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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 maggio 2017 alle ore 20:50
    Mary solo per un giorno

    Come comincia: Mary camminava su e giù per la stanza. 
    Era sua consuetudine ogni qualvolta si sentiva agitata.
    E ci stava stretta in quella stanza!
    Troppo piccola per viverci in tre.
    Sua madre Vivien era uscita insieme alle altre sorelle e sarebbero rientrate tardi.
    Uscivano spesso la sera. A fare il mestiere più antico del mondo. A lei, la più piccola di tutte, sua madre aveva assegnato il compito più duro. 
    Intrattenere lupi affamati, dentro quella stanza puzzolente di sesso. L’aveva iniziata a quell'arte, sin da piccola. Quando, lei se lo ricordava bene. A soli otto anni le aveva aperto le porte  di quella miserabile vita. Una maniglia che si apriva, un uomo basso che si avvicinava a lei. 
    Le sue mani dappertutto. Fino ad entrarle dentro. Fino alle sue mutandine bagnate.
    Così era iniziata e, per anni, aveva continuato a respirare il puzzo di maschi divorati dal germe della depravazione.
    Adesso aspettava l’ennesimo cliente.
    Aveva 16 anni e gli ultimi otto le avevano cambiato  il cuore.
    Odiava profondamente sua madre, le sue sorelle e quella vita di fango che conduceva a stento. Ma non poteva fare nulla per ribellarsi. Non ne era capace. Non ne aveva la forza.
    Vide la maniglia muoversi e cercò di prepararsi mentalmente a quell’incontro, con l’orco di turno. 
    Quando entrò si trovò davanti un uomo sulla cinquantina, grasso e malvestito. Le sembrò di intravedere un rivolo di pervertito piacere scivolare da un lato della sua bocca. Iniziò a spogliarsi davanti a lui. Con il tempo era diventata molto brava e, abile, aveva imparato a fare in fretta. Ogni volta faceva in modo che durasse sempre meno.
    Appena giunto al culmine, l'uomo si alzò e si rivestì. 
    Le lasciò i soldi sul comodino e chiuse la porta dietro di sé.
    Mary si sdraiò sul letto appena fatta la doccia.
    Come sua abitudine.
    Adesso non aveva più bisogno di sciogliere la sua paura. Non aveva più bisogno di camminare su e giù per quella stanza. Voleva solo chiudere gli occhi e non pensare più fino al giorno dopo.
    Si addormentò. 
    Alle prime luci dell'alba si alzò.
    Ma quella sarebbe stata un'alba diversa da tutte le altre. Un'alba muta come il suo dolore.
    Con sé prese solo un marsupio e un paio di occhiali scuri. 
    Chiuse la porta e si diresse verso il parco, come ogni mattina. 
    E fu proprio lì che tutto ebbe inizio e fine.
    Le aveva lasciate così. 
    Sparse lungo il marciapiede a ridosso del parco.
    Gettate per terra come non fossero mai appartenute a nessuno.
    Come se chi le aveva indossate non fosse mai stato niente. Immondizia e null'altro.
    Tre paia di scarpe colorate e un altro spaiato. Nessuno l'aveva vista mentre, furtiva, le spingeva per terra. 
    L'estate non era ancora arrivata ma lei sentiva un fuoco attraversarle il corpo.
    Quello scorcio di tempo appena trascorso le martellava nella testa. E, per quanto camminasse veloce, i suoi pensieri lo erano di più.  
    In quel parco, tra i raggi di sole appena accennati, una molla le era scattata dentro.  
    Senza darle più tregua. 
    Era stato un gioco facile attirare sua madre e le  tre sorelle nel parco.
    Loro rappresentavano per lei l'unica famiglia.
    Una famiglia disperata che non le aveva risparmiato nessuna sofferenza della vita.
    Più pensava più la rabbia diventava accecante. E, quello che voleva essere solo un gioco, pian piano si trasformava in un chiodo fisso.
    "La mia famiglia" pensò! Proprio quella che le aveva distrutto la vita. I progetti. I sogni nel cassetto. 
    E non aveva trovato alcun modo di liberarsene, fino a quel giorno. 
    Fino a quel pensiero. Aveva dato appuntamento ad ognuna di loro, in una panchina diversa. Lontane una dall'altra. 
    Ad ogni panchina, un sorriso.
    Ironico beffardo e poi sempre più macabro.
    L'ultimo sorriso più sordo degli altri finiva con un pugnale, conficcato nella schiena di tutte. 
    Con sua madre era stato più difficile.
    Era riuscita a fuggire dopo il colpo infertole e nella corsa aveva perso una scarpa.
    Mary l’aveva raggiunta con un balzo per finirla subito dopo con il pugnale nel cuore. 
    Il posto in cui le aveva fatto più male.   
    La scarpa non era stata più in grado di ritrovarla.
    Ma tante erano le cose che Mary non ritrovava più di sè. 
    Perse per sempre negli anni di quell'adolescenza rubata, che mai più sarebbe ritornata.
    Adesso, le scarpe erano tutte lì. 
    Ai margini di quel marciapiede, dove camminano le vite di ognuno. 
    Tra tutte le foglie, dove muoiono gli alberi. 
    Dove muoiono le vite di nessuno.
    Così come oggi, moriva la sua.

