Clessidra

Con le maniche perfettamente tese che parevano inamidate.
La signora Franca, su al quarto piano, aveva questa strana abitudine di stendere gli indumenti con un maniacale rigore geometrico. I fazzoletti e le tovaglie a quadri sul lato sinistro del balcone schierati in un’imponente esercito di quadrati perfetti; le mutande, che invece erano triangoli equilateri, stavano in mezzo tra le tovaglie e le magliette del signor Giuseppe. E così, sembrava di assistere a un gigantesco Tetris, quando una folata di vento, più forte del previsto, tirava giù un calzino che perpendicolarmente e con una geometria pressoché perfetta, planava verso il cortile, andandosi a incagliare nelle biciclette abbandonate a terra dai bambini del palazzo di fronte. 

Subito dal quarto piano si allargava un lamento disperato fatto di “oh Mimì…” seguito a ruota da uno sghignazzo beffardo del marito che dal profondo della sua poltrona, girava una pagina della settimana enigmistica ruotando la testa verso la porta a vetri del balcone. Lì Franca, con le mani nei capelli a guardare il calzino che va giù e una lisca di pinze sulla tasca del grembiule.

Franca era l’amore suo. Dopo 45 anni di matrimonio, anche se non glie l’aveva mai detto, la sera, poco dopo essersi coricati, lui la osservava addormentarsi attraverso la fioca luce del lampione che filtrava dalla tapparella.

Il suo profumo era sempre lo stesso. Lo stesso di quel giorno, di tanti anni prima, quando si erano ritrovati per caso schiacciati uno contro l’altro, in un tram sovraffollato di Torino. Fuori la pioggia veniva come Dio la mandava e le folate di vento tormentavano anche gli intrepidi passeggiatori sotto i portici.

Lui tornava a casa dal servizio militare, e lei era in città per comperare un vestito a sua sorella.

Perso in una nuvola di ricci castani, lui si era piegato un po’ in avanti per cogliere meglio quella fragranza; e lei come se l’era presa! Aveva tirato fuori un’agenda dalla borsa e glie l’aveva spiattellata dritto sulla testa.

Non amava essere osservata, ma quello strano ragazzo in divisa, mentre si massaggiava la testa con una smorfia, le fece un sorriso come nessuno glie ne aveva mai fatto.

Giuseppe arrivava dai monti.

Un giorno aveva imbracciato per la prima volta il fucile e gli avevano insegnato a sparare a un bersaglio rosso in fondo al bosco.

Cento chilometri più in là Franca stava piangendo perché il moroso l’aveva lasciata sola andandosene via con un’altra. La festa del paese e cento volti che sorridevano, in mezzo lei e le sue lacrime; sulle mani il colore sbavato delle guance, messo con tanta cura prima di uscire, solo per lui, solo per piacere a lui.

Un vestitino blu con tanti fiorellini bianchi e i capelli sciolti che cascavano dolcemente sulle spalle. Mentre si ripeteva che tutto quel dolore, mai e poi mai! Non se ne sarebbe mai andato…

Giuseppe aveva passato tutta l’infanzia in una cascina, col papà, la mamma, il fratello più grande e due cavalli.

In autunno raccoglieva le mele con le gambine di bambino penzolanti dall’albero. Il sole filtrava tra le foglie e lui ridendo come un matto si appendeva a testa in giù fra le urla della madre. La quale gli assicurava che presto, così, si sarebbe rotto il collo.

Cento cascine più in là, “Fra” tornava dalla sua prima comunione. Un vestitino bianco e i sandaletti ai piedi.

Cento cascine più in là era nato Giuseppe, il 21 marzo. Strillava forte e la mamma lo strinse a sé, mentre fuori una formichina si incaricava del peso incredibile di una mollicca di pane.

Cento cascine più in là cominciava a vedersi un pancione.

Centouno cascine più in là c’era una anziana signora, piegata un po’ in avanti sul balcone di casa, intenta a stendere una tovaglia nella maniera il più possibile geometrica…