Dialogo n. 5. Punti di vista.

 
E’ già in ritardo, dico con convinzione alla signora accanto a me mentre ambedue continuiamo a stazionare sulla panchina presso la fermata del bus cittadino. Lei annuisce, io osservo la strada nell’attesa di veder arrivare quel mezzo pubblico. Sto fermo, impassibile: devo restare in silenzio, mi dico, non posso sempre lasciarmi sfuggire i pensieri con chiunque sia nelle mie vicinanze. La signora, subito dopo, dice come tra sé che lei non ha fretta, e che la giornata peraltro le sembra deliziosa, degna di essere goduta all’aria aperta. Spende un’occhiata verso di me, presumibilmente per vedere come reagisco: io avrei molte cose da dire a riguardo, ma resto in silenzio, mi costringo a non formulare nessuna parola, zitto, quasi senza pensare.
Il bus non arriva, mi spazientisco, non ho alcuna fretta particolare, ma attendere mi pare un’attività tra le più odiose possibili, anche se cerco di resistere, e così continuo a rimanere immobile, nascondendo in quel modo il mio vero stato d’animo. Però non si può ridurre tutto ai propri gusti e comportamenti, dico alla signora, lasciandole intendere che il ritardo del bus è un fatto oggettivo, oltre la bella giornata e la voglia di starsene su quella panchina. Passa un attimo di silenzio completo, in cui mi pento profondamente di avere di nuovo parlato. Poi la signora insiste: si possono prendere in molte maniere, le piccole avversità di ogni giorno.
Guardo il mio orologio da polso, mi muovo, sbuffo, ormai sono in aperta conflittualità con la signora, che sicuramente mi giudica un impaziente, una persona che non sa dominare gli istinti. Ho un appuntamento, le dico; ogni minuto perso per me risulta importante. Questo non cambierà assolutamente le cose, fa lei. Certo, fo io, ma almeno potrò lamentarmi di qualcosa che non funziona in questa città. Mi rendo conto improvvisamente che le ultime parole le ho pronunciate con voce leggermente alterata, appena più del necessario, così adesso mi sento dispiaciuto di aver mostrato il peggio di me a quella signora.
Mi muovo ancora con nervosismo, vorrei tanto che giungesse qualcuno ad attendere il bus insieme a noi, ma anche questo è un elemento da cui proprio non sono confortato. Con le belle giornate, si va a passeggiare ai giardini, dico con calma, così si dimentica il passare del tempo ed il resto. Lei non ribatte, gioca sul silenzio perfetto, sulla sua indubbia capacità di sopportare ogni cosa, perfino la mia presenza. Va bene, dico alla fine, lei ha ragione, fa male addirittura all’organismo prendersela troppo per cose del genere. Però vorrà ammettere che tutto questo ritardo non è assolutamente ammissibile?
La signora resta in silenzio; io vorrei scomparire di colpo dal tratto di strada, anzi, penso per un attimo che addirittura potrei avviarmi a piedi nella direzione verso cui devo andare, ma subito rinuncio, sarebbe un darsi dello stupido e basta. La signora neppure mi guarda, finge che io non ci sia, che non abbia detto un bel niente. Mi sento sull’orlo dell’odio verso questa persona, vorrei strangolarla, stringerle la gola fino al punto di farle confessare che è una vera inciviltà un ritardo del genere. Poi arriva il bus, esprimo espressioni vistose di apprezzamento, mi alzo e mi preparo a salire ancora prima che il mezzo sia giunto alla fermata, scalpito quasi per evitare di far perdere tempo all’autista. Poi salgo, timbro il biglietto, mi siedo, e immediatamente mi accorgo che la signora di prima non si è neppure spostata dalla fermata. Il mezzo riparte: mi sento assolutamente confuso, e la mia giornata ormai appare irrevocabilmente già compromessa.