Il Canto del Mattino e la Luce Senza Forma
Questa storia che ho voluto riportare in forma fiabesca è accaduta davvero.
È successa questa mattina, il 6 maggio 2026, alle 6 e 15, a San Giovanni Pichetta, sulle colline di Sanremo,
mentre il sole saliva dal mare come un antico messaggero.
Io recitavo una preghiera che parla del Sé, della realtà assoluta, di ciò che non ha forma e tuttavia illumina ogni forma.
Quello che accadde dopo non fu un miracolo, ma un riconoscimento.
C'è un'ora del giorno in cui il mondo sembra ancora indeciso, come se non sapesse se restare sogno o diventare realtà.
È un'ora fragile, sottile, che si lascia attraversare senza opporre resistenza.
Questa mattina, 6 maggio 2026, quell'ora mi trovò in piedi, rivolto verso il punto in cui il sole stava per aprire gli occhi sul mare.
Avevo appena terminato di recitare la Preghiera del Mattino di Śaṅkara, quelle parole che parlano del Testimone immobile, del Quarto stato oltre la veglia, il sogno e il sonno profondo del Brahman indivisibile, senza forma, senza nascita, senza fine.
Le parole non erano più parole.
Erano diventate un varco.
Chiusi gli occhi.
Il vento sfiorava la pelle come un animale timido.
Il giunco oscillava con la pazienza dei saggi.
Il mio orto "terra, semi, frutti, silenzi" respirava piano,
come se stesse aspettando qualcosa.
Poi accadde.
I suoni del mondo, prima sparsi come pensieri disordinati, si unirono in un'unica vibrazione.
Non c'era più il canto degli uccelli, né il fruscio delle foglie,bné il richiamo lontano della città che si sveglia.
C'era un solo suono, vasto, pieno, indiviso.
Un suono che non veniva da fuori, ma da un punto senza luogo.
Era come se la terra avesse deciso, per un istante,
di parlare con una sola voce.
In quel momento non stavo più meditando:
era la meditazione a respirare attraverso di me.
Non ero io a cercare il silenzio:
era il silenzio che mi aveva trovato.
Aprii gli occhi.
La luce non era più la luce dell'alba.
Era una luce che sembrava provenire dalle cose stesse, come se ogni forma fosse illuminata da dentro.
Il frutteto brillava con un'intensità nuova, come se ogni foglia ricordasse la propria origine.
Il giunco oscillava non nel vento, ma in una danza che sembrava ripetere il primo gesto del mondo.
Il mio orto, la terra che coltivo, che mi sporca le mani,
era sospeso in un tempo che non scorreva.
Tutto era elevato.
Non verso l'alto, ma verso il vero.
Non ero io a guardare:
era la realtà che si mostrava.
Era la corda che smette di fingersi serpente.
Era il mondo che, per un attimo, si ricordava di essere luce senza forma.
Durò un istante.
Forse meno.
Ma in quell'istante il mondo era intero, ed io ero parte del suo respiro.
Quando la luce tornò “normale”, non lo era più.
Perché qualcosa, in me e attorno a me, aveva riconosciuto la sua natura.
Da oggi, 6 maggio 2026, ogni volta che l'alba sfiora San Giovanni Pichetta, so che da qualche parte, tra un ulivo e un filo d'erba, la realtà attende un cuore disposto ad ascoltare.
Perché la verità non arriva come un tuono.
Arriva come un canto del mattino, quando la luce senza forma si lascia intravedere e il Sé si riconosce in ciò che vede.
Serenità e Gratitudine
©Alessio Carlini