Il gozzo di noce
La memoria è un cassetto che si apre con l’odore della segatura. Se chiudo gli occhi, torno all’estate del 1973. Ero un bambino di cinque anni e mezzo, mia sorella Paola era appena nata e il mondo, per me, si misurava nella lunghezza dei passi che mi era consentito fare.
Mio nonno materno, Michele, era un uomo d'altri tempi. La sua bottega a Castelbuono era un luogo sacro dove il tempo non si contava in ore, ma in stagioni. Non c’erano macchinari, solo pialle, seghe, sgorbie e quell'antica sapienza tramandata da generazioni. In quel luogo, tutto veniva fatto a mano, seguendo il respiro naturale del legno. Un legno che prima di essere lavorato stagionava per anni.
Mio padre Salvatore (Totuccio) non era cresciuto lì. Lui aveva appreso i segreti del mestiere da un altro vecchio falegname del paese, un maestro come mio nonno che gli aveva insegnato non solo a tagliare, ma a "leggere" la fibra, a capire quando un pezzo di noce era pronto per essere lavorato. Dalla sua adolescenza fino ai diciannove anni, papà aveva imparato che la pazienza è lo strumento più importante di un artigiano. Il legno doveva stagionare per anni, lontano dalla fretta.
L’anno precedente, papà mi aveva costruito dei piccoli segnali stradali di legno nella bottega di mio nonno Michele. Non ricordo bene quali fossero, ma ricordo la cura con cui li realizzò. Così, quando chiesi una barca, papà non mi rispose con un "vedremo". Mi promise che, durante le ferie a Castelbuono, avrebbe provato a farmela con il compensato che abbondava nella bottega del nonno.
Ma l’impresa era ardua. I pezzi non combaciavano. Fu allora che entrò in scena Angelo.
Angelo era stato allievo di nonno Michele nello stesso periodo in cui mio padre imparava il mestiere da quell’altro maestro falegname. Erano cresciuti gomito a gomito, dividendo la fatica e i trucchi del mestiere, diventando più che amici.
Angelo nel frattempo si era affermato come un eccellente falegname. Quando vide mio padre in difficoltà, lo guardò con l’intesa di chi non ha bisogno di molte parole.
"Non usare il compensato," disse Angelo, accarezzando un asse. "Fai le cose come si deve."
Strinsero un patto. Angelo avrebbe fornito il legno – un grosso tronco di noce stagionato che conservava da tempo – e mio padre, che aveva una manualità fuori dal comune, l’avrebbe scolpito. Avrebbe realizzato due gozzi, identici, uno per me e uno per il suo amico Angelo.
Il lavoro iniziò nella bottega di Angelo. Tagliarono il noce con una precisione chirurgica. Quando le forme presero vita, si distinsero due splendidi gozzi in noce massello.
"Guarda qui Antonio," disse papà, mostrando a me e ad Angelo il lavoro quasi finito. Sulla prua di ciascun gozzo aveva inciso i nomi che portavano nel cuore. Sul mio, "MARIA", il nome di mia madre; su quello di Angelo, "NINA", il nome di sua moglie. E sotto la prua di entrambi, la firma indelebile di quell'estate. "M.73", l’anno in cui i gozzi erano stati fatti.
Quando papà portò il gozzo a casa, rimanemmo tutti folgorati. La bellezza dell'oggetto era tale che mi sentivo in soggezione. Non c’erano ancora i remi, ma papà non si perse d'animo. Quando tornammo a Santo Stefano di Camastra, con una raspa e gli ultimi pezzi di noce che si era portato dietro, realizzò anche quelli.
Avrei voluto giocarci, ma quel legno profumato e lucido sembrava sacro. "Papà, posso usarlo?", chiesi. Lui e la mamma mi guardarono sorridendo con dolcezza. "È troppo bello per essere rovinato," mi dissero. "Aspetta che diventi vecchio. Quando il gozzo sarà vecchio, allora potrai giocarci come vuoi."
Quella frase si impresse nella mia mente di bambino come un sigillo indelebile. All'epoca, con l'ingenuità dei miei pochi anni, interpretavo il tempo solo come un limite o un nemico silenzioso. Pensavo che il suo unico scopo fosse quello di consumare, logorare e distruggere la bellezza delle cose. Non potevo ancora sapere che, in realtà, il tempo possiede un potere opposto e complementare. Il potere di custodire, di stratificare i ricordi e di trasformare la materia in pura memoria.