  • 31 maggio 2017 alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.

  • 25 maggio 2017 alle ore 12:01
    2012

    Come comincia:  Ci sono momenti in cui cominci a pensare a ciò che è andato storto, a ciò che è volato via, a ciò che hai perso, alle cose che non avrai mai, ai progetti andati in fumo, a gli addii… Alle promesse mai mantenute… Avverti un senso di solitudine, ma sei li, capace di vivere ogni singolo istante della tua vita con un sorriso… Non essere triste, non avere rimpianti, ricorda che la felicità è fatta di piccole emozioni e va goduta in punta di piedi.

  • 25 maggio 2017 alle ore 11:57
    2011

    Come comincia:  Percorri il tuo cammino e fa in modo che sia all’altezza dei tuoi sogni. Non puntare troppo in altro, accontentati delle cose semplici, perchè quelle sono le più belle, non è detto che tutto ciò che luccica, brilli sempre, a volte anche un puntino di luce illumina molto. A volte le piccole cose ti riempiono di sicurezza e ti danno la giusta carica per placare il dolore e l’amarezza. Quando un sogno cade, impara a costruirne altri da quelli che hai già realizzato, ricomincia sempre. Custodisci e non sciupare, quello che hai realizzato e concretizzato con fatica in passato.

  • 25 maggio 2017 alle ore 11:56
    2011

    Come comincia: Fiera di essere come sono, con i miei pregi e difetti, con le mie lacune, con le mie carenze. Sono fiera lo stesso, con tutte le paure che mi porto dentro, con la mia forza e la mia sensibilità, con la mia imprevedibilità. Fiera della mia vita e di come l’ho vissuta, con tutti i miei sbagli, con le lezioni che ho appreso,con le salite fatte di corsa, con le discese, con gli addii e i ritorni. Certezze e sicurezze poche, dubbi tanti, ma sempre viva.

  • 25 maggio 2017 alle ore 11:55
    2011

    Come comincia:  Voglio augurarti tutte le cose belle che la vita ti donerà. Ti auguro di diventare una persona semplice, sensibile per guardare la bellezza delle cose e per provare grandi gioie, soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno. Ti auguro di diventare coraggioso/a, per avere la forza di lottare contro le immancabili difficoltà. Ti auguro di ritrovare la pace interiore, per accettare il perdono. Ti auguro la speranza, per vivere ogni giorno la vita pensando positivamente. Ti auguro di diventare spontaneo/a, per essere in grado di dare agli altri senza pretendere e di non aspettarti nulla in cambio. Ti auguro la felicità.

