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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 marzo 2017 alle ore 7:10
    Il professore Aloi ed il pescecane

    Come comincia: Potrei scrivere di cose che in questo periodo mi hanno fatto pensare tanto ma oggi, come ho fatto spesso e come mi piace fare, voglio raccontarvi una storia anche e soprattutto per far notare l’incoscienza ed esuberanza che si ha da giovani quando si fanno le cose anche a sprezzo del pericolo. 
    Una di queste era, per esempio, che tutti gli amici partivamo la mattina prestissimo per nuotare in alto mare (e sto parlando di chilometri e chilometri), per vedere le tante navi, anche transatlantici, che solcavano le acque dirette nei mari dell’Estremo Oriente, dopo la riapertura del canale di Suez negli anni '70 .
    Eravamo giovani ed anche inconsapevoli dei pericoli che avremmo potuto attraversare immergendoci in acqua per tutta la giornata (ritornavamo il pomeriggio inoltrato), soprattutto quello dei pescecani che, attratti dai rifiuti delle navi, avrebbero potuto crearci veramente dei seri problemi.
    Tutti quanti smettemmo questo svago quando il signore, del quale mi appresto a dirvi il nome, ci raccontò di un suo “incontro ravvicinato” con un pescecane. 
    Era il professore di scuole elementari prof. Aloi, bravissimo insegnante ed anche uomo di capacità umane degne di rispetto. 
    Egli allora usava di mattina presto fare delle nuotate al largo per almeno 2 ore e lo faceva quasi tutti i giorni quando vi erano le belle giornate estive che allora incominciavano da marzo. 
    Un giorno che non andammo in acqua perché le nubi facevano presagire un temporale vedemmo che il professore ritornava a terra “a tutta birra” e ancora trafelato, dopo che lo stesso aveva preso respiro, ci raccontò con un modo che solo un insegnante poteva avere, e cioè facendo notare ogni piccolo particolare, quell”incontro”. 
    Ci disse che mentre si stava riposando un pò (era lontanissimo dalla riva) vide una ''cosa'' nera che, alla distanza di una trentina di metri, girava in modo lento intorno al pezzo di mare dove si trovava lui.
    Guardando meglio notò e…anzi, ne ebbe conferma: si trattava di una pinna di pescecane. 
    Cosa fare a quel punto? Ci disse che in quel momento gli venne in mente un vecchio documentario che aveva visto nella rubrica “L’amico del giaguaro”, in onda in tv negli anni '70 e molto seguito, e che parlava, appunto, di pescecani. 
    In quel servizio si consigliava, sebbene presi dalla paura, di cercare di mantenere i nervi saldi e possibilmente di restare immobili perché i movimenti del nuoto concitato, nel cercar di scappare, avrebbero sicuramente attirato il pescecane e che quindi avrebbe attaccato senza lasciare più scampo. 
    Così fece, ci raccontò, ma solo perché, effettivamente fu “bloccato” dalla paura e non perchè si ricordò di farlo. 
    Disse che il pescecane fece un paio di giri attorno e poi, non notando niente che lo potesse interessare per cibarsi, si allontano’ solcando l’acqua a zig zag. 
    Quando il professore calcolò che il pericolo era svanito ci disse, facendoci morire dal ridere, che incominciò a nuotare ad una velocità incredibile fino a riva.
    Tutti restammo a sentirlo con attenzione per tutto il racconto e, anche se alcuni furono scettici sulla vericidità dell’accaduto, non ci buttammo più in acqua se non per nuotare per qualche metro dalla riva e alcune volte neanche per quello.
    Io penso invece, ma non ne sono stato mai sicuro al 100%, che i nostri genitori, preoccupati sempre di quelle estenuanti e pericolose nuotate di noi ragazzi, approfittando dell’hobby del professore, si misero d’accordo con lui per raccontarci quella “balla”. 
    Mio padre, gli altri genitori ed il professore stesso, anche anni e anni dopo, non ci dissero mai la verità. 
    E’ rimasto sempre un mistero.

  • 30 marzo 2017 alle ore 17:13
    Sara e il mare

    Come comincia: Sara era sulla spiaggia, quel giorno in cui tutto sembrava non avere più senso; camminava scalza sulla sabbia ancora fredda, in fondo non sentiva nessuna sensazione che andava oltre quel suo pensiero fisso, intrappolato tra i reticoli della mente. Ascoltava, distratta, il fragore delle onde sulla riva e il loro rotolare, osservava i gabbiani librarsi in volo e disegnare libere figure.  Aveva atteso invano un gesto, una parola che potesse, realmente, farle sentire la sua appartenenza. Folle, era quello che provava, folle, era il suo reclamarla. Era usurato il freno che la teneva inchiodata a quel grigio manto di una strada senza uscita. Era doloroso stargli vicino, rischiando di cadere nella banalità di frasi fatte, o lontano incolpando la distanza che li separava e il vuoto che pesava più di un macigno. “ Aiutami a non amarti- continuava a ripetere a se stessa- cancella ogni parola che ti ho donato, uccidi il desiderio che si espande nel mio corpo, fa che il presente si tramuti nell’incantevole bellezza di un ricordo”. Aleatorio il suo pensiero si espandeva come fumo, impercettibili fili galleggianti nell’aria di quel piccolo spazio, dove viveva, rarefatto, dilatato in quel  tempo fermo. L’onda continuava a lambire la sua riva, Sara smarrita attendeva di esserne travolta.
    Forse non era quello il luogo, continuavo a ripetermi con forza.

  • 26 marzo 2017 alle ore 17:56
    Una sconfitta amara

    Come comincia: Messina-Campionato Interregionale Serie C-Anno 1977/78
    Klan Rugby Messina-Kent Rugby Melito

    Eravamo in trasferta e dovevamo giocare a Messina contro il Klan Messina, compagine che aveva militato l’anno precedente (ed anche anni prima) in Serie B e che era retrocessa più per gli infortuni che per altro.
    Ricordo che non era una bella giornata e penso che il traghetto con il quale attraversammo lo Stretto ci scombussolò a tal punto che poi in partita non rendemmo come avremmo dovuto.
    Anzi è stato così perché per il gioco espresso in campo avremmo dovuto vincere ma purtroppo la nostra “solita” grinta ci venne a mancare.
    Giocavamo di pomeriggio alle 15 e c'era un vento fastidioso (per il rugby lo è moltissimo dovendo giocare con una palla non tipicamente rotonda ma ovale).
    L’allenatore che conosceva già la squadra di Messina avendo giocato contro di loro per ben sei volte in Serie B, disse a me, mediano d’apertura e a mio fratello Pietro, mediano di mischia (cioè coloro che dirigevamo il gioco con gli schemi) di non “aprire” sempre il gioco poiché avendo loro delle “ali” velocissime (una giocava nella Nazionale Giovanile), se avessimo perso palla c’avrebbero sicuramente fatto la “meta”(goal, per il rugby) essendo scoperti.
    Così facemmo. Essendo loro più forti di noi (in verità non di molto) e con il vento a favore (a cui loro però erano abituati più di noi), questo non ci consentì di andare in “meta” per ben tre volte (e a loro per due volte) fino a quando, verso la metà del 2° tempo (i tempi nel rugby sono due di 45’ min.), non realizzarono con un bellissimo calcio piazzato (calcio di punizione) un fallo commesso da uno dei nostri a metà campo. 3-0.
    Il risultato si potrasse così fino a qualche minuto dalla fine.
    Allorquando, con un' astuzia di Mario Lampada, giocatore dotato anche di una grinta notevole oltre che generoso e appunto astuto, conquistò anch’egli un calcio piazzato proprio a circa 10 metri dai pali e centrale che per il rugby equivaleva, come per il calcio, ad un calcio di rigore.
    Essendo io incaricato di battere come al solito questi calci avendo precedentemente giocato anche a calcio a livello giovanile ed avendo quindi confidenza con il pallone (anche se ovale), mi preparai a calciare pensando che con quei 3 punti avremmo potuto almeno pareggiare una partita che meritavamo di vincere.
    Dopo aver controllato come sempre l’entita’ e la provenienza del vento con il tipico indice bagnato, sicuro che sarei riuscito ad “infilare” la palla tra i pali della porta avversaria, essendo così vicino calciai senza tanta forza.
    Non ci crederete...la palla roteò beffarda e andò a colpire il palo scivolando fuori campo.
    Sicuramente non potete sapere che delusione si ha nel rugby, anche se contenuta, quando qualcuno (in questo caso io) sbaglia un calcio che potrebbe darti la vittoria o almeno un pareggio.
    Facendo un eufemismo semplice semplice (e senza essere retorici perché potrebbe essere per altri sport la stessa cosa), è come quando il cavallo arriva secondo al traguardo ed il fantino, anche se deluso per la sconfitta, gli dà lo stesso lo zuccherino per ricompensa.
    Beh...nel rugby è lo stesso. 
    La squadra, tutta compatta lotta per arrivare al traguardo (la vittoria) o per lo meno a non perdere; se poi alla fine questo traguardo non si raggiunge per un’ errore (che ci può stare per carità) dettato da supponenza e poca umiltà, allora la delusione è grande.
    Comunque tutto finisce là. 
    Nel rugby tutto finisce al fischio finale dell’arbitro; ci si dà la mano e ci si saluta dopo aver bevuto qualcosa insieme, quasi sempre la birra.
    E’ così fu. Al ritorno a casa, sul traghetto, tutti i miei compagni fecero finta di buttarmi in acqua e finì con la mia promessa che mai e poi mai sarei stato così “sufficiente” nel calciare.
    In effetti continuai in seguito a calciare senza mai sbagliare, riconquistando la fiducia dei compagni, dell’allenatore ed anche del pubblico che allora non era numeroso ma partecipava abbastanza e calorosamente.

  • 21 marzo 2017 alle ore 17:07
    UN AMORE POCO PATERNO.