Da quell'estate sono passati più di cinquant’anni. Mezzo secolo che ha cambiato il mondo e la mia vita, ma non il legame con quell'oggetto. Ogni volta che ritornavo in Sicilia, quel gozzo diventava la mia prima tappa, un rito di devozione filiale e nostalgica. Non mancavo mai di prendermene cura. Lo accarezzavo, lo lucidavo con pazienza e lo trattavo con prodotti specifici per il legno.
Poi, nel 2004, è avvenuto il passaggio di consegne definitivo. I miei genitori, testimoni silenziosi di quanto io tenessi a quel pezzo di legno e di infanzia, decisero di farmi il regalo più grande. Lo imballarono con cura e me lo spedirono. Da allora, il gozzo di noce ha trovato il suo posto d’onore sul mobile principale del mio soggiorno, qui in Toscana. Oggi non è più soltanto il ricordo di una barca o di un'estate d’infanzia siciliana. E’ il custode silenzioso delle mie radici, il ponte tangibile tra la terra dove sono cresciuto e quella che dove vivo, e lo specchio in cui continuo a vedere i sorrisi stampati sui volti giovani di mia madre e mio padre.
Ed è qui il paradosso che mi tormenta.
Il gozzo è rimasto immobile nel tempo, cristallizzato in quel lontano 1973. E’ ancora splendido, intatto, luminoso, protetto da una giovinezza eterna che sembra sfidare le leggi della natura. La profezia dei miei genitori non si è mai avverata. Non è mai "diventato vecchio", non ha mai accumulato quelle rughe sul legno che, secondo la loro innocente bugia, mi avrebbero finalmente permesso di usarlo per giocarci. Al contrario, in questo gioco di specchi, quello che è diventato vecchio sono io.
Mio padre se n'è andato da qualche anno. La sua assenza, in certi giorni, diventa un carico pesante da portare, una mancanza profonda che rivaleggia in intensità solo con l'immensa gratitudine che custodisco gelosamente dentro di me.
Quell'oggetto non è semplicemente un modellino, ma un piccolo, straordinario capolavoro d'artigianato e d'amore, plasmato dalle sue mani per il solo scopo di esaudire un desiderio infantile, un capriccio leggero a cui lui aveva voluto dare la dignità di un’opera d’arte.
Oggi mi ritrovo a essere il custode temporaneo di una materia che sopravvive ostinatamente a chi l'ha creata e che, tra qualche anno o ‐ se va come dovrebbe ‐ tra qualche decennio, sopravviverà inevitabilmente anche a me. Questa consapevolezza porta con sé un pensiero sottile, una preoccupazione che stringe la gola quando guardo il gozzo sul mobile del soggiorno. Che fine farà quando non ci sarò più?
Non avendo figli a cui poter affidare questo testimone di legno e di affetti, la domanda su chi accoglierà il mio gozzo si fa più urgente e profonda. Il mio timore più grande è l'indifferenza del futuro. Temo che un giorno, quando i miei occhi si saranno chiusi, qualcuno possa posare lo sguardo su quelle linee perfette e vedere soltanto del "legno", un vecchio soprammobile polveroso privato della sua anima. Vorrei poter urlare a chi verrà dopo di me che quel gozzo è vivo. Vorrei che sapessero che è il corpo di un albero che ha atteso per anni il momento di essere lavorato. Vorrei che vedessero il sudore, la fatica e la complicità di due amici – mio padre e il caro Angelo – che si scambiavano attrezzi, visioni ed opinioni nella bottega. Ma soprattutto, vorrei che comprendessero che quella barca è la forma tangibile e immortale dell’amore di un padre. Un uomo che non cercava la gloria, ma voleva soltanto fare felice il suo bambino.
Ma… in fondo, non importa quale sarà la sua destinazione finale. La mia unica vera speranza è che trovi occhi capaci di guardare oltre la superficie lucida del legno, e un cuore disposto ad ascoltare la sua voce silenziosa.
Post Scriptum
Ho deciso di scrivere queste righe e metterle all'interno, nel ventre del gozzo, nella speranza che chiunque lo trovi possa leggere questa storia e, in qualche modo, traghettare i sogni di un bambino che, dopo più di cinquant'anni, sta ancora aspettando di poter giocare davvero.