Fame

Quella sera non c’era nessuno. Il freddo irrigidiva i polpastrelli e seccava le mani. Anche gli alberi giacevano solitari, soli, senza foglie ad armonizzare il paesaggio. Erano giorni che non c’era nessuno. Forse mesi. Anni.
La solitudine logora, lo sapete? Eh sì, la solitudine fa brutti scherzi. La solitudine gioca con le nostre emozioni e si sfoga attraverso le nostre azioni.
Chi potevo chiamare? Con chi sarei andato a bere quella sera? No, ormai non vi era rimasto più nessuno che fosse disposto a frequentarmi. Pericoloso. È questo che sono diventato. Eppure, giacendo al suolo con me stesso, sono sempre più popolare. Popolare e temuto.

Ho ucciso il mio migliore amico quattro anni fa. Perché l’ho fatto? È stato un incidente. È quello che mi dico e che dico a tutti. Nessuno ci crede, nemmeno io.
Lo uccisi perché avevo fame. E sete. Questo è quello che pensavo mentre affondavo il taglierino attraverso l’arteria femorale di quel disgraziato.
Il sangue eruttò come un vulcano che sta esplodendo e fu a quel punto che sentii fame. E poi sete.
Lo morsi ripetutamente sul suo grasso collo, mentre con gli occhi sgranati sembrava implorare, più che pietà, solo una spiegazione. La giugulare esplose al terzo morso e iniziai a nutrirmi.

Non sono un vampiro. I vampiri non esistono, sono pura finzione. I vampiri non fanno nemmeno paura, sapete? I vampiri sono conosciuti da tutti, sono famosi. È ciò che non conosciamo che ci fa paura.
L’inaspettato provoca stupore … e lo stupore è il sentimento più vicino alla paura.

Sono nato e cresciuto in una famiglia di orientamento cattolico. Mio padre nacque a Gaeta e mia madre visse tra la Sicilia e Roma, la mia città.
Ho frequentato le scuole pubbliche e il liceo scientifico del quartiere. Ricevetti un’educazione severa, ma non opprimente. I miei genitori sono sempre stati nel giusto. Quasi sempre.
Era il 2011 e frequentavo il quinto anno, ultimo prima del diploma. Quell’anno cambiò la mia vita. Mi sentivo solo, anche se ho sempre avuto molti amici. Soprattutto avevo fame. Più ero solo e più avevo fame, ma era una fame difficile da saziare.

Iniziò lui ad essere sempre più ostile nei miei confronti, senza motivo. Soffrivo d’ansia quel periodo ed ero in cura da una psicologa. Lui non mi era vicino. Non mi era vicino per niente. Mi stava lasciando solo, e io avevo sempre più fame. Litigammo un giorno e mi trattò male, sapete? Non mi ero mai sentito così male. E così solo. E morivo di fame. Gli ansiolitici e antidepressivi che prendevo a quel tempo non mi aiutavano. Io volevo mangiare, volevo bere!
Io dovevo.
Decidemmo di parlarne faccia a faccia, così una sera passai sotto casa sua. Lui urlava continuamente contro di me. E più urlava e più la mia gola era secca e il mio stomaco brontolava. Cazzo non ce la facevo più.
Ma fu lui ad attaccarmi, ad aggredirmi. Dovevo difendermi, capite? Solo che non resistevo più.
Io avevo fame e in quella gelida notte non c’era niente –nessuno‐ da mangiare, tantomeno da bere. E io ero furioso e solo, sempre più solo. La polizia venne dopo le chiamate del vicinato, dopo le urla.

Mi trovarono in un bagno di sangue. La barba incolta che portavo di solito era bagnata e sporca di sangue, del suo sangue.
Quando l’agente avanzò verso di me intimandomi di tenere le mani alte e ben in vista, puntandomi una Beretta carica, io stavo ancora mangiando.
Prima di farmi ammanettare ebbi anche il tempo di bere dal suo collo, perché l’agente, poco più che ventenne, non riusciva a muoversi. Era paralizzato. Si concluse così, quella notte di febbraio.

Sono uscito dal carcere di Regina Caeli, dopo quattro anni di isolamento perché mi ritenevano pericoloso. Hanno sbagliato. Mi hanno ucciso. Sono riuscito a uscire grazie alla mia “infermità mentale”. Ma io non ero pazzo. Avevo bisogno di compagnia. Sono rimasto in una fogna per quattro anni senza vedere nessuno. Sapete la cosa peggiore? Non ricevetti mai una visita in quattro anni, nemmeno dalla mia famiglia. Ero stato cancellato, escluso. Morivo di fame, sapete? Io stavo morendo di fame. E avevo sete. Ma questo lo tenni sempre per me.

Fa freddo e un venticello invernale scuoteva di brividi il mio corpo. Mi ritrovo di nuovo qui, solo, illuminato dalla fioca luce dei lampioni. Sono solo. Ed ho fame. Muoio di sete. Rompe il silenzio solo il rumore dei passi di una ragazza che percorre la strada per tornare a casa. Com’è bella. Io conosco quella ragazza. È bellissima. Era la mia ragazza quattro anni fa. Non la vedo da quattro anni. Mi avvicino lentamente. Lei mi vede, ma non mi riconosce. Oppure fa finta di non conoscermi. Velocizza il passo. Le vado dietro. Sto morendo di fame.