    Come comincia: Alberto era in una camera d’albergo a ore con una ‘signorina’ quando la cotale, peraltro non più giovanissima e dalle tette pendule gli fece una strana domanda: “Son di ‘bulegna’Il pompino lo vuoi liscio o rigato?” Preso alla sprovvista Alberto disse la prima cosa che gli venne in mente : “liscio.” Risposta inimmaginabile: “Allora mio tolgo la dentiera!” Lo so, la storiella fa un po’ schifo ma era tutto un sogno. Alberto M. era felicemente sposato con Anna conosciuta all’Università la quale, innamoratissima del marito, riusciva anche a sorridere a certe sue battute non proprio felici, abitavano a Roma in via Appia Nuova 123.  Ambedue dipendenti dalla Camera di Commercio, sposati da tre anni, anche in assenza di prole erano contenti della loro vita coniugale. Naturalmente le colleghe femmine non si facevano i ‘fatti loro’ e spingevano Anna, che aveva saputo di non  poter diventare madre, a prendere un pargolo in adozione. ‘Gutta cavat lapidem’ e così un giorno Anna propose al marito di adottare una bambina (aveva predilezione per le femminucce) ma in Italia la situazione della burocrazia è indescrivibile e, dopo due anni di inutili tentativi,venne loro proposto di andare in Tunisia ma anche lì la situazione non era di facile soluzione: compromesso, dietro lauto compenso, due coniugi tunisini decisero che la sesta figlia era di troppo in famiglia e riuscirono con carte false a regolarizzare la situazione della piccola Fatima di dodici anni la quale fu subito entusiasta dell’idea di andare a vivere in Italia (di cui aveva tanto sentito parlare) tenuto conto dell’indigenza in cui viveva con i suoi. Il padre Mohamed piccolo impresario edile, aveva messo al mondo (o meglio sua moglie Karima) sei figli purtroppo tutte femmine e non il sospirato maschio a cui lasciare le redini dell’impresa. Casa a due piani pianterreno cucina e sala da pranzo, primo piano camera da letto genitori con bagno e piccola stanza per l’erede maschio, secondo piano camera da letto delle figlie con bagno, ovviamente letti a castello. Fatima era un’araba particolare: innanzi tutto l’altezza 1,70, longilinea, capelli lunghi e neri col solito fazzoletto in testa quando usciva (che lei non apprezzava, era una anticonformista), sguardo misterioso, naso piccolo e all’insù al contrario di molte donne arabe, bocca….invitante, insomma non passava inosservata ed era molto criticata dalla gente anche se la Tunisia è considerata nel mondo arabo una nazione progressista. Partenza all’aeroporto con la coda di tutta la famiglia commossa. A Fiumicino taxi e arrivo a casa dove la baby si sistemò nella camera addobbata appositamente per lei. Fatima non aveva pronunziato verbo e quel poco in francese che i coniugi Rossi avevano studiato a scuola ma che capivano appena. Anna chiese ed ottenne quindici giorni di licenza per inquadrare la nuova posizione familiare. Alberto, dopo una giornata di lavoro, ritornava a casa il pomeriggio e veniva messo al corrente degli avvenimenti accaduti in sua assenza: Fatima pian piano cominciava ad imparare qualche parola d’italiano, Anna l’aveva condotta in un grande magazzino dove le aveva fatto acquistare abiti, biancheria intima e scarpe. ‘Je vous remercie, vous étés mes nouveaux parents.” Alberto l’aveva osservata a lungo, così vestita all’occidentale dimostrava più dei suoi dodici anni: curve generose, gambe perfette, sguardo misterioso, capelli neri e lunghi, talvolta a chignon, Max pensò che ben presto avrebbe dovuto allontanare qualche ‘pischello’ troppo invadente. Fatima era stata iscritta da Anna alla prima media  di una scuola di suore francesi non molto lontano da casa loro in via Appia. I primi giorni l’accompagnava Anna poi la baby, presasi di coraggio, raggiungeva l’istituto col tram azzurro. La scuola era riservata alle sole femminucce e questo aveva fatto piacere a Max (che fosse diventato geloso?) Fatima ben presto aveva imparato l’italiano, oltre che essere bella era anche intelligente. Talvolta quando ritornava dal lavoro Alberto trovava la casa ‘invasa’ dalle compagne di scuola di Fatima, femminucce delle sua età sicuramente non timide anzi…qualcuna aveva lo stile della ‘puttanella’.  Anna. “Non esagerare, sono ancora bambine, mi sembri una padre geloso e maligno! “ Ma forse aveva ragione lui. Un giorno Fatima le aveva confidato che le sue amiche lo ammiravano molto come uomo a dispetto dei suoi trent’anni. Un pomeriggio di fine settimana Alberto si trovò la casa invasa di maschietti e femminucce, i maschi erano fratelli delle ragazze ma la maggior parte aveva la faccia da ‘braciolettone’ (vi piace il termine?) e così, senza accorgersene si trovò a ballare con musica rock facendo la figura dell’orso in un circo equestre. S’accorse, come pure sua moglie, che un po’ tutte lo prendevano in giro non certo Fatima che anzi… Situazione imbarazzante… ma forse era solo una sua fantasia da vecchio zozzone che però col passare dei giorni, lo stava mettendo in crisi anche perchè Fatima si mostrava sempre più ‘affettuosa’ con lui, qualche carezza in viso, qualche complimento “Le mie amiche ti trovano ‘bono’”, Anna ci rideva su, Alberto un po’ meno anche perché in Fatima stava vedendo non una figlia adottiva ma una vera donna la qual cosa lo metteva in crisi con forti mal di pancia da parte sua. Si dice che l’intestino è il secondo cervello,  il secondo cervello, razionalmente, non accettava quello che Alberto stavo provando ogni giorno di più maledizione! ‘Amor che ratto s’apprende mi prese di colui così forte che come vedi ancora non m’abbandona’. Ci mancava pure Dante con Paolo e Francesca! Alberto si era riproposto di cercar di non rimanere mai solo con Fatima, ci riuscì per vario tempo sin quando Anna: “Mia madre sta male,  è vedova e sola, per un po’ mi stabilisco a casa sua poi ti chiamo, Fatima ha imparato a cucinare ci penserà lei.” Max cercava di stare il più possibile fuori casa ma ovviamente la sera dopo cena, dinanzi al televisore si trovavano a dover dividere il divano e la piccola una volta: “Ho freddo, mi sento un po’ sola, sdraiati e metti il tuo capo sulle mie gambe.” Ben presto Alberto si accorse di avere una gamba in più che si stava allungando sotto i pantaloni della vestaglia. “M’è venuto sonno, vado a letto, buonanotte.” Il sonno tardava ad impossessarsi  del pdrone di casa che ad un certo punto vide un spiraglio di luce provenire dalla porta della camera  ed una figura femminile infilarsi sotto le coperte a contatto col suo corpo…si arrese dinanzi ad un abbraccio ed un bacio in bocca. Non era una ragazzina che lo  baciava ma una donna, una vera donna sessualmente eccitata  che gli sconvolse i sensi e non si oppose quando Fatima gli prese in bocca il suo ‘ciccio’  che ben presto riempì la bocca della baby la quale andò in bagno per poi ritornare e offrire il suo ‘fiorellino’ alle labbra del suo ‘patrigno’ con conseguenti orgasmi multipli da parte sua, evidentemente la baby non era nuova al sesso e si masturbava da tempo. Com’era venuta così Fatima disparve dalla camera di Alberto il quale finalmente fu preso da un sonno tanto profondo da non svegliarsi sino alle nove di mattina. Telefonata in ufficio per giustificare la sua assenza, barba, doccia e poi in cucina a preparare qualcosa per il pranzo, di Fatima nemmeno l’ombra, sicuramente era andata a scuola. Al suo rientro sguardo sorridente un ciao con la mano al paparino ed apprezzamento per aver trovato la tavola imbandita. “Al mio paese gli uomini non si mettono ai fornelli.” Era solo la baby a condurre la conversazione, Alberto pensò che qualsiasi cosa avesse detto non sarebbe stata quella giusta e così tenne per sé i pensieri che gli affollavano la mente. Passò il pomeriggio fuori casa al cinema Appio vicino a casa sua, un vecchio film ritornando a casa alle sette. Durante la cena  Fatima era allegrissima non faceva altro che raccontare episodi che accadevano nella sua scuola e trattava Alberto come se nulla fosse successo la notte precedente. Sistemata la cucina i due dinanzi al televisore distanti l’uno dall’altro sinché Fatima si avvicinò  e mise il suo capo sulle gambe del patrigno il quale cercò di resistere ma la natura fece il suo corso e ‘ciccio’ venne fuori dal pigiama per infilarsi nella calda bocca della baby col risultato prevedibile. Visita di lei in bagno a poi: “Papino ho un  desiderio, che ne dici di baciarmi il mio clitoride, sono eccitata…Finirono nel letto matrimoniale e Alberto si trovò in bocca un fiorellino vogliosissimo ed una natura vergine. Quando si erano conosciuti Anna aveva avuto già rapporti intimi con un suo compagno di scuola, questa era la sua prima esperienza con una vergine. Fatima aveva orgasmi a ripetizione, Max cominciò a preoccuparsi che si sentisse male ma quando mai, la baby era scatenata e si esibì in un pompino al padrigno che fu la fine del loro incontro che si ripeté la sera successiva. Per avere solo tredici anni Fatima dimostrò di essere ben preparata per quanto riguardava il sesso. “Papino da giorni prendo la pillola di tua moglie…più chiaro di così! Max cominciò a baciare le sensibili tettine per scendere sino al fiorellino già completamente bagnato e…”Non pensi sia troppo presto per te avere un rapporto intimo io mi contento…” “Io no.” fu la immediata risposta di Fatima che andò all’armadio e ritornò con un asciugamano, aveva previsto tutto, non voleva sporcare col sangue le lenzuola e forse il materasso perché aveva deciso di…”Guarda che il mio coso è molto grosso, me ne sono accorto quando facevo la doccia con i miei compagni di calcetto, ho paura…” “Son sicura che sarai delicato, lo desidero troppo, sono araba e come tale sarò la tua seconda moglie!” More solito Fatima prese in mano la situazione e fu lei stessa a dirigere ‘ciccio’ nel suo fiorellino. Dopo circa un quarto d’ora operazione compiuta con schizzo dello sperma sull’utero della baby che riuscì a godere in maniera superba, era diventata una donna per merito della persona che amava! Dopo una settimana Anna istintivamente capì che era l’ora di rientrare in famiglia, trovò una badante per la madre ed una mattina si fece trovare in casa dal marito e dalla figlia un po’ stupiti. Istintivamente capì che qualcosa era cambiato nel rapporto tra padre e figlia, dagli sguardi dei due, dal modo di parlare…Finito il pranzo si rinchiuse nel bagno e accese una sigaretta, non era una fumatrice, fumava solo quando era in crisi. Analizzò la situazione: non ci voleva molto a capire quello che era successo e pensò alle decisioni di prendere: prima denunziare tutto agli organi di polizia con la conseguenza dell’andata in carcere di Max, e affidamento ai servizi sociali di Fatima, lei sola in una casa vuota e motivo di chiacchiere da parte dei vicini e dei colleghi di ufficio, soluzione che sapeva più di vendetta che altro, allora…Accettare la situazione e mettere delle regole alla comune convivenza: Max di notte avrebbe sempre dormito nel letto matrimoniale, gli sarebbe stato concesso solo qualche pomeriggio a ‘dare ripetizioni’ alla figlia nella sua stanza con la speranza che la baby si trovasse presto un boy friend. Resi edotti i due delle sue decisioni beccandosi degli abbracci affettuosi ai quali non era preparata. Per una visita di controllo dal ginecologo Anna pensò bene di portare con sé Fatima ma al dr.Gatti, vecchio amico di famiglia disse che la figlia adottiva aveva diciassette anni e che aveva rapporti col suo fidanzatino. Il ginecologo trovò la vagina di Fatima un po’ arrossata (quel porco di mio marito di va giù pesante pensò Anna) ed il dottore proseguì prescrivendo a Fatima un ‘riposo ginecologico’ di quindici giorni e consigliandole una pillola anticoncezionale diversa da quella di sua madre, più adatta alla sua età. I giorni passavano senza che vi fossero delle novità in casa M., ognuno rispettava le regole imposte da Anna. Fatima dopo il diploma del liceo classico, per la sua conoscenza delle lingue (aveva imparato anche l’inglese) trovò un impiego presso l’Ambasciata di Tunisia, nel frattempo aveva presentato in famiglia Alessio, un ragazzone biondo suo compagno di scuola, con gran dispiacere di Max ma generando una contenuta contentezza da parte di Anna che da quel momento cominciò benignamente a prenderlo in giro. “Ti è rimasta una sola moglie ma che ti permetterà qualche giochino al quale in passato mi hai chiesto di partecipare senza ottenere il mio consenso.” Si trattava di usare il buchino posteriore di Anna che nel frattempo di sarebbe masturbata con un vibratore, magra consolazione.. Dopo quattro anni Fatima si presentò in casa M. con una bambina in braccio, bellissima. Anna e Max erano diventati nonni!
     

  • 20 marzo 2017 alle ore 23:48
    Ne abbiamo piene le tasche

    Come comincia: Viene voglia di chiuderli tutti gli osannati, odiati, amati media, anche se, a ragion veduta, oggi sono il mezzo di comunicazione per eccellenza, moderni strumenti dei quali non si può più fare a meno. Chiudere anche la casa, le finestre sbarrate e le porte chiuse a chiave, poi chiudere “bottega” e spedire a chi di dovere una bella raccomandata con le nostre “dimissioni”.
    Partire verso luoghi lontani, incontaminati, privi di antenne e paraboliche e di torri altissime supporto ai ripetitori.
    Luoghi dove la mano dell’uomo non è arrivata a modificare e molto spesso a distruggere.
    Luoghi regno del silenzio, dove i suoni della terra e le voci degli animali si mescolano creando una musica naturale… un paradiso dove tornare a vivere ci spinge ad abbandonare i luoghi dove siamo cresciuti, dove conosciamo tutti e tutti ci conoscono?
    Fuggiamo il clamore che s’alza arrogante dalle tribune, dagli studi televisivi, dai circoli culturali, dai salotti-bene della società, dalle case, dalle strade… e comunque dovunque si ritrovino delle persone a parlare. L’etere è colmo del frastuono dell’uomo, nelle teste alberga un ronzio fastidioso come di api impazzite. 
    Ogni convivio discute intorno a un tema, fine corretto che potrebbe essere funzionale alla ricerrca della verità e alla soluzione dei problemi e depone circa la bontà del metodo di lavoro in equipe.
    Quando più menti discutono insieme, è noto, il discorso si amplia e si arricchisce del contributo di ognuno… assioma che oggi credo, però, sia un’utopia.
    Il desiderio principe dell’uomo moderno di primeggiare, di apparire più di ogni altro diventa il suo sogno narcisistico che lo impastoia nella cura esagerata del corpo e nella parossistica ricerca della gioventù eterna… per la felicità dei chirurghi plastici.
    Ed ecco questi salotti pubblici dove si discutono temi delicati e importanti condotti da personaggi in crisi di astinenza per l’altilenante flessione dei dati auditel, trasformarsi in arene dove opinionisti dell’ultima ora e esperti del settore lottano come fiere per conquistare uno spazio dove ripetere fino alla nausea concetti già espressi, alzando la propria voce per coprire quella di altri che spesso stanno dicendo la stessa cosa.
    L’etere si riempie delle urla di uomini trasformati in lupi che si riempiono la bocca di frasi infarinate di demagogismo e fritte nell’olio stantio di un populismo a buon mercato che strappano applausi a scena aperta… cresce l’audience.
    Registi, produttori e presentatori gongolano.
    Tutti a ripetere giustamente:
    ─ I bambini non si toccano!
    E ancora:
    ─ Le donne non si toccano!
    Ma l’uomo, quello mite, quello che difende i deboli si può toccare? Ci saranno degli esemplari in giro… o si nascondono tutti perché non sono trendy e non fanno audience. E si può toccare il delinquente, l'assassino contro i quali si scagliano i presentatori, il pubblico, dalle case, dalle strade:
    ─ Chiudeteli nelle patrie galere e buttate la chiave!
    Stiamo tornando indietro! Tute le conquiste della società moderna cancellate! L'uomo torna troglodita, rispolvera le leggi arcaiche del fai da te "occhio per occhio..."
    Stiamo dimenticando che siamo tutti fallibili e che anche Cristo perdona il peccatore pentito. Non irrigidiamoci su posizioni estreme sclerotizzate, controproducenti che distorcono la realtà piegandola ai nostri fini. Al contrario diventiamo più elastici cercando di capire, andando incontro all'altro, senza ghettizzare e senza pregiudizio.
    Per gli uomini onesti come per i peccatori, per le donne, per i bambini, per gli anziani, per i disabili ma anche per chi è sano, per i giovani… per tutti senza distinzione di sorta dovremmo gridare:
    ─ L’essere umano è sacro, non si tocca! Non se ne può più di urla che non si alzano per nessun'altro che per il nostro io egocentrico malato di protagonismo... una violenza da aborrire perchè ci macchierebbe dello stesso peccato che condanniamo negli altri.
    Mettiamoci di buona lena e impariamo a rispettare TUTTI senza clamori inutili.
    Impariamo a comportarci da “Uomini”.
    Di violenza ne abbiamo piene le tasche.
     
     

  • 14 marzo 2017 alle ore 19:35
    Il clochard "un cuore vagabondo"

    Come comincia: A volte, temo che mi spezzino … che mi sciupino, che mi sporchino con la loro cattiveria, con la loro indifferenza, con la loro miseria d’animo.
    La gente, sì quella Gente senza Cuore.
    Oh! Che sciocchezze! Poi guardo la mia vita, ed è libera.
    I miei fianchi non hanno lacci d’argento o d’oro ma proverò a farli brillare. Brilleranno di libertà, d’aria pura, di limpido cielo.
    Sono sempre fuori… e fuori di testa, ma non come pensano loro… sono fuori dal mondo infame, che ti distrugge solo perché hai bisogno di un pezzo di pane.
    Sono lontano dai ruba sogni e preferisco giocare con i topi delle fogne cui appartiene quella sottile e calda sensibilità, e per questo mi fanno compagnia.
    Non morirò stasera e nessun amico se muoio sotto il pianto della luna, penserà che sono stato forte ma, dirà che è stata solo questione di fortuna.
    Respiro però … respiro ancora, e questo basta! Non è arrivata la mia ora…
    E ho trovato questa vecchia biro per la strada per scrivere, una cartolina a Dio… chissà se arriverà… in Paradiso, e se Pietro avrà un occhio di riguardo per me.
    Queste poche righe… questa sgangherata cartolina, la porrò nel mio vecchio berretto… la lascerò al caldo, la coprirò come faccio con il mio cuore freddo e solo.
    Perché io sono incolore. Io sono un vecchio clochard che non dimentica nulla.
    Che se ne va in giro con la sua borsa lacera, piena di giorni ormai andati, di oggetti inutili, di sorrisi da riascoltare per continuare a vivere.
    E da solo, qui con il mio cane, pensavo all’uomo che crede, di essere speciale nei confronti delle altre creature… ma davanti a Natura l’uomo è solo uomo e basta!
    E volevo pure ricordargli che, SOLO se è stato buono, avrà l’onore di morire da farfalla… io forse morirò da Aquila perché ho alzato troppo le ali… e sì perché ho amato troppo, sono stato generoso con tutti… e purtroppo ho perso tutto… e questo destino tocca a chi ha una grande anima… a chi ha un cuore che non teme gelo e graffi.
    Sono caduto. Non mi sono fatto male. E insieme con me, è caduto frangendosi un pezzo di cielo.
    Ma il cielo non si rompe mai… e quando cadono i buoni, si copre di nuvole nere;
    Eppur tuttavia se si possiede un pezzo cielo e un pezzo di terra la vita non teme, e non si teme neanche la morte ai colpi dell’improvvisa sentenza … ai colpi forti della dannata ipocrisia, ai colpi sordi dell’elegante ignoranza.
    Quando il cielo si sarà sfogato bene, arriverà la sua quiete a riportare un po’ di sole sulla terra e tra le spine dell’essenza, forse, nascerà un altro Uomo. Di nuova specie.
    Ora sono qui, mio caro mondo, come un aquilone, in attesa di volare.
    Seduto, io non parto. Aspetto Qualcuno, anche solo un essere umano che mi Ama, e mi cinge la vita, con fili d’avorio… mi farebbe diventare lucente e mi basterebbe anche solo un suo gesto, anche solo che… che non dimenticassi l’ebano dei miei occhi, quella luce febbrile per custodire in me le carezze della sua anima, l’unica cosa che in me stilla calore.
    Mi basterebbe un sorriso per continuare a vivere… un sorriso regalato, un sorriso donato.
    Che silenzio, in questa sera!
    Rimane solo questo foglio, dove brucia il mio dolore perché sono un uomo giusto e sulla strada della vita ho combattuto per aver Donato Amore senza chiedere nulla in cambio.
    Teresa Averta

  • 12 marzo 2017 alle ore 1:28
    L'arpia

    Come comincia: L' altra sera, dopo l' incontro con un vecchio amico e compagno di scuola e ricordando quei bei vecchi tempi, mi va di raccontarvi una storia che, per il suo finale sorprendente, ha lasciato (oltre che me) anche quelli che hanno saputo di quest' evento a dir poco stupefatti, non altro per il fatto che la solidarietà in ambito scolastico a quei tempi ancora forse non si era mai vista.
    Questa storia verrà da me esposta anche essendo passata da anni la discussione sul bullismo all' interno della famosa e scriteriata riforma dell' incompetente ministro del governo Berlusconi Gelmini di tanti anni fa che , tra l' altro, ammise poi con non poca riluttanza di aver sbagliato a proporla.
    Essendo convinto che il bullismo odierno si deve combattere senza tregua e senza aver paura di eventuali vendette di chi subisce la sanzione scolastica, vi racconterò di un fatto successomi al V ginnasio, quando per la prima volta capì, almeno in quel contesto, il significato della parola solidarietà.
    Non si tratta di un caso vero e proprio di bullismo ma per poco non lo diventava, se ci fosse stato un delinquente al posto mio.
    Prima di tutto vi vorrei raccontare del personaggio principale di questa storia che segnò, e non solo la mia, una parte della mia vita scolastica. 
    Parlo della professoressa di lettere, la signora D’ascola (ora deceduta da tanti anni) che fu l’artefice dell' unico anno perso dei miei studi.
    I miei coetanei e compagni di liceo se la ricorderanno sicuramente perché, oltre che essere brava e preparata, allo stesso modo era severa ed inflessibile nella pretesa dello studio delle sue materie. 
    Per quest’ultima descrizione veniva soprannominata da tutti “arpìa”, soprannome “ad hoc” anche perché era di una bruttezza che richiamava veramente l’animale appena menzionato. 
    Nel suo lungo insegnamento al liceo di Melito di Porto Salvo, proprio per questa sua severità fece stragi di studenti che come me non dico che per tanti anni la maledirono, (io mai, perché avevo avuto torto e parlo solo per me, perché non è mia abitudine farlo) ma sicuramente non pensavano di lei delle belle cose quando l’incontravano al liceo o in città. 
    Prima di raccontare la storia di questa mia bocciatura al v ginnasio (era il 1971), vorrei ricordare che si era dopo gli anni cosiddetti “di piombo” e che quindi tutti i giovani, o quasi tutti , risentivamo di quel periodo di contestazione giovanile e quindi non eravamo certo come si suol dire degli “stinchi di santo”. 
    Per quanto riguarda la mia bocciatura, questa scaturì non tanto per lo studio delle materie letterarie ma per la condotta che non era per niente buona prima ma che, dopo il fatto, ne provocò senza appello il motivo.
    Si era nel periodo di Carnevale e i più diciamo “discoli” della classe, tra cui naturalmente vi ero io, decidemmo di fare un scherzo, guarda caso proprio a lei , l’odiata “arpìa”, la quale veva fatto capire che a parecchi ci avrebbe “rimandati” a settembre. 
    Mai l’avesse detto. Vendetta!!!
    Per giorni e giorni ci scervellammo come avremmo potuto vendicarci di quel “sopruso” che si stava consumando sulle nostre vite. 
    Decidemmo allora che uno di noi, dopo la conta per vedere a chi toccasse, avrebbe “sparato” una filanda sulle spalle della prof.ssa appena entrata in classe e avviatasi alla cattedra. 
    La filanda fuoriusciva facendo un botto assordante dal basso di una bottiglietta tirando un filo dall’alto della stessa finendo poi ad attaccarsi sul vestito.
    Capitò a me (non ci furono “brogli” perché feci proprio io la conta essendo il piu grande di qualche mese) che, anche essendo seduto vicino alla porta, ero la persona ideale per portare a termine la vendetta. 
    Quel giorno arrivò... e arrivò anche per me il significato della parola “solidarietà”, almeno in quel contesto. 
    Beh... per farla breve, quando la filanda uscì dalla bottiglietta con un rumore fragoroso, conficcandosi nelle spalle della prof.ssa, lei spaventatissima e paonazza in viso, si girò subito, e anche senza vedermi ma per logica (per la posizione del banco), mi accusò dicendomi che l’avrebbe detto a mio padre e che me l’avrebbe fatta pagare cara. 
    Io naturalmente negai e mentre lei continuava ad insistere sulla mia colpa, all’improvviso una mia compagna, Mimma Alati, per prima si alzò dicendo: -Prof.ssa, sono stata io!-
    Avete presente quella pubblicità di qualche anno fa in cui si consigliava l’uso del profilattico, dove a un’accusa del professore tutti si alzano dicendo, appunto:-Sono stato io!-
    Non ci crederete ma è successo proprio così. Tutti i miei compagni, indistintamente, si alzarono pronunciando quelle parole. 
    Io, come l’”arpìa”, restai sorpreso ma allo stesso tempo contento. 
    Comunque... la prof.ssa restò convinta della sua ipotesi e andando contro gli altri colleghi al consiglio, che proponevano quattro materie a settembre, mi fece bocciare pretendendo di aggiungere alle materie anche la condotta.
    Alla fine devo dire che quella bocciatura fu “positiva” per tanti aspetti, primo perché ebbi modo di avere un’insegnante negli anni a seguire, la prof.ssa Catalano di Reggio Calabria (ch' era proprio l’opposto in tutti i sensi dell’”arpia” ) che stimai tantissimo (e non solo io per la verità) e cioè bella, preparata, fine e delicata e molto autoironica che anche nel suo lavoro, e non solo, non guasta mai.
    Secondo, capìi che per una” marachella” e non per lo studio persi un anno e che non sarebbe mai più successo, come infatti poi fu.
    Naturalmente ringrazierò sempre di cuore i miei compagni (coi quali nel 2005 ho festeggiato il 30° anno del diploma) per il gesto di solidarietà ch'è raro riscontrare in un contesto scolastico dei tempi d’oggi.

  • 09 marzo 2017 alle ore 15:39
    Persone squisite e non

    Come comincia: Sono le 14:00. Esco di corsa dall’azienda e m’infilo in auto: destinazione Napoli. Devo sostenere il primo esame del corso di specializzazione che sto seguendo all’università. Mentre l’auto già corre, accendo il telefonino e do un’occhiata allo schermo. “No! No, no, no!”, impreco ripetutamente. Ha chiamato mia madre.Beh, cosa c’è di sconvolgente in una telefonata dalla mamma? Fosse stato un qualsiasi altro giorno non mi sarei preoccupata. Mia madre chiamava spesso per dirmi: “Laura, ho fatto il gâteau di patate. Ho fatto la parmigiana di melenzane. Passi stasera a prenderne un pezzo?”. Ma quel giorno era diverso. Quella sera mio marito Pino ed io dovevamo andare alla festa per il 25° anniversario di matrimonio di mia zia Liliana, sorella di mio padre, e mia madre aveva un solo motivo per chiamarmi: mio padre doveva essersi sentito male Erano diversi giorni che mio padre non stava bene. Dieci giorni prima il medico curante aveva consigliato il ricovero. Ma al pronto soccorso dell’ospedale locale non erano stati d’accordo. Tutto questo lo avevo saputo in un secondo momento e quindi mi ero recata dal medico curante per chiedere: “Cosa ha mio padre?”. Uscii dallo studio con le lacrime agli occhi: Carlo (il medico) era esploso contro gli operatori del pronto soccorso che secondo lui avrebbero dovuto essere denunciati per omicidio. Carlo mi aveva fatto capire che sospettava qualcosa di serio a carico della colecisti. Dopo un altro infruttuoso tentativo al pronto soccorso mio padre aveva deciso di rivolgersi ad una struttura privata locale. Qui il primario di chirurgia dice che non c’è bisogno del ricovero, basta una cura che seguirà lui stesso. A dire il vero, non avevo molta stima di quel primario. Per un mio caso personale mi ero convinta che fosse uno ‘scarparo’ (con tutto il rispetto parlando per i calzolai veri). Quando mia madre m’informa di questi sviluppi, chiesi cosa avesse detto Carlo. Dalla sua risposta intesi che il medico curante aveva, bene o male, approvato. Solo in seguito seppi che Carlo si era stretto nelle spalle con aria dubbiosa. La situazione era a questo punto e, dato il suo stato precario di salute, mio padre aveva rinunciato ad andare alla festa della sorella e Pino ed io dovevamo recarvici in sua rappresentanza. Accosto e provo a richiamare a casa dei miei genitori. Non risponde nessuno. Chiamo Pino e gli chiedo di cercare sull’elenco telefonico il numero di alcuni vicini dei miei genitori e tentare d’informarsi.Cosa fare? Andare a Battaglia, residenza dei miei genitori, o proseguire per Napoli? Un po’ la speranza che il mio sia solo allarmismo, o forse un po’ di egoismo, decido di imboccare l’autostrada per Napoli. Mi fermo più volte. Pino mi chiama per dire che i vicini non sanno niente. Hanno bussato, ma non risponde nessuno. Proseguo e mi fermo alla successiva telefonata. Pino conferma i miei timori: mio padre si è sentito male e stavolta al pronto soccorso non si sono opposti al ricovero. Mia madre è tornata a casa. “Senti Laura”, mi dice Pino, “il fatto che tua madre sia tornata a casa significa che la situazione è sotto controllo. Vai pure a fare l’esame.” E faccio così.Quando rientro e constato la situazione, decido di confermare il programma: per scaramanzia e per dimostrare ai parenti che sono convinta che tutto si risolverà nel migliore dei modi, vado ugualmente alla festa di anniversario della zia.Il giorno dopo, venerdì, non mi assento dal lavoro: quella mattina è in programma per la prima volta da quando ne ho assunto la responsabilità l'ispezione di un documento. Sono coinvolti colleghi tedeschi, croati, greci e non posso dare buca. Finita l’ispezione, passo il pomeriggio a sistemare le cose in vista della mia assenza lunedì prossimo e si fa tardi. Arrivo in ospedale quasi alla fine dell’orario di visita. “Fino a quando non mi dicono di uscire, io non me ne vado”, penso. Finisce l’orario di visita e nessuno mi dice niente. Alle 21:00 vengono a prendere mio padre per una TAC. “Che efficienza,”, penso, “fanno le TAC anche a quest’ora!”. Solo in seguito capirò che il primario aveva ordinato una TAC d’urgenza e nessuno mi mandava via perché la situazione poteva precipitare in qualsiasi momento.Il giorno prima ci avevano detto che mio padre era anemico. Anemico? A vedere mio padre tutto avresti pensato tranne che fosse anemico. Da dove veniva questa anemia? I medici non avevano risposto.Domenica c’informano che la TAC aveva rilevato un tumore al sigma.Il mondo si ferma. No, il mondo continua a girare. E' la mia testa ad essersi svuotata. Al sigma? E che significa? Al colon spiegano.Informano anche di un’altra cosa: il sangue di mio padre è così fluido che uno starnuto avrebbe potuto ucciderlo.Bisogna che la situazione si stabilizzi prima d’intervenire.Passiamo il pomeriggio della domenica intorno al letto di mio padre col timore di ogni risata, di ogni movimento brusco. Finito l’orario di visita stiamo per andare via, anche per non preoccupare mio padre, quando incontriamo il medico che ci ha informato e che esprime la sua meraviglia nel vederci andare via.Il giorno dopo mio fratello Rinaldo dice che non ha dormito tutta la notte.Seguono giorni pieni d’apprensione.Oramai è Pasqua. Pino ed io portiamo a mio padre un regalino, in segno di festa, e, sempre per dare un tono di normalità, organizzo il pranzo di Pasqua a casa mia invitando mia madre, mio fratello Rinaldo, mio fratello Orlando, la sua compagna, il bambino e la madre della sua compagna.Pochi giorni dopo la diagnosi è confermata da un altro esame ed è programmato l’intervento. In laparoscopia, precisa il primario. Intanto Carlo, il medico curante, ci ha rassicurati: in quel momento al reparto di chirurgia di Battaglia c’è come primario un professore di livello universitario. Mi dice anche che la situazione è migliore di quello che aveva pensato: come avevo capito, lui temeva un tumore alla colecisti. "E il tumore alla colecisti è un tumore molto aggressivo. Ti uccide in tre giorni.".L’intervento è eseguito. Il chirurgo dice che quell’altro problema, e si riferisce alla colecisti, non dovrebbe più dare fastidio. Mio padre si riprende rapidamente ed arriva il giorno delle dimissioni dall’ospedale, lunedì. Qui interviene Orlando, che lavora a Roma, e mi dice: “Tu vai al lavoro. Accompagno io papà a casa. Tu dovrai prendere giorni di permesso nei giorni a venire.” E così fu. Poi Orlando mi telefona: “All’ospedale hanno detto che tra una settimana devi chiamare tu e ti diranno quando papà deve iniziare la terapia”. Già, la terapia. Mio padre sta a casa e sta bene. Guardo con timore alla terapia: la mia più cara cugina è morta sei anni prima durante l’ennesima seduta di chemioterapia. Comunque seguo le indicazioni di Orlando e, passato il tempo opportuno, telefono all’ospedale per farmi dire quando mio padre deve iniziare la terapia. Dall’ospedale precisano che avrebbero chiamato loro per comunicare la data. Telefono a mio fratello Orlando per informarlo. “Nooooooooo”, ulula lui, “devi chiamare tuuuuuuu”. E giù improperi sulla mia incapacità.Sono perplessa, ma richiamo in ospedale da dove si mostrano seccati e ribadiscono che avrebbero chiamato loro.Un sabato Orlando scende da Roma e, di fronte a mio padre, sbraita e mi attacca dandomi della deficiente incapace. L’attacco è feroce e la verità mi colpisce come una mazzata: mio fratello non mi vuole bene. Se mi volesse bene non mi avrebbe aggredita con tale ferocia, anche se stessi sbagliando una cosa come quella.Poco dopo dall’ospedale telefonano per comunicare la data d’inizio della terapia.E qui si inserisce zio Furio. Avrebbe accompagnato lui il fratello a fare le terapie. Io non mi fidavo di quell’essere che consideravo viscido e dico a mamma e papà che ci avrei pensato io. Tra lavoro e corso di specializzazione per me sarebbe stata dura, ma preferivo non permettere l’intrusione di zio Furio. Ma mamma e papà non capiscono perché mi opponessi ed accettano l’aiuto di zio Furio. Pino non può perché da due settimane la madre è bloccata a letto dall’artrite. E forse anch'io cedo troppo facilmente: per accompagnare mio padre avrei dovuto probabilmente rinunciare al corso di specializzazione.Intanto per me l'attacco di mio fratello è stato troppo duro. Due settimane dopo Orlando scende nuovamente da Roma, questa volta con tutta la famiglia. Non voglio vederlo. E' stato il compleanno del bambino. Lascio il regalo per lui con un bel biglietto d'auguri (allora avevo ancora sentimenti e sapevo scrivere bei biglietti d'auguri a chi volevo bene), ma io non ci sono. La compagna di Orlando, che s'impone di essere una persona squisita, mi telefona per chiedere spiegazioni con discrezione. Riferisco quello che è successo. Replica: "Lo sai che animale è. Non capisce che in un momento delicato come questo, una persona può essere più sensibile del solito". E m'invita a passare sopra l'episodio. Replico: "Orlando sa dove abito." Intendo che Orlando può venire a scusarsi, ma mia cognata sembra non gradire questa mia risposta: attraverso il telefono, mi sembra risentita.Intanto mio padre inizia la terapia e poco tempo dopo ricomincia a stare male. Parlo preoccupata con la caposala e l’infermiera. La caposala dice: “Capisco che per voi è destabilizzante: vostro padre è tornato a casa che stava bene ed adesso lo vedete di nuovo stare male. Poi con i vostri precedenti in famiglia… Ma è la normalità dovete avere fiducia.” Qualche giorno dopo l’infermiera commenta: “Ma non sono questi i problemi che porta la terapia …”. Mio padre cerca più volte il dialogo con chi l'aveva operato, ma questi gli dice che è l'effetto della terapia e deve sopportare. Lo tratta quasi come un bambino capriccioso.Vedere mio padre soffrire in quel modo mi rende sgomenta per la mia impotenza. Per la prima volta comincio a capire chi parla di eutanasia. Fui vigliacca e spesso non andavo a casa a trovarlo perché non ce la facevo a vederlo soffrire in quel modo.In quel periodo arrivarono da Roma mio fratello Orlando con tutta la famiglia, cognata e suocera comprese, per sistemare il piano più basso della casa dei nostri genitori a Paestum per sistemarvici definitivamente, così come la compagna di Orlando a Natale aveva chiesto di fare. Sembrava la calata degli Unni su Roma. Solo che questa volta erano i Romani a calare su Paestum. Mio padre, come faceva quasi sempre, era seduto a soffrire sulla sua poltrona. Io gli sedevo accanto sul divano. Passarono la compagna e la suocera di Orlando. Mio padre fece cenno di avvicinarmi e mi disse sottovoce: "Ti devo intestare la casa di via Villani". "Papà", lo rimproverai, "non è il momento!".E così un mese dopo una sera arrivò una telefonata da mia madre. Stavo tornando da Napoli. Avevo assistito all'ultima lezione di quell'anno per il corso di specializzazione e stavo pregustando le due prossime serate: il direttore del coro di cui avevo fatto parte 5 anni prima mi aveva chiamato per invitarmi a due serate di festa e rappresentazioni in occasione dei 10 anni di attività del coro."Laura", mi disse mia madre, "papà ha vomitato nero". "Deve andare in ospedale" pensai. Ma non lo dissi. Mio padre era stato due giorni prima in ospedale per farsi ricevere dal chirurgo e questi, pare, gli aveva sbadigliato in faccia. Avrei dovuto recarmi a casa loro. Ma non lo feci. Assistere impotente alle sofferenze di mio padre mi faceva stare male.Il mattino dopo mia madre mi richiama e vado. Appena vedo papà dico: "Deve andare in ospedale". La madre dice che ha chiamato il medico curante. Aspetta, aspetta, poi lo richiamo. "Sto arrivando", fa. Quando arriva, lo visita e dice: "Ingegnere dovete andare in ospedale". "Metto anche un foglietto dove preciso che è già seguito dal reparto di chirurgia, così stavolta al pronto soccorso non sbagliano". Se ne va e mia madre ed io aiutiamo mio padre ad alzarsi dal letto. Crolla subito. Corro a chiamare il 118. Intanto arriva anche mio fratello Rinaldo che dormiva nell’altra stanza. Quando arriva il medico del pronto intervento chiede: "Perché non avete chiamato prima? Lo so, voi non volete disturbare...Ma io vi conosco..." poi fa rivolto a mio padre. Poi dà rapide istruzioni per il trasporto. Carico mia madre e mio fratello sulla mia auto e corro all'ospedale. Per tutto il tragitto recito una sfilza di AveMaria. Appena entro, mi viene incontro il medico del 118 che mi tranquillizza: "E chi lo abbatte!". Mio padre è in una saletta del pronto soccorso. E' già intubato. Telefono al mio capo per informarlo che mio padre è stato ricoverato d'urgenza e per qualche giorno non sarei andata al lavoro. E' la prima volta da quando tutta la storia è iniziata che informo al lavoro che un mio familiare sta male. Il tempo passa. Vedo Rinaldo provato. Come al solito attribuisco ad altri pensieri che sono solo miei e penso che si senta in colpa per dissapori avuti col padre ultimamente. Solo un familiare per volta può stare col paziente. Dopo un'ora chiedo a Rinaldo se vuole entrare lui. Non l'avessi mai fatto! Dopo un altro bel po' di tempo, qualcuno viene a dire che al reparto non c' è posto e pensano di trasferire papà ad Ebranto. Come non c'è posto? Dico che voglio parlare con la caposala. Compongono il numero e mi passano la cornetta. Non risponde nessuno. Passo davanti le porte del reparto e sono tentata di sfondarle. Poi penso una cosa stupida. Ma solo in seguito realizzerò che è un pensiero stupido. Penso che lì ritengano che per papà non ci sia più niente da fare, forse è meglio andare ad Ebranto. Quando arriviamo, il reparto (siamo al reparto di medicina interna) è vuoto, letti con i materassi arrotolati. A pensarci bene tutto era pulito, ma a noi dette un'impressione di desolazione. "Abbiamo sbagliato a venire qui!", fa mamma. Poi arrivano di corsa due giovani medici e le cose sembrano cominciare ad andare per il verso giusto. Poi, non ricordo come, vengo a sapere da mamma e Rinaldo che al pronto soccorso di Battaglia avevano chiamato il reparto di Medicina Interna invece quello di Chirurgia. Reprimo la collera che mi monta alla testa. Mentalmente li scosto con un braccio e penso: "Levatevi di torno. Ora il capofamiglia sono io." Il pomeriggio parlo col primario. Mi dice che mio padre è una persona squisita. “È l’unica persona squisita della famiglia”, devo ammettere io. Serve la cartella clinica dell'ospedale di Battaglia. Il giorno dopo vado all'ospedale per chiederla. Spiego la situazione all'addetto che va a prenderla. Torna con la cartella e dice che posso ritirare la copia tra 3 ... 7... 15 giorni, non ricordo. Traggo un profondo sospiro, lo guardo negli occhi e dico: "No. Adesso." Quello si stringe nelle spalle, dice: "Va bene" e va a fare le fotocopie. Dalla sua espressione mi sembra soddisfatto. È come se mi avesse messo alla prova ed io l'avessi superata. Poi faccio quello che avrei dovuto fare il giorno prima: vado dalla caposala di chirurgia. Ho la conferma che dal pronto soccorso non li avevano avvisati. Mi diće: "Troviamo il posto per tanti altri, perché non avremmo dovuto trovarlo per suo padre?". Vado all'ospedale di Ebranto. Papà mi accoglie con un: "Sai dove sono stato oggi? All'ospedale di Battaglia. Qui la TAC non funziona e mi hanno portato lì". Poi parlo con il primario. Mi dice: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore si è esteso allo stomaco. Intendono levare il duodeno e fare un by-pass, ma si deve rendere conto che è una soluzione palliativa". Il mondo mi crolla addosso. Non so cosa fare. Più tardi riferisco a Pino: "Devi parlare con chi ha già operato tuo padre", mi fa. Oramai è tardi. Il pomeriggio telefono ai fratelli di mio padre per informarli che la situazione è critica. Sentendomi sconvolta all'idea di perdere mio padre, lo zio Giulio tenta di rimettermi nei giusti binari "Ormai siete grandi...", mi dice. Lo zio Furio e la moglie Susanna il pomeriggio si recano all'ospedale a far visita a mio padre.Il giorno dopo, venerdì, mi reco di nuovo all'ospedale di Battaglia. Chiedo alla caposala di parlare con il primario. Verrà all'una, m'informa. Alla notizia che mio padre era stato lì il giorno prima, dice: "E poteva rimanere!". Pino rimane con me, nonostante la madre sia bloccata a letto. Quando arriva il primario, ci riceve subito. Senza nemmeno farci parlare dice: "Secondo me è un calcolo. Cosa vogliono fare lì, levare lo stomaco? È una cosa che non si fa da nessuna parte. Portatemelo qui." Decido: papà deve essere rioperato a Battaglia. Il mattino dopo, mi pare o quella mattina stessa avevo telefonato anche a Carlo che mi dice: "Laura non c'è tempo. La scelta è tra Battaglia o Ebranto. Non c'è tempo di andare a Roma o a S.Giovanni Rotondo!".Oramai è tardi quando arrivo ad Ebranto il primario non c'è. Raccomando a papà di non firmare niente, e nella mia mente intendo nessun consenso all'intervento. Il mattino dopo, sabato, mi convocano per telefono all'ospedale di Ebranto: il primario vuole parlarmi. Ci vado con Pino e mia madre. La sera prima era arrivato Orlando andando direttamente a Paestum. Facendo aspettare il primario, alla fine anche Orlando arriva in ospedale. Arriva l'infermiera dicendo che il primario voleva parlare con la famiglia. Vedendoci muovere tutti e quattro, l'infermiera sbotta: "Solo due!". Orlando ci lancia un'occhiata, quasi interrogativa o di scusa, riassume il ruolo di capo in quanto primogenito e si avvia con mamma. Con un attimo di ritardo mi riscuoto e dico: "Siamo noi che sappiamo come stanno le cose!" e comincio a bussare alla porta. L'infermiera viene ad aprire: "Il primario vuole tutta la famiglia". Il primario spiega la situazione. Ci sono anche i chirurghi. Vedo tutti intorno a me, mamma, Orlando, abbattuti e rassegnati. Sono sbigottita. "Ma che siamo tutti impazziti? Stiamo parlando di MIO PADRE.", penso. Il primario ci accompagna da papà per comunicargli la necessità dell'intervento e la possibilità di farsi trasferire a Battaglia. Per il primario, altra persona squisita, sarebbe meglio andare a Battaglia. Papà sostiene con forza che vuole rimanere lì. Il primario si arrende e sta per uscire per organizzare il trasferimento al reparto di chirurgia. "No!" urlo. Il primario mi afferra e mi porta in una stanzetta. Gli dico: "I miei familiari non capiscono: se succede qualcosa a mio padre mi sentirò responsabile che non sia stato indirizzato al reparto di chirurgia a Battaglia!". Il primario mi confida che i chirurghi di Ebranto hanno paura di operare mio padre e fa un gesto come per dire: "Lasci fare a me". Torna da papà e gli dice: "Ingegnere, se vi decidete ad essere trasferito a Battaglia, non dovete nemmeno chiamare un'ambulanza privata. Vi metto io a disposizione un'ambulanza dell'ospedale".Papà fa, più rassegnato: "Va bene. Andiamo a Battaglia". Orlando si volta verso di me e dice: "Se papà muore è colpa tua". Un'altra mazzata. Ma in quel momento non posso pensarci e mi occupo del trasferimento di papà a Battaglia. Eppure, secondo il successivo resoconto di Pino, era stato Orlando a risolvere la situazione. Quando il primario mi trascinò nella saletta, papà, mi riferì Pino, manifestò la sua insofferenza verso il mio atteggiamento ed Orlando gli disse: "Papà, Laura sta solo cercando di capire cosa è meglio fare". Così papà si calmò e disse: "Va bene, se è meglio allora andiamo a Battaglia". Il pomeriggio dopo, domenica, trovo Orlando abbattuto sul divano del soggiorno e dalle sue parole capisco che sta progettando di tornare a Roma in ufficio l'indomani mattina e poi tornare per i funerali. Tento di mantenere la calma e dico qualcosa per indurlo a rimanere. Orlando comincia ad urlarmi contro ed io dovetti indietreggiare di fronte all’assalto, fino a quando mi dette uno spintone ed io caddi all'indietro sul divano.Mi alzo, esco di casa e mi reco a piedi in ospedale. Mentre vado vengo superata dall’auto guidata da Orlando dove sono anche mamma e Rinaldo. Quando arrivo non salgo. Devo ancora calmarmi. Mi raggiunge mamma alla quale dico: “Mamma mi hanno detto che solo chi non fa niente non sbaglia. Orlando può stare tranquillo: non ha sbagliato.” Mentre siamo lì arriva anche zio Giulio. Ci vede affrante ma, discreto, non si ferma e sale in reparto a fare visita al fratello. Pino è in reparto, arrivato direttamente dalla casa della madre e m'informerà in seguito che zio Giulio, vedendo Orlando ancora esagitato, lo rimprovera: "Tu sei il maggiore: devi dare l'esempio!".Il giorno dopo, lunedì, è in programma l’intervento (in laparoscopia).La mattina arriva anche lo zio Furio. Ognuno manifesta i suoi sentimenti a modo suo, ma a me più che preoccupato sembra eccitato. In quel momento credo di capire il suo interesse: lo aveva incaricato la moglie ad essere presente per avere notizie di prima mano, non per affetto, ma per pettegolezzo, ed in particolare quel giorno per essere il primo a riportare la ferale notizia. La sera il chirurgo, che si dimostra altra persona squisita, convoca noi tre figli e mostra un grosso calcolo che ha levato a papà e conclude il suo discorso con un: "E lasciate in pace questa povera signorina!". Giovedì la caposala m'informa che non si può dire che l'intervento abbia avuto buon esito perché non si è ancora verificato un episodio che lo avrebbe confermato. Intanto Rinaldo, lì nella stanza di ospedale, mi dice quello che aveva in testa in quei giorni che lo vedevo così pensieroso: installare un sistema di produzione elettrica sul tetto della casa di Paestum. Tiro un altro respiro e con calma gli spiego che l'emergenza non è ancora superata. Rinaldo sembra comprendere. Come già faccio da due giorni il giorno dopo vado in ufficio. Sono di turno al call center. A metà mattina comincio a smaniare: devo andare in ospedale a sapere come stanno le cose prima che la caposala vada via. I miei colleghi del call center sono tedeschi e croati. Il capo del call center, tedesco, è assente. Il mio capo è assente. Spiego ad una collega la situazione e dico che devo andare via, magari torno nel pomeriggio. "Macché!", fa lei, "non tornare! Chi vuoi che chiami il venerdì pomeriggio?" Arrivo in ospedale, papà dorme, si avvicina la caposala che mi tranquillizza: era stato verificato il buon esito dell'intervento. Dopo dieci giorni, riprendo a respirare.

    Ad agosto siamo tutti a Paestum. Mio padre sta bene ed il fratello Giulio esclama: "E' un miracolo!". In ufficio, passo il resto dell'estate a leccarmi le ferite dovute agli attacchi di mio fratello.

    Sei anni dopo.Siamo a pranzo a casa dei miei genitori il giorno di S.Stefano.Mio fratello Orlando un anno dopo mi aveva duramente contrastato nel decidere il giusto percorso terapeutico per un altro familiare. Ho ancora negli orecchi quel "Se papà muore è colpa tua" e, come indispettita (o esasperata?), lo lascio fare come pensando: "Va bene, vediamo cosa sei capace di fare!". Ma mi ero rincretinita? L'oggetto del contendere era la vita di una persona! Mica la risoluzione di un problema di matematica! Mio zio Furio. mio vicino di casa, ha capeggiato gli altri tre vicini di casa in una campagna di diffamazione ed angherie contro me e mio marito, fatto anche di false accuse in tribunale per evitare di pagare pochi spiccioli.A considerare bene, si tratta di stupidaggini, ma "è il modo che ancor mi offende" e mi esaspero. Ed esasperata rinfaccio la loro complicità ad Orlando e compagna che continuano ad intavolare cordiali frequentazioni con i miei vicini senza alcun parola di riprovazione. Per loro, ma non per noi.
    Mi sono operata. In laparoscopia. Nella più totale indifferenza di Orlando e compagna che non ritiene opportuno nè di venire a trovarmi nè di chiedermi: "Come stai'?".
    Nessuno si è interessato per capire cosa stesse succedendo e nessuno ha manifestato preoccupazione che io dovessi sottopormi ad un intervento.
    L'intervento ha dimostrato che la diagnosi era sbagliata. Un mese dopo, un'ecografia rileva che due lesioni alla colecisti. Intanto dimagrisco e sono senza energie.La depressione, il trauma dell'intervento, il sentirmi senza energie, il trauma che avevo subito con mio padre mi mandano in ipocondria. La madre di mia cognata constata con soddisfazione il mio stato di malattia. Avrei avuto bisogno di sentire l'affetto dei miei parenti. Avrei avuto bisogno che zio Furio venisse a scusarsi ed assicurarmi che avrebbe ritirato quelle stupide cause. Impossibile, il suo odio e 50 centesimi sono più importanti della vita di una persona. Avrei avuto bisogno che i miei cugini venissero a parlarmi, a convincermi che non tenevo niente, invece di ridere soddisfatti del mio stato. Avrei avuto bisogno che Andreina, moglie di mio cugino e mia vicina di casa, venisse a farmi uscire di casa e con pazienza farmi uscire dal corto circuito dei miei pensieri.

    E così, sei anni dopo, siamo a pranzo dei miei genitori il giorno di S.Stefano.Mia cognata, grande amica dei miei cugini, parla di una coppia di loro amici: "Due persone squisite.", sottolinea.

  • 08 marzo 2017 alle ore 20:04
    Il chiosco "Il Checco"

    Come comincia: Uno dei luoghi che a Melito di Porto Salvo, dall’ inizio della primavera all’inizio d’autunno, dagli anni ‘’60/’70 fino all’inizio degli anni ’90, era in assoluto il più frequentato, era la spiaggia denominata “il Checco”. 
    Dico dall’inizio della primavera per due motivi. 
    Primo perché allora in quel periodo faceva molto ma molto più caldo d’adesso e secondo perché i primi bagni incominciavamo a farli in coincidenza del giorno della festa di Maria S.S. di Porto Salvo, festa patronale più importante in tutta la zona del melitese, appunto all’inizio della primavera, fine marzo, inizio aprile . 
    Dico inizio autunno perché si continuava, per il caldo, a tuffarsi in acqua ancora fino a quando non si ritornava a scuola che allora riapriva ai primi d’ottobre. 
    In quegli anni Melito non era fornita come adesso, per quanto riguarda le attuali strutture balneari ma era disseminata di chioschi lungo il litorale che partiva dalla frazione Pilati e arrivava fino all’altro capo del territorio melitese, frazione Annà. 
    Uno di questi chioschi, appunto, era quello di cui parliamo, “il Checco”, che prendeva il nome dal diminuitivo di quello del proprietario che si chiamava all’anagrafe Francesco.
    Il chiosco era situato a ridosso della stazione ferroviaria, vicino all’ospedale, e, per arrivarci, bisognava passare sotto un ponte della ferrovia. 
    Logicamente essendo molto vicino alla stazione, dove, naturalmente vi era anche la fermata degli autobus, faceva sì che la spiaggia fosse di gran lunga la più frequentata da tantissimi bagnanti e turisti cosiddetti “locali” provenienti dall’entroterra.
    ”Turisti locali” che ogni anno invadevano Melito e soprattutto “il Checco” arrivando tutti “bianchi” e forniti di ogni sorta di creme e oli, per gareggiare in abbronzatura con noi del luogo che già, "assolati" da marzo, eravamo “neri” come il carbone.
    Rispetto al “Lido Rosa dei venti” che si trovava ad un tiro di schioppo, “il Checco” era meno fornito dal punto di vista balneare tipo ombrelloni, sedie a sdraio o servizio di salvataggio (anche perché, proprio lui (!), il “Checco”, non sapeva nuotare), ma, come ogni chiosco che si rispetti ed in modo molto professionale, questo bisogna dirlo, faceva servizio di bar, ristorante, per un periodo anche pizzeria, servizio bar e gelateria ambulante in spiaggia. 
    Si vendevano anche dei prodotti tipo schampoo e bagno-schiuma a buon prezzo (che ci sono costati a parecchi i capelli, essendo proprio di scarsa qualità). 
    Poi juke-box e possibilita’ di passare il tempo, prima di fare il bagno, facendo una partitella a carte, e, il pomeriggio, talvolta fino a notte inoltrata, a giocare a “patruni e sutta”, gioco di società, o meglio di compagnia, ancora in voga tra vecchi amici di quel tempo, con la finalità di non far bere qualcuno o alcuni e gli altri ad ubriacarsi, logicamente. 
    Ricordo “turisti locali” che furono portati al pronto soccorso, lì vicino, per delle lavande gastriche che furono necessarie (non essendo abituati ai trucchi, soprattutto, del gioco) per rimetterli in sesto prima di farli ritornare dalle mogli e dai figli in condizioni veramente pietose.
    Io che l’ho frequentato per 35 anni, devo fare presente che non ricordo mai che la doccia non funzionasse o che ci fosse stata qualche rissa, se non qualche scaramuccia, come in altri luoghi che ho già raccontato, dovute a “problemi di cuore” o per risentimenti per non aver bevuto nel “patruni e sutta”(forse perché lì vicino vi era, anzi c’è, la caserma della Finanza).
    Devo anche onestamente dire che a quei tempi, essendo parecchi di noi disoccupati, il “Checco” e i suoi, la moglie e i figli (quattro, due maschi e due femmine), non hanno i mai negato il credito; avevano il cosiddetto “libro nero” e quindi veniva tutto registrato.
    A tal proposito vi racconterò un’aneddoto, per farvi capire l’ importanza di questo “libro nero”.
    Quando ritornai dopo 5 anni senza tornare mai a Melito, il mio primo pensiero fu quello di andare a saldare il mio debito, che ammontava, ricordavo, più o meno a 10.000 Lire, che, partendo all’improvviso, non avevo potuto liquidare.
    Verso le ore 09,00, dopo i convenevoli saluti con tutti gli amici presenti, mi avviai al banco dove c’èra la moglie del “Checco”, s.ra Maria, che alla mia domanda:-Signora, mi dovete scusare per il debito che non ho potuto 5 anni fa saldare; di quanto si trattava- rispose, senza neanche salutarmi o domandarmi dove fossi stato in tutto quel periodo:-Sono 10.000 Lire tonde tonde, Lillo-.Veramente incredibile, ragazzi!!!
    Dopo 5 anni il “libro nero” era ancora lì che aspettava la risoluzione di qualche debito.
    Scoppiammo tutti a ridere a crepapelle con me che pagai da bere a quei pochi amici che a quell’ora erano presenti.

  • 03 marzo 2017 alle ore 0:12
    Il rugby a Melito di Porto Salvo

    Come comincia: La storia della nascita della squadra di rugby nella mia città, Melito di Porto Salvo, è facile da raccontare per uno come me che ancora ricorda fervidamente quei bellissimi anni trascorsi praticando uno sport che per noi giovani allora era del tutto o quasi sconosciuto.

    Tutto nacque soprattutto perché a quei tempi il rugby era assurto a livello nazionale con la squadra del rugby di Reggio Calabria che, dopo un’ascesa incredibile dalle serie minori, si faceva onore nel massimo campionato di Serie A avendo anche alcuni giocatori che facevano parte della Nazionale.

    L’idea di creare una squadra di rugby a Melito venne ad un signore, Gino Coco, che, essendo originario della città ed avendo aperto un negozio di abbigliamento col nome “Kent” ed avendone uno anche a Reggio Calabria, seguendo il suo entusiasmo per questo sport, decise, insieme ad alcuni amici che si era creato durante la gestione del negozio, di avviare la ricerca dei giocatori per far parte di questo progetto.

    La cosa non fu difficile.

    Si era nell’ estate del 1976 e ricordo che mentre io e degli amici facevamo la solita partitella a pallone sulla famosa spiaggia del “Checco”, si avvicinò un altro amico, Ninetto Coco, parente del summenzionato Gino, che ci disse che costui, che conoscevamo solo come proprietario del negozio, desiderava parlare a molti di noi dopo che Ninetto stesso ci aveva menzionato come probabili futuri giocatori, avendo le caratteristiche adatte per il rugby, compreso lui stesso.

    L’appuntamento fu per quella sera stessa e insieme a me si presentarono:
    -Pietro Sergi, mio fratello
    -Ninetto Coco
    -Mario Lampada
    -Giancarlo Liberati
    -Marcello Saitta
    -Franco Saitta
    -Mimmo Sgrò
    -Roberto Minicuci
    -Gennaro Ambrosio
    -Mario Andrianò
    -Francesco Schimizzi
    -Fortunato Benedetto
    -Paolo Nucera

    Questi fummo i primi che ci presentammo ai quali si aggiunsero, nelle settimane e mesi seguenti, degli altri tra i quali:

    -Masino Laganà
    -Peppe Martino
    -Peppe Minniti
    -Pino Sarica
    -Dino Sgrò
    -Giovanni Cuzzucoli
    -Roberto Attinà
    -Carmelo Gulino
    -Santo Cuzzocrea

    A tutti questi poi agli inizi del campionato e di Serie C e di Under 23 si aggiunsero 3, 4 giocatori di esperienza di Reggio Calabria e dintorni tra cui un ragazzo che chiamavamo “Canguro” ma del quale, purtroppo, non ricordo né nome e né cognome.

    Quella sera si stabilirono i giorni d’allenamento e i metodi e ci furono inculcati, teoricamente, i primi rudimenti di quello sconosciuto sport che a tutti appariva violento, almeno dalle sporadiche immagini televisive che allora noi vedevamo, non essendo proprio interessati.

    Nacque così il “Kent Rugby Melito” che fu “bagnato” da fiumi di birra (bevanda scelta dai rugbysti fin dagli albori per festeggiare) offerta dal neo-presidente Gino Coco.

    Il presidente fu coadiuvato principalmente da Santo Dattola e Antonino Minicuci.

    Devo dire in onestà che tutti coloro che fummo scelti per far parte della squadra, non eravamo stati molto bravi a giocare a calcio e quindi per noi, oltre che essere volonterosi e curiosi a praticare quello sport, dall’altra parte ci consentiva di capire se fossimo stati in grado di eccellere almeno in un altro sport, seppur duro come quello.

    Cosa che, nel nostro piccolo, ci riuscì in quei bellissimi 3 anni, nei quali facemmo, sia in casa che fuori, delle partite avvincenti... bellissime (vincendole ed anche perdendole) che lasciarono, nel pubblico che soprattutto in casa ci seguiva numeroso, dei ricordi indelebili.

    Peccato che poi la squadra fu estromessa dal campionato per pesanti sanzioni disciplinari dovuti alla baraonda che seguì alla fine della partita contro il Cus Pellaro (molti giocatori di quella squadra finirono all' ospedale davvero malridotti) per vendicarsi dell’aggressione subito nella partita d’ andata a Pellaro da parte dei giocatori del Cus Pellaro, supportati dal pubblico.

    Stupidamente si attuò la vendetta ed allora il rugby a Melito finì prematuramente anche perché il presidente Coco in seguito chiuse il negozio, perché alcuni giocatori (come me) partirono per altri lidi per lavorare, perché alcuni anche si sposarono e quindi abbandonarono.

    Ci fu un debole tentativo per riprendere organizzando una partita contro la Nazionale Militare nel 1986, persa 32-0, (alla quale partecipai per un tempo anch’ io, rientrato nel frattempo dopo 5 anni fuori Melito) ma tutto finì lì anche perché non vi era più la stessa volontà e determinazione che avemmo noi “pioneri” ed anche perché, e voglio dirlo senza paura che sia smentito da alcuno, che noi eravamo veramente dei duri.

  • 01 marzo 2017 alle ore 16:57
    L'anticonforme al nulla

    Come comincia: - Dio! Mi sembra tutto così inutile! Di ricordi ne ho tanti ormai, ma appaiono così lontani, quasi inafferrabili nel  loro punto culminante, così sfuocati. No, nessuna gioia provo nel ripescarli, solo rimpianto. Fossero almeno recenti, quelli che hanno un senso! In tal caso riuscirei a riviverli davvero.
    - Ti sbagli. Il passato è passato. L’insoddisfazione sarebbe medesima. Un mese è già lontano come un anno o dieci, se si è incapaci di rifare oggi gli stessi passi.
    - Rifare oggi gli stessi passi? Ma oltre alla capacità mi mancherebbe la passione, la spensieratezza, il coraggio del tuffo.
    - Ma dai, che vuoi che sia? E’ fissazione la tua. Vedi come si esaltano quei ragazzetti imberbi.
    - Di certo non è loro che invidio. A volte disprezzo quella presunzione. Se avessi la grinta di un tempo, il loro posto sarebbe quello di ronzare intorno ai miei piedi. Invece sono io a subire i loro sguardi beffardi.
    - Ma che sguardi? Adesso sogni! Se è vero che la realtà che conta per la vita pratica dipende essenzialmente dalla nostra volontà, tu, amico mio, rischi di incapsularti in una fogna. E’ strano. Tu vedi in quegli sguardi la beffa? Sono solo degli sguardi innocenti che per caso si posano su di te, per distaccarsene dopo un attimo. Quelle menti vagano altrove. Dovresti anzi ritenerti fortunato. Vuol dire che esisti, che sei lì, presente, attore nel loro mondo, nel mondo vero,e non solo in quello fittizio costruito dal tuo egocentrismo esasperato.
    - Parole sante! Ma vedi, è proprio la volontà che viene meno al suo compito. La ragione non conta, tanto meno la logica. E’ troppo forte l’inerzia. Così, non mi resta che guardare quando posso il mondo che ruota veloce senza mai interrompere il suo corso, giudicarlo e criticarlo, perché stanco di giudicare me stesso. Intanto la noia mi culla e mi narra della morte, che rimedia agli artigli dell’angoscia. La noia è come una madre piena di cure, che t’asfissia e da cui vorresti scappar via. Una madre così dolce nel ricordo che muore e rinasce tante volte, senza mai invecchiare. La noia esorcizza il suicidio. Ormai sono fuori dal mondo e non so se rallegrarmene o dannarmi per non aver reagito. Se mi illudo di essere ancora vivo – quante volte! – entro alla cieca nel vortice quando scorgo che rallenta un pochino. Mi metto in corsa toccandomi continuamente per rafforzare l’illusione che pian piano s’affievolisce. Ma al primo scatto brusco mi rifugio in un fossato e me ne resto immobile, aspettando il buio che tarda sempre, per correre come il vento verso il mio guscio caldo che attende fiducioso e comprensivo il mio ritorno.
    - Si, ma prima dello scatto brusco?
    - Magari durasse più a lungo quel limite! Qual è la verità? In quegli attimi gli sguardi sono diversi, così pieni di una dolcezza complice che grida la sua sfrenata voglia di vivere. Sento urlare la gioia in un ciuffo di capelli che mi vola accanto, in un’esile mano venosa che s’accarezza i fianchi, in un sorriso bambino che rincorre la strana cadenza del tempo, nella vanità della bellezza che spunta dovunque, quasi dipinta dal pennello nervoso di un impressionista. A quell’orgia partecipo anch’io. In quell’effimero abbraccio mi sento vivo, finché non spunta l’offerta di un caffè amaro. E’ lo stesso caffè che beviamo tutti, ma il mio è amaro, imbevibile, disgustoso, anche se vien fuori dallo stesso bricco. Eppure gli altri lo bevono tranquillamente, lo apprezzano, ridono, parlano d’altro, e le proteste s’annegano in gola mentre guardo quelle facce normali. Penso a una congiura. Qualcuno se ne versa un’altra tazza. Cristo. Reprimo le smorfie e ingoio quel liquame. Mi dico che le gioie si pagano, ma ciò non è sufficiente. La presunta congiura mi tormenta, mi perseguita, condiziona i miei passi. Inizia allora l’affannosa ricerca di un fossato.
    - Vorresti sapere, dunque, se quel caffè è davvero amaro? E’ questo il dubbio che ti rode?
    - Più o meno è questo.
    - Ma che vuol dire amaro, amico mio? Te lo sei mai chiesto? Dolce che vuol dire? Bello e brutto che altro sono se non degli aggettivi che non hanno senso, non esistono in modo autonomo, indipendente? Sono i palati differenti. Non perché il tuo è più o meno sensibile, in valore assoluto,  rispetto a quello degli altri. Lo è forse in quel momento, perché disabituato al sapore di quel liquido nero e zuccherato, al sapore di una dolcezza qualunque. Forse perché hai lavato più volte i denti, impaurito d’infastidire col tuo alito, o per le caramelle mandate giù continuamente, o per le sigarette, accese una dietro l’altra. Li noto i tuoi vizi.
    - Insisti con la logica. La logica convince, ma non cura. La logica è indispensabile per la scienza e stona laddove la scienza non può immettere i suoi tentacoli. La scienza è rinchiusa in un enorme stanzone, il cui volume si moltiplica progressivamente, ma resta sempre chiuso. Dunque, la logica costringe la scienza ad affermare che tutto ciò che esiste è in quello stanzone. Al di fuori c’è il nulla, l’inconoscibile, che pian piano viene setacciato dalle mura porose della scienza – man mano che tali mura s’allargano – e conosciuto con la logica. Ma se un muro crolla la scienza muore, affoga nel nulla.
    - E chi dovrebbe far crollare quelle mura così spesse?
    - La stessa scienza. Vedi, prima era il nulla. Poi, inspiegabilmente, dal nulla comparve quello stanzone. Allora era solo un microbo invisibile che appena nato già iniziava a crescere e ciò che conteneva era infinitamente più piccolo e cresceva anche lui allo stesso ritmo. Passarono millenni e un bel giorno si verificò un’inversione di tendenza. Come dirti? Mentre in principio sia lei che lo stanzone crescevano entrambi in progressione aritmetica, mantenendo in proporzione le differenze che garantivano la vivibilità nello stanzone, dopo quel fatidico giorno lei, e solo lei, iniziò a crescere in progressione geometrica. Adesso la sua forza non è più proporzionata alla potenza delle mura. Per quanto tempo resisteranno quelle mura che, pur così infinitamente grandi e possenti, sono anche così fragili rispetto alla turbolenza di quei tentacoli?
    - Capisco. Dunque è inevitabile la fine? Quel processo è irreversibile?
    - No, no, no! Anche la logica a questo punto ti abbandona. Potrebbe verificarsi nuovamente l’inversione.
    - E se non si verificasse?
    - Per il momento la scienza ha allentato la tensione, cosciente forse che in gioco è la sua stessa vita. Ma continua a crescere inarrestabilmente. Sa che la logica ormai non serve, ma non vuole ammetterlo e continua ad usarla per trovare soluzioni inesistenti. A volte scherzando, per sfogare le sue forze represse, ha il coraggio di ammettere che l’unica salvezza sta nell’indurire i muscoli e disintegrare quell’enorme gabbia limitante. Arriva a dire che la morte, fuori dallo stanzone, è solo un pregiudizio: può essere che là fuori ci sia la vera vita. È solo uno sfogo, per fortuna. Bisogna temere soltanto il suo volume floscio che preme.
    - Quindi basterebbe un crampo, un improvviso prurito incontenibile per scatenare la fine?
    - Esatto.
    - E tu ti accontenti di stare ad oziare qui, in questa tana umida e remota, per evitare il più piccolo contatto con l’esterno?
    - Che altro potrei fare? Cosa potrei offrire a questo mondo saturo aprendo le mie porte?
    - Potresti intanto cogliere quei fiori di cui hai narrato lo splendore. Probabilmente il limite si allargherebbe.
    - I fiori non si colgono, non si violentano con uno strappo e lontani dalla terra appassiscono. La bellezza loro la si gode con lo sguardo, chinandocisi accanto, sfiorando i petali con le dita, inebriandosi del loro profumo.
    - Qualcuno potrebbe accusarti di vojerismo!
    - Qualcuno? Godo quando scorgo un fiore con lo stelo nella terra, ancorato alle radici, non certo nel vederlo cogliere da una mano orfana. In fondo siamo tutti un po’ vojer! Guai però ad allargare il buco della serratura. Deve restare stretto, in quel posto scomodo e pericoloso.
    - Non riesco a seguirti.
    - Eppure è così semplice, se ci pensi un pochino. In guerra quasi tutti riescono a uccidere, a passeggiare normalmente fra una folla d’uomini squarciati, a calpestare teste di morti con gli occhi di terrore ancora aperti. Vorremmo seppellire la morale in nome della libertà, sfatare i pregiudizi di tradizioni ataviche. In nome della libertà. E diventiamo tutti degli schiavi abulici. L’anarchia non esiste, perché non ha il tempo di divenire storia. I nostri istinti urlano al tangersi con essa. L’anarchia è morte. Il tempo, l’ultimo padrone, il più potente, lo si abbatte solo con la morte.
    - Allora, in fondo in fondo, anche tu sei un conformista che fa il gioco del potere. Aborri e detesti un mondo che tu stesso giustifichi come ineluttabile, e questo per non ammettere l’incapacità d’infilarci dentro le mani. La consideri una tua mancanza e dinanzi a quel fetido mondo t’immagini zoppo.
    - La ragione è tutta dalla tua. Verrai a trovarmi di nuovo?
    - Certo! Quando avrò voglia di piangere!