ti ho lodato ogni giorno della mia Vita per tutte le meraviglie che mi hai donato..."
    Con un cenno Dio la interruppe e disse - Bene....ora dimmi della tua vita - Rivolgendosi all'anima cupa.
    L'anima cupa alzo' lo sguardo,si notava nei suoi occhi una certa freddura nei confronti di Dio...
    Inizio' dicendo: "Padre,a me purtroppo non e' toccata una famiglia ricca e l'unico figlio che ho avuto Me lo Hai Portato via quasi subito,
    L'unico pasto della mia giornata a volte e' stata l'aria che respiravo e nel bere mi accontentavo dell'acqua del cielo.
    La mia casa Piccola ma accogliente non ho potuto lasciarla a nessuno perchè tutti coloro che amavo mi sono stati tolti prima della mia morte,
    ...di quel poco che avevo a malapena riuscivo a campare quindi ho aiutato prima me stesso..."
    Dopo un momento di pausa Continuo' dicendo:
    "...A volte Ti Ho Urlato forte la mia Rabbia incolpandoti di tutto il mio dolore,delle mie lacrime,della mia disperazione..."
    Dio alzo' la mano e interruppe anche l'anima cupa...Si alzo',fece dieci passi in avanti e voltandosi vide l'anima lucente che scuoteva la testa,
    Capì che era rimasta sdegnata da tutte quelle vicissitudini così poco Cristiane.
    Fece finta di niente e continuo' a parlare... - Sapete - disse loro,
    "Per accedere al paradiso di solito bastano due sole Vite ma per alcune di Voi...non ne bastano Mille.
    Una di voi mi ha lodato per tutto il bello che ha avuto mentre l'altra mi ha urlato contro tutta la sua rabbia...
    In verita' vi dico che...di quello che avete avuto io non ho nessun merito o colpa,avete scelto da voi cosa avere."
    Le due anime rimasero sbigottite
    Dio continuo' dicendo: "Appena avete terminato la vostra prima vita vi ho condotte vicino ad un pozzo,vi ho fatto scorgere l'acqua limpida che vi era in esso e
    vi ho spiegato che quella non era acqua bensì le lacrime che Voi nella vostra prima esistenza avevate versato,..dopodiche' vi ho chiesto:
    -VOLETE UNA FUNE E UN SECCHIO?-
    "Tu...anima lucente hai detto di si e dall'inizio della tua seconda vita  hai iniziato a tirar su secchi pieni di lacrime e a bere a sazietà,
    Ogni tua lacrima vissuta diveniva una nuova gioia da vivere e giorno dopo giorno hai prosciugato il tuo pozzo regalandoti ogni cosa che desideravi.
    Tu...invece anima cupa sei rimasta così incantata da tutta quella lucentezza che hai avuto quasi paura a tirar su quel dolore che avevi versato vivendo,
    Hai rifiutato la tua fune e il tuo secchio scegliendo di vivere la tua seconda vita allo stesso modo della prima aspettando il giorno in cui...
    riempito il tuo pozzo avresti allungato piano le mani per bere un solo sorso di quel dolore.
    Detto questo Dio con un cenno apri' un varco e indico' all'anima lucente la via per tornare sulla terra...Avrebbe Vissuto la terza Vita come la Prima ed
    essendo Avida alla fine di quest'ultima avrebbe quasi sicuramente chiesto di avere di nuovo "Una Fune e Un Secchio"
    L'Anima Cupa invece bevve quel solo sorso che le Spalancò le porte del Paradiso.

  • 24 gennaio 2013 alle ore 1:12
    Lettera di un Samurai morto in battaglia

    Come comincia: La guardai sorridere d’amore, di felicità..

    I suoi sorrisi erano gocce di rugiada sul cuore mio...
    I suoi capricci di dolce bimba mi facevano sorridere...
    I suoi lunghi capelli color della terra, morbidi, seta...
    I suoi occhi d’acquamarina mi facevano nuotare altrove, dove nessuno avrebbe mai potuto dirmi più cosa fare o dove andare, nessuno più mi avrebbe tenuto chiuso in un luogo oscuro, un luogo privo di luce, di acqua, di fuoco, di lei..
    Di lei che unica era la fonte del mio bene, del mio voler vivere, del mio voler amare...
    Il tempo che avevo vissuto da solo nelle tenebre, sembrava svanire di fronte a tanta luce cristallina...
    Non avevo mai amato prima di all’ora,
    non avevo mai sognato,
    ne desiderato.

    Il mio cuore chiuso al mondo,
    s’aprì a quella dolce creatura che non aveva poco più di quindici anni al massimo...
    Io, guerriero solitario, che ha combattuto così tante battaglie da non ricordarne che una, io dalle mani sporche di sangue e dall’odore fetido di piscio, sangue raggrumato,  essiccato, pieno di infezioni e carni penzolanti,
    avevo toccato la candida bianca mano di quel tenero angelo che, unica, s’era salvata dalla morte...

    Bambina mia, ovunque tu sia, dammi ancora quella luce...
    Quegli occhi fatti d’acqua per dissetarmi,
    quei capelli per cullarmi,
    quelle labbra per sopravvivere.
    Non voglio dimenticarmi di te.
    Queste catene, queste spade poste vicine alla mia gola mi costringono.
    Non voglio dimenticarti,
    non voglio perdere il ricordo che ho di te,
    voglio solo poterti amare un’altra volta... ed un’altra... ed un'altra ancora.

    Il bagliore che emanò quella sera la tua candida mano gelida e la luminosità dei miei occhi rossi e piangenti nell’esser rischiarati dai tuoi.
    L’amore che mettesti nel fasciarmi un arto rotto senza alcun sussulto di sottile ripugnanza verso quel mio corpo putrefatto e quasi morente.

    Che vuoi che ti dica, piccola Maho..
    Eri tutto.
    Ed ora che ti hanno portato via, non ho più via di vita.
    Mi hanno trafitto il petto come tu mi trapassasti il cuore,
    mi hanno concesso dall’alba al tramonto per scrivere a qualcuno a me caro.
    E qui, accanto a me di caro, ci sei soltanto tu.

    Shinosuke Kajikasu
    Capo dei Samurai Di Kyoshin 

  • 23 gennaio 2013 alle ore 13:23
    Due giorni di vantaggio su Cristo

    Come comincia: Nella notte gridava parole incomprensibili, corse verso il treno e ci si piazzò davanti. Fu investito. La madre ne raccolse i pezzi la mattina dopo, le orecchie erano intere, poi il naso, il busto intatto per metà ma totalmente dissanguato.
    Raccolse il tutto, o meglio, il resto e lo dispose in una cassa, la interrarono ma prima ci fu un funerale. La madre pianse, gridava parole incomprensibili
    Il giorno dopo lui risorse ed era in anticipo di due giorni, due giorni di vantaggio su Gesù Cristo.
    Poi riprese a gridare e la cosa si ripeté la settimana successiva. Fu investito, raccolto, pianto e risorto. Mio cugino era così, un distratto mentecatto che ogni qual volta che ritornava al mondo ripeteva gli stessi errori.
    La predicazione implica la stasi degli ascoltatori e predicare a un treno nella notte è senza dubbio un suicidio, ma certamente non volontario, almeno nel suo caso. Un predicatore nato nel Novecento è pur sempre un predicatore e un predicatore non si ammazza da solo ma predica fino a che qualcuno non lo ammazza. Così, imbevuto di volontà divina e svuotato della propria, non può far altrimenti che donare se stesso credendo di donare Dio, ed è per questo che mio cugino si dà al treno, simbolo della modernità e di tante altre cose moderne e ancora un po’contemporanee.
    Tanti anni fà era forse meno rischioso imbastire una qualsivoglia predicazione, oggi il pericolo è quello di confondersi tra la confusione e tentare di fermare coscienze smosse da attivatori di comportamento ben più forti della parola declamata.
    Gesù Cristo oggi non sarebbe percepito più come matto, rivoluzionario, come portatore di novità, oggi sarebbe un mentecatto qualsiasi e confondendosi nella confusione finirebbe con il confondere in se stesso il suo rapporto con le cose da dire e le persone a cui dirle. Troverebbe un treno pronto a segargli le gambe ben prima d'essere giudicato e crocifisso. Sarebbe così una giustizia sommaria a dover condannare una predicazione... oggi come oggi... sommaria.

  • 23 gennaio 2013 alle ore 12:35
    Cinquecentododici problemi

    Come comincia: Entrai nel bar. Il primo bar che si era piazzato di fronte ai miei occhi. Manco a farlo apposta i miei occhi sono piazzati per via diritta. Se fossero destri o sinistri sarei entrato in un altro bar. Anatomia umana, comunque. Mi sedetti su uno dei cinque sgabelli vuoti. Il bar era vuoto. Balle di fieno rotolavano tra i tavoli di legno. Un vento leggero teneva la porta s
    occhiusa. Il barista mi guardò senza parlare.
    "One beer, please" dissi.
    "Cosa?"
    Il fuso orario americano mi aveva destabilizzato la mente.
    "Una birra, per favore".
    Il barista uscì dal bancone per andare non so dove. Forse a prendere la mia birra al discount.
    Mentre pensavo alla vita, alle donne, ai colpi in canna, allo squalo e al denaro entrò nel bar una donna. Si sedette sullo sgabello alla mia sinistra. Bionda, seno in vista, gambe lunghe, occhi da cerbiatto. Che poi 'sti occhi da cerbiatto mi sembrano occhi normali. Anatomia umana, comunque.
    Stavo per dirle qualcosa ma mi anticipò sul tempo.
    "Occhiuzzi?" domandò.
    "Che?"
    "Non sei Occhiuzzi?"
    "Chi?"
    "Mi stai prendendo per il culo?"
    "Non so chi o che cosa sia "Occhiuzzi"."
    "Ah, forse mi sbaglio."
    Il barista tornò con la mia birra e la mise sul bancone. Non aveva tolto il tappo. Presi il mazzo di chiavi che tenevo nella tasca desta della giacca e riuscì in tre tentativi a scardinare il muro che divideva la mia bocca dalla birra. Cominciai a bere quando dietro di me udii dei passi di donna. Inconfondibili passi di donna. Tac, tac, tac.
    Si sedette sullo sgabello alla mia destra.
    Ero certo che l'udito non mi avesse ingannato. Mora, seno in vista, gambe lunghe, tacco rosso a presenziare sul collo del piede, labbra di fuoco. Una sorta di drago con le tette. Bella storia! Due donne, due fighe, quattro tette, quattro gambe, quattro mani, due bocche. Cinquecentododici problemi.
    Tracannai la mia birra fino all'ultima goccia. Con la coda dell'occhio vidi che il drago alla mia destra mi stava osservando.
    "Montebiturzulo?" chiese.
    "Chi?"
    "Non sei Montebiturzulo?"
    "Mi state prendendo per il culo entrambe? Badate che io ci metto poco a sfilarvi le mutandine e ad infilare nel vostro presunto vergine deretano una gamba del mio sgabello."
    "Suvvia Montebiturzulo! Non incazzarti che altrimenti ti viene un colpo al cuore", disse la donna drago.
    Le due donne scoppiarano in una grossa risata che a me parve alquanto ingiustificata oltre ad aver alimentato la mia incazzatura.
    "Occhiuzzi non saresti capace di scoparci entrambe questa sera stessa", disse la bionda con gli occhi da cerbiatto.
    "Non saresti proprio capace Montebiturzulo!", disse il drago... o la donna.
    "BASTA!"
    Mi alzai dallo sgabello cercando di uscire da quel posto. Intanto il barista era scomparso. Le due matte mi bloccarono dalle braccia. La mora sul braccio sinistro e la bionda sul braccio destro.
    "Dove pensi di andare Occhiuzzi?"
    "Dove pensi di andare Montebiturzulo?"
    Non capii più nulla. All'improvviso le due donne cominciarono a toccarsi e a baciarsi e a toccarsi e baciarsi. Furore di lingua, mani sotto le vesti, respiri ansanti. Eppure continuavano a tenermi bloccato tra i loro corpi.
    Stavo assistendo ad un'erotica prestazione sessuale di due matte e io ero il co-protagonista. Quello sfigato.
    Cercai comprensione tra i miei pensieri. Squali, vita, birra, denaro. Donne! Donne! La causa del mio malessere.
    Le matte continuavano a palparsi vicendevolmente. Erano nude. Mi bloccavano.
    Poi la bionda mollò la presa. Lo stesso fece la mora. Un enorme pene comparve in mezzo alle loro gambe. Non ce l'avevano prima! Ridevano allegramente. Feci due passi indietro e mi fermai con la schiena appoggiata al bancone. I due peni lanciavano raggi di luce colorata verso il mio stomaco che prese a sanguinare. La mia mano destra era piena di sangue. Anche i sgabelli ridevano allegramente.
    Stavo diventando pazzo. Cinquecentododici problemi.

  • 22 gennaio 2013 alle ore 19:22
    La fata di ferro - Seconda puntata

    Come comincia: 3

    Ormai il ghiaccio era rotto e la Fata di Ferro non teneva più stretti per se i suoi segreti.
    Anzi, burrosa e languida, aveva deciso di darsi alla principessa Alba, anima e corpo.
    Ad Alba non sembrava vero.
    Il pomeriggio facevano una merendina e chiacchieravano del più e del meno, come due amiche del cuore. Poi si dedicavano ai compiti, perché una vera principessa deve essere in gamba, la fata glielo ricordava tutti i giorni.
    Poi arrivava il premio.
    Il premio era: la confidenza ... l'intimità...
    La fata, rassegnata, si donava completamente a lei, perché soddisfacesse la sua lussuria e i suoi sentimenti lascivi … di giovane curiosa e impertinente.
    Allora la screanzata si sedeva accanto a lei.
    Spesso si servivano di un piccolo plaid con una fantasia scozzese, in quei casi Alba gioiva ancora di più.
    Spesso guardavano la televisione, nelle lunghe serate invernali: la Fata in carne si piazzava sul divano e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma, pur di starle vicino, altre volte la donna le leggeva delle storie oppure le parlava della sua gioventù. Le loro gambe celate sotto la coperta iniziavano a strusciarsi... il rumore del feltro che frusciava, eccitava entrambe.
    Ad Alba non mancava mai la scusa adatta: ora per lo spasso, ora per la paura … ogni pretesto era buono per stringersi a fianco della Fata di Ferro.
    Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole mani sottili cominciavano a frugare.
    La ragazza abbracciava la donna, in cerca d’affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva.
    Le dita affusolate vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra le roselline sul fondo nero, altre, cogliendo le margherite, prepotentemente sparse; e più la Fata taceva, più quelle mani si prendevano delle confidenze.
    Dapprima voleva accarezzarla con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontaneamente e senza scopo.
    Ma poi l’eccitazione aumentava e con essa il parossismo, i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi … quelle mani “possedevano”, letteralmente, il corpo della grossa fata.
    Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora di piatto si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine.
    Poi tornava su … cercava le mammelle e tirava, e premeva, e giocava con il seno abbondante.
    I capezzoli si sentivano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto.
    Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi …
    La fata moriva lentamente di languore.
    Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.
    Il plaid faceva da complice.
    Allora la ragazza diceva di aver caldo. Da sotto la coltre, faceva scivolare via, dalle gambe di gazzella, la gonna, e restava solo in mutandine e calzettoni.
    La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, strusciava sulla seta e trovava infine la pelle dell’altra.
    E quando la carne delle due s’incontrava, per entrambe era il tripudio.
    Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto.
    Il silenzio falso della fata faceva fremere la giovane principessa. Ogni attimo temeva di essere scoperta e quindi allontanata, scacciata.
    Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi!
    Doveva bere a quella fonte.
    Ogni sera si riprometteva di resistere a quella sete ma, il pomeriggio successivo, i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno … che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto!
    Tornava a casa con le mutandine in fiamme per la lussuria.

    4

    Il pomeriggio era freddo, nonostante la primavera fosse appena arrivata.
    Nicòle arrivò con le guance e le ginocchia arrossate e il piccolo naso ghiacciato.
    La sua figura slanciata emerse superbamente, tra i giochi di luce degli specchi della porta.
    Flora restò abbagliata ancora una volta dalla sua leggiadria.
    Era martedì. La ragazza era mancata due giorni, anzi quasi tre, e la donna si rese conto di quanto la amava.
    Padrona del mondo, Nicòle si spogliò del soprabito e tolse la sciarpa bianca.
    Poi tolse il cappello di lana lasciando scorrere sulle spalle i capelli d’oro.
    Inondò, poi, la casa di sorrisi e parole senza senso …
    Niente scuola per domani, niente compiti oggi … stabilì, spadroneggiando, che era il pomeriggio adatto per guardare “Il dottor Zivago”.
    Flora avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, né si oppose alle richieste della giovane … l’attendeva da troppo, per non esaudire i desideri della sua piccola “tiranna”.
    Iniziò a sentire le farfalle nello stomaco, mentre con la mente pregustava le carezze che bramava da tanto. Le loro mani avrebbero danzato con le dita, intrecciandosi e respingendosi, come ballerine su un palco.
    Non riusciva a porre freno al suo desiderio, né a quello della ragazza.
    Ma erano in stallo … non poteva continuare così … la donna adulta decise di rompere gli indugi:
    - Vai a fare pipì allora – disse Flora – altrimenti dopo ti seccherà alzarti. – le sorrise – io intanto vado a preparare il tè. –
    - Si, Badrone! – la prese in giro Nicòle.
    Mentre Flora armeggiava in cucina, la giovane che si attardava nel bagno, gridò:
    - Ho una sorpresa, la vuoi vedere? –
    - Ho, hooo! – rilanciò Flora – difficilmente le “tue” sorprese promettono niente di buono per il mio "destino"! –
    - E invece si, guardami! – uscì dal bagno e si mise in mostra per l’amica.
    Aveva indosso solo lo spesso maglione a coste. Sotto invece dei calzettoni indossava dei collant neri e velati.
    Flora ebbe un sobbalzo, nonostante la ragazza tenesse le cosce serrate, era evidente che non indossava le mutandine.
    - E guarda, ora! – disse Nicòle, con un sorriso che sapeva di giovanile impertinenza. Divaricò i piedi allargando le gambe. Aveva squarciate grossolanamente le collant con le dita, proprio tra le gambe, così le calze facevano da cornice a quello spettacolo mozzafiato.
    - E’ una mia invenzione! – disse la sgualdrina – Ti piace? –
    Non attese risposta; tanto sapeva bene che non sarebbe arrivata.
    La bocca di Flora si era spalancata per lo stupore, ma la povera donna non riusciva a proferire una sola parola.
    - Queste sono più calde, starò comodissima … e senza le mutandine, posso fare la pipì più facilmente. – alzò gli occhi e fissò Flora con aria spavalda, gli occhi di cerbiatta la sfidarono senza pudore.
    Flora riuscì a distrarre la sua attenzione da quello spettacolo. Col respiro affannoso finse di borbottare qualcosa sui giovani, voltandosi per nascondere il rossore del suo volto, eccitata.
    La donna si dedicò tenacemente a filtrare il te e lo versò caldo nelle due tazze preferite, poi senza una parola si ritirò di sopra in camera.
    Nicòle si era già sistemata sul divano, accogliente come un'alcova.
    Il film era appena partito. Dalle scale spiò Flora che tornava in salotto. Si era cambiata: ora indossava una lunga camicia da notte stretta ai seni, in stile impero e che sotto si svasava leggermente … sul davanti aveva i bottoni.
    La ragazza notò che la donna non aveva più le calze. Avrà caldo, pensò tra sé e provò piacere a quella vista.

