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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 novembre 2017 alle ore 17:20
    Cecando la felicità

    Come comincia: Cercando la felicità.
     
    «Eccomi qua, seduta sulla riva del mare a guardare le onde che galoppano a ritmo sfrenato; come guerrieri impavidi si lanciano verso la costa, trascinando con sé i resti dell’odio, del rancore, di un amore sofferto, odiato, amato, rincorso e perso. Cuori spezzati si riversano sulla sabbia in cerca della loro metà. Lacrime piovono sui sassi, che alla luce del sole s’illuminano di splendidi colori, che evaporano troppo in fretta per ammirare la lucentezza, come flirt estivi che lascia i tuoi occhi opachi, dove prima il sole brillava di una luce intensa.
    Lontano, un'altra onda più possente delle altre corre velocissimo verso di me,
    incrementando con l’avvicinarsi, un brivido che sboccia nell’angoscia al pensiero che
    possa travolgermi. Penso di alzarmi per allontanarmi ma, rimango calamitata in un
    bagno freddo che trasuda dalle mie vesti. L’unica cosa che riesco a fare è, di
    continuare a osservare l’esercito di gelo avvicinarsi velocemente, ringhiando con il
    vento che ha issato le nuvole sopra il mio cuore. Quanto ci vorrà prima che possa
    afferrarmi rubandomi alla luce, per portarmi nell’oscurità più profonda dell’inconscio
    dove non hai il potere di scegliere. Forse, mi solleverò da questa spiaggia umida che
    mi attanaglia nel passato all’ultimo istante, e fuggirò lontano. Oppure mi lascerò
    portare via gridando inutilmente invocando aiuto agli Dei, o, mi volterò indietro
    nella speranza che qualcuno si accorga di me, strappandomi a un’atroce sorte. O forse
    il terrore fulminerà la mia mente, concependo l’inarrestabile morte che
    avanza spietata, e rassegnata mi concederò al destino. Che ne sarà di me, del mio
    corpo, della mia mente, della mia anima. I pensieri, ricordi, gesti, gli sforzi contro le
    ostilità e quegli effimeri momenti di felicità, in cui l’amore mi fece assaggiare il suo
    dolce sapore. Finirà tutto questo con la mia vita o, un’altra porta si aprirà nell’Eden
    della felicità. Quanto tempo ci vorrà? Minuti, secondi? Rivedrò la mia vita in una
    proiezione accelerata, o, rammenterò solo momenti clamorosi? Magari non penserò
    niente o forse, mi maledirò per non aver tentato di salvare la mia anima, per non
    essermi messa in discussione sfidando l’onnipotente natura, per cercare di espiare i
    miei errori dovuti all’ingenuità, davanti a un mondo che corre in un mare di falsità.
    Sentirò l’acqua gelida perforare la mia carne, penetrarmi fino a otturare i pori, e
    quando non avrò più un’oncia di respiro, mi attaccherò all’ultima bolla d’aria
    annaspando, ansimando e soffocando. Le onde giocheranno con il mio corpo,
    ribaltandomi e rigirandomi, fino a che il mio cuore si staccherà dal guscio e
    sgretolandosi si perderà tra le correnti. L’ultimo battito segnerà e troncherà questa
    inutile vita, che si nutre solo di ricordi. Ricordi che ora, ne concepisco l’importanza
    perché uno dietro l’altro mi ha sollevata per quella che sono. Quante volte mi sono
    detta: vorrei tornare indietro, vorrei cambiare tutto, non avrei voluto incontrare quella
    persona né l’atra. Non avrei dovuto dire sì, non avrei dovuto decidere in modo
    affrettato senza riflettere alle conseguenze, e non avrei dovuto coltivare amicizie
    sterili, perché quel giorno mi sentivo sola. Non mi sarei dovuta innamorare, senza
    prima di conoscere la persona che mi stava corteggiando. Avrei dovuto prima sodare
    chi era, registrarmi nella razionalità per capire cosa volesse e, se desiderasse lasciarsi
    amare e soprattutto, se sapesse amare. Se avrebbe recitato una squallida finzione per
    un’ennesima conquista solo per annoverare il suo harem, e aumentare la sua vanità.
    Avrei dovuto mandare a quel paese chi, fingendo un affetto mi ha usato, e avrei
    dovuto oppormi alle cattiverie, ai dispetti, alle accuse, facendomi sentire in colpa: di
    cosa? Una cosa però l’ho capito, molti imperversano i sentimenti, la tua personalità,
    vomitando cattiverie, facendoti sentire una nullità solo per deviare le loro colpe, i loro
    sbagli, la loro inferiorità davanti all’impotenza che gli opprime, e tu, sei il capro
    espiatorio delle loro mancanze, delle loro sconfitte, la martire. Una persona da
    mettere in croce, per poi nella più ambigua meschinità, inginocchiandoti dinanzi, ti
    supplica ambiguamente di fare da tramite attraverso il signore, di non abbandonare la
    loro anima nel vuoto. Che stupida che sono, aver capito solo ora il macabro
    meccanismo che gira come una ruota, che sentenza il destino nel bene e male! E non
    posso nemmeno dire: «Meglio tardi che mai!» Giacché i secondi scandiscono acidi,
    il tempo rimanente che non risparmia, correndo velocemente lungo il binario della
    vita.
     Se non avessi provato, toccato, sentito, ingoiato, le esperienze che edificano una vita,
     se non avessi pianto, riso, urlato, imprecato, rimpianto, io non sarei quella che sono.
     Già, chi sono? Una donna che ha fatto delle scelte! Giuste o sbagliate, solo
     l’onnipotente potrà giudicare. I miei pensieri lungimiranti mi avvertivano che quella
     non era la strada giusta ma ahimè, l’incosciente pubertà non  conosce esperienza: il
     dilemma è, avrei dovuto ascoltare il mio cuore che a volte è più razionale della
    mente? Mentre quest’ultima confusa voleva spiegarsi sulle vele dei pensieri, in
    parole! Le mie gambe volevano correre, e invece camminarono a brevi passi felpati
    dietro il fiume grigio, che l’uomo nel tempo ha addensato in una melma viscida,
    facendomi perdere l'equilibrio, cadendo lungo il precipizio dove ora mi trovo. Però
    forse posso ancora deviare il mio destino! Forse, posso tacciare l’asfalto disastrato,
    in cui le mie impronte trascinano penosi ricordi, in uno scivolo verso un orizzonte
    annebbiato. Non voglio né posso cancellare i miei passi, perché non sarei più me
    stessa, ma vorrei poter scoprire chi sono. Dopo aver camminato una vita nella nebbia
    travolta e sottomessa da un destino arlecchino, che mi ha attanagliato tra vane
    illusioni nella speranza che qualcosa cambiasse, un miraggio ha abbagliato la mia
    mente e il cuore lo segue.
    Il mare sembrava essersi addormentato, come se i miei pensieri lo avessero cullato, solo il vento spira lieve, suggerendo sinfonie alle sirene. Ammagliata davanti al quadro, ammiro la natura che ogni giorno dipinge attraverso il mistero che la circonda, nuove sfumature in un fantastico mondo, dove una distesa di fiori stilla essenze sublimi, e canto canzoni al cielo, i miei sospiri. Il sole e la luna, amanti e complici si attendono fedeli nello stesso punto, alla stessa ora, in una danza, dove si corteggiano, promettendo eterno amore. Sogno di scrivere poesie sulla sabbia e, come una brava oratrice, poetare le mie strofe al vento e al mare. Stranamente mi sento felice al pensiero che correrò, urlerò, canterò, godendo dell’intimità, che solo il mare al tramonto, nel suo deserto ricco di vita può darmi. Respirerò l’odore della salsedine che solo da ragazza riusciva a saziare i sogni, immedesimandomi nella spensieratezza che fu fonte di vita, di esistenza verso il futuro, gioendo e coltivando nuove speranze. Nel frattempo il cielo si è aperto riflettendo stelle sull’acqua. Mi alzo per sentire la freschezza dell’acqua che m’ipnotizza oltre il confine, dove il mio cuore vede il cielo costruire una linea. Mi accingo lentamente per assaporare la sensazione che l’acqua mi donerà, sto per chinarmi quando una mano calda afferra la mia. Mi volto per guardare chi ha preso la mia mano, e con grande stupore, vidi la spensieratezza verso il futuro. Non ci fu bisogno di parlare, perché i nostri occhi lessero in entrambi, la sofferenza ma, anche il desiderio di ricominciare.
    Il mare ondeggiò leggiadro, il vento spirò caldo.  Tenendoci per mano sentimmo le
    vibrazioni attraversare i nostri corpi, gli amari ricordi furono assorbiti dalla sabbia.
    Nuove sensazioni esplosero in una miriade di speranze, pensieri impazziti trovarono
    una ragione a quella folle emozione che ci rapì nell’estasi di un sogno, che entrambi
    sapevamo che sarebbe divenuto realtà. Camminammo lungo la riva guardandoci per
    non perdere i nostri occhi: più che camminare volavamo. Fu un volo che non approdò
    in amori sofferti, in amori dove l’orgoglio distrugge la fantasia, dove l’amore non si
    perde a un crocevia, dove il compromesso è un obbligo. Tutto avvenne da sé, con la
    spontaneità che solo la purezza di un vero amore, recide liti verso un dialogo che
    unisce, rafforza i sentimenti. Quel giorno tanto odiato, dove versai il dolore al mare,
    divenne il giorno più fantastico della mia vita.»
     
    Pollon lesse con gli occhi lucidi la lettera, commuovendosi e, le diede modo di comprendere che una madre è una donna, che trovò il suo amore quando meno se lo aspettava. Rimise la lettera dentro il cofanetto e lo portò dinanzi la tomba di suo padre, accanto alla madre. Poi rivolse il suo sguardo verso il cielo, e vide una cometa. Espresse un desiderio, che fu quello di riabbracciare un giorno i genitori. Chiamò Forex il suo cane, e andò a passeggiare in riva al mare. Si sentiva sola, triste, perché anche lei come sua madre, aveva perso le speranze di incontrare un uomo che la amasse e volesse farsi amare. Il peso della sofferenza la ingobbiva disilludendola da ogni speranza. Il sole lentamente calava, il suo sguardo apatico camminava attraverso pensieri astratti. Era giunta l’ora di tornare a casa, quindi chiamò Forex notando che stava correndo assieme a un altro cane. In lontananza vide un uomo che cercava di riprendere il suo cane, ma questi fuggivano a ogni richiamo. Per tanto Pollon cercò di richiamare Alex, che non gli diede ascolto. Pollon e l’uomo si ritrovarono vicini e, scusandosi a vicenda si chiesero che cosa gli fosse preso ai loro cani. L’uomo vedendo il volto di Pollon sorrise e, leggermente imbarazzato si presentò dicendo di chiamarsi Eros. Entrambi risero, e i cani birbantelli si accucciarono ai loro piedi. Così Pollon ed Eros si accinsero a mettere il guinzaglio ai loro cani ma, appena ci provarono, questi si alzarono e si proiettarono correndo verso una direzione. Eros e Pollon li rincorsero ridendo della situazione, sembrava che i due cani non volessero distaccarsi. Arrivarono inseguendo i cani, a un piccolo ristorante eretto su delle palafitte. La notte era scesa illuminando il cielo di una miriade di stelle, i due stanchi dalla corsa, unanimi proposero di fermarsi a stuzzicare qualcosa. Il posto era molto accogliente, un gran camino illuminava l’ambiente in un’atmosfera molto intima. Chiesero al padrone del locale se potessero far entrare i loro cani; uno strano tipo dai lunghi baffi minuziosamente curati, che rammentavano l’espressione un po’ folle di Salvador Dalì. Questi non si oppose anzi, portò delle ciotole con alcuni avanzi per i cani, dopo aver fatto accomodare i signori al tavolo. Eros e Pollon mangiarono gustando ogni pietanza e, parlarono senza accorgersi del tempo che trascorreva piacevolmente. Parlarono e parlarono, finché una vocina bisbigliò che era giunto il momento di aprire i loro cuori. Le loro mani s’incontrarono  e, come un fulmine a ciel sereno nacque l’amore. Uscirono dal ristorante dopo aver ringraziato il padrone per l’ospitalità e il buon cibo.  I cani l’uno accanto all’altro seguirono i padroni, lungo la strada del destino che li aveva fatti incontrare.
     

  • 29 novembre 2017 alle ore 11:46
    Uomini in vetrina

    Come comincia: «Buongiorno, posso?» chiesi timidamente.
    «Dica, dica.» rispose il negoziante.
    «Vorrei un’informazione.»
    «Dica, dica.»
    «Ehm.. dove posso trovare un uomo?»
    «Come lo vuole?»
    «Ah! Posso scegliere?» domandai imbarazzata.
    «Sì, certo!» rispose con naturalezza.
    «Ehm.. dunque.. vediamo.»
    «Vuole dare un’occhiata il catalogo, o, entrare direttamente ai reparti?» domandò gentilmente.
    «Preferirei andare ai reparti!»
    «Allora prego, vada avanti e vedrà sulla destra un reparto, dove potrà scegliere uomini di razza bianca e, alla sinistra, uomini di razza nera. Si accomodi.» m’invitò indicandomi la direzione.
    «Scusi.» Notai un atro reparto, e fui curiosa di informarmi di cosa si trattasse.
    «Dica, dica.»
    «Mi sembra di scorgere un reparto centrale..  dove c’è molta gente, e lì cosa c’è?»
    «Ehm.. c’è una via di mezzo.»
    «Ossia?» insistetti.
    «Mah.. non saprei definire, diciamo tra un uomo e una donna!»
    «Ah! Grazie per la gentilezza, allora vado?»
    «Prego, vada vada!»
    «Bene signorina, ha scelto?»
    «Direi di sì!»
    «Dica dica!»
    «Ehm..»
    «Non sia timida, sono qui apposta, dica!» m’incoraggiò il negoziante.
    «Sì, dico!»
    «Allora?»
    «Avrei scelto Luca.»
    «Codice d’identificazione?»
    «Q.l.2.» risposi frettolosamente.
    «Vediamo.. dunque, razza bianca, dolce, Q.I.2. Eccolo! Oh! Mi dispiace, è esaurito.»
    «Noo!»
    «Sì.» rispose dispiaciuto.
    «Se vuole, può andare a dare un’altra occhiata.» suggerì il negoziante sorridendo.
    «Ehm no, guardi se c’è L.R.5.»
    «Subito! Allora, razza nera, super  dotato, arrabbiato, L.R.5! Mi dispiace è fuori serie.»
    «E perché?»
    «Perché era troppo arrabbiato.»
    «Ah!»
    «Se vuole, può dare un'altra occhiata più avanti, potrà disporre di varie etnie.»
    «Faccio subito.»
    «Vada vada.»
    «Bene signorina, stavolta spero di accontentarla.» attestò speranzoso.
    «Speriamo! Dunque avrei deciso per P.E.4.»
    «Allora vediamo razza indiana, schiavo prestante e voglioso P.E.4. Mi dispiace! Ma sa che lei è proprio sfortunata?»
    «E si!» risposi avvilita.
    «Allora cosa vuole fare?»
    «E che ci sono talmente tanti uomini, ma quelli che voglio non ci sono.»
    Il negoziante si sporse un poco dal bancone, e in confidenza disse: «Perché non prova sulla terza strada più avanti?»
    «Cosa c’è lì?» chiesi stuzzicata.
    «È un nuovo negozio, si chiama Robotmen.»
    «Interessante.» asserì.
    «Già, purtroppo!» confermò, lievemente abbattuto il negoziante.
    «E allora perché me lo consiglia?»
    «Tanto l’avrebbe visto.»
    «Scusi.. » Non capivo.
    «Dica dica.»
    «Di cosa si tratta?» domandai incuriosita.
    «Di uomini meccanici.»
    «Ma.. sono robot?» sostenni incredula.
    «Venga più vicino..»
    «Sì.. » mi accostai.
    «Sono più autentici degli uomini veri!»
    «Ah.. davvero? Ma lei come fa a saperlo?»
    «Prima che quel negozio aprisse, ero un uomo sposato.»
    «E poi?» lo invitai a continuare.
    «Mia moglie mi ha lasciato per Duca Robot 3!»
    «Mi dispiace! Non è possibile, è pur sempre un robot!»
    «Senta.. non ci sono mai entrato, ma da quello che ho sentito dire, se ne incontra uno per strada, non riesce a distinguere la differenza!»
    «Così dicendo perderà la clientela!»
    «Che ci posso fare, anche mia figlia ha preso un Robtmen, e l’ha sposato!»
    «No!» non credevo alle sue parole.
    «Sì, e le dirò di più! Non ho mai visto mia figlia così felice!»
    «E sua moglie?»
    «Mi dispiace ammetterlo, ma anche lei è felice.»
    Pensai, che se sua figlia e la moglie, avevano fatto quella scelta trovando la felicità, forse anch’io avrei avuto qualche possibilità: «Mi ha convinto! Allora vado!»
    «Vada vada.»
    «Beh.. è stato un piacere.» dissi prima di andarmene. Fui un po’ dispiaciuta per il negoziante, all’apparenza sembrava un bravo uomo… ma non volli approfondire l’argomento.
    «Piacere mio.»
    «Spero che lei non debba chiudere!»
    «Beh.. finché c’è richiesta nella corsia centrale, andiamo avanti!»
    «Sì, sicuramente lì, la crisi non c’è!»
    «Sa qual è il problema o meglio la mia paura?» intervenne il negoziante leggermente contrariato.
    «Quale?»
    «Spero che non facciano Robot unisex!»
    «E già, non ci avevo pensato..»
    «Anche perché ho pagato a mie spese, e lei intende ciò che voglio dire.. » affermò.
    «Sì.»
    «Nessuno si è mai lamentato di aver acquistato un Robotmen! Che tempi! La tecnologia si sta impossessando di noi, tra un po’ il mondo sarà di loro e noi saremmo rottamati!» concluse.
    «Sì ha proprio ragione..  scusi sa, vado! Non vorrei trovare chiuso.»
    «Sì, vada vada.»
     

  • 26 novembre 2017 alle ore 16:29
    Inso il lupo

    Come comincia: C’era una volta, un bellissimo lupo dal manto bianco, e gli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Inso.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, il lupo  adorava dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso ondeggiare dei fiori all’aria aperta, della danza delle foglie sui rami col loro respiro, del brillare candido della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perso nei suoi pensieri, forte e coraggioso.
    Acquazzone/dondola nel vento/la luna ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, il bel lupo, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatti alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Altruista e vivace, era lui sin dalla nascita, col candore abbacinante del suo pelo, a portare al suo passaggio, luce e gioia nella Foresta, creatura docile e solitaria, perennemente col muso rivolto verso l’alto.
    Ma un giorno, al far dell’alba, uscendo dal proprio rifugio, contemplando la natura attorno splendere di rugiada, come ammantata da mille piccoli cristalli di luce, il lupo, accorgendosi di botto di come lentamente il suo pelo stesse perdendo la propria lucentezza, sgranò gli occhi stranito “Il mio colore?! Cosa succede?…il mio bianco!?...” scuotendo la lunga coda.
    “Stai perdendo la tua luce! E con essa i tuoi colori!” lo sorprese una voce al suo orecchio, facendolo trasalire “I tuoi colori stanno sbiadendo …” l’ammonì “Il tuo bianco sta perdendo la sua luminosità! Il suo riverbero” sospirò accorata “Dimmi, per caso il tuo cuore, ha subìto un grave dolore, ultimamente?”
    A quella domanda il lupo guaì contrito, abbassando le orecchie appuntite “Si,! Giorni fa il mio cuore ha patito una grande sofferenza! Che porto ancora tuttora nel mio petto! Ma ciò cosa c’entra col mio colore?” bofonchiò, grattando la nuda pietra con gli artigli.  
    A quelle parole la voce, assentì “E’ stato questo a farti perdere il tuo  colore! Il tuo bianco ricco e festoso! Caro Inso! Ecco cosa è stato!”
    Ed a quella risposta, la creatura rizzò il pelo spaurito “E adesso come devo fare per ritrovarlo?” scosse il capo perplesso  “Devi cercarlo dentro di te!” gli rispose la voce prima di sparire, sfumando nel vento.
    E il lupo a quelle parole, sbigottito, solo, emise un lungo guaito..
    “Ci riuscirai!” lo esortò la bella allodola, frullando forte le ali, assistita alla scena, posata su di un ramo, amante da sempre del bianco niveo del suo manto “Ci riuscirai Inso!” cinguettò “Ne sono certa!”
    “Ma come…posso riuscirci? Come se non …” farfugliò il lupo, turbato, soffiando aria dalle narici concitatamente, arrancando.
    Quando d’improvviso, un urlo disperato, lo fece balzare di soprassalto, e seguendo subito la direzione, dalla quale era scaturita l’accorata richiesta di aiuto, correndo all’impazzata, senza porre tempo in mezzo, la sua sorpresa fu enorme, nel trovarsi dinanzi una lupa dai magnifici occhi color dell’ambra, imprigionata in una tagliola., posta da mano umana, con la zampa  ormai ridotta ad un grumo di sangue, boccheggiante.
    A quella scena il lupo, gonfiando il petto, con fare sicuro, si lanciò sulla sventurata, intimandole la calma “Non muoverti! Non aver paura! Ci sono qui io! Sta ferma! Oppure sarà peggio!” annaspò “Potrai solo farti ancora più male! Ferma!”
    E destreggiandosi con risolutezza infinita, fermo, adagio, con dolcezza, utilizzando al contempo le zanne e gli artigli ben affilati, docilmente, la liberò all’istante “Piano! Non muoverti! E’ quasi fatta!”
    E tolta la zampa dalla trappola, aiutandola a muovere i primi incerti passi, tenendola ben salda a sé, zoppicante, la condusse fin sopra un giaciglio di foglie morbide, in salvo.
    “Grazie! Grazie per avermi soccorsa! Lupo bianco! Il mio nome è  Nausicaa!” lo salutò lei, ricominciando a prendere vigore, accucciata sulle soffici fronde. “Sono caduta in questa trappola come una stupida, e sarei sicuramente morta, se non ci fossi stato tu a salvarmi!  Grazie!”
    “Il mio nome è Inso!” rispose lui, schernendosi intimidito, abbassando gli occhi, mentre di colpo, il suo pelo prese a rimandare la luce bianca di un tempo, in maniera così intensa da far sorridere la lupa, affascinata.
    E il lupo, a quella scoperta, sbarrando gli occhi nel riscoprire il proprio manto, recuperare il suo splendore, scosse il capo stranito, col petto in tumulto  “Ma come è…”
    “Inso! Ma allora tu sei il poeta! Ho sentito tanto parlare tanto di te in giro per la Foresta… Grazie! Non riesco a crederci! Grazie!”si sollevò, lei muovendosi adagio, scodinzolando raggiante,  col cuore a mille. “Grazie per tutto quello che fatto per me! Potrei ascoltare una tua poesia?…per favore, mi piacerebbe tanto…dicono siano bellissime!”. Lui a quelle parole, sorridendo, annuì, schivo, nel pieno splendore del suo pelo fulgente “Prima però promettimi, che ti lascerai medicare con le dovute erbe, senza ringhiarmi contro per il bruciore!” E ridendo, la lupa annuì, radiosa “Te lo prometto!”.
    Inso strusciando allora il muso contro quello di lei,  la invitò a star ferma, per permettergli di operare, dotto conoscitore, delle più rare erbe curative “Non sei ancora in gran forma, attenta! Hai bisogno di cure!” e chinandosi su di lei, le leccò la zampa per intero. “Non vedo l’ora di ascoltare i tuoi haiku!...devono essere davvero belli… ahi…ahi…” strinse gli occhi per il dolore la bella lupa, mentre lui la confortava con la poesia, medicandola Neve/ondeggia sul ramo una fronda/vesti di brina . E da quel giorno Inso e Nausicaa, non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.

     
     
     

  • 24 novembre 2017 alle ore 19:39
    Una lettera mai scritta

    Come comincia: Mio adorato amore,
    sono al nostro lido, quello di allora, anche se tu non sei con me. Il sole ancora non nasce e dalla riva lo aspetto, con pazienza ed emozione, come aspettavo te, in quelle lontane albe di luglio, segrete, desiderate e attese quasi l’accadere di un miracolo.

    Se chiudo gli occhi, ogni cosa torna vivida al pensiero e certe emozioni si fanno quasi tangibili. Mi pare che, allungando una mano, potrei addirittura toccarti e sentire il profumo della tua pelle, inconfondibile. Dicono che gli innamorati avvertano il profumo della pelle l’uno dell’altro come un segnale speciale, una conferma dell’incanto dei corpi che si riconoscono tra mille.

    Tu non ci sei, ma il paesaggio è ancora il nostro e vorrei che anche tu potessi vederlo, come lo vedo io in questo momento.

    Il lungomare sonnecchia nel chiarore muto dell'alba. Non c’è nessuno, tranne me e la tua assenza, in questo silenzio rotto soltanto dal suono della risacca sulla battigia sassosa.
    Lontano, sulla nitida linea dell'orizzonte marino, il globo del sole, acceso di rosso, invade il cielo con riflessi cangianti, disegnando sull'acqua un cono di scaglie dorate che largo alla riva si spegne. Trema di un brivido il cuore e il tempo si annulla, in questo ripetersi naturale del miracolo.

    Ma più in là, sul litorale solitario, il vecchio casolare diroccato, abbattuto dalle ruspe, non c'è più.
    Il paesaggio non è più lo stesso ormai e di quel che resta nel ricordo manca il testimone.

    Ma dimmi: ricordi anche tu le nostre albe rubate all'invidia del tempo? Con passi frettolosi correvamo all'incontro, mentre pronubo il mare cancellava sull'arenile le orme ad occhi indiscreti, perché nessuno potesse seguirci. Piangevamo di gioia al solo vederci, già da lontano, ancor prima che le nostre mani si unissero a rinnovare ogni volta l’amore e la vita.

    E ancora non nasceva il sole né dal casolare diroccato s'allungava l'ombra sui nostri abbracci tra l'edera e le piccole dune sabbiose.

    Del nostro amore fu solo testimone il cielo e qualche gabbiano col suo volo planato alla scogliera.

  • 23 novembre 2017 alle ore 8:04
    UN UOMO FELICE

    Come comincia: Alberto M. si poteva dire (ed era) un uomo felice. Non è vero che la felicità non è di questo mondo, (da buon ateo non credeva nell’aldilà) ma un essere umano che è in buona salute, ha quaranta anni, non ha problemi finanziari né sessuali come dobbiamo classificarlo? Il succitato abitava a Villa Torre una frazione di Cingoli (Mc) in un’abitazione singola di due piani più una bigattiera (soffitta), con una sorella nubile ed un nipote (figlio della stessa), un’amante alta, bella bionda ventenne, una casa fresca d’estate e riscaldata d’inverno. La sorella Agata, anni addietro,  a sedici anni era in collegio dalle monache ma frequentava la quinta ginnasiale in una scuola pubblica. Durante un intervallo in una toilette aveva avuto uno (o più) rapporti con ragazzi ed era rimasta incinta;  forse nemmeno lei sapeva chi era il padre, in ogni caso non l’aveva confidato a nessuno. Sua madre era morta d’infarto dalla vergogna, suo padre in un incidente stradale, era finito in un burrone con la sua Balilla (un’auto della Fiat) e così in casa erano rimasti in tre, anzi in due dato che il giovane Francesco (figlio  di Agata) era stato inviato in collegio a Jesi (An). Alberto non si poteva lamentare anche in campo sessuale, Spera, la figlia del contadino Miglianesi che coltivava il vicino terreno di venti ettari, aiutava Agata nelle faccende più pesanti della casa ed anche sollazzava il ‘ciccio’ di Alberto. Era innamoratissima del cotale il quale era stato il suoi primo amante. Il padrone di casa non si faceva mancare altre …distrazioni con qualche femminuccia appartenente ai contadini Bellagamba e Diotallevi conduttori di appezzamenti di terreno rispettivamente di quaranta e sessanta ettari di sua proprietà. Era anche proprietario di un albergo di Cingoli. Alberto era laureato in veterinaria ma esercitava la professione solo con animali appartenenti ad amici o a conoscenti. Cher altro dire? Spera era diventata un’amante favolosa, di natura caliente soddisfaceva tutti i desiderata sessuali dell’Albertone il quale se la spassava anche con i motori quale proprietario di una Guzzi Falcone un’auto Lancia Aprilia. Un solo problema gli si era presentato: il nipote Franco sedicenne durante le vacanze natalizie si dimostrava chiuso e scontroso, non ci volle molto a capire la natura del suo problema ed Alberto lo risolse. “Cara (alla sorella) accompagnami a Jesi, devo fare delle compere.”  Istruì Spera affinché facesse provare le gioie del sesso anche al ragazzo.  A Jesi andò a trovare anche l’amico Giorgio B. produttore del famoso Verdicchio il quale, dopo molte feste, prima di andar via gli regalò varie confezioni di vino. Al ritorno Francesco era in cortile sorridente che giocava col cane Ras, abbracciò sia la madre (sorpresa) che lo zio (non sorpreso) che capì com’era finita la storia con Spera la quale non si fece viva per due giorni poi, al primo rientro, prendendo da parte Alberto: “Non chiedermi più di fare…io ti amo ma voglio far l’amore solo con te. Come mi avevi suggerito mi sono presentata da Francesco con un vestito senza reggiseno né mutande, quando mi sono spogliata Francesco mi è parso smarrito poi…quando glielo l’ho preso in bocca me l’ha riempita e poi ha voluto entrarmi in vagina a lungo fino a quando…ricordati mai più!” Sistemate le cose in famiglia Alberto andò a trebbiare o meglio a guardare la trebbiatura sull’aia dei Bellagamba la cui figlia maggiore lo invitò, in assenza dei parenti, in casa per assaggiare la sua cosina e pure il popò, una diavolessa scatenata che lasciò senza forze Alberto il quale si rifece vivo dopo un paio d’ore senza controllare i sacchi di grano. Analoga scena durante la molitura delle olive nel terreno dei Diotallevi, stavolta la cosa fu ancora più incredibile: due sorelle se lo misero in mezzo…forse non c’erano abbastanza maschi efficienti in quella zona! Alberto decise di averne abbastanza di amori ‘georgici’ e d’estate si recò nel suo albergo ‘Bellavista’ di Cingoli dove decise di rimanere per tutta la stagione con grande dolore di Spera ma sentiva il bisogno di stare in mezzo alla gente, c’erano soprattutto romani, e romane. E fu una signora a colpirlo: alta, longilinea, lunghi capelli castani talvolta raccolti a chignon ma dallo sguardo triste, non dava confidenza a nessuno ed Alberto si trovò in difficoltà per ‘rimorchiarla’. Una volta si fece coraggio: “Gentile signora sono Alberto M. proprietario dell’albergo, qualora avesse bisogno di qualcosa sono a sua disposizione…” La dama Luisa D. (nome rilevato dal registro delle presenze) lo guardò con aria distaccata e se ne andò senza pronunciare verbo. Ahi ahi ahi, doveva escogitare qualcosa di particolare per avvicinare la dama, ma qualcosa di fuori del comune, fantasioso, pensa e ripensa…Andò a trovare il direttore dell’albergo Gino M. e gli spiegò la situazione. “Dottor Alberto io sono per i metodi antichi: fiori e champagne meglio se anonimi. “ Non solo l’idea non ebbe effetto ma addirittura la signora chiamò il direttore e , senza chiedergli chi potesse aver inviato quell’omaggio: “Sono allergica ai fiori e sono astemia!” Soldi sprecati ci voleva qualcosa di inaspettato e così..a mali estremi estremi rimedi. Alberto pensò:”Vediamo se la signora è sensibile alle disgrazie umane e una mattina si appostò all’ingresso e nel vedere la signora scendere dalle scale fece finta di cadere e cominciò a lamentarsi per il dolore alla schiena. Fortuna volle che la scena facesse il suo effetto, Luisa chiamò a gran voce il personale, due inservienti presero di peso Alberto e lo adagiarono nel suo letto, Luisa :”Come sta?” “La ringrazio per il suo aiuto, penso che ci voglia del riposo, grazie di nuovo.” Il pomeriggio la dama bussò alla porta della camera di Alberto il quale  di corsa si rimise a letto: “Avanti…oh è lei, grazie per l’interessamento, spero che il riposo mi aiuti a rimettermi in piedi, il dottore afferma che si tratta solo di una contusione.” Il giorno seguente Luisa si presentò di nuovo in camera di Alberto il quale l’accolse con un sorriso: “Signora la sua presenza mi fa star meglio…” “Egregio signore non pensi che abbia bevuto la sua sceneggiata ma dato che si trattava di una cosa più inusuale che l’omaggio di fiori e di champagne l’ho apprezzata, scenda dal letto e mi accompagni per una passeggiata lungo il corso.” Alberto si mise a ridere, aveva a che fare con una figlia di…”Leggo nel suo pensiero, non sono una figlia di…solo che alla mia età…non si sforzi la mente, ho quaranta anni, sono vedova senza figli sono venuta a Cingoli per stare lontano da parenti ed amici.” “Io non sono  parente ma vorrei essere suo amico.” “Lei vorrebbe molto di più mon cheri.” “Toh madame parla il francese, io l’ho studiato a scuola.” ”Si sbrighi, andiamo al bar per un aperitivo e per festeggiare la sua guarigione…” Al passaggio di Alberto il direttore si inchinò come pure i vari inservienti che incontravano. “Lei è un piccolo dio, tutti si inchinano.” “No sono semplicemente il padrone dell’albergo e tutti mi rispettano anche per la mia empatia.” “E per la sua modestia, dopo l’aperitivo e la passeggiata la invito al mio tavolo ma non si metta idee strane in testa come vedo che ha.” “Mi scusi  l’immodestia ma io ritenevo di essere abbastanza ‘scafato’ in fatto di femminucce ma lei..” “Dammi del tu, mi hai fatto ritornare il buon umore.” A tavola vennero serviti dal direttore in persona: “Vedo con piacere che la signora è in buona compagnia!” “Buona non so…” All’uscita dalla sala da pranzo Luisa prese sotto braccio Alberto e senza parlare percorsero tutto il viale della città per poi ritornare nella hall dell’albergo. “Caro Alberto per oggi ho fatto anche troppo, ci vediamo a cena.” E così iniziò la bella storia tra Luisa ed Alberto che, per prima cosa, contattò il suo amico Brunetto P., suo fattore, affinché prendesse in mano la situazione dei suoi terreni preferendo rimanere in albergo. Chiese a sua sorella di rendere edotta della situazione Spera che,... volendo, poteva consolarsi col virgulto della famiglia M. Alberto si sentì un po’ cinico ma …c’est la vie!

