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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 6 ore fa e 34 minuti fa
    Orfani

    Come comincia: Ahmed aveva sedici anni; come gli altri orfani, cresciuti sul molo, con una gran fretta di sembrare uomini. Da tanto vendevano il loro corpo nelle notti "clandestine"; da troppo tempo, ormai, quegli orfani avevano smesso di essere ragazzi ed erano diventati "uomini" di vita: quella vita che voleva proprio così; aveva deciso per loro e li voleva orfani cresciuti, senza essere stati mai, forse...ragazzi!

    Taranto, 28 luglio 2019.

  • 7 ore fa e 34 minuti fa
    Pensieri Sulla Follia

    Come comincia: Si può impazzire all’improvviso?
    Cosa scaturisce nella testa quando ciò avviene?
    Non capisco o non mi è dato sapere.

    La mente è così infinitamente vasta che quasi spaventa l’idea di dover o voler afferrare qualcosa che va oltre ogni comprensione.
    Un dolore, una gioia, un sentimento puro, uno buio, un altro a caso, l’altro pure;
    tutto ciò come può portare un uomo ad impazzire?
    Non parliamo di follia goliardica o triste, ma di quella follia che scatta e che acceca il corpo; come se il cervello iniziasse ad emanare una luce così forte e devastante, che ogni cosa diventa nulla. Si aprono le porte dell’intelletto come in un esplosione nucleare; e fuori tutto.

    La fragilità dell’uomo che implode di fronte a troppo provare, a troppo sentire; quell’attimo in cui si spezza tutto ciò ch’è connessione ed unione, BAM! Quell’attimo in cui ci si perde quasi per sempre, come se si superasse quella soglia dell’aldilà inconsistente della mente che dilaga come un immenso fiume di lava enorme che ingloba tutto.

    Cosa avviene nella testa quando s’impazzisce all’improvviso?
    Mi domando quale delle miliardi ipotesi posso credere per capire quando avviene quell’attimo.
    E mi chiedo come si fa a tornare indietro dopo che si è varcata quella soglia dell’infinito perdersi in quel chiarore turbolento di pensieri ed emozioni.
    Come si fa?

    Avevo un amico caro al quale erano accaduti episodi del genere; e lì, in quel caso, sapevo cosa poteva essere stato.
    Ma quando accade più di una volta e si ritorna in sè, siamo mai veramente noi a tornare? o in quel frangente perdiamo, rinunciamo a qualcosa che non sappiamo?
    E' veramente tornato indietro? o finge a se stesso? 

    Si dice che "gl'occhi sono lo specchio dell'anima"; penso si dica ancora.
    E quando guardavo quei suoi occhi innocenti, ho sempre creduto fosse tornato in lui; ma quando la fragilità emotiva si fa spazio tra i propri mostri, chissà se davvero torniamo in noi.

    Caro amico, spero tu possa tornare da quel mondo perduto chiamato follia. 
     

  • Come comincia: Alla vigilia delle olimpiadi di Città del Messico il selezionatore della squadra americana, Hank Iba, si trovò nella impossibilità di poter schierare i più forti giocatori (nomi quali Lew Alcindor, poi divenuto Kareem Abdul Jabbar, Elvin Hayes, Wes Unseld, etc.) che, per passare al professionismo, in blocco decisero di rinunciare alla trasferta olimpica in terra messicana. Furono allora convocati molti giocatori di Junior College (piccola scuola di Trinidad, nel Colorado), tra cui Spencer Haywood il quale, a soli diciannove anni, si trovò ad essere il centro titolare della nazionale stelle e strisce. Malgrado la preplessità di molti, però, quella giovane squadra vinse la medaglia d'oro e lo stesso Haywood fu proclamato miglior giocatore del torneo. La facilità con cui gli americani si imposero alla Jugoslavia in finale, si spiega col fatto che gli avversari furono costretti a marcare Haywood in due, facilitando il compito dei suoi compagni di squadra, tra cui soprattutto l'ottimo Jo Jo White, attaccante inesorabile, già vincitore del titolo ai Panamericani del 1967 con la nazionale Usa nonché MVP (most valuable player,cioè miglior giocatore) della Big Eight Conference con la casacca dell'Università di Kansas.  Nato a Silver City (Mississippi) il 22 aprile del 1949, dopo le olimpiadi Haywood frequentò un anno ancora l'Università di Detroit ( fu miglior rimbalzista della stagione
    con ventuno e cinque di media) e nel 1969 entrò nell'ABA (American Basketball Association, la lega rivale della NBA scioltasi nel 1976) per un milione di dollari (cifra davvero stratosferica all'epoca!), giocando per i Denver Rockets. Fu miglior marcatore della sua squadra, "Rookie of the Year" (matricola dell'anno), MVP ed entrò nel miglior quintetto della lega. L'anno seguente approdò alla NBA (National Basketball Association) e militò nei Seattle Supersonics, confermandosi stella di prima grandezza del firmamento professionistico. Nelle cinque stagioni ai Sonics si tenne sui venticinque punti di media a incontro e fu inserito nel miglior quintetto della lega nel biennio 1971-73. Nel 1975 passò a New York con i Knicks dove cominciò la sua parabola discendente, pur restando vicino ai venti punti di media a incontro. Dopo tre stagioni difficili nella "Big Apple" (grande mela), costellate da polemiche e screzi col tecnico Willis Reed, passò a New Orleans; con la maglia dei Jazz qualche lampo da campione e nulla di più! Nel 1979 fu dirottato ai Los Angeles Lakers in cambio di Adrian Dantley, la stella nascente di North Carolina, che aveva guidato la nazionale stellare Usa alla vittoria di Montreal, tre anni prima. Anche coi gialloblu della City Angel visse una esperienza negativa in toto: sempre meno gestibile caratterialmente, fu messo addirittura fuori squadra alla vigilia della finalissima coi Sixers di Filadelfia in quanto i dirigenti della squadra preferirono giocare le sfide decisive senza di lui pur di mantenere intatto l'equilibrio del "gruppo"! Nel 1980 giunse in Italia, sponda Carrera Venezia. La squadra vinse a mani basse il campionato di serie A-2 (gran parte del merito di quella impresa è da ascriversi allo statunitense, sebbene con lui giocassero fior di campioni come lo slavo Drazen Dalipagic e il nostro Carraro), ed Haywood mostrò sprazzi di vero genio cestistico ed un basket a tratti incontenibilie. Io stesso ebbi la fortuna di vederlo giocare, nel corso di quella stagione, sul parquet del palasport "Nuova Idea", a Brindisi,  contro la Libertas di Elio Pentassuglia, Malagoli, Fischetto e Otis Howard (squadra anch'essa promossa in A-1 al termine della stagione). Poi a stagione ancora in corso, nel 1981, la "fuga" improvvisa negli Stati Uniti. In patria giocò ancora...stagioni prima del ritiro definitivo. Chiuse la carriera con le seguenti cifre...: punti, ...rimbalzi e ben quattro presenze nellìAll-Stars Game (la partita che ogni stagione mette di fronte le stelle delle divisions Est ed Ovest). Per concludere, si può realmente affermare che fu un giocatore di grande talento (forse uno dei cinque-dieci migliori in assoluto nella storia del basket americano: tanto dei college, quanto dei professionisti!), dotato di mezzi fisico-atletici veramente eccezionali (probabilmente fuori del comune, anche in un "pianeta" straordinario e florido come quello americano!). Il suo gioco, però, era ben troppo individualista: peculiarità che spesso è in disaccordo (se non in completo disamore) con uno sport prettamente di squadra come il basket.                 

  • 14 ore fa e 53 minuti fa
    Il pittore

    Come comincia:  In un mare lontano c'era un'isola grande, strana, solitaria: era quella dove le rose non fioriscono né appassiscono mai, abitata da un vecchio pescatore, Calabuig, da sua figlia Diana e da dieci cavalieri dell'arcobaleno. Un giorno sull'isola arrivò Bashir, giovane pittore arabo: da lontano, nel tempo e nello spazio! Cominciò a dipingere le stelle, sotto le stelle alla luce della luna; dipingeva anche tramonti in riva al mare. Conobbe il pescatore e si innamorò di sua figlia: poi si amarono e nacque una bambina, Francine, ch'era bionda come la luna e aveva gli occhi più azzurri del cielo. Quando essa crebbe divenne pittrice...girò per il mondo, dipingendo ogni cosa ed ovunque andasse "offrendo"alla gente i suo capelli biondi e gli azzurri suoi occhi.

    Taranto, 23 luglio 2017.

  • 15 ore fa e 35 minuti fa
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.” La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però! Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start! Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

    l.p.r.

  • domenica alle ore 8:25
    Il Silenzio

    Come comincia: Mi sono svegliata all'improvviso e mi guardo attorno. La casa così silenziosa attrae la mia attenzione. Il pallido sole del pomeriggio filtra attraverso le fessure della serranda, e io mi accorgo che sto piangendo. No, non sto piangendo: ho soltanto il viso bagnato. Ho pianto dormendo. Mi metto in guardia. Cosa vuoi, mi chiedo, cosa vuoi, risponditi, cosa vuoi. No, aspetta, prima di risponderti pensa bene. Non è il momento di volere grandi cose, importanti, decisive, sconvolgenti. Non è il momento, lo sai, questo è il momento delle piccole cose. Gli occhi fissano il soffitto e si riempiono di lacrime. Ingoiale, ingoiale, fai presto, concentrati su quello che vuoi, che vuoi adesso, subito, anche banalità, non importa, ma immediate, è urgente. Cosa vuoi adesso, subito, risponditi. Mi sento smarrita: adesso, subito, non ci riesco, troppo in fretta, troppo in fretta.Respiro profondamente e arriva la risposta, sì, invece lo so cosa voglio adesso: voglio che niente interrompa questo silenzio che mi protegge. Che non suoni il citofono, non suoni il telefono, che nessuno parli, cammini, apra o chiuda una porta, che nessuno accenda la televisione. Voglio che questo silenzio non si interrompa, che tutti i miei sensi rimangano così attenti, tesi ad ascoltare tutto il meraviglioso nulla che contiene, a misurare il suo spessore: una coltre che mi avvolga come ovatta, così consolante da illudermi che non mi manchi niente.