    Quel pomeriggio la Fata di Ferro aveva indossato una veste leggera con i bottoni sul davanti.
    Come sempre, in silenzio, si sedette accanto ad Alba. Dopo pochi minuti la principessa si raggomitolò al suo fianco; come sempre, iniziò ad assaporare l'atmosfera voluttuosa che si creava tra loro. Chiuse gli occhi ed aspirò il profumo fresco sulla sua carne delicata.
    Tirò sul divano le due gambe fasciate dalle collant, mentre abbandonava la testa sul braccio della fata; pochi istanti dopo con la mano liberà scivolò dalle sue gambe sottili, a quelle deliziosamente grosse della donna matura.
    Spingendo sul cotone leggero, sentì che scivolava facilmente sulla pelle nuda delle cosce. La principessa ebbe uno dei mille brividi, che ormai facevano parte di quella sua precoce sessualità.
    Curiosa, col cuore che batteva, la mano trasgressiva scivolò verso l’alto; scavalcò la pancia, si soffermò sull’ombelico teso, per poi risalire il lieve pendio che arrancava sotto i seni generosi.
    Avrebbe voluto lanciare un piccolo grido di vittoria, ma si trattenne mordendosi le labbra: si era appena resa conto che la donna aveva tolto anche il reggiseno. Le sue poppe deliziose e calde poggiavano solo sul corpetto della vestaglia ed erano trattenute, dal prorompere, solo dai bottoni.
    La voglia divenne violenta.
    La fata taceva ... come se nulla stesse accadendo tra loro.
    Il volto sembrava quello della Sfinge.
    Guardava senza vedere in direzione della televisione, le labbra serrate enigmaticamente, non un briciolo di emozione faceva capolino sul suo viso.
    I suoi occhi penetranti, evitavano accuratamente di incrociare quelli di Alba.
    Sembrava lievemente annoiata e del tutto indifferente alle passioni contrastanti che agitavano la giovanetta.
    Alba voleva toccare la pelle nuda di lei, ma non voleva sembrare troppo insistente. Alla fine si fece coraggio. Stavolta doveva tentare. Non poteva restare per sempre nell’insicurezza e col petto in fiamme.
    Le dita sottili della sua mano, acquistarono coraggio, e come artificieri che manipolano una bomba inesplosa ... uno dopo l’altro sbottonò i tre bottoni, che scendevano dall’alto verso il basso, dal decolté della Fata di Ferro.
    I seni tracimarono come un fiume in piena, privi oramai di ogni difesa. Non più trattenuti, si allargavano mollemente, allontanandosi l’uno dall’altro. Tra di essi apparve, allora, come una vallata rorida di sudore. Come provenisse dal sottobosco nel mese di agosto: una zaffata di profumo di donna invase le nari della principessa impertinente.
    Alba era insicura nel leggere i segnali del piacere, ma di certo non evitò di cercare la voluttà tra quelle due montagne calde e tenere. Sulla sommità, sorgendo come un tempio tibetano, i seni, turgidi e torniti, con la punta grossa come un dito, svettavano, allettando all’osare.
    Il contatto della pelle nuda con i luoghi più intimi della sua “madrina” resero la principessa euforica, come ubriaca. Abbandonò ogni freno inibitore e si avventò con le mani su quei seni e sulla pancia che li sosteneva con le mani bramose di toccare.
    Quel silenzio indifferente e annoiato della fata, che spesso era stato causa di dolori d’amore nella giovane principessa, ora, lo benediceva.
    La donna immobile si lasciava sballottare, tastare, annusare, senza dare segno di fastidio.
    Alba aveva perso la testa … adesso era quasi pronta al passo decisivo: la vicinanza del suo viso e della bocca a quel seno generoso la invitava a prenderli tra le labbra con passione.
    La voce della Fata di Ferro arrivò pacata, ma decisa ... in maniera del tutto inaspettata ... come uno schiaffo sulle mani.
    La matrona uscì, all’improvviso, dal suo torpore sibillino.
    Risorse, e voltandosi verso Alba, la fissò con gli occhi scuri, ardenti come braci:
    - Ma ti piace veramente quello che stai facendo? -
    Alba sussultò. Ritirò la mano. Si irrigidì come se fosse stata colpita da un ceffone.
    Nonostante la donna continuasse a rimanere immobile sul divano, con i seni fuori dall’abito stretto; nonostante l’orlo sottostante, sollecitato dai moti inarrestabili della ragazza, fosse salito fino a scoprire tutte le grandi cosce e perfino la mutandina bianca di cotone … fu la ragazza a sentirsi messa a nudo.
    Si sentì scoperta, in un gioco che, follemente, aveva pensato di poter occultare.
    Si vergognò di avere approfittato … esagerato … usurpato.
    Aveva invaso ogni giorno di più l’amicizia bonaria della fata, frugando sempre maggiormente il suo corpo.
    Quel giorno aveva di certo esagerato e, all’improvviso, provò su di se tutta la violenza della colpa della sua trasgressione.
    Rimase impietrita mentre, completamente sobria, dopo la sbornia di piacere, desiderava sprofondare, pur di non dover ammettere, così spudoratamente, la sua insana passione.
    Il tempo si era fermato nel soggiorno … tutto sembrava tacere.
    La Fata di Ferro, impassibile come un’aguzzina, scrutava l’anima di Alba, passandole attraverso gli occhi, chiari come l’acqua.
    Poi finalmente sul suo viso si disegnò un leggero sorriso che odorava di panna montata.
    Riprese la sua posizione comoda sul divano e lentamente cercò la mano di Alba, accogliendola sui seni cedevoli.
    Appena la ragazza si sciolse dalla morsa della paura, poggiò la testa nuovamente sul braccio della fata. Allora lei l’attirò a sé fino a quando la bocca non si poggiò sul suo seno voglioso.
    - Tu lo sai che tutto questo è proibito. Saprai mantenere il segreto? -
    Liberandosi la bocca dal bacio, Alba promise con tutta l’anima:
    - Non dirò mai niente a nessuno di quello che accade tra di noi ... qui. Te lo giuro! –
    La fata abbassò lo sguardo e le loro labbra si incontrarono. Le sue erano carnose e pronunciate e si schiusero alla curiosità della fanciulla.
    Lei non sapeva bene come fare, ma il contatto fu inebriante. Un attimo dopo si ritrovò con la lingua di fronte a un succo oleoso e trasparente ... era la saliva della sua amante. Passando da una bocca all’altra il liquido si abbassava di temperatura, portando una freschezza sconosciuta e nuova sulla sua lingua.
    Non credeva di resistere a quel sapore senza svenire, ma si fece forza.
    “Nooo!” non riusciva a credere che tutto questo stesse veramente succedendo.
    Quella penetrazione tra le labbra era la cosa più intima e segreta che le fosse mai capitata.
    Quando le due lingue si catturarono, Alba voleva piangere per l’emozione … non poteva sapere che quello era solo l’inizio.

    5

    - Sto tanto bene con te, mi piace toccarti tutta e desidero da tanto che anche tu mi accarezzi. – disse Nicòle.
    - Sei certa di volerlo? Desideri un contatto più intimo? – disse Flora, mentre erano abbracciate con le guance che si sfioravano.
    - Si … lo desidero da mesi ... voglio che mi tocchi anche tu! – poi aggiunse sussurrando – Lo so bene che mia madre non accetterebbe tutto questo, ma io non dirò mai niente. Io voglio essere solamente tua. -
    Flora sorrise e si lasciò finalmente andare, come se si fosse finalmente sciolta da un legaccio che ne inibiva le emozioni. Finalmente era ora di raccogliere i frutti dei suoi maneggi e della sua tenacia.
    La baciò ancora sulle labbra con complicità … e le sue mani iniziarono a muoversi.
    Scivolarono sotto il grosso maglione e le cercarono le spalle, e si saziarono di tutto il copro della giovane … dalle spalle scesero sui fianchi. Poi da sopra le calze scese alle natiche. Conobbe le sue gambe, per poi risalire, strisciando il polso sul pube della ragazza, ma senza soggiornarvi ... almeno per il momento.
    Al contrario le carezze proseguirono di nuovo verso l'alto, rientrando sotto la maglia e raggiungendo i piccoli seni appuntiti e durissimi. Arrivate all’aureola rosa si fermarono e Flora la fissò con un sorriso di sfida … aspettava un permesso che non le fu negato.
    Allora sapientemente seppe pressare e tirare quei seni acerbi. Li circondava e li massaggiava; dopo averla baciata ancora si diresse, con la bocca, sulla maglia, sottoponendoli alla voracità delle sue labbra.
    L’alito tiepido oltrepassava la lana, inondando la ragazza con un calore del tutto nuovo e inebriante.
    Poi l’eccitazione della fanciulla divenne sogno: quando, con movimenti voluttuosi, Flora fece scivolare verso l’alto sia la maglia che la canottiera leggera; il contatto delle sue labbra avvenne direttamente sui piccoli bottoncini rosa, diventanti duri come la madreperla.
    La ragazza aveva il ventre infuocato. Il desiderio la rimescolava tutta, non sapeva come, ma voleva da quella donna tutto ciò che l’erotismo poteva offrire.
    Nicòle non poteva sapere che, quella danza, era solo l’insieme dei preliminari.
    Infatti qualche minuto dopo Flora chiuse la porta a doppia mandata e le prese una mano … scalze, come ninfe dei boschi, salirono al piano superiore dove c’era la camera da letto.
    Flora la fece distendere, delicatamente, e poi si accovacciò sulla giovane, mettendosi a quattro zampe, mentre i seni sconfinati, precipitavano sul collo e sul petto di Nicòle.
    - Tesoro – le disse – adesso puoi guardare e toccare … tutto. Non ti devi più trattenere. E’ da tanto che lo desideravo, piccola mia. – Si scostò una ciocca con le dita della mano – Finalmente … -
    Allora Nicòle con un gesto liberatorio le aprì tutti i bottoni e lasciò che la sua veste scorresse dal suo corpo verso il pavimento, lasciandola, finalmente nuda, nell’opulenza delle sue morbide forme: si mostrava tutta davanti ai suoi occhi vogliosi.

    La ragazza cominciò a godere già con gli occhi. La possedette con lo sguardo, come un bambino che, finalmente, diventa padrone del giocattolo che desidera da tempo.
    Ora, libera, Nicòle cominciò ad accarezzare la donna, scrutandone prima i seni, poi la pancia ed i fianchi.
    Flora indossava ancora le mutandine bianche.
    Curiose di provare, le dita di Nicòle frugarono sotto l’elastico, voleva provare fin dove si poteva spingere in quella nuova frontiera della sensualità; con le dita cercò l’orlo e iniziò a sfilare l'intimo di Flora.
    La donna si abbandonò a quel piacere ... così la giovane, seguendo il suo corpo con le dita, ebbe l’occasione di esplorare tutta la sua carne, fino ai piedi, nudi e caldi, che tante volte aveva desiderato baciare.
    Ora, la grande dama, era tutta nuda e tutta sua: che piacere inatteso!
    La donna matura godeva della passione che lei metteva nello scoprirla.
    Come un dono d’amore Nicòle si offrì:
    - Prendimi anche tu, Flora, scoprimi, guardami e tocca tutto ciò che desideri di me, il mio corpo ti appartiene. -
    Lei fu bravissima: le sue mani le sfilavano i vestiti scorrendo sulla sua pelle giovanile e facendola vibrare, languidamente le tolse le calze strappate, facendole scorrere, all’infinito, sulle lunghe gambe da gazzella. Poi toccò alla maglietta: anche sfilarle quella, fu un atto delizioso, lento, eccitante.
    Le dita leggere sfioravano i piccoli seni, che reagivano, autonomamente, ad ogni sua singola carezza. Con fare materno sistemò la biancheria su di un cuscino.
    In poco tempo, anche la ragazza venne completamente spogliata.
    Per Nicòle, starle di fronte, era come volare: vedere il corpo di lei, tanto desiderato, la faceva sentire sospesa in uno stato conturbante, mai provato prima.
    Essere del tutto nude, fece si che esse si fondessero in un abbraccio totale, dove ogni centimetro di pelle veniva a contatto, combaciando.
    Distese sul letto, le mani di Flora, immediatamente seguite dalle sue labbra, iniziarono quel viaggio passionale che mai più si sarebbe cancellato dai ricordi di Nicòle.
    Le sue mani addosso, erano come scintille di lava incandescente.
    Scivolavano sulla pelle e, appena dopo le dita, arrivavano le labbra che, umide di fiato e di saliva, sembravano fumare come lava ardente che lasciava, su quel corpo acerbo, sensazioni mai provate.
    Quella scia umida, che evaporava per la febbre dell’amore, le procurava brividi eccitanti e incontrollabili.
    Nicòle era come in trance.
    Viveva tutto questo, come se si trovasse in un’altra dimensione. Le sensazioni indescrivibili erano intense, violente, eppure ovattate: come se la sua mente le vivesse sotto l’effetto della più inebriante delle droghe.
    Finalmente dopo il lungo peregrinare le dita della donna raggiunsero la piccola farfalla che, come fosse appena sorta dal bozzolo, se ne stava immobile e contrita, in attesa che la natura le insegnasse a schiudersi al piacere.
    Ciò che sembrava l’apice insostenibile della goduria, si rivelò solo l’inizio del sentiero proibito, durante quell’accoppiamento innaturale.
    La mano di Flora si dedicò al gioiellino della giovane Nicòle: la carezzava, la confortava, … l’avvisava di tenersi forte, perché l’affondo stava per giungere.
    Infatti, pochi momenti dopo, la bocca carnosa discese implacabile, affamata di quel fiore.
    La ghermì, violentandone le ali piene di rugiada, spaccandola fino al vertice con la lingua possente e dura.
    La bocca premeva.
    La lingua penetrava inarrestabile: come quella di un vampiro assetato di miele.
    Flora penetrò nel sacello bagnato e, al tempo stesso, infuocato dalla passione.
    Un suono osceno si sprigionava da quella scena erotica.
    La dolcezza aveva lasciato il posto all’ingordigia.
    Un fulmine elettrico, squarciante, luminoso, partì dal ventre di Nicòle e percorrendo ogni suo muscolo più recondito, le raggiunse il cervello, facendola sobbalzare per l’emozione.
    Un piacere mai provato, sconosciuto perfino nelle notti solitarie in cui si martoriava il sesso
    Flora le stette addosso con la stessa forza di un maschio che vuol possedere la preda conquistata. Pur senza deflorarla, la fece sua ripetutamente, forse in maniera ancora più veemente, marchiandola per sempre col suo peso e con le lettere infuocate del suo desiderio incontenibile.
    Gli orgasmi di Nicòle, iniziarono pochi minuti dopo quelle ondate di carne che si squassavano sulla sua riva, con la forza di una burrasca.
    Non fu possibile contarli, così come poi non sarebbe stato possibile contare i giorni di amore e di piacere che avrebbero vissuto in seguito. Tutte quelle ore passate insieme, le avrebbero trasformate in amanti indivisibili.
    Quando Nicòle cercò di ricambiare dirigendo la bocca verso i luoghi segreti della donna, Flora non le permise di raggiungerli.
    La ragazza si dovette accontentare di poggiarle la guancia sul ventre, cercando di aspirare, vicinissima all’intimità della donna, tutto l’odore che sprigionava.
    Poi le accarezzò la mano e, delicatamente, le permise di avventurarsi dentro di lei.
    Nicòle cominciò a scavare e a rovistare, come fosse la padrona.
    Dopo poco, anche Flora esplose,  senza più controllo.
    Appena Nicòle capì che la sua istitutrice stava raggiungendo l’acme, cercò, con l’altra mano, la sua natura e si associò a lei nel novello piacere che, liquido e sonoro, la fece sciogliere … come se svenisse in un lago peccaminoso. Godere insieme fu inconcepibile ... iniziandole subito a una comunione che mai più si sarebbe potuta sciogliere.
    Per la giovane Nicolè, questa fu la prima, vera esperienza sessuale, e fu tutta al femminile.
    Essa andava oltre il semplice sesso … sfociava nell’emozione: un'emozione che mai, nella sua vita, sarebbe stata eguagliata.
    Per quanto piacere avrebbe mai assaporato, nessuna successiva relazione avrebbe retto il paragone con quella prima, indelebile, avventura.
    Quel paio d’ore intense e travolgenti restarono impresse nei suoi ricordi ad un livello di estasi ineguagliabile.
    Spossata, si accucciò sotto il corpo della sua Fata, dopo il sesso sfrenato, adesso, cercava l’amore incondizionato.
    E si addormentò.

    Fine della seconda puntata

  • 22 gennaio 2013 alle ore 11:18
    L'immenso e Erin

    Come comincia: Erin pensò  a quanto avesse ricercato l'immenso . C'è sempre stato il mare , disse. In ogni compartimento della vita ,in ogni fessura emotiva , in ogni totalità c'era quella distesa così netta di
    Illimitato.
    Una sorta di spettro di certezza , un pezzo d’anima dell’universo che , coerente , si incastrava alla perfezione  con la sua .
    Lo zaino era sporco , così come le scarpe di telo di juta  .
    Si avvicinò sempre di più al corso d’acqua , immaginando di guardarsi di spalle  mentre correva a raggiungere quel pezzo mancante . Così entrò in quel giardino di conoscenze .
    Il cielo divenne un tutt’uno con l’oceano . Lei era ferma .  I demoni dello spirito smisero di nutrirsi di passato . Cominciarano anch’essi ad acquietarsi , smisero il tormento e la lasciarono libera davanti alla bellezza terribile e sconvolgente dell’infinito .
    Si precipitò dentro  quello spazio bianco , una lente di ingrandimento che vinceva l’horror vacui della caduta .
    Occhi contemplativi uniti a radiosità d’anima .  Si trasformò in immenso gioco cosmico , tenendo per mano i demoni , ma fluttuando  come conchiglia nel mare-cielo . Erin pensava a quanto avesse ricercato l'immenso . C'è sempre stato il mare , dice.  In ogni compartimento della vita ,in  ogni fessura emotiva , in ogni totalità c'era quella distesa così netta di illimitato .

