Il fervore dell'adolescemza
La voce di mia madre era come il trillo della sveglia ogni mattina; ma per me quel gridare a volte non aveva alcun valore. Erano giorni in cui avevo smesso di guardare l'orologio, così come avevo smesso di aprire le persiane della mia stanza al piano terra. I raggi del sole appena sorto arrivavano comunque. Filtravano attraverso le fessure del legno invecchiato, disegnando lunghe lame geometriche sul pavimento, e si vedeva in controluce la polvere danzare in quei fasci luminosi. Sapevo comunque che fuori il cielo stava passando dal blu opaco al rosa pallido, ma mi rifiutavo di chiamarla "alba". Per me quella luce era solo il ritorno molesto della visibilità ed era la conferma che la terra aveva compiuto un altro giro inutile su se stessa. Rimanevo così seduto in mezzo al letto disfatto, con le mani intrecciate sul grembo. Sentivo lontano solo il ticchettio del pendolo in corridoio, sordo, monocorde, simile a una goccia che scava la roccia: ogni colpo non annunciava il futuro, ma mutilava il presente. Poi, l'ombra nella stanza cominciava ad allungarsi. Le lame di luce sul pavimento cominciavano a inclinarsi, si tingevano di un arancione malato e poi di un viola livido, prima di ritirarsi del tutto. Era allora che mi alzavo per guardare il cielo infuocarsi oltre i tetti. Sapevo che la gente, là fuori, considerava quel momento un finale romantico, la degna conclusione di una giornata produttiva. Ma per me, quel lento spegnersi, era solo la prova generale del vuoto, del buio che si riaccolse nella stanza. Nel silenzio di quell'abisso, mi accettavo nell'afflizione di quell'inesorabilità, consapevole che l'unica vera libertà rimasta era quella di di sperare nel mattino successivo.
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Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.