  • Come comincia: POGGIO APRICO – UN CONDOMINIO SEX A GO GO (2ª PARTE)
     
    Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paterno alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    "Che bella l'aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre."Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore inciso dopo...era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All'imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paterno che $Fun po' forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    "Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo."
    Era un tre stelle.
    "Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella."
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    "Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?" Tradotto dati da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    "Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto." E cominciò dai piedi sino al viso.
    "Mi hai preso per un lecca lecca?"
    "No, mi piace il tuo sapore, mio marito pouzzava.l"
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    "Bene cara, ora mi giro dall'altra parte, ho sonno, buona notte."
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l'uccello.
    "Giuliana non fé bastato, ancora?"
    "La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    "E tu che vi fai qui?" Domanda di una intelligenza...
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Maz Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa,: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro...mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D'Arrigo, Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    "Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?"
    "Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme."
    "Non vi liquido, parlate."
    "Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po' con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare" e giù a piangere di nuovo.
    "Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto. "Va bene ma solo per una volta."
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, 'ciccio' dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo 'ciccio' si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a turno dalle due sorelle.
    "Grazie e...a presto!"
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d'ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     

  • sabato alle ore 10:04
    Dall'Album del Corrosionista

    Come comincia: CURIOSITA’ DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
     
     
     
    G. G Casarini-Binasco (MI)
     
     
     
     
    RIASSUNTO
     
    Sfogliando l’album del corrosionista, ben rilegato e con amorevole cura compilato nel corso degli anni della mia trentennale attività di ricercatore presso l’Istituto Ricerche Breda di Milano-Bari, si rivedono casi, fotografie, personaggi e situazioni che a distanza di tempo inducono non solo al sorriso ma anche a riflessioni che gli addetti al lavoro dovrebbero tenere in debita considerazione. Ritornano così alla mente: richieste le più strane per interventi e materiali di indagine, ipotesi di lavoro smentite grossolanamente, discussioni e richiami a suggestivi meccanismi poi riconducibili ad eventi legati a mere banalità e, da ultimo , casi di danneggiamenti legati alle cause le più curiose. Sono casi che richiamano alla cautela prima di esprimere un giudizio, alla pazienza  e alla costanza in quanto un certo spirito indagatore non deve essere  disgiunto dalle conoscenze scientifiche. Spesso infatti, al termine di una indagine corrosionistica può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari e opposti a quelli attesi, oppure che risultino incongruenti sia con le informazioni date sulle condizioni d’impiego sia con la cronistoria. In tale ottica viene proposta o riproposta,in quanto parte di essa già presentata in altri contesti, una casistica dalle inaspettate e talvolta curiose conclusioni. Sono così presentati, in rapida successione, gli eventi verificatisi su fili e serbatoi in acciaio inossidabile, pali interrati in acciaio al carbonio per la distribuzione di energia elettrica, tubi in ottone all’alluminio per scambiatori di calore e per condensatori, le cause: uso indebito, cattiva manutenzione, lavori agricoli, bisogni fisiologici, poca cura nell’esecuzione di lavori preliminari. 
     
     
     
    PAROLE CHIAVE
     
    Acciai inossidabili-Leghe di rame-Acciaio al carbonio-Condensarori-Acqua mare- Pali interrati- Corrosione nei terreni-Antenna radiotelecopica-Corrosione atmosferica-
     
     
     
    INTRODUZIONE
     
    Aprendo un libro di corrosione o puntando il dito su una delle tante tabelle sul comportamento dei materiali, senza dubbio non si faranno attendere le risposte che cercavano relativamente ad un sistema corrosionistico: specie aggressiva-metallo: ecco descritti i meccanismi di attacco come pure le morfologie del danneggiamento, a piè di pagina o nelle note siamo informati di come la severità dell’attacco e la sua cinetica di avanzamento siano determinate da particolari condizioni al contorno: concentrazione della specie aggressiva, temperatura, condizioni statiche o dinamiche del fluido, condizioni di aerazione, stato tensile e metallurgico del materiale. Non solo ed oltre: basandosi su tali conoscenze comprovate dalla pratica e dall’esperienza sono stati messi a punto diversi sistemi esperti di corrosione e, tra i primi, si ricordano quelli relativi al comportamento degli acciai inossidabili in ambienti clorurati od alogenati. Così, inseriti nel sistema i parametri operativi e le condizioni al contorno  siamo informati sulle diverse possibilità di attacco o meno del materiale preso in considerazione: assenza di corrosione, spassivazione generalizzata, pitting, corrosione sotto tensione. Tuttavia, avendo letto con cura il nostro libro di corrosione ci sovviene che con riferimento alla corrosione puntiforme per gli acciai inossidabili, altri meccanismi e altre situazioni  possono portare a simili morfologie di attacco; quindi siano edotti che solo le analisi di laboratorio potranno fornire indicazioni sulla natura dell’agente corrosivo e portare alla corretta definizione del meccanismo al fine di fornire i consigli pratici per il futuro buon comportamento del materiale in esame o dare i suggerimenti per una diversa scelta.
    Talvolta però può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari alle iniziali ipotesi di lavoro o, ancora, risultino incongruenti sia con le informazioni date circa la cronistoria del materiale che con le dichiarate  condizioni di esercizio. Di seguito vedremo come ad indagini dalle inaspettate e curiose conclusioni faccia riferimento la  casistica sotto riportata.
     
     
     
     
     
    DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
    Attrazione fatale verso un oggetto luccicante 
    Inizieremo la nostra presentazione dall’indagine svolta su un serbatoio di acciaio inossidabile AISI 304 impiegato in una azienda agricola per la refrigerazione del latte dopo la mungitura e  messo fuori servizio per forature. La morfologia del danneggiamento risultava tipica per l’attacco perforante da alogeno ioni anche se il materiale presentava incipienti aree di spassivazione al di sotto di grumi e residui di latte cagliati. Accertato che le operazioni di lavaggio e di manutenzione venivano svolte regolarmente l’attenzione veniva volta alla ricerca di cloruri nelle vicinanze dei pitting e delle zone corrose oltre che sui grumi di latte. I risultati  non davano risposte univoche in tal senso; si arrivò persino alle disquisizioni sul siero di latte e del suo contenuto in cloruri. Alla fine quando gli animi stavano per surriscaldarsi qualcuno si ricordò che per un guasto alla parte elettrica il serbatoio era stato messo fuori servizio per alcuni giorni facendo così  felice la moglie del fattore che negli stessi giorni lo utilizzò per farci il bucato.
     
    Un brodo energetico ottenuto  da un dado sbagliato
     
    Le curiosità proseguono dall’indagine svolta su  una apparecchiatura in acciaio inossidabile AISI 316, impiegata in un ospedale lombardo per la preparazione del brodo per i degenti. I periodici controlli sanitari ed organolettici del brodo rivelavano un elevato tenore di ferro inconsueto per le sostanze in cottura e mai riscontrato precedentemente. L’ispezione interna del manufatto per ricercare le cause responsabili di questo brodo energetico, escludeva che vi fossero significativi  fenomeni di corrosione in atto sulle pareti del recipiente, fatte salve solo alcune incipienti e localizzate aree di spassivazione nelle vicinanze delle quali, già ridotti a meno della metà, si stavano invece corrodendo alcuni dadi in acciaio al carbonio, fissati  al posto di quelli originali nelle corso, per sbaglio, delle ultime operazioni di manutenzione.
     
     
     
     
     
    Cani innocenti, uomini no 
    In un paese del Sud-America, i pali in acciaio al carbonio interrati  utilizzati per la distribuzione di energia elettrica nei dintorni della capitale si stavano fortemente corrodendo: alcuni erano già distrutti alla base, ridotti a stratificazioni di ossidi idratati supportarti da pochi mm di metallo originario, altri puntellati e sostenuti da travi di legno, pochi ancora in condizioni di sicurezza. Le ipotesi avanzate dagli esperti locali attribuivano tale fatto ai branchi di cani selvaggi od abbandonati che si aggiravano in gran numero in tali zone ed alle loro azioni fisiologiche: rilascio di orina canina. I cani non lo sapevano ancora ma si stava  tramando per la loro eliminazione: fortuna volle che ciò non avvenne e  la fortuna fu legata ad una semplice e banale indagine corrosionistica. I pali, di forma ottagonale, ottenuti per saldatura da tronconi di lamiere opportunamente piegate e sagomate, a base ed estremità aperte, e senza rimozione delle scaglie di calamina e di ossidi derivanti  sia dal trattamento termico delle lamiere originarie sia di quelle indotte dai procedimenti di saldatura finali, venivano interrati direttamente nel terreno e senza protezione della zona interrata: né catramature, né lastrature, né verniciature. Il degrado che partiva essenzialmente nelle zone di transizione terreno-aria era localizzato quasi esclusivamente sul lato sud dei pali, equivalente, dato l’emisfero, al nostro lato nord. Condensazione preferenziale di umidità atmosferica su tali lati, addensamento della stessa per scolamento verso il basso, parziali ristagni  data la natura del terreno,  sabbiosa-argillosa e salsa, alla base dei pali e inizio dell’attacco favorito anche dall’azioni catodiche degli ossidi residui superficiali e non rimossi da opportune azioni decapanti o di sabbiatura.
    Quello che insensatamente si ritenne di attribuire  ai bisogni fisiologici dei cani risultò invece causa  determinante, orina umana, dell’inconveniente lamentato sui tubi in Aluminum Brass ASTMB111 Alloy 687 del condensatore primario di una centrale termoelettrica situata in località marina. Terminati i lavori di costruzione e di montaggio delle apparecchiature, nel corso dei controlli finali per l’avviamento preliminare della centrale termica venivano ravvisate anomalie su alcune zone delle generatrici esterne dei fasci tubieri del condensatore.Le alterazioni superficiali risultavano localizzate solo su alcuni diaframmi sotto forma sia di puntini verdi circondati da un alone bianco sia di  puntini verdi attorniati da un alone marrone oltre a formazioni sparse di sali verdastri. La distribuzione di tali alterazioni, a partire dalle prime file interessate, era somigliante alla apertura di un ventaglio o di una V capovolta, con attenuazione del fenomeno sia verticalmente: per 40 cm circa più in alto,  per circa 1 metro nelle zone mediane per poi  a giungere, dopo una caduta in altezza di quasi due metri, a sfiorare i 3 metri. Questa particolare distribuzione delle alterazioni non ammetteva dubbi: scolamento dall’alto con schizzi e spruzzi di una fase liquida o condensata. Così, essendosi riscontrati tra i residui delle alterazioni superficiali elementi in traccia quali cloro, zolfo, potassio e  tutti componenti di una atmosfera marina si poteva paventare o un ingresso progressivo e localizzato di umidità salmastra o montaggio di tubi già alterati inizialmente. Questo in quanto alcuni pacchi di tubi di riserva e di scorta giacevano ancora in un piazzale circostante con evidenti segni di lacerazione  dei fogli protettivi in polietilene. Questa ipotesi risultava subito da scartare per i seguenti motivi: i tubi all’atto del montaggio risultavano a detta dei tecnici della Centrale inalterati e montatori esperti lo avrebbero segnalato, le alterazioni superficiali sui tubi a scorta nelle zone di lacerazione dei fogli protettivi apparivano insignificanti e tali da non giustificare anche fortuitamente un assemblaggio simile alla distribuzione del danneggiamento e per quanto concerne l’eventuale ingresso accidentale di umidità salmastra si appurava che il condensatore, terminato il montaggio dei tubi ed a ultimazione dei lavori murari, era stato messo sotto vuoto con aria secca ( umidità relativa 30-50%) e con l’interno condizionato(impiego di gel di silice rigenerato periodicamente) e con l’uso di una stufetta elettrica con mantenimento di una leggera sovrapressione tramite  ventilatore.
    Poiché nonostante tutte queste affermazioni ed assicurazioni, nel corso dell’ispezione del condensatore, si era notato che lo stato di pulizia generale risultava piuttosto scadente per presenza di sudiciume, segatura, limatura di ferro, chiodi, pezzi di legno, residui di nastro adesivo, qualcuno ricordava che dopo l’infilaggio dei tubi erano stati effettuati alcuni lavori di collegamento del condensatore con la turbina e che, nel corso degli stessi, la parte superiore era stata protetta con teli. Si è inoltre appreso che durante lavori di questo tipo per soddisfare i bisogni fisiologici degli operatori senza interruzioni e perdite di tempo si è soliti far uso di secchi o taniche che poi vengono calati o portati a terra per gli opportuni svuotamenti: evidentemete qualcuno, in più di una occasione, doveva aver disdegnato l’uso del secchio od evitato la fatica, una volta pieno, di calarlo o di portarlo a terra.
     
    Al momento sbagliato
     
    Alcuni fili in acciaio inossidabile AISI 304 utilizzati per l’ampliamento dell’antenna di un radiotelescopio installato in aperta campagna, alla periferia di una città del nord Italia, dopo appena sei mesi di esercizio, presentavano notevoli segni di alterazione superficiale con corrosione puntiforme. Diversamente i fili costituenti la prima parte dell’antenna, in esercizio da circa sei anni, risultavano praticamente inalterati. Come accertato da analisi di laboratorio le diverse partite di fili presentavano la stessa composizione chimica, le stesse caratteristiche meccano-tensili. Poiché tutti i fili, di vecchia e di recente installazione, veniva riscontrata la presenza di terriccio e di tracce di cloruri, la raccolta di informazioni sul posto ed una accurata ricostruzione della cronistoria circa l’esercizio dell’antenna permettevano di giungere alla soluzione di quanto avvenuto. Il terreno agricolo circostante il posizionamento dell’antenna risultava da anni sito per la coltivazione di barbabietole da zucchero, coltivazione che  dopo la semina richiede, in determinati periodi, forti irrorazioni di anticrittogamici a base di prodotti contenenti alogeno ioni. L’esame dlle diverse date di installazioni e quello dei cicli stagionali relativamente alla coltura delle barbabietole, dalla semina al raccolta, permetteva di accertare che mentre i primi fili erano stati posti in esercizio in un periodo di assenza dei lavori agricoli, gli ultimi venivano installati proprio in concomitanza con le fasi di aratura del terreno e di semina delle barbabietole. Si appurava pure che dopo la posa in opera di questi era seguito un periodo di  siccità che, da una parte mentre impediva un dilavamento dell’acciaio ed un buona passivazione con rimozione di terriccio e diserbante, dall’altra comportava operazioni agricole aggiuntive quali, irrorazione del terreno, con aggravio nell’atmosfera di inquinanti, aggravi limitati ed ininfluenti sui primi fili sulla superficie dei quali lo stato di passivazione si era già formato e consolidato stabilmente.
    Legato anch’esso ad un momento “sbagliato” il danneggiamento che segue.
    In un impianto petrolchimico, situato in località marina, le necessità di approvvigionamento di acqua dolce rendevano necessaria l’installazione di alcuni dissalatori di tipo multi-flash. Il programma prevedeva che questi fossero installati con una certa gradualità nel giro di un paio d’anni e di fatto dopo la messa in servizio dei primi tre veniva avviato come ultimo un quarto impianto: seppure progettati da ditte diverse e quindi  con diverse soluzioni tecniche, anche se non molto dissimili data la tipologia degli impianti, giocoforza i materiali impiegati risultavano gli stessi ed i parametri operativi non molto differenti tra dissalatore e dissalatore. Quest’ultimo, al contrario degli altri tre dissalatori che da tempo operavano senza alcun inconveniente, dopo appena pochi mesi dall’avviamento doveva essere arrestato a seguito di forature sui tubi in cupronichel 90/10 degli evaporatori( salinità salamoia 74.000 ppm, salinità acqua mare 38.000ppm, pH= 6,6-7,6, temperatura ingresso 103°C, temperatura uscita 115 °C ppm, O 2 = 165-470 g/l . La morfologia dell’attacco risultava perfettamente identica a quella che solitamente si verifica su questi materiali a seguito di fenomeni di corrosione-erosione e/o corrosione turbolenza (impingement attack) ma poiché la velocità del fluido era alquanto bassa(1,83 m/sec) e nettamente inferiore ai valori critici di 3,5m/sec che su tale lega innescano tali fenomeni, evidentemente le cause responsabili del danneggiamento andavano ricercate altrove.
    Sui tubi nelle zone esenti dall’attacco invece della solita patina protettiva che si forma su tali materiali in acqua mare erano presenti sottilissimi veli, in genere ben ancorati al metallo base, di colore biancastro.Gli esami di laboratorio indicavano che tali depositi erano costituiti prevalentemente da Ca4P2O9 mentre misure di potenziale elettrochimico, effettuate a diverse temperature, indicavano che il metallo ricoperto da tali depositi rispetto alle zone  dove gli stessi erano stati rimossi risultava decisamente più nobile: + 60 mV a  50 °C e + 130 mV a  90 °C. Sulla base di tali risultati il meccanismo del danneggiamento risultava facilmente spiegabile nonostante la non elevata velocità della salamoia: le zone ricoperte dal deposito assumevano il ruolo di aree catodiche rispetto a quelle dove lo stesso risultava poco ancorato od asportato: di conseguenza poi la localizzazione dell’attacco era stata favorita anche dall’alto rapporto aree catodiche ed aree anodiche. Circa l’origine e la provenienza dell’inquinante si veniva a conoscenza che le prese dell’acqua mare degli impianti di dissalazione erano situate in prossimità dello scarico di un impianto per il trattamento di fosforiti e che questo era stato messo in funzione poco prima dell’avviamento del quarto modulo di dissalazione; fatto questo da giustificare i diversi comportamenti corrosionistici: l’azione deleteria tradottasi nell’impedire il corretto stato di passivazione sul quarto modulo si dimostrava ininfluente sui primi tre in quanto, antecedentemente alla messa in marcia dell’impianto delle fosforiti, sui tubi degli stessi si erano già  formati ed ancorati gli strati  passivanti protettivi..
     
    I sassi della discordia 
    Sui tubi in ottone all’alluminio di un condensatore di una centrale elettrica, poco dopo la messa in servizio, e su un limitato numero di tubi, si erano manifestate forature dal lato acqua mare.
    Oltre all’indagine corrosionistica sui tubi corrosi venivano pure esaminati alcuni spezzoni di tubo nuovo facenti parte della stessa partita di quelli montati in esercizio. Poiché su questi era presente una sottile patina di colore più o meno scuro, con presenza di striature, continue o non,  residui di lubrificanti di trafila carbonizzati nonché difetti puntiformi isolati, la corrosione si poteva, in prima ipotesi,  attribuire alla presenza di queste anomalie superficiali.E’ noto infatti come i residui carboniosi su leghe di rame possano assumere il ruolo di aree catodiche per la riduzione di ossigeno ed alimentare così celle di corrosione che determinano attacco localizzato.Il fatto però che il danneggiamento si fosse verificato dopo poco tempo dall’avvio del condensatore e solo su alcuni tubi lasciava aperte molte discussioni: non tutti i tubi della partita potevano avere  inizialmente una simile difettologia superficiale per cui era aperta la possibilità che solo  alcuni fossero sfuggiti ai controlli di qualità iniziali. Il fatto poi che dopo la sostituzione dei tubi forati il condensatore non avesse più presentato alcuna sorte di malfunzionamento alimentava fortemente tali dubbi, creando tensione tra l’utente ed il fornitore del materiale. Il mistero veniva risolto dall’esame della documentazione fotografica effettuata dopo l’apertura del condensatore e inizialmente stranamente occultata: nelle casse d’acqua si notava la presenza di depositi e di agglomerati di corpi estranei, in prevalenza, sassi. Per cui, con buona pace dei residui carboniosi, l’inconveniente era da attribuire oltre all’azione schermante di tali corpi estranei anche alla modifica creata localmente dagli stessi relativamente alle condizioni fluido-dinamiche dell’acqua mare.
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La  casistica di corrosione presentata e discussa mette in evidenza come in molti casi i fenomeni di danneggiamento sfuggano a rigidi e consolidati meccanismi di attacco o quanto meno come le cause dell’innesco degli stessi siano legate agli eventi più strani e più curiosi. Ne consegue pertanto come in campo corrosionistico, fatte salve le conoscenze scientifiche, al pari di altre attività umane, non devono mancare al ricercatore doti quali: l’umiltà,  la cautela, la pazienza  e la costanza nell’indagare.
     
     
     
    BIBLIOGRAFIA
     
    1)G.Casarini,G.Stella:”Importance and Utility of Analytical Monitorig for the Reliabiliy of Indusrial Plants”- Proc. 11th  Int. Corrosion Congress- Vol. 1- pag. 547- AIM-Florence-1990
    2)G.Casarini :”Monitoraggio negli scambiatori di calore ai fini della loro sicurezza ed affidabilità di esercizio”- La Metallurgia Italiana 82 ( 1990) n.° 11- pag. 1073
    3)G.Casarini:”Sicurezza ed affidabilità degli impianti chimici industriali: importanza degli aspetti corrosionistici dei materiali metallici”-NT-Tecnica & Tecnologia-  N. 4-Luglio-Agosto
    ( 1991)-AMMA-Torino
    4)G.Casarini,G.Careri,F.Forti,G.Rivolta:”Casi usuali e non di corrosione atmosferica”-Atti-1 ed. Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-AIM-Milano 1992
    5)G.Casarini:”Corrosione&Casistica:”Per evitare tutti i danni occhio al “film”-
    Pianeta Inossidabili- Anno 1- Num.3-Periodico delle Acciaierie Valbruna-Vicenza 1995
    6)F.Forti,M.L.Pessia,G.Rivolta,G.Casarini,E.Casarini:“Condensatori in leghe di rame e di nichel raffreddati da acqua di mare:Problematiche varie che ne influenzano il buon comportamento corrosionistico-Rassegna di casi pratici-”Atti-Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-4 ed.AIM-Genova 1999
     
     
     
     

  • venerdì alle ore 15:12
    Mauritania...

    Come comincia:  Il sole faceva capolino all'orizzonte e il piccolo Ahmed era già in piedi: s'era alzato presto quella mattina. Dette da bere alle pecore e ai cammelli, poi strigliò per bene i cavalli. Infine, si diresse verso la tenda dei genitori per dargli la sveglia; ma qualcosa lo fermò...il cielo d'un tratto si fece oscuro e tutto ridiventò notte.

    Taranto, 2 novembre 2017. 

  • venerdì alle ore 10:29
    La marcia di Brasida

    Come comincia: Non c’era possibilità di scampo per il giovane ilota. Con le spalle rivolte verso un grosso tronco di ulivo, gli occhi caricati d’odio e di terrore, sotto i rami cadenti che sembravano velare di morte con la loro ombra il finale di una vita che pareva l’epilogo di un gioco.
    Non avrebbe mai creduto che sarebbe toccato proprio a lui; troppo furbo, veloce, abile a nascondersi e a difendersi, ora si trovava attorniato da quattro ragazzini spartani con le teste rasate che ridevano eccitati. Uno dei quattro stringeva un pugnale, e come un felino, con le gambe leggermente piegate, pronto a spingersi con ferocia verso la gola della vittima, già pregustava quella doppia porzione di brodo nero che si sarebbe guadagnato dalla madre grazie al suo trofeo, e che avrebbe consumato forse al riparo dagli occhi del padre, il quale disapprovava un onore non necessario per chi non aveva fatto altro che il proprio dovere.
    L’ilota disarmato resistette al primo attacco, ma ben presto un calcio violento nel petto lo fece sbattere con violenza al suolo. Quando la punta del pugnale ormai nei pressi dell’obiettivo era pronta a trasformarsi in un fulmine di morte, una pietra scagliata con precisione fece volare via l’arma.
    «Basta così!» disse con voce ferma Brasida.
    Un grosso corvo spiccò rapido il volo dall’erba, e il suo battito d’ali dissolvendosi lontano insieme ai passi dell’uomo sempre più vicini, parvero essere gli unici rumori per alcuni istanti in quella radura immobile. Brasida era una figura nera in controluce che sembrava caduta dal cielo chiarissimo della Laconia come una freccia di Apollo. Poco dopo, in lontananza, dei flauti iniziarono a spargere le loro note, e altri uomini in marcia comparvero all’orizzonte.
    Tutti e cinque i ragazzi tenevano gli occhi incollati verso la direzione di quella musica, e della polvere, la quale lungo la strada che tagliava in due metà la campagna, sotto la mole del Taigeto, cominciava a mescolarsi nell’aria.
    Il giovane lacedemone con la mano dolorante raccolse il pugnale da terra: «Come ti chiami?» domandò Brasida.
    «Mi chiamo Areo, figlio di Leonte. Tu chi sei?».
    Si sentì rispondere «Non parlavo con te, Areo, figlio di Leonte, ma con l’ilota…».
    Il ragazzo si incupì improvvisamente, e quella macabra gioia che fino a quel momento lo aveva invaso, lasciò spazio alla rabbia, che accese sul suo viso una smorfia di disapprovazione.
    «…Comunque io sono Brasida, e mio padre si chiama Tellis, e quello…» disse con un movimento del braccio a indicare una massa sempre più lucente di panoplie, lance e scudi «…è il mio esercito».
    I suoi occhi erano neri, profondi come un tenebroso abisso che gli fuoriusciva dall’elmo dorato, e l’armatura da oplita spartano insieme al suo corpo poderoso, lo facevano sembrare Ares in persona. Guardò l’ilota, che nel frattempo si era assicurato una posizione sicura per la fuga, al di fuori della trappola in cui lo avevano messo i suoi carnefici: «Mi chiamo Leumas, e sono figlio di questa terra, al contrario di voi».
    Areo, al culmine dell’insofferenza, strinse il pugnale con tutta la sua forza. «Stupido schiavo, non osare…» ma lo interruppe la voce di Brasida, la quale risuonò come un tuono divino: «Guarda, Leumas, anche questa è Sparta!».
    Adesso si scorgevano chiaramente i soldati procedere a passo sostenuto. Era uno spettacolo impressionante, che riempì di sorpresa gli occhi degli osservatori. Non soltanto alcuni spartiati facevano parte di quella temibile potenziale falange, ma anche moltissimi iloti armati, i quali insieme a un gran numero di mercenari arruolati in tutto il Peloponneso, contribuivano a far vibrare il suolo come fossero un unico maestoso strumento: erano 1700 guerrieri in marcia verso la Tracia.
    «Questi sono gli uomini al mio seguito, e con essi libererò la Grecia dalla schiavitù ateniese. Eppure non siamo che un’esigua parte di ciò che ci servirebbe per raggiungere i nostri obiettivi» commentò Brasida. «Anche se i nemici ci supereranno in grandezza noi li vinceremo, e conquisteremo saggiamente le città che si dimostreranno disposte ad accogliere la nostra benevolenza. Dobbiamo respingere uniti, e con il favore degli dei, tutti coloro che si trascinano con il respiro della smaniosa ambizione, in nome di Sparta!».
    Che Brasida non fosse un comune spartano lo testimoniava la sua capacità oratoria, pensò Leumas, il quale iniziava a provare una sorta di fascino nei confronti di quell’uomo che pareva circondato da un’aura splendente di coraggio. E che poco prima gli aveva salvato la vita, anche se non ne comprendeva ancora il motivo.
    Intanto l’esercito incominciava a sfilare al loro fianco; il suono dei flauti scandiva con la sua melodia un tappetto di suoni sui quali la marcia dei soldati imprimeva i suoi fragorosi passi.
    Brasida alzò il tono della voce, portandosi in mezzo ai ragazzi ormai immersi in una scena che li aveva completamente rapiti: «Voi siete in quattro, eppure l’ilota si stava difendendo, e forse se la sarebbe cavata anche senza il mio intervento» disse, guardandoli negli occhi a turno.
    «Un giorno fui morso a un dito da un topo» continuò, «ma non potei fargli nulla, perché dopo avermi ferito, non si fece prendere. Anche una creatura piccola riesce a salvarsi, se ha il coraggio di difendersi dagli aggressori». Fece un passo verso l’ilota, conficcò la lancia al suolo, e appoggiò lo scudo contro il tronco dell’ulivo; quindi, con con un movimento lento e deciso, gli mise una mano sulla spalla: «Vedi Leumas, noi siamo il topo».
    Fu in quel momento che Leumas capì che il suo destino aveva appena preso una direzione dalla quale non sarebbe potuto fuggire. Nel frattempo, numerosi guerrieri iloti, pronti a servire un generale spartano che li stava portando lontano dalle proprie famiglie, ma anche dalla schiavitù, si muovevano poco distanti da lui. Allora Brasida domandò al giovane se volesse unirsi all’esercito.
    L’ilota non gli rispose, aspettò che congedasse i suoi assalitori: «Voi andate…» ordinò. «…E tu, Areo, porgi i miei saluti a tuo padre Leonte».
    Poi, in silenzio, guardò Brasida, e annuì.

  • giovedì alle ore 12:40
    CUORI DI MAMME

    Come comincia: Roma, via Cavour 101, palazzina di cinque piani. Ultimo piano, cinque stanze a sinistra Luciano padre, Arianna consorte, Andrea figlio, a destra Simona, vedova, Federico figlio, i due ragazzi frequentavano l’ultimo anno del vicino liceo scientifico. I loro destini si sarebbero intrecciati in maniera notevevole: Luciano era il titolare di un’impresa di trasporti con  camion a quattro assi che potevano trasportare grandi quantità di merci. Essendo il proprietario della ditta poteva  stare a tavolino e far lavorare i dipendenti  ma di colpo, con la scusa dell’ invio in pensione di un dipendente aveva ripreso la sua vecchia professione di autista andando soprattutto in Polonia per attaccamento a quella terra? Attaccamento si ma non alla terra ma ad una cittadina di Varsavia a nome Berta, divorziata, quarantenne  di notevole bellezza. La cotale, di professione traduttrice simultanea di lingue era stata agganciata da Luciano che le aveva consegnato un pacco col suo camion. Era stato subito un coup de foudre da parte di entrambi e da quel momento la ‘rotta’ principale di Luciano era Roma – Varsavia. Con l’intuito tutto femminile la moglie Arianna aveva avuto sentore di una liaison di suo marito con qualche disponibile femminuccia dell’est ma, ragionando a mente fredda aveva preso la decisione di far finta di nulla, sposati da ventuno anni un po’ di stanchezza di rapporti poteva avvenire, meglio non  drammatizzare, o prima o poi i galli rientrano nel pollaio! Luciano ormai cominciava a sentire il peso degli anni, milletrecento chilometri di guida di un camion sono pesanti da sopportare ed allora pensò a suo figlio Andrea, purtroppo il ragazzo non aveva la stoffa del padre, era piuttosto mingherlino e soprattutto non amava guidare, figuriamoci un bestione da quattro assi, soluzione? Rivolgersi a Federico che, assai prestante di fisico accettò volentieri l’offerta. Dopo gli esami di Stato con promozione brillante il giovane, con un po’ di dispiacere da parte della madre Simona si mise in viaggio felice di poter conoscere  persone di un paese a lui sconosciuto, era un allegrone e soprattutto amava molto le femminucce, quelle dell’est godevano buona fama! Luciano fermò il camion in un motel austriaco e, dopo aver cenato restò a dormire nella cuccetta del camion per evitare qualche sorpresa da parte di eventuali ladri,  fece alloggiare Federico in una stanza del motel. La mattina partenza,  arrivo a Varsavia all’imbrunire con posteggio in uno spiazzo adibito a sosta dei ‘bestioni’. Berta avvisata via cellulare si fece trovare in ghingheri come pure la figlia sedicenne Daniela che fu sorpresa ed apprezzò la presenza di Federico. “Zio non sapevo che avessi in sì bel figlio, complimenti!” “Non è mio figlio in ogni caso è omosessuale!” “Peccato mi sarebbe piaciuto…” Berta si faceva delle matte risate, aveva capito che il suo amico aveva barato in merito a Federico per evitare che Daniela gli si buttasse addosso.  Cena a base di bigos (ravioli ripieni) zuppa di pesce, formaggi, funghi, frutta e poi tutti a riposare Luciano nel lettone con Berta, Federico nella stanza degli ospiti in un lettino singolo, in un altro giaciglio Daniela, delusa, ammirava il fisico scultoreo di un Federico in slip. “Ma sei sicuro che non ti piacciono le donne, io sono bravissima col sesso, vediamo se riesco a …” Ci riuscì immediatamente, dentro di sé mandò a quel paese Luciano e per la prima volta in vita sua provò un ‘coso’ italiano dalle alte prestazioni, evviva…I due si misero d’accordo sulla favola dell’omosessualità di Federico per far stare tranquilli Luciano e Berta. I due novelli ‘sposi’ furono svegliati da Berta che doveva andare ad un congresso per esercitare la sua professione di traduttrice di lingue, ne conosceva quattro fra cui l’italiano, come pure la figlia che si recò a scuola. Luciano e Federico andarono dove era posteggiato il camion e cominciarono a scaricare la merce per consegnarla agli acquirenti che l’avevano ordinata. Finirono nel tardo pomeriggio, un brunch  al posto della cena e poi dinanzi alla TV, furono fortunati perché trovarono un canale in lingua italiana. I quattro andarono presto a letto con una ‘buonanotte’ con sbadigli. I giorni successivi stesso impegno per le due polacche mentre Luciano e Federico facevano i turisti per la città. Rientro in Italia prevista per il giorno dopo, la sera, more solito tutti a letto abbastanza presto ma Berta sentì qualche rumore di troppo nella camera degli ospiti, aprì uno spiraglio della porta ed ebbe la conferma di quanto sospettato, altro che omosessuale, Federico si stava bellamente scopando sua figlia.  Decise di far marcia indietro ma svegliò Luciano il quale messo al corrente del fatto chiese di essere lasciato in pace, per lui tutto regolare come per i ragazzi che la mattina si alzarono per primi con facce sorridenti. Cuore di mamma ebbe il sopravvento ed abbracciò la figlia la quale rimase sorpresa poi capì che sua madre…A Roma la situazione era cambiata in maniera boccaccesca: una mattina nella cassetta delle lettera Simona trovò un busta in bianco, l’aprì e lesse il seguente scritto a macchina: “Guardandoti mi viene in mente il famoso detto latino che ti traduco: ‘cogli l’attimo confidando il meno possibile sul futuro.’ Sento che emani un profumo di donna difficilmente riscontrabile in altre signore. Standoti vicino sento una piccola rivoluzione dentro di me, sensazione che mi fa chiudere gli occhi per immaginare di stare insieme ‘nature’ con meravigliose sensazioni che vanno al di là del rapporto fisico. Naturale sorge in me la domanda: che hai più delle altre? Difficile esternarlo: hai seduzione, charme, sex appeal, attrattiva, grazia, carisma. Immagino la tua mano portare il mio viso sulla tua ‘gatta’ tremante dal desiderio con la conseguente inebriante lungo  orgasmo che mi fa provare un sapore di idromele, qualche lacrima irrora il tuo viso. Il mio ‘ciccio’ si introduce nella tua ‘deliziosa’entrando facilmente sino a metà della tua vagina facendoti provare la sensazione del punto G, sensazione forse da te mai percepita che ti porta all’empireo. Giaci sul letto con le tue deliziose cosce aperte, sei distesa. Il mio ‘collaboratore di gioie’ sembra impazzito, vuol provare a penetrare nel tuo favoloso ‘popò’, pian piano ci riesce senza tuoi lamenti anzi anche tu collabori toccandoti la ‘deliziosa’ e raggiungendo il doppio gusto sempre da te sognato ma mai provato. Anche se si tratta solo di fantasia mi sento privo di forze, una sensazione piacevole. Per provare nella realtà quanto immaginato farei qualsiasi cosa, vienimi incontro mon petit chou.” Arianna e  Simona rimasero in silenzio, la prima riconobbe i caratteri della sua macchina da scrivere e quindi anche il ‘colpevole’poi: ”Abbiamo capito entrambe chi è l’autore, Andrea è stata sempre la mia preoccupazione, psicologicamente è un debole, avrebbe bisogno di… diventare uomo, anche tu sei mamma e puoi capire.” Simona abbracciò Arianna, comprese il suo cruccio e inaspettatamente: “Manda domattina Andrea a casa mia, sono sola, ho compreso il tuo dramma.” “Te ne sarò per sempre riconoscente.” Andrea messo a corrente della situazione la notte prima…dell’esame dormì poco, la mattina  si alzò presto, si rase la barba e poi una doccia, erano le otto: “Mamma una colazione veloce…” Simona era per lo più curiosa di come si sarebbero svolti i fatti: si fece trovare coperta solo da una vestaglia trasparente, nessun dialogo da parte dei due. Simona rinverdì il suo passato sessuale fino allo sfinimento suo ma non del compagno che avrebbe voluto seguitare ancora, la prima volta non si scorda mai e Andrea non solo non lo scordò ma appena poteva si rifugiava nelle calde…braccia di Simona. Al rientro di Luciano e Federico tutti si accorsero che qualcosa era cambiato, Federico: “Vedo Andrea molto cambiato, mi sa che ha provato la ‘topa’ di qualche ragazzina, auguri fratello.” Nella sua battuta c’era qualcosa di vero, in un certo senso poteva considerarlo suo fratello!
     

  • 13 novembre alle ore 17:20
    Sport's memories: Robert "Bob" Beamon

    Come comincia: Nato a Jamaica, nello stato di New York, il 28 agosto 1946, questo straordinario atleta di colore dal fisico statuario (un metro e novanta per  circa ottanta chili di peso) si mise in evidenza durante la stagione indoor del 1967 saltando 8,21 (in quella occasione batté il connazionale Ralph Boston, uno degli interpreti più noti  e forti del salto in lungo mondiale all'epoca: già oro a Roma nel 1960, argento a Tokyo nel 1964, sarà bronzo in Messico!). L'anno dopo, sempre nell'attività al coperto, portò il suo personale a 8,30 (a Detroit, il 15 marzo) che fu record mondiale. Quindi, all'aperto saltò 8,33 regolare (a Sacramento, il 20 giugno) e 8,39 ventoso. Beamon, pur avendo vinto ventidue gare su ventitré disputate nel corso della stagione, si presentò alle Olimpiadi messicane non come l'uomo da battere (il ruolo di favorito spettava allo stesso Boston ed al sovietico Ter-Ovanesjan), tuttavia smentì ampiamente il pronostico e coloro che non credevano in lui: lo fece in un modo talmente eclatante che nessuno avrebbe potuto immaginare mai (neanche lui stesso, ad onor del vero!). Infatti, quel giorno (storico) del 18 ottobre 1968, alle ore quindici e quarantacinque in punto (da molti definito il "giorno dei giorni" nella storia dell'atletica e non solo; secondo la rivista Sports Illustrated ritenuto invece "uno dei cinque momenti sportivi più grandi del secolo"!), l'atleta americano sbalordì il mondo col suo "folle" quanto inaspettato volo di 8,90, e veleggiò anni luce nel futuro. Nello stesso tempo, però, egli uccise (e il verbo non è da intendersi in maniera dispregiativa: tutt'altro!) per oltre due decenni a venire (il suo record verrà battuto soltanto nel 1991, ai Mondiali di Tokyo, dal connazionale Mike Powell, con un salto altrettanto memorabile di 8,95!) la specialità del salto in lungo, senza ombra di dubbio fra le più semplici (il gesto del salto, insieme a quello della corsa, è tra i più ancestrali, naturali ed antichi della storia dell'uomo) e spettacolari della regina dello sport: l'atletica! Subito dopo quel salto (immortalato da un anonimo contabile inglese, Tony Duffy, il quale in seguito lascerà bilanci e scartoffie per dedicarsi anima e corpo alla fotografia: fonderà la più grande agenzia fotografica del mondo, la Allsport, che nel 1998 verrà acquistata dalla Getty Images per la modica - sic! - cifra di ventinove punto quattro milioni di dollari!) il sovietico Igor Ter-Ovanesjan, che era stato nel 1962 il primo atleta europeo a varcare la soglia degli otto metri, dichiarò: - A paragone di questo salto, siamo tutti dei bamini! Il britannico Lynn Davies, invece, che era stato campione a Tokyo, quattro anni prima, disse rivolgendosi all'avversario: - Tu hai distrutto questa specialità! Ma Beamon non era solo un grande ed eccellente "uomo cavalletta", aveva doti innate di scattista (capace di correre le cento iarde all'aperto in 9'5, nel 1966) ed era anche eclettico saltatore (capace di saltare in alto due metri  o di battere il record nazionale - avvenne nel 1965 - delle high school e saltare 16,02 al coperto - avvenne nel 1968 - nel triplo!). Possedeva anche un naturale talento verso il basket: sport che amava tantissimo e che tornò a praticare all'università, dopo l'impresa messicana. Nel suo palmarès di lunghista figurano anche due titoli nazionali all'aperto (nel 1968 a Sacramento e l'anno dopo a Miami) e due indoor (1967, 1968), oltre a una medaglia d'argento ai giochi Panamericani del 1967 di Winnipeg (provincia canadese di Manitoba): quella volta fu battuto dall'acerrimo rivale Boston. Nel 1972, appena ventiseienne, attirato dal profumo dei dollari, passò al professionismo nel clan dell' I. T. A., insieme ad altri campioni del passato, vestendo la maglia degli Houston Striders. Tuttavia, fu personaggio dotato di grande umanità: lui, che era social worker (assistente sociale) si occupò, per anni, di ragazzi disadattati a New York (egli stesso proveniva dal ghetto e da ragazzo, più volte, era stato coinvolto in risse al limite dell'omicidio!). Dal 1977 è membro della National Track&Field Hall of Fame (dapprima risiedette a Charleston, West Virginia, poi a Indianapolis; ora è a New York) ed anche della U. S.Olympic Hall of Fame: è stato il primo membro in assoluto ad esservi ammesso nel 1983. Attualmente è un tranquillo pensionato settantatreenne.   
    "Il giorno dei giorni" - A proposito di quel giorno - il famosissimo diciotto ottobre del 1968 - così scrive Edmondo Dietrich nel libro "I grandi campioni dell'atletica leggera", edito in Italia da Arnoldo Mondadori: "I nervi sono a fior di pelle, il cielo promette tempesta: nuvole nere si addensano sul cielo di Città del Messico. Il massacro della piazza delle Tre Culture nella notte del 2-3 ottobre ha sconvolto tutti, poi ci sono state le proteste dei vincitori negri, quelli del Black Power. Alla pedana del salto in lungo per la finale va Bob Beamon, un negro di ventidue anni, alto e magro, lunghi muscoli secchi da gran levriere. Il record mondiale è quello vecchio di 8,35 metri che hanno in comproprietà l'americano Boston e il sovietico Ter-Ovanesjan. In trentatré anni, cioé da quando Owens saltò 8,13, non ha progredito che di soli trentatré centimetri. Il salto in lungo è specialità semplice dove i miglioramenti materiali e tecnici  giocano solo un piccolo ruolo nel progresso numerico. Per battere Owens ci sono voluti venticinque anni. Beamon è il primo a saltare. Tira un forte vento, le nuvole sono sempre più nere tanto che vengono accese le luci artificiali. Lui parte: ginocchia alte per una corsa elastica, battuta violentissima e Beamon si proietta molto in alto, tanto in alto che al segno degli otto metri è ancora in aria! Un salto prodigioso e omologabile. Lui, saltella sul prato in attesa del responso, poi il tabellone si accende e appaiono le cifre di metri 8,90: favoloso! Nello spazio di un secondo il record mondiale ha progredito di cinquantacinque centimetri. Lui, Beamon, si guarda intorno, sente il rumore della folla ma non capisce. Bob ha sempre saltato in stadi dove le misure vengono espresse in piedi, così quell'8,90 metri non gli dice niente. Poi il connazionale Boston gli si avvicina e traduce in piedi. Beamon lo guarda stupito, poi si prende la testa fra le mani appoggiando la fronte al suolo. - Ho voglia di vomitare. Ditemi che non è un sogno...Credo che non posso più saltare, né oggi, né mai...Sto male...- Sono le prime frasi che dice mentre trema d'emozione e di freddo perché in quel momento viene giù dal cielo un temporale di quelli che spazzano tutto".   
     

  • 11 novembre alle ore 18:24
    Mi chiamo Amélie

    Come comincia: Mi chiamo Amélie e vengo da Nizza. Fino a poco tempo fa ho respirato l'aria del mare poco distante da dove sono cresciuta, vicino al mercato abbracciato dal profumo pungente delle spezie e quello delicato della lavanda o fresco delle baguette. Le tende bianche, rosse, gialle e blu, a righe o a tinta unita facevano ombra ai turisti incuriositi dai cappelli, dalle tazzine, dagli infiniti ninnoli ordinati ad arte sulle bancarelle, alla frutta, alla verdura raffrescata da frettolosi spruzzi d'acqua. Ogni tanto uno schizzo mi colpiva e allora mi sentivo rinascere nell'arsura e a poco a poco tornavo attraente come al mattino appena sveglia! Così la gente riprendeva ad ammirarmi. A chiedere di me. Certo non mancavano gli sguardi di repulsione. Condanne impietose, inappellabili. È vero, di colpe ne ho, la mia non è una natura candida, però è il mio destino... che posso farci? Molte di noi sono destinate a vivere in mezzo al traffico, altre - forse più fortunate - in case o ville.

    Poi un giorno è arrivato il mio turno. Un uomo mi si è avvicinato così tanto per guardarmi che ho sentito il profumo della sua pelle. Mi è piaciuto, andava d'accordo con il mio. Ogni tanto queste strane alchimie accadono. Continuava a squadrarmi, in silenzio, a girarmi intorno, attratto e timoroso al tempo stesso. Prima di decidersi a prendermi ha aspettato un po'; doveva riflettere su dove mettermi affinché non creassi troppi problemi, così ha detto. Per la prima volta ho avvertito che potevo fidarmi di uno come lui, così attento, prudente. A un tratto mi ha sollevata da terra e finalmente portata via con sé. In macchina il vento mi scuoteva e a un certo punto ho temuto di farmi male, quasi ho perso l'equilibrio, ma lui lo ha impedito trattenendomi con una mano mentre con l'altra ha continuato a guidare. Da quell'istante ho capito che quelle mani avrebbero avuto cura di me, gentili e forti al tempo stesso. Che mi avrebbero amata e difesa, difetti compresi.

    Sono passati diversi anni dal giorno in cui mi notò al mercato. Adesso sono cresciuta, mi sento felice. Ogni mattina lui si siede accanto a me - credo proprio di essere la sua preferita, eppure siamo in tante! - e inizia a scrivere pagine e pagine. Poi si sofferma a rileggere, corregge qualche parola e subito dopo riprende a scrivere, più convinto di prima. Ama tanto anche leggere, preferisce spesso la compagnia di un buon libro a una chiacchierata uggiosa. Alcuni uomini come pure alcune donne sono più noiosi di un volantino di pubblicità, l'ho sentito dire un giorno al telefono. Non è un tipo facile da capire, spesso ho l'impressione che viva in un mondo tutto suo. Certe sere invita a cena tante persone, con qualcuno ride forte, felice, e quando infine tutte le luci si spengono sembra aleggiare ancora per un po' l'aria di festa appena trascorsa. Altre volte al contrario trascorre ore da solo, seduto sulla sdraio nel buio del giardino a guardare le stelle, la luna, ascoltando beato un cd suonato a volume alto. Forse in quei momenti pensa a cosa scrivere.

    Già... mi ha scelta un poeta. Una creatura spesso incompresa, ribelle e delicata al tempo stesso. Entusiasta e appassionata. Sensibile ma non per questo debole. Una creatura talvolta tenuta a distanza. La sua parola può anche ferire, avvelenare. Proprio come potrei fare io se qualcuno mangiasse le mie foglie, la mia corteccia e i miei semi.

    Già… mi chiamo Amélie, vengo da Nizza, e sono una pianta di oleandro dai fiori rosa e profumati. Fortunata, mi hanno cresciuta con amore, addirittura donandomi un nome tutto mio, accudita in mezzo ad altri fiori, accettata anche con la mia natura particolare. In fondo credo che esistano veleni ben più pericolosi del mio. Per fortuna c'è e ci sarà sempre qualcuno che vorrà andare oltre la paura, le maldicenze, i pregiudizi. Io l'ho incontrato.

    Corinna Nigiani degl’Innocenti

     

  • 11 novembre alle ore 13:29
    UN AMORE ALTRUISTA

    Come comincia: Ad Alberto M. la mattina appena sveglio accadevano fatti alquanto strani, forse la sera aveva esagerato con il mangiare o con le bevande alcoliche? Quanto mai, era al limite del diabete e seguiva una stretta dieta e allora? Era in quel periodo della vita (cinquanta anni) in cui la memoria fa brutti scherzi nel senso che ha perfetti ricordi degli avvenimenti degli anni precedenti ma non riesce facilmente a memorizzare quelli recenti. Cercava di mascherare questa sua situazione ma la gentile consorte Anna M., di ventisei ani più giovane, lo ‘leggeva’ come un libro aperto e quindi…”Oggi è sabato e non vado in ufficio e quindi apriti con l’amore tuo grande, son tutta orecchie.” “Promesso che non mi prendi per il culo?””Giuricchio.”  “More solito fai la furba, ad ogni modo dato che mi hai classificato amore tuo grande…ti racconto quello che mi è accaduto. Da questa mattina  appena sveglio mi ronza in testa una poesia del Carducci che ho studiato al ginnasio, recita così: Contessa cos’è mai la vita? È l’ombra d’un sogno fuggente, la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor, aprite le braccia al dolente, vi aspetto al nuovissimo bando ed or Melisenda accomando un bacio a lo spirto che muor.’ Siamo nel dodicesimo secolo, il principe di Blaia ‘Rudello’ (già dal nome…), sentiti i racconti di pellegrini che lodavano la bellezza della principessa Melisenda, si era imbarcato su un suo vascello per raggiungerla ma durante il viaggio si ammalò gravemente e, prima di morire, ottiene un  bacio da Melisenda. Un principe con tanti pezzi di f…. che gli girano attorno fa un lungo viaggio per conoscere una mai vista e ci rimette le penne, che ne dici cara, io mi sarei io messo in viaggio…” “Tu sei un pigrone, col cavolo…lasciamo perdere le sciocchezze e servimi a letto un vassoio con bioches, cappuccino e spremuta di arancia.” “Io che ci guadagno?” “Hai detto bene guadagno ma te la devi meritare!” “Ed io svicolo…” “Ed io pure, abbiamo finito di dire fregnacce, vai!” I coniugi M. se la passavano proprio bene da un paio di anni in seguito ad un’eredità (piovuta è il giusto termine) dall’Australia da un parente sconosciuto che aveva cercato i suoi affini in Italia per non lasciare i suoi beni ai parenti colà residenti e così Alberto ed Anna si erano trasferiti da un modesto appartamento di via Colapesce di Messina in un complesso di lusso ‘Il Parnaso’ dove dimoravano i più in di questa città. I più in non comprendevano solo professionisti e gente dalle ottime  possibilità finanziarie ma anche qualche coppia in cui la gentile consorte, decisamente bella (e costosa)  era gentile anche con qualche maschietto di passaggio. Alberto, vecchio mign….ro aveva subito scoperto Elena, bionda alta, bellissima e, a detta di chi la conosceva a fondo, molto cara, ma ne valeva la pena (potendo…). “Se ti avvicini a quella ti cavo gli occhi!” “Sei sempre esagerata, magari uno schiaffone…” “Hai capito benissimo.” E così l’Albertone, anche perché abituato a non pagare le prestazioni femminili, girava al largo. Anna non aveva voluto lasciare il suo impiego al Genio Civile (nella vita non si sa mai diceva lei) e così tutti i giorni, escluso il sabato si recava al lavoro con la nuova auto, un Twingo Renault munita di tutti gli accessori. Anna aveva fatto amicizia con una signora del loro stesso piano che purtroppo era costretta a letto paralizzata per un grave incidente stradale, bella donna bruna dai capelli lunghi. Laura F. questo il suo nome, gradiva la compagnia della dirimpettaia anche perché non riusciva ad aver confidenza con l’infermiera, donna tipo corazziere, rozza, che l’accudiva per qualche ora del giorno. Laura era una donna colta, ex insegnante al liceo classico delle materie letterarie parlava tre lingue per essere stata all’estero col padre ambasciatore. Purtroppo suo marito, con la scusa del lavoro (era il rappresentante di importanti ditte alimentari) dopo l’incidente si interessava ben poco della consorte e si era ‘fatta’ un’amichetta molto più giovane della quarantenne consorte. Non vi ho parlato di Alberto: ebbene il non più giovane signore (era  cinquantenne) ex impiegato dell’ufficio delle entrate, ex perché all’arrivo dell’eredità dall’Australia, aveva preferito stare in panciolle e girava con la Jaguar X type munito della fida macchina fotografica Nikon. Aveva fatto amicizia con un fotografo professionista con negozio a piazza Cairoli, il salotto della città, e talvolta seguiva nei suoi servizi Gaetano P. senza guadagnarci nulla, col solo piacere di presenziare a cerimonie varie, prime fra tutte i matrimoni, era diventato anche molto bravo a sviluppare e stampare in bianco e nero, foto apprezzate solo dagli intenditori. Naturalmente per un tipo ‘frizzante’ come Alberto la normalità non era di casa e così, dopo la sua presentazione da parte di Anna alla signora Laura, prese a frequentare la sua casa per farle compagnia. In totale assenza del legittimo consorte, era l’unico interlocutore della dama la quale cominciò ad apprezzarlo anche per il suo spirito romanesco (era romano dè Roma, quartiere S.Giovanni). Le raccontava i pettegolezzi sulla gente più in vista di Messina (corna, fallimenti, figli di importanti personaggi che avevano fatto outing  quali omosessuali) e Laura per qualche tempo dimenticava i suoi guai. Inoltre Alberto le leggeva un suo romanzo che era riuscito a farsi pubblicare da una casa editrice (dietro pagamento) in cui raccontava le sue avventure amorose (vere ed anche immaginate) durante il periodo di tre anni in cui era stato ‘Fiamma Gialla’ (finanziere).  Alcuni brani venivano sorvolati perché descrivevano qualche avventura erotica del protagonista, Laura se ne accorgeva e lo pregava di leggerle lo stesso. Una volta la signora diventò rossa in viso per il contenuto di un brano esplicitamente sessuale, Alberto si scusò e stava per andarsene quando: “Non andar via, son diventata rossa pensando al sesso, mio marito non mi…guarda più ed io…”Un pianto silenzioso portò Alberto ad abbracciarla, Laura era paralizzata dalla cintola in giù ma le braccia no, abbracciò il suo vicino di casa e lo baciò lungamente. La signora ci sapeva fare con la lingua ed Alberto, diciamo per compassione in verità perché si era eccitato, le mise in bocca un ‘ciccio’  ben dur col finale prevedibile. Madame si era vergognata ed aveva voltato le spalle al da poco amante, Alberto la rigirò prendendole il viso in mano: “Sei ancora bella e desiderabile.” “Non venire più a casa mia, avere rapporti con te sarebbe piacevole ma farei un grosso torto ad Anna, cerca di capirmi.” Era pomeriggio inoltrato, Anna stava stirando, suo marito al rientro in casa andò in bagno per lavarsi, cosa che non sfuggì alla consorte, le donne  hanno un sesto senso e capì quello che era successo, nessun commento da parte sua. La sera a cena silenzio totale, ambedue davanti al televisore sino alle ventidue quando Anna: “M’è venuto sonno, buona notte.” Da quel momento Alberto evitò le visite alla dirimpettaia, cosa ovviamente saltata agli occhi della consorte che invece seguitava a far visita a Laura. Una domenica mattina: “Vorrei ricordarti quello che ci siamo promessi prima di sposarci: massima sincerità anche se non sempre piacevole, lo ricordi?” “Vai al dunque.” “Laura mi ha raccontato quello che è successo fra voi ed ha giurato che non accadrà più ma…ma… ci sono molti ma. Siamo diventate amiche ed ho capito il suo dramma anche per l’allontanamento del marito hai capito in che campo. Per un attimo mi sono messa al suo posto ed ho provato un dolore profondo anche per la sua solitudine, sai quanto sono stata sempre gelosa di te ma…” “Ricominci con i ma?” “Vieni andiamo a casa di Laura.” Alberto molto sorpreso non disse nulla, non capiva dove sua moglie volesse andare a parare. “Cara amica mia, questo è mio marito, è sempre il mio amore, a me non spiacerebbe se …ti leggesse ancora qualche pagina di quel suo romanzo, sempre se tu sei d’accordo. Oggi ho cucinato qualcosa di buono a base di pesce, ti aiuto ad andare sulla tua carrozzella per portarti a casa mia.” I lucciconi erano spuntati sugli occhi di Laura, quel discorso era stata una chiara ed esplicita autorizzazione a…da donna capì che sacrificio che Anna si era imposta, lei così gelosa! Il lunedì mattina: “Good luck my husband.” Questo il saluto alquanto particolare della consorte di Alberto il quale, dopo un colloquio telefonico con Laura (lei si voleva far lavare dall’infermiera) si presentò all’amante ormai ufficiale la quale era cambiata completamente: ben truccata, capelli raccolti a chignon, profumatissima, sorridente a soprattutto nuda. Aveva ancora un bel corpo dovuto ai massaggi di una fisioterapista. Stavolta niente lacrime o meglio qualche dolorino alla cosina della signora dovuta al calibro di ‘ciccio’, dolorino ben sopportato perché seguito da goderecciate multiple. Laura era completamente cambiata, sempre sorridente con tutti tranne che col marito in via di separazione, anche gli handicappati… 
     
     
     

  • 11 novembre alle ore 11:40
    Un commento su facebook

    Come comincia: "I poeti, che brutte creature. Ogni volta che parlano è una truffa!" Buona domenica da Francesco De Gregori...anche ai poeti, sia chiaro (4 novembre 2012). Post apparso sulla home di Rockol.

    Poesia&musica, poesia in...musica. 

    Caro Francesco,
    perché affermi ciò? Non ti sembra una contraddizione, visto che tu stesso hai "coverizzato" un testo di Leonard Cohen? ("The Partisan"). Questa volta non sono assolutamente d'accordo con te! La poesia non è mai truffa nè cialtroneria: è invece uno stato d'animo (dei poeti, di fronte al mondo), è...la forza delle parole, del cuore, dei sentimenti!!
     Federico Garcia Lorca e Pablo Neruda, o William Butler Yeats, ad esempio, sono stati le "voci" di un popolo attraverso le parole; William Shakespeare è stato il poeta... dell'animo umano; Gioachino Belli "fustigava" (e non poco, sic!) i potenti coi suoi versi, mentre Ugo Foscolo ha aperto la strada, attraverso le sue opere e con la sua "poesia civile" alla liberazione dal dominio napoleonico ed alla "rivoluzione romantica" in Italia (nei "Sepolcri", sua opera maxi ed omnia, ha esaltato i grandi italiani del passato, da Dante a Virgilio e da Leonardo a Galilei, eternando le loro "gesta" ed additandoli come inimitabili esempi da seguire per le future generazioni!). I collegamenti ed i rapporti tra poesia e musica sono molteplici (e) profondi: queste due forme d'arte (che possono, a mio avviso, benissimo convivere e...contaminarsi l'una con l'altra) sono legate a filo doppio tra loro. Ecco, di seguito, alcuni esempi che ti vado a citare ...a ruota libera. Jim Morrison è stato il "poeta maledetto" del rock, colui che con la sua musica (e quella dei Doors, di cui era il leader e il "deus ex machina" in toto!) ed i suoi testi "rivoluzionari" ha cambiato il corso e la storia della musica moderna (testi profondi, no mielosi e melensi), tracciando un solco profondissimo per le future generazioni di musicisti e non! Morrison era una delle rock star più colte che ci siano mai state (aveva studiato Nietzsche e William Blake, dai cui testi aveva tratto il nome della band) e nel 1971 pubblicò anche due raccolte di poesie. Da notare che l'album "Waiting For The Sun" conteneva un libretto completo di "The Celebration Of The Lizard King", una poesia basata sugli inegnamenti degli sciamani e di altre filosofie orientali. Patti Smith, del resto, in una recente sua intervista ha dichiarato: - Jim Morrison è stato davvero il primo a dimostrare quanta poesia ci fosse nel rock' n ' roll e viceversa -. I Beatles, dal canto loro, hanno "cantato" e suonato alcune delle più belle "poesie" in musica (vedi "Michelle", solo per citarne una); il "menestrello" made in Italy (come sono solito io chiamarlo e definirlo!) Rino Gaetano è stato il poeta "surrealista" della nostra musica, mentre Miriam Makeba (per trasferirci agli antipodi dell'emisfero sud)  è stata la poetessa del folk-rock africano; i Renaissance (gruppo inglese che nacque dalle ceneri degli Yardbirds) erano famosi per le seguenti particolarità: la loro musica era una "fusion" tra classico e rock, i loro testi eran scritti dalla poetessa Betty Thatcher; Jackson Browne, d'altro canto,
    è senz'altro stato il paroliere più raffinato degli anni settanta (compose, tra gli altri, per Nico, Eagles, Byrds, Tim Buckley, Nitty Gritty Dirt Band, Tom Rush, etc.), nonché il più letterato e colto, e poetico (insieme al suo alter ego al femminile, Joni Mitchell) dei cantanti-autori della sua generazione; Joni Mitchell, che nel 1972 suonò in alcuni concerti in Inghilterra proprio con Browne, è una delle indiscusse "regine" del rock mondiale e nella decade dei settanta fu dietro al solo Dylan per importanza, seguito e influenza. A tal proposito, e in relazione all'album "Blue", giudicato da molti il suo capolavoro, così è scritto nell' Enciclopedia del Rock: "...le sua parole si muovevano più strettamente verso la poesia, e la sua musicalità, egualmente, diventava più raffinata...". Patti Smith è la straordinaria nonché lucida poetessa del rock anni settanta-ottanta; essa, nella sua lunga e straordinaria carriera, iniziata nelle atmosfere inebrianti del Village, a New York, ha scritto, e pubblicato in diversi volumi, poesie e prose, influenzata soprattutto da William Burroughs e Artur Rimbaud, cantato e composto musica. Negli anni settanta ha letto poesie in una chiesa di New York (accompagnata, in sottofondo, dal chitarrista Lenny Kaye) ma, soprattutto, ha inciso il suo primo album ("Horses", del 1975) che resta, a mio avviso, il più bello perché compendia al meglio la sua vena artistica (musicale e poetico-letteraria insieme). Il cantautore canadese Leonard Cohen, che ha scritto - e pubblicato - diverse raccolte di poesie ed alcuni romanzi, è colui che (come scrivono Nick Logan e Bob Woffinden nella loro Enciclopedia del Rock) "...ha portato nel rock la coscienza della più severa disciplina formale e i temi classici della poesia". Iniziò a mettere poesie in musica sin dal lontano 1966 (con il notissimo pezzo "Suzanne", portato al successo da Judy Collins), proseguendo poi con "The Songs Of Leonard Cohen", "Songs From A Room", "Songs Of Love&Hate", etc. Nel 1986 tradusse in inglese e musicò la poesia di Lorca "Pequeno vals vienes", che fu al primo posto delle vendite in Spagna. Nel 1983 la bravissima (e spesso dimenticata) Teresa De Sio mixò parole, suoni e "riflessioni poetiche" nel suo album "Tre"; Caravan, Soft Machine e Gong furono le band più influenti della cosiddetta "scena di Canterbury", corrente del rock progressive fine anni sessanta-inizio settanta, sviluppatasi nella cittadina inglese del Kent. Le tre band nacquero dalle ceneri dei Wilde Flowers (così chiamati in omaggio allo scrittore Oscar Wilde) e del Daevid Allen Trio, che si esibivano inizialmente in Inghilterra alternando musica jazz alla lettura di poesie beat. Da notare due cose importanti: la prima è che molti dei musicisti di Canterbury (tra cui lo stesso Daevid Allen, Robert Wyatt e Kevin Ayers, dapprima membri dei Wilde Flowers e poi dei Soft Machine), soggiornarono lungamente a Deja, nell'isola di Maiorca, dove entrarono in contatto con la comunità di artisti della beat generation ivi residenti da tempo; la seconda è che i Caravan furono soprannominati i "Rolling Stones di Canterbury" o "i poeti di Canterbury", in quanto mixavano testi surreali, grotteschi, bizzarri, onirici e favolistici con musica jazz-rock, psichedelica, hard-rock (si ascolti, al proposito il loro capolavoro del 1971 "In The Land Of Grey And Pink"). Nel 1971 Donovan, il "menestrello" del folk-rock britannico, musicò trenta poemetti per bambini nel doppio lp "H. M. S." servendosi di una vasta strumentazione (tastiere, fiati, piano, trombone, organo, chitarre, sintetizzatori, basso e batteria, etc.): il pezzo più famoso dell'album divenne "Celia Of The Seals". Pete Seeger ha musicato la sua celebre canzone "The Bells Of Rhymney" sui versi di un poema del gallese Idris Davies. Il movimento culturale e letterario (poetico) della beat-generation, con i suoi poeti e scrittori (da Jack Kerouac a John Clellon Holmes, da Carl Solomon a Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, etc.) ha inciso in maniera profonda e decisiva tanto sulla società, quanto sulla cultura, sulla politica, sull'arte (e quindi, anche sulla musica) di stampo anglosassone (e non) degli anni sessanta-settanta: infatti, dalla sua spinta e influenza trasse ispirazione la contestazione giovanile francese (che culminò nel famoso "maggio parigino") ed il movimento studentesco del 1968 in America; trasse origine il movimento della "controcultura" americano (noto come hippie: aveva come punti focali e nevralgici  la "libera" Frisco e la west coast californiana) il quale si batteva a favore dei diritti civili e contro la guerra in Vietnam; presero piede e si svilupparono dapprima la musica di "protesta" e il grande folk revival americano (da Joan Baez a Bob Dylan, da Phil Ochs a Tom Paxton, Fred Neil, Tom Rush, Judy Collins), in seguito l'acid-rock e/o psichedelia made in USA (Grateful Dead, The Byrds, Jefferson Airplane, The Velvet Underground, The Doors, Quicksilver Messenger Service, etc.) ispirate dal tema (così come la beat, del resto) del "viaggio lisergico" artificiale ottenuto attraverso l'effetto di droghe (lsd in particolare), verso punti nascosti, reconditi e "altri" della coscienza. Nella musica italiana, infine, la cultura beat favorì la nascita di molti complessi (Equipé 84, Dik Dik, Camaleonti, I Corvi, I Ribelli, etc.) e solisti (Gian Pieretti, Caterina Caselli, Patty Pravo, Claudio Rocchi, etc.). luciano62: un amante della poesia e della musica (tutta ed indistantamente: senza generi, tempo e...confini!).

    da: un commento su facebook (24 novembre 2012).
     

  • Come comincia:  Suarez venne in Italia, acquistato dall'Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera, nel giugno del 1961: proveniva dal Barcelona F. C., nelle cui fila aveva vinto due titoli nazionali (1959, 1960), una "copa del Re" (1959), due coppe delle Fiere (1955-58, 1958-60) ed aveva disputato la finale di coppa Campioni del 1960 a Berna, persa contro i portoghesi del Benfica. Nato il 2 maggio del 1935 a La Coruna, arrivò nel nostro paese nel pieno della maturità tecnica (nel 1960 aveva vinto il "Pallone d'oro", trofeo che premia il miglior giocatore della stagione in Europa) e dopo che il boss" Herrera aveva scaricato l'argentino Angelillo (uno dei tre "angeli dalla faccia sporca") alla Roma in seguito a folli polemiche. Moratti dovette sborsare la cifra (astronomica per i tempi) di duecentocinquanta milioni: ma i soldi furono ben spesi! Al giocatore iberico, infatti, è legato il periodo più luminoso della storia moderna del club milanese, sponda nerazzurra: per quelli come me, tifosi dell'Inter sin da bambini, assolutamente leggendario ed indimenticabile! Suarez fu l'uomo più rappresentativo della grande Inter europea e mondiale, il leader carismatico in campo e fuori, fulcro del centrocampo dotato di notevole acume tattico e grande visione di gioco. La sua prima partita in nerazzurro fu un amichevole con i brasiliani del Palmeiras mentre nel nostro campionato esordì il ventisette agosto del 1961 a San Siro contro l'Atalanta (vittoria per 6-0). Con l'Inter conquistò tre scudetti (1963, 1965, 1966), due coppe dei Campioni e due coppe Intercontinentali (1964, 1965); disputò anche la finale di coppa Campioni nel 1966 (persa a Lisbona col Celtic per 2-1) e la coppa Uefa nel 1962 e nel 1970. Con la maglia delle "furie rosse" di Spagna disputò trentadue partite (l'ultima nel 1972 contro la Grecia) e segnò quattordici reti, vinse il titolo europeo nel 1964, partecipò ai mondiali del 1962 (Cile) e del 1966 (Inghilterra). Nel 1970 venne ceduto alla Sampdoria con la cui maglia chiuse la sua prestigiosa carriera. Smessi i panni del calciatore ha indossato quelli del tecnico mostrando le stesse doti di lucidità  e modestia che lo avevano contraddistinto in campo. Ha allenato in Italia le giovanili del Genoa, poi - in successione - Cagliari, Spal, Como e Inter; in Spagna il Deportivo La Coruna. Dopo aver guidato la nazionale under 21 del suo paese alla finale europea di categoria nel 1984 ed al titolo continentale nel 1986 (battendo l'Italia di Azeglio Vicini e di Gianluca Vialli), due anni dopo ha sostituito Miguel Munos sulla panchina della nazionale maggiore. Ha guidato le "furie rosse" agli europei del 1988 in Germania e ai mondiali del 1990 in Italia.

  • 09 novembre alle ore 8:05
    L'economia della Puglia

    Come comincia:  Tra le regioni dell'Italia meridionale la Puglia è quella dove maggiormente l'attività agricola resta non solo la più importante per numero di addetti, ma anche per reddito prodotto. Accanto alle colture cerealicole (frumento, prevalentemente grano duro, atto alla pastificazione, quindi avena e orzo), spiccano quelle della vite e dell'ulivo (metà dell'intera produzione nazionale di uva da tavola, un sesto di quella da vino; inoltre la regione è la massima produttrice nel mondo di olio nonostante la concorrenza sempre più spietata dei paesi mediterranei, nonché di quelli extraeuropei come Stati Uniti, Australia e Sud Africa), cui seguono prodotti come insalata (lattuga, indivia, cicoria), peperoni, finocchi, tabacco, carciofi, mandorle, pomodori, cavoli, cavolfiori e barbabietole da zucchero, per cui la regione si trova ai primi posti. Praticata intensamente in passato, è oggi in declino la pastorizia, per difficoltà crescente di reperire aree a pascolo, non ancora coltivate. Scarso è il patrimonio zootecnico bovino e suino, mentre è ricco quello ovino ed equino (la razza murgese è tra le più prestigiose d'Italia). La pesca marittima e di valle e l'allevamento di molluschi sono attività importanti. La Puglia si colloca al secondo posto della graduatoria nazionale, dietro la Sicilia, sia per numero di imbarcazioni e stazza della sua flotta che per la quantità di pesce sbarcata (circa trecentosessantatremila quintali nel 1991). Sul versante adriatico, meno profondo ma più pescoso, i porti principali sono quelli di Manfredonia, Molfetta (aragosta), Bari e Brindisi; in quello ionico, invece, su tutti spiccano i porti di Taranto (nel mar Piccolo si trova il maggior centro produttore di ostiche e mitili) e Gallipoli. Negli ultimi decenni ai tradizionali porti da pesca si sono affiancati, anche in Puglia, i porti turistici per l'attracco delle imbarcazioni da diporto. Ricordiamo Santo Spirito (Bari), Savelletri (Brindisi), Santa Foca (Lecce). Dal punto di vista minerario la Puglia è scarsamente dotata: le aree relativamente più ricche sono il Salento e l'appennino dauno. La bauxite è fornita dai giacimenti di San Giovanni Rotondo (Foggia), Cavone Spinazzola (presso Trani) e Poggiardo (Lecce), mentre notevoli quantità di salmarino si estraggono dalla salina di Margherita di Savoia (Foggia). Particolarmente pregiata è l'industria del marmo, diffuse le pietre da costruzione: in Capitanata vengono estratte la cosiddetta pietra di Apricena, largamente esportata all'estero, e la bentonite, preziosa per le sue applicazioni in svariate industrie (della ceramica, della carta, etc.). Nel settore degli idrocarburi, alla scarsità del petrolio fa riscontro una rilevante presenza di gas naturale, estratto nei giacimenti foggiani di Chieuti, Roseto-Monte Stilo e Candela-Palino. Impianti di raffinazione a Taranto ("Agip") e a Brindisi. I grandi complessi sorgono nel cosiddetto "triangolo industriale" del sud (pugliese): a Bari (stabilimenti chimici e meccanici), Brindisi (petrolchimico) e Taranto (cantieri navali e arsenale, tra i più attivi del paese, centro siderurgico in cui si produce gran parte dell'acciaio italiano). Il settore meccanico impiega oltre cinquantamila unità. Il comparto dell'energia vede la Puglia all'avanguardia nel settore termoelettrico (10,4 miliardi di kwh). L'impianto di Cerano (Brindisi), potenziato nel 1992 con l'installazione della seconda e terza sezione da seicentosessantamila kilowatt ciascuna, è uno dei più importanti del paese. La gamma delle industrie manifatturiere, al di fuori di quelle meccaniche, è vasta. Il settore più sviluppato è quello collegato alla produzione agricola: molini, pastifici, conservifici, zuccherifici, stabilimenti dolciari, oleifici, caseifici, birrifici, complessi enologici. Tra le industrie della trasformazione dei minerali non metalliferi (circa quattordici mila addetti) emerge quella del cemento, con impianti a Taranto e nel barese (Barletta, Modugno, Monopoli). L'industria della carta possiede un importante stabilimento a Foggia, mentre quella della gomma è presente a Bari (produzione di pneumatici per automezzi). Settore attivissimo ed in continua espansione è quello dell'abbigliamento (maglifici, calzifici, industria delle confezioni) che occupa circa quarantamila addetti. La zona che si estende dalla Terra di Bari (Andria, Barletta, Bisceglie) alla Murgia tarantina (Martina Franca) è la più prolifica. Ben rappresentata è l'industria tessile (Barletta) e quella delle calzture: attiva soprattutto nel leccese (massimo centro è Casarano), lavora largamente per l'esportazione. L'industria del tabacco (compresi i lavori di stagionatura, selezione e manipolazione delle foglie,etc.) vede due manifatture del monopolio (su un totale di ventuno, dislocate nel resto d'Italia) a Bari e Lecce. Monopolio governativo si può considerare anche quello dei fiammiferi: impianto a Putignano, nel barese. Più noto dei precedenti è il ramo delle faenze artistiche, che vanta tradizioni antiche (la sede artigianale più nota è Ruvo, in provincia di Bari). L'artigianato è attivo anche nel settore delle ceramiche, in cui la cittadina di Grottaglie (Taranto) vanta affermazioni di prestigio, nazionali ed estere. Queste attività hanno un peso complessivamente modesto nell'economia nazionale, però è da queste tradizioni che deriva la forza, la capacità e la genialità che oggi sostengono - seppure con difficoltà - una parte della piccola e media industria italiana. E'un pò, a mio modo di vedere, come quello che succede per le banche: sono i piccoli e medi risparmiatori, no quelli grandi, le colonne portanti delle stesse! Inadeguata alle crescenti esigenze di scambio resta ancora la rete ferroviaria, mentre ben sviluppata è quella stradale. Dopo l'apertura al traffico delle due grandi autostrade, la Napoli-Canosa di Puglia e l'Adriatica (A14), che collega direttamente la Padania con Bari, proseguendo poi fino a Massafra, nel tarantino, la posizione periferica della regione, lontana dai grandi mercati dell'Italia settentrionale, non costituisce più, come in passato, un ostacolo allo sviluppo delle attività terziarie. Importante funzione commerciale per le comunicazioni con la penisola balcanica, il Vicino e Medio-Oriente svolgono i porti di Bari, sede dell'annuale Fiera del Levante (istituita nel 1930) e Brindisi (navi-traghetto per la Grecia). Il porto mercantile di Taranto è il terzo, a livello nazionale, per tonnellaggio di merci imbarcate e sbarcate, dopo quelli di Genova e Trieste. Scali aerei internazionali sono quelli di Bari-Palese e Brindisi-Casale. In fase di forte espansione è il turismo per l'attrazione esercitata dalla bellezza dei paesaggi naturali, dalla dolcezza e mitezza del clima mediterraneo e dall'interesse storico-artistico dei capoluoghi e delle loro province. Sono però ancora insufficienti le attrezzature ricettive...capaci di supportare e sfruttare a pieno le doti innate di natura presenti nella regione.

    da: una ricerca svolta nel biennio 1998-99.

    Taranto, 14 marzo 1999.
     

  • 07 novembre alle ore 23:24
    Illusione Onirica, Conscio/Inconscio

    Come comincia: "Persino la luce deve viaggiare nell'oscurità, prima di illuminare i tuoi occhi!
    La realtà tramonta nella mia mente, inabissandosi nell’azzurro oceano trapunto di sogni.
    Le personalità di un uomo come petali si schiudono, smascherando il profondo mare del nostro inconscio, 
    inconscio protetto dalla realtà, realtà come una Stella: sola nell’universo come il nostro Sole attorniato da pianeti.
    Quando il tuo Sole si spegnerà alzerai lo sguardo verso l'alto e, dalle tenebre,
    miliardi di nuove Stelle riempiranno il tuo cuore.
    Più grandi sono i sogni, più grandi sono i sacrifici, più bella è la vittoria!
    Più forte della paura di inabissarsi nell'oceano della vita, è la voglia di conoscere!
    Negli abissi del mondo onirico scoprirai la tua vera natura.
    A volte, per apprezzare la luce delle Stelle, il Sole deve addormentarsi nel nostro mare di sogni".
    Fabio Meneghella

  • 06 novembre alle ore 13:14
    POGGIO APRICO UN CONDOMINIO SEX A GO GO

    Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.“Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)“Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”“Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”“Va bene, se non puoi,... non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano ’ubicato sotto casa.Silvana era in confidenza col padrone Romolo: ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”“Io te l’ho sempre rilasciata…”“Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.“Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”“È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia e infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.“Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?” “Non ti muovere vengo io.”Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.“Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.“Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”“Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al .Il pomeriggio successivo:“Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”Primo piano: “Questo è  Alberto  mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…Ignazio partì il giorno dopo:“Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”“Fammeli pagare almeno in parte…”“No ho deciso così, voglimi bene.”Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.“Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con la vostra banca vorrei passarlo a Messina.” L’interessato si mise a disposizione poi:“Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.“Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.“Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”“Io sono Alberto, Al per gli amici.”“Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.“Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.“Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.Anche qui nessun problema.“Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.“Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, Alberto si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "Si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:“Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.“Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”“Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”“Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica. Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.“Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”“Noi abbiamo solo questi…”
    “Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro! “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:“Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di 'merce' nient’affatto male, Al era riuscito nel suoscopo!““Domattina li proveremo in piscina!”“Ma domani lei non va a lavorare?”“Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.“Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.“Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.“Lei è un monello, non si fanno certe cose!”La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.“Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”Un cenno di assenso.Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.“Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”“No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.Pareva proprio che si vergognasse:“È stata mia sorella io non volevo…”Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.“Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:“Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”“Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.“Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”“Ci racconti un po’ di lei.”Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.“Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.“Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:“Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.“Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”“Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:“A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”“Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.“Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”“Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le sue gambe toccandogli il  ciccio, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.“Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”“Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”“Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre.Un invito delle sorelle: “dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     

     

  • 06 novembre alle ore 8:38
    La Fiabastrocca del lupo Gaspare

    Come comincia: “Ecco, ecco  è  già  Gran Festa!”
    “Ci si prepara in tutta fretta! Il 31 ottobre è arrivato!” si lustra le ali il pipistrello, che ha di gran moda il suo  bel mantello.
    “Presto! Presto!” fischietta il gatto a richiamare il bel corvo da lassù, pronti a riempier col loro canto la notte di magia. I ragnetti  tutti in fila ben  perfetti, ripetono a ritmo i lor sonetti!
    Ma della serata è lui tutto indaffarato, lo chef pluripremiato: “Per noi tutti Gaspare il lupo, preparerà la sua specialità!”
    Caduto in una tagliola, divenuto spettro troppo giovane, il lupo dagli occhi viola è lui, il cuoco eletto!
    “Per una Notte tutti vicini, tutti uniti dal cielo alla terra insieme in un sol canto, spettri, umani e animali!” s’alza l’ode alla luna, che dietro l’altura già freme ad aprir le danze.
    “Voglio preparare noci ricoperte di miele fresco colto dal fiore!” pensa il cuoco “Per questa Festa è l’ideale” frulla i baffi ed i pensieri.
    “Ottima idea!” scodinzola al suo fianco la bella Betsabea, lupa dagli occhi d’ambra “Prepariamo insieme il bel Dolce!”
    E sotto l’albero di noce raccogliendo dal suolo i buoni frutti, i due insieme, il ramo scuotono all’occorrenza “Spero bastino per tutti!” s’affanna lo chef  blasonato, guardando la compagna, attorniati di zucche al lor interno illuminate a fargli luce fra le tenebