La latrina di mezzogiorno

Il dispensiere serve del vino da una caraffa. Ne versa fino all'orlo nel boccale dell'ex dittatore. Napoleone beve e continua a mantenere lo sguardo fisso davanti a sé come se fosse completamente ubriaco o avulso dalla realtà.
Il giovane lo incalza: «Vi ricordate di me?». Il francese si volta verso di lui, lentamente, come risvegliandosi da uno stato di torpore. Si sforza di concentrarsi, di metter a fuoco l'immagine che gli si para innanzi.
Dopo diverse manciate di secondi, prova ad abbozzare qualcosa. «Io... io... ti ho... già visto».
«È già qualcosa, Imperatore», risponde il ragazzo.
Napoleone, seppur stordito dall'alcol, è tuttavia sobrio abbastanza da notare che il giovane non ha usato alcun sinonimo e lo ha definito subito con la sua precedente carica. Che sia un inglese? No. Non ve ne sarebbe motivo. A cosa servirebbe tanta segretezza in un luogo che di fatto è totalmente sotto il controllo dell'Inghilterra? 122 chilometri di superficie. 1900 dalla costa più vicina (quella dell'Angola). Un migliaio di abitanti, perlopiù pescatori, commercianti e marinai. Napoleone cerca di riflettere ma scaccia quasi subito l'idea che il giovanotto che gli sta parlando sia una spia. È semplicemente folle e può venire in mente solo a qualcuno che ha bevuto così tanto vino da uscirgli persino dalle orecchie.
«Non mi avete ancora riconosciuto?», chiede il ragazzo ancora una volta. Il generale più grande che il mondo abbia mai potuto ammirare strabuzza gli occhi per cercare di vederci chiaro.
«Ragazzo, lascia stare il francese», ordina categorico l'oste, con più di una punta di disprezzo per la nazione di provenienza del recluso più famoso della Storia e facendolo palesemente notare. Napoleone se ne accorge e degna l'uomo di un'occhiataccia colma di disprezzo. L'oste, per tutta risposta, ricambia mettendosi a ridere in modo sguaiato e mostrando una mascella quasi priva di incisivi. Quando il francese cerca il giovane servo con lo sguardo nota che non c'è più. Deve esser rientrato in cucina.
«Oste!». L’ex Imperatore, irritato, richiama in maniera perentoria l’impudente inglese.
«Sì, francese?», è la sua piccata risposta. Napoleone lo guarda fisso negli occhi con tutto il disprezzo che ancora possiede.
«Il boccale», replica Napoleone mostrandolo mentre lo impugna dal manico.
«Che cos'ha quel boccale?», domanda confuso l’inglese.
«È vuoto», conclude Napoleone. L'oste sputa dentro una sputacchiera che si trova alla sua sinistra, dietro il bancone.
«Ragazzo», urla rivolto verso la cucina. Il giovane dispensiere esce, aprendosi la porta con la schiena, e si ripresenta davanti a Napoleone con una nuova caraffa colma di vino. Versa nel boccale quanto serve per riempirlo ancora una volta. Poi, afferra la piccola cesta di vimini che contiene il pane e la porta via. il francese non può fare a meno di notare che nello svolgere questa operazione lascia cadere sul tavolo, senza farsi accorgere dall'oste, con un movimento rapido e abile, una piccola placca metallica. Napoleone sta per farglielo notare quando scopre che sulla sua superficie sono incisi dei graffi. Di più. La placca reca scritto qualcosa. Il francese posa la tazza tra l'oggetto e lo sguardo severo dell'oste. Quindi, legge con calma quanto vi è scritto.

"Questa sera, al calar del sole, faccia in modo di trovarsi alla 'latrina di mezzogiorno'. Noi la salveremo e riporteremo in Francia. La sua ingiusta detenzione finirà oggi, se lo vorrà...
Viva la Francia".

Mentre legge queste parole, Napoleone sbianca in viso. Dopo qualche minuto, con estrema calma e lucidità, appoggia il fondo del boccale sopra la placca e poi sposta i due oggetti verso di sé. In un attimo, infila quell'inusuale dispaccio in una tasca del gilet. Poi, rivolgendosi all'oste, decide di vendicarsi di lui come desiderava fare da moltissimo tempo.
«Oste?».
«Sì, francese?». Risponde.
Napoleone, a quel punto, versa il vino sul tavolo di legno mentre osserva la reazione dell'uomo a quel gesto.
«Il tuo vino è poco più di piscio di vacca, al mio Paese, la Francia, la patria dei francesi». Detto ciò, si alza e fa ritorno nelle sue stanze al piano di sopra, salendo una vecchia scala tarlata in legno. L'oste inglese urla degli insulti inenarrabili nella sua lingua e richiama il servo affinché pulisca tutto. Il ragazzo arriva subito, munito di secchio e stracci. Quando si accorge che la placca non c'è più sul tavolo, dipinge sul suo volto un sorriso compiaciuto. Ha raggiunto il suo scopo. C'è speranza, dunque. Il futuro può esser riscritto.
La latrina di mezzogiorno viene chiamata così perché è dotata di quattro mura per difendere chi ne usufruisce dal vento ma non ha alcun tetto. Quando è stata costruita lo aveva ma è stato scoperchiato per ben tre volte. Dopo l'ultima, venne deciso di lasciarla così com'è e, visto che non aveva ancora un nome, si è deciso di chiamarla la latrina di mezzogiorno perché fare i propri bisogni a quell'ora, sotto il sole cocente proprio sopra la testa, ha lo stesso effetto di bere dello scotch whisky.
Napoleone, seguito a vista da un drappello di soldati che viene sostituito quattro volte al giorno, sta ammirando il sole che scompare all'orizzonte. Al comparire delle prime torce, capisce che è giunta l'ora di scoprire se il giovanotto gli ha mentito oppure è un suo fedelissimo servitore con un piano per salvargli la vita. Lui, l'Imperatore dei francesi, sente che se rimarrà ancora in quell'isola ne morirà e che se anche questo tentativo dovesse rivelarsi infruttuoso non ha proprio nulla da perdere. Prima di ritornare nelle sue stanze, si ferma alla latrina. Il drappello, come da ordini ricevuti, circonda la struttura.
Napoleone entra.
Pochi istanti dopo averlo fatto, il ragazzo che si trova nascosto dietro la porta gl’infila una sorta di benda rigida sugli occhi, tappandogli energicamente la bocca. Lui si accascia sulle natiche, strisciando la schiena contro il muro. Il ragazzo, a quel punto, gli sussurra delicatamente all'orecchio, «Non abbia timore, Imperatore. È un cronovisore. Serve a carpire o a donare informazioni sul tempo: il passato e il futuro. Il Dottor Chances e io avevamo bisogno di rubare le immagini e i ricordi del suo passato per mostrarle a un’altra sua versione temporale. Il nostro obiettivo è quello di riscrivere la Storia. In fin dei conti, non abbiamo mentito. Napoleone deve vincere a Waterloo. È la sola speranza che abbiamo per avere un futuro migliore». Detto ciò, toglie il cronovisore all'Imperatore, tocca un muro divisorio e lo attraversa. Nel giro di pochi istanti, il drappello vede scomparire metà della costruzione che stava sorvegliando. Due soldati fanno irruzione dalla porta d’ingresso. Napoleone è seduto in terra e non dà segni di vita. Qualunque cosa credano di aver visto in quegli attimi deve esser stato causato dalla stanchezza o da un miraggio tardivo. Non c'è altra spiegazione che la mentalità militare sappia accettare. (Tratto da Waterloo).