  • 20 maggio 2017 alle ore 16:39
    Il bar Serranò

    Come comincia: Uno dei più noti bar di Melito di  Porto Salvo che a partire dalla fine degli anni ’60 ha fatto tendenza soprattutto per i non melitesi, è (o meglio è stato) il bar Serranò. 
    Era e lo è ancora, situato sulla via Nazionale a ridosso del lungo e bel Viale delle Rimembranze che come il Corso Garibaldi, il Paese Vecchio, la piazza della stazione ferroviaria, la piazza di Porto Salvo, la piazza dell’Immacolata e tante altre zone è stato oggetto del piano dell’abbellimento estetico previsto per la città già da tanti anni. 
    Proprietari del bar, gelateria pizzeria e rosticceria, sono i fratelli Serranò Giovanni, Diego, Roberto, Massimo e Sandro, che, alla morte del loro papà Tito, ne hanno rilevato, logicamente, la gestione insieme alla madre. 
    Nel 1980, io vi lavorai nel periodo estivo da giugno a settembre e devo dire che allora, non essendo ancora così grande e con annessa la pizzeria e la rosticceria, il bar era affollatissimo soprattutto di sera e frequentato tantissimo da clienti affezionatissimi che venivano dall’entroterra ed anche da Reggio città e paesi limitrofi per gustare il rinomato gelato e le granite di “don Tito”. 
    Ricordo che io, lavorando dalle 14,00 alle 01,00 di notte, alla fine ero stanco ma la “sbirciatina” al “Petit Paradis" era d’obbligo e questo mi portava ad alzarmi non prima delle 12,00, andare al mare, rinfrescarmi, pranzare di corsa e ritornare al lavoro sempre stanco. 
    Proprio per questa mia stanchezza che non m’impediva lo stesso di essere efficiente sul lavoro una sera ne combinai una bella. 
    Dopo aver preparato il vassoio con vari gelati, granite e bicchieri d’acqua (almeno 15 pezzi) e aver preso lo scontrino alla cassa, stavo avviandomi verso il tavolo dei clienti, quando sentì una voce che mi chiamava, facendomi girare di scatto. 
    Malauguratamente dietro di me c’era la signora Mimma, moglie di “don Tito” che, avendo dimenticato io di prendere i fazzolettini, me li voleva dare per portarli al tavolo. 
    Quando mi girai presi in pieno la signora, che, essendo più bassa di me fu presa in pieno volto.
    Cadde all’ indietro con tutto il vassoio addosso pieno di gelato, granite e acqua facendo un rumore fragoroso che fece sobbalzare tutti i clienti seduti dentro e fuori del bar. 
    Fortunatamente la signora non si fece male e finì che ci mettemmo a ridere per sdrammatizzare la cosa. 
    Sicuramente se non fossi stato stanco, non sarebbe successo. 
    Comunque quell’ estate, lavorando lì ebbi il modo di conoscere molta gente e molte “prede estere locali”. 
    Il bar, negli anni a seguire, s’ingrandì e si rinnovò continuando a fare tendenza sempre con molti clienti provenienti da Reggio Calabria.
    Adesso con il Lungomare dei Mille e qualche bar in più che fa concorrenza anche apertosi vicino, il bar Serranò è meno frequentato ma è usato adesso anche per vari avvenimenti tipo compleanni, battesimi, comunioni e talvolta per convegni. 
    Da qualche anno è diventato un albergo a 5 stelle; quell’ albergo che manca da sempre ad una città come Melito e che speriamo, gestito da questi giovani e bravi imprenditori, farà sì che almeno da questo punto di vista sia più apprezzata nel futuro che ci auguriamo sia, economicamente e turisticamente, più florido.

  • 14 maggio 2017 alle ore 12:05
    Pin-Up e Norimberga

    Come comincia: Entrarono in Alba con occhi di sonno.
    Uno si fece il segno della croce, l’altro niente.
    La gente in strada gli gettò uno sguardo discreto, poi più niente.
    L’aria condensava sui vetri delle finestre: tempo strano, a tratti soffocante, più spesso freddo.
    “Giustizia è stata fatta.”
    Tirò su col naso: “Norimberga. Non sono convinto.”
    Tacquero. Attraversarono le stradine stando attenti a calcinacci e finestre pericolanti.
    “All’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    “Dove Hitler diede di matto: chi te l’ha raccontata questa balla?”
    “Nessuno in particolare. Si dice in giro, tra le fila dei nazionalsocialisti.”
    “Ce ne sono ancora, a volto scoperto?”
    Presero a ridere piano.

    Aveva l’aspetto di un’osteria, però mancava l’insegna e le finestre tutte rotte.
    Grida e odori di spezie.
    Entrarono, ma la porta non c’era e gli stipiti neanche.
    Dentro era tutto molto spartano: tavoli grandi e spaziosi apparecchiati, senza tovaglie.
    Trovarono un tavolo libero, si accomodarono senza che nessuno dedicasse loro uno sguardo.
    “Beppe, ce l’hai una?”
    [trans]
    Beppe era pelato, i pochi capelli rimastigli li aveva rasati a zero: il naso era lungo e affilato come il becco d’un corvo. Era di Asti. Tutti i suoi erano stati di Asti e lì erano morti per guerra o malattia. Poi era scoppiata la Seconda e Beppe aveva lasciato i campi dell’astigiano, aveva preso in spalla lo zaino e un vecchio fucile e si era unito ai Partigiani: in un gruppo aveva trovato Leucò, pallido, dall’aria malaticcia, ma aveva la forza di un bue e non era ottuso come l’animale.
    Beppe tirò fuori un pacchetto malandato di Camel americane e lo lasciò sul tavolo: Leucò ne tirò fuori una per sé e un’altra che lasciò sul tavolo e che Beppe subito raccolse fra le labbra. Beppe ritirò il pacchetto in tasca. Accesero con i cerini di Beppe. Respirarono il fumo, lo lasciarono cadere nei polmoni.
    “Buone.”
    “Meglio delle Nazionali.”
    “Quelle fanno schifo. Il Duce non le fumava.”
    “Che ne sai tu?”, buttò lì Beppe: “Mica lo sai che fumava.”
    “E invece lo so.”
    “Sì, sì.”
    Per un po’ Beppe fissò Leucò, con un sorriso di niente; poi Leuco si guardò attorno in cerca di una chellerina per ordinare zuppa calda, una forma di pane e del vino rosso.
    “Senti Leucò, tu che ne dici di Norimberga. E’ davvero finita?”
    Quello tirò su con il naso, poi sputò fumo dalle nari. Sbiancò un poco e alzò le spalle. “Non finisce mai”, si limitò a farfugliare, perché altro non sapeva.
    Beppe si grattò il cranio, spegnendo la cicca sulle assi del tavolaccio. Nell’intanto un donnone: tutt’e due soltanto uno sguardo. Dissero che volevano della zuppa ben calda e pane. E del vino.
    Il donnone appuntò qualcosa a matita su un foglio bisunto, dopodiché ciabattò via sbuffando.
    Leucò tirò fuori un fiato; ci ripensò e rimase in silenzio.
    ”Cosa c’è?”, domandò allora Beppe.
    “Le sigarette… quelle americane sono una cosa, non sono quelle nostre, sono buone.”
    “Già. Gli americani. Ma io non li vedo bene.”
    “Che intendi?”
    “Non sono venuti qui a farsi sbudellare per niente e per darci le Camel.”
    “Però sono venuti. Gli dovremmo essere grati.”
    Beppe sputò sul pavimento in segno di disprezzo: “Nessuno si fa sbudellare così, nemmeno se ci sono i fasci dietro.”
    “Il Duce le portava nel suo boudoir le ebree, le faceva mettere a novanta e dopo che si era sfogato chiamava perché qualcuno se ne sbarazzasse.”
    “Se ne dicono tante adesso che gli è stata fatta la festa al bastardo e a quella puttana della Claretta Petacci.”
    “Sì, tante.”
    Tennero il silenzio per poco.
    “Non arriva ancora la zuppa”, osservò Beppe.
    “La starà facendo quella che è venuta.”
    ”Non l’ho vista bene.”
    ”Non è come le americane. Io le ho viste.”
    “No, tu non le hai viste.”
    ”Ti dico di sì. Gli americani le chiamano pin-up.”
    “Quelle disegnate sugli aerei non sono donne.”
    “E che cosa sarebbero allora?”. E così dicendo tirò fuori da una tasca una figura bisunta: “Questa me l’ha data uno, ha detto che le femmine americane tutte così.”
    “Tu non parli americano”, gli fece notare Beppe. “Quello non può averti detto nulla.”
    “Ha parlato.”
    “Tu parli americano? Fammi sentire.”
    Leucò rimase in silenzio arrossendo, poi squittì: “Però quella lì è vera.”
    “Può darsi”, si limitò a osservare Beppe. E subito dopo aggiunse: “Non sono venuti per farsi sbudellare da tedeschi e italiani. Vogliono qualche cosa.”
    Leucò abbozzò un mezzo sorriso: “Le nostre donne forse!”
    Beppe si passò una mano sulla pelata lucida e ormai bagnata di sudore: “No. Le femmine sono dappertutto.”
    Leucò accusò il rimprovero.
    Beppe lo fissava con occhi a spillo, duri come diamanti.
    “Che pretenderebbero secondo te?”
    Beppe si fece scuro in volto, come se un’ombra gli si fosse incollata sulla faccia per non staccarsi mai più: “Solo il tempo ce lo dirà.”
    “Adesso stanno con noi.”
    “Tu lo capisci l’americano? Io sento solo che parlano, ma non capisco che dicono. Non mi fido.”
    “Che vuoi dire?”
    “La zuppa!”, gridò Beppe a nessuno in particolare.
    “Voglio dire che lo vedremo domani”, spiegò sempre più cupo, con voce spenta: “Si era travestito da militare tedesco. Il porco voleva fare la fuga assieme alla Claretta, verso la Valtellina. Ma a Dongo i nostri Partigiani lo beccano. Che figlio di puttana! Il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra finisce. Ma non finisce veramente. Niente finisce. Data e luogo da ricordare, Leucò.”
    “Lo so anch’io com’è andata.”
    “Se lo sapessi non mi chiederesti delle americane.”
    “Non ti chiedo di loro. Ti dico soltanto che le chiamano pin-up.”
    Mentre discutevano, gli arrivò la zuppa e un forma di pane nero, e una brocca di vino, rosso e denso come il sangue d’un porco appena sgozzato. Il donnone gli mise tutto sotto il naso, poi sbuffando si tirò via, senza prestare orecchio alle chiacchiere dei due.
    Presero a spezzare con le mani il pane, lo cacciarono nella zuppa bollente e quasi più nera del pane: non si capiva di cosa fosse fatta, però andava giù bene nello stomaco.
    Quando le scodelle furono ripulite, Beppe prese la sua fra le mani, con fare cerimonioso quasi fosse il Santo Graal: “La vedi questa? Adesso è pulita. E’ finita, devi capirla la differenza.”
    Leucò fece finta di non capire: “Non lo puoi sapere che non hanno sputato nella zuppa prima di servirtela.”
    Beppe allora sputò nella scodella vuota: “Anche se fosse, adesso il conto è pari.”
    “Hanno cominciato a ricostruire.”
    “Non qui. Alba è dei Partigiani italiani.”
    “Costruiranno.”
    “No, stanno tutti giù, sulle coste. O dalle parti di Salò. In Sardegna soprattutto, e in Sicilia. Quelli c’hanno qualcosa in testa, te lo dico io.”
    “Delle donne hanno preso nel letto alcuni americani.”
    ”Sono uomini pure loro: una donna ti fa dar di matto anche se non lo vuoi. Non si è mai liberi.”
    “Il Governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libertà che erano compromesse o perdute; quella di lavorare, quella di possedere, quella di circolare, quella di onorare pubblicamente Dio, quella di esaltare la Vittoria e i sacrifici che ha imposto, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte, non già un semplice satellite della cupidigia e della demagogia altrui” (* ), recitò in maniera meccanica Leucò: “Lo ha detto Mussolini da qualche parte.”
    ”E tu l’hai imparato a memoria.”
    ”Ero giovane e pensavo che avrei studiato, che sarei diventato qualcuno. Poi i miei vecchi sono morti e io ho girato in lungo e in largo.”
    ”E’ successo a molti. Non sei il solo.”
    “Non è bello: certe cose mi sono rimaste scolpite nella testa. C’è mancato un pelo, un fascio stava per farmi la pelle, ma io sono stato più veloce. Capisci?”
    “E’ successo a molti, non sentirti speciale per questo.”
    Nell’intanto era arrivato il conto. Beppe guardò con la coda dell’occhio la donna… le cacciò in mano delle monete.
    “Non bastano.”
    “E’ tutto quello che abbiamo. Abbiamo fatto la guerra.”
    La donna si limitò a dargli uno sguardo torbido, quasi fosse abituata a simili battute. Solo aggiunse: “Qui non si fa credito a nessuno.” E si portò via.
    Beppe e Leucò si portarono fuori, gettando nell’intorno fugaci sguardi fra le dense spire di fumo.