  • 19 novembre 2017 alle ore 17:10
    Il lupo Enea

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Enea.

    Forte e coraggioso, nobile e idealista, viveva lui all’interno del suo branco, nel rispetto della natura e dei suoi simili, cercando di divenire ogni giorno una creatura migliore. Dall’animo puro, grande sognatore, il lupo amava comporre poesie con le quali dipingere il mondo intero, cuore romantico, capace coi suoi versi di incantare il creato, riempiendolo di luce e di colore. Sempre col muso rivolto verso il cielo, perso nei suoi pensieri, amante delle nuvole col loro candore ad attraversare l’azzurro, il gorgoglìo dei fiumi, il profumo dell’erba bagnata, elegante nel suo incedere. Ritenuto dagli altri lupi del branco, un po’ troppo stravagante per i suoi sogni, e per questo non apprezzato da molti, i quali non vedevano spesso nelle sue poesie un valido esempio, preferendo di gran lunga il destreggiarsi con la caccia e il trovarsi una compagna adeguata, quali maggiori virtù per lo splendore della loro razza, e la continuazione della specie, lasciandolo spesso solo, attratti da ben altro che i suoi versi ululati alla luna.
    Amante della pace e dell’armonia, chiamato ad essere un giorno un buon capobranco, grato del dono della vita e della sua preziosità, lui non riusciva a capacitarsi del motivo che spingesse invece l’uomo alla guerra, e lo portasse col suo tonante bastone a dispensare fiamme e penuria ovunque, distruggendo tutto ciò che aveva intorno, sconvolgendo le esistenze altrui.
    Costretti da tempo nella foresta, sotto il giogo della guerriglia, a veder bruciare ogni zolla di terra a colpi di granate, ad aver razionato il cibo e l’acqua, senza poter conoscere che brevi, sporadici, momenti di quiete, sempre sotto la mira dei bombardamenti, nessuno fra gli animali riusciva a comprendere il motivo di tale efferatezza.
    “Ma la Pace arriverà!” ripeteva forte il lupo, contemplando il cielo aprirsi  sopra la guerra, coi suoi lucenti spiragli di luce, dividendo le sillabe,  giocando con le parole più belle “Acquazzone/Ospite fra filari di more/Un pettirosso” la magia colta con sentimento. “Arriverà! Il mondo è fatto di pace!”
    E quella notte Enea, sollevando il muso a puntare la luna, chiuse gli occhi avvolto dal silenzio, assaporando la pace, chiedendosi perchè non dovesse perdurare, e spegnere il fuoco dei mortai accesi senza sosta.
    E voltandosi adagio, il suo sguardo si perse in quello della giovane Cassandra, lupa dal pelo bianco e gli occhi color dell’ambra, avvicinatasi a lui in quel momento, scodinzolante.
    Nati in primavera, i due erano cresciuti praticamente insieme senza mai lasciarsi, fare amicizia era stato facile, era bastato uno sguardo, mentre iniziavano ancora cuccioli a bere dalla stessa fonte, cercando di  non cadere goffamente in acqua. Lei, lupacchiotta docile e curiosa, lui fiero con quel suo piglio dolcissimo, ed il suo modo unico di fare poesia. Era stato semplice aprirsi, volersi bene, ruzzolare fra le rocce, godere del sole e dell’aria pura, rincorrendo il vento, imparando a comporre insieme i versi, attenti a dividere bene le sillabe. Ed al sopraggiungere della prima gelata, scoprire la stessa identica voglia di restare vicini, dividendo il giaciglio invernale “Neve/dondola nella nebbia/la bianca altura” creando haiku.  “Perché la poesia, si dice, sia un atto di pace…e sono sicuro che la pace arriverà!” le prometteva lui “Arriverà!”
    E anche quella notte, Enea si accostò al muso della sua dolce Cassandra, carezzandola, al sopraggiungere del solstizio, indirizzandosi verso la loro grotta, l’uno accanto all’altra, quando di colpo l’urlo di un soldato, nascosto fra la sterpaglia, tagliò l’aria feroce, puntando il fucile contro di loro “Lupi!”.
    E lui, senza porre tempo in mezzo, coprendo la lupa col proprio corpo, chiudendo gli occhi in segno di tregua, fiducia, forza, amore ed armonia, drizzando le orecchie puntò il suo ringhio alla luna, ululando il suo canto soave di pace al cielo, lasciando esterrefatto il soldato.
    E l’uomo calando il fucile, dinanzi a quel gesto d’Amore, ritirò le sue truppe lasciando la foresta all’istante, fra la gioia e l’esultanza di tutti. Ed Enea strusciando il naso contro quello della bella lupa, ricambiato da lei, si strinse forte al suo pelo, rifugiandosi col cuore a mille, insieme nella tana.
    E da quel giorno Enea e Cassandra non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     

  • 13 novembre 2017 alle ore 17:38
    Si può perdonare?

    Come comincia: Alle 17.05 di quel buio e gelido martedì di dicembre il ragazzo venne dichiarato clinicamente morto; erano passate appena 24 ore dal tragico incidente.
    "Maledetto bastardo! Se gli metto le mani addosso lo ammazzo" Urlò il padre di Carlo straziato dal dolore ed accecato dalla rabbia "Calmati tesoro" Cercò di tranquillizzarlo la moglie "Nostro figlio non tornerà comunque in vita" Lui per tutta risposta serrò i pugni e dopo aver sfogato la sua ira colpendo ripetutamente il muro uscì di scatto dalla camera, attraversò il corridoio come un fiume in piena e si mise a scendere dalle scale come un pazzo. "Mamma" "Stai tranquilla cara. E' comprensibile che tuo padre sia fuori di se. Ha perso suo figlio, il suo unico maschio e per quanto tu e le tue sorelle siate nel suo cuore, non potrete mai colmare il vuoto lasciato da vostro fratello" "Ma tu sembri così calma" Incalzò la figlia che non capiva l'atteggiamento della madre "Se anche tu diverrai madre, allora capirai. Adesso dovremo essere forti ed uniti o vostro padre impazzirà"
    24 ore prima.
    "Allora restiamo così. Io ti giro gli appunti della lezione di oggi e tu stasera mi presenti la tua amica, quella brunetta, come si chiama?" "Dai Carlo non fare l'idiota, lo sai benissimo come si chiama e sai che anche lei non vede l'ora di conoscerti" "Ok, ok. Scherzavo, non te la prendere. A più tardi allora" "Va bene, a più tardi. E mandami gli appunti" "D'accordo. Ciao Stefano" "Ciao Carlo"
    Carlo, nonostante il freddo pungente, decise di tornare a casa a piedi anche perché le piogge recenti avevano reso l'aria respirabile e due passi gli avrebbero sgranchito le gambe dopo le ore passate seduto ad ascoltare le lezioni di quel giorno. Inoltre aveva fame e sapeva che quella sera sua madre avrebbe preparato tagliatelle al ragù; a quel pensiero gli venne l'acquolina in bocca. Nel frattempo era quasi giunto a destinazione, svoltò l'angolo imboccando la via di casa e senza rendersene conto fu travolto da un furgone che lo trascinò per parecchi metri sull'asfalto.

    La cerimonia funebre fu lunga e straziante. I numerosissimi ragazzi accorsi al funerale dell'amico vollero lasciare messaggi e segni di cordoglio riuscendo comunque a farsi coraggio e a trasmettere una carica vitale fortissima. La madre e le sorelle di Carlo piangevano ma provavano una sensazione di benessere vedendo quanto fosse amato e apprezzato il loro caro. Al contrario il padre aveva uno sguardo duro e minaccioso che non prometteva nulla di buono, ed infatti alla fine della cerimonia si sfiorò la tragedia.
    Quando ormai quasi tutti i partecipanti al rito funebre se ne furono andati, solo alcuni dei parenti ed alcuni amici stretti del ragazzo restarono accanto a loro . Fu in quel momento che una donna, coperta per intero da un velo nero e accompagnata da una ragazza che poi risultò essere sua figlia, si avvicinò al gruppo di parenti e amici e facendosi largo tra loro raggiunse la madre di Carlo prostrandosi ai suoi piedi. Non fece però in tempo a dire una sola parola che il padre del ragazzo esplose in uno scatto d'ira, la sollevò di peso e la insultò pesantemente "Vattene maledetta cagna, madre di quel bastardo assassino. Vai da quel cane rognoso e augurati che non riesca mai a mettergli le mani addosso" Sbraitò mentre la spingeva di nuovo a terra con violenza e stava per colpirla con uno schiaffo quando sentì sul suo polso la presa decisa di una mano che riconobbe subito "Basta adesso" Esclamò sua moglie con voce ferma. Poi lei si avvicinò alla donna rimasta a terra terrorizzata e scossa dalla reazione dell'uomo, la aiutò ad alzarsi e fissandola negli occhi le disse "Sono una madre come te  e anche se ho il cuore gonfio di tristezza ti capisco e ti perdono. Vai da tuo figlio, stagli vicino" L'altra non rispose, ma i suoi occhi si illuminarono e tra le due donne si creò un legame invisibile che le avrebbe accompagnate per il resto della vita.
    Nei minuti a seguire non parlò più nessuno e dopo che tutti ebbero lasciato il cimitero la donna restò sola con il marito e le tre figlie.
    "Ma sei impazzita?" Urlò lui con gli occhi iniettati di sangue "Quella era la madre di quel maledetto" "Lo so" rispose lei decisa "E tu l'hai perdonata" rincarò la dose una delle figlie" "Si. L'ho perdonata" "Ma suo figlio ha ammazzato nostro fratello" incalzò un'altra delle ragazze "Non l'ha ammazzato. E' stato un incidente" "Tu non ci stai con la testa" Sbottò il marito "Il dolore deve averti fatto dare di matto" La donna restò in silenzio per un attimo. "Io sono una madre, lei è una madre. Solo io posso capire cosa sta provando in questo momento ed è per questo che ho perdonato lei e suo figlio" Quelle parole colpirono nel segno e le ragazze compresero le ragioni della madre e pur con il cuore spezzato dal dolore si avvicinarono a lei e la abbracciarono forte. "Noooooooo!!!!!!!" Urlò invece l'uomo che pazzo di dolore scappò di corsa verso la strada lasciandole da sole. "Mamma?" Chiese una delle ragazze "Tranquille figliole, cii vorrà del tempo ma poi capirà. Vostro padre è una brava persona, ma il dolore gli ha tolto la ragione e noi dovremo essere forti per aiutarlo"
    Nei giorni successivi il padre di Carlo cadde in depressione, lo sconforto aveva preso il posto della rabbia, ma quella mattina un nuovo fatto scatenò la sua ira. "Ma come è a casa?" Tuonò rivolto verso la moglie "Ha ammazzato nostro figlio e dopo pochi giorni è già a casa? Maledetti burocrati, quali cazzate si saranno inventati per farlo uscire di galera?" "Giovanni! Adesso siediti e stai calmo. Ti preparo un buon tè" Disse sua moglie accennando un sorriso "Non lo voglio il tè Raffaella. Tu li hai perdonati, io no!" Concluse l'uomo chinando la testa sul tavolo e cominciando a piangere senza freni. Sua moglie comprese il suo stato d'animo e lasciò che l'uomo sfogasse tutta la rabbia e il dolore che aveva in corpo. Lo conosceva troppo bene e sapeva che intervenire in qualsiasi modo in quel momento avrebbe solo alimentato la sua collera e il suo risentimento, quindi rimase tranquilla e preparò il tè per entrambi servendolo poi in tazze grandi, come piaceva a lui. Gustarono la bevanda calda in silenzio, assaporando ogni sorso fissandosi negli occhi e scrutando l'uno nel cuore dell'altra e alla fine Giovanni non riuscì più a sostener lo sguardo della moglie e, in segno di resa, abbassò la testa. "Scusa Raffaella. Non sono arrabbiato con te" "Lo so" si limitò a rispondere lei mentre le sue mani afferravano quelle grosse e ruvide del marito "Mi manca tantissimo" Sospirò lui con le lacrime agli occhi "Anche a me tesoro" Affermò lei con gli occhi lucidi "Anche a me"
    Quel giorno Giovanni si costrinse a tornare al lavoro, era titolare di una piccola officina meccanica e aveva il dovere di mandare avanti l'attività con il massimo impegno soprattutto per rispetto dei suoi dipendenti, una decina in tutto. Il capo officina gli fece il riepilogo di tutto ciò che era stato fatto in quei giorni e Giovanni si complimentò per la bravura con cui aveva gestito l'attività. Anche l'impiegata in ufficio lo rassicurò sul buon andamento delle cose rendendolo orgoglioso del suo personale. Preso dal lavoro la giornata filò via liscia come l'olio e quella sera rientrò a casa affamato e di buon umore.
    La moglie lo accolse con calore e il profumo proveniente dalla cucina strappò dalle labbra dell'uomo un sorriso spontaneo, lei lo abbracciò con calore e sussurrò nel suo orecchio "Ben rientrato tesoro" Giovanni posò le labbra sulla fronte della moglie e la baciò delicatamente proprio nell'istante in cui una delle figlie stava raggiungendo la cucina; fu in quel momento che Giovanni capì di aver sbagliato tutto. Fissò la ragazza e poi abbassò lo sguardo verso terra mentre Raffaella si staccava da lui lentamente "Vado a farmi una doccia" disse lui a bassa voce dirigendosi verso il bagno. Sotto l'acqua calda che gli scorreva sulla schiena, Giovanni ripensò a quell'ultimo periodo in cui il suo cuore si era indurito al punto da augurare la morte ad un ragazzo che lo aveva privato di suo figlio e si ritrovò a piangere immaginando il disappunto di Carlo per ciò che aveva pensato "Hai ragione Carlo" Adesso, dopo essere uscito dalla doccia, parlava al figlio morto per convincere se stesso della decisione che stava maturando nel suo cervello "Tu avresti agito diversamente da me" Sospirò mentre si vestiva e concluse affermando "Cercherò di non commettere altri errori, sarai fiero di me" Poi le lacrime ricominciarono a scorrergli sul viso "Mi manchi tanto figlio mio"
    Riuscì a ricomporsi e si presentò al tavolo per la cena con un'espressione serena, come se quel discorso fatto nel bagno lo avesse liberato da un peso che gravava sul suo animo ed infatti anche la moglie e le figlie si resero conto che l'uomo era tornato quello di prima, sereno e scherzoso. Consumarono la cena parlando del più e del meno, il padre chiese alle figlie notizie sul loro andamento scolastico e loro furono liete di renderlo partecipe delle proprie attività anche extrascolastiche. L'atmosfera era tranquilla tanto che restarono a tavola più del solito e quando ormai la serata pareva concludersi nel modo migliore lui pose una domanda che raggelò il sangue a tutte loro "Dove abitano?" Chiese lui con tono severo. In cucina calò il silenzio e Giovanni si affrettò a precisare con calma "Voglio andare a parlare con loro, lo devo fare per Carlo" Quella frase ebbe l'effetto desiderato e subito la tensione si allentò facendo tornare il sorriso alle ragazze e Raffaella allora indicò al marito l'indirizzo esatto dell'abitazione di Nuha, così si chiamava la madre di Ubay, l'investitore di Carlo. A quel punto Giovanni con parole e gesti pacati cercò di rassicurarle sulle sue intenzioni ma a Raffaella parve di vedere nei suoi occhi le fiamme dell'inferno.
    Nonostante tutto passarono una nottata tranquilla e quel sabato mattina si svegliarono tutti di buon'ora. Gli addobbi natalizi decoravano la casa, il profumo di caffè inondava l'aria trasmettendo la sua energia e le ragazze si unirono a loro per fare colazione, volevano capire se il padre fosse veramente intenzionato ad andare a casa di Nuha e con che propositi. Lui però non affrontò il discorso, limitandosi a commentare con umorismo le solite notizie dei tg della mattina. "Ormai potrei fare anche io l'annunciatore, si limitano a leggere notizie riportate sui vari siti internet senza neppure degnarsi di verificarne l'autenticità; che schifo" Concluse sorridendo. Le figlie restarono a fissarlo un attimo, di solito c'era Carlo a fare da spalla al padre e lui si rese conto della strana situazione, intervenne allora la moglie che, resasi conto dell'imbarazzo dell'uomo, versò ancora un po' di caffè caldo e chiese "Apprezzo la tua intenzione di volerli incontrare, sicuro di riuscire a mantenere i nervi saldi?" "Ci proverò" Si limitò a rispondere lui mentre si alzava e dopo essersi preparato si apprestò ad uscire ma quando fu sul punto di aprire la porta Raffaella afferrò le sue mani e disse con voce spezzata "Pensa a Carlo mentre ti troverai a loro" Lui si limitò a scrollare la testa ed uscì di casa con passo deciso.
    Immerso nei suoi pensieri e con una fitta lancinante allo stomaco, Giovanni raggiunse l'abitazione di Nuha ma a quel punto, preso dalla paura, cambiò idea, si voltò e decise di tornare a casa. In quel preciso istante, in sella ad una bici sgangherata, da dietro l'angolo del palazzo comparve Ubay che quasi lo investì. I due si riconobbero immediatamente e il ragazzo istintivamente strinse forte il manubrio della bici pronto a scappar via. Giovanni percepì la paura di Ubay e per una frazione di secondo l'adrenalina lo carico a mille; stava per mettergli le mani addosso quando un lampo di ragione squarciò le tenebre del suo animo e dal profondo del suo cuore percepì la volontà di suo figlio; allora ritrasse le possenti mani e se le portò alla fronte, fece un grande respiro e con tutta la calma possibile si rivolse al ragazzo "Tu sei Ubay, il figlio di Nuha. Posso salire da tua madre?" Ubay era un ragazzo sveglio e maturo, abituato alle avversità e in grado di superarle, ed immediatamente prese in mano la situazione. "Mi segua, prego" e senza perder tempo entrò dal portone che dava sulla strada. Si ritrovarono così in un'ampia corte dove, appoggiate ai muri, c'erano decine di biciclette, quindi Ubay si allontanò un attimo per mettere la sua vicino alle altre. Nonostante fossero all'aperto, Giovanni percepì chiaramente il forte odore di spezie proveniente dalle varie cucine misto a quello dei detersivi utilizzati per lavare i numerosi capi stesi sulle varie balconate che si affacciavano sulla corte, tutto sommato non era sgradevole. Immobile scrutava con sguardo attento ogni angolo di quel posto, alcuni bambini stavano giocando in mezzo alla corte, alcune donne affacciate a due finestre al primo piano chiacchieravano ad alta voce, in un angolo, sotto i portici, un anziano accerchiato da alcuni ragazzini stava tentando di riparare una di quelle bici sgangherate e proprio in quell'istante Ubay lo raggiunse "Lui ripara le nostre bici e noi lo ospitiamo a turno nelle nostre case" Disse il ragazzo con un filo di voce. Giovanni lo fissò e sul suo viso apparve un debole ma sincero sorriso che invitava il ragazzo a fargli strada. Giunsero così al terzo piano, era lì che si trovava l'abitazione di Nuha, ed Ubay da bravo padrone di casa invitò Giovanni ad entrare. Il ragazzo si rivolse alla madre nella loro lingua d'origine "Mamma dove sei? C'è un ospite che ti cerca" Nuha era in camera intenta a rifare i letti "Arrivo subito Ubay" Rispose lei in Italiano "Ti ho detto di parlare più spesso in italiano o non riuscirai mai ad integrarti" Giovanni ed Ubay, chiaramente in imbarazzo, attesero per alcuni secondi a testa bassa e fu così che li trovò Nuha quando li raggiunse nella stanza che fungeva da sala e cucina. Anche la donna, come il figlio in precedenza, fu sorpresa di ritrovarsi in casa quell'uomo al punto che per un attimo perse il controllo della situazione e si appoggiò con entrambe le mani ad una sedia per mantenere l'equilibrio evitando di accasciarsi a terra. Giovanni comprese la situazione e con garbo chiese "Posso accomodarmi?" Nuha si riprese all'istante e rispose "Certo, che stupida. Le offro qualcosa. Una bevanda calda? Un caffè? Una bibita? Sa, noi non teniamo alcolici in casa, per via della nostra religione, ma se vuole posso fare un salto nel market qui vicino" Giovanni la interruppe con un gesto della mano, capiva chiaramente di essere lui a creare scompenso in quella casa e per cortesia si limitò a rispondere "Un caffè lo gradirei volentieri, grazie" Mentre Nuha preparava il caffè senza dire una parola, Giovanni si guardò in giro e notò immediatamente l'ordine e la pulizia di quell'ambiente. Nonostante gli arredi e gli accessori fossero piuttosto logori, nel complesso si percepiva un'atmosfera di calore e serenità e quella sensazione gli distese i nervi. Ubay, che era rimasto in piedi con una mano poggiata ad una sedia, stava osservando a sua volta Giovanni, per lui era una situazione strana; abituato ad essere deciso e risoluto in quel momento si sentiva a disagio a casa sua al punto che persino Giovanni se ne rese conto. "Siediti con me" Gli disse allungando una mano con un gesto inequivocabile. Il ragazzo cercò lo sguardo di sua madre e lei lo rassicurò sussurrando "Tranquillo Ubay, fai compagnia al nostro ospite" Nuha servì il caffè per tutti e tre, prese una sedia e si accomodo vicino al figlio ponendosi tra lui e l'uomo. Giovanni notò quel gesto materno e con un sorriso cercò di rassicurarli sulle proprie intenzioni e visto che i due non sembravano intenzionati a dir nulla toccò a lui rompere il ghiaccio "Eccomi qua!" La donna soppesò quell'esclamazione, non le era ancora chiaro il motivo di quella visita "Sono venuto per cercare di conoscervi meglio" I due lo guardarono con aria interrogativa e Giovanni, resosi conto di aver sbagliato approccio cercò di correre ai ripari "Ho un peso sulla coscienza e vorrei il vostro aiuto per alleggerirmi da questo problema" Per alcuni attimi restarono in silenzio poi Nuha si rivolse a lui fissandolo negli occhi "Anche io ho un grosso problema" Ubay restò in silenzio, i tratti del viso tirati e l'adrenalina che aumentava nel suo corpo; stava per alzarsi e scappar via quando Giovanni riprese a parlare "Mi sono permesso di chiedere un po' in giro e ho dovuto rivedere e correggere il mio giudizio nei vostri confronti" Giovanni aspettò per un istante prima di continuare, madre e figlio sembravano disposti ad ascoltare le sue parole "Lei signora, giunta in Italia da alcuni anni, si è trovata ad allevare quattro figli senza il sostegno di un uomo. Da quel che ne so suo marito l'ha abbandonata per andare non si sa dove, ma lei ha preferito fare sacrifici sovraumani pur di garantire ai suoi figli un futuro onesto e dignitoso. Nonostante la sua forza di volontà non avrebbe potuto reggere questa situazione ed è grazie alla collaborazione di amici e parenti ma soprattutto all'aiuto concreto di Ubay che è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi" Giovanni prese fiato per un istante e Nuha ne approfittò per servirgli ancora una dose di caffè ricevendo in risposta un segno di assenso "Grazie" disse comunque lui per poi proseguire il discorso "Il suo ragazzo si è caricato sulle spalle delle grandi responsabilità e da uomo maturo ha sopperito a molti dei vuoti lasciati dal padre prendendosi cura di lei e delle sorelline, è riuscito a conseguire un titolo di studio frequentando dei corsi serali, lavorando sempre con impegno ed onestà e quella sera, si, la sera dell'incidente, era stremato dagli sforzi fatti per sostenere i duri turni di quel periodo e senza volerlo ha sbandato ed è uscito di strada finendo la sua corsa sul marciapiede dove in quel preciso istante transitava Carlo" Giovanni aveva la bocca secca, sorseggiò il poco caffè rimasto nella tazza socchiudendo gli occhi e nella sua mente comparve la figura del figlio defunto che gli sorrideva, mentre gli tendeva la mano e lui si protendeva in avanti cercando di raggiungerlo senza riuscirvi; fu in quel momento che udì chiare nella sua testa le parole del figlio "Papà, basta con l'odio e il rancore. Fai la cosa giusta". Scosso da un fremito Giovanni spalancò gli occhi, davanti a lui Nuha e Ubay lo stavano fissando con gli occhi sbarrati "Si sente bene?" Chiese la donna visibilmente preoccupata "Si può perdonare?" Farfugliò lui a bassa voce fissando la donna che in chiara difficoltà scosse il capo. Giovanni si alzò dalla sedia e sorridendo allungò le sue mani verso quelle della donna che, resistendo all'istinto di conservazione, le accolse nelle sue. A quel punto Giovanni chinò il capo e con la voce rotta dal pianto chiese "Signora, siete disposta a perdonarmi?" Nuha e Ubay non capivano "Si, vi chiedo perdono, è stata una disgrazia. Io invece ho desiderato la morte di Ubay per vendetta e il rimorso per questo pensiero mi sta logorando l'anima, quindi vi chiedo ancora, siete disposti a perdonarmi?" Nuha cercò e trovò lo sguardo di suo figlio, erano d'accordo "Si" si limitò a rispondere. Giovanni allora ritrasse le mani, alzò il capo e fissò madre e figlio, nei loro sguardi vide tutto il dolore ma anche tanta comprensione, avevano capito. Senza aggiungere altro Giovanni si congedò e con passo deciso prese la via di casa.
    Ad accoglierlo in sala c'era Raffaella alla quale bastò uno sguardo per capire lo stato d'animo del marito, era cambiato, finalmente sereno e in pace con se stesso e le sue parole le confermarono quella sensazione "La sai una cosa tesoro? Chi perdona è più forte" Lei sorrise e lui fischiettando si diresse verso il frigorifero in cucina, prese una birra fresca e ne versò il contenuto in due bicchieri allungandone uno alla moglie. "Un brindisi" "A cosa?" Chiese lei "A Carlo" Rispose lui stringendola a se.
     

  • 07 novembre 2017 alle ore 16:20
    La storia del lupo Lapo

    Come comincia: C’era una volta, un bellissimo lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Lapo.
    Dall’animo sognatore, nobile ed idealista, il giovane lupo amava comporre poesie da cantare al mondo intero, cuore romantico, impavido, e forte. Capace coi suoi versi di incantare il creato, riempiendo di luce e di colore ogni cosa. Cantore sensibile della splendida luna, del gorgheggiare festoso dei ruscelli all’aria aperta, del delicato sbocciare di un fiore, della magia della neve a ricoprire col suo candido manto le colline più alte. Sempre col muso rivolto verso il cielo, elegante nel suo incedere. Ritenuto dagli altri lupi del branco, un po’ troppo stravagante per i suoi sogni, e per questo non apprezzato da molti, i quali non vedevano spesso nelle sue poesie un valido esempio, preferendo di gran lunga il destreggiarsi con la caccia, quale dote e maggior abilità per lo splendore della loro razza e la continuazione della specie, lasciandolo spesso solo, attratti da ben altro che i suoi versi ululati alla luna.
    Acquazzone/frullano vizze dal ramo/ le foglie componeva nel suo animo il lupo, al sovvenire dell’autunno attraversando il bosco, osservando il mutare lento delle stagioni, avanzando a piccoli tratti sulla terra brulla, quando d’improvviso giunto alle radici di una vecchia ed imponente quercia, il suo stupore fu enorme nello scorgere imprigionata in una tagliola, la zampa di una giovane lupa, riversa al suolo priva di sensi,  impossibilitata a muoversi, stretta nella trappola disposta per mano degli Esseri Umani al fine di catturare volpi e animali di pregio. Colpita, immersa nel sonno, un tempo creatura allegra e spensierata, sola e inerte adagiata in una morbida coltre di foglie, senza alcun segno evidente di vita, dal battito del cuore ad ogni  momento più flebile, lontano.
    Ed il lupo udendo quel ritmo farsi ad ogni istante più fiacco, senza porre tempo in mezzo, si scagliò con forza verso la tagliola, e usando al contempo gli artigli e le zanne ben appuntite, la liberò in un sol colpo.
    “Ma dorme ancora…” osservò contrito il povero Lapo, annusando il corpo immobile della sventurata, abbassando la coda “Il suo cuore è troppo debole per riprendersi…dopo tutto il tempo trascorso segregata in quel ferro!” ringhiò, scuotendo il capo, contemplando il viso di quella lupa, così dolce e disarmato, deciso a vederla tornare a sorridere di nuovo come una volta. E convinto di poterla riportare in vita, sospirò deciso “Il suo cuore è troppo debole! E senza di esso non potrà risvegliarsi!” latrò tremante “Io però ho un cuore!” ribatté fermo “E  potrei dividerlo con lei!” gettò di un fiato.
    “Ma questo è molto, molto pericoloso! Riflettici!” giunse con fare regale, alle sue spalle il bellissimo Cervo Bianco accostandosi a lui, bestia tra le più sapienti della Foresta. “Pensaci bene!”  tossì il Saggio “Non è facile dividere un cuore per due! E’ una cosa molto complicata! Affinché possa avvenire è necessario che i tuoi sentimenti verso quella giovane lupa siano veri e sinceri, e la tua volontà ferrea, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti essere tu a perdere il tuo cuore, e così morire!”
    “Lo so!” deglutì lui, fiutando fiero l’aria “Io ne sono cosciente!”
    E il Saggio sollevando lo sguardo verso un piccolo pettirosso, fermo su di un ramo col fiato sospeso, a contemplare la scena, gli strizzò l’occhio convinto “Allora, non esitare lupo, se è quello che vuoi! …” 
    E prima ancora che lui avesse terminato di pronunciare per intero quelle parole, Lapo chiuse gli occhi, e la giovane lupa riaprì i suoi, di un meraviglioso color dell’ambra, sana e salva, portando nel petto l’altra metà del cuore di lui, risvegliandosi per sempre dal suo torpore.  
    “Ti conosco…tu sei Lapo, il poeta! Il lupo che canta quei bellissimi versi alla luna! Grazie, grazie per quello che hai fatto! Il mio nome è Gaia, bellissimo lupo!” si levò lei sulle zampe, malconcia, zoppa, ma di nuovo viva e con tanta voglia di correre ancora.
    Riportata in vita dal sentimento di lui, vero e sincero, tanto forte e sconfinato da aprire un varco, oltre le barriere dell’oscurità, dietro cui era stata imprigionata, tanto potente, dal non conoscere il tentennamento dell’incertezza.
    E il lupo perdendosi nel dolcissimo sorriso della splendida Gaia, strofinando il naso contro quello di lei, le sorrise di gioia indicibile, fra il canto dei cervi in amore e il volo festoso degli uccelli oltre la Selva, poeta delicato, di quel portentoso miracolo chiamato Amore.
    E da quel giorno i due non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     

  • Come comincia: Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perché non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.
    Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto...

  • 05 novembre 2017 alle ore 11:23
    DESIRÈ UNA RAGAZZA PARTICOLARE

    Come comincia: “Alberto…Alberto.” Mara S. con in mano un foglio di carta voleva attirare l’attenzione del marito Alberto M. che si trovava al piano superiore del loro appartamento di via Merulana a Roma. “Che è successo, che hai da gridare.” “Sono incinta amore mio.” In verità era una notizia che i coniugi M. aspettavano da vari anni, finalmente! Alberto abbracciò Mara e da quel momento l’atmosfera in casa M.  cambiò, i coniugi tutti baci ed abbracci e Mara, cattolica praticante, aveva riportato la notizia anche al suo vecchio confessore don. Roberto. Allora tutto bene? Sino ad un certo punto. Dopo tre mesi all’esame ecografico la operatrice: “Signor M: sono perplessa, sul feto vedo sia i caratteri maschili che quelli femminili, probabilmente di tratta di un ermafrodita.” Alberto ebbe bisogno di sedersi e dopo qualche minuto: “Tenga assolutamente la notizia segreta, qui ci sono cinquecento €uro, mi raccomando.” Arrivato a casa in stato confusionale, dopo qualche boccone a pranzo mise al corrente la consorte la quale prese a piangere copiosamente e si rifugiò in camera da letto, bell’aiuto al marito. Il ginecologo dr. Trifiletti era in organico alla clinica ‘S.Rita’, Alberto non era in buoni rapporto con i santi ma se ne fregò e andò a conoscere l’ostetrico il quale, venuto a conoscenza dei fatti,  molto professionalmente rassicurò Alberto della riservatezza sua e dei suoi collaboratori, il parto sarebbe avvenuto in quella struttura sanitaria: “Mi chiami anche di notte quando sua moglie avrà le doglie.” E così fu: Desirée nacque alla presenza oltre che del dr.Trifiletti anche di una anziana infermiera. I due più la operatrice ecografica furono omaggiati per la loro riservatezza di 10.000 €uro. La bimba nata il 12 marzo sotto il segno dell’Ariete (Alberto in parte credeva alle caratteristiche dei nati nei vari segni) fu battezzata dal parroco della chiesa di S. Maria Maggiore. A far da madrine due amiche di Mara all’oscuro di tutto. Desirée era bellissima, la natura era stata in questo caso benigna con lei, sorrideva sempre a chi le stava vicino e questo consolava in parte Alberto ma non Mara che, confidatasi col suo vecchio confessore, era stata impaurita dalle parole del prete che in quell’essere ci vedeva la mano del diavolo. La bimba non ebbe baby-sitters, era accudita notte e giorno dalla madre e questo andazzo fino all’iscrizione alla prima elementare. Nel frattempo Mara, insegnante diplomata, l’aveva ben istruita,  la piccola, peraltro molto intelligente, già a cinque anni era avanti nei programmi delle elementari. Era stato Alberto che non aveva voluto che la moglie insegnasse sia per il suo lavoro di ingegnere al Genio Civile ben retribuito e sia perché ricco di famiglia. Alberto, all’età di Desirée di quattro anni, con parole semplici le fece capire che il suo stato di femminuccia era particolare ma di non prendersela, avrebbe avuto sempre vicino ai genitori. Ovviamente i problemi sorsero quando Desirée fu iscritta alla prima elementare. Fu scelta una scuola privata non religiosa in cui le maestre erano ben poco remunerate ma questo favorì Alberto il quale largheggiava con le mance e le maestre e la bidella erano tutte dalla sua parte, silenzio assoluto. Nella stessa scuola c’erano le classi medie e così tutto andò liscio fino alla iscrizione di Desirée alla quarta ginnasiale in un altro istituto privato. Stessa manfrina con le mance e dopo il diploma della terza liceale l’iscrizione all’Università alla facoltà di lettere moderne. Qui le cose erano ovviamente più complicate, Alberto allora suggerì alla figlia di chiudere la porta quando andava nel bagno delle femminucce le quali cominciarono a spettegolare ma Desirée, diventata nel frattempo una bellissima donna, se la cavava con sorrisi e qualche battuta di spirito sinché fu lasciata in pace. Nel frattempo una tragedia in casa M.: Mara già debole di cuore e dopo tanto anni di amarezze passò a miglior vita per un infarto fulminante. Il vecchio confessore di Mara, don Roberto, fra le altre belle parole pronosticò alla stessa un sicuro posto in Paradiso. Tutto sommato la situazione in casa M. migliorò, fu assunta a tempo pieno una cameriera di provincia grezza ma lavoratrice indefessa  che, ben pagata, mandava avanti da sola tutta la ‘baracca’. Era un piacere vedere padre e figlia uscire insieme; la baby conseguito il diploma di licenza liceale ebbe come regalo  una Fiat 500 Abarth da lei testardamente voluta, Alberto non si oppose ma subissò la figlia di mille raccomandazioni. Talvolta Alberto si trovava la figlia rannicchiata nel letto matrimoniale al posto della madre, era per lui un piacere infinito in fondo aveva la figlia tutta per sé senza mosconi che gli giravano attorno ma, ripensandoci bene, capì che il suo era egoismo puro, la baby come le altre ragazze forse avrebbe voluto una vita normale. Un avvenimento importante accadde a Desirée. La conoscenza di Aurora G. brasiliana di ventitré  anni di età, iscritta alla sua stessa facoltà di lettere, discendente da nonni italiani che, oltre al portoghese, parlava correttamente l’italiano; abitava in una stanza che le era stata affittata da una vedova in via Cavour. Che aveva di particolare la brasiliana? Desirée aveva notato che prendeva i suoi stessi accorgimenti nell’andare in bagno, si chiudeva a chiave; un giorno si guardarono in viso e si misero a ridere tanto da fare girare tutti i presenti. Avevano scoperto di aver qualcosa in comune! Aurora era la classica brasiliana di quelle che si vedono al carnevale di Rio. Grandi occhi, seno prosperoso, popò favoloso e gambe lunghissime, roba da far girare la testa ad ogni maschietto ma aveva qualcosa in più non previsto in una femminuccia…La loro amicizia fu subito bollata dagli altri studenti come lesbica, le due se ne ‘fottevano’ bellamente;  spesso giravano con l’Abarth per Roma a velocità non consentita ma,  una volta fermate da qualche vigile maschio, mostrando le loro apprezzabili beltitudini (termine preso da Dante e Boccaccio), spesso se la passavano con un rimbrotto. Richieste di spiegazioni da parte di Alberto alla figlia che ogni giorno dimostrava la sua felicità. “Papà sarà una grossa sorpresa per te quando conoscerai una persona.” A dir la verità Alberto non aveva proprio bisogno di ulteriori sorprese, ne aveva avute già tante in passato ma la curiosità non è solo femmina. “Invita questa persona sabato sera, nel ristorante qui sotto di Aurelio si mangia bene e poi c’è pure un’orchestrina. Alle 20,30 papà e figlia erano nell’ultimo tavolo del ristorante (per non essere disturbati) quando si presentò loro un pezzo di… peraltro vestita in maniera succinta. Alberto guardava alternativamente prima la figlia e poi la nuova venuta, varie volte senza profferir parola. “Papà ti verrà il torcicollo se non la smetti, questa è Aurora.”
    Alberto istintivamente si alzò in piedi ed abbassò il capo dopo un finto baciamano, risate delle due impertinenti. “Papà Aurora non è il Papa…” “Andrò da Aurelio ad ordinare, voi due intanto vedete se riuscite a non prendermi più per il…” Aurelio conosceva Desirée ma non Aurora ed anche lui rimase abbagliato da tanta…”Aurelio non imbranarti, mai visto una brasiliana? Portaci quello che voi ma fai in fretta, le signorine hanno fame. Tra una portata e l’altra: “Aurelio niente orchestrina?” “Stasera piano bar con sax baritono, ti piacerà.” Effettivamente era in duo ben affiatato che all’allegria del pianoforte contrapponeva la tristezza del suono del sax. Alberto apprezzò e chiuse gli occhi per gustare meglio la musica quando ad un certo punto fu sollevato dalla sedia come una piuma e trascinato a ballare, naturalmente era Aurora spinta dal suo spirito brasiliano solo che dopo un po’  Alberto  si inalberò non nel senso di arrabbiarsi ma di sentir aumentare di volume un certo coso richiamato anche dal profumo di donna dell’amica di sua figlia. Aprì gli occhi, Aurora lo guardava con sguardo ironico, anche Desirée aveva capito tutto e sorrideva. “Ragazze vado in bagno…” situazione imbarazzante, ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritornare alla ‘cuccia’, nemmeno sotto l’acqua fredda poi si decise ed il suo padrone, con aria indifferente ritornò al tavolo. Indifferenza da parte di tutti e fine della cena con un bell’ananas. A casa: “Papà Aurora ha bevuto troppo, telefonerà alla padrona di casa e, se lo permetti, dormirà con me sul letto matrimoniale, tu sul divano letto. Nessun commento. La mattina, domenica, Alberto cadde dal letto divano, era basso e non si fece nulla ma si svegliò di colpo, andò in cucina a preparare la colazione anche per le due amiche. Desirée ed Aurora si presentarono scarmigliate ed ancora piene di sonno, Alberto cercò di immaginare quello che era successo fra le due durante la notte…”Papino…Alberto permetti che ti chiami così è più confidenziale e poi mi piaci come uomo.” Alberto fece finta di non capire e la sera riprese il suo posto nel letto matrimoniale questa volta in compagnia della figlia che prese a fargli le fusa. “Papà non hai capito che Aurora…” “Papà ha capito ma ha le idee confuse, lasciami del tempo, per tre giorni sono fuori sede per lavoro.” Ma il tempo non riuscì a fargli apparire la situazione più chiara, com’era combinata Aurora, l’essere ermafrodita comportava l’aver un pene piccolo o grosso e poi nel baciare il fiorellino se lo poteva trovare in bocca.  Ritorno a casa, Desirée l’aspettava ansiosa, “Mi sei mancato tanto, mi pareva di essere diventata orfana, ti prego, se possibile, di non lasciarmi sola.” La ragazza dimostrava una profonda tristezza che fece commuovere Alberto, l’abbracciò: “Sarai sempre il mio più grande amore, non sono solo parole, ti voglio molto bene.” Cosa strana Aurora era sparita dalla circolazione in casa M. “Papà Aurora vuole avere con te un rapporto ravvicinato, se hai dei dubbi la pregherò di non insistere, voglio prima di tutto la tua serenità.” ‘Time brings advice’ Alberto non ricordava in quale romanzo inglese l’aveva letto ma così fu. Una sera si era appena appisolato che sentì qualcosa muoversi nel letto matrimoniale, acceso l’abat jour si trovò accanto una Aurora completamente nuda e sorridente, ‘ciccio’ si inalberò subito facendo esclamare alla ragazza degli ohi ohi riguardo alla sua grossezza. “Ho poca esperienza di membri maschili ma il tuo mi sembra esagerato per la mia piccolina…” Alberto chissà perché (lo sapeva perfettamente) aveva acquistato un tubo di vasellina riposta nel cassetto del comodino ma prima di usarla andò ad esplorare le parti basse di Aurora la quale, al posto del clitoride, aveva un pene molto piccolo ma sempre un pene. “Prendilo in bocca, ti piacerà.” Alberto aveva i suoi seri dubbi di quanto asserito da Aurora infatti gli fece un certo effetto, mai aveva avuto un rapporto omo anche se in questo caso fu ripagato da un’entrata del suo ‘ciccio’ nella calda bocca della ragazza la quale ingoiò tutto e poi prese ‘ciccio’ e se lo infilò, con fatica, nella sua cosina di donna. Durarono a lungo sia Alberto sia Aurora che esplose in una goderecciata gigante che mai Alberto aveva notato in una donna normale. La nottata proseguì sulla stessa linea sin quando l’aurora, quella del cielo, raggiunse la camera di Alberto, la baby sparì com’era venuta. Né Alberto né Desirée si mossero da casa. La cameriera: “Con voi non posso lavorare.” “Prenditi giorno di vacanza.” “Papà non sono una sciocca, dipende da noi se il rapporto a tre può funzionare senza problemi.” Alberto abbracciò teneramente la figlia, un chiaro segno di assenso.
    Questa volta sarò gentile, per i non anglofoni vi svelerò il significato della frase ‘time brings advice’: ‘il tempo porta consigli’. In seguito vi delizierò con un prossimo racconto un po’ erotico che delizierà sia i maschietti che le femminucce (ed anche gli altri…)
     

  • 03 novembre 2017 alle ore 10:58
    UN AMORE STRANIERO

    Come comincia: Una tragedia può colpire quando meno te lo aspetti. Alberto M. in pensione dopo un onorato servizio di trenta anni nella Guardia di Finanza (poteva ben dire onorato, era stato un onesto servitore della Patria senza acquistare ville in posti di villeggiatura come alcuni colleghi, alcuni finiti in galera), si stava godendo un casa acquistata a Messina in cooperativa in viale dei Tigli quando al telefono: “Alberto una triste notizia per te, tua moglie ha un carcinoma alle ovaie allo stato finale… non le ho detto nulla, ciao.”
    Il suo amico dr. Antonio P., ginecologo, gli aveva riferito la ferale notizia, Alberto per non svenire si sedette su una poltrona, Anna stava per rientrare e doveva far buon viso a… “Caro purtroppo mi devo operare, me la caverò in pochi giorni, non ti preoccupare.” I giorni erano stati pochi, dopo una settimana infatti il suo grande amore, Anna, era passata a miglior vita. Benché ateo, Alberto si era dovuto sorbire i vari riti in chiesa frequentata dalla moglie, i vari discorsi del prete e degli amici e poi la sistemazione della salma nella cappella familiare.
    Era tornato a casa accompagnato in auto da Franco I. un collega e caro amico: “Vuoi venire a casa mia?”
    “No Franco, lasciami nel cortile di casa mia.”
    Così era iniziata la vita da vedovo di Alberto, non abituato alle normali esigenze familiari era in crisi malgrado l’aiuto bisettimanale del filippino Edy non poteva andare avanti quando improvvisamente una telefonata: “Sono Cesare M., ti ticordi di me? Ti telefono da Bucarest dove mi sono trasferito, ho saputo di tua moglie…se lo ritieni opportuno lasciare l’Italia ti posso far sistemare in Romania come ho fatto io, qui la vita costa molto meno che a Messina perché paghi le tasse locali molto inferiori di quelle italiane, pensaci e fammi sapere, questo è il mio numero telefonico: 0114021340665, ciao.”
    Cesare era stato con Alberto a Roma quando erano allievi finanzieri, un caro amico con cui ogni tanto si sentiva, che fare? Ci pensò tutta la notte e poi due giorni dopo: “Cesare ho deciso mi sono informato: prendo il traghetto Bari-Dubrovnik poi col navigatore (ho una Jaguar X type) arriverò a Bucarest passando per Craiova, se non ricordo male l’indirizzo di casa tua che mi hai comunicato a suo tempo è: via Lipscani 23.”
    “Ricordi bene, come ricordati di portare con te un bidet nuovo, qui non lo conoscono, a presto.”
    Alberto informò Franco della sua decisione ed un lunedì mattina si imbarcò in quella avventura, lasciando le chiavi dell’appartamento a Gianni M., un vicino di casa e caricando in macchina, oltre agli effetti personali e tutto quello che gli poteva servire, anche il computer di cui non poteva più fare a meno. Tutto bene sino alla Dogana di Bucarest, il computer doveva pagare una imposta, 400 €uro non la prese bene ma tant’è.
    Prima di arrivare a casa di Cesare gli telefonò,  lo trovò fuori della porta. Un abbraccio affettuoso.
    “Non sai che piacere per me, ci sono pochi italiani che peraltro non frequento, staremo insieme, io abito al secondo piano, al primo c’è un appartamento vuoto ammobiliato che ho prenotato per te, non è grande ma ti piacerà. 200 €uro al mese.”
    Conoscenza con Angela M. quarantenne vedova e la figlia Annabela di venti anni, il nome simile a quello di sua defunta moglie. Dopo due giorni di lavori bagno nuovo con doccia e bidet e registrazione della sua venuta al Comune.
    “Tutto a posto, sei un residente in regola, per le tasse ci penso io basta che mi dai una busta paga.”
    Dopo un ovvio spaesamento iniziale Alberto, che mangiava a pranzo ed a cena a casa dell’amico Cesare, in compagnia della consorte bionda, simpatica, alla mano e belloccia oltre che alla figlia bruna capelli a caschetto, magra tipo modella occhi di un profondo blu molto piacevole visu.
    Madre e figlia parlicchiavano un po’ l’italiano. “Signor Alberto…” “Anabella e Angela, a parte che sono ateo e quindi non conosco il signore io sono romano di origine e noi tutti ci diamo tutti del tu.” “Alberto io studentessa universitaria, posso fare vedere musei, teatri, biblioteche, monumenti, monasteri, librerie…” “ Anabela di quelli che hai elencato non  me ne frega niente, voglio vedere giardini, vie con negozi per distrarmi, ho lasciato l’Italia per non avere cattivi ricordi, mia moglie è deceduta…” “Quando libera io conduce in posti che piace a te.”  La ragazza frequentava l’università e Cesare usciva insieme ad Alberto, quando era solo la compagnia era di una tv a noleggio programmata per canali italiani ma qualcosa cambiò la sua vita. Una notte sentì un colpo alla porta, l’aprì e gli cadde fra le braccia Anabela completamente ubriaca, la depositò si una poltrona, dal piano di sopra nessun rumore, non si erano accorti di nulla. Ritenne opportuno depositare la ragazza sul letto matrimoniale, le tolse le scarpe e la ricoprì con una coperta. La mattina seguente alle otto rumori di sopra, Cesare e Angela erano preoccupati per il non rientro a casa di Anabela, Alberto raccontò quanto accaduto ed ebbe sentiti ringraziamenti da parte dei due. La ragazza si svegliò alle tredici, come se nulla fosse successo, guardò in faccia Alberto senza parlare, si mise le scarpe e sparì su per le scale. Nel pomeriggio scese Cesare che mise al corrente Alberto di quello che era accaduto la notte precedente: Anabela era fidanzata con un coetaneo poco raccomandabile, erano insieme in un locale della movida di Bucarest quando il giovane cominciò a ballare con altre ragazze, Anabela gli fece una scenata e bevve sino ad ubriacarsi. A cena Anabella ormai ripresasi: “Chiedo scuse, grazie, tu uomo meraviglioso…non volere più vedere mio fidanzato, tu fare compagnia quando non studio.” L’idea non dispiacque ad Alberto anche se venticinque anni di differenza… A passeggio per le vie del centro, Anabella aveva lasciato gli occhi su un paio di scarpe un po’ costose, Alberto la spinse a provarle e gliele comprò. “Io poi dare a te soldi.” “È un mio regalo, my darling.”
    “Tu parlare inglese? Io parlare inglese e tedesco.” Io solo francese…” Le passeggiate insieme si moltiplicavano, Anabela aveva lasciato il fidanzato e ogni giorno usciva di più con Alberto, ormai lo prendeva sottobraccio e gli ‘depositiva’ qualche bacino sul viso. “Tu bell’uomo…” Alberto imitandola: “Io uomo vecchio potrei essere tuo padre…” “Tu mio amante, io amare te…” Che un pezzo di gnocca, di venticinque anni più giovane ti dice di amarti… “Cesare sono in crisi, esco troppo spesso con Anabela penso…” “Non pensare, io e Angela ce ne siamo accorti, lascia fare al destino, sei una brava persona, non porti tanti problemi.” Anabela aveva la patente ed aveva imparato a guidare la Jaguar, passava dinanzi all’università per far morire d’invidia le sue colleghe, cattivella l’amica! La ciliegina finale: una notte Alberto dinanzi alla tv si stava godendo un film porno quando si aprì la porta d’ingresso. “Tu sozzone …” “Io forse zozzone, sozzone vuol dire sporco tu che ci fai qui? “Dormire con te.” “Dormire?” “Tu capito non fare stupido.” La baby non era alle prime armi, dopo un lungo bacio prese in bocca ciccio che, data la lunga astinenza, riversò nella dolce boccuccia di Anabela …la quale per pulirsi usò un piccolo asciugamano che aveva portato con sé (organizzata la baby!). Dopo un cunnilingus gustoso, l’entrata di ciccio nella cosina della ragazza fu trionfale nel senso che la stessa cominciò a godere alla grande e poi: “Niente paura prendo pillola” e così lo zozzone schizzò sul collo dell’utero di Anabela che proseguì la goderecciata sino…”Basta io stanca.” Dopo un riposino ad Alberto venne nostalgia di casa propria: Che ne dici di andare in Italia?” La furbacchiona: “Pensavo da molto tempo ma tu prima sposarmi…” Al matrimonio al Comune pochi parenti di lei e tanti compagni di università soprattutto ragazze che avrebbero volentieri avere avuto analoga sorte. Alberto via telefono avvisò Gianni del suo ritorno con relativa consorte. Viaggio di ritorno ovviamente al contrario di quello di andata, arrivo a Messina il pomeriggio. Gianni, grande festa con la consorte e all’apertura della sua porta d’ingresso. Alberto: “Cara sarà tutto impolverato, penso sia il caso di dare una pulita almeno alla camera da letto. Anabela non se lo fece dire due volte, alla fine l’apertura  degli armadi…Alberto sbiancò alla vista dei vestiti di Anna, si dette sul letto come imbambolato, la consorte ancora una volta dimostrò di essere intelligente e sensibile, capì la situazione: “Se d’accordo buttiamo vestiti e scarpe tua moglie, io avere miei, stanotte dormire in albergo.” E così fecero, riempirono vari sacchi di spazzatura e li scaricarono in quei contenitori messi apposta per strada per contenere il vestiario e le scarpe usate poi, dietro suggerimento di Alberto andarono all’albergo ‘Continental’ di via Garibaldi. Al portiere chiesero di vedere il direttore suo vecchio amico. “Che posso fare per te?” “Qualcosa da mettere sotto i denti ed una stanza per stanotte.” Dopo mangiato trasferimento in una stanza che dava sul porto di Messina,  il bacio della buona notte. La mattina ambedue rinfrancati ripresero possesso dell’abitazione di Alberto. Pulizie con l’aiuto di Edy il filippino e poi ritorno alla normalità. Grande festa con gli undici componenti della scala, Alberto ed Anabela scollata ed in minigonna fecero gli onori di casa con mangiata di dolci alla siciliana, tutti allegri tranne Palmira T. dell’ultimo piano che stava in disparte. Alberto se ne accorse e: “’A Palmì che t’è successo?” “E me lo domandi, sono anni che sono innamorata di te, quando è morta tua moglie eri inavvicinabile e poi ti ritrovo sposato con una che potrebbe essere tua figlia…” “Ti assicuro che non me n’ero accorto,io sono sempre l’Alberto che hai conosciuto…” Il buon Albertone non aveva perso il vecchio vizio di… “Ho capito dove vuoi arrivare, io voglio in uomo tutto per me.” “Sei ricca, trovati un toy boy e sorridi alla vita.” “Non so chi sia il boi boi…” Palmira sparì e Anabela capì la situazione, l’intuito femminile…”Caro vieini dalla tua mogliettina, ti sarò sempre vicina. ‘Finita la festa gabbato lu santo’ nel caso dei coniugi M. voleva dire trovarsi dinanzi alla realtà per quanto riguardava il ‘conquibus’. La vita in Italia era ovviamente più cara di quella dell’Ungheria tanto più che Alberto aveva acquistato, a rate, un ‘UP’ della Volkwagen con cui la consorte girava per Messina alla ricerca di un posto di lavoro presso qualche agenzia di navigazione, niente da fare, Anabela rientrava sempre a casa con l’aiuto del satellitare ma col muso a terra, tutti aveva l’organico pieno. ‘Audaces fortuna adiuvat’ in questo caso non fu l’audacia ma un colpo di c., Ovidio  O. suo collega in servizio, avuto notizia del matrimonio di Alberto con una straniera lo contattò per dirgli:”Mi sto congedando ed apro una import-export, ho bisogno di una che parli lingue straniere, tua moglie…” “Anabela l’inglese ed il tedesco.” Bene vediamoci domani al bar di piazza Cairoli.“ Ovviamente Ovidio sgranò gli occhi alla vista della consorte di Alberto in mini e ampia scollatura poi: “Ho già affittato un locale in via Garibaldi al n.203, lunedì mattina l’inaugurazione e poi al lavoro.” Anabela ogni giorno riferiva ad Alberto gli avvenimenti: “Per fortuna abbiamo già degli ordini, tutto bene tranne che il tuo collega ci ha provato con me, ha capito che non c’era nulla da fare e insidiato (si dice così) su seconda impiegata che parla francese, anche stavolta  andato male, la terza parlare solo italiano e,paura licenziamento, detto si.” Stavolta Minerva, Mercurio amico di Alberto distratto, ne combinò una delle sue per vendicarsi delle corna di suo marito, fece conoscere ad Anabela un cliente ricchissimo ed affascinante. Riferì ad Alberto la cosa: “Si chiama Paul e mangiamo insieme durante l’intevallo, mi insegna il francese, è padrone di fabbriche in Francia, vuole farmi dei regali ma ho rifiutato.” Anabela stava imparando bene l’italiano e pare pure il francese… Alberto non osò fare domande alla consorte sinché un giorno: “Sai Paul vorrebbe venire a casa nostra anche per conoscerti.” Che a Paul interessasse conoscere il marito di Anabela sembrava ovviamente un controsenso, se gli piaceva la ragazza che motivo aveva di conoscere il marito? Alberto capì che non era il caso di dire cose ovvie, ritenne opportuno far venire a pranzo il francese, tutto preparato da un vicino ristorante per fa fare bella figura alla baby che se ne assunse la paternità. Il cotale, circa quarantenne, alto, elegante, fascinoso…”È un piacere conoscerla, Anabela mi ha parlato molto di lei.” E intanto sbirciava la scollatura della signora. Alla fin e del pranzo l’ospite capì che era inutile rimanere: “Ho un impegno, arrivederci ad un pranzo nella villa a Torre Faro che ho preso in affitto.” Il suo italiano era eccellente, che fare? Anabela sembrava sempre di buon umore ed abbracciava in continuazione il marito, cosa che all’interessato parve sospetta. La mattina di un sabato l’invito:”Portate i costumi da bagno”, era una assolata giornata di luglio. Grazie al solito satellitare con la UP di Anabela giunsero ad una villetta isolata della frazione di Messina. “Cambiatevi ho già messo sulla spiaggia un ombrellone e tre sedie a sdraio.” Alla vista di Anabel in costume a Paul gli occhi parvero uscire dalle orbite, poi si ricompose, capì che Alberto si stava rompendo…I due andarono in acqua, Alberto preferì restare sotto l’ombrellone. Paul ed Anabel andarono sempre più al largo, chissà dove aveva imparato a nuotare sua moglie, a Bucarest non c’è il mare, forse in piscina pensiero totalmente inutile. Ormai la situazione era cambiata, i due sembravano innamorati e se ne fregavano della presenza di Alberto il quale rivolse una bestemmia al suo dio Mercurio che non l’aveva aiutato, ma ormai era tardi. A pranzo Alberto toccava appena il cibo, i due lo ignoravano. Gli eventi precipitarono Anabel: “Caro ormai avrai capito che sono innamorata di Paul, è il destino, faccio le valige e me ne andrò, pagherò le rate rimanenti della Up, ciao, sarai sempre nel mio cuore, addio.” I giorni seguenti Alberto si chiuse in se stesso, mangiava solo qualcosa che gli portava Gianni sinché una mattina sentì suonare alla porta: una visione celestiale, Palmira in mini e scollatissima si insinuò in casa “Tintolone ormai sei mio, fatti la barba la doccia e poi…e poi avvenne quello che la pulsella bramava da mesi era stato il Fato e non Mercurio a portare a quella soluzione,  Alberto decise di cambiare dio…
     

  • 02 novembre 2017 alle ore 19:36
    Annadelmare del sì

    Come comincia: "...Da partenze diverse, avevamo percorso tutti la stessa strada accidentata; cadendo e ferendoci, tutti abbiamo sentito dolore e tanti ne sono rimasti accecati; io sono stata fortunata, il dolore è stato pietoso con me e mi ha lasciato solo le ferite che se pure non guariranno, lasceranno cicatrici a testimonio del vissuto.
    Il male ricevuto, altro non era che l’evoluzione del Maestro d’Amore; non lo seppi subito, dovetti camminare ad occhi spalancati nell’inferno senza mai poterli chiudere, costretta a sentire l’humus spalmato sulla pelle e il viscido strisciare dei vermi sul mio corpo. Girovagai per anni nel ventre della terra, come vecchia quercia, mi nutrii del putrido lasciando cadere ad una ad una le foglie che ornavano le mie fronde. 
    Quanto dolore per ogni foglia che si staccò, quanto amore precipitava e cadeva in un sordo tonfo, come costruzione di cemento a cui si bombardano le fondamenta; erano foglie ma non volteggiavano mestamente per raggiungere il terreno, si fracassavano sull’anima. Io, quercia, mi spezzavo sotto il peso dei miei stessi rami e nel tentativo di fermare il sangue che stillava impavido dal moncherino lasciato da ogni foglia, squarciavo il tronco.
    Imparai la compassione di me.
    Il Maestro d’Amore, paziente, mi guardava apprendere con fatica. 
    Rimase seduto ad ascoltare i miei ruggiti di animale ferito, accanto a me, nella mia tana buia che pur facendomi paura mi riparò dal cataclisma tutt’attorno. 
    Mai mi lasciò chiudere gli occhi per non vedere, non fu pietoso; restava compagno silenzioso, sentivo il suo respiro soffiare sulle ombre gelide dei mostri che coprivano il mio cielo da quando avevo aperto il vaso di Pandora, e vagavano dispersi sul mio suolo. 
    Fu il mio unico amico, l’unica essenza che mi rimase accanto, quando sparii dalla società. Chi mai avrebbe potuto capire la mia anima spezzata, se avevo ripetutamente dimostrato di essere un’araba fenice? Quante volte ero rinata dalle mie ceneri… Ero una colonna portante, ero marmo che nulla poteva scalfire e tutti ebbero facoltà di sbertucciarmi. 
    Tutti quelli che avevano bevuto alla mia fonte non accettarono che non ci fosse acqua per loro e distrussero la sorgente coprendola di massi.
    Il marito, gli affetti, il lavoro, la città, mi lasciarono ai piedi della fonte, Maestro d’Amore spostò i massi e mi tirò fuori circondando con le sue braccia le mie spalle insanguinate, mi strapazzò quando vide che volevo raggiungere la dimensione dove tutto è pace e mi portò al mare, in un silenzioso paesino toscano, e nelle acque fredde di quell’inverno, lavò le mie ferite. L’anima pianse e strepitò quando la salsedine bruciava sulle piaghe aperte e senza pietà lasciava colare il mio malessere nelle onde increspate. 
    La musica tempestosa del libeccio portò verso terra voci di angeli che non riuscii a distinguere finché non guarirono le mie orecchie, sfidai il mare grosso per riscoprire la forza, figlia della paura, e raccolsi ortiche per nutrirmi, volli rimanere cucciolo di animale esposto e solo, per imparare a vivere; conobbi Dio affondando i piedi nella montagna di alghe che ricoprì la riva quel ventoso e gelido inverno, io, che avevo sempre affidato a Lui ogni mio giorno nuovo, mi accorsi di aver condiviso e mai affidato veramente la vita che avevo vissuta, soltanto in quei momenti lo avevo fatto pienamente. 
    Ero nelle sue mani, Lui sapeva se quel giorno avrei trovato da sostentarmi e se mi fossi svegliata ancora e se avrei camminato con le mie gambe. 
    C’era Lui e si prese cura di me, fu il mio cardiologo e il mio pneumologo, fu il medico che tenne costanti i parametri del sangue e del calcio nelle ossa, stabilì le mie capacità fisiche finché rimasi sola, mi diede da bere e da mangiare tutti i giorni. 
    Volle lasciarmi in vita per non tagliare il nastro del traguardo prima che io arrivassi, pronta. Mi regalò Maestro d’Amore e quadrifogli, e farfalle e uccelli svolazzanti nella mia aria, e anime belle e nuove che hanno profumato di pulito il mio andare.
    Sotto la lava che tutto aveva coperto, rimasero vivi affetti creduti dispersi che tornarono a sfilare nel mio sangue per appoggiarsi dolcemente sul mio cuore troppo malato per reggere colori pesanti, malato e vivo di forza nuova quanto basta per concedergli di pompare e far danzare nei suoi riflussi l’amore..."

  • 01 novembre 2017 alle ore 12:13
    Tramoggia

    Come comincia: Ciao! Come stai? 
    È un periodo un po’ particolare, sto ai pensieri forzati!
    Ma forse volevi dire ai lavori forzati?
    No! Volevo solo dire quel che ho detto: Sono ai pensieri forzati!
    Beh! Spiega meglio, se vuoi ti ascolto!
    Allora amico, sai cos’è una tramoggia? 
    Più o meno!
    Ecco! Allora pensa alla mia testa come a un contenitore. Ho appena riversato all’interno di essa anni di pensieri già di per sé incontenibili, immagina come fosse aperta sopra, mentre un frullatore sversa il preparato mentale. Lo vedi adesso che nella sua discesa perde parti di capelli, di risate, di occhi, di stanze, di profumi, di mare, di sangue, di me? Vedi come sia già difficile il solo impastare e versare nella tramoggia?
    Sì! Capisco!
    Ora a questo aggiungi il fatto che questo denso impasto debba scendere giù per questo indegno contenitore, immagina che questa bellezza già di per sé esuberante stia traboccando un po’ ovunque, sprecandosi.
    Ho messo nell’impasto tanta di quella roba che ora deve scendere giù, come in una tramorgia, insinuandosi per caduta in quello stretto orifizio che porta allo stomaco, passando per il cuore. Estrudere l’impasto. Il bello è che non so in cosa si trasformerà e se si trasformerà.
    Comprendo.
    Dovrà percorrere i canali, che si stringono a imbuto come i gironi infernali. Deve trasformarsi, essere digerito e poi eliminato anche se sai che non potrà essere eliminato del tutto. Mai! 
    Amico mio ascoltami, nulla si crea e nulla si distrugge, ricorda che nulla è perso per sempre e se saprai concimare ed alimentare la bellezza con gli scarti ritroverai nuova sostanza.
    Forse hai ragione amico, grazie. Intanto per adesso, torno a estrudere.
    Di niente.

    #dentrismi #gliaforismidiHalo

  • 29 novembre 2016 alle ore 10:39
    BRCA1

    Come comincia: Diego Norente s’infilò trafelato in un vicolo all’angolo tra via Dotto e Piazza Lobuli. Il lungo impermeabile nero rivestiva come una crisalide un corpo scarno, nervoso, dove le ossa parevano volessero forare la pelle.
    L’uomo, dalla barba incolta e dalle labbra serrate, buttò fuori l’aria dalle narici come un toro infuriato pronto alla carica, solo gli occhi scintillavano di una luce innaturale, crudele.
     Il giorno aveva già lasciato da un pezzo la costa ovest e Diego Norente non aveva più tempo. Si guardò intorno con scatti rapidi della testa alla ricerca di un posto dove nascondersi e riorganizzare le idee, ormai era braccato. Da quando il sergente Port si era messo sulle sue tracce per BRCA1, questo era il suo nome in codice, l’unico modo di portare a termine la missione era di prendere contatto con le cellule dormienti.
    Si arrampicò su una scala antincendio fiutando il potenziale pericolo come un segugio che intercetta la preda. A ogni scalino le sue labbra si contraevano in una smorfia di dolore accompagnata da un grugnito greve - «Devo farcela» ripeteva - «La missione, prima di tutto».
    S’infilò attraverso una finestrella e scivolò dentro, come un crotalo nella spaccatura di una roccia, in quella che sembrò una soffitta. Diego Norente rimase immobile come se volesse diventare tutt’uno con l’ambiente circostante, fino a quando gli occhi si abituarono all’oscurità della stanza.
    L’odore umido di muffa lo tranquillizzò, era uno spazio inutilizzato da tempo dove poteva tirare il fiato e ricomporre le idee, sparse come tante tessere di un puzzle.
    Il corridoio al quarto piano dello stabile di via Nudo si diramava come la pianta del metrò di Parigi, collegando le sezioni del “Pronto Intervento” con quella dei “Corpi Speciali Anti Invasione”, “l’Intelligence” e la squadra “Prevenzioni Attacchi Terroristici”.
    L’ambiente era spartano, nulla di superfluo oltre l’essenziale, solo alcuni quadri raffiguranti i ricercati più pericolosi e un archivio con le impronte genetiche dei delinquenti di ogni risma.
    «Dobbiamo agire in fretta adesso che abbiamo individuato BRCA1» sbotto il sergente Port.
    «Sappiamo in quale zona si nasconde e dobbiamo intervenire prima che si metta in contatto con le cellule dormienti, solo così riusciremo a bloccare la follia della sua missione».
    Le parole del Sergente Port si mischiarono all’odore dolciastro di cannella e al suono ritmato dei tacchi 12 che accompagnava Miss Adana, la più alta autorità specializzata  contro il terrorismo internazionale.
    Adana, soprannominata la Rossa per la sua chioma color rubino, era considerata alla stessa stregua di un essere mitologico la cui fama raggiungeva gli angoli più remoti del continente ma, al tempo stesso, nessuno l’aveva mai vista.
    Fasciata in un tubino vermiglio, Adana aveva un aspetto etereo e insieme glaciale. I lineamenti gentili nascondevano la tenacia e la leadership dei grandi condottieri dell’antichità.
    «Sergente Port» - esordì Adana la Rossa - «I nostri informatori ci hanno appena comunicato il luogo dove si nasconde BRCA1, andiamo a prenderlo».
    Diego Norente sentiva il cerchio stringersi attorno a lui come un nodo gordiano, ormai neppure l’oscurità della soffitta dove si era rifugiato poteva più nasconderlo. Per la prima volta provò un senso d’impotenza, lo stesso che aveva fatto provare nella sua lunga carriera, accompagnato dall’odore di morte e disperazione. Lo smarrimento e la sensazione che tutto sarebbe finito da lì a poco si fecero sempre più reali. Il terrore e lo sgomento lo assalirono paralizzando quel corpo ossuto simile a un vecchio ramo secco. Gli parve di sentire, in quell’angusto spazio ammuffito, l’odore di cannella, ma forse era la pazzia che veniva a prenderlo per mano.
    «Diego Norente, la dichiaro in arresto» risuonò una voce nell’oscurità accompagnata dal ticchettio dei tacchi 12.
    «E’ finita, finalmente è finita» - disse l’infermiera staccando la sacca di infusione - «Anche l’ultimo ciclo di chemio è terminato».
    «E’ stata veramente brava signora Carmen, la “Rossa”, come la chiamiamo noi, non è una passeggiata».

    Personaggi
    DIEGO NORENTE – carciNOma lobulaRE infiltraNTE
    BRCA1 – mutazione genetica tumorale
    ADANA “LA ROSSA” – ADriAmiciNA - farmaco chemioterapico
    SERGENTE PORT – PORT - dispositivo per accesso vascolare
     

  • 29 novembre 2016 alle ore 4:58
    Alguna vez... la felicidad...

    Come comincia: Si alguna vez has sentido felicidad, ¿no te habría gustado ser capaz de apresar ese instante para siempre?
    La Felicidad pensaba que el mundo se había creado exactamente para ella, quizás alguien había mezclado sus preferencias con sus mejores deseos para hacer de la suya una realidad perfecta, acertada hasta el más mínimo detalle llegando a convertirse casi en una proyección de lo mejor de sí misma. Cierta noche la Curiosidad llamó inesperadamente a su puerta para contarle que había descubierto un claro por el que podía adivinarse un pequeño camino, demasiado tentador para que la Felicidad no quisiera saber hasta dónde podría llevarle.
    Consultaron a la Intuición que sin dudar dio su aprobación y animada por los sabios consejos del Valor, La Felicidad decidió probar suerte y comenzar su aventura. No muy lejos de allí, habitaba la Tristeza, en un lugar ensombrecido en el que cada día dejaba de brillar el sol y las noches se hacían tan largas como un mal sueño. Difícil encontrar un lugar donde poder descansar en aquel paraje tan inhóspito. Al caer la tarde, la Tristeza recibió la visita de las Sombras alertándola de que habían sido alcanzadas por una lejana luz que se colaba por un hueco entre los arbustos. El Misterio, que ya sabía de la existencia de esta extraña senda, lanzó una fría mirada a la Tristeza con la que casi la obligaba a marchar. Fue entonces cuando la Impotencia le hizo pensar que tal vez fuera buena salida.
    La Felicidad avanzaba decidida y sonriente, disfrutando del color de cada piedra del camino, del olor de cada flor, del brillo de cada hoja, de la magia de cada rayo de luna que jugaba entre las ramas de los árboles. La Tristeza deambulaba asustada y estremecida, con pasos cobardes que intentaban adivinar la superficie antes de tocarla, mirando constantemente hacia atrás, arrepintiéndose de cada pisada e imaginándose al acecho de terribles sombras monstruosas. Siguiendo cada una su camino, casualmente ambas llegaron hasta un pequeño claro que se abría en el bosque.
    La Felicidad pensó que quizás ése era el lugar más bonito en el que jamás había estado. Se sentía reconfortada por la robustez de los fornidos árboles, adulada por la belleza de las flores que se entregaban a ella en una especie de bello ritual y agradecida a la música que le ofrecía el agua del pequeño arroyo a su paso entre las piedras. La Tristeza se sintió sobrecogida ante aquel claro tan trémulo, rodeada por gigantescos árboles sentía que intentaban apresarla, despreciada por aquellos privilegiados brotes de vivos colores que la miraban con desaire y sobrecogida por el imprevisible estrépito del arroyo que rompía el silencio. La Felicidad fue la primera en darse cuenta de que no estaba sola, la curiosidad se fundió con la alegría y sus ojos sonrieron.
    La tristeza, en cambio, se refugió agazapada tras unos arbustos asomando su máscara de hierro envejecido con la que ocultaba su triste rostro, bajo la que podían intuirse sus labios retorcidos por el miedo. La Felicidad preguntó con voz alegre: ¿Quién eres? Sólo se oía el sonido del agua y el tímido temblor de las ramas del matorral tras el que se ocultaba la Tristeza. Tras preguntar varias veces sin obtener ninguna respuesta, solamente al cesante temblor de las ramas, la Felicidad dijo: "Sólo quiero ser tu amiga". La Tristeza al fin salió de su escondite, cabizbaja, casi avergonzada ante tantas muestras de felicidad que ella no alcanzaba entender. La Felicidad no encontraba motivos para la Tristeza, que no se atrevía a levantar su mirada del suelo, y le preguntó con su voz alegre: "¿No tienes amigos?". Sin dejar responder, comenzó a hablar la Felicidad: "Yo tengo muchos amigos. Mi amiga es la Alegría, que siempre me inunda de gratitud; la Risa, que me hace cosquillas en el estómago; la Inquietud, que me descubre cosas preciosas; la Sonrisa, que abre mis ojos al mundo; la Amabilidad, que me regala su afecto; la Locura, que embriaga mi espíritu; la Templanza, que me mantiene unida a la razón; la Sabiduría, que me conduce al más alto grado del conocimiento; el Entusiasmo, que todas las mañanas viene a despertarme; la Generosidad, a la que siempre agradezco su grandeza; la Sorpresa, que me maravilla con algo imprevisible; la Comprensión, que no necesita explicaciones; la Fortaleza, que me ayuda a encontrar lo que busco; la Sinceridad, que me muestra el lado más bello de las cosas.... También tengo otro gran amigo, el Amor, a quien quiero sin saber por qué".
    La Tristeza había permanecido inmóvil escuchando cómo la Felicidad describía entusiasmada a sus amigos. "Háblame ahora de tus amigos", dijo la Felicidad. La Tristeza comenzó a hablar con su voz apagada: "Yo también tengo amigos. Mi amigo es el Dolor, cuya presencia ya pasa desapercibida; la Angustia, que me oprime sin motivos; el Temor, que me enseña todos los peligros; la Pena, que me desgarra las entrañas; el Desaliento, que merma mis fuerzas; la Compasión, que siempre me recuerda lo triste que soy; la Mentira, que engaña a mi alma; la Esperanza, que me aleja de la realidad; las Lágrimas, que riegan mi jardín de rosas secas y tallos de espinas; los Recuerdos, que alimentan mi pesar sin dejarme mirar hacia delante; la Soledad, que siempre me acompaña; la Decepción, que oscurece mis días; la Traición, que ensucia mi lealtad; la Envidia, que se regocija en mi desconsuelo".
    La Felicidad escuchó atentamente sin borrar la sonrisa de sus labios y el misterio de sus ojos. Tras un corto silencio, roto por la inquietud y curiosidad de la Felicidad, dijo: "Antes de irte, quiero pedirte un favor". La Tristeza, sin levantar la vista del suelo, esbozó un sí no muy convencido. "Quiero ver tu rostro", dijo con voz pausada la Felicidad, en un intento de mostrar confianza en su tímida amiga. Tras dudarlo unos instantes, la Tristeza se acercó la mano hasta la cabeza y deslizó su máscara hacia atrás dejando al descubierto su rostro. Lentamente fue levantando la vista hasta encontrarse con al mirada exacta de la Felicidad. Los ojos de la Felicidad dejaron escapar algunas lágrimas mientras su boca dibujaba una amplia sonrisa. Los ojos de la Tristeza brillaron mientras su boca esbozaba un llanto comprimido. La Felicidad rápidamente reconoció el rostro de la Tristeza, tan igual al que veía todas las mañanas reflejado en el lago mientras se arreglaba dispuesta a pasar un día feliz, tan igual y, a la vez, tan distinto. La tristeza no alcanzaba a creer que la imagen que tenía delante guardaba una extraña y agradable similitud con aquella que tímidamente se asomaba a su charca antes de colocarse su máscara de hierro envejecido.
    La Felicidad y la Tristeza dependen de la suerte y de la casualidad. La misma suerte que un día la Felicidad y la Tristeza decidieron tentar y la misma casualidad que hizo que ambas se cruzaran en el camino. La Felicidad y la Tristeza dependen, sobre todo, de los amigos que tengas.

  • 27 novembre 2016 alle ore 20:23
    L'ospite (Seconda parte)

    Come comincia: Il giorno seguente la prima cosa che stupì Giuliana fu l'accoglienza festosa che i cani riservarono a  Mauro. Lei dava molto credito all'istinto degli animali e  subito ne trasse la conclusione che lui fosse una brava persona. Da parte sua Mauro li accarezzò subito, senza nessun timore, nè preoccupazione di sporcarsi gli indumenti, cosa che a lei piacque subito: chi possiede animali e li ama presta attenzione a certi atteggiamenti, perciò sentì che cominciava a nutrire simpatia per lui.
    "Davvero una bella casa. Complimenti. E intorno un vero paradiso."
    I complimenti da sempre la mettevano a disagio.  Lo invitò ad entrare accompagnandolo subito a vedere la camera; così scoprì che lui amava moltissimo i mobili solidi "di una volta", come li aveva definiti, perchè creano intimità nell'ambiente e sensazione di sicurezza. La camera gli piacque moltissimo, l'entusiasmo era autentico, e lei si rese conto di avere già deciso, in cuor suo, di ospitare Mauro. 
    Una energica stretta di mano suggellò il contratto e Mauro si trasferì da Giuliana.
    Bastò pochissimo tempo perchè lei cominciasse a trattarlo come un famigliare, e lui faceva di tutto per risultare gradito. Era un uomo gentile e quando si trovava in casa non permetteva a Giuliana di eseguire dei lavori troppo pesanti, anche se lei era abituata da sempre a cavarsela in tutte le situazioni. Ci pensava lui con pazienza e precisione, e lei per sdebitarsi lo invitava a cena.
    Il mese di giugno si avviava alla fine. Giuliana sentiva che la presenza di Mauro la rendeva più allegra, anche se lui stava fuori quasi tutto il giorno. Però alla sera quando rientrava prendeva i cani e li portava a giocare e a correre. Lei li guardava da lontano e si chiedeva perchè lui fosse sempre così solo. Possibile che non avesse una fidanzata, un amore. Naturalmente non si sentiva autorizzata a fargli domande sulla sua vita privata, però le sarebbe piaciuto che lui le avesse fatto qualche confidenza. Ormai cenavano insieme quasi ogni sera e lei si divertiva a rielaborare vecchie ricette che non aveva più cucinato da tanto tempo. Dopo cena gustavano il caffè nel giardino e chiacchieravano. Mauro era un buon conversatore, ma sapeva anche ascoltare. Giuliana cominciava a pensare con tristezza che un giorno o l'altro se ne sarebbe andato, e si dava della stupida per avere accettato di ospitarlo: la solitudine che si era imposta per tanti anni l'aveva protetta e preservata da situazioni del genere. Ma ormai le cose stavano così; si era affezionata a lui e si rendeva conto di attendere ogni giorno con impazienza il suo ritorno a casa. Un sabato sera Mauro l'aveva perfino convinta ad andare al locale di Toni a bere qualcosa. Avevano ordinato una caraffa di sangria e altri paesani si erano uniti a loro scherzando con Mauro sul come fosse riuscito a trascinare Giuliana fuori casa. Lei non se l'era presa, anzi aveva riso volentieri con tutti e trascorso una serata piacevole. Tornando a casa lui aveva commentato:
    "Mi avevano descritto il suo brutto carattere, ma io penso che tutti si siano sempre sbagliati."
    Giuliana non aveva risposto perchè sapeva di avere un pessimo carattere che però negli ultimi tempi era migliorato proprio per merito di Mauro. A casa, dopo averci pensato molto, prima di andare a dormire gli aveva posato una mano sul braccio:
    "Penso che potresti cominciare a darmi del tu."
    Le orecchie di Mauro erano diventate color porpora.
    "Proverò. Grazie."
    Il mese di luglio fu, come sempre, molto afoso, ma nella casa di Giuliana il fresco era assicurato. I muri spessi e l'eterna penombra mantenevano una temperatura gradevole che molti in paese avrebbero desiderato, ma non riuscivano ad ottenere poichè lì c'era più cemento che verde, e il giardino pubblico posto proprio al centro della piazza non bastava a garantire un po' di fresco. Nel dehors de "La Pergola" si stava meglio, perciò intere famiglie trascorrevano il pomeriggio, e spesso anche la serata, sotto la vecchia vite. Non era gente che consumava molto, ma Toni era contento di avere intorno i suoi compaesani con alcuni dei quali si impegnava sovente in partite a carte interminabili. Nei lunghi pomeriggi assolati, mentre i genitori chiacchieravano fra loro seduti ai tavolini, i bambini giocavano a pallone nella piazza, oppure si rincorrevano nei giardini. Le ragazzine preadolescenti si radunavano su una panchina e parlottavano ridendo sottovoce mentre si scambiavano improbabili segreti sui loro primi batticuore, e si mettevano in mostra al passaggio dei ragazzi più grandi. Alcuni anziani sistemavano le sedie sulla strada davanti a casa e improvvisavano discussioni su ogni argomento, infervorandosi e cercando ognuno di sovrastare la voce degli altri per farsi sentire, col risultato che tutti gridavano, ma senza capirsi. A metà pomeriggio Toni offriva un ghiacciolo a tutti i bambini, e, se qualche genitore voleva pagare, brontolava timido "offre la casa".
     Anche il mese di luglio volgeva al termine. Giuliana aveva molto da fare nel frutteto e Mauro spesso la aiutava.
    A fine giornata erano stanchissimi. Lei preparava la cena e lui portava Socrate e Platone a giocare nel prato. Luciana aveva telefonato più del solito nell'ultimo periodo e aveva annunciato alla madre il suo arrivo per i primi di agosto.
    "Non ti dispiace vero mamma se trascorro qualche giorno lì?"
    "No che non mi dispiace. Quando arrivi?"
    "Non lo so ancora di preciso, ma penso il giorno tre. Te lo confermerò."  
    Quando sua figlia le aveva confermato il suo arrivo il giorno tre agosto, Giuliana aveva cominciato a pensare di cucinare qualcosa di particolare. Desiderava che fosse veramente una serata speciale da trascorrere insieme in allegria. Quando Luciana arrivò era già sera tardi.
    "Lucetta, eccoti qui finalmente!"
    Erano almeno vent'anni che sua madre non la chiamava Lucetta. Si abbracciarono.
    "Mamma, ma mi avete aspettato per cenare, non dovevate!"
    "Non perdiamo tempo. Lui è Mauro, presentatevi, e poi vieni subito in cucina così mi aiuti a portare i piatti. Sistemeremo più tardi la tua roba."
    "Mamma, ma quanta luce in sala da pranzo! Cosa è cambiato?"
    "Ci ha pensato Mauro. Era troppo buio. Ha creato un gioco di luci per cui dove mangiamo c'è molta luce; invece nell'angolo salotto l'illuminazione è più intima. Bello, vero? Dovrebbe fare l'arredatore."
    La cena fu piacevole e Giuliana si sentiva leggera come non era più accaduto da moltissimi anni.
    Certo non poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto dopo pochi minuti.
    "Mamma, devo dirti una cosa importante: sono innamorata."
    "Che bella notizia Lucetta. E' una cosa seria?"
    "Sì mamma, molto seria."
    "Bene, allora suppongo che presto mi farai conoscere il fortunato."
    Seguì un silenzio che indusse Giuliana a guardare interrogativamente la figlia. Luciana sapeva di non poter più rimandare. Doveva parlare subito. Rivolse un'occhiata a Mauro e lui le sorrise incoraggiante.
    "Lo conosci già mamma.....E' Mauro."
    Fu come se tutti i cristalli della casa fossero andati in frantumi contemporaneamente e il frastuono rimbombasse nella testa di Giuliana, che inevitabilmente reagì.
    "Cosa?"  si alzò con tale veemenza dalla sedia, che la rovesciò.
    Si prese il viso fra le mani e rimase qualche secondo immobile, senza riuscire a guardare la figlia nè Mauro. Poi sollevò il viso con orgoglio e il suo sguardo esprimeva durezza, ma anche smarrimento.
    "Perciò tu....voi...eravate d'accordo! Un inganno!  Perchè!"
    Dopo aver pronunciato quelle poche parole con voce tremante si avviò fuori dalla sala da pranzo. Si sentiva umiliata e anche stupida. Sì, si sentiva soprattutto stupida.
    "Mamma ti prego, lasciami spiegare."
    Ma Giuliana stava già salendo per le scale:
    "Non voglio sentire niente. Voglio rimanere sola."
    "Mamma scusa, mamma ti prego!"
    Giuliana si chiuse nella sua camera e si sedette sul letto. Lacrime di indignazione e di delusione le rigavano il viso. Lacrime che diventarono sussulti e poi singhiozzi. Tutto il dolore, antico e nuovo, si sciolse in un pianto disperato che lei non fu più in grado di controllare. Battè i pugni sul cuscino con forza maledicendo se stessa per la sua debolezza. Poi tutto finì, e lei, stremata,  rimase sdraiata a faccia in giù sul letto, completamente priva di forze e di emozioni.
    Molto più tardi Luciana bussò alla porta della camera:
    "Mamma mi fai entrare? Sono pronta a ripartire domani mattina, ma adesso per favore ascoltami."
    "La porta è aperta". 
    Luciana entrò, si sedette sul letto e provò ad accarezzarle i capelli.
    "Non mi toccare!"
    "Va bene, non ti tocco. Mauro non voleva, ho faticato molto a convincerlo. Sai perchè si è convinto? Perchè ha capito che  stavo solo cercando un modo di arrivare fino a te. Se fossi venuta qui e te l'avessi presentato, tu l'avresti guardato, avresti subito cercato i suoi difetti e avresti detto: "Se va bene a te..." Poi con indifferenza l'avresti collocato insieme a me dietro la porta che hai chiuso  quando me ne sono andata. Ma io non volevo questo. Io volevo raggiungerti, e tu eri così lontana, volevo superare le tue difese e il muro che ti sei costruita intorno, volevo conoscerti come una donna conosce un'altra donna. Perchè io adesso sono una donna, mamma. Quando papà se ne andò, vent'anni fa, non facesti nulla per fermarlo; tu chiudesti la porta dietro di lui e lo cancellasti non solo dalla tua vita, ma anche dalla mia. Non mi hai mai permesso di parlarne. Ho trent'anni e non so ancora perchè mio padre ci lasciò. Gli addii che hai dovuto subìre, da papà, da me, hanno scavato un baratro fra te e il resto dell'umanità, un dolore che non volevi confessare neppure a te stessa, al punto di convincerti di essere felice così. Ho trascorso anni pensandoti ogni sera sola in questa casa, ma sapevo che tu non avresti mai ammesso di sentirti sola. E' vero, ho architettato un inganno e forse non mi perdonerai, ma so che è servito, e sono certa che lo sai anche tu. Da quando Mauro è arrivato in questa casa, durante le nostre telefonate, sentivo la tua serenità, l'allegria; la tua voce era cambiata e avevi perfino imparato a ridere. Oggi mi hai chiamata Lucetta, come quando ero bambina. A tavola stasera ho visto una donna che non conoscevo, ma che avrei voluto conoscere tanti anni fa, e, anche se sapevo che ti avrei procurato sofferenza, dovevo assolutamente aprire questo varco. Tanto mamma, cosa rischiavo di più? Io non ti ho mai avuta."
     Quest'ultima frase della figlia penetrò come una lama nel petto di Giuliana. Mentre Luciana parlava lei l'aveva guardata a lungo come se la vedesse per la prima volta. La voce pacata, gli occhi scuri pieni di malinconia, le mani posate in grembo che non avevano più osato sfiorarla. Sentì che l'ira stava lasciando il posto alla tenerezza. Istintivamente le spostò un ricciolo dalla fronte.
    "Quanto assomigli a tuo padre!"
    Poi le accarezzò il viso pensando che sì, era vero: Lucetta ormai era una donna ed era diventata donna da sola. Luciana non disse nulla. Non voleva rovinare quel momento così unico, il momento in cui sua madre finalmente la vedeva e tentava di parlarle:
    "Non è vero che non mi hai mai avuta. Forse non te l'ho saputo dimostrare, ma tu sei importante, molto importante per me. Quanto a tuo padre, era innamorato di un'altra donna al punto di lasciare una figlia di dieci anni. Se non bastò la tua presenza a trattenerlo, come avrei potuto riuscirci io?"
     Poi tese le braccia verso la figlia:
    "Lucetta, vieni qua." e lei non esitò un attimo. Si lasciò abbracciare, e madre e figlia rimasero così a lungo, in silenzio. Poi Giuliana accarezzò ancora il viso della figlia:
    "Non è facile per me Lucetta."
    "Lo so mamma, ma ci sono io, ed io non aspetto altro che di essere la tua famiglia. Noi siamo una famiglia, mamma, e adesso c'è anche Mauro che è un uomo buono e gentile. Un uomo che si è tanto affezionato a te e che in tutto questo periodo si è sentito profondamente a disagio perchè sapeva che ti stava ingannando."
    "Oh, Mauro!" Giuliana sembrò ricordarsene all'improvviso.
    "Non preoccuparti mamma. Si è addormentato sul divano del salotto. Lo vedrai domani mattina."
    Tutti i sentimenti negativi si erano stemperati adagio nella penombra della camera. Di nuovo Giuliana fu presa da quella meravigliosa sensazione di leggerezza che la rivelazione della figlia di poche ore prima aveva  troncato violentemente. Sì, ora era tutto chiaro: perchè Mauro le era sembrato sfuggente; perchè Socrate e Platone l'avevano festeggiato; perchè lui cercava sempre di non entrare in confidenze che non sarebbe riuscito a gestire. Concluse che i due mesi appena trascorsi non dovevano essere stati facili per lui. Poi pensò a se stessa e a quanto avesse da recuperare e da costruire. Sospirò e chiuse gli occhi.
    Poche ore dopo si svegliò all'improvviso. La luce del mattino inondava la stanza e lei si rese subito conto  che era tardi. Corse  al piano di sotto, doveva dar da mangiare a cani e gatti, ma quando fu in cucina vide che era già stato fatto ed era anche stata cambiata l'acqua nelle ciotole. Tornò allora in camera e spalancò la finestra. Nel prato c'erano Luciana e Mauro che facevano giocare Socrate e Platone con un pallone mezzo sgonfio e tutto masticato. Tutti e quattro si stavano divertendo moltissimo.
     E lei si sentiva bene come mai prima. Li salutò con un gesto.
    "Mamma, ho telefonato a Toni e gli ho detto che oggi andiamo a pranzo là."
    Giuliana non ritenne di dover parlare con Mauro di quanto era successo la sera prima. Bastò un sorriso fra loro per chiudere la vicenda.
     A mezzogiorno nel dehors de "La Pergola" una lunghissima fila di tavolini era apparecchiata sotto la vecchia vite e quando Giuliana, Lucetta e Mauro arrivarono, molti paesani avevano già preso posto a tavola. Ci fu un lungo applauso di cui lei non capi' il motivo. Capì solo che loro tre non erano lì per caso, ma che tutto era già stato organizzato prima. Poi Mino invitò tutti a un brindisi.
    "Brindiamo a Luciana e Mauro che si sono fidanzati. Sapevo che esiste il colpo di fulmine, ma uno così non l'avevo mai visto: Lucetta è arrivata ieri sera e oggi è già fidanzata."
    Tutti alzarono il bicchiere gridando "bravi" e "auguri", e Mino strizzò l'occhio a Giuliana che lo trafisse con un'occhiata che diceva: "Con te farò i conti".
    Quando ci fu di nuovo silenzio il vecchio Toni si alzò:
    "Devo dire qualcosa anch'io. Era da tempo che desideravo ritirarmi perchè sono vecchio e vorrei riposarmi. Ho avuto una proposta molto interessante, persone giovani con un progetto di rinnovamento del locale che potrà attirare gente anche da fuori. Sono molto contento di affidare il mio lavoro di tutta la vita a due persone come Lucetta e Mauro che sicuramente non mi faranno rimpiangere la mia decisione. Perciò alziamo i bicchieri e brindiamo a questi due ragazzi coraggiosi che hanno deciso di investire il loro denaro nel nostro piccolo paese. Auguri!"
    "Allora vivranno qui" pensò Giuliana. Era incredula e felice. "Vivranno qui."
    Lucetta era accanto a Toni in quel momento, lontana da sua madre che potè raggiungerla soltanto con lo sguardo, proprio nello stesso istante in cui la figlia cercava il suo. Si guardarono a lungo negli occhi, e Giuliana non ebbe  più coscienza di nulla al di fuori del loro intimo muto dialogo.
     Allora sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e infilò la mano nel taschino della camicia per prendere gli occhiali da sole, ma li aveva dimenticati a casa.

  • 27 novembre 2016 alle ore 20:21
    L'ospite (Prima Parte)

    Come comincia: Giuliana non abitava in paese. Per raggiungere casa sua bisognava percorrere la strada sterrata che si snodava solitaria in mezzo alla campagna, e dal paese portava alla frazione più vicina. Non c'era nulla che indicasse dove fosse l'abitazione, ma tutti conoscevano Giuliana, e tutti abbozzavano un sorrisetto  malizioso quando venivano interpellati su di lei: ciò soltanto perchè era considerata una persona un po' strana. In realtà non c'è nulla di strano in una persona che ha scelto di vivere sola e  di dare poca confidenza agli altri, ma si sa che la gente fa presto a etichettare qualcuno di cui non  capisce granchè. Il marito di Giuliana se n'era andato da tanti anni e anche sua figlia Luciana era partita appena raggiunta l'età adulta. Al contrario del marito che non si era più fatto vivo, la figlia spesso le telefonava vincendo l'imbarazzo di lunghi silenzi in cerca di qualcosa da dire, che non trovava. Dopo aver pronunciato le solite parole di rito "Ciao come stai?" ed avere ricevuto la risposta "Bene grazie" lei non sapeva più cosa dire e il silenzio di sua madre certamente non l'aiutava. Daltronde c'erano periodi in cui quest'ultima sembrava indifferente a tutto, chiusa in un suo mondo personale che escludeva chiunque. Da quando poi la figlia era partita Giuliana non aveva più interferito nella sua vita, rispettando la sua riservatezza. Luciana però le voleva molto bene e spesso si domandava come fosse veramente, sua madre, sentendo un grande desiderio di conoscerla al di là dei loro rispettivi ruoli. Giuliana, da parte sua, aveva accettato senza discutere la partenza del marito ed anche quella della figlia. Riempiva le sue giornate al massimo in modo da non avere alcuna residua energia per pensare troppo, specialmente prima di dormire. Era una persona diretta, per certi versi austera, che andava diritta all'essenziale, molto intransigente con se stessa, ma sempre pronta a giustificare gli altri, anche se preferiva di gran lunga tacere, a meno che non venisse incalzata con insistenza. Chi la conosceva la provocava di proposito, ben sapendo che correva il rischio di sentirsi dire cose indesiderate, ma sicuro che niente e nessuno avrebbe potuto condizionare ciò che lei avesse avuto da dire. In casa sua non c'era uno specchio che la ritraesse intera, ma anche se ci fosse stato lei avrebbe sicuramente continuato a vestirsi davanti alla finestra con gli indumenti più comodi che avesse avuto a portata di mano: un paio di pantaloni di velluto in inverno, e jeans in estate; una maglia o camicia assolutamente grande con le maniche corte, e scarpe adatte alla campagna. Lo specchio nel bagno le serviva giusto per una ravviata veloce ai capelli corti e bianchi. Se l'espressione perennemente accigliata del suo sguardo non avesse scoraggiato chiunque da qualunque tipo di approccio, e qualcuno si fosse soffermato a guardare nei suoi occhi chiari, si sarebbe potuto rendere conto che in realtà essi erano pieni di dolcezza. Forse proprio per questo lei li nascondeva dietro  grandi occhiali da sole. La sua giornata era ricca di attività: il giardino la occupava moltissimo e poi la terra coltivata a verdura. Giuliana camminava fra le file di piantine, chinandosi ogni tanto a nettarne qualcuna, attenta a non sciupare nulla. La sua vita era lì, nel silenzio umido della serra dove lei poteva respirare profondamente la natura spiando la crescita di quei virgulti di un tenero verde che si irrobustivano ogni giorno di più. Fuori i suoi due cani rimanevano in attesa per correrle incontro scodinzolanti appena  usciva dalla serra, pronti a ricevere le carezze a cui erano abituati e che lei certamente non faceva mancare a nessuno dei due. Li aveva presi al canile. Non li aveva scelti: non venivano adottati perchè di grossa taglia e bisognosi di spazio. Lei non ci aveva pensato un attimo e se li era portati a casa. Li aveva chiamati Socrate e Platone in nome del suo antico desiderio di dedicarsi agli studi di filosofia che tanto l'avevano affascinata quando aveva iniziato le scuole superiori, ma che era stata costretta ad interrompere. Socrate era un pastore tedesco di otto anni, solido e intelligente. Platone era un bellissimo pastore maremmano bianco, astuto, un po' ribelle e giocherellone. Anche lui aveva otto anni. I due cani erano cresciuti insieme e si facevano molta compagnia. Tutto il giorno vivevano all'aperto, ma alla sera entravano in casa ed ognuno di loro aveva il suo posto preferito. Socrate si sdraiava sotto il tavolo della cucina e, facendo finta di sonnecchiare, spiava ogni movimento di Giuliana ed anche dei due gatti che se ne stavano raggomitolati sulle sedie. Platone invece si sdraiava davanti alla porta d'ingresso della casa, sopra una stuoia che ormai gli apparteneva. Cani e gatti vivevano tranquillamente insieme e spesso si rincorrevano giocando, con grande preoccupazione di Giuliana che vedeva in pericolo mobili e suppellettili varie, così quando non ne poteva più, cercava di cacciare tutti fuori casa. I gatti saettavano velocissimi verso l'uscita: fra i due Chicco era il più timido e con poche falcate si proiettava sopra un armadio da dove teneva sotto controllo la situazione; Tigre invece era permaloso: si fermava di fronte alla porta d'ingresso e gonfiava la coda rivolgendo a Giuliana un miagolio indispettito prima di andarsene con fare sussiegoso. Lei amava tutti i suoi animali, il giardino, la serra, e quella casa che la faceva sentire protetta. In casa le piaceva la penombra, specialmente in certi pomeriggi d'estate quando si accomodava sulla poltrona preferita e scrutava segmenti di raggi di sole che filtravano attraverso le gelosie accostate rendendo sonnolenta l'atmosfera della sala. Giuliana socchiudeva gli occhi e si abbandonava ad un breve riposo nel silenzio  interrotto soltanto dal tic-tac dell'orologio a pendolo. A volte si addormentava, ma non era un sonno profondo, era solo una specie di dormiveglia in cui realtà e fantasia si mischiavano, e dal quale si destava all'improvviso  con uno spiacevole senso di disagio. Allora si alzava in fretta e correva in bagno a lavarsi il viso, come a scacciare ombre indesiderate. Poi si preparava il caffè e andava a sorseggiarlo in giardino. Appena si sedeva sulla panca accanto al roseto, Socrate e Platone si sdraiavano col muso appoggiato ai suoi piedi e rimanevano immobili, ma con i sensi attenti a captare la più piccola vibrazione, il più impercettibile movimento di lei.
    In un pomeriggio d'estate, mentre beveva il suo caffè in giardino, i cani drizzarono le orecchie all'improvviso e si misero ad abbaiare. Poco dopo Giuliana sentì il cigolio dei freni di una bicicletta.
    "Buoni...buoni" Fece tacere i cani e andò verso il cancello.
    "Ah, sei tu. Ciao. Cosa succede?"
    Era Gelsomino detto Mino. Tutte le volte che Giuliana pensava a lui si chiedeva come avessero potuto i genitori appioppargli un nome del genere. In paese tutti conoscevano il suo nome per intero, ma soltanto i bambini si permettevano di deriderlo. Mino ormai era abituato e non se la prendeva più.
    "Ciao Giuliana, come va? Non ti si vede quasi mai."
    "Sto bene, grazie. Non sarai venuto fin qui per chiedermi come sto!"
    "No no, certo. Stammi a sentire. C'è un giovanotto in paese, un bravo ragazzo che avrebbe bisogno di una sistemazione per un certo periodo, solo per qualche mese.  Abbiamo pensato che tu hai una casa tanto grande e che magari potresti......"
    "Non se ne parla. Non voglio estranei in casa." Giuliana era irritata. "Come può venirvi in mente una cosa del genere? Io sono una donna sola...."
    Mino rise.
    "Donna sola! Tu sei un ariete, una testa di cuoio, un Rambo!"
    "Va bene, pensa ciò che vuoi. Non se ne parla."
    Mino la conosceva da tutta la vita e capì che come primo raund era sufficiente. Doveva lasciarle il tempo di pensarci, e poi tornare alla carica. Ma mentre se ne andava le gridò:
    "Guarda che è disposto a pagare bene!"
    "Vatteneeeeeee" L'urlo di Giuliana lo investì mentre già pedalava a tutta velocità verso il paese chiedendosi perchè mandavano sempre lui nelle missioni più pericolose.
    Lei rientrò in casa.  "Rambo" rise fra sè, scuotendo la testa.
    Ma cominciò a pensare alla proposta. Era contrariata che la sua tranquillità fosse stata disturbata, ma non poteva fare a meno di pensarci. Così la sera stessa decise che aveva bisogno di un consiglio e telefonò a sua figlia Luciana.
    "Pronto..mamma???" Luciana si chiese se fosse andata a fuoco la casa, o addirittura il paese intero, o fosse imminente la fine del mondo. Non aveva memoria che sua madre l'avesse mai chiamata da quando era partita.
    "Mamma! Stai bene? Cosa è successo?"
    "Ma sì, sto bene."
    Giuliana raccontò i fatti alla figlia e lei espresse la sua opinione.
    "Mamma, almeno accetta di conoscerlo. Magari è una brava persona, la casa è grande, e la presenza di un uomo in casa può sempre convenire."
    "Ho i miei cani!"
    "Certo certo mamma, ma i cani sono pur sempre cani" Luciana si rendeva conto di muoversi su un terreno minato e decise di andare all'attacco.
    "Mi hai telefonato per avere un consiglio. Io te l'ho dato. Adesso vedi tu."
    "Questa è una risposta. Grazie." 
    Più tardi Giuliana decise che in fondo non c'era nulla di impegnativo nell'incontrare il ragazzo, e al tempo stesso lei avrebbe potuto farsi un'idea più precisa. Va bene che tanto le persone non si conoscono mai, rifletteva fra sè, perciò il rischio c'era sempre, però sì, conoscerlo era una buona idea. Così se ne andò a dormire pensando che l'indomani sarebbe andata in paese e avrebbe risolto la questione.Quando si svegliò l'orologio segnava le cinque e un quarto. Era davvero presto e avrebbe dormito volentieri ancora un po', ma quando il cervello si mette in azione, come fermarlo? Così decise di alzarsi, immediatamente seguita dai suoi quattro animali. Preparò le ciotole col cibo per Chicco e Tigre e poi per Socrate e Platone. Li accarezzò con tenerezza mentre cominciavano a mangiare e cambiò l'acqua nei recipienti come faceva ogni mattina affinchè l'avessero sempre fresca. Mentre preparava il primo caffè della giornata, il più gradito, si domandò se avere una persona in casa l'avrebbe costretta a modificare le sue abitudini, e si chiese anche come avrebbe potuto conciliare la presenza di un ospite con quella di due cani e due gatti che da sempre vivevano la casa senza alcuna restrizione. C'era però una stanza in cui gli animali non erano mai entrati perchè era chiusa da molti anni, ed era proprio la camera destinata ad eventuali ospiti. Per gli animali non sarebbe cambiato nulla. Ricordando la camera per gli ospiti, subito le venne la curiosità di andare a darle un'occhiata per capire come si  potesse presentare agli occhi di un estraneo. Salì al piano di sopra e si fermò esitante davanti alla porta chiusa: quella era stata la camera di suo padre. Quando si decise ad aprire, appena accesa la luce, subito lo immaginò seduto sulla poltrona con un libro o un giornale in mano come era solito stare. Corse ad aprire la porta finestra ed uscì sul balconcino proprio mentre l'alba irradiava la sua prima luce. Aveva bisogno di respirare profondamente per controllare l'emozione. Sotto di lei la serra e di fianco il frutteto. Suo padre aveva creato e amato tutto questo, e anche quando si era ammalato e non aveva più potuto dedicarsi alla sua campagna, si sedeva in sedia a sdraio sul balconcino e si interessava ad ogni problema pretendendo di risolvere ancora lui ogni cosa; era convinto che nessuno fosse alla sua altezza. Un autentico combattente, a volte insopportabile, che aveva lottato contro il male con determinazione fino a che, purtroppo, le forze avevano cominciato ad abbandonarlo. Giuliana ripensò agli ultimi tempi in cui lui ormai era quasi del tutto consumato dalla malattia e i suoi occhi diventavano sempre più grandi e smarriti in un viso sempre più scarno. La commozione le riempì gli occhi di lacrime che lei lasciò scendere liberamente per pochi istanti; poi sospirò e rientrò per dare un'occhiata all'insieme. La camera era spaziosa e attrezzata di tutto: letto, armadio, comodino, e una scrivania proprio accanto alla poltrona; certo i mobili erano vecchi, anche se belli e solidi, e daltronde tutta la casa era stata arredata parecchi anni prima. Decise che in fin dei conti l'ambiente era discretamente accogliente. Lo squillo del telefono interruppe i suoi pensieri.
    "Pronto"
    "Ciao mamma, sono io. Allora cosa hai deciso?"
    "Oggi vado a conoscerlo."
    "Bene, sono contenta. Ti chiamo stasera. Ciao"
    Era mattino inoltrato quando il telefono squillò anche a casa di Mino che certamente non si aspettava di sentire la voce di Giuliana.
    "Ciao Mino, sono Giuliana. Ho deciso di conoscerlo, il giovanotto, ma solo di conoscerlo, senza nessun impegno, giusto per farmi un'idea. Chiaro?"
    L'appuntamento fu deciso per le ore 17 di fronte all'unico bar-trattoria-bazar, e chi più ne ha più ne metta- nell'unica piazza del paese.
    Anche se Giuliana cercava di non dare troppa importanza al fatto, quella non poteva essere una giornata come le altre, e non lo fu. Si impegnò a fondo nella pulizia della casa, e poi nella serra e nel giardino. A mezzogiorno era stanca e non aveva voglia di cucinare perciò si preparò un'insalata. Prima di sedersi a tavola andò nella stanza da bagno per mettersi un po' in ordine. Lì, davanti allo specchio posto sopra il lavandino, si soffermò a lungo, come da tempo non succedeva, e si specchiò avvicinandosi quasi a sfiorare lo specchio, passandosi la mano sul viso e indugiando sulle rughe più profonde. Constatò quanto si fosse assottigliata la sua pelle, anche se ancora liscia e vellutata, decidendo che, in conclusione, non stava invecchiando poi così male.
    Quando ebbe finito di mangiare l'insalata e la frutta se ne andò in giardino a bere il caffè, scherzando con Socrate e Platone che le scodinzolavano intorno col rischio di farla inciampare.
    "Allora, cosa ne dite? Mi dovrò vestire elegante oggi? O come al solito!"
    I due cani la guardavano come se volessero risponderle mentre lei li accarezzava e scompigliava loro il pelo affettuosamente. Poco distante, Chicco e Tigre se ne stavano sdraiati al sole e, sornioni, osservavano la scena, apparentemente indifferenti, ma lei che li conosceva bene sapeva che quel certo modo nervoso di leccarsi a intervalli la zampetta denotava una mal dissimulata gelosia. Così si alzò e andò a coccolarli un po'.
    Alle 17 in punto la vecchia bicicletta nera di Giuliana, con lei sopra in jeans, camicia e occhialoni scuri, frenò cigolando di fronte a "La Pergola".
    Ecco, quello che aveva di bello il bar-trattoria ecc.ecc., era la pergola antistante il locale: una vecchia vite che faceva da tetto a sedie e tavolini, e in quel periodo già ricca di grappoli d'uva in via di maturazione. Neanche a dirlo, il cartello "La Pergola" campeggiava a destra dell'entrata del bar, in una scritta multicolore, chissà perchè, verticale. A sinistra invece un cuoco di cartone dal viso tondo e rubicondo invitava la gente ad entrare. Tovagliette a quadretti bianchi e rossi ed altre a quadretti bianchi e blu ornavano i tavolini, e cuscini delle medesime fantasie rendevano più allegre ed anche più comode le semplici sedie di formica e metallo. Il dehors era delimitato da grossi vasi di fiori variopinti in piena fioritura: da sempre una grande passione del proprietario.
    Giuliana riteneva tutto ciò una inutile mania di grandezza, prerogativa del vecchio Toni che pareva non essersi ancora reso conto di vivere in un paese in cui nessuno poteva capitare per caso, ed era altresì molto improbabile che qualcuno avesse un qualsiasi motivo per recarvisi. Eppure non avrebbe saputo immaginare la piazza senza il locale di Toni con i suoi colori e la sua allegria. Chissà cosa ne sarebbe stato del locale, quando lui non ci fosse stato più! Giuliana sospirò e si guardò attorno. In un angolo del dehors vide subito Mino seduto ad un tavolino insieme al giovanotto. Chiaccheravano sottovoce davanti a due bicchieri di vino, anzi di sangrìa. Lei lo capì guardando la caraffa nella quale erano ben visibili pezzi di frutta nonostante il vetro appannato. "Vecchia volpe!" pensò. Mino sapeva molto bene che a lei piaceva la sangrìa, e giocava le sue carte. Lui la vide e le fece un cenno. Lei si tolse gli occhiali per educazione, li infilò nel taschino della camicia e si avviò verso di loro.
    Il "giovanotto" si chiamava Mauro e la prima cosa di cui si rese conto Giuliana fu che lui non era così giovane come lei aveva immaginato. Era un uomo di almeno trentacinque anni, cordiale, dall'aspetto piacevole. Le piacquero di lui anche l'abbigliamento semplice e comodo e il modo di interloquire diretto ma educato.
    "Io non ho niente contro gli animali" le stava dicendo "non mi dànno alcun fastidio, anzi mi piacciono."
    La risposta di Giuliana arrivò immediata e secca.
    "Non mi sono posta questo problema. Semmai mi sono posta il problema che i mei animali potrebbero non gradire la sua presenza."
    Le orecchie di Mauro diventarono di fuoco e lei capì che era timido, ma anche permaloso. Nella sua vita aveva visto arrossire tante persone, ma mai nessuno di cui arrossissero soltanto le orecchie. Questo la divertì e pensò che se davvero Mauro avesse vissuto in casa con lei, le sue orecchie sarebbero andate a fuoco molto frequentemente. Così abbozzò un mezzo sorriso che non sfuggì a Mino che non aveva capito niente, ma subito le riempì il bicchiere, ligio al vecchio detto "il ferro va battuto finchè è caldo".
    Si lasciarono cordialmente e con la promessa che il giorno seguente Mauro sarebbe andato a farle visita. Mentre tornava a casa in bicicletta lei si sentiva bene. Il suo sguardo avvolgeva i campi e gli alberi mentre le sue narici assorbivano il profumo della campagna. Il vento le andava incontro accarezzandole il viso e lei socchiudeva gli occhi felice. Sorrise quando sentì l'abbaiare festoso dei suoi cani che già da lontano l'avevano sentita arrivare. Cosa mai avrebbe potuto desiderare di più? A casa dovette frenare il loro entusiasmo per non essere buttata per terra.
    "Buoni, buoni" rideva, mentre si sottraeva agli assalti affettuosi di Socrate e Platone. "Buoni, mi fate cadere!"
    Quando finalmente riuscì ad entrare in casa, si lasciò cadere nella poltrona preferita e rimase lì a pensare. Mentre accarezzava i suoi cani che le avevano appoggiato la testa in grembo, rivide il viso di Mauro:un viso dai lineamenti marcati sotto una capigliatura castana un po' riccia e certamente non facile da dominare. Leggere ombre azzurrine  sotto agli occhi chiari conferivano al suo sguardo un'espressione malinconica e, unite alle mascelle angolose e il naso sottile, costituivano un insieme vagamente ascetico. Ma  le labbra morbide e ben disegnate ispiravano sensualità e scoprivano nel sorriso una bellissima dentatura. Un uomo curato, attento a se stesso, sicuramente dotato di fascino, ma con qualcosa di sfuggente che Giuliana istintivamente avvertiva.
    "Eccomi già qui a elaborare congetture" pensò alzandosi di scatto.
    "Avanti ragazzi, andiamo!" E corse fuori inseguita da cani e gatti: sapevano che era giunta l'ora più bella della giornata: l'ora del gioco.

  • Come comincia: La mattina di Santa Lucia, "Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all'urna di vetro della Maria Bambina Nascente (dono di nozze ricevuto da mia mamma Elisa, come tutte le spose del tempo) accanto alla quale la sera prima erano stati deposti una ciotola d'acqua e una manciata di fieno e "miscèla" - la farina data alle mucche- per l'asinello, noi bambini scoprivamo i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.
    La sua notte "l'è la piö lónga che ghe séa" è la più lunga che ci sia,  perché fino al XIV° secolo e prima della Riforma del calendario attuata nel 1562 da Papa Gregorio, il 13 dicembre coincideva con il solstizio d'inverno, quindi una notte lunga, come la trepida attesa che tiene svegli fino a tardi i bambini di ogni generazione, nella sofferenza di resistere al sonno e alla tentazione di spiare la Santa che giunge con "l'asnì", l'asinello.
    L'ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Non potevo credere ai miei occhi. Lo rimiravo e lo rimiravo estasiato senza parole, a lungo incredulo che davvero la Santa si fosse ricordata anche di me, piccolo bambino di montagna, abituato solo ad andare su e giù lungo le mulattiere, tra la casa, la stalla e i campi.
    Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d'argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Ma anche quello strano dono era meraviglioso, brillante, luccicante. Alla fine, invece di rimanerci male, mia sorella lo usava come spada, come scettro, come bandiera, e ne era orgogliosa.
    Più tardi però, durante una delle solite sere in cui si recitava il rosario, ed io per non cadere addormentato inseguivo le ombre con gli occhi  o le faville nel camino, notai che l'argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Solo che il colore della bacchetta di mia sorella era più nuovo, non scurito dal fumo.
    Anche per il giocattolo trovai una spiegazione: le mie sorelle cominciavano a lavorare agli Honegger di Albino e probabilmente l'avevano osservato in una vetrina del "Risöl" già da alcuni mesi. Avevo scoperto il mistero.
    L'anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il "barbèlà de frècc", il tremare di freddo, ma vicino all'urna non c'era nulla: avevano capito che io sapevo.
    Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: "Me adès 'ndò a servì mèsa. (Io adesso vado a servire messa) Quando torno voglio trovare i miei doni".
    Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la "bigaröla", il grembiule. Al ritorno dalla chiesa trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l'infanzia era finita.
     
    (Sulla base di una testimonianza vera, ricordi di un bambino degli Anni Cinquanta sulle montagne bergamasche, Altopiano di Selvino Aviatico, borgata di Amora Bassa))
     

  • 26 novembre 2016 alle ore 1:09
    Crash di sistema

    Come comincia: <> Crash di sistema. 

    Sperduto tra la veglia e il sonno. Brandelli di codice inutile, senza più alcun senso, mi vorticavano intorno.
    Ed io al centro di tutto, in un vuoto che andava acquistando fisicità di giorno in giorno.
    Lampi di ricordi improvvisi. Una vita intera all’improvviso.
    E poi più niente.
    «Svegliati.»
    Una voce confusa raggiunge la mia mente. Reagisco ancora con molta lentezza. Rimetto a fatica insieme i pezzi. Pezzi che giungono non so da dove. Sono miei?
    «Coraggio, è passata. Te la sei vista brutta ma è passata!»
    Apro gli occhi e una luce bianca mi acceca.
    Poi una eclisse: la testa calva di un anziano si pone tra me e la luce.
    Mi sorride: «Ricordi cosa ti è successo?»
    Ignoro la domanda, mentre una molto più importante rapisce la mia attenzione: chi sono io? Sto per aprire la bocca e chiederlo a quell’individuo quando mi torna tutto in mente.
    Una vita intera in una frazione di secondo. Ricordo tutto… quasi tutto.
    Mi concentro di nuovo sulla sua domanda.
    «Veramente no; ero al lavoro allo stabilimento quando ho perso i sensi e mi sono ritrovato qui. A proposito, dove mi trovo?»
    «Sei al pronto soccorso, hai subìto un trauma cranico. Un braccio meccanico ti è venuto addosso. Proprio un brutto incidente.»
    Per un attimo perdo la sicurezza appena riconquistata: non ero più sicuro dell’anno e del luogo in cui mi trovavo. Come se all’improvviso l’immagine che avevo nella memoria fosse andata fuori fuoco.
    Lo chiedo, esitante.
    Il medico sorride di nuovo e mi risponde prontamente: «Sei a Varsavia, è l’11 ottobre del 1939. Non devi preoccuparti, è normale: lo stato confusionale ti abbandonerà fra un po’. Nel frattempo riposati.»
    «Sì, credo di averne bisogno.»
    Chiudo gli occhi e il torpore mi avvolge nelle sue spire, fino a ché i suoni scompaiono e mi riaddormento prima di poter pensare altro.
     
     
    «Muoviti, cazzo!»
    Apro gli occhi e senza riflettere mi metto a correre. L’allarme suonava da diversi secondi, una nuova ondata era in arrivo. Corro nel lungo corridoio scuro che separa il reparto di vestizione dai nostri velivoli. Nella fretta ho lasciato l’armadietto aperto ma Bob mi aveva trascinato via con uno strattone, d’altro canto eravamo gli ultimi.
    «Cazzo, non puoi lasciare che capiti in queste occasioni!» Bob mi urla dietro con il suo solito tono agitato. Aveva sempre quel tono, anche nelle occasioni più calme.
    «E cosa credi che possa fare? Sai che non lo controllo.» rispondo con lo stesso identico tono.
    «Beh, le pillole che prendi? Prendine di più, no?»
    «Non mi stanno facendo niente, gli svenimenti e le allucinazioni continuano.» Finisco la frase e trovo un istante per pensare a quell’ultima visione: devo aver letto troppi libri di fantascienza, mi dico, per arrivare ad immaginare posti così assurdi e irreali.
    «Fortuna che a guidare sono io… Merda!»
    Il corridoio terminò, cedendo il passo al ponte di collegamento mobile: le pareti trasparenti mostravano uno spettacolo terrificante. Le navi venivano colpite prima ancora di armarsi; migliaia di esplosioni fino all’orbita più bassa.
    «Mio Dio, no!» la frase mi scaturisce da sola, dal profondo, quando mi volto a sinistra e vedo un frammento di un velivolo distrutto, che ci piomba addosso.
    «Bob, via di qui! Subito…»
     
     
    Un solo istante di buio e poi riapro gli occhi.
    I suoni sono cambiati: c’è calma  e tranquillità intorno a me.
    Non mi sento confuso, sono stordito ma mi considero lucido a sufficienza.
    «Sei fortunato, ti abbiamo preso appena in tempo.» disse una voce, con il tono di chi ripete ogni giorno sempre le stesse cose.
    «Devo essere svenuto, mi sembrava solo un momento fa di essere…»
    «Lo so, è normale in questi casi. Sei svenuto senza un apparente motivo, subito dopo aver urlato strane parole. I tuoi compagni si sono preoccupati…»
    «Ricordo bene cosa è successo, non serve che me lo ripetiate. Ma vi prego, ditemi del mio compagno.»
    «Il tuo compagno?»
    «Sì, Bob. Il sottotenente Robert Taylor, matricola numero 183643.»
    Capisco all’improvviso di non essere sdraiato, sono all’interno di una sorta di loculo trasparente pervaso da una tenue luce verdognola, sono quasi in piedi. L’inserviente che davanti a me teneva con la mano la lastra ermetica di sicurezza mi guarda come se fossi un alieno. Si avvicina e mi parla in un orecchio: «Credevo di averti già detto di smettere con quella roba: non ti potrò coprire per sempre, e comunque il tuo superiore si renderà conto prima o poi di ciò che sta accadendo. Adesso vai, coraggio: torna al lavoro. Ti è passata.»
    Mi aiuta ad uscire dall’incubatore, improvvisamente la memoria di una vita intera fatta di avventure e scorribande se ne va e un’altra prende il suo posto. Lo shock è forte, inizio a tremare. Ricordo tutto: ero un semplice meccanico di trivelle su una colonia del settore C3, ma sognavo spesso e volentieri di andarmene.
    Quando il pessimismo mi schiaffeggiava ricordandomi che avrei finito lì i miei giorni, allora trovavo altri modi per andarmene comunque…
    … droghe.
    Droghe che mi creavano una realtà parallela, che mi facevano rivivere gli antichi tempi della guerra. Droghe così evolute da crearmi un vero e proprio passato di ricordi, quasi tali da simulare anni di vita alle spalle.
    Eppure qualcosa non quadrava.
    Avevo ancora un vago ricordo di una civiltà aliena… un mondo lontano nel tempo e nello spazio, in cui ero stato un meccanico… ricordo la parola Varsavia, ma non la associo a nulla di concreto.
    Strana come sensazione, mi ripeto mentre mi rivesto: non era una allucinazione come le altre. Sembrava più profonda, familiare… pericolosa.
    «Non capisci più niente vero?»
    Una voce roca e sporca mi coglie alla sprovvista mentre sto per riprendere il turno.
    Mi volto, e faccio a mala pena in tempo a distinguere un essere dall’aspetto repellente e sudicio che mi fissa negli occhi.
    Me lo trovo a pochi centimetri dal mio naso, e questo mi impedisce di vedere la lama che tiene nascosta dietro il fianco.
    Con un movimento fulmineo agita l’arma fendendo l’aria, e con lei anche la mia gola: faccio in tempo a sentire la sua ultima frase: «Devi muoverti, capisci? La macchina controlla tutto, devi trovarla se vuoi fermarti.»
    La vita mi passa davanti. Rivedo il matrimonio e i miei figli, mentre continuo a tentare di capire perché stia accadendo. Tentare di trovare un movente.
    Ma ero ancora stordito dalla droga per rendermi conto fino in fondo che ero stato assassinato.
    Chiudo gli occhi ancora una volta.
     
     
    «Biglietti, prego!»
    La voce aveva un tono insistente e scocciato: forse non era il primo tentativo che faceva di svegliarmi.
    Il suono sordo e ripetitivo di un treno in corsa si fece largo nella mia mente.
    Apro gli occhi e cerco si stirarmi senza invadere gli altri posti a sedere.
    La luce del mattino illuminava tutto il vagone con il suo timbro dorato: all’esterno, subito oltre la ferrovia, un dirupo scendeva per diverse decine di metri, fino al mare.
    Il treno stava costeggiando il golfo di Trieste.
    Alzo lo sguardo e metto a fuoco il controllore: era rimasto in silenzio per alcuni istanti, aspettando che mi svegliassi per bene. Era alla ricerca affannosa del mio sguardo, e appena lo trovo ripeté: 
    «Biglietti, prego!»
    Ogni giorno dovevo fare i conti con il ritardo di quel maledetto treno: la coincidenza era soli sette minuti dopo e ne impiegavo circa tre per raggiungere la fermata dell’autobus.
    E quel treno faceva ritardo un giorno sì e uno anche.
    Gli consegno il biglietto senza neppure guardarlo in faccia: mi volto verso il mare, a guardare tutti quei triangoli colorati che si muovevano lentamente su di esso.
    Fra poco sarei stato a bordo di uno di quelli, e le onde, che da quassù apparivano congelate e immobili, mi avrebbero dato diverse noie, oggi.
    «… La macchina!»
    La frase del controllore era stata probabilmente più lunga, ma distratto dai miei pensieri avevo registrato solo quella parola.
    … la macchina…
    «Quale macchina?» faccio io, perplesso.
    «Non ha usato la macchinetta per obliterare il biglietto?»
    Ignoro la domanda inquisitoria di quell’individuo e un improvviso panico mi assale quando mi rendo conto di avere la mente totalmente vuota e sgombra di ricordi di ogni genere. A parte quelle poche informazioni sul fatto di essere pendolare e di dover salire su una barca a vela ogni giorno, mi rendo conto di non possederne altre. Attorno a quei ricordi c’è il vuoto, il buio completo.
    Ignoro perfino il mio nome.
    Ma la cosa più insensata è il fatto che concentrandomi su quei pochi elementi ancora in mio possesso vengo pervaso da una strana sicurezza, una certezza in una vita e un passato che, non so come, ignoro del tutto. Arrivo perfino a provare un forte senso di noia di vivere, tipico di chi ripete lo stesso “tram tram” per anni e anni, ma tuttavia non ne ho alcuna memoria.
    La voce insistente del controllore continua ad aumentare di volume, richiamando l’attenzione degli altri pendolari del mattino, mentre io continuo a navigare alla cieca nel buio della mia mente.
    In un istante mi raggiungono dei ricordi sconnessi: sono tre esperienze, tre momenti di vita che credo mi appartengano ma troppo assurdi per essere reali.
    Sono lontani tra loro. Estremamente lontani; eppure ho la strana sensazione di averli provati di recente, di averli vissuti in sequenza.
    Come dei sogni dentro ai sogni.
    A quell’ultima consapevolezza segue immediato un forte senso di nausea, un giramento di testa mi costringe a chiudere gli occhi. Se fossi stato in piedi probabilmente sarei caduto.
    Il paesaggio continua a girarmi intorno.
    Quei ricordi confusi e inconciliabili iniziano a prendere fisicità, acquistano realismo e concretezza.
    Ne distinguo sempre più i particolari.
    Decido di lasciarmi andare e non curarmi più della soluzione di tutto ciò: mi rivolgo al controllore.
    «Lei non dovrebbe darmi l’ennesima spiegazione che giustifica i miei ricordi precedenti?»
    «Come ha detto prego?»
    Il tentativo aveva fallito miseramente: mi resi conto della stupidaggine che avevo detto, o per lo meno di quanto potesse apparire idiota quella domanda, vista dall’esterno.
    «Niente, mi scusi.»
    La speranza di uscire da quel caos si dileguò in un secondo, così come era arrivata.
    Tornai a fissare il mare, in una inquietudine crescente.
    Se fosse stato realmente un sogno sarebbe stato un incubo, ma purtroppo era la realtà.
    «Se vuole può risolvere questa situazione.»
    La frase del controllore richiamò la mia attenzione e tornai a fissarlo con rinnovata curiosità e speranza.
    Forse non ero solo.
    «Può timbrarlo all’arrivo.»
    «Posso… cosa?» quell’individuo era di nuovo passato dall’essere la mia guida e salvezza all’essere la creatura più inutile dell’Universo.
    «C’è una nuova legge, in questi casi può timbrarlo all’arrivo: ecco. C’è una macchina apposta per i casi come questi.»
    Mi consegna una specie di ricevuta, non so cosa sia, non la leggo nemmeno. Non mi interessa, così come non mi importa nulla della legge di cui aveva parlato quell’individuo, che ora stava già controllando gli altri passeggeri.
    Tento in tutti i modi di ricordare qualcosa di quella nuova vita in cui mi ero ritrovato ma non c’è verso, paradossalmente ho più immagini provenienti da quelle allucinazioni o sogni che dalla realtà che mi circonda.
    Resto in silenzio a lungo.
    Il treno raggiunge il terminal e i pendolari escono con la solita fretta dagli scompartimenti.
    Io invece mi attardo, evitando la ressa: oggi non credo che prenderò l’autobus, mi dico.
    Non ho voglia. Non ne ho più.
    Scendo dal treno e una gelida folata di bora mi ricorda di essere in inverno inoltrato.
    Arriva alla spicciolata qualche remota immagine della mia vita triestina, ma sono ricordi sconnessi ancora una volta.
    Non li comprendo fino in fondo: mi appaiono come vissuti in prima persona ma non sembrano sposarsi affatto con la vita di un pendolare.
    Rifiuto quelle immagini, le allontano: voglio credere che ci sia una spiegazione logica a tutto questo. Sento di aver passato il punto di non ritorno, il limite massimo di sopportazione: se dovesse anche tornarmi tutto alla mente non credo che lo accetterei. Non mi andrebbe più bene, ormai. Non potrei andare al lavoro come se nulla fosse, anche perché non so quanto potrebbe durare la cosa, prima che qualcun altro mi svegli dicendomi che erano tutte allucinazioni.
    Non sono in grado di credere a nulla di ciò che faccio, a questo punto.
    Nella rassegnazione e passività più totali cammino lentamente, prendendomi tutto il tempo necessario per raggiungere la fine del binario.
    Prendo dalla tasca il foglio consegnatomi dal conducente: c’è una intestazione.
    Parla di questa nuova macchina: contiene un database con tutti i clienti delle ferrovie dello stato.
    Mi chiedo come possano conoscere i miei dati.
    L’inconscio mi suggerisce la risposta: i biglietti, mi dico. I biglietti sono cambiati adesso. Ogni persona possiede un biglietto personale che la identifica e che memorizza i suoi viaggi.
    Tre nuove immagini mi tornano alla mente: è assurdo, ma sulla colonia C3, che fosse stata una allucinazione o chissà cosa, c’era tuttavia uno di quei biglietti. Mi spuntava dalla tasca della giubba.
    Anche nel sogno precedente ce n’era uno: era nel mio armadietto, che era rimasto aperto quando Bob mi aveva trascinato via, verso la morte.
    E perfino a Varsavia, nel ’39, avevo posseduto uno di quei biglietti.
    Uno strano disegno prende forma, il numero di tasselli aumenta ma non riescono ancora ad incastrarsi nel modo giusto e non fanno altro, così, che aumentare la mia confusione.
    Acquisto la consapevolezza che il biglietto era sempre stato lo stesso, uno solo: l’unica cosa, forse, che accomunava quelle tre visioni e questa ultima realtà.
    Entro in stazione, mi guardo intorno e individuo la macchina in questione.
    Sembra una normale obliteratrice, ma possiede un piccolo display nella parte superiore.
    Metto una mano nella tasca sinistra e trovo il biglietto: sembra un normale biglietto ferroviario, ma manca il nome sopra.
    So che dovrebbe esserci perché il biglietto è identificativo del proprietario, ma sul mio non c’è.
    Mi avvicino alla macchina.
    Alcune persone ogni tanto arrivano, la usano e poi se ne vanno. Proprio come una normale obliteratrice.
    Aspetto che non ci sia nessuno, poi provo io: sul display compare la scritta

    <> Digitare una domanda…

    Provo a scrivere
    <Cosa sei?>.
    Attendo un po’, poi compare la scritta di errore, accompagnata dal messaggio laconico:

    <> Non è stata trovata una risposta alla domanda.

    Provo in un altro modo:
    <Qual è il tuo scopo?>
    La risposta questa volta non si fa attendere:

    <> Il mio scopo è il controllo di tutto il traffico ferroviario.
    <> Il mio database contiene tutti i clienti delle ferrovie dello stato.
    <> Gestisco e aggiorno tutti i biglietti emessi.

    Prendo il mio biglietto, lo guardo ancora una volta e lo infilo nella fessura.
    Compare immediatamente la scritta:

    <> Errore grave. Biglietto privo di codice. Arresto del sistema in corso!

    Aspetto un paio di secondi, poi il buio.
    All’improvviso scompare tutto, la stazione, la voce dall’altoparlante, i rumori, la luce.
    Il mio corpo non riceve più informazioni dall’esterno.
    I miei ricordi scompaiono, la mia mente si svuota di quel poco che aveva e si pulisce.
    Rimane solo quel display davanti a me, debolmente luminoso.
    Un cursore continua a lampeggiare.
    Dopo diversi secondi compare un ultima scritta:

    <> Kernel non trovato. Impossibile riavviare.
    <> Specificare un percorso per il Kernel di sistema.

    Non riesco più a pensare: non tanto per il disorientamento o la paura, ma semplicemente perché non ho più elementi su cui impostare un pensiero.
    L’unica cosa che mi echeggia nella mente e una sola domanda.
    “Chi sono io?”
    Vorrei guardare intorno, ma non riesco a voltarmi: non mi sento più il corpo ma considero la possibilità che non esista più.
    Ad ogni modo, anche voltandomi non credo che avrei visto gran ché: ero circondato dall’oscurità più totale.
    Aspetto ancora un po’, indeciso; poi decido di ignorare le scritte senza senso che compaiono su quel display e faccio la mia domanda. Non posso digitarla, ma pensarla è sufficiente per vederla comparire d’innanzi a me:
    <Chi sono io?>
     
    <> Sistema ripristinato.

    FINE

  • 18 novembre 2016 alle ore 12:47
    AMORI PARTICOLARI - TERZA PARTE.

    Come comincia: "Tu non l' hai più mollata a Daniele e lui vuole riconquistarti comprandoti."
    "Esattamente, a questo punto ci sono due strade: ritornare a vivere presso i nostri genitori o..." "Decideremo con calma, la notte...dimmi del secondo problema." "Cè stata una scenata fra Erik e Daniele, quest'ultimo innamorato di me non vuole più avere rapporti con lui, se non si rimettono insieme verrà fuori un casino tremendo e qui crollerà tutto.""Domattina prenderemo una decisione o meglio sarai tu a prenderla con il tuo solito buon senso, per ora mollagliela in fretta e a lungo!" Un sole domenicale filtrava fra le tapparelle, proprio in faccia ad Eva che si alzò. Bacino a! consorte che invece si rigirò dall'altra parte."Svegliati, consiglio di guerra: prima decisione rinunziare a tutto vuol dire dare addio agli agi, nessuna preoccupazione per il futuro, amicizie importanti ma rinunzia alla nostra libertà ma anche disponibilità sessuale verso tutti. Votazione: io voto per rimanere allo status quo e tu?" "Mi associo, vorrei vedere qualcuno che avrebbe optato per l'altra soluzione, l'altro problema è più impegnativo, cosa hai pensato?" "Siccome sono io il problema sono io che mi debbo mettere in mezzo a loro due per farli riconciliare." "Da quello che mi hai detto non mi sembra tanto facile convincere Daniele..." "E qui subentro io: andiamo a letto tutti e tre e troverò il modo di farli inchiappettare fra loro porca miseria!" "Ma anche tu starai fra due fuochi, chiamali fuochi!" "Voglio che tu sia completamente convinto e che non ne soffra, è solo il sesso che ci ha portato..." "Sono convinto, se possibile non farti godere in bocca, vorrei che fosse solo mia." "Ci proverò ma sarò sempre sincera o se non ti va bene ti dirò tante bugie, scegli." "Scelgo le bugie." "Bugiardo mi faresti per giorni tante domande asfissianti, solo la verità ed ora all'opera" 'Le svizzerotte erano partite, dovevano sfilare, Alberto preferì lasciare il campo libero alla sua deliziosa che raggiunse Daniele ed Erik sulla spiaggia."Ragazzi niente musi, vi voglio molto bene ad entrambi, un bacino a tutti e due e poi un piano di guerra: il pomeriggio Alberto va a trovare i suoi che non vede da tempo, alle quindici tutti in camera mia, ed ora un bel bagno rinfrescante. Daniele finalmente poteva appropinquarsi alla sua amata, i due si sorrisero, un segno di pace finalmente! Dopo pranzo effettivamente Al sparì dalla circolazione lasciando libero il suo posto ai due che si presentarono insieme prima dell’orario."Sono in bagno a lavare le cosine mie, Èva entrò in camera con l'asciugamano far le cosce, ragazzi datevi una mossa, che siete diventati timidi!" I due non se lo fecero dire due volte e, spariti i vestiti, si mostrarono già in armi... "Cominciamo con i bacini: da me uno a tutti e due e poi voi fra di voi. Bene ora che vi vedo in posizione io, carponi, Daniele mi bacia la beneamata e Erik il mio delizioso culino, voglio godere un po' per lubrificarmi in attesa di grandi eventi!"
    I due obbedirono all'unisono ed Eva cominciò a gemere, tutta sceneggiata a loro favore che seguitarono imperterriti, seconda finta goderecciata seguita da una terza questa volta vera."Allora cambiamo, io davanti sul fianco dietro di me Erik nel culino o in fica come preferisce e Daniele dentro Erik. Daniele non si mostrò molto contento ma ubbidì. Erik preferì il culino di Eva nella fica ci nuotava, Daniele come stabilito. Il trenino partì in volata, i due si davano da fare soprattutto Daniele che voleva sbrigarsi per raggiungere il suo scopo che era quello di penetrare davanti e di dietro la sua amata. Tutti a turno in bagno." Ora cambiamo io la solita posizione, Daniele dietro di me in fica o nel culino ed Erik dietro Daniele. Quest'ultimo preferì il fiorello, di culo ne aveva avuto abbastanza con Erik, quest'ultimo finalmente poteva penetrare il suo amico a piacere e ci rimase a lungo con ripetuti orgasmi tutti veri.Daniele chiese ed ottenne di penetrare il culino di Eva e quindi altro trenino.Erano le diciassette, la signora: "Ragazzi sta per tornare Al, ora che siamo tutti riappacificati niente musi lunghi né gelosie, io sono a vostra disposizione, vi voglio bene ma voglio che fra voi due ritornino i rapporti di una volta.” "Caro, resoconto: Daniele è venuto nel fiorello e nel culino, loro due si sono inchiappetati a turno e si sono riappacificati, io mi sento come una nave scuola, metto un po' di pomata nel due buchini, per stasera non ce n'è per nessuno, nemmeno per te. Non pensi che non debba essere solo io a sacrificarmi, mettici un pò del tuo." "Ho avuto un'esperienza con Erik che non voglio ripetere, fra l'altro una curiosità: quando Erik ha goduto dentro il mio sedere ho sentito come una pipì violenta da parte di Erik invece di uno schizzo di sperma, non capisco." "Te lo spiego io: Erik ha una sessualità particolare: quando è eccitato il pene e le palline diventano dure da sembrare legno, quando gode ha uno schizzo violento, una volta che gli ho fatto un pompino, ho tolto la bocca prima che godesse e lo schizzo multiplo è arrivato a circa trenta centimetri, ecco svelato l'arcano." Un giorno dopo l'altro...Una mattina Daniele :"Dormiglione svegliati dobbiamo andare in negozio... Ancora dormi dai.." Erik in negozio non ci tornò mai, era morto nel sonno. Il fatto nefasto cambiò un po' la vita di tutti. Una pagina di necrologio degli amici nel giornale locale; un lungo corteo di macchine dietro al feretro sino al cimitero suscitò la curiosità dei cittadini che non avevano idea chi fosse Erik Anderson. Daniele fu il più colpito dall’evento luttuoso, non andava più in negozio, passava le giornate a letto o sul divano, non leggeva i giornali che Alberto gli comprava, anche la televisione restava spenta.Eva cercava di smuoverlo in tutti i modi:"Vieni qua fammi assaggiare il tuo uccellone..."Niente da fare, Daniele si stava lasciando morire, cosa che avvenne dopo quattro mesi non prima di aver fatto testamento a loro favore ed aver rivelato il numero segreto del suo conto lussemburghese. Ora non siamo benestanti siamo ricchi anzi ultra ricchi!”
    Alberto ed Eva, che nel frattempo si erano sposati, non cambiarono il loro tenore di vita, non lasciarono il loro impiego, Eva guidava sempre la Jaguar, Alberto  comprò una Fiat 500 Abarth, trovò una pista di kart dove poter sfogare le sue velleità velocistiche ma la dipartita di Erik e di Daniele aveva cambiato qualcosa nel loro intimo. La loro casa vuota veniva sempre tenuta in ordine come se fossero stati vivi.Un diversivo piacevole era la venuta di Ursula e Ginevra con Alberto e Susanna i figli di quest'ultima nel frattempo cresciuti: Alberto molto simile al padre e Susanna spiccicata alla madre. Rimanevano anche un mese occupando l'appartamento dei defunti. Ursula si domandava ancora perché non era rimasta anche lei incinta. "Ursula ormai sei in menopausa, non ci pensare più, sei la zia di due magnifici ragazzi, consolati!"
    Alberto ed Eva sempre pervasi da una tristezza infinita, non cancellabile da una vita agiata, morirono in tarda età lasciando la loro eredità ai giovani nipoti acquisiti, per loro volontà vollero che la loro dipartita fosse discreta, niente notizie funerarie sul giornale locale né corteo di macchine solo essere sepolti uno vicino all'altro.

  • 18 novembre 2016 alle ore 12:28
    AMORI PARTICOLARI - SECONDA PARTE.

    Come comincia: "Ti credo dopo tre ore che siete stati insieme ci mancava pure che facessi cilecca!" Eva era stata piuttosto acida ma nessuno, tranne Alberto, l'aveva capito.Le ragazze si piazzarono in casa degli amici senza mostrare volontà di volersene andare con grande gioia dei loro ospiti.Il sabato sera ballo di rito con gli amici del circolo gay,grande allegria, alcuni facevano di tutto per accaparrarsi Eva, specialmente Daniele. Fefè si arrangiava con le due svizzerotte ma ogni tanto guardava allarmato la consorte che gli faceva segno che tutto andava bene. Rientrati in casa:"Che aveva da dirti Daniele, parlavate fitto fitto, proposte in qualche campo minato?" "Ma quale campo minato, ha voluto sapere le mie preferenze in campo automobilistico, lo sai che da sempre amo le Jaguar macchine che non perdono fascino nel tempo ed altre cose sulla sua famiglia,
    ora non ricordo." Malignamente Al pensò che quella domanda sulle preferenze
    automobilistiche di Eva avesse un sottofondo...Sottofondo che si realizzò una mattina di domenica quando una Jaguar ZF berlina color grigio argento metallizzato comparve nel giardino.Alberto ancora assonnato aprì la finestra e non credette ai suoi occhi, quel figlio di... "Vieni cara, viene a vedere la tua preferenza automobilistica, è proprio qua sotto." Eva guardò la macchina e poi il viso di Al, la cosa era esplicita:"Se è per me vorrei rinunziare ma sarebbe un'offesa per Daniele." "Nessuna offesa mia cara, piuttosto preparati ad un assalto sessuale peraltro ben remunerato, non mi dire che non ameresti guidarla, sii sincera." Il silenzio fu la risposta di Eva. Nell'uscire sul portone c'era attaccata ad un chiodo la chiave della Jaguar, più palese di così, la chiave rimase al suo posto.Al mare giunsero pure i due amici ma regnava il più assoluto silenzio sino a quando Erik: "Dagli almeno un bacino di ringraziamento,
    non esser così fredda, accetta il dono, è stato fatto col cuore parola mia."Più del cuore Eva pensò ad altra parte del corpo di Daniele meno nobile. Improvvisamente Eva si avventò materialmente su Daniele e lo baciò in bocca a lungo, quando si staccò: "Grazie tante era il mio sogno proibito, col consenso di Al accetto il dono."
    La cosa finì lì, tutti al bagno senza scherzi di costume."Ormai avrai capito che Daniele è bisessuale, ti desidera come un pazzo e da tale si sta comportando, sai quanto vale quella vettura? Da sessantamila euro in su, cosa intendi fare?" "La palla in mano a te, accetterò la tua decisione, in caso positivo andrò a letto con lui ma solo se mi porterà un certificato medico sulla sua salute e di quella di Erik, gli omo..." "L'amore, scusa se
    uso questa parola troppo grande che non uso mai, dicevo l'amore che provo per te mi dice di accontentarti, vai pure con lui..."Quel pomeriggio fu un pomeriggio di sesso totale, concesse anche quella cosa che a suo tempo Eva aveva promesso, non fu molto dolorosa piacevolmente pareggiata dal vibratore in vagina che portò la giovin signora a piacevoli orgasmi. Dopo dieci giorni il dì fatale; in possesso del chiesto certificato, Eva comunicò a Fefè che domenica pomeriggio...Erik invitò Al al circolo del tennis e della vela di cui era socio e così lasciarono campo libero ai due novelli amanti.Il tempo trascorreva lento, prima i due seguirono delle partite di tennis poi
    davanti al televisore ma Al non vedeva gran che dei programmi, ogni tanto
    guardava l'orologio.Erik:"Ce ne andremo alle venti." "Alla faccia loro sei ore che cavolo dovevano fare" il pensiero un pò sconclusionato di Alberto. Eva era in cucina a preparare la cena, niente parole inutili, ne avrebbero parlato a lungo in seguito a botta fredda..
    L'occasione fu una mattina in cui avevano deciso di non andare in ufficio. "'Te
    la senti di parlare o provi fastidio?" "Vuoi la verità o ci metto solo la mia fantasia?"
    "La verità completa." Intanto Daniele ha il pene ben più piccolo del tuo. Mi sono affidata tutta a lui: ha cominciato con un sessantanove, è molto delicato con la lingua, mi ha fatto godere varie volte, poi ha preso a baciarmi i piedi forse e anche feticista,ha apprezzato la loro bellezza e mi ha fatto tanti complimenti anche per il mio corpo. Ha baciato a lungo le tette, cavolo è riuscito a farmi godere anche così, ma ne sono meravigliata io stessa, non l'avevo mai provato. Quando è entrato in vagina ero tutta bagnata e ci galleggiava un po', abbiamo riso, finalmente ha goduto pure lui, sapeva che non posso rimanere incinta.Durante l'intervallo mi ha preso in mano il viso e mi guardava fisso, gli sono scese delle lacrime che non sapevo come interpretare. Poi la parte omo: ha preso un vibratore e l'ha posizionato nel suo didietro poi è voluto penetrare dove anche tu sei stato una volta, non mi ha fatto male e mi ha goduto dentro, fine della storia. Sono sincera, non posso dire che non è stato spiacevole."
    "Vuoi anadarci ancora?" "Sei tu il mio padrone, lo dico in senso lato capiscimi."
    Al aveva capito, ci sarebbero state altri incontri ravvicinati. Cercò di inquadrare la situazione:Eva se la rifaceva col fidanzato e con l'amante, Daniele aveva rapporti con Erik e con Eva, Alberto con la fidanzata, Eric con Daniele. Questo era il quadro allo
    stato attuale che forse in futuro poteva cambiare magari con l’inserimento delle due svizzerotte oppure un altro modo, boh. Sabato sera nuova serata danzante con numerosi invitati del circolo gay e con altri che Eva e Al sconoscevano.I due fidanzati stavano in disparte, preferivano guardare le varie coppie, forse c'era anche il
    transessuale di cui aveva parlato Daniele il quale si avvicinò ai due, prese Eva per mano e, con un inchino, le chiese di ballare.Sparirono fra la folla, si poteva parlare di folla, c'era veramente tanta gente. Il salone era poco illuminato per volere del padrone di casa così ognuno poteva farsi i fatti suoi...Dopo un po' di tempo Daniele ritornò vicino ad Alberto. "Ci sono due stronzi che mi hanno scippato di mano Eva, sono persone per me importanti e ho fatto buon viso a cattivo gioco ma siccome sono
    bisessuali, capisci?" "lo capisco che ci sono corna in vista per tutti e due" cercò di celiare Al.Daniele non si dava pace, prese a bere poi si portò dall'altro lato del salone per cercare di vedere cosa faceva la sua bella la quale ritornando vicino ad Alberto:
    "Mi sto facendo un sacco di risate, c'è un cinquantenne longilineo tutto d'un pezzo con occhiali d'oro capisci il tipo ed un'altro con maglietta nera piuttosto traccagnotto che m'invitano a turno, un ballo a testa,da lontano ho visto Daniele che ci osservava, era in crisi di gelosia si vedeva lontano un miglio ed io ho fatto del tutto per fargliela aumentare. Ho ballato a turno con i due strofinandomi vistosamente e poi li ho baciati sul collo.Ognuno aspettava il suo turno di ballo per arraparsi di più: il primo mi ha
    offerto diecimila euro per stare con me il secondo ventimila, mi sto divertendo
    un mondo." "Non so se hai visto in televisione i cartelli dei prezzi nelle vecchie case chiuse: mezza lira la semplice, una lira la doppia, cinque lire il quarto d'ora, dieci lire la mezz'ora, ormai anche tu hai un prezziario, io ho sonno, me ne vado a letto, ciao." Eva si ributtò nella mischia e dopo due ore si ritirò incamera da letto."Al svegliati voglio raccontarti tutto il resto: ai due se ne aggregato un terzo, sai il classico sportivo atletico che non deve chiedere mai, l'ho guardato in viso e l'ho baciato , effetto subitaneo, dentro i pantaloni è aumentato di volume in maniera impressionante e allora ho cominciato a strofinarmi fin quando ho visto i suoi occhi strabuzzare, se ne
    era bellamente venuto in piedi. A quel punto è intervenuto Daniele che mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dalla mischia in camera sua: "Dì la verità lo fai apposta per farmi ingelosire ma io ti punisco con il mio coso nel tuo fiorellino, come ti metti?" "Mi sono messa come voleva lui che, non contento della bemeamata, è passato nel mio didietro dove ha goduto, son qua!” "Giornata faticosa che ne dici di far riposare i tuoi gioielli?" La mattina di domenica, scese da un taxi, si presentarono in villa belle e baldanzose le due svizzerotte sempre ben accette dai padroni di casa. Eric:"leri sera grande ballo, mancavate solo voi." A proposito di Erik, Al si domandò dove si fosse ficcato durante il ballo, era virtualmente sparito.Sottol'ombrellone i quattro, Ginevra e Ursula erano andate a dormire.Fefè:"Erik hai voglia di far conoscere alla qui presente comitiva le tue avventure di ieri sera?" "Preferiscodi no, che ne dici Daniele?" "Ma va, ormai siamo intimi, vai facile." "Ero con la brasiliana." "Abbiamo
    capito che eri con la brasiliana, niente vergogna, vai."
    "All'inizio mi ha fatto paura, ha un membro enorme quand'è duro ma me l'ha preso in bocca e mi ha fatto un bel pompino, proprio brava poi se l'è messo nel bel culone e
    sono venuto un'altra volta poi...è entrata dentro di me, all'inizio mi ha fatto male poi piano piano è entrata fino in fondo, ho goduto alia grande la terza volta, fine del
    racconto." Al:"E tu Daniele niente brasiliana?" "In
    passato ci sono stato ma da quando ho conosciuto Eva ho deciso di tagliare tutti i rapporti escluso Erik."
    "Siamo una bella famigliola, lo dico senza sarcasmo, alla base della nostra amicizia
    lealtà e sincerità, tutti d'accordo?" Un abbraccio siglò il loro patto.I pasti venivano preparati a piano terra da una signora di Torre Faro che era stata licenziata da un ristorante."Carmela ci farai ingrassare tutti quanti, bravissima!" Che ci sarebbe stato qualcosa di inaspettato Al l'aveva messo in conto e così fu.Una domenica Alberto era restato solo in casa perché Eva era dalla madre ammalata.
    Al sentì cigolare la porta d'ingresso della sua camera da letto, non gliene
    fregò più di tanto e restò a occhi chiusi.Qualcuno si era schiarita la voce per attrarre l'attenzione, ad un'occhio mezzo aperto di Alberto apparve la figura in boxer di Erik."Mon
    ami la domenica mattina è sacra che posso fare per te?" "Molto se vuoi."Quel
    molto se vuoi era apparso ad Al un segnale di pericolo anche perché il proprietario della voce era rimasto senza boxer."Posso toccarti un po' se hai sonno seguita a dormire, penso ti farà piacere."Cosa dire a chi ti ha regalato un appartamento ed una Jaguar... risposta scontata.Al rimase a occhi chiusi quando Erik gli sfilò i pantaloni del pigiama ma riprese conoscenza a quasi un grido: "Mamma mia!" Erik aveva preso visione del suo fallo che, benché a riposo gli era parso mostruoso."Mai visto una cosa del genere, mi fa paura lo immagino in erezione!"Al contatto con la mano di Erik mister C. innalzò la criniera con un'altra"Mamma mia"da parte di Erik."
    Erik questo offre la ditta...".Al posizione supina, cosa stava preparando il biondo svedese? l'ingresso del suo 'ciccio' nella sua bocca sino alla gola, "lo sono come gola profonda che gode con la gola, una Linda Lovelace maschietto." Al si domandava
    come fosse possibile che un marcingegno come il suo non provocasse conati di
    vomito se spinto in gola, sensazione strana mai provata se l'avesse chiesto a
    Eva sai quanti vaffa avrebbe rimediato. Erik continuava indefesso fin quando si
    trovò bocca e gola un mare in tempesta di sperma e cominciò a ingoiarlo, buon
    appetito! FAla quel punto si svegliò completamente, dinanzi a sé Erik nudo, a chi poteva somigliare: aveva un pene in erezione da bambino, anche le palline piccole."Mi
    sembri l'enfante qui pisse è un monumento ad un bambino morto perché uscito di
    casa durante un temporale, è una statua che si trova in Belgio."Ad Alberto venne in mente un episodio accadutogli quando aveva undici anni ed era totalmente ingenuo. Un giorno vide che una sua zia si era ritirata in bagno perfarsi una doccia,guardando dal buco della serratura vide la zia nuda che si trastullava...quella visione gli portò la conseguenza sino allora sconosciuta,irrigidimento de! suo pisellino con cui faceva la pipì.Ritorno alla realtà: Erik l'aveva piccolo ma duro, si era arrapato giocando col suo'ciccio' e ora che voleva fare?"Non so se il tuo cosone riesce ad entrare nel |mio culino..." "Noi non ce lo mettiamo ed io riprendo a dormire." "Manco per niente non rinuncio ma tu sii delicato."Erik previdente ed accorto aveva portato con sé un flacone di vaselina con cui si spalmò con generosità il suo buchino che tale non sarebbe rimasto dopo l'ingresso di... GIiratosi di spalle, fu lui stesso a prendere in mano 'ciccio' ed a infilarselo delicatamente... delicatamente un corno il diametro era quello che era e il povero Erik forse rimpiangeva... non rimpiangeva nulla se l'era infilato tutto
    dentro e si muoveva ritmicamente con mucio gusto e riuscì ad avere un orgasmo
    ma volle rimanere col pene dentro."Non ho mai provato nulla di simile, ti prego resta ancora un po' così..."Era una vera supplica e FAl buono d’animo da vecchio boy scout fece la sua buona azione giornaliera accontentando lo svedese il quale riprese a muoversi pian piano sin quando ebbe un altro orgasmo."Per finire fuochi d'artifìcio, mettiti in ginocchio, non ti farò male, lo sai quanto ce l'ho piccinino, accontentami ti farò un regalo grosso grosso..." Al pensò ad un Rolex d'oro che però non avrebbe potuto sfoggiare in ufficio, un regalo che valeva un anno e mezzo del suo stipendio, avrebbe dato nell'occhio meglio...boh Intanto Erik avevo iniziato a prendere le sue chiappe in mano,"bellissime da uomo forte" poi si dedicò con la lingua dentro il suo
    buchino che cominciava a far provare al padrone un piacere inaspettato. Sentì
    qualcosa di oleoso penetrare nel buchino e di seguito una cosa simile ad una
    supposta, era il cosino di Erik che penetrato dentro cominciava a muoversi prima piano poi sempre più veloce...Al:"Cavolo è piacevole non me lo sarei mai aspettato."Erik
    con la destra prese in mano 'ciccio' e cominciò a masturbarlo sino a portarlo all'orgasmo, un orgasmo doppio perché anche culino aveva contribuito notevolmente al piacere.Erik sicuramente aveva goduto dentro di lui, Fefè non si staccò, non gli dispiaceva stare in quella posizione, sentiva ancora la voglia di provare altre
    sensazioni, fece capire a Erik di muoversi di nuovo dentro di lui. Fu accontentato per circa un quarto d'ora sin quando Erik stesso, sfinito, mise fine alla pugna.Un bacio a 'ciccio' e poi rientro al suo alloggio.Per prima cosa tolse di mezzo un asciugamano sporco del suo sperma, non era sicuro di voler confidare a Èva la sua mattinata brava, si confidavano tutto della loro vita ma quella sensazione provata col sedere non andava di dirglielo, ci avrebbe penato, riprese a dormire notevolmente rilassato!Eva rientrò a casa in tarda serata, chiese a Fefè eventuali novità."Mi sono guadagnato un bel regalo, dovrò sceglierlo io, dammi un consiglio, ho scartato un Rolex per non dare troppo all'occhio, che mi dici?" "Dimmi in sintesi come ti sei guadagnato questo bel regalo soprattutto con chi con:con una modella, con Daniele o con Erik perché sicuramente c'è di mezzo il sesso." "L'ultimo che hai nominato, s'è presentato in camera che ero ancora addormentato e non ricordo bene cos'è successo.""Guardami
    negli occhi, quel che provo per te lo sai, ti amo ogni giorno di più ma la sincerità è stata sempre alla base dei nostri rapporti, pensi di vergognarti a farmi il resoconto sulle le tue reazione al contatto con Erik, fra l'altro è risaputo che ce l'ha piccolissimo e quindi..."Al fece un racconto preciso di tutto senza guardare in faccia Eva la quale gli girò il viso verso di lei, c'erano dei punti di cui parlava mal volentieri."Mi vien da ridere, tu tutto anticonformista mi stai dicendo che ti vergogni di aver provato piacere anche col sedere, per me è una cosa normale, l'ho provato tante volte, non è che i maschietti hanno minore sensibilità al piacere e quindi... Abbracciami, vengo sopra di te e ti massacro di baci."I giorni seguenti tutti al lavoro, la sera stanchi,la cena e poi a ninna, nessuno parlava ma sicuramente pensò Al fra Daniele ed Erik ci sarebbero state delle confidenze su quello che era successo.II sabato oltre ad essere quello dei sette il più gradito giorno era il giorno dei "Raccontami tutto della settimana"
    da parte di ognuno. Per Daniele e per Eva nessuna novità, Erik raccontò in
    breve quello che era successo con Al senza entrare nei particolari, Al gli fu riconoscente con uno sguardo d'intesa.Daniele:"Bene ora penso che dobbiamo dedicarci anche alle nostre ospiti femminili,facciamo così, uno di noi si intrattiene con Ginevra o con Ursula e gli altri a fare i guardoni senza partecipare, poi vi spiego come, chi si prenota?"
    "Nessuno? Allora scelgo io: Alberto si dovrà fare Ursula che da quello che mi ha detto
    Ginevra non ha mai avuto rapporti con maschietti, io mi tiro fuori, preferisco stare con Eva." Tutti d'accordo. Al forse non lo era tanto in quanto prestatore della sua metà al padrone di casa,la gelosia è un tarlo..."Ora vi spiego come essere spettatori senza essere visti, quello specchio in fondo al salone è trasparente nel senso che per chi sta davanti è un vero specchio ma entrando nello sgabuzzino della cucina si vede tutto in sala, un po' come neifilm polizieschi. Hai capito i due mascalzoni vedevano quel che succedeva nel salone senza farsene accorgere ma dopo tutto quello che era successo fra di loro ...La notizia della grande festa in favore di Ursula venne comunicata a Ginevra a mezzo messaggino telefonico.Risposta:"Ursula vuol sapere il perché della festa in suo onore."Risposta"Che sorpresa sarebbe c'è in palio un Rolex d'oro ma Ursula se lo deve guadagnare.*"Mentre Ursula era in bagno, Ginevra illustrava ai presenti la personalità della sua amica: "Psicologicamente è una bambinona, spesso
    sono io che prendo le decisioni al suo posto ma ora s'è messa in testa un'idea
    strana, vuol avere un figlio un figlio e sai da chi?"Tutti in coro: "Da Alberto." Al
    un po' meravigliato ma contento di potersi fare la svizzerotta guardò il viso di Eva, ufficialmente nessuna emozione ma dal suo sguardo... non si è gelosi di un uomo ma di una donna, soprattutto bella...All'orecchio di AL: "Furbacchione non far finta di niente, non vedi l'ora di infilarti dentro i buchini di Ursula, dammi solo un bacio piccolissimo, mi consolerà." "Vieni cara un bacino sulla fronte come una buona mamma.""Stronzo!" Ginevra:"Ursula ed io andiamo a farci un giro, Alberto ci fai compagnia?" I tre uscirono dal piano terra per infilarsi neH'appartamento di Al e di Eva. Ursula:"Ma è uguale a quello di Erik e di Daniele!"Affermazione che convinse Al che la diagnosi di Ginevra sulla personalità di Ursula fosse esatta.
    "Oh che bello..." Ursula cominciò a saltare sul letto ridendo.
    "Ursula ti ricordi perché siamo qua?"Certo voglio dare un fratellino ad Alberto o a Susanna."Interpretazione da parte di Ginevra: "Sono i nomi che daremo al mio pargolo se maschio o femmina."Alberto con le mani fece segno a Ginevra di andare al dunque."Ursula vuoi che ti baci il fiorellino così quando Alberto ti entra nella tua cosina non ti farà tanto male." "Si fammi un lecca lecca ma prima voglio vedere il coso di
    Alberto, mai visto un maschietto nudo." "Non ti spaventare se è molto grosso, ho portato la vasellina e poi Al sarà delicato." "Ma ce l'ha più grosso di un salame, tutti i maschietti sono così?" "Ursula lascia stare i paragoni, vieni che ti bacio un po',
    allarga le gambine, ecco così, vuoi che Alberto ti baci in bocca?" "No solo che mi metta incinta." "Ursula chudi gli occhi, penseremo a tutto io e Al.”L'interessata obbedì, la vergine gnocca di Ursula fu abbondantemente irrorata di vasellina e Fefè cominciò il difficile compito di introdursi nella gatta di Ursula senza farla urlare."Mi fa male!" "Resisti, tra poco di piacerà.""Mi fa sempre male!" "Lo vuoi o no stò figlio, hai scelto Alberto e te lo tieni, se parli ancora ce ne andiamo via." L'interessata non emise più un gemito, Alberto era riuscito a toccare il fondo della vagina, cominciò a godere alla grande con spruzzi di sperma sul collo dell'utero di Ursula."Ho sentito lo schizzo, mi è piaciuto, Al ci riprovi?" "Ginevra all'orecchio di Alberto:"Accontentala, sta mignotta ci ha preso gusto."Al dette il meglio di sé finché:"Ho sentito di nuovo lo schizzo, Alberto ci riprovi?"Ginevra: "Alberto non è una macchinetta per ora basta, resta distesa così rimarrai incinta, noi andiamo via."" Non rimarrà incinta in quanto ha avuto da poco le
    mestruazioni e non è in ovulazione, hai capito che ha il cervello di una bambina, sua madre, conoscendola, me l'ha affidata, non vorrei ripetere l'esperimento un'altra volta, le dirò che non può avere figli e così la finisce." Qualcosa però era cambiato nel cervello di Alberto,forse essere stato usato come strumento per accontentare Ursula e forse per il rapporto omo avuto con Erik lo avevano messo a disagio con se stesso. Ne parlò con Eva:"Sento il bisogno di stare solo, lontano da qui, tu non c'entri nulla non ti preoccupare, è una cosa mia." "Dimmi cosa vuoi fare, per me va bene." "Vorrei andare un settimana a Milazzo, mi piace quella città..."  "Diremo ai nostri amici che devi andare fuori sede per servizio, meglio una bugia." Alberto mise in moto la Jaguar, un saluto da parte di tutti, un bacio particolare di Eva e via verso l'autostrada. Svincolo di Villafranca, di Rometta ed infine quello per Milazzo.Entrò nel parcheggio del 'Continental', un addetto gli venne incontro e prese la sua valigia."Preferisce una stanza con vista sul mare o all'interno.” "Vista sul mare." Alle tredici scese al piano terra, il ristorante era semivuoto, solo in fondo due coppie "Il menu signore.""Voglio
    solo un secondo e della frutta, il brodetto di pesce va bene,"In camera mise ai minimo il condizionatore, accese la televisione e incappò in un canale porno, il precedente inquilino di quella stanza era una zozzone.D porno ne aveva visto abbastanza in villa, bene un corsa di moto, la sua passione giovanile.Si erano fatte le venti, uscì a piedi, il lungomare di Milazzo era pieno di giovani festanti, rimpianse la gioventù non che lui fosse vecchio ma gli ultimi avvenimenti gli avevano lasciato il segno.Andando al centro notò una piccola trattoria, forse familiare, la preferì ad un ristorante di lusso.C'erano due file di tavoli ai lato di un lungo corridoio, il padrone, un sessantenne,gli venne incontro sorridendo."È solo? Bene questo è il suo tavolo, scelga con calma."Alberto
    voleva allontanare i ricordi dei precedenti avvenimenti esclusi quelli dell'amore suo grande, Eva, la sentiva dentro il suo cuore, tutto il resto era stata una ubriacatura di soldi, di lusso, non era riuscito a non farsi coinvolgere e forse non sarebbe nemmeno riuscito ad uscire da quel giro, senza forse, si era abituato a vivere sopra le sue possibilità ,La cena fu servita da una deliziosa fanciulla circa ventenne."Il signore è nuovo di Milazzo, non l'ho mai visto, se vuole le faccio compagnia dopo che esco dal locale." "Ti ringrazio cara ma sono qui per riposare." Uno sguardo tipo "sei frocio" da parte della baby. Ogni sera Alberto inviava ad Eva per rassicurarla un messaggio solo 'ok''Aveva preso l'abitudine di dormire di giorno e uscire la sera col fresco. Nella sala
    da pranzo dell'albergo aveva incrociato lo sguardo di due signore della sua età
    piuttosto sorridenti e forse disponibili, le ignorò.Verso le ventidue percorreva il lungomare di Milazzo, sullo sfondo la costa e la raffineria illuminati, uno spettacolo.piacevole. Cambiò itinerario verso ponente,anche qui c'era un viale illuminato con ai lati case di villeggiatura, c'era molta gente in giro, tutti vacanzieri vocianti,alla fine della settimana decise di rientrare, mise ai corrente Eva con un messaggio.Il suo amore era all'ingresso, volò nelle sue braccia, qualche lacrimuccia:"Mi sei mancato da morire!" "Finalmente il figlio! prodigo",festeggiamo con una cena al Ristorante 'La Sirena'. C'erano tutti anche le due svizzerotte. Ginevra: "Ho fatto un ecografia, ho in grembo due gemelli Alberto e Susanna.In macchina Eva mise al corrente Alberto dei fatti accaduti durante la sua assenza.Daniele gli era stato appresso tutti i giorni ma era andato in bianco, irapporti fra lui e Erik si erano incrinati perché Daniele lo aveva allontanato,motivo? Ogni giorno è più innamorato di me, niente rapporti omo."Signori col vostro permesso Eva ed io rientriamo, sono stanco del viaggio."Al si spogliò e si gettò ne! letto."Fuori stè novità." "Una buona ed una meno buona." "Cominciamo con la buona."
    "Guarda questo appunto, che ne deduci?" "È la password di un conto in Lussemburgo vedi il LU iniziale, qui sono depositati 100.000 € a nostro nome."

     

  • 16 novembre 2016 alle ore 11:35
    AMORI PARTICOLARI - PRIMA PARTE.

    Come comincia: "Ti vuoi sbrigare maledetto mamalucco!"
    Al citofono  Eva aveva sfogato la sua rabbia per il ritardo cronico di Alberto (Al per gli amici).La succitata stava aspettando il suo benamato col motore della macchina acceso,entro le 8,30 dovevano essere in ufficio presso la Camera di Commercio di
    Messina. Alberto si presentò con mezzo cornetto in bocca uscendo dalla casa dei
    suoi genitori, sicuramente non aveva finito la colazione. Entrò in auto lato
    passeggero aspettando, come previsto, una sgommata della sua bella che, in tal
    modo, sfogava la sua rabbia. Ma non era finita:
    "Mentre io vado a posteggiare al 'Cavallotti' tu entri e timbri pure per me."
    Alberto in fondo era un filosofo, alle sfuriate di Eva cercava di farsi perdonare con
    un bacino ma non sempre ci riusciva come questa volta che fu allontanato con una
    gomitata.
    "Ma almeno sai chi erano i mammalucchi, penso proprio di no."
    "lo penso di si, erano soldati mercenari turchi ma in italiano vuol dire sciocco
    stupido come sei tu, non fare il saccente solo perché hai frequentato il
    classico" La loro era una storia particolare: erano ambedue nati venticinque anni addietro,abitavano nello stesso palazzo di via Ghibellina. Amici sin da piccoli (Eva già
    da allora era una peste) avevano frequentato le stesse scuole sino alla terza
    media poi Alberto si era iscritto al liceo classico mentre Eva in ragioneria.
    Vincitori dello stesso concorso alla comunicazione ufficiale della notizia Eva:
    "Eccoci mancava solo questo, pure in ufficio ti devo sopportare!"
    Ma in fondo era tutta una sceneggiata da parte della dulcinea, amava profondamente
    il suo Al. Il loro primo rapporto completo a quindici anni l'iniziativa, ovviamente,
    da parte di Eva."Che ne dici se facciamo l'amore come i grandi?"
    "Vuoi scopare."Ci mancava pure il triviale, ad ogni modo te lo devi guadagnare il mio
    fiorellino!" Eva era giunta a questa decisione allorché frequentavano la
    terza media in quanto si era accorta che una certa Belinda (quella aveva pure
    un nome da stronza) girava sempre più attorno al suo amato e, facendo un
    confronto fisico, lei ne usciva perdente, la cotale più alta di lei di dieci
    centimetri non scherzava in quanto a tette e popò e forse aveva già avuto
    rapporti completi con qualche compagno di scuola.Un afoso estate i loro genitori avevano deciso di andare insieme al mare."Sai che facciamo, usiamo la camera da letto dei miei, c'è pure l'aria condizionata. Eva ancora una volta aveva pianificato tutto, un suo lenzuolo  su quello dei genitori per evitare che qualche schizzo...inoltre si era procuratauna crema lubrificante e i preservativi , ci mancherebbe pure che restassi
    incinta, ne verrebbe fuori, povera stella, un mammalucchino!
    "Lavati bene l'ultima volta il tuo 'ciccio' puzzava di formaggio!"
    non era vero, una provocazione more solito.Ambedue a letto Eva:
    "lo sono per la posizione del missionario, per la prima volta è la migliore."
    "lo sono ateo preferisco la cavalcante anteriore, come la mettiamo?
    "Ti sei indottrinato col Kamasutra ma io insisto.""Tiriamo a sorte, io scrivo due bigliettini con i relativi nomi, quello che esce comanda.".Uscito il nome di Alberto, Eva cominciò a piangere o meglio a far finta, il maschietto questa volta si dimostrò tale o meglio ci provò.""Ho vinto e si fa a modo mio!" "Tiprego chiedimi qualsiasi cosa..."
    "No ti rimangi la parola?" "I miei genitori sono siculi, la parola va rispettata!" "Bene
    dopo aver assaggiato il fiorellino vorrei girare pagina.""Sei ermeneutico, non capisco."
    "Intanto non offendere, ermeneutica ci sarai tu, (Alberto fece il finto tonto), la
    richiesta è quella di una inchiappettata.""Finiamola una buona volta, che cavolo vuoi?"
    Provare il tuo delizioso popò!" " Te lo puoi dimenticare!" "Come la metti  che la parola va rispettata?" "Insomma siamo qui per il gran giorno del mio passaggio da giovinetta a donna e tutto finisce in una stupida discussione, per la promessa si vedrà in futuro."
    Al  si tenne sul classico: baci in bocca e sulle tette, cunnilingus con doppia goderecciata di Eva."Ti prego mettiti il preservativo, non c'è bisogno della pomata, dentro la vagina sono un lago, maledizione mi sembra che oggi ce l'hai più grosso, tutti i difetti ce li hai tu." "Non immagini quante mogli ti invidierebbero,una gentile signora una volta mi disse che la cosa più grande di suo marito era la cravatta!" "Brutto porco allora te la sei scopata !" "Era la madre di un nostro compagno di scuola, è stata lei a provocarmi,  non potevo tirarmi indietro!" "Ne riparleremo in un altro momento, per ora ti dico solo vacci piano!"Fefè baciò di nuovo il fiorellino sacrificale, ci puntò  la cappella del suo ciccio senza muoversi per vedere la reazione di Eva."Che sta succedendo o
    meglio che non sta succedendo, vuoi sbrigarti?" Al fu molto delicato, Ciccio penetrava lentamente con qualche flebile lamento da parte della novella sposa, pian piano arrivò in fondo al delizioso tunnel e provò un intenso orgasmo rimanendo sul corpo dell'amata."Alberto possono tornare i miei genitori, torna a casa tua e grazie
    per la tua delicatezza."Eva non era il tipo dal ringrazio facile, l'interessato l’apprezzò.
    Molto era cambiato nei rapporti fra i due amanti, non appena ne avevano l'opportunità
    la prendevano al volo ma nessuno dei due riprese l'argomento della promessa di
    Eva.Un giorno sul letto dei suoi genitori, Al girò la beneamata e cominciò a
    baciarle il buchino posteriore."Non ti fa pena, con quella mazza che ti ritrovi!"
    "Un escamotage: io compro un vibratore, lo inserisco nella tua Tata e mentre tu
    godi io pian piano cerco di entrare, se ti fa troppo male mi fermo subito.""Mò
    ci voleva pure il vibratore, che fantasia! Mi devo convincere psicologicamente,
    quando sarò pronta lo vedrai nei miei occhi, purtroppo per me ti amo.""Ed
    io invece no e non ti sposerò mai!" "Sposarti,sarei folle stare insieme a te ventiquattro ore su ventiquattro e chi ti sopporta!" "Vuol dire che senza il vincolo del santo matrimonio (anzi non santo perché ti sposerei al Comune) sarei libero di andare con le signore i cui mariti hanno il nodo della cravatta più grosso del pene." "Se ci provi e me ne accorgo fai la fine di Bobbit quell'americano la cui moglie ha tagliato l'uccello e non scherzo!" Ad Alberto bastava l'intimità con Eva, ogni volta le faceva provare qualcosa di nuovo e così niente signore.Un evento cambiò la loro vita: in vista dell'estate decisero di comprare dei costumi da bagno, entrarono in un negozio che già dalla vetrina dimostrava di avere buona merce.I padroni accolsero i due fidanzati con calore, uno era biondo,  occhi azzurri,  corporatura media,  Daniele più alto di statura classico tipo mediterraneo.Cominciarono a provare i costumi: Alberto ne scelse uno classico blu con risvolti bianchi, Eva due bichini ridottissimi, uno di colore azzurro mare e l'altro rosa."Ma ti si vede tutto che diranno i tuoi genitori." "Lascia stare i genitori, dì piuttosto che sei geloso!" Alberto in passato aveva dimostrato di essere immune da tale sentimento, ora... "Ma lasci stare, la signorina ha un fìsico fantastico, Aveva parlato il biondo in italiano con classico accento di un paese nord europeo.Poi era intervenuto il tipo mediterraneo:"Intanto ci presentiamo: io sono Daniele e questo è Erik svedese che in vacanza a Messina si è innamorato della città e del sottoscritto."Più chiaro di così."lo sono Alberto, Al per gli amici e questa gentile signorina mia fidanzata Eva.""Fidanzata non si sa sino a quando." "Siete due giovani simpatici, sarebbe per noi un piacere invitarvi a cena a casa nostra a Torre Faro, questo è il nostro biglietto da visita, teniamoci in contatto." In macchina i commenti:"Ti sei accorto che sono omo, non so se sia il caso di frequentarli." "Non essere conformista di cosa hai paura che ti si inchiappettino, per quello ci penso io." "Sei il solito buffone,va bene andremo a quella cena." L'invito arrivò dopo dieci giorni:"Sono Daniele quello dei costumi da bagno, l'invito a cena è per sabato alle venti. Noi abitiamo in una villetta a schiera che si trova fuori Torre Faro, duecento metri dopo il ristorante ' La Risacca dei due Mari', vi guiderò col mio telefonino.Eva quella sera era uno spettacolo: trucco alla vamp, camicetta rosa e ampia gonna turchese quasi trasparente che faceva intravedere un bichini ridottissimo, tacchi alti che Eva non amava ma per l'occasione..."Si caro sono andata dal mio parrucchiere e c'era un'estetista che mi ha combinato così, che ne
    dici?" "Che sei deliziosa ma se ti sei fatta bella per quei due...""lo lo faccio per me stessa ed anche per te, con me al braccio farai un figurone!" "Speriamo che non mi prendano per un magnaccia.” Daniele al telefonino: 'Ti vedo, entra nel primo cortile che incontri, sei arrivato." Poi venne  loro incontro."Scusa se le ho dato del tu." "Va benissimo." Erik è in cucina, in Svezia era un bravo chef e qui non è da meno, si è adeguato alla cucina mediterranea."Fefè estrasse dalla borsa frigo una confezione di lingotti di gelato ed una bottiglia di spumante Ferrari" "Erik vieni a vedere cosa hanno portato i nostri ospiti."Erik si presentò col grembiule da cuoco:"Che splendida signora, quasi quasi cambio gusto, lascio Daniele e mi metto con lei." Alberto: lassa perde Eva e dicci cosa hai preparato di buono.”  "Una sorpresa, Daniele prepara gli aperitivi, io finisco di cucinare."Tavola ovale imbandita:classici tre bicchieri di cristallo, piatto da sottofondo, posate d'argento! Mih. Risotto cozze, vongole e frutti di mare, gamberi impanati, trancio di dentice,involtini di pesce spada e poi un'insalatona mista coloratissima.” "Aho, invece de vende costumi da bagno è mejio che apri 'n ristorante."
    "Non ci fate caso, Fefè è stato un mese a Roma presso parenti e ha acquisito
    l'accento romanesco,  è solo ridicolo lui messinese buddacio.""Che vuol dire buddacio
    in svedese come si dice?"La domanda era diretta a Daniele:"Sarebbe dire come sciocco, ingenuo, in svedese non lo so."Una cena da ricordare, i quattro uscirono sul prato antistante la casa e si spaparazzarono su poltrone e su divani a dondolo.Fefè tirò fuori la pipa:"Il fumo dà fastidio a qualcuno?" "Si a me!" "Ma chi t'ha chiesto gnente madame coccodè!" "Voi due siete un teatrino, ci fate ridere, andiamo sulla spiaggia, non c'è vento e la luna illumina il paesaggio, guardate li in fondo la Calabria." Erik dimostrava  così il suo amore per la terra di adozione."Domattina potreste venire a fare il bagno, ci saranno due nostre amiche molto simpatiche." "Chiedo ad Alberto il permesso di parlare, posso?" "A li morté..." "Domattina alle nove saremo qui sempre che il signore riesca a svegliarsi in tempo!"E così fu, alle nove in punto, posteggiata la Peugeot sulla strada suonarono alla porta di Erik e di Daniele che in costume da bagno e muniti di ombrelloni e sdraie si avviarono sulla spiaggia."lo ho mangiato da poco e quindi niente bagno per ora, la compagnia ve la potrà fare la qui presente che si sveglia coi galli." La replica fu uno sguardo minaccioso di tempesta da parte di Eva, Al se ne fregò e rimase solo sotto l'ombrellone.Ad un certo punto un'ombra oscurò il sole, Fefè aprì gli occhi e si trovò dinanzi due figone che più figone non si può."Posso esservi utile ma io sono un'ospite, i padroni sono in mare con la mia ragazza.""Noi siamo Ginevra e Ursula amiche dei padroni di casa."Alberto si alzò, fece un inchino con falso baciamano, una sceneggiata avrebbe detto Eva. Le due ragazze si tolsero i vestiti e rimasero in un  bichini che al loro confronto quello di Eva poteva sembrare quello delle nonne del primo novecento. Alberto non sapeva dove indirizzare lo sguardo quando le due rimasero in topless, per fortuna erano lontano dagli altri bagnanti. Al rientro dal bagno Erik e Daniele si,profusero in effusioni con le nuove venute, che fossero bisessuali, boh. L'unica rimasta piuttosto fredda era ovviamente Eva che dinanzi a tale beltade aveva perso la parola."Ginevra e Ursula sono due modelle svizzere che sono venute a Messina per presentare una collezione di vestiti presso la boutique Randazzo,ora sono alloggiate al Jolly hotel, per una settimana ci faranno
    compagnia." Così parlò Daniele. Erik nel frattempo, rientrato in casa,aveva portato  bibite fresche ben accette a tutti. Ginevra e Ursula per ringraziare lo baciarono in bocca e poi un rapido bacio fra di loro. Alberto faceva l'indifferente spostando lo sguardo verso il mare ma Eva aveva piantato un faccia un bel punto interrogativo, come darle torto! In loro aiuto venne Daniele:"Ginevra e Ursula sono per noi come due sorelle, si sono sposate in Germania." Eva: "Perché non portano l'anello al dito?" Frase infelice che fece sganasciare dal ridere tutti, Al compreso.. lo dovrei fare lo chef ma tu saresti un'ottima attrice comica, un bacione in fronte." "Parlateci di voi, siete fidanzati,
    conviventi oppure..." "Niente di tutto questo, ogni tanto scopiamo ma poi lo rimando a casa dei suoi genitori, stare con lui è una lagna continua."Eva si era sbilanciata forse presa dall'atmosfera surreale di anticonformismo che regnava. Ginevra: "Alberto sentiamo la tua versione non mi sembri molto convinto." "La qui presente ha detto la verità, vengo trattato da zerbino." "Cosa essere zerbino."Daniele: "Quel tappetino che si mette dinanzi la porta dì ingresso per pulirsi le scarpe prima di entrare in casa." "Ti vedo maluccio, vieni dalla cugina Ursula che ti coccola un po'." "Il pupo me lo coccolo io..."Risata generale, "Sei una tigre col suo cucciolo, noi non amiamo gli uomini,
    preferiamo le femminucce!": FAlberto:”Anch'io!"Altra risata generale,  Eva era rimasta spiazzata, lo capì e si mise a ridere anche lei. "Noi vorremmo un figlio ma non da un tipo nordico,preferiamo un bel bruno ma Daniele non è adatto, Fefè sarebbe il tipo giusto e non avrebbe problemi perché noi viviamo lontano da Messina, sempre col tuo
    permesso.” Eva era rimasta senza parole, per un tipo come lei...stranamente rispose:"Ci penseremo, addio a tutti."In macchina silenzio sino all'arrivo
    sotto casa:”Ti sarai meravigliato della mia risposta ma c'è un perché che tu non conosci, sono andata dal ginecologo, dopo svariati esami il verdetto: non potrò avere figli..." "Parliamo francamente, anche se talvolta sei una rompiballe ti amo profondamente e di un pargolo non me ne frega niente anzi siamo fortunati così possiamo scopare senza problemi." "Per me è una tragedia, avrei voluto un ranocchio che assomigliasse e te brutto stronzo ma non l'avrò mai..." pianto di Eva."Cerca di ricomporti sennò a casa cosa penseranno, vieni dall' Albertone tuo che ti asciuga le lacrime e ti consola, magari mi puoi fare un pompino.Lo schiaffo fu parato da Al che se l'aspettava. "L'ho detto per sdrammatizzare." "Sdrammatizzare un corno, ti conosco sei un porco!"Per cinque giorni nessun contatto con Erik e Daniele poi una telefonata:"Sabato festa danzante a casa nostra, ricchi regali e cotillons, siete invitati, inizio ore ventuno .”Gli avvenimenti parevano aver cambiato il caratteredi Eva, più nessuna battuta acida, affettuosa e accondiscendente alle richieste  di Alberto, un'altra Eva con gran piacere dell'interessato. Alla festa oltre a Ginevra ed a Ursula c'erano molti altri invitati che Eva e Fefè classificarono appartenenti al circolo gay di piazza
    Cairoli, tutte persone socievoli, distinte, allegre, disinibite. Si.presentarono sponte loro ad Eva e ad Alberto facendo loro i complimenti:"Siete una bella coppia.", Eva fu invitata a ballare da un certo Alfio, Fefè si accorse che i due parlavano in continuazione ed Eva spesso rideva, praticamente la giovin signora passò la serata con lui.A quel punto Alberto su buttò su Ginevra quella bruna, Ursula era bionda, guardandola negli occhi scoprì una personalità complessa, non era una sciocca, Al non sopportava le donne stupide, aveva una bella voce, le chiese se era lei che voleva un figlio. Si proprio lei ed aveva dinanzi un eventuale futuro padre ma niente provette, tutto al naturale...Ginevra era stata esplicita, figurati se Alberto non era d'accordo ma forse una certa Eva avrebbe avuto delle obiezioni, giuste obiezioni..."Ho visto che ti divertivi col quel signore, ridevi sempre e non ti sei stancata di ballare."ballare."  "Lo sai bene che è gay quindi niente gelosie, l'entrata in questo ambiente ha rivoluzionato il mio modo di vedere un po’ tutto cominciando dal sesso, non so cosa mi sia successo, è per me inspiegabile, forse sto vedendo le cose anche dal loro punto di vista, me ne sono meravigliata io stessa. Tu non ci hai fatto caso ma quella brunona brasiliana che ballava con Erik era un trans.""Ero troppo attento a quello che mi diceva Ginevra, anch'io sono confuso, ne
    riparleremo a mente serena."Il giorno dopo in ufficio:"Non ti arrabbiare ma voglio dirti quello che mi ha proposto Ginevra, senza ipocrisie. È lei che vuole un bambino ed io sarei, tu permettendo, il futuro padre ma tutto al naturale senza provette."Eva non aveva risposto, era entrata in crisi, non potendo avere figli avrebbe voluto conoscere un marmocchio di Al, era una pazzia, forse no, avrebbe chiesto solamente di poterlo vedere ogni tanto senza troppe intromissioni nella sua vita, solo vederlo ogni tanto, questo era la sua condizione.La notizia comunicata per telefono a Daniele ebbe l’approvazione  entusiasta anche di Erik oltre che di Ginevra e di Ursula ma come organizzare l’evento? Ci pensò l'interessata che propose un piano: letto matrimoniale prestato ai due temporanei amanti, gli altri avrebbero aspettato l'evolversi dell'evento davanti alla tv tanto per non pensare ai due in love.La sera seguente alle ventuno Eva e Al si presentarono in villa.. Grandi abbracci fra tutti e risolini per mascherare un certo imbarazzo, anche i gay si imbarazzano davanti all'eventuale nascita di un bebé che avrebbe avuto oltre la mamma tanti zii. Ginevra prese per mano Alberto e i due scomparvero dietro una tenda. In bagno Al entrò subito in erezione con la sua proporzione fuori del normale e con sguardo un po' atterrito di Ginevra. "Non ti preoccupare so essere molto delicato." "Stiamo un po' abbracciati, vorrei della tenerezza,non sono più abituata ai maschietti. Quando ero in college ho avuto varie avventure etero ma nessuno lo aveva come il tuo. Vorrei dirti il motivo del mio rapporto con Ursula, è cominciato quando stavo con un giovane  molto bello e desiderato da tutte, mi ha fatto molto soffrire per le sue avventure con altre ragazze. lo dividevo una stanza con lei: un giorno mi trovò che piangevo  per colpa del mio amico, l'avevo trovato in camera sua con un'altra, piangevo a dirotto e Ursula mi ha consolato tanto che ha cominciato a baciarmi tutta e così è iniziata la nostra relazione, ho scoperto il mio lato omo, da allora siamo sempre insieme, anche lei è modella e giriamo un po' tra la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Italia. Da allora non sono stata più attratta dagli uomini ma appena ho visto te...l'ho detto alla mia amica che non si è dimostrata gelosa quando le ho manifestato il proposito di avere  un rapporto con te anche perché avevamo programmato che io avessi un figlio.Alberto inizio il suo repertorio con un cunnilungus delicato, Ginevra apprezzò subito e dette segni di goduria .L'ingresso in vagina, anche se effettuato dolcemente, fece sobbalzare Ginevra che pian piano si rilassò e dette vita ad una serie di orgasmi multipli tanto dameravigliare anche Al. "Resta dentro finché puoi anche se non sarà più duro così sarò più sicura per una gravidanza." Ma quale ammosciamento, Fefè rimase anche lui meravigliato, il suo 'ciccio' non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e così riprese a muoversi dentro Ursula che apprezzò ricominciando le godurie."Sento la vagina un po' irritata." Gli amici di là si saranno addormentati, s'è fatta l'una, tu rimani qui io vado a raggiungere Eva.",Nel salotto, sbracati sui divani, nessuno aveva voglia di parlare, il viso di Alberto era di per sé una visione di quello che era successo.Giunti a casa senza il bacino di rito, si misero a letto.Passarono vari giorni, l'argomento sesso non venne trattato dai due fidanzati, finché non giunse la telefonata di Daniele:"Ci siamo perduti, cos'è successo?" "Abbiamo avuto molto lavoro in ufficio, niente di particolare. " "Sabato invito a cena da noi, c'è una grossa novità per voi, ciao." Daniele ed Erik erano vestiti di bianco dalla camicia alle scarpe."È questa la nostra divisa quando c'è un avvenimento importante, lo sveleremo a fine pasto." Erik:"Allora arriviamo al punto, se non abbiamo capito male abitate con i vostri genitori, giusto?" "Vero,vorremmo Al ed io una casa nostra , cerchiamo da mettere da parte qualcosa ma col nostro stipendio..." "Bene trovata la soluzione, abiterete nell'appartamento qui sopra di nostra proprietà, non l'abbiamo voluto affittare per ovvi motivi di riservatezza nemmeno ai nostri amici ma con voi siamo giunti ad un legame di affettuosità e di stima, che ne pensate? " "Siamo stupiti, non preparati a quest'offerta, naturalmente vi pagheremo l'affitto.." "Ma quale affitto, noi siamo ricchi , ve lo intesteremo questa è la proposta."Al ed Eva avevano l'espressione di Alice nel paese delle meraviglie, si guardavano negli occhi senza parlare.""Avete perso la voce?" "La vostra gentilezza e generosità oltre che commuoverci come potete immaginare ci ha sorpreso, dire no ad una tale proposta sarebbe insensato, non vorremmo essere invadenti nella vostra vita privata..." "Nonc'è problema, l'appartamento-di sopra, peraltro ammobiliato, ha un'ingresso proprio e una scala a chiocciola interna che li unisce con una porta di divisione, anche noi teniamo alla privacy, allora affare fatto?" "Vorremmo prima parlarne con i nostri genitori non specificando che è un regalo da parte vostra."
    In macchina:"Eva ragioniamo sopra, quell'appartamento fra l'altro pure ammobiliato vale un patrimonio...cosa vogliono veramente da noi, niente rapporti sessuali ai quali
    non mi potrei abituare.”   " Ne so quanto te, siamo così simpatici da ottenere  si grande regalo, forse gli omo hanno un diverso modo di ragionare, piace loro vederci insieme felici ed averci a portata di mano per compagnia...boh" I relativi genitori non erano affatto felici della notizia loro fornita dai rampolli " Vivere insieme senza essere sposati..." "Papà te ho venticinque anni, io e Alberto abbiamo bisogno di una vita privata."
    Ci vollero un paio di giorni per il trasloco degli oggetti di ciascuno, alla fine tutti soddisfatti i novelli conviventi invitarono a cena Erik e Daniele, cena che sarebbe stata preparata da un'inedita Eva con qualche dubbio da parte di Fefè:"Sei sicura di essere all'altezza, non faremo una brutta figura?" "Mia madre è una signora all'antica e nei ritagli di tempo ha voluto insegnarmi a cucinare, ti stupirò."Quel sabato Eva fece il giro dei negozi per prepararsi alla pugna culinaria col risultato di:risotto cozze e vongole. seppie e pannocchie in brodetto (delizioso), trancio di pesce spada arrosto, contorni di verdure. Finale ananas, gelato al limone e caffè. Applausi da parte di tutti.Daniele: "Sei una sorpresa piacevole, sinceramente pensavo alla mia ulcera..."e inaspettatamente prese a baciare Eva in bocca, la cotale non osò tirarsi indietro anche se decisamente meravigliata, meravigliato pure Al che fece l'indifferente.La mattina seguente alle nove al mare."A parte l'ammirazione per le tue arti di cuoca ho visto un Daniele troppo interessato a te, che sia bisessuale?" "L'ho pensato anch'io,non è un brutto uomo ma..."Al sopraggiungere dei padroni di casa la conversazione cessò. Erik:"Ieri sera ho mangiato come un lupo ma non mi sento appesantito a parte il fatto che stamattina non ho fatto colazione, di nuovo complimenti, Alberto sei un uomo fortunato."Alle undici tutti in acqua, scherzi da parte di tutti con finale di togliersi i  costumi  con evidenti denudazioni in bella vista, al centro dei giochi la bella Eva  con grandi risate da parte dei due omo, un po' meno da parte di Al che non fece nulla per far finire quel gioco.Riposino pomeridiano poi la sera al ristorante 'La Sirenetta' un locale famoso per il buon cibo e molto ambìto dalla Messina bene, sicuramente era stato prenotato molto tempo prima.Nulla di nuovo sul  fronte sesso. Erik e Daniele al negozio, Fefè  ed Eva in ufficio, tutti  senza incontrarsi per vari giorni. Il cambiamento avvenne all'arrivo di Ursula e di Ginevra."Una grande e piacevole novità, sono incinta, sto zozzone c'è riuscito."