  • 22 gennaio 2013 alle ore 10:37
    Federico II

    Come comincia: (Jesi, 26 dicembre 1194 - Castel Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250)

    Odo un bisbiglio lieve, un sussurro gentile che fluttua tra il sonno e il torpore e le mie orecchie registrano uno sbattere d'ali prima di svegliarmi in piena notte, certa di aver sognato. Mi porto seduta sul letto, sbadigliando. Eppure il sogno non se ne va, rimane lì, davanti al mio sguardo ancora preda dell'oblio di Morfeo, con un dolce sorriso sulle labbra e l'aria divertita. Sull'avambraccio porta uno splendido falco pellegrino, dagli occhi mobilissimi e attenti e dallo sguardo inquietante.
    Rimango incantata dalla visione avvolta nella penombra della stanza, investita da un minuscolo fascio di luce proveniente da una fessura della serranda che le dona un tocco irreale. Mi stropiccio gli occhi per svegliarmi del tutto e lui, con un accenno di inchino, mi tranquillizza:
    «Non temere, non voglio farti del male.»
    Deglutisco non per lo spavento e rispondo fiduciosa:
    «Lo so. Ti conosco bene, stupor mundi.»
    A quelle parole le sue labbra si piegano in un sorriso compiaciuto, i suoi chiari occhi si illuminano e a quel punto l'inchino si accentua, rivelando il suo animo cavalleresco. Sento il rossore colorirmi le gote e accenno una spontanea riverenza. 
    «Federico II di Hohenstaufen del ducato di Svevia, figlio di Enrico VI e di Costanza d'Altavilla.» mormoro rapita.
    «Sì, sono io, qui per rispondere a tutte le domande che vorrai farmi.»
    Quasi stento a crederci che il grande Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, sia davanti a me, come un qualsiasi comune mortale. Ma lui non è un comune mortale. In lui si fondono per la prima volta due corone: quella del Sacro Romano Impero e quella del Regno di Sicilia.
    Mio Dio, penso annichilita, mi trovo al cospetto di uno dei più grandi uomini della Storia prima dell'avvento di Napoleone! Il solo uomo nel quale scorra un miscuglio esplosivo di sangue: teutonico, normanno e italico.
    Sento il mio cuore galoppare come un indemoniato e inspiro a fondo per mantenere la dovuta lucidità.
    «Tu,» inizio timorosa e ossequiosa, «sei rimasto orfano all'età di quattro anni.»
    «Sì, è vero. Mio padre morì quando ne avevo tre e mia madre l'anno dopo. Prima di dipartire, però, mi ha affidato a papa Innocenzo III dei Conti di Segni, il quale mi ha riconosciuto come re di Sicilia senza battere ciglio, infeudandomi dell'eredità materna. Per quanto concerneva l'altra corona, ha fatto di tutto pur di non riconoscermi come imperatore del Sacro Romano Impero.»
    «All'età di quattro anni, sulla tua testa pendevano queste due grosse responsabilità. Ma perché negarti l'eredità paterna?»
    Lo vedo accarezzare con dolcezza il piumaggio del bellissimo falco e risponde:
    «È solo una questione geografica. Il papato, all'epoca, e per i secoli successivi, possedeva tutta l'Italia centrale. I Normanni, di cui mia madre era l'ultima discendente, possedevano dal napoletano in giù, il cosiddetto Regno di Sicilia. La Germania era al nord, il grande Sacro Romano Impero. Puoi benissimo immaginare che, se il papa mi avesse riconosciuto anche come imperatore, si sarebbe venuto a trovare in una morsa stritolatrice: il Regno al sud e l'Impero al nord. Era, praticamente, accerchiato.»
    «Tuttavia alla fine l'hai spuntata tu.»
    «Sì, a costo di enormi sacrifici e di continue lotte diplomatiche e non, contro il papato.»
    «E contro il Carroccio.» aggiungo.
    Lo vedo corrucciarsi e un'ombra gli sfiora il volto non bello bensì affascinante.
    «Già, contro i lombardi che, come al tempo di mio nonno, hanno temuto, e non a torto, che volessi impossessarmi anche del nord Italia. Ma per unire il mio impero, non potevo fare altrimenti.»
    «Il terribile Ezzelino III da Romano ti ha sostenuto in Lombardia, dov'era il suo feudo.»
    «Era mio genero, avendo impalmato una delle mie figlie: non avrebbe potuto fare altrimenti.»
    «So che ti sei sposato tre volte.»
    «La mia prima moglie è stata Costanza d'Aragona ed è l'unica che mi sia rimasta nel cuore.»
    Lo guardo per un lungo attimo, scettica e lui sorride, continuando:
    [federico] «È vero, ho avuto anche molte concubine, la più amata delle quali è stata la contessa Bianca Lancia. È suo il mio figlio prediletto, Manfredi, l'unico che ho legittimato e che è divenuto re di Sicilia.»
    «Hai avuto anche altri figli.»
    «Una schiera, a dire il vero.» risponde ridendo. «Enrico, che avevo eletto a re di Germania, sono stato costretto ad accecarlo e imprigionarlo quando mi si è rivoltato contro. Enzo, che ho elevato a re di Sardegna, quello che più di tutti mi somigliava fisicamente. Corrado, divenuto re di Germania e poi imperatore alla mia morte e tanti altri che ho sparso per l'Italia.»
    «Tu l'Italia l'hai amata molto.»
    Un sorriso dolce gli sfiora le labbra e sbircia il profilo del falco appollaiato sul suo braccio, mentre il raggio di luce gli illumina il viso, rilucendo sulla corona ferrea che porta sulla testa.
    «Moltissimo e, come tutti coloro che l'hanno amata, ne sono stato mal ricompensato. L'ho sempre preferita alla fredda Germania ed è per questo che, per tutta la vita, mi sono adoperato per portare il centro del potere in Sicilia e non nel gelido nord.»
    «Nel frattempo, il papato, con i vari papi succedutisi, ti ha combattuto aspramente, giungendo ad accusarti di essere l'Anticristo.»
    Si mette a ridere e con gesto stanco si porta seduto sul letto accanto a me. I suoi occhi chiari mi scrutano a lungo ed io mi sento come una formica dinanzi a un gigante. In realtà non è alto, ha una corporatura piuttosto tozza, però è gigantesco ciò che ha provato a fare per amore dell'Italia, lui, un teutonico e non un italiano.
    «Ti parrà strano, ma io sono sempre stato un fedele cristiano, checché se ne dica. Ho perseguitato gli eretici e ho sempre avuto rispetto per Roma e ciò che di più sacro rappresentava.»
    «Questo non ti ha evitato la scomunica.» gli ricordo.
    Annuisce e da una sacca legata in vita tira fuori un pezzo di carne che porge al falco. Questi lo prende e lo inghiotte, con aria soddisfatta.
    [200px-Frederick_II_and_eagle] «Non solo una, ahimè. A parte le parentesi in cui la Chiesa è stata costretta a riprendermi in seno, ho in sostanza trascorso la vita da scomunicato. E ci sarei pure morto, se non fosse stato per il mio carissimo amico Berardo da Palermo, il quale mi ha sciolto dalla scomunica in punto di morte, andando contro la Chiesa.»
    Sorrido con l'eccitazione di una bambina ed esclamo:
    «Sempre scomunicato, come quando hai conquistato Gerusalemme!»
    Lì scoppia a ridere al ricordo e si batte una mano sulla coscia, catturando l'attenzione del rapace.
    «Sì, proprio così. Era da un po' che il papa mi spingeva alla crociata, cercando di farmi emulare mio nonno il Barbarossa e Riccardo Cuor di Leone. Io ho sempre nicchiato, rinviando sine die. Non avevo alcun interesse ad andare a impelagarmi in Terrasanta, poiché avevo già i miei grossi problemi a gestire un così vasto impero con italiani piuttosto indisciplinati. Ma alla fine ho chinato la testa ubbidiente e sono partito. E, senza colpo ferire, senza che nessuno ci rimettesse la vita, ho conquistato Gerusalemme solo con la mia benevolenza verso l'Islam. Lo stesso sultano Al Kamil mi ha donato le chiavi e mi sono incoronato re di quella bellissima città. Ovviamente il papa, Gregorio IX dei Conti di Segni, ha schiumato bile, perché tutto questo,» aggiunge con aria birichina, «l'ho fatto da scomunicato. Riesci a immaginare cosa significava? Al mio rientro in Italia, il papa si è dovuto mangiare il fegato e ingoiare il rospo e sciogliere la scomunica perché gli portavo le chiavi di Gerusalemme.»
    «Sei riuscito in un'impresa dove nessuno è mai riuscito, addirittura senza neppure combattere.»
    «La diplomazia.» commenta alzando l'indice. «Tutto ciò che ho fatto, l'ho fatto usando la diplomazia e non la spada, ovviamente dove era possibile.»
    «Hai sempre avuto un animo gentile.» sospiro.
    Lui mi fissa corrugando le sopracciglia e scuote la rossa testa.
    «Amavo scrivere poesie e questo dono ho trasmesso ai miei figli. Ma, mentre gli altri usavano anche l'acciaio, Manfredi era il solo a somigliarmi nella preferenza della penna. Sai, è stato lui a suggerirmi di scrivere un trattato sulla caccia con il falcone, divenuto famoso in tutto il mondo e preso a modello nei secoli successivi.»
    «Hai amato molto Manfredi.» commento.
    «Come si poteva non amarlo? Era il figlio che la mia adorata Bianca mi aveva dato, era l'unico a essere gentile e cortese, l'unico a cui avrei affidato la mia vita e l'unico che, a dispetto del ruolo che ricopriva, si fidava degli uomini.»
    «Una fiducia mal riposta.»
    «Purtroppo. Ma questa è un'altra storia.» risponde ponendo termine alla parentesi.
    «Grazie a questa tua sensibilità, hai fondato la scuola poetica siciliana, ponendo le basi alla futura lingua italiana.»
    «La mia corte errabonda ridondava di uomini colti.»
    «Ma anche di odalische e saraceni.» aggiungo.
    «E allora? Amavo i fasti orientali, erano così diversi dal grigiore impostoci dalla Chiesa! E poi, i saraceni erano gli uomini più leali che abbia mai avuto.»
    «Sei stato scomunicato anche per questo.»
    Sorride e fa un gesto vago con la mano, dicendo:
    «Non importa. L'oriente era un pozzo si sapienza in confronto a noi ed io preferivo interloquire con uomini colti anziché con stolti e bigotti.»
    «Puoi spiegarmi questa lotta tra l'impero e il papato?»
    «In due parole?» domanda sorpreso, inarcando le sopracciglia.
    Comprendo la difficoltà e rispondo:
    «Fai tu.»
    Rimane a lungo pensieroso, quindi si gratta il mento con la mano libera e, con un sospiro, inizia:
    «Noi originari di Weiblingen eravamo in contrapposizione ai duchi di Welfen. In Italia venivano chiamati ghibellini, da Weiblingen, i sostenitori dell'impero, e guelfi, da Welfen, i sostenitori del papato. Pertanto, quando ti capita di vedere un castello con i merli piatti, sappi che erano guelfi, mentre i merli a coda di rondine erano ghibellini.»
    «Quindi, queste due parole che tanto fanno ammattire i nostri studenti, non sono altro che la trasposizione in italiano dei due ducati svevi di Weiblingen e Welfen?»
    «Svevi eravamo solo noi, i Welfen erano originari della Baviera. Buffo, non trovi?»
    «Eccome! Ma cos'è accaduto al tuo amico nonché segretario Pier delle Vigne per essere imprigionato?» chiedo cambiando discorso.
    Lo vedo scurirsi in volto e i suoi occhi diventano due fessure sottili. A quanto pare, il ricordo gli fa ancora male e questo lo rende infinitamente umano.
    «Tradimento. Io ho sempre spinto per l'onestà innanzitutto e ho cercato io in primis di essere sempre onesto. Piero, come ho mio malgrado scoperto, aveva rubato nelle casse del Regno e questo non l'ho potuto perdonare.»
    «Ha preferito suicidarsi.»
    «Sai, una volta le prigioni non erano come quelle di oggi. Oggi hai tutti gli agi, hai la possibilità di uscire, addirittura di diventare famoso se sei furbo. All'epoca, le prigioni erano terribili. Buchi nelle segrete, privi di luce, senza giaciglio, senza sedie: solo nuda roccia. E in un buco di due metri quadrati ci dovevi convivere con altri carcerati. Ovviamente non c'erano i servizi igienici, però i topi erano in abbondanza. Ti lascio immaginare per quale motivo il mio amico abbia optato per il suicidio.»
    Rabbrividisco all'orrore e provo a immaginare un carcerato moderno tradotto in un simile posto. Sogghigno e penso che un piccolo assaggio non farebbe poi tanto male.
    «La tua politica è sempre stata avversata dai papi, nonostante tu abbia cercato il bene dell'Italia.»
    «Il mio potere non era ben visto, incuteva paura. Sai, è più facile comandare su un re bigotto che su uno aperto di mentalità. Sono giunto persino a circondare l'Urbe, minacciando il saccheggio, anche se non l'avrei mai fatto, perché Roma era il mio sogno. Ho sempre sperato di unire il Regno all'Impero e porvi come capitale la bellissima Roma.»
    «A Roma sei stato incoronato re di Sicilia e in seguito imperatore.»
    «Oh, sì. Roma, all'epoca, era ancora così bella, così spirituale e così unica nel suo genere che l'ho sempre portata nel cuore, benché i papi mi abbiano sempre tenuto distante.»
    «Ti trovavi in Puglia quando sei morto.»
    «Sì, le Puglie che ho tanto amato. Manfredi, il mio caro e dolce Manfredi, era con me e anche i miei vecchi amici.»
    «Hai rimpianti?»
    Ci pensa un po' e, chinando appena la testa coronata, risponde:
    «Quello di non essere riuscito a far capire il mio amore per l'Italia. In questo, purtroppo, devo dire che Roma si è data la mazzata sui piedi.»
    «Purtroppo. Un sovrano illuminato come te non lo avremmo avuto per altri secoli.» commento con tono amaro.
    «Chissà, se le cose fossero andate diversamente…»
    Esito un attimo, mio malgrado intimorita dinanzi a un uomo simile e mi accorgo che sta per svanire, per ricongiungersi a tutti coloro che sono vissuti prima di noi e d'istinto gli domando:
    «Prima che te ne vada, posso darti un bacio?»
    Sorride divertito ed è lui stesso, ormai evanescente, che si avvicina e mi posa un bacio sulla fronte. Chiudo gli occhi incantata, sapendo già che nessuno crederà mai che il grande Federico II di Svevia mi ha baciato e quando li riapro lui non c'è più.
    Accanto al mio letto, però, è rimasta una bellissima piuma del colore delle castagne.

  • 21 gennaio 2013 alle ore 23:21
    La belva ha sempre sete

    Come comincia: Artemide, era il suo nome, dalla pelle bruna e dagli occhi verde smeraldo come mai si erano veduti prima di allora; aveva poco più di vent’anni, ma il suo corpo focoso, che tanto illuse i suoi uomini, ne dimostrava ben di più seppur pochi ne avesse. Sola, senza una famiglia ne parenti, unica amica la sua bambola di seta, unica balia la padrona del suo corpo; Majide. Majide la trovò ai piedi del colle che sorgeva alle spalle della città, abbandonata dal mondo e dalla sua stessa esistenza e fu così che l’accolse e la educò come fosse figlia sua seppur, costretta dalla fame,  fu messa sul mercato fruttando una grossa fortuna. La sua maestosa bellezza permise loro di vivere nel lusso e nelle comodità più esilaranti suscitando, fin da subito, un interesse maggiore rispetto a quello che Majide si aspettava e, seppur cosciente di ciò che fece, accantonò le colpe e proseguì per la sua strada. Nulla le impedì di proseguire nonostante vedesse crescere nella bambina tanta di quella bellezza e vanità che portò, quest’ultima, ne a vergognarsene ne a tener nascosto tutto il suo ardore di donna, in quanto nessuno mai le aveva insegnato che tanto giusto, poi, non era. Non aveva sogni, non aveva desideri, ne pensieri, ne parole proprie; era divenuta un contenitore vuoto ed il suo unico vessillo era la bellezza. D’intelligenza ne aveva da vendere, di furbizia fin troppa ed il suo corpo teneva testa qualsiasi donna o uomo che osasse sfidarla. Ben presto divenne l’amante dei più grandi simboli maschili della città, richiesta anche dalle loro stesse consorti sia per una candida compagnia estiva, sia come ornamento della casa per ospiti importanti che per giochi erotici singoli o di gruppo. Di uomini innamoratosi perdutamente di lei mai si poterono contare sulle dita di quattro mani, ma di uomini che le carpirono il cuore, ce ne fu uno solo: Hàmid Van Viettens Certain, Capo dello Stato di Whahelia. Hàmid, forte e temerario guerriero della terra desertica, celibe e di bello aspetto, governava lo Stato con fermezza, coraggio e intelligenza e, nell’arte della spada, non era secondo a nessuno. Il loro ennesimo incontro avvenne per un caso fortuito, colpa del destino, o forse erano stati i loro stessi cuori a desiderarsi in modo incessante e disperato. Artemide era stanca di essere desiderata per il sol suo corpo che ormai tutti sapevano, compresa lei, che piaceva, che era perfetto e che nessuno le poteva resistere, e iniziò per la prima volta a desiderare qualcosa di diverso, qualcosa che avrebbe potuto insegnarle cose nuove, sensazioni, riflessioni, passioni mai provate; Hàmid, invece, era stanco della sua solita vita da Capo, di soldato, di guerriero, di assassino e cercava un po’ di quella pace di cui, tutti i suoi sottintendenti, tanto descrivevano e smaniavano di riavere. Un giorno predestinato da Giove, all’argo della città ai confini del deserto Hanuji, sorgeva una fontana in marmo pregiato dove v’era apposto il simbolo della città stessa; una grossa spada in ferro e vetro forgiata dal centenario forgiatore di spade più famoso del tempo,Tributo Kijinastu. Lì, Artemide, vi corse per trovar rifugio da un’ennesima sberla di Majide, infuriatasi per un appuntamento mancato presso la dimora del vecchio Al Kitabute. Era suo solito rifugiarsi lì ogni qualvolta che la matrigna s’infuriava e inveiva contro di lei minacciandola di deturparle il viso, ed era lì che, sola, nella quiete più assoluta, con l’unico spettatore delle sue moine, il deserto, dava sfogo al suo più intimo e silenzioso dolore. Giocava con la sabbia ardente del deserto, creava castelli di sabbia dando vita a storie d’amore, d’avventura, progettava cavalli alati e animali più strambi con la sola sabbia mista all’acqua.  Amava rotolarsi e tuffarsi nella sua amica sabbia che unica riusciva a darle sensazioni tattili diverse e la sua folta e corvina chioma riccia s’impregnava dei granelli, divenendo un tutt’uno col mondo circostante. La fontana le permetteva di lavarsi tranquillamente, lontana sia da occhi indiscreti che dalla stessa Majide che andava alla sua ricerca.
    “Soave creature, chi tu sei? Come puoi permettere ai tuoi sporchi capelli ribelli di tingersi nelle acque sacre di questo simbolo”? Chiese una voce che irruppe il nulla e il silenzio tombale.
    “La tua impudenza non ha limiti,donna”! proferì portandole alla gola la sua tagliente spada. Era Hàmid! Appena rientrato da una gloriosa battaglia svoltasi vicino ai confini del deserto Hanuji .  “I miei capelli saranno sporchi, ma definite sporco il terreno sul quale voi stesso governate? Considerate impudente il mio gesto di purificazione? Allora anche la vostra spada ha commesso un gesto impudente, ed è quello di sfiorare con la sua punta ardente la mia pelle di suddito devoto alla sua terra”! Proferì Artemide, con sguardo minaccioso e di sfida, rivolto al suo signore.
    “Le tue parole sono taglienti come il tuo sguardo, Artemide! Distingui chi tra le persone che ti sfidano, merita il tuo silenzio! Inchinati… è il tuo signore che te lo chiede”!
    “Mai potrei inchinarmi se non al cospetto di colei che mi ha messo al mondo e che mai ho potuto conoscere ne vedere! Voi siete il mio signore, colui che detiene la mia vita, ma non posso inchinarmi a voi che non rispettate le vostre stesse regole”!
    Hàmid aveva avuto a che fare con lei spesse volte, in quanto la sua intelligenza era ciò che a lui premeva avere più del suo stesso corpo di donna. Per questo fu considerato fautore della fine della sua stessa dinastia, in quanto mai nessuna donna osò entrare nel suo letto e nessuna riuscì a portar in grembo un figlio suo.
    “Il mio regno non cadrà, almeno per ora! Mio fratello tiene duro e vuole a tutti i costi distruggermi. Tu questo lo sai, vero”? Disse mentre lavava la sua bella spada nelle acque della fontana.
    “Il signor Jikajin è furbo, ma ciò non basta ad abbattervi! Il suo difetto è la superbia e la voglia sfrenata di possedere sempre più terre… Da lontano riesce a tenervi testa, ma lui è la vostra ombra... vi teme perché voi siete più potente e non parlo del vostro esercito o della vostra capacità combattiva, ma la vostra forza d’animo! Voi non avete bisogno di nessuno per portare a termine gli obbiettivi che vi ponete... lui invece ha bisogno di tutti”.
    Hàmid alzò il capo, lo rivolse verso la donna, poggiò la spada e poi proferì;
    “Tu lo conosci bene, vero? Il suo letto è da te molto frequentato... e non chiedermi come faccia a saperlo... ti ammazzerei solo per questo, sei una traditrice”!
    “Non tradirei mai il mio signore. Ciò che rendo al Signor Jikajin non è altro che il mio corpo...  non vendo informazioni e lo sapete meglio di me! Non sopravvalutate una misera donna di popolo”!
    L’uomo la guardò con disprezzo misto alla voglia di possederla per far da torto al fratello tanto odiato ma tanto amato.
    “Avrei dovuto reciderti quelle labbra impertinenti quando ne ho avuto occasione, Artemide”! “Allora avreste dovuto farlo tutte le volte che mi avete avuta sul vostro cammino, ma mai l’avete fatto... che siate stupido fino a questo punto”?
    “Artemide, la vostra intelligenza mi offende! Ora mi servi e non ho alcun motivo di toglierti di mezzo! E poi non farei mai un torto alla cara Majide che tanto desidera darmi in sposa la sua piccola protetta, ma chi vuole una donna come te? Mi disonorerei con le mie stesse mani. Ora andate via… mi avete innervosito già abbastanza”!
    Artemide socchiuse gli occhi, s’inchinò, voltò le spalle e si diresse verso la sua dimora. Hàmid restò per altre due ore circa accanto alla fontana, seduto, immobile, a riflettere sulla prossima mossa da fare quando d’improvviso, da una roccia sbucò Majide.
    “Eppur sapete quant’è preziosa la mia Artemide! Vi ho uditi prima dopodiché, tornata a farle una bella ramanzina per la discussione di prima, sono ritornata da voi. E’ l’unica che potete prendere in sposa! Metterebbe al mondo figli sani, forti, belli e intelligenti! Colpa mia fu che la misi in questo campo, ma, ahimè! Che potevo mai fare? Morivo di fame e a stento riuscii a farla campare fino all’età di quindici anni! Sapete meglio di me come vanno queste cose”! “Majide! Con che coraggio mi date in sposa una donna non più celibe, che di mestiere fa la puttana, una donna che non riesce a tenere a freno la sua lingua tagliente, una donna di mondo, una donna che tutti conoscono! Io sono una persona che cerca rispetto, un uomo che s’è costruito tutto ciò che ha con solo la forza dei suoi muscoli, col nome di suo padre, Re di Whahelia, nato da madre rispettabile, celibe, illibata, casta e pura? La sua intelligenza mi fa gola, questo è vero, il suo corpo lo bramo, ma il suo cuore… quello già m'appartiene... ma non può essere la mia sposa”!
    Disse portandosi la testa tra le mani ferite e sporche “Mi capirai... Majide... se potessi tornare indietro... ti avrei ammazzata come la tua protetta”! ma mai lo fece, il principe Hàmid. Parole dure furono le sue ma nulla di tutto quello pensava; era un uomo d’onore, godeva del rispetto di tutti, questo si! Ma nessuno poteva fargliene una colpa se non metteva al mondo un figlio, perché una donna l’amava, ma non poteva sposarla… Artemide era figlia di popolo, misera, senza famiglia ne onori e portava con se il marchio del suo peccato: l’essere stata abbandonata. I giorni passarono, le notti anche e Artemide, sempre più sola e chiusa in se stessa, conduceva la sua solita vita entrando e uscendo tra i vari letti con la speranza che qualcuno si accorgesse del suo cuore, dei suoi sentimenti, ma tutto ciò le fu negato. Una notte dal cielo stellato e dall’aria calda, Artemide sgattaiolò giù dal proprio letto, aprì la porta e si fermò sull’uscio a guardare il cielo;
    ”Oggi ci saranno le stelle cadenti... mi manderanno un segno” disse tra sé, dopodiché prese un mantello, lo attaccò intorno all’esile collo ed iniziò a correre verso la solita fontana ai confini del deserto Hanuji. Arrivata alla meta si gettò di sasso tra la sabbia; le sue scure mani sprofondarono in essa come se fosse stata parte di se, la portava al viso come fosse stata acqua, guardava con occhi lucidi il cielo stellato il quale si rifletteva, a sua volta, negli occhi verde smeraldo.
    “Voglio qualcosa di diverso, Giove! Voglio una vita migliore, qualcuno che mi ami! Voglio andar via da qui” gridò in alto spargendo il suo corpo di sabbia con sempre gli occhi rivolti al suo Dio. “Credere negli Dei fa male, Artemide! Puttana ma pure blasfema”! disse il principe Hàmid irrompendo nei sogni della donna.
    “Almeno io ho qualcosa in cui credere, Hàmid! Tu non hai nemmeno quello”! Hàmid, innervositosi della mancanza di rispetto verso il suo nome, le si avvicinò con passo svelto e veloce come una pantera, le strattonò il braccio, la drizzò sulle gambe, la prese per i capelli e portò i suoi occhi verde smeraldo vicino ai propri “Insolente! Perché non riesco a punirti come meriti? Artemide, il tuo nome stesso è blasfemia! Il nome di una Dea... maledetta Majide!”. Artemide tentò più volte di liberarsi dalla sua presa con calci, sberle e parole forti. L’unica e sola sberla che lo colpì, fece scattare la sua ira. La prese e la gettò nella sabbia come un cane morto, le si accovacciò sopra, con una mano le strappò l’abito e il mantello mentre con l’altra le manteneva le braccia nonostante la donna si dimenasse così tanto che si stancò poco dopo. Rimasero lì, in mezzo alla sabbia, fermi, immobili a fissarsi sotto le stelle. Il loro silenzio valse più di mille parole e durò per circa venti minuti;
    “Io ti desidero… desidero te Artemide, in ogni tua forma! Non ho mai osato punirti per le tue parole perché sagge sono! Vali più di quanto sappiano tutti quelli che ti sei portata a letto... vali più di Majide che ha saputo ben carpire in te tale potenzialità per poi arricchirsi, vali più del mio popolo che obbedisce senza dire un cazzo di niente… vali più di me che governo questo stato… diventa mia, Artemide, solo mia!”.
    Gli occhi della donna rimasero a fissare quelli del principe confusi, scalpitanti e nervosi.
    “Non hai sempre detto che le uniche parole che so ben dire, vengono proferite col mio corpo? Non mi hai sempre giudicata per ciò che faccio e per il mio essere stata abbandonata? Hàmid… a quali parole devo dare ascolto? A quelle di sempre o quelle proferite da un povero uomo ubriaco venuto fin qui per guardare le stelle? Il mio Dio mi ha dato un segno… e se ora ho incontrato qui te… vuol dire che sei tu quello che aspettavo”.
    Hàmid, arrabbiatosi nuovamente per le sue taglienti parole, l’ammutolì baciandola in modo violento e ripetuto, dopodiché scoprì i suoi seni ed il suo sesso violentandola. Non si sa se fu violenza o voluto da entrambi, ma quella sera segnò Artemide come nessun uomo l’avesse mai segnata; eppure c’era abituata, era stata con così tanti uomini e donne che ormai non provava nemmeno più il piacere della carne, ma quella notte fu come la prima di tanti anni addietro, se non per dire, la prima volta in assoluto, rubata dallo stesso uomo che in quel momento le aveva rubato il cuore. 
    “Cosa devo fare, amor mio? Se ti sposo mi odieranno tutti… se ti lascio, posso perir io”!
    “Un uomo non deve mai aver paura di ciò che può succedere. Scegliere quello che è meglio per se stessi aiuta a vivere meglio… ma per un principe non v’è scelta che dipenda da se stessi, ma solo dalle esigenze del proprio popolo. Chi nasce di sangue reale non ha nessun diritto su di sè se non il popolo stesso”.
    “La tua indifferenza mi spaventa! Sono stato solo tutto questo tempo, ho bisogno di un aiuto! Non posso decidere sempre da solo… ora ci sei tu con me”!
    “Voi siete un guerriero, mio signore! Ed ogni guerriero porta una parte oscura dentro di se... la vostra belva ha sempre sete, e lo sapete meglio di me! Non v’è pace per voi, io lo so! E nemmeno io posso darvela. Con voi mi sento appagata ma voi non potete sentirvi appagato in me perché nonostante vi sentiate così, arriverà quel momento in cui dovrete correre a dar sfogo alla vostra belva interiore”!
    Hàmid guardò la sua donna con occhi gonfi di lacrime e tristezza, ma al tempo stesso era commosso dalle sue parole; nessuno lo capiva meglio di lei.
    Fù così che si lasciarono... tra parole e pensieri, tra rabbia e rassegnazione.
    Tempo dopo, Hàmid proggettò una strategia per sconfiggere suo fratello nell'ultima e sanguinosa battaglia che restava da fare.
    All'alba di un giorno, le truppe di Hàmid varcarono il confine, distrusse l'eservcito del fratello, uccise uomini e si bagnò del loro sangue. L'invincibile Hàmid, lo cantavano, colui che con un pugno di uomini, distrusse il nemioco in un soffio di vento. 
    Arrivato alla soglia delle stanze del principe Jikajin, vi entrò con una tale calma e serenità, quasi umana in tale situazione.
    Jikajin era seduto al suo trono con accanto lei, Artemide.
    "Mai i miei occhi avrebbero creduto di vederti qui, ora, adesso, al fianco del mio nemico mortale." proferì Hàmid tra rabbia e dolore. 
    Nulla fu per caso; Jikajin aveva voluto lì Artemide, sicuro della sua sconfitta, per uccidere moralmente il fratello odiato.
    "Magari tu adesso mi ucciderai, ma almeno posso dire che anche se vivrai, lo farai morendo, giorno per giorno."
    Jikajin fu barbaramente ucciso da Hàmid; la sua carne fu spappolata, le sue interiore strazziate, la sua testa fatta a pezzi. 
    Completamente ricoperto di sangue, Hàmid s'inginocchiò ai piedi di Artemide, con lo sguardo rivolto verso il basso.
    "Le parole di mio fratello sono vere... Mi hai amato tradendomi ogni giorno. E io ti amavo ammazzando continuamente."
    "Il destino di una schiava non muta, lo sai meglio di me. Sei riuscito nel tuo obbiettivo e senza nessuno, amore mio. Non sarò qui a chiedere clemenza. Ora tu mi ucciderai, e io potrò essere libera."
    Lo scocco di un bacio. La lama di una spada perfora la pelle candida, dritta nella gola.
    A penzoloni, la testa di Artemide oscillava delicatamente sul capo di Hàmid.
    Agl'occhi di tutti, la stirpe dei Certain si sarebbe spenta definitavemente con la morte di Hàmid tempo dopo; si lasciò logare nel profondo, si consumò, si sviscerò di dolore e dsperazione.
    Ma chi poteva sapere, se non Majide, che la stirpe reale non era morta del tutto? 
    Prima di morire, Artemide partorì nel buio silenzioso l'unico erede di Hàmid; Cain Van Viettens Certain.

  • 21 gennaio 2013 alle ore 22:32
    Cain Van Viettens Certain

    Come comincia: ”Pregai l‘infinito di donarmi qualcosa che potesse allietare le pesanti pene di cui tanto m’ero macchiato, di cui il peso mi stramazzava al suolo premendo contro il petto la catena del mio destino di guerriero... la morte. La trascino insieme a me come un cane che viene portato a spasso pronto ad azzannarti ad una minima distrazione; la stringo forte per evitare che il mio bastardino fugga via avvinghiandosi alla gamba di qualche innocente; la strattono per far placare la sua sete facendolo cibare di carni putrefatte, morte, essiccate. Si ciba della mia rabbia, dei miei peccati, dei dolori, delle ferite fisiche e del sangue che verso ad ogni battaglia. Ed ora voi, una donna che mai osai desiderare più della stessa guerra, mi chiedete di trovar pace? No… tale parola per me non esiste, ne ora ne mai… Il mio nome è già macchiato di sangue come le mie e le vostre mani, donna... Credetemi se vi dico che voi siete stata la mia unica consolazione… Ed ora, all’alba di ciò, chiedetemi se ho paura.. perché è questa la mia guerra..”

                                                                                                                               Cain Van Viettens Certain

  • 21 gennaio 2013 alle ore 10:55
    Un calcio alla vita...

    Come comincia: Mentre scrivo mi accorgo di non possedere alcun paracadute di idee. Non so ancora dove andrò a parare. Planare. A sbattere accidentalmente. Spero solo che le mie ossa siano pronte per una acuta resistenza. Non so ancora se mai pigerò “invio” per lanciare segnali di fumo in questo minuscolo sito web da caffè letterario. Per reclamare la mia esistenza. Per dire che non sono sparito. Che non sono svanito nel nulla. E’ che tutto gira storto. Come sempre. All’incontrario.
    Sono qui. Fermo. In trepida attesa. “Aphorism” mi guarda insospettito. E io sono pronto come non mai a macchiare queste pagine colorate di sabbia. Queste pagine lucide e lisce, come dopo un passaggio di cera. Sono pronto come non mai, per una nuova mistura. Carico come un treno merci percorro binari fatiscenti su rotaie rumorose. Sono un convoglio, diretto in un deposito di pensieri e parole. Mescolo le sensazioni nel buio della pancia, in un groviglio di stazioni secondarie. Sperdute. Abbandonate. Dimenticate. E’ da qui che parto per cercare quel fluido d’umor clandestino che mi riempie di brio ed ebbrezza.. Porto con me uno strumento scordato, un fiore e un quadro vuoto quasi a voler prefigurare un dipinto nuovo. Un affresco di vita.
    Mi ritrovo seduto per terra. Quasi sdraiato. Tra il ciglio di strada e il buio dell’ombra. Buio su buio. Ombra su ombra. Onda su onda. Piede nudo su petalo di rosa. Seme e parole. E poi suono. Musica. Note ribelli. Melodie provenzali. Gioie d’altri tempi….e segreti da portare come pesi. Come macigni. Che genuflessi corrodono cuore e  cervello. Lancio piccoli strali d’autore come lame fendenti, che diventano, a forza di combattere, oggetti contundenti.  Spighe. Appuntite e profumate …Ah si!! Le mie parole…le mie note….i miei piccoli sorrisi e canzoni…E poi quella forza d’urto..quel volo senza ali, per mete inesplorate, sconosciute. Lì, nascosti, assiepati e maleodoranti, nei bassifondi consumati di periferia, nei sobborghi più accesi…colorati di underground, dipinti ad olio d’inchiostro sui muri, come schegge d’autore….in quel viaggio bellicoso tra mare e poeta….quel maledetto miele di color rosso vermiglio…liquido e gioioso . Come veleno e rimedio del male.