    Fuori non era meglio: l’aria era pesante, indefinita, pareva d’essere dentro un limbo dove non si è né vivi né morti. La condensa sui vetri era così spessa che lo sguardo non riusciva a spiare alcun segno di vita al di là.
    In Alba le strade erano dissestate, per terra vermi e sangue ancora fresco. Le campane suonavano di un suono tetro, più o meno volgare. I due camminavano tirando un passo lento di stanchezza, l’uno accanto all’altro.
    “Io dico che quella ha sputato nella zuppa.”
    Beppe diede un sorriso a metà sotto il naso aquilino: “Anche se fosse, oramai l’hai buttata giù. E poi non hai reclamato prima, perché dovresti farlo adesso, non so.”
    Leucò sorrise pure lui: “Sì, mi sa che hai ragione. Però all’Augustiner Weissbier sputano nella birra.”
    ”Tanto tu non la bevi lì “
    “Già.”
    Più passavano avanti più l’aria si faceva pesante, di nebbia.
    “Non è buono questo tempo: si respira male.”
    “E’ il tempo. E’ il tempo.”
    Beppe tirò fuori le Camel, se ne cacciò una in bocca e una la offrì al compagno.
    “Americane.”
    “Americane”, gli fece eco Beppe. “Quelli non sono venuti qui per farsi sbudellare… per questo fumo. Te lo dico io, quelli hanno qualche cosa che gli frulla in testa.”
    “Tu lo sai?”
    ”No. Lo so e basta che è così. Chi vivrà vedrà.”
    Leucò cambiò argomento, di botto: “Hai mai pensato che potresti metter su famiglia?”
    ”No, no. Un uomo nasce libero.”
    ”Perché una donna lo mette al mondo.”
    Beppe non trovò argomenti con cui controbattere, inghiottì un bolo di rabbia e aspirò ben forte il fumo della Camel fino a farsi fumare il cervello. Perse per mezzo secondo il passo, niente di più.
    “Andiamo.”
    ”Stiamo già andando. Siamo al tramonto. E’ bello rosso, anche se c’è la nebbia.”
    ”Non lo so se quello è il tramonto. Potrebbe essere il fuoco di una guerra. O il colore dell’alba.”
    “Non ci avevo pensato.”
    Camminarono in silenzio fendendo la nebbia, andando incontro al tramonto o a qualunque cosa fosse, mentre Leucò confessava a Beppe, in un fil di voce, che lui una famiglia l’avrebbe voluta.
    Finirono i loro passi in Alba con occhi di sonno.

    * (Parole rivolte ai rappresentanti dei Sindacati agricoli in Roma, il 30 Luglio 1925). - V, 124.

  • 07 maggio 2017 alle ore 19:57
    Un nuovo universo

    Come comincia: Una mattina mi sveglio e il mondo è dentro di me. Non ci sono tormenti, non ci sono palpitazioni, nessun respiro profondo per poter continuare a vivere. Sono calma, il mio battito è regolare, il mio respiro è fluido. Sono in armonia, il mondo è dentro di me. Non fa paura, non è buio, ma solo luce immensa. Posso contenerlo, perché so finalmente chi sono. Sono in pace, sono viva, sono piena, sorrido alla vita e lei sorride a me. Bastava poco… due occhi profondi dei colori della terra, capelli bagnati dalla notte, labbra come nuvole e mani di acqua e di fuoco. Un corpo si adagia sul mio, un incastro perfetto, pelle su pelle. Due anime che si baciano e si fondono. Non c’è più nulla di mio. Due sogni che si incontrano. Non c’è più nulla di suo. Due sessi che si sfiorano e annegano nel piacere. Un nuovo universo si crea. Il suo mondo è dentro di me. Il mio mondo è dentro di lei. Noi siamo il nostro mondo.  Un mondo incantato e reale come il nostro amore.