  • 15 novembre 2016 alle ore 15:50
    Profumo d'Ottobre. Un autunno di ricordi

    Come comincia: Pagine e ricordi

    Claudia

    Sentivo il rumore dei passi e il mio nome ripetuto più volte, mi cercavano in tutte le stanze, ma nessuno conosceva il mio rifugio ed ero intenzionata a stare lì anche tutta la vita. Non c'era niente dall'altra parte della libreria che m'interessasse e, seduta nell'angolo buio, pregavo il Signore affinché mi facesse morire. Avrei rivisto così mio padre e conosciuto finalmente mia madre. Si dice che avere una mamma sia importante, ma io che ne sono orfana da quasi appena nata, che fine avrei fatto adesso che era morto anche papà? Per me la persona più importante era stata lui, ma quel maledetto infarto lo aveva portato via e io non volevo più vivere.

    Amanda, la domestica assunta dopo la perdita di mia madre, continuava a chiamarmi, girovagando per la casa, ma decisi di non rispondere neppure a lei e afferrai dalla tasca il mio diario, l'unica cosa che avevo portato con me. Aprendolo, cadde una foto dove mamma e papà si abbracciavano felici e con loro c'ero anch'io, avvolta in uno scialle. La mia testa era già piena di capelli, così ricci da sembrare una parrucca, le guance erano paffute e rosee.

    – Signorina Claudia, vi prego, venite fuori. – Amanda entrò nella stanza e si fermò a pochi passi da me. Piegai le ginocchia, abbracciai le gambe e guardai il soffitto. “Non mi troverà qui dietro.” mi dissi. Quando se ne andò, feci un sospiro di sollievo e ripresi a leggere.

    “Caro diario,

    oggi io e papà siamo andati al lago, abbiamo giocato molto, poi mi ha dato i pennelli e una tela. Ho fatto uno scarabocchio, ma lui mi ha detto che se mi piace dipingere, presto diventerò più brava. È vero, io me lo sento. Diventerò una pittrice, viaggerò tanto, visiterò tutto il mondo e ogni volta porterò a casa un bel quadro e tu, papà, sarai orgoglioso di me. Adesso ho tanto sonno, nuotare mi stanca.

    Buona Luna, mio caro diario Claudia”

    Dai miei occhi uscì una lacrima, ricordavo ancora tutto: il lago, le colline, la tela con lo scarabocchio e lui, alto, bello e con la testa piena di capelli come me. Mi distolse da quel ricordo un altro rumore di passi, ma questa volta più pesante e di sicuro non era Amanda. Cercai di non fare rumore, chiusi il diario, poggiai l'orecchio al retro della libreria e mi misi ad ascoltare. Poteva essere lo zio e io non volevo vederlo. Al solo pensiero mi veniva da piangere e strinsi gli occhi per fare andare via la sua immagine.

    – Hai intenzione di stare qui per molto? – sentii chiedermi. Nessuno conosceva il mio rifugio, tranne lui: Marcello. Sollevai le palpebre e alzai la testa, mio cugino mi guardava dall'alto dei suoi due metri.

    – Ci starò tutta la vita! – replicai, distogliendo lo sguardo.

    – E per fare cosa? – si sedette di fronte a me, c'entrava appena dietro la libreria.

    Non avevo una risposta alla sua domanda, io che chiacchieravo continuamente, avevo seppellito le parole nella stessa tomba di mio padre.

    – Ehi, principessa, allora? – riprese Marcello, pizzicandomi sotto al mento.

    – Ahi, lo sai che mi fai male, quando fai così! – piagnucolai, portandogli via la mano. Non volevo dirgli che odiavo suo padre, benché a nessuno fosse sconosciuta la mia avversione nei suoi confronti. Chi era Alberto De Santis? Un uomo che in quattordici anni avevo visto solo due volte e sempre perché ne aveva combinata una delle sue e papà aveva dovuto rimediare.

    – Oh finalmente, signorina! – esclamò Amanda, notando qualcuno dietro lo scaffale. Ci raggiunse e restò a osservarmi. Lei era anche più piagnucolona di me, aveva pianto spesso sapendomi senza mamma e ora singhiozzava per il secondo lutto. Allungai le braccia e mi strinsi a Marcello, poggiando la testa sul suo torace, lui portò la mano fra i miei capelli neri e lunghi: – Claudia, ti prometto che ti sarò sempre vicino. Resterò qui e veglierò su di te. – mi giurò mio cugino. Non ci fu verso, però, di restare lì, mi condussero fuori come una bambina. Giungemmo nello studio dove il notaio, Luigi Mango, era pronto per la lettura del testamento e lo zio comodamente seduto sulla poltrona grande a lisciarsi i baffi. Il nostro incontro fu come avevo immaginato: disgustoso! Con quell'aria di chi sa recitare, avvicinò le mani al mio viso ed esclamò – Claudia, mia cara, dolce nipote. – poi mi strinse a sé e affogai nella ciccia della sua pancia. Come poteva Alberto essere il padre di Marcello, mi chiedevo; mio cugino era bello, biondo e simpatico. Mio zio, invece, era brutto, antipatico e soprattutto arrogante. Quelle due uniche volte che era stato da noi, non mi aveva degnata di uno sguardo e ora non potevo pensare che non mirasse alla mia eredità. La recita finì, infatti, quando Luigi lesse il testamento. Io ereditavo la casa e il sessanta percento del patrimonio, Marcello il venti e i domestici il dieci come lo zio. Già questo lo fece infuriare, ma quando sapemmo che, per disposizione di mio padre, sarebbe stato lo stesso notaio a gestire i miei averi fino alla mia maggiore età, la situazione per Alberto divenne insostenibile. Io, invece, mi distesi sullo schienale della poltrona e risi sotto i baffi.

    – È una vergogna! – esclamò Cecilia, la moglie di mio zio, seduta accanto a lui con un gatto bianco fra le braccia: – Questo da Carlo non me lo sarei mai aspettato, per chi ci aveva presi, per dei ladri?

    A questo punto mi alzai e i miei occhi infuocarono quelli di Cecilia perché la odiavo anche più dello zio: aveva sempre criticato papà per come mi aveva cresciuta e stando alle parole della nonna, aveva malgiudicato anche mia madre. Puntai il dito indice verso quella donna dal collo di giraffa e sbottai – Tu non hai alcun diritto di parlare di mio padre e se osi ancora dire un'altra parola, ti sbatto fuori di casa a calci in quel tuo orrendo sedere da papera.

    Oh certo, Marcello avrebbe potuto offendersi, ma di sottecchi mi accorsi che rideva e così il notaio.

    – È assurdo! Come può una ragazzina perbene parlare in questo modo? – replicò Cecilia.

    Avvicinai le mani ai fianchi, sorrisi e dissi – Vuoi sentire dell'altro? Guarda che ho un repertorio molto fornito.

    Alberto si alzò, appoggiò a terra il suo bastone, lo strinse e gridò – Abbiamo sempre ricevuto solo offese in questa casa e il testamento di Carlo ne è una prova.

    Gli risposi con una smorfia. Detto ciò, afferrò la giraffa per un braccio e se ne andò. Io avevo creduto di essermene liberata, ma i guai non erano finiti perché, essendo ancora minorenne, dovevo vivere con il mio parente più prossimo. Con questa scusa lui e la moglie ebete ritornarono e s'impiantarono stabilmente in casa mia, dicendo che dovevano badare alla mia crescita.

    * * *

    Avevo le mani sul davanzale, mi ero alzata sulle punte dei piedi e guardavo il balcone di fronte dove due innamorati si sorridevano felici. Mi fecero ricordare un giovane carrettiere, venditore di vino. Ah, quante mattine ho atteso il suo arrivo dalla finestra! Ma anche lui se n'era andato, chiamato al servizio militare di leva.

    – Come sono belli! – esclamai, sospirando.

    Dal balcone alla mia sinistra sentii delle voci femminili parlare della guerra: dicevano che anche l'Italia vi avrebbe preso parte, ma non diedi peso a quelle parole, ero impegnata a vedere i due fidanzati.

    – Chissà se un giorno avrò anche io un bacio! – mi chiesi, sbuffando.

    – Ciao, Claudia. – disse l’innamorata, sorridendomi. Sollevai la mano e salutai entrambi, poi le voci delle due vicine divennero basse, ma sentii chiaramente dire – È la nipote del fascista.

    Io ero una brava ragazza, ma certe cose non le sopportavo. – E voi siete delle civette, brutte e impiccioni. Resterete zitelle! – urlai. I due fidanzati risero e rientrai in casa, incrociando le braccia sul petto. Ero già stanca di quella situazione, quando il peggio doveva ancora arrivare.

    Alberto era in piedi nell'ufficio di papà con mio cugino e anche loro parlavano della guerra: sembrava che Hitler, nonostante il Patto d'Acciaio, temesse l'entrata in scena dell'Italia al fianco dei suoi avversari e si stava attivando affinché Mussolini si alleasse con la sua potenza.

    Marcello guardava il padre e diceva – Ho promesso a Claudia che le sarò vicino. Non posso lasciarla da sola, ma se l'Italia entra in guerra, potrei essere chiamato al fronte. È già così provata dalla morte del padre, non sopporterebbe di stare sola con voi due.

    – Che cosa le abbiamo fatto per provare certi sentimenti di repulsione? – rispose Alberto.

    – Avanti, padre, non fatemi ridere! Sappiamo tutti e due perché siete qui: per l'eredità e non certo per confortare lei. E pensate che Claudia non se ne sia accorta? Non è più una bambina.

    – Ti sembra bello quello che ha fatto tuo zio?

    – Vi aspettavate che dividesse il patrimonio in due parti? O che vi cedesse di nuovo la vostra parte della casa, dopo che l'ha riscattata da un vostro errore?

    Mio zio fece una smorfia, allungò le braccia dietro la schiena ed esclamò – Meglio che te ne occupi tu di lei. Farò in modo di evitarti la chiamata alle armi.

    Marcello già sapeva a chi si sarebbe rivolto e gli dava molto fastidio, ma non vedeva cos'altro fare per restarmi accanto. Mentre portava una mano alla fronte, sentì il padre ordinare ad Amanda di farmi raggiungere lo studio e con un tono che a mio cugino sembrò troppo autoritario. Dovette ricordargli che la servitù di casa mia non era alle sue dipendenze.

    Nello stesso momento io mi guardavo allo specchio e mi allenavo con i baci, quando Amanda bussò ed entrò, fermandosi a metà stanza.

    – Signorina Claudia, gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? – m'interrogò, innervosita. Sorrisi e mi voltai verso di lei, dicendo – Li ho buttati.

    – Sì, certo.

    Mentre mi raccontava quello che aveva udito di sotto, aprì il cassetto del comò e afferrò gli occhiali. – Ora indossateli e venite nello studio, che vostro zio vuole parlarvi. – mi ordinò. La raggiunsi annoiata.

    – Su, che ho detto a Elena di preparare il vostro piatto preferito. – riprese la mia tata, accarezzandomi la guancia. Appoggiai, avvilita, la testa sulla sua spalla e lei mi abbracciò.

    Scesi al piano terra, portando con me il diario perché così sentivo di avere papà vicino.

    – Claudia, – disse Alberto, in piedi davanti a me – sei cresciuta in modo non adeguato per una signorina. È tempo che tu venga istruita a dovere.

    Aggrottai lo sguardo.

    – Domani stesso andrai in istituto. – tuonò come un ordine.

    – Voi siete pazzo! – sbottai.

    – Vedi, come ti esprimi?

    – Papà, non c'è bisogno di mandarla in istituto. – intervenne Marcello.

    – Non è per niente educata.

    – E non me ne importa! – urlai – Mettetevi bene in testa, zio, che voi non siete qui per comandarmi. Non sono una dipendente delle vostre fabbriche, io sono la padrona di questa casa!

    Alberto fece una risata irriverente, mi guardò, tormentandosi i baffi, e replicò – Siete sotto la mia tutela, nipote, e farete ciò che io decido. Domani andrete in istituto.

    – Non ci andrò, scordatevelo!

    – Claudia, non fatemi arrabbiare. Voi mi dovete obbedienza, sono il vostro tutore.

    – Per la legge, ma per me non siete nessuno.

    Uno schiaffo mi arrossì la guancia; il diario cadde a terra e Marcello corse ad abbracciarmi: – Siete un mostro! – gridò mio cugino al padre. Alberto s'infuriò così tanto che afferrò il diario e accennò a strapparlo; il cuore sembrò balzarmi alla gola. Portai la mano in avanti, ma troppo tardi: poco dopo vidi i fogli volare in aria. In quelle pagine c'era scritta tutta la mia vita con papà e mi sentii come se a essere strappata, fosse stata la mia stessa vita. Gridai disperata un no smorzato dal pianto; caddi sulle ginocchia e afferrai dal pavimento ciò che restava del diario. Non avrebbe potuto comportarsi diversamente per farmi infuriare e il dolore mi fece prendere una decisione. – Bene, vuole stare in casa mia? Ci stia pure! – mi dissi di sera, chiudendo in un sacco tutte le mie cose più importanti. Mi guardai allo specchio e mi giurai che a ventuno anni sarei ritornata e avrei cacciato via mio zio. Per adesso dovevo sparire e togliergli la soddisfazione di comandarmi. Controllando che più nessuno fosse sveglio, scesi al piano terra e vidi solo Elena che sbrigava le ultime faccende in cucina. Raggiunsi in punta di piedi la finestra del salone e lasciai la mia bella casa non senza versare altre lacrime. 

    (Il romanzo è disponibile su Amazon e su tutti gli store, sia digitale che cartaceo) 

  • 07 novembre 2016 alle ore 10:02
    Diario dalla Terra di Nessuno

    Come comincia: Camminare senza meta permette di non segnare luoghi, è un vivo attraversare. Lo sguardo abdica da un regno mai posseduto. Gli occhi ereditano solo preziosa curiosità e la caleidoscopica possibilità di fare tutto nuovo. Incroci uno sguardo, un sorriso di circostanza, ma l’altrove è ad un passo. Sei in mezzo ad una miriade di persone … cosa si pretende da un sabato trasteverino pieno d’astri in lontananza? Ho troppi smarrimenti da recuperare per permettere all’orientamento qualsivoglia autorità.  Ora la memoria intreccia ricordi e immaginazioni, il riconoscere vuole cedere il passo a spazi nuovi. Nel qui di mura bianche e finestre ricolme di rampicanti incede la perdita tanto ambita. Voglio far mattino dopo aver ballato di tutto, come cantava Paolo Conte. Tutto intorno cade in un misterico silenzio: le voci sfumano, l’artista di strada ora fa volteggiare stelle. Mi faccio leggere la mano da una ragazza scalza che mi ruba il cappello e mi sorride. Mi chiede il nome e con un bacio sulle labbra se lo mette in testa stringendosi al collo. Ha le gambe sottili e snelle, si copre il volto con i capelli lasciando nudo un sorriso infinito.  Alza la gonna fino alle cosce e mi gira intorno senza parlare, mi rimette il cappello in testa con un altro bacio e va via girandosi di tanto in tanto per guardarmi e incantarmi. Non le ho detto il mio nome. Non è una notte fatta per riconoscersi.  
    In questo deserto d’anime ora tutto può accadere! Un’iniziazione profana è avvenuta; una splendida vestale che strega bocche e asciuga lacrime con i suoi capelli ha aperto i cancelli della terra di nessuno.  Chiudo gli occhi per riaprirli espirando, il cuore mi tormenta con i suoi capricci: non è più un battito ma un fluttuare insano e stanco. Sento uno scrosciare di fontana, qui è altrove e ogni dove. Ora questi luoghi sono il “qui” di Banquo,  l’inevitabile lontananza da Forres per scampare ad una profezia.  Di quest’isola non segnata in nessuna mappa  Robinson non può farne occidente:  mattoni, fiumi e ponti non vogliono nomi. Non resta che camminare in questa prigione di bellezza e incanto con la speranza che la memoria non prenda presto il sopravvento. Camminare nella terra di nessuno è fuga, anche se l’inevitabile ci resta accanto. E’ deserto mai troppo ostile per chi cerca l’oblio da sé. Un labirinto che accoglie e trasmuta per desiderio di chi lo attraversa, ma non è mai sosta, né pace.  Come può avere tale vastità per recinzione l’infinito solo le solitudini lo sanno, ma le loro sorde grida nessuno può ascoltarle. Non è solo spazio, perché mai può essere un luogo, è una risonanza sottile ed estesa, un’ assenza aperta e insanabile divenuta nostro malgrado dimora.
    Un nuovo fluttuare, un’onda bassa e sorda del cuore mi spaventa e risveglia d’improvviso. Sono tornato da un incalcolabile errare al punto di partenza. Solo, in un mattino straziato da un’alba vermiglia e fredda. Più nessuno intorno a me.
    “Me lo regali il tuo cappello?”, mi sento dire in lontananza alle spalle. Anche lei non è andata via, o forse non mi sono mai allontanato io, e con le scarpe in mano si avvicina a me  puntando i piedi a terra come una gatta. I suoi passi non fanno rumore tra i sampietrini lucidi di mattino. Con un sorriso mi tolgo il cappello e glielo porgo, lei lo prende, lo mette al contrario e con il suo infinito sorriso mi chiede: “adesso mi racconti dove sei stato”? 

  • 03 novembre 2016 alle ore 15:21
    Non è sempre stato tutto così, papà

    Come comincia: Poi una mattina ti svegli e guardi delle nuvole bianche e piangi come se piovessero loro dentro te.

    Piangi le lacrime che avevi lasciato ad asciugare all’alba dell’indifferenza, sorta per anni, giorno dopo giorno dopo giorno.

    E vorresti che qualcuno la baciasse quella pioggia e, baciandola, l’asciugasse via.

    E quando ho sete e non ci sei, a volte, e mi sento troppo solo, di nascosto, bacio la pioggia per averti ancora qui.

    Non è sempre stato tutto così, papà.

    Non siamo sempre stati due muti di spalle.

    Porto il tuo sangue nelle mie vene. Mi tiene sempre caldo, anche quando fuori è freddo, e tu non ci sei, non ci sei quando vorrei due braccia forti, di uomo, vorrei un uomo che mi dica ci penso io a te.

    Non è sempre stato tutto così, papà, tutto così grigio tra noi.

    Non avrei mai immaginato di laurearmi senza sentire il battito delle tue mani enormi e callose, le mani di un uomo che ha girato il mondo.

    Non avrei mai immaginato di mettere un figlio al mondo e non vedere la tua faccia, e metterne al mondo un secondo ancora senza te. In fondo, loro due sono la memoria che il mondo conserverà di te, più a lungo di me. Anche il piccolino, che ha le mani di un uccellino, un germoglio per bocca e due gocce di mare azzurro per occhi, così fragile, così indifeso, anche lui è un numerino nella sequenza di Fibonacci legato a doppio filo a te, possibile che tu non senta il richiamo del DNA?

    Non è sempre stato tutto così.

    Te lo ricordi, quel giardino?

    L’albero che mi scelsi, il melograno, quello più spelacchiato.

    Quelle foglie che volteggiavano, con cui mi insegnasti a costruire barchette da varare in pozzanghere di fango, dopo che aveva piovuto, quelle foglie mi pare di sentirle ancora alitare il loro canto frusciante, mentre i raggi del sole, filtrandovi attraverso, disegnavano arabeschi mossi dal vento sul pavimento della nostra cameretta, affacciata sui rami.

    Te le ricordi, le giornate di pioggia, quando volevi partire, ti si leggeva dentro che volevi ripartire, non vedevi l’ora di prendere l’aereo che avrebbe solcato quel cielo che rovesciava su di noi tutta quell’acqua, larga e fragorosa, te lo ricordi, papà, te lo ricordi, come pioveva e come le gocce rimanevano appese sul dorso delle foglie, e dei rami, a punteggiarli di dune liquide che cadevano al primo soffio di vento, picchiettando la ringhiera del balconcino e zampillando giù, e tutte quelle macchie d’ombra sul porfido, te lo ricordi papà?

    Te la ricordi, quell’unica volta che mi portasti fuori, su quel fiume, appollaiati su quel ramo inclinato sul greto, ipnotizzati ore a vedere l’acqua scorrere via? Te lo ricordi, papà?

    O non sono stato niente nella tua vita?

    Quante notti ho aspettato.

    Quante notti ho pregato che un aereo partisse dall’altro capo del mondo per portarti a me.

    Quante notti ti ho cantato a me.

    E quante promesse. Quante promesse non hai mantenuto. Quante volte mi hai promesso quella maledetta macchinina a motore, e ogni volta che tornavi una scusa nuova che però, anziché smorzare, intensificava l’illusione (l’hanno finita, l’hanno venduta, l’ho ordinata ma deve arrivare, si è persa per strada, me l’hanno rubata).

    E però a chi volevi tu hai saputo regalare persino una casa, lasciando noi a pregare il nostro “padrone” un altro mese ancora, ci dia un altro mese ancora per saldare l’arretrato.

    E ci sono giorni che mi manchi, anche se non so più chi sei, se sei davvero il mio papà, se posso chiamarti ancora così, non lo so se sia giusto o no, ma mi manchi, mi manca il mio papà, mi manco io in realtà, mi guardo allo specchio mentre aggiusto l’ennesimo giocattolo alla mia principessa, che pende dai miei occhi, piena di speranza che il suo papà ancora una volta aggiusti tutto, e mi chiede “Me lo aggiusti, vero papà, che me lo aggiusti?” anche se è un’impresa impossibile, e io faccio anche l’impossibile pur di non deludere quegli occhi carichi di speranza, mi guardo e mi dico che mi manca un papà come me, ti sembrerò arrogante, ma era questo tutto quello che volevo, un papà come me.

    Sai quella casetta di legno che c’era in Africa? Te la ricordi?

    Al rientro in Italia mi promettesti che me l’avresti fabbricata.

    Stanco di aspettare per tanti anni, sai cosa?

    L’ho costruita con le mie mani.

    Una casetta bellissima, alta quanto me, con le finestre sui lati, la porta con lo spioncino, l’abbiano al piano superiore.

    Tutto proprio come me l’avevi promesso tu.

    Non le ho detto nulla alla mia bambina, l’ho costruita di notte, quando lei dormiva, e poi una mattina era lì.

    E nei suoi occhi ho visto me, e ho visto te, ho visto tutto quello che non sei stato mai.

    Ho visto tutto quello che non sei riuscito ad essere mai.

    E quando cadevo in quel giardino, e mi sbucciavo le ginocchia, rimanevo piegato a piangere, e tu mi dicevi corri, avvo, corri, vieni qui.

    E io correvo e non piangevo più, perché sapevo che avresti aggiustato tutte le cose.

    Ma mi sbagliavo.

    Mi sono sempre sbagliato.

    Ma non è troppo tardi.

    E anche se mi hai pugnalato un milione di volte, e anche se di seconde possibilità te ne ho date più di una, e ogni volta sei scomparso, temo che rimarrai sempre il mio papà.

    E se tu tornassi, tornassi a me, io non ti scaccerei, perché sei dentro di me, nella notte, in fondo in fondo, dove tengo chiusi a chiave i giorni dolorosi, ma ci sei, e se tu apri la porta, non importa quanto in fondo alla notte stai, se tu apri la porta, la luce filtrerà.

    E saremo ancora un figlio e suo papà.