    Mi cibo di sangue e di vino. Di fiori e di rose. Di petali e di spine. A si le spine! Mi piacciono le spine ! Mi piacciono i racconti di vita nella profondità d’essere, e lì che riesco a trovare l’ebbrezza. La forza. Il vigore. Il primo sale creativo.
    E per questo che continuo a sciorinare parole, d’amore e di rabbia. E voi direte che conservo nello spirito un pò di sangue apollineo che mi anima il cuore, che mi aiuta a regalare gentilezze d’autore. E lo faccio con severità e con rigorosità. E lo faccio perché questo è il modo migliore per sconfiggere la pesantezza del tempo. Che ti inghiotte, senza masticare acido. E in un sol boccone. Che t’infesta con i suoi orari quotidiani scanditi dall’appuntamento dei passi. Sempre uguali. Rituali. A volte roboanti. Ma sempre ammaestrati e mansueti. Rotanti, come le lancette dell’orologio. Nell’artificio ricorrente di vita. Una splendida routine di plastica che avvolge e segna il volto di rughe. Nessun problema, siamo abituati a sfidare la natura.  E allora si corre a comprare un cosmetico nutriente per la pelle. Per il nostro viso. Non ci importa se veniamo segnati dentro. Se a volte ci manca l’aria. Dobbiamo assecondare la vita che ci scorre come una slavina. Tanto siamo sempre pronti a gioire anche di fronte a schermi piatti. E si! D’altronde ci pensa la Tv a cullarci dolcemente. Direi che presa a piccole dosi è proprio un vero tranquillante.
    Eppure questa volta sono deciso. Resto immobile, di fronte a questo sfacelo. E mi godo con vomito premeditato i girotondi e i sit-in nelle piazze. Di gente senza testa e senza stazza. Di movimenti stantii che vanno e vengono. Sempre variopinti. Colorati. A volte di viola, a volte di verde e a volte di arancio. E poi i palcoscenici da regalare alle Tv, con le tute nere e i caschi blu che giocano a farsi la guerra. E poi i burattini, le marionette e gli scambisti di professione. In divisa o in borghese. Nessuna distinzione, tutti simili. Un paese di maiali, non più nostrani ma europei. E mentre un mare forza nove preannuncia tempesta. Guerra. Che poi a ben vedere è il motore delle istituzioni. La guerra è insita nelle leggi, negli ordinamenti, nelle costituzioni degli Stati. Tutto nasce storicamente da un bombardamento, da un saccheggio e da un incendio di città. Patti, accordi, principi che nascondono odio, sangue e vendetta.
    Siamo in fondo all’oceano, imbarchiamo acqua e un branco di squali tigre ci ruotano attorno. Siamo cibo prelibato, non dimenticatelo. Siamo “polli d’allevamento”, pronti ad essere spennacchiati. Abbiamo un salario? Ancora! Una casa? Forse! E una famiglia. E dei servizi sempre più squallidi e fatiscenti. Da comprare. Con meno soldi. E a peso d’oro.
    E niente più libri, inghiottiti dai falò. E niente più farmaci. E strade divelte. E ferrovie ricoperte d’ortica selvatica. E ponti disegnati su formato A3 e A4,  per far defluire da sotto fiumi di denaro..
    Ripugno e non solo questo ma molto di più! E lo faccio con amore apollineo se questo è quel che volete. E lo faccio ogni qual volta scruto merda che diventa pietra, lanciata alle nostre spalle. Sulla nostra testa.
    E allora la mia tenerezza apollinea lascia spazio all’ebbrezza dionisiaca. Se non si è pronti per le piazza allora prendo tempo, agisco da me. Prendo a calci la ragione. Prendo a calci la vita. E lo faccio per smuovere le coscienze ammansite. E lo faccio con rigore. Anzi no! Con sana punizione.
    Ed e lì che lo vidi e, nonostante la stanchezza del tempo trascorso, lo puntai. Danzava beatamente tra i fili della sua ragnatela. Era sicuro, sorridente, mi ghignava. Era come quel misero e ignaro industriale, sdraiato, beatamente sul panfilo a mare, mentre la sua azienda crollava, inghiottita da cumuli di carta straccia. Era ben ancorato in quell’incrocio dei pali di una lurida porta di calcio. In un paese dove il tempo s’è perduto, appoggiato su una incontaminata collina calabrese. Quel ragno cominciava a starmi sulle scatole. Quei primi due colpi non l’avevano per niente scalfito. Nel mio vedere nebbioso per l’accumulo fin lì di stanchezza, i miei occhi me lo facevano odiare. Cominciavo a non sopportare più vederlo rilassato su quell’amaca di ragnatela. Sembrava che suonasse un violino. Convinto che mai nessuno lo avrebbe spazzato via. Interrotto. Rotto.
    Eppure al 87° di gioco, quando mancavano solo 3 minuti alla fine della partita, ho fatto centro, anzi angolo. Finalmente l’ho centrato in pieno. Spodestato. Stava gioiendo troppo per i miei gusti. E lo faceva con ghigno autoritario, sbeffeggiando quelle 22 misere formiche in campo che fino ad allora gli avevano provocato poco sussulto. Diciamo quasi per niente. E’ così l’ho appiccicato alla rete della porta dopo averlo dolcemente accompagnato col pallone. Questa volta ho disegnato la traiettoria col compasso. E non c’è stato niente da fare per il povero ragno.  Adesso mi fa tenerezza vederlo lì in fondo alla rete per perdita di consistenza. Senza casa e fissa dimora. E poco ossigeno per animarlo. Per renderlo di nuovo partecipe alla vita. Spero che si levi in fretta e reagisca al più presto. Al tempo tiranno non piace l’attesa.  Non serve spargere lacrime o farsi cullare,  o commiserare come un tenero e becero fannullone. C’è rimasta poca gente che può farlo. Ma quella gente  è priva di idee. E’ priva di tempo. Ed ora si trova altrove in cerca di un misero lunario.
    Ora alzati è combatti il tuo tempo! Ho provato a ferirti e l’ho fatto esultando con i miei compagni di gioco. L’ho fatto solo per smuoverti, per non farti vivere nella calma apparente. Nella tua solitaria piattezza. Lo so che vivevi beatamente e tutto quello che ti succedeva attorno, ti succedeva di sotto, non ti interessava per niente. Però adesso che un istinto di vita si è ribellato a te, non puoi subirlo così: fermo, immobile, fino in fondo. Devi cominciare a costruirti di nuovo. Lo devi alla tua vita. E a quella dei tuoi figli. Nati da questa misera terra. E lo devi fare con lotta e con amore. E lo devi fare con amore e rabbia. Semplicemente svegliando i tuoi sensi. Magari ricominciando a sentire il rumore della piazza . Che è profumo di vita. Il nuovo ordine economico politico e sociale, richiede un prezzo. Da pagare. La nuova dittatura Europea segue di pari passo il tramonto dell’occidente. E non fa altro che governare in modo sconsiderato ciò che ha creato. Solo barbarie.

  • 18 gennaio 2013 alle ore 16:08
    Onestà per amore

    Come comincia: Domani, quando riceverai questa lettera, amore, io sarò lontano Non ti lascio il mio indirizzo perché non desidero ricevere risposta. Quando avrai letto questo scritto, comprenderai il mio comportamento, e che  l’unica mia colpa è quella di amarti troppo. Il desiderio di costruirmi una vita con una donna bella, dolce  e graziosa quale tu sei, io non credo sia possibile. Ho guardato nella piega più intima del mio cuore ed ho compreso che l’amore che tu provi per me, non posso e non devo ricambiarlo. Io ti ho mentito, ti ho mentito per paura di perderti. E le menzogne sono state come le ciliegie: una tira l’altra. Ora provo solo vergogna e un gran peso sul cuore.
    Sono sposato anche se non vivo più con mia moglie e ho un figlio che amo moltissimo.
    Sì è vero, dopo che mia moglie  mi abbandonato, non ho mai incontrato una  donna la cui grazia mi ha tanto affascinato, nessuna la cui sensibilità mi è sembrata più profonda e più sincera.  Mi hai colpito al  cuore. Sembravo un innamorato che chiedeva all’amore lo stesso oblio che il dolore chiede all’ignobile atto dell’alcol,  e quello che c’è di più nobile in lui, la disperazione lo trascina a degradarsi. E ti ho mentito. Niente di quello che ti ho detto è vero se non, che ti amo. Più di una volta mi ero promesso di essere un uomo sincero e di dirti la verità, ma non ne ho avuto il coraggio.
    Vigliacco ? Sì, sono stato vigliacco, vigliacco per amore ma pur sempre vigliacco. Ho ceduto alla gioia dell’amore e alle sue lusinghe. Tu mi hai dato tutto il tuo cuore, io ti ho dato il mio. Ora sono sincero e te lo dimostra la mia decisione. Potrai anche non credermi, credere invece  che io mi comporti ancora da vigliacco perché lascio allo scritto il compito di dirti la verità.  Guardarti, ascoltarti mi farebbe venire meno ogni briciolo di volontà e ti mentirei ancora. No, non voglio più farlo. So di spezzarti il cuore, ma se puoi, perdonami. Me ne vado dunque, amore mio (perdonami se ti chiamo ancore “amore, ma non posso farne a meno), ad  espiare le mie colpe in solitudine. Ma se tu  credi che l’amore, il tuo amore può perdonare puoi mettere quest’annuncio sul nostro quotidiano “Cuore, la tua micia t’ama ancora”.  Mi precipiterò da te. Se tacerai, io continuerò ad amarti  in silenzio.

  • 18 gennaio 2013 alle ore 14:13
    Nella borsetta della mamma

    Come comincia:

    Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c'è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma: ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.

    Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch'io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa.

    I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei. Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip...

    Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all'interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà.

    Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.

  • 18 gennaio 2013 alle ore 2:03
    Spazio Bianco

    Come comincia: Bianca, una pagina con il mio nome.
    Una pagina bianca dove col pensiero tingo le parole nell'inchiostro della mente... e scrivo. 
    Parole che scorrono dolci sul bianco, colori, emozioni, realtà. Cosa cercano gl'occhi quando si fondono con l'acqua del crtistallino bacino del mondo? Chiudo gl'occhi per scrivere. Punti. Rlessioni. Intrepido come un bacio, dolce il sapore, cerco, poi sfuggo, e col pensiero la mia anima è legata. Un fugace sfioro di labbra e via insieme al vento. L'anima baciata e catturata, come un'aquila vorace che verso il cielo spinge. Le labra rosse si concedono tale visione incorporea e si congedano con il dolce dell'amaro.
    La mia pagina è ancora bianca, e l'inchiostro è finito. 

  • 15 gennaio 2013 alle ore 19:27
    No Smoking

    Come comincia: E’ la prima volta che ci lavoro in questo bar. Sto preparando un caffè, io lo so fare bene il caffè, sono qui da poche ore e già sono bravo. Io sono uno preciso, ma proprio per questo, mi posso pure distrarre un po’. Tra un paio di giorni farò i cocktails ballando come nei film. Vedo un uomo brutto, uno proprio brutto che entra come una scheggia. Ha la sigaretta accesa e lì c’è tanto di cartello No smoking bello dritto. Credi che nessuno ti vede, brutto stronzo, ma io ti vedo, hai una cicca in bocca.
    - Non si fuma qui! - gliel’ho detto a voce troppo bassa, troppo piano. Lo dovevo gridare. Vabbè, fa niente. Lui non mi sente e si fionda come un bufalo nel corridoio del bagno. Non lo vedo più, resto dietro il bancone. Dovrei andare a controllare, a dirgli qualcosa, ma meglio lasciar stare, non si sa mai come va a finire con ‘sti matti.  E’ davvero un uomo brutto, spero solo che non spenga la sigaretta sul pavimento appena lavato, lindo e pulito. Mi riconcentro sul caffè, la manopola, guardo verso la vetrina. La tipa si lamenta, balbetta qualcosa da sola. Mi sa che quello stronzo entrando di corsa ha spinto la ragazza seduta vicino alla vetrina. Quel cesso stava tracannando avidamente e senza alcuna grazia un’enorme birra. La birra le è finita quasi tutta sulla gonna, nel bicchiere ne resta solo un sorso. Esce dal corridoio del cesso un tipo grosso, uno di quelli che hanno l’aria da duro. Dice che il pazzo con la sigaretta l’ha spinto. E’ incazzato. Nero. E’ un metallaro. Hanno proprio l’aria di quelli che la sanno lunga questi metallari da bar.  Un’aria che mi fa pensare che se con uno così ci fai a botte, finisce che ti randella per bene, prima di sbatterti fuori a calci nel culo. Si mette male per lo stronzo della sigaretta. Si mette proprio male e il tipo grosso annuncia a tutto il locale: - lo aspetto fuori e lo massacro di botte quel coglione! - E’ proprio un duro, penso, mentre lui si sposta verso la vetrina per parlare alla ragazza con la birra rovesciata sulla gonna. – Ha spinto pure te? Dio caro! Lo ammazzo appena esce! – continua, ma io torno al lavoro; che se la sbrighino loro, meglio stare tranquilli il primo giorno.
    Il ciccione vuole attaccare bottone con me. Io sorseggio lentamente la birra e guardo quell’imbranato del nuovo barista che litiga con la macchina del caffè. Questa palla di lardo mi fissa le gambe, stacca il cartello No Smoking che stava tutto storto sul gancio e me lo sventola, il cartello, sotto il naso. - Glielo faccio ingoiare - ripete alitandomi negli occhi vodka, Amaro del Capo e credo tramezzino tonno e cipolla. Non penso che davvero voglia farglielo ingoiare, il cartello, vuole ovviamente fare colpo su di me. Sono molto bella oggi.
    - Posso darti un fazzoletto? –
    - Sono solo due gocce non ti preoccupare - gli rispondo.
    Riprendo a sorseggiare delicatamente la birra, sono sensuale come sempre. Mi piace restare seduta nei bar a bere in modo seduttivo. Mi piace attirare gli sconosciuti più strambi e sentire cosa hanno da dire. Stare a vedere come si rendono ridicoli. Il bicchiere è ancora mezzo pieno, per fortuna di birra ne era caduta poca. Penso che, dopotutto, quello scostumato con la sigaretta non è stato così violento nello sbattermi. Il grassone intanto continua a parlare. - Gli strappo il cuore a morsi - dice. E’ un bambinone caciarone, pure un po’ noioso, mi distraggo e mi guardo intorno. Il barista ha incastrato la manopola della macchina del caffè. La prende a pugni, si sbatte e fa cadere un bicchiere vuoto lasciato sul bancone, è un imbranato. Poi guardo verso il bagno. L’uomo con la sigaretta, è il primo della fila, ma si agita, fuma nervosamente. E’ il primo, ma non gli basta, vuole tutto e subito, è smanioso, vuole entrare, tirarlo fuori. Le vene sul collo pompano sangue, inizia a innervosirsi sul serio. Prende a calci la porta, è animalesco, con le braccia sbatte sempre più forte, le vene dei muscoli sono tese, pompano e lui colpisce, colpisce sempre più duro.
    - Esci! Capito? Esci! Ci sono io, tu devi uscire! Capito ? - .
    Dritto in faccia, un pugno teso e codardo, venuto fuori vigliaccamente dalla porta aperta in ubbidienza al suo comando. Esce una nana orrida, alta uno e cinquanta o qualche tacco in meno forse. E’ vestita di giallo, ha un naso enorme, un’espressione da casalinga cornuta. Passa sopra l’uomo che è rimasto steso a terra. Lui è quasi esanime tra la fanghiglia puzzolente che c’è sempre nella toilette di questo bar. Mi viene da soccorrerlo, ma meglio aspettare un po’, ci sono gli altri della fila che lo stanno tirando su. La troietta intanto si avvicina allo specchio e civetta si sistema i capelli come se niente fosse. Sembrano una stoppa gialla. Con la stessa mano con cui ha steso il ragazzo, ripone un astuccio di ferro nella borsetta pacchiana. Lo avrà colpito con quello, che viscida puttana!
    Arriva dal bagno, è una regina, si sfiora i capelli morbidi, si siede qui al bancone. Mi ordina da bere. - Liscia? - Dico io. Lei annuisce e sorride.
    - Arriva subito una vodka liscia - .
    Raccolgo ancora i cocci di un bicchiere che si era rotto e lei è qui, bellissima, di fronte a me, ora. E’ splendida, sinuosa, slanciata, biondissima, ha capelli morbidi e lucenti ed è vestita di giallo, sexy da morire ma lieve ed elegante.  Verso da bere alla mia Uma Thurman, la mia Kill Bill. Al suo grazioso nasino sono appiccicati alcuni granellini impercettibili di polvere bianca, lei tira su. Crede che nessuno li vede, ma io li vedo e non dico nulla. Faccio l’indifferente, guardo verso la vetrina. C’è il tipo grosso che ha fatto colpo sulla ragazza con la birra. Lei lo ascolta con attenzione, ma guarda verso di qua. Quel cesso sta squadrando la mia Kill Bill seduta dinanzi a me. E’ invidiosa di lei, forse le piaccio pure io. Poi la racchia con la birra si accorge che la guardo e sfugge con gli occhi. Ora guarda con ribrezzo l’uomo con la sigaretta mentre lo portano fuori quasi a braccetto dal bagno. Deve essersi sentito male, è un poveraccio. Io intanto ammicco al mio angelo biondo e le passo il bicchiere ma mi accorgo del cartello. Il cartello No Smoking. E’ storto. Io odio i cartelli storti. Odio i cartelli, i quadri, i manifesti storti, mi fanno schizzare, è una cosa che mi fa schizzare, non ci posso fare niente. - Scusami un attimo - dico a quest’angelo che mi è apparso davanti, e poi chiedo cortesemente al metallaro - Mi puoi raddrizzare il cartello per favore? -.
    - E’ stato il coglione della sigaretta - mi dice il tipo grosso e poi lo raddrizza subito con un gesto deciso. E’ proprio un duro ma anche un brav’uomo questo tipo grosso. Lo raddrizza con cura quasi maniacale, sembra ansioso, nel farlo si appoggia sulle mie cosce accavallate, urta la mia birra. Non ne cade un goccio stavolta. Il Ciccione ora se ne sta zitto per un po’, mi lascia in pace per qualche istante. Così mi accorgo che la nana brutta ha attaccato bottone con quello sfigato del barista. Che orribile coppia.
    - Che lavoro fai? - le dico e risponde con dolcezza. Ora ho la mia sexy Kill Bill vestita di giallo, la mia Uma Thurman seduta davanti a me. Lei lavora in ospedale, è un’infermiera. La mia sexy infermiera. Mi guardo intorno per un istante e sento come un piccolo moto di felicità, anzi di serenità. Penso che mi piace questo lavoro: per essere la prima volta che lo faccio tutto fila liscio. Il cartello è dritto, la gente beve tranquilla, pure il tipo con la cicca, brutto come la morte, si è ripreso, il bagno è pulito e la fila  scorre fluente e ordinata. Ma non c’è proprio verso, il bambinone caciarone, riprende a parlarmi, a dire cretinate; comincio a essere un po’ brilla così decido di liberarmi di lui e gli dico – Certo che è proprio bello il ragazzo che è entrato con la sigaretta, mica come te!- . Gliel’ho fatta, che faccione deluso che ha adesso. Mi scrive il suo cellulare sul tovagliolino, la chiamerò dopo, quando chiudo. Trattengo l’emozione mentre scrive, Uma, la mia Uma, non devo fissarla così e guardo il metallaro ed è molto, molto vicino alla tipa. Mi sa che pure lui stanotte si farà una bella scopata.

  • 15 gennaio 2013 alle ore 18:00
    Atalanta e Ippomene o dell'amore agonistico

    Come comincia: Se vuoi cogliere un fiore
    non temere lo spino.
    (Renzo Pezzani – Belverde)

    C’era una volta, nell’antica Grecia, una bella e attraente ragazza di nome Atalanta, figlia di Scheneo, re di Sciro. Già da bambina, Atalanta aveva manifestato di essere predisposta alla corsa perché possedeva delle qualità motorie eccezionali e, per questo, il padre l’aveva spronata ad esercitarsi, ricredendosi in seguito. Il territorio circostante si prestava molto bene all’allenamento perché era prevalentemente collinare e, a tratti, montuoso. Era dotata di ottimo equilibrio e di un’inconsueta coordinazione dei movimenti corporei, che derivavano sia dall’apparato scheletrico slanciato che dall’eccezionale apparato muscolare. E la sua esuberanza atletica proveniva dalla funzionalità coordinata della velocità motoria del sistema nervoso con quella di contrazione del sistema muscolare. Tutto ciò dipendeva, oltre che dalle potenzialità fisiologiche e da quelle meccaniche del suo corpo, anche dalle sue doti psicologiche. La fanciulla, infatti, oltre a possedere una gittata cardiaca molto bassa per l’allenamento continuo che abbassava la frequenza cardiaca, riusciva a controllare ottimamente le sue emozioni, a cui si univa un’innata capacità di concentrazione. Atalanta seguiva, anche, una dieta alimentare molto equilibrata e usava decotti e infusi, ambedue rigeneranti e rilassanti. Ogni sera, infatti, era solita prepararsi una tisana di semi di finocchio, di anice, di aneto e di cumino che la preservava da quel senso di pesantezza che una cattiva digestione le potrebbe potuto causare. E, di tanto in tanto, si preparava un decotto di radice di tarassaco e di liquirizia, di foglie di carciofo e di semi di cardo mariano che le disintossicavano il fegato e che le permettevano una mente lucida e fresca. Il suo profilo corporeo era grazioso ma, nello stesso tempo, appariva robusto, slanciato e aerodinamico. Dal suo animo, in perfetta sintonia con il corpo, derivava tenacia, costanza, forza di volontà, pazienza e tanto amore per se stessa.
    Sulla linea di partenza, Atalanta, dopo aver trovato la migliore posizione di contatto dei piedi con il terreno, si chinava poggiando un ginocchio per terra, poi alzava il bacino più in alto rispetto alle spalle poggiandosi sulle braccia che dritte si sostenevano sulla punta delle dita delle mani e, al via, scattava in avanti come una saetta, fino al traguardo, con velocità costante. Era insuperabile nella corsa.

    Per gareggiare con lei, i concorrenti dovevano scriversi nei termini previsti e sottostare a determinate regole. Non potevano, infatti, parteciparvi donne sposate, durante la gara non si poteva uccidere l’avversario o intimidirlo, non potevano corrompersi i giudici o protestare pubblicamente contro la loro sentenza.
    Atalanta aveva partecipato da giovanissima alle gare di corsa, sempre nuda, ed era diventata una campionessa vincendo sempre i suoi avversari con un forte distacco al traguardo. Per questo, le era stata eretta una statua e scritto in segno di gloria un epinicio, anche se era stata sempre premiata, com’era di consueto, con un’esile corona ricavata da un ramoscello di ulivo, che la faceva sentire una dea. E questo la colmava di orgoglio.
    Atalanta, ogni volta nell’attesa di gareggiare, si allenava tutti i giorni precedenti, pensando soltanto di tenersi in forma e di superare sempre se stessa. Voleva continuare a vincere, diventando invincibile. Era bella e meravigliosamente seducente con quel suo corpo atletico e armonico, per questo rivelandosi desiderata dagli uomini, dei quali a lei non importava niente. Vano risultò, infatti, per il padre, quando la vide diventare donna, il desiderio di vederla sposa soprattutto per un erede al trono, dato che non aveva figli maschi.

    Ella sapeva, infatti, che sposandosi avrebbe dovuto rinunciare per sempre alla corsa e a tutte le vittorie che avrebbe potuto conseguire. Spesso l’educazione infantile, portata in modo esasperato all’esaltazione del corpo e alla magnificazione della mente, trasforma il bisogno di cercare il senso della vita in quello di vivere unicamente per i piaceri derivanti dall’amor proprio e dalla sopraffazione degli altri.
    Atalanta amava moltissimo correre e non voleva rinunciarvi per nessuna cosa al mondo. Accettò, tuttavia, la proposta del padre, non volendogli recare dispiacere, ad una condizione crudele e disumana: il pretendente che non vince la corsa deve morire! Questa condizione nasceva dal fatto che Atalanta voleva dissuadere chiunque a chiedere la sua mano e poi non voleva perdere il significato essenziale della sua esistenza, quello per il quale era stata educata sin da bambina: correre e vincere nella corsa sempre ed evitare che il concorrente avesse secondi fini. Chi l’avesse, inoltre, affrontata nella corsa, consapevole del pericolo cui andava incontro, avrebbe dimostrato di essere veramente innamorato di lei.
    Ad un’obiezione del padre su questa nefasta condizione, lei aveva risposto:
    - O padre, cos’altro c’è di più bello nella vita oltre all’amore e alla morte?
    Era una formidabile atleta, unica, insuperabile. Non aveva altro pensiero, se non quello di correre e di vincere, la ragazza. I suoi pensieri erano volti, durante la notte prima di addormentarsi, sempre su quanto e su come avesse dovuto correre durante l’allenamento. Una cosa soltanto la distraeva, però, dalla corsa, l’oro. L’attrazione incontrollata dai gioielli dorati. Ne aveva una collezione tale da fare invidia al museo più grande al mondo. Andava alla ricerca d’oggetti d’oro di qualunque forma e d’ogni grandezza. Atalanta per questa sua debolezza, a tavola, era solita bere in calici d’oro e mangiava nei piatti d’oro.

    Non appena si sparse la voce che il re Scheneo dava in sposa la figlia, gli si presentarono tre giovani atleti provenienti dalla vicina Attica, uno più bello dell’altro, Alcatoo, Echione e Ifito, che ne chiedevano contemporaneamente la mano. Il padre, contento che la notizia si fosse sparsa nella regione così velocemente, disse loro la condizione cui dovevano sottostare. Dovevano gareggiare singolarmente nella corsa con la figlia e, in caso di sconfitta, il perdente sarebbe stato buttato vivo da un alto dirupo, in prossimità della città di Sciro. I giovani atleti, rimasti attoniti per la condizione, rifletterono e solo uno di loro, Echione, attratto dall’avvenente bellezza di Atalanta, decise di gareggiare. Si allenò giorno dopo giorno, per trenta giorni. Al trentunesimo giorno si presentò al campo di gara dove già c’era Atalanta pronta e in perfetta forma. Al suono di un colpo di gong partirono, ma per Echione non ci fu niente da fare. Atalanta superò il traguardo quando ancora il concorrente doveva fare altri dieci salti. Il povero atleta raggiunto il traguardo, consapevole che doveva morire, svenne ma quando rinvenne si trovò già buttato giù dall’alta rupe, ivi trasportato dalle guardie.
    Questa vittoria di Atalanta fu traumatica per tutti gli altri giovani che, colpiti dalla bellezza divina di Atalanta, avevano pensato di gareggiare, ma in seguito al nefasto risultato preferirono desistere. L’eco sull’imbattibilità di Atalanta e sulla morte di Echione si sparsero per tutta la Beozia e per tutte le isole dell’Egeo in pochissimo tempo. Echione era conosciuto da tutti come un grande corridore e la sua sconfitta significava che Atalanta era veramente imbattibile. Per questo tutti i potenziali giovani contendenti rinunciarono dal chiedere la mano di Atalanta che, per questo, era destinata a rimanere vergine e zitella. Ciò, ovviamente, costituì per il padre grande sconforto e notevole afflizione.

    Dopo qualche tempo, quando questo evento funesto era già stato dimenticato, si presentò un altro pretendente di nome Alceo, proveniente dalla vicina isola d’Eubea. Il giovane si era invaghito della giovane donna, se ne era innamorato a tal punto che non riuscì a desistere e ne chiese la mano. Purtroppo anche per lui la sconfitta fu letale. La stessa sorte capitò ad altri che, provenienti da altre regioni, inconsapevoli dei precedenti eventi fatali, si erano presentati ed avevano perduto prima la gara poi la vita. Dapprima toccò ad Euripilo della Focide, poi a Sinone della Tessaglia, infine a Protesilao della Magna Grecia.

    Qualche anno dopo, si era invaghito di Atalanta presente come spettatrice ai giochi di Olimpia, anche un altro giovane atleta di nome Ippomene, campione per il pentathlon, una competizione complessa che comprendeva la corsa, il salto, il lancio del giavellotto, il lancio del disco e la lotta. Ippomene era insuperabile in tutte le prove meno che in quella della corsa. Durante una pausa, nei cinque giorni dei giochi, incontrando per caso la bella Atalanta fu colpito istintivamente dalla sua bellezza e cercò di corteggiarla. La fanciulla si svincolò dalle insidie amorose dell’audace Ippomene che, una volta avvicinandosi a lei, le sussurrò: - Assomigli ad una dea, o bellissima Atalanta, il tuo corpo è perfetto nella forma e nei lineamenti, il tuo corpo è bello.
    La fanciulla, che era la prima volta che si sentiva fare un complimento del genere, ebbe un sussulto.
    Ippomene, continuò poi nel suo corteggiamento: - Ascoltami, fanciulla, odi le parole suggerite dal mio cuore che desidera con tanta voglia un tuo sorriso. Non appena ti ho vista le mie membra si sono sciolte. La tua meravigliosa immagine mi ha sconvolto l’animo. Appena ti ho guardata, non sono riuscito più parlare come se la lingua mi si fosse atrofizzata, e in un attimo un calore sottile s’è propagato sotto la pelle per tutto il corpo, la vista mi si è offuscata, un sudore inspiegabile ha bagnato le mie membra ed un tremore mi ha avvinto.
    Al sentire queste parole, Atalanta, accennando un effimero sorriso rivolto al suo corteggiatore, rimase distaccata anche se il suo cuore restò scosso, e rispose con voce tremula, stentando un controllo dell’emozione: - Intraprendente Ippomene, io ti ringrazio dei complimenti che mi fai e sono dispiaciuta per il tuo stato d’animo che arde d’amore per me. A me l’unica cosa che interessa è la corsa e vincere. Gli uomini non mi interessano. Tu non mi interessi!

    Ippomene dispiaciuto della risposta, tuttavia, non si diede per vinto, e decise a giochi ultimati di sfidarla nella corsa. Era consapevole del rischio di affrontarla. Sarebbe andato a morte sicura, ma era altrettanto certo che lui voleva quella fanciulla a tutti i costi, quindi doveva giocare d’astuzia. Pensò continuamente ad una strategia ma non ne trovò alcuna. Indagò su quali potevano essere i punti deboli o i vizi di Atalanta. Non ne trovò alcuno ad eccezione del fatto che la fanciulla era attratta dall’oro. Questo fatto gli risultò insignificante in un primo momento, ma poi un sogno propiziatorio gli rivelò che avrebbe potuto sfidare l’imbattibile vergine e come avrebbe dovuto agire per conseguire la vittoria. Non appena i giochi olimpici furono ultimati, Ippomene si recò a Sciro, si presentò al re per chiedergli in sposa la figlia. Quel giorno era presente anche Atalanta che, nel vedere quel giovane, ricordandosi delle effusioni amorose che le aveva esternato ad Olimpia, da un dolce e leggero tremito fu percorsa in tutto il corpo come se avesse ricevuto una lieve scossa elettrica. Anch’ella, in effetti, si era invaghita del giovane e per questo cercò, alla presenza del padre, di dissuaderlo dal partecipare alla gara, a non avventurarsi ad una competizione che gli avrebbe procurato morte sicura. Lui era un bel giovane, aveva vinto la gara olimpica del pentathlon, era dunque un eroe e non poteva permettersi di perdere la vita inutilmente. C’erano tante belle donne, anche più belle di lei, cui poteva chiedere la mano e nessuna si sarebbe negata. Ippomene non si fece convincere, era innamorato di lei a tal punto da sfidare la morte, tanto non valeva la pena vivere senza di lei. Ciò scosse l’animo di Atalanta che, per un momento, diede l’impressione di voler ritirare quella condizione disumana, che aveva già fatto molte vittime tra i giovani greci. Dopo un attimo di smarrimento, tuttavia, la ragione l’ebbe vinta sul sentimento, come sempre. Mantenne ferma dunque l’esecrabile e infame condizione! Nel giorno stabilito, Ippomene si presentò alla gara con una borsa appesa a tracolla. Quando i due atleti si posero sulla linea di partenza, Atalanta si incuriosì nel vedere quella bisaccia e suggerì all’atleta di togliersela perché quel peso in più lo avrebbe rallentato. Ippomene non le diede ascolto e assunse la posizione di partenza. In quella bisaccia nascondeva tre pomi d’oro, che si era fatto fabbricare facendo fondere tutti gli oggetti d’oro che possedeva. Era presente tanta gente perché era la prima volta che un giovane aveva avuto il coraggio di sfidare Atalanta dopo tanti morti. Gli spettatori facevano il tifo per il coraggioso Ippomene in quanto ormai non sopportavano la tracotanza e l’alterigia di Atalanta e perché volevano che lei diventasse la loro regina, dato che Scheneo, ormai vecchio, malato e decrepito, non riusciva più a governare. Al gong, i due saettarono verso il traguardo: Ippomene era veloce ma Atalanta lo superava. Purtroppo era più veloce di lui. Già a metà percorso Atalanta lo aveva distanziato di parecchio. A quel punto Ippomene, infilò, correndo, una mano nella bisaccia, prese un pomo e lo lanciò innanzi ad Atalanta, la quale vedendo il luccichio dorato si fermò a raccoglierlo e, in quell’attimo, Ippomene la raggiunse. La folla incominciò ad urlare e a saltellare sugli spalti per la contentezza. Niente da fare. Subito dopo, infatti, Atalanta era di nuovo in testa: un silenzio assoluto dominò subitaneamente il campo di gara. Il giovane, allora, prese dalla borsa un altro pomo d’oro e lo lanciò ancora una volta dinnanzi alla fanciulla che nel raccoglierlo perse un altro attimo prezioso che permise ad Ippomene di passare in vantaggio. La folla, un’altra volta entrò in delirio, applaudendo il giovane che doveva vincere a tutti i costi. I due correvano veloci, erano quasi sulla stessa linea con un leggero vantaggio di Atalanta ed il traguardo era vicino. Solo un miracolo poteva salvare Ippomene, che prese l’ultimo pomo d’oro dalla borsa e lo lanciò. Grazie alla debolezza di Atalanta, in quell’attimo in cui la fanciulla si chinò a raccogliere il pomo, permise a Ippomene di vincere la gara superando il traguardo anticipando di un soffio Atalanta. La folla esultò per la gioia ed acclamò Ippomene, finalmente il primo vincitore su Atalanta. È vero che aveva vinto con l’astuzia, ma aveva vinto per amore. Per amore aveva vinto sull’amor proprio e sull’orgoglio di Atalanta. E cosa non si fa per amore? La vittoria consentì a Ippomene ovviamente di continuare a vivere e di avere in sposa la sua amata e tanto desiderata campionessa.
    Ippomene, sfruttando una debolezza dell’amata, aveva vinto facendo trionfare l’amore, e aveva trasformato l’orgoglio, l'amor proprio e il gusto di sopraffazione di Atalanta, nel vero amore e nel rispetto degli uomini.

  • 15 gennaio 2013 alle ore 11:28
    La fata di ferro - Prima puntata

    Come comincia: C’era una volta una giovane principessa, il suo nome era Alba
    Un giorno il re e la regina, suoi genitori, decisero che il piccolo reame che il buon Dio aveva riservato loro, era troppo angusto e che, il denaro, per una coppia reale, non basta mai. Oltre il bosco, lontano lontano, esistevano altri reami … tutti più ricchi, più sontuosi e più alla moda.In quei luoghi, di sicuro, avrebbero potuto valorizzare la loro nobile schiatta, intrattenere rapporti e amicizie con famiglie importanti che avrebbero addotto prestigio alla propria e per finire, magari, avrebbero potuto trovare quella fonte, che tutti cerchiamo … ma che infine nessuno riesce a trovare: la Fonte dell’eterna giovinezza.
    Come si sa, dall’altra parte di un bosco tenebroso, si può trovare di tutto, forse è per questo che ognuno intraprende lo stesso viaggio. E così fecero i bagagli e partirono, insieme alle persone care e alla principessa Alba, la loro diletta figliola. Dopo un po’ il viaggio si dimostrò faticoso e pieno di insidie.
    I boschi sono sempre misteriosi ed intricati: di giorno sono pieni di illusioni, ma di notte possono essere popolati di fantasmi e spettri. Le illusioni spingono i coraggiosi viandanti a superare le ardue prove che li aspettano mentre i fantasmi li spaventano, facendogli così perdere l’orientamento e la sicurezza in se stessi.Impressionata da tante peripezie inattese, la regina si preoccupò per la giovane principessa. Allora ricordò, che tanto tempo prima, aveva conosciuto una fata, molto speciale, che abitava nel bosco della vita.Non che si fidasse ciecamente di lei ma, in fondo, si sa che le fate, come i satiri e le sirene, sono frutto delle nostre speranze e della nostra fantasia.
    Però il bosco è insidioso e confonde il viandante e la paura, spesso, fa compiere scelte frettolose.Allora la regina chiamò a se la piccola Alba e le disse:- Tesoro mio, il nostro viaggio è più complicato di quanto ci augurassimo ma, ormai, lo vedi tu stessa, tutt’intorno a noi le piante si sono trasformate n un groviglio inestricabile e i sentieri sono sempre più insidiosi. Siamo partiti dai declivi e ora siamo circondati da orridi e burroni. La luce, non filtra pi, gioiosa dalle alte fronde verdeggianti, ma lascia il posto solo al buio, umido e freddo.Non voglio che tu soffra per le nostre difficoltà; nel bosco ci sono mille sentieri, molti sono sbagliati e altri non portano da nessuna parte … uno solo conduce alla strada maestra e attraversandolo tutto rivedremo la luce del sole. -La principessa pendeva dalle labbra della sua mamma, anche perché, essendo giovane, non si rendeva conto dei pericoli e delle insidie a cui poteva andare incontro.Per la ragazza la felicità era stare insieme alla sua mamma e al suo papà … il suo mondo finiva lì. Quella era l’unica misura della sua gioia … ma i ragazzi, lo sappiamo tutti, non capiscono niente.Allora la regina continuò il suo discorso:- Faremo così! Mentre noi cerchiamo di uscire da questa situazione, tu ci attenderai a casa di una fata che ho conosciuto tanto tempo fa, una vecchia amica, insomma. Ricordo ancora dove inizia la stradina che porta a casa sua, vieni! – e prendendola per mano la condusse in una radura, non troppo lontana.- Ecco – disse la regina e indicò col dito un vialetto incantevole – guarda attentamente! Quello è il sentiero che porta alla sua casa. Non ti puoi sbagliare, perché all’ingresso c’è quell’insegna infissa sul palo, la vedi? –Alba aguzzò la vista ed effettivamente vide un paletto sul bordo della via, con un piccolo cartello fatto con la corteccia di un albero secolare.La principessina annuì e la regina continuò:- Ecco vai pure da lei e affidati alla sua ospitalità. Ogni tanto ci ritroveremo qui, fino a quando non avremo trovato la nostra strada. –Si baciarono e si abbracciarono e Alba, non senza un’ombra di paura, vide la sua mamma che si perdeva tra le fronde.Il suo sconforto durò solo un attimo … poi, con la curiosità tipica dei ragazzi, si affrettò lungo il sentiero indicato dall’antico cartello.Sul legno si leggeva a stento un epigramma che il tempo aveva scolorito:
    “ Qui abita la Fata di Ferro.
    Lei ama tutti e nessuno.
    Lei sfida la vita, ma la teme
    Quando gioisce … poi fa male
    Non è una vera Fata,ma neppure sa essere una Strega. ”
    Le lettere, sbiadite, un tempo vergate con il colore del sangue arrugginito, fecero un certo effetto sulla piccola principessa ma visto che non le poteva capire, decise di incamminarsi per quel sentiero che, ad ogni passo, si arricchiva di fiori, colori e profumi di Guerlain.

    1
    E questa è Nicòle! Visto? Te lo avevo detto che non era più una bambina … il tempo passa in fretta, accidenti! – la mamma della ragazza sorrise a Flora, la vecchia amica.– Su Nicòle, stringi la mano a Flora, presentati come si deve. Dai! – la donna incalzava la figlia, ci teneva a far bella figura, a ostentare la figliola, come un trofeo, da mostrare a tutti, per rimarcare quanto era in gamba e fortunata.Nicòle sbuffò sbarazzina e mimò un inchino teatrale, poi stemperò tutta la scena con un sorriso:- Piacere! – disse rapidamente - Scusa ma, mia mamma, mi farebbe sfilare come al circo, se potesse.- Certo! - disse sua madre prendendola in giro – Perché solo in un circo sfilano le scimmie come te! –Flora rise divertita:– Non c’è che dire – cominciò – non potevate essere più “diversamente” uguali. –Strinse la piccola mano della ragazza, squadrandola da testa a piedi:- Ha ragione tua mamma. Sei veramente bellissima … come scimmietta, intendo! – e risero di gusto tutt’e tre.Poi Nicòle e sua madre seguirono Flora all’interno della villetta, in periferia, ma collegata benissimo al centro città.- Vi preparo un bel tè: lo gradite? Oppure una cioccolata … non so, scegliete voi stesse e non fate complimenti. –La cucina faceva parte di una sala ricavata in un unico grande ambiente, che ospitava una zona divani e un grande tavolo da pranzo. Sul fondo, davanti a un ampia vetrata, una lunga banchina di legno di noce, faceva da separé alla zona cucina, che era bellissima. Tutta rivestita in tozzetti di ceramica dieci per dieci. Una sequenza infinita di sfumature di colore che andava dal giallo al marroncino e trasmettevano un senso di calore.La casa di Flora era molto accogliente ed estremamente pulita.Erano anni che le due donne non si incontravano e la madre di Nicòle si gustò quei momenti.- Se me lo avesse predetto un’indovina, non ci avrei creduto … così lontane da casa ... per poi ritrovarci qui. Sono proprio contenta! –Mentre Franca, la madre di Nicòle era vivace, a volte quasi aggressiva, Flora aveva un carattere allegro, ma parlava di meno.Era una di quelle persone che ti danno sicurezza: un sorriso quieto accompagnava ogni suo gesto e guardarla preparare il te era rilassante, così come tutto l’ambiente che si era creata intorno.
    A Nicòle piacque subito quella figura di donna matura e prosperosa … con i seni generosi che premevano sotto quel camice, solare e sottile, che indossava per la casa.- Nicòle, preferisci della cioccolata calda? – chiese Flora con la sua voce carezzevole e la ragazza non seppe resistere:- Oh, si, per favore … è molto più buona del te, la ringrazio. – rispose, mentre ispezionava la casa con lo sguardo.- Dammi pure del tu, Nicòle – disse Flora - non sono mica vecchierella come la tua mamma … ! – rise, sgranando quei suoi denti piccoli e bianchi che sembravano perline. Franca protestò, bonariamente.- Vieni Nicòle, forse ho qualcosa per te. Dovrebbe piacerti più delle nostre chiacchiere … - e le fece strada verso la zona living dove un grosso televisore, era posizionato su un tavolino, zeppo di film in DVD.- Qui dovresti trovare qualcosa di adatto a te, la figlia di mio fratello lascia in giro un sacco di questi film … sono quelli che piacciono alle ragazze. –- Uaho! – esclamò estasiata, lei, scartabellando tra le custodie di plastica – ma questo è l’ultimo di Brad Pitt … Per favore!!! - guardò Flora, cercando di fare la migliore interpretazione di “occhi da cerbiatto” mai eseguita – Posso guardarlo? -Flora dovette fare uno sforzo su se stessa, per non restare immobile e godersi quegli stupendi occhioni languidi che la fissavano.
    Sbrigativamente replicò:- Ah, cara mia, per me Brad Pitt te lo puoi anche sposare, non guardo mai film moderni, quindi … –- Nicòle! Tra breve torniamo a casa! – urlò Franca, in direzione del salotto dove la figlia si era già impossessata della TV. Con la maestria tipica dei giovani, aveva già effettuato tutte le manovre per far partire il film sul grande schermo piatto.– Dobbiamo rientrare di corsa. – poi rivolta a Flora – Sai cara non stavo nella pelle dalla voglia di rivederti, ma siamo appena arrivati … figurati che a casa ho ancora gli operai che montano i mobili, e Lunedì dobbiamo già prendere servizio.Non sto qui a raccontarti che casotto possa esserci a casa mia! -
    Intanto, Flora, incurante del tornado che scatenava sempre Franca, continuò con metodo le sue operazioni: servì un buon tè per entrambe sul tavolo della cucina e poi raggiunse Nicòle, con una tazza di cioccolata fumante e un piatto di biscotti fatti in casa ... che sparirono, rapidamente, dal vassoio.
    Franca intanto era già in piedi, scattata come una molla:- Dai, sono curiosa di vedere la tua casa! – disse la donna, mentre col mento indicava la ragazza, che, ignara, si era lasciata rapire dalle immagini del suo “bel tenebroso”.Flora capì, e con il suo tè tra le mani, fece strada all’amica per le scale che portavano al piano superiore.Di sopra c’erano due camere e un secondo bagno molto comodo e spazioso.- Ma è carinissima: che bella! – disse la signora Franca – e … queste mattonelle: deliziose … Ti spiace se approfitto? -- Ma scherzi? – disse l’ospite guardando Franca che, rapidamente, si abbassò pantaloni e collant, per urinare.– Vengono dall’Italia … - disse Flora, indicando le mattonelle - Vietri sul Mare, per la precisione … i listoni sono tutti decorati a mano, uno per uno. Piacciono tanto anche a me … hanno i colori forti che si vedono solo nei posti in cui il sole è splendente. –
    Mentre si dava una controllata davanti al grosso specchio ovale, incassato nell’intonaco e circondato da una cornice anche essa in ceramica, Franca divenne più confidenziale nei toni e raccontò rapidamente le sue ultime peripezie all'amica.Era un momento di sbandamento totale … suo marito, il padre di Nicòle, era stato trasferito in fretta da una città all'altra.La stessa Franca, per fortuna, aveva trovato impiego grazie a un collega di lui.Un lavoro da cassiera, anche se spesso le sarebbe toccato svolgere il turno serale. Ma non si lamentava, dopotutto l'importante era aver trovato un lavoro.
    Lui aveva altri due figli, frutto del primo matrimonio, ma erano grandi … anch'essi si erano trasferiti per necessità, ma presto si sarebbero organizzati per andare a vivere a Parigi, dove frequentavano l'università.
    Flora, la seguiva quieta, sorbendo il tè cercando di non perdersi in quelle descrizioni frettolose … l’amica le aveva accennato qualcosa riguardo a un certo “aiuto” su cui contava, stava ad ascoltare attentamente, per capire dove “la Franca” sarebbe andata a parare.Alla fine, la mamma di Nicòle, chiedeva che, nei pomeriggi in cui lei era al lavoro o impegnata, la ragazza potesse stare da Flora.Il suo problema non era solo pratico: tutta la famiglia stava attraversando un momento di confusione e lei cercava di fare del suo meglio per tenere tranquilla la ragazza, al sicuro.I figli maggiori erano frastornati dal trasferimento ed erano diventanti intrattabili.Il suo matrimonio si stava sgretolando per colpa di una relazione del marito con una collega di lavoro.La stessa Franca, venuta a conoscenza di ciò, da oltre un anno era depressa e cercava a sua volta qualcosa di diverso dall’amore coniugale, che ormai le veniva rifiutato.
    Vecchi problemi irrisolti si erano insinuati in seno alla famiglia ed ora stavano minando tutti i rapporto.- La piccola è agitata e nervosa – continuò la signora Franca – e la nostra famiglia è talmente scombinata che, noi stessi, siamo incerti sulle scelte da compiere … - la fissò. – ecco: vorrei affidarti Nicòle, per il doposcuola, affinché tu possa insegnarle la lingua e aiutarla a passare questo momento, piuttosto turbolento. Naturalmente sarai adeguatamente retribuita... è ovvio! Sai non me la sento di affidarla a un’estranea e in un paese che non conosce … per lei sarebbe solo un ulteriore trauma e francamente vorrei evitarle altro strapazzo. –
    Flora la interruppe, alzando decisa una mano:- Alt, tesoro mio! – intervenne – Non è una questione di soldi... figurati … ma ciò che mi chiedi è una grande responsabilità. Cosa ti fa credere, poi, che le maioliche italiane e la cucina in veranda, rappresentino il paradiso? – la squadrò quasi offesa: - Anche io ho una mia vita, sai? Il fatto che vivo da sola non vuol dire che non ho “nessuno” ma, soprattutto, anche io ho i miei problemi … purtroppo. – e il suo viso si ammantò di una delicata tristezza.I loro occhi si incrociarono … Flora sorrise, vedendo lo sguardo sparuto di Franca, sembrava lei la bambina confusa, adesso.
    - Oh, insomma – disse infine risoluta – e va bene!Facciamo una settimana di prova, ok? – Franca annuì, aveva la stessa aria di un cane che scodinzola.– Però voglio sapere con precisione i giorni in cui la ragazza verrà da me. Io posso riceverla dalle tre. Non prima. Sono impegnata col lavoro e altro … e la sera, a casa, alle venti!Domenica prossima ti farò sapere se voglio e posso prendermi l’impegno di fare da baby sitter a ... a una “bambona” più alta di me! – le sorrise, ammiccando.
    Si accordarono su un compenso forfettario per le spese, ma non era certo quello il problema che sarebbe potuto sorgere tra loro.
    Quella sera, da sola nel lettone, Flora, ad occhi chiusi, tornò con la mente alle impressioni che le aveva suscitato l’incontro con la giovane Nicòle.Le forme acerbe, i seni piccoli e, di certo duri come il marmo... e, a questo punto, i suoi pensieri si illanguidirono, immaginando il fiore acerbo, che la giovane custodiva …avrebbe pagato per poterlo almeno ammirare, proprio in quel preciso istante, ma non poteva che restare un sogno.I suoi pensieri, però, diventavano sempre più lascivi, nonostante i suoi sforzi per distogliere la mente.Allora, le immagini, che in quel momento creava con la fantasia, si confusero con i ricordi del passato.Il volto della giovane si confuse con quello della madre, quando era giovane e fresca: la rivide, mentre abbassava la testa dai capelli fluenti, mentre lei che si tuffava sul suo corpo, odoroso di puro piacere.
    La lingua di Franca la cercava, allora, insaziabile.
    Ricordò tutte le volte in cui, ella stessa, aveva ricambiato quell’esasperante frugare con la bocca, negli spazi segreti dell’altra.Il corpo, sognato, di Franca giovane, nell’eccitazione che si era impadronita di Flora, si confondeva con quella di un’altra, una donna sconosciuta, dai contorni indefiniti ... illuminata da una luce che le arrivava di spalle, occultandone i lineamenti del viso.
    Poco dopo, però, fresca, fresca come fosse rorida di rugiada, appariva l'innocente visione di Nicòle.
    Ansando e grondando la donna raggiunse un piacere languido e intenso, che invece di appagarla, la turbò e la lasciò sul letto, piena di rinnovata sete.
    2
    La Fata di Ferro aveva una casa che solo nel mondo delle fiabe, era possibile immaginare.La giovane principessa si era presentata a Lei, armata solo della sua innocenza … della sua voglia di vivere e dei suoi timori.
    Aveva vissuto tra gli echi del bosco con la forza della paura.Aveva sentito su di se, il peso dell’indifferenza: ora, tutto questo, si contrapponeva all’ambiente fiabesco che l’attendeva.Era stata accolta come la più bella delle principesse.Le miscele di cacao più esclusive, arrivavano da ogni parte del mondo per confezionare le sue cioccolate, mentre biscotti, marzapane e miele non mancavano mai, all’ora della merenda.
    La Fata di Ferro era intransigente: prima di tutto i compiti.
    Ma, come per incanto, anche quelle ore, passavano spensierate: era bello studiare se il premio era un sorriso della fata, faceva del suo meglio per collezionare buoni voti, pur di non interrompere quel connubio felice.
    La Fata di Ferro si dimostrò, per lei, la migliore delle amiche.Bellissima, grande, prosperosa … indossava sempre vestiti colorati e sgargianti: un vero e proprio inno alla gioia.Aveva mille abiti, tutti troppo corti per nascondere le sue grosse gambe, burrose; tutti troppo stretti per contenere, accuratamente, i seni gonfi o le natiche tonde, che sembravano formare il sedere di una micia, mollemente ingrossato da una gravidanza.Nella casa della Fata tutto era a sua disposizione e lei non doveva far altro che essere felice.L’aiutava nelle sue scelte, condivideva le sue idee, la consigliava di volta in volta, con l’esperienza che aveva accumulato negli anni, Alba non trovava mai da obiettare ai suoi pareri sussurrati ... anzi. Potremmo dire, piuttosto, che pendeva dalle sue labbra.Ma la cosa più importante è che la Fata del Ferro le donava tutta la sua attenzione, incondizionatamente.Nulla in quelle ore era più importante della principessa.Il centro dell’universo per la Fata di Ferro era Alba e tutto ciò che lei diceva era importante, unico e prezioso.Stava in famiglia con piacere ma il mondo delle Fiabe l’attendeva, quotidianamente, e non vedeva l'ora di poter ritornare in quella casa, alla fine del sentiero, tra le buganvillee e gli oleandri: colorati e velenosi.
    Ogni giorno la principessina si sentiva più grande e più forte, ogni giorno correva verso nuove esperienze. Celato nel suo cuore di piccola peccatrice, aveva anche un segreto, inconfessabile ma sublime: una delle cose che l’attraeva della Fata era il suo corpo; sarebbe rimasta ore a rimirarlo.Già quell’unico incantamento sarebbe bastato a rendere quelle visite improcrastinabili.Lei era bellissima e, per la gioia di Alba, molto distratta.Quando sedevano al tavolino delle ghiottonerie, spesso accavallava le lunghe e grandi gambe, senza curarsi del camice che si alzava e che, salendo … andava sempre più su ad ogni movimento della giunonica fata, mettendo in mostra le calze … sempre diverse ... sempre di nuovi colori.Quelle che le piacevano di più erano le nere.Le calze nere sembravano sempre di una misura più piccola, la seta era tesa sulla pelle, rendendola appetitosa, mentre lo sguardo, ipnotizzato da quella visione, cercava il punto dove il nero deciso dell’orlo merlettato, liberava, con uno sbuffo lievissimo, la carne rosea e chiara della Fata di Ferro.
    Anche quando lei si sedeva su un basso puff, sgranocchiando cannellini e lacrime d’amore, era facile che Alba riuscisse a carpire un’immagine delle sue mutandine, schiacciate tra le cosce.La fata si sedeva lì, poi andava e veniva per sfaccendare; lo faceva per non rubare spazio ad Alba a cui, da principessa qual’era, aveva riservato il posto d’onore sul divano.Ad Alba non dispiaceva nemmeno il suo gironzolare per casa alla ricerca di un granello di polvere vigliacco o di uno dei tanti oggetti che, in quella casa fatata, avevano la strana tendenza a cadere negli angoli più nascosti.
    Da quando aveva scoperto che la fata, per ritrovare gli oggetti, si metteva carponi mostrandole inavvertitamente il fondoschiena oppure le poppe gloriose, Alba, pur essendo affettuosa e servizievole, non si offriva mai spontaneamente come volontaria “nel cercare”, ma lasciava che la donna facesse tutto il lavoro da sola.
    La fata aveva infinita pazienza e nulla chiedeva alla sua preziosa ospite.Per fortuna, tutti i rossori e le vampate peccaminose della giovanetta passavano inosservati, tant’è che una volta, fattasi coraggio, Alba dal gabinetto chiamò la fata con una scusa e si fece trovare seduta sul vaso, con le sottili gambe dischiuse.
    Ma la Fata di Ferro non disse niente e niente notò, chiusa nella sua “casta” indifferenza.
    Al contrario la principessa, per la vergogna sopravvenuta dopo l’eccitazione, non volle tornare da lei per due giorni.Ma il terzo giorno la fata chiamò … e tutto riprese come prima.

    Flora credeva di impazzire, tanto la situazione era diventata insostenibile.Nonostante le promesse fatte a se stessa e alla madre di Nicòle, la presenza della ragazza era diventata troppo intrigante e opprimente per lei.Il piacere che provava a sentirsi osservata di nascosto da quella piccola troia le rimescolava il sangue nelle vene e appena la vedeva o la pensava, si ritrovava eccitata.Dal primo istante in cui Nicòle giungeva a casa, la parte più recondita di lei, iniziava a grondare di piacere.
    Desiderava l’orgasmo per ore, mentre le sue guance avvampavano e i suoi seni sudavano.La voleva! Voleva sfogare sul suo corpo delicato quell’infinito desiderio …Il primo giorno che Nicòle disertò le lezioni, Flora respirò e dopo settimane di stress riprese il controllo sulla sua vita e sulla sua casa.
    Era una piccola despota ... una piccola canaglia … quella sua principessa!Il secondo giorno si immalinconì. Le mancava. Voleva essere tiranneggiata ancora da quella impertinente spiona … le mancavano i suoi occhioni che le fissavano le cosce.
    E si che Nicòle aveva davvero esagerato … farsi trovare nuda sul gabinetto, ancora bagnata.
    Pensieri deliziosi l’avevano attraversata, come correnti galvaniche.Ma dooveva comportarsi da donna una adulta e responsabile. Doveva resistere!
    Quella sera si decise e chiamò un suo amico, per dare sfogo al vulcano della sua libidine. Ma l'uomo era già impegnato; il fatto che lui non potesse raggiungerla, la rese ancora più furiosa.Si frugò nell’intimo, meccanicamente, sul suo letto, ma il piacere la rese ancora più eccitata e incapace di vincere il desiderio di Nicòle.
    La sera del terzo giorno la fece finita … telefonò.- Ero certa che ti avesse avvisato – diceva Franca, perplessa – i giovani di oggi non hanno più nessun rispetto! -- No, lasciala stare, sono ragazzi, magari qui da me si annoia … purtroppo non ho vicini con ragazzi della sua età. La capisco … poverina! – la giustificò Flora.- Aspetta adesso te la chiamo, vediamo come si sente … - poi Flora trepidante e impacciata udì le voci lontane di Nicòle e della madre:“ Ma che ti salta in mente? Perché non hai avvertito Flora che stavi male?” diceva la madre alla figlia e questa di rimando “ Uffa, ma io non stavo bene, pensavo che glielo avessi detto tu …” E la mamma “Sei una gran maleducata … adesso vai al telefono e scusati …” seguirono altre parole che non fu in grado di sentire.
    Dopo poco arrivò Nicòle alla cornetta: - Scusa! – esordì.- E di cosa, tesoro mio, mi dispiace se sei stata poco bene … - disse raggiante Flora – ma adesso come stai? –- Sto bene – continuò laconica Nicòle. Poi si sentì confabulare … - dice mamma: se non disturbo, posso continuare a venire da te? –Flora non seppe dissimulare la gioia che le procurarono quelle poche parole, così con la voce rotta dalla trepidazione disse:- Lo sai, Nicòle, ormai questa è casa tua … devi decidere tu, se vuoi … vedermi ancora. –- Si. Voglio venirci ancora … - disse la giovane.Il giorno dopo, quando entrò nella casa, un profumo fragrante di torta di mele e di cannella la pervase.
    Flora le venne incontro e si abbracciarono senza parlare.
    Da allora però, la donna non si sedette più sul puff, ma sul divano … di fianco a Nicòle.

    Fine della prima puntata

  • 13 gennaio 2013 alle ore 10:43
    La leggenda della Befana

    Come comincia: C’era una volta una vecchia signora che viveva tutta sola nei pressi di Betlemme.
    Quella donna non era mai stata particolarmente bella, nemmeno in gioventù, e poiché aveva anche un carattere scontroso e diffidente, finì che nessuno la richiese mai in moglie. E neppure lei se ne angustiava troppo, dopotutto era molto contenta di stare da sola.
    Mentre da giovane aveva evitato accuratamente di avere bambini per casa, sia figli che nipoti, più passavano gli anni e più sentiva la mancanza di un frugoletto che le trotterellasse tra i piedi, ma ormai, era vecchia e curva, e non avrebbe neppure avuto la forza di badare a un bambino.
    La vecchietta aveva sempre lavorato e, vivendo da sola, aveva, nel tempo, accumulato una piccola fortuna, che teneva nascosto nella stalla, in un vecchio sacco di tela, per evitare che i ladri si portassero via il suo gruzzoletto.
    Una fredda notte di Dicembre la vecchia signora non riusciva a prendere sonno, si girava e si rigirava nel letto, non trovando pace.
    Alla fine si rese conto che probabilmente non riusciva ad addormentarsi perchè di fuori la notte era assai chiara ... molto più di quelle notti in cui c’è la luna piena.
    Incuriosita, la vecchina si avvolse in uno scialle e socchiuse l’uscio per guardare fuori.
    Incredibile a dirsi: nel cielo, non troppo lontano dalla sua casa, brillava una grandissima stella, anzi era una cometa, e si portava dietro una scia luccicante come una pioggia di diamanti.
    Affascinata dalla luce, la vecchia stava quasi per uscire nel cortile della casa, quando vide due figuri che attraversavano la strada, avvolti in neri mantelli.
    Subito si rintanò di nuovo nella sua casetta sapendo che la notte si possono fare tanti brutti incontri ma, mentre rientrava, non poté fare a meno di notare che i due indossavano, sotto il mantello, l’armatura dei soldati.
    Passando veloci davanti alla casa udì uno che diceva all’altro:
    - Ecco, probabilmente è quella la stella che il re ci ha detto di cercare! –
    - Presto allora – disse il suo compare – corriamo ad avvertire Erode ... e poi accada quel che accada; l’importante è che saremo ricompensati per la nostra spiata! –
    Pur non sapendo di cosa parlassero i due sicari, la vecchina ebbe un brivido che le attraversò tutte le ossa e decise subito di andarsi a rintanare sotto le coperte.
    Mentre stava per calare il pesante chiavistello della porta, la vecchia udì altre voci che provenivano dalla strada.
    “Che fossero ancora le spie del re?” si chiese, ma dalla strada una voce bonaria, con accento straniero, strillava:
    - Ehi, di casa, aprite per favore: ci siamo perduti e veniamo da lontano. –
    La vecchietta spiò, per vedere chi altri viaggiasse in quella notte così particolare e, con grande sorpresa, vide davanti al suo cortile tre signori riccamente vestiti. Avevano al seguito, tre stallieri, che si occupavano dei loro cammelli riccamente bardati.
    Guardando meglio si rese conto che i tre personaggi avevano la corona di re e la cosa la lasciò inebetita.
    Allora si fece coraggio: non capita tutti i giorni di avere ben tre re fuori di casa, aprì una finestra e si affacciò, con la lanterna tra le mani.
    - Chi è? – chiese la vecchia ai pellegrini.
    E loro riposero:
    - Noi siamo i re Magi, veniamo dall’Oriente per salutare la nascita del Re dei re! –
    disse uno che si chiamava Gaspare.
    - Portiamo doni e saggezza a questo meraviglioso bambino. - aggiunse un altro re che si chiamava Melchiorre.
    - Aiutateci a trovarlo, accompagnateci per favore, perchè abbiamo paura di confonderci e sbagliare la strada – disse poi il terzo, che si chiamava Baldassarre.
    La vecchia ci meditò sopra e si ricordò delle guardie cattive che aveva visto poco prima, poi pensò anche che le rincresceva uscire di notte col freddo ... e per cosa poi?
    Per andare a vedere un marmocchio, magari piangente, che le avrebbe rotto i timpani.
    Non aveva mai avuto bambini intorno, fino ad allora, e non avrebbe cominciato certo quella notte.
    - No, miei signori, io di casa non posso uscire, - disse - però la strada per il paese è quella, non vi potete sbagliare – e indicò ai Magi la via da seguire.
    - Là, troverete l’albergo del paese e anche una capanna, dove alloggiano i più poveri, quando le stanze sono tutte piene. Andatevene in pace per la vostra strada e buona notte! –
    E subito chiuse il chiavistello, rientrando in casa.
    Mentre si convinceva di aver fatto la cosa migliore, la donna fu presa però dallo sconforto.
    “Che cosa ho fatto” pensava “ finalmente dopo una vita arida e senza figli mi si presenta l’occasione di fare del bene a un bambino. Ed io? Io mi chiudo dentro casa, nascosta dietro il mio egoismo?”
    E mentre pensava queste cose, la vecchietta, in fretta e furia, prese dalla casa le cose più belle e più buone che aveva, i dolciumi più prelibati e qualche ninnolo dai mobili della credenza.
    Scappò fuori e gridò, con quanto fiato aveva in gola:
    - Aspettate, aspettate, gentili re dell’ Oriente, portatemi con voi ... vi servirò e vi indicherò facilmente la strada! –
    Ma fuori dalla casa tutto era silenzio.
    La vecchia, pentita e addolorata, si lanciò per la strada ma per quanto camminasse, per quanto si orientasse, quella notte sembrava che il mondo fosse cambiato e per quanta strada facessero i suoi piedi, pareva che non arrivasse mai da nessuna parte.
    All’alba, fiacca e disperata, sedette su una pietra, con le lacrime agli occhi.
    Gettò uno sguardo triste alla sua cesta piena di doni, ormai inutili, e capì che non sarebbero mai arrivati a destinazione.
    Pian piano, se ne ritornò verso casa e, quando arrivò, la osservò con la tristezza nel cuore.
    La vecchia signora posò la cesta su una panca, rendendosi conto di aver perso per sempre l’occasione, di vedere quel bambino così speciale.
    Non si era mai sentita così inutile e sola.

    Poi... e poi successe di tutto, in quella terra lontana.
    Un re cattivo fece strage di bambini, mentre un bambino buono scampò alla strage, divenne il Re dei re e cambiò il mondo, tanto profondamente che, ancora oggi, tutti lo ricordano col nome di Gesù.

    E la vecchina, direte voi?
    Beh... la vecchina ebbe una sorpresa e neppure lei fu mai più dimenticata, perchè una notte, mentre gironzolava per il suo cortile, disperata e senza niente di meglio da fare, si ricordò del suo sacco pieno di monete.
    Non che la cosa le interessasse più niente, però, per scrupolo, andò a controllare e sapete che cosa trovò?
    Il sacco era ancora là, nel buio della stalla ma al suo interno non c’erano più inutili monete ma giocattoli, dolciumi, caramelle, bamboline, sonagli e trombette.
    La vecchia per un attimo non capì e rimase del tutto sbalordita ma, quando guardò fuori dalla porta della stalla e vide la luce di una stella molto vicina, d’improvviso tutto le fu chiaro.
    Da poco era passato dicembre, era la notte del sei di gennaio; la stessa notte di quando, un anno prima, i re Magi si erano fermati davanti alla sua casa.
    Così la vecchina capì, si caricò il sacco pieno di ogni ben di dio sulle spalle e iniziò a girare per il mondo, portando da allora e per sempre, giocattoli e dolcetti ai bambini buoni.

    FINE

  • 11 gennaio 2013 alle ore 22:08
    Racconto grottesco

    Come comincia: Ore 12,00. Istituto di Medicina Legale di Bologna, Obitorio, Sala nr. 3.
    Sono morto!
    Il mio cadavere giace su un tavolo di acciaio dell’obitorio  coperto da un  lenzuolo bianco.
    Eppure io lo vedo, anzi, mi vedo.
    Non so come ci sono arrivato né perché ci sono ma il mio cadavere è lì ed io sono accanto a lui, in piedi, e mi chiedo come diamine sia possibile questa cosa.
    Sotto il lenzuolo il mio corpo è senza vita ed io sono accanto a lui, questa la devo raccontare agli amici!
    Ma quali amici?! Se son morto vuol dire che non ho più amici e che, soprattutto, non posso raccontare niente.
    La situazione è grottesca. Forse è soltanto un sogno, un incubo dal quale mi risveglierò a momenti, sudato e sfinito ma sollevato.
    No, non credo sia così, sembra spaventosamente troppo reale.
    Cerco di ricordare almeno come ci sono finito su quel tavolo e brandelli di memoria si affollano caoticamente nella mia testa.
    <<Non darti pena, pian piano ricorderai, anche se non ti servirà a niente.>>
    La voce alle mie spalle giunge improvvisa e lugubre, sembra provenire da un altro mondo.
    Mi volto e al mio fianco c’è un vecchietto con un bastone che mi sorride.
    I capelli e la barba di un bianco candido fanno il paio con le folte sopracciglia sotto le quali affogano due occhi opachi che un tempo dovevano essere azzurri.
    Indossa un abito  di un grigio spento che sembra avere la sua stessa età ed è scalzo.
    Con le mani sovrapposte una sull’altra e poggiate sul bastone osserva il lenzuolo sotto cui c’è il mio cadavere.
    << Certo che ti hanno sforacchiato ben bene, eh?! >> aggiunge con un risolino che non tenta neppure di nascondere.
    << E tu cosa ne sai?>> gli rispondo senza pensarci sopra due volte, stizzito da quel risolino che sembra essergli rimasto tra i canini.
    <<Oh, nulla, cosa vuoi che ne sappia, come te ne arrivano a decine qui>>.
    <<Davvero?>> faccio io e mentre glielo chiedo quasi mi sorprendo per l’ingenuità della domanda. Dopotutto siamo in un obitorio e quindi è normale che vi arrivino le salme di persone morte per le cause più disparate.
    <<Davvero>> mi risponde e se ha notato la mia faccia da ingenuo non lo dà a vedere.
    << Oggi sei il terzo e siamo soltanto a mezzogiorno>>  aggiunge << Prima di stasera ne arriveranno ancora altri, vedrai>>
    La situazione è sempre più assurda: due uomini, due perfetti sconosciuti, in una sala di obitorio discorrono candidamente davanti al cadavere di uno dei due.
    <<E tu cosa ci fai qui?>> chiedo al vecchio quasi a protrarre quella folle conversazione.
    << Oh, nulla, io sono sempre stato qui, sono il custode>> mi risponde il vecchio con un tono di accondiscendenza che mi irrita.
    << In realtà io ero il custode>> prosegue senza aspettare una mia replica.
    << Anni fa’, ero io che aprivo e chiudevo questo obitorio, che pulivo i cadaveri, le celle frigorifere, i pavimenti, insomma, ero il tuttofare>>
    << Anni fa’, quanti anni fa’?>> domando incuriosito.
    << Beh, fammi pensare, sono trascorsi molti anni da allora ed ero già vecchio quando sono morto; la mia mente era già all’epoca, come dire, un  po’ malandata, sai com’è l’alzheimer, gli acciacchi, la solitudine. Ad occhio e croce, saranno circa cento o centocinquanta anni fa.>>
    << Cosa?!>> faccio io spalancando un paio di occhi che se fossi vivo mi salterebbero i bulbi oculari dalle orbite.
    << Vuoi dire che tu, insomma, sei morto?>> riprendo quasi balbettando e la mia espressione da idiota si fa ancora più marcata.
    << Certo che sono morto>> risponde il vecchio << Morto e sepolto, anzi, se proprio vuoi saperlo sto  in quella cripta in fondo al viale, là tra quelle più vecchie e in rovina>>.
    Sono senza parole, inebetito rimango a bocca aperta e sulle labbra del vecchio ricompare quel sorrisetto canzonatorio da iena.
    << Se non fossimo entrambi morti, credi che potremmo parlare così tra noi? Nessuno ci vede o ci sente ma tra noi è come se fossimo vivi o quasi>>
    << Allora, io sono morto!>>  bisso.
    << Certo che sei morto, non ti vedi?>> ed indica il cadavere coperto dal lenzuolo.
    Sto ancora cercando di capire le parole insensate del vecchio che improvvisamente la porta si spalanca ed entra una donna in camice bianco.
    In una mano ha una valigetta di plastica marrone e nell’altra una bacinella metallica: arrancando come se portasse un peso enorme,  si avvicina al tavolo di marmo e le posa con un fare impacciato, sbuffando come una vaporiera ingolfata.
    Avrà circa quarant’anni ma ne dimostra almeno cinquanta con i suoi capelli rosso flambé, unti e lerci come il pelo di un topo appena uscito da un bidone dell’immondizia.
    Si gira, inforca un paio di occhiali con lenti spesse come il fondo di una bottiglia, e dando una pacca sul petto del cadavere, dice: “Sta buono bello che tra un po’ ci rivediamo per l’autopsia” e se ne va uscendo ancora più goffamente di quando era entrata.
    La stanza ritorna silenziosa ma la quiete dura poco.
    << Davvero non ricordi come sei morto?>>  mi fa il vecchio ma questa volta con un’aria bonaria, quasi compassionevole.
    <<  No, l’ultima cosa che ricordo è che ero in compagnia di mia moglie e siamo usciti da un ristorante>> rispondo io.
    << Ti hanno ucciso e con parecchi colpi di pistola a quanto pare>> ribatte il vecchio, questa volta chiaramente dispiaciuto.
    << Quando sei uscito dal ristorante due malviventi hanno cercato di rapinarti, tu hai reagito e loro hanno sparato>> mi chiarisce vedendo che ancora cado dalle nuvole.
    All’improvviso la mia mente si apre in un turbine di ricordi e la memoria sgorga, come da un rubinetto che si apre inaspettatamente frammenti di vita tornano a galla prepotenti, nel loro vivido colore , come fossero appena trascorsi, attimo dopo attimo, mi scorrono davanti in un flusso inarrestabile e doloroso.
    Li rivedo tutti, deformati dagli occhi della mente ma pur sempre miei, i ricordi si susseguono senza sosta: la mia nascita, la dolce infanzia, l’adolescenza inquieta, i primi amori e le sofferenze, la morte dei miei genitori, Laura mia moglie e i miei figli, sino a quella tragica sera.
    I due balordi che mi puntano la pistola, io che cerco di afferrarla e il piombo delle pallottole che mi lacera il petto e lo stomaco.
    Sento il dolore nella carne, l’odore della polvere da sparo e le grida di mia moglie!
    La sofferenza è giunta inaspettata e mi uccide per la seconda volta.
    << Dio, che mi hanno fatto!>> urlo nel silenzio della stanza ma non si ode nulla.
    << E che c’entra Dio? Sono stati quei due balordi, mica Dio>>  esclama il vecchio, quasi risentito.
    Piango e non ho la forza di rispondergli.
    Soltanto ora mi rendo conto che non è un sogno; che quello che sto vivendo è la realtà, una realtà eterna che non cambierà mai: sono morto e non c’è più scampo.
    Non so se così era scritto nel mio destino oppure se la considerazione di essere morto mi abbia liberato dai legami terreni. So soltanto che non voglio più stare qui, vicino al mio cadavere, in attesa che la megera torni per sezionarmi come un animale.
    Un ultimo sguardo al mio corpo disteso, poi mi volto e noto la luce che arriva da dove prima c’era la parete.
    Mi avvio, lentamente, a capo chino, sorpassando le lacrime che cadono ininterrotte sul pavimento di ceramica bianca.
    << Arrivederci>> sento dietro di me il vecchio che mi saluta.
    << Tu non vieni?>> gli chiedo.
    << No, il mio posto è qui, dove ho passato la mia intera vita. Io sono il custode e  l’amico  dei morti, colui che consiglia e aspetta la fine dei tempi. Quando essa arriverà anche il mio tempo su questa terra sarà finito e verrò anch’io. Allora ci rivedremo e faremo ancora quattro chiacchiere fra amici.>>.
    Ancora un sorriso sulle labbra del vecchio, questa volta dolce, paterno, mi accompagna oltre la luce. Lo porterò con me: dall’altra parte ne avrò bisogno mentre aspetterò che arriviate anche voi.

  • 11 gennaio 2013 alle ore 18:01
    Il nonno di Clara

    Come comincia: In un tranquillo pomeriggio di vento, Clara disegnava.
    Seduta tra i suoi balocchi, poi distesa sul pavimento di legno, colorava canticchiando. Nella sua più totale quiete di dolce bambina, d'improvviso qualcosa successe; il nonno di Clara era in giardino, tra attrezzi e sacchi di terriccio, un urlo si elevò alto nel cielo.
    “Clara! Clara! Corri nipote mia!”
    Clara si alzò di scatto dal pavimento, si pulì le mani sporche di colore sul piccolo grembiule posto al bacino e corse verso il giardino.
    “Nonno! Nonno!” urlò spaventata. Non fu molto di conforto la visione che attendeva lo sguardo della piccola bambina.
    Il nonno di Clara aveva due funi nelle mani e tirava un po' a destra e un po' a sinistra, volteggiando su se stesso. In uno scatto felino l'uomo impiantò ben saldo nella terra un piede e con l'altro si spingeva all'indietro, facendo leva su un tronco tagliato.
    Per il forte vento, la tenda che il nonno stava montando in giardino iniziò ad ondeggiare così nervosamente che, in uno scatto, iniziò a mirare verso l'alto, come a voler fuggire dal suo cacciatore. Mentre l'uomo tentava di tenere a bada la sua creatura, Clara guardava la scena col viso sconvolto e la sensazione di impotenza infantile, le bloccò di colpo le gambe.
    “Clara! Guarda qui! Altro che vascelli di pirati e vele spianate, altro che piovre assassine nei mari più sconosciuti, qui abbiamo a che fare con qualcosa di grosso!” diceva ridendo.
    “Nonno! Nonno! Ma è una tenda!” urlava Clara.
    “Una tenda un corno! Guarda come tira! È come un enorme pesce che tenta di sfuggire all'arpione! Prendi una fune, anzi, due funi! Legale agl'alberi che ho reciso, fa presto!”
    Clara si diede due schiaffi su entrambe le gambe in segno di muoversi, quattro passi poi cadde nel fango. Si rialzò con impavido coraggio e corse verso le due funi più calme, le prese e le legò ai due tronchi.
    “Guarda nonno! Non ci sfuggirà! Gli ho legato i piedi, gli ho legato i piedi!” ma una fune ribelle le prese la caviglia, lo sguardo di Clara si posò sul nonno e infossò di botto la testa nel terriccio.
    L'impavido nonnetto riuscì a domare le ribelli funi, le legò alla ringhiera di ferro e la quiete piombò d'improvviso.
    “Bambina, come stai? Alza la testa e parla!” chiese il nonno accovacciandosi accanto alla bambina.
    “Ho mangiato la terra dalla paura! Adesso cosa facciamo?” disse la bimba pulendosi le labbra col grembiule.
    “Adesso torna in casa, lavati e vestiti, che andiamo a salvare il mondo!”
    Clara, con la gioia sul viso, corse in casa.
    Il nonno sorrire, poi morì; nella foga del vento un atrezzo gli si era conficcato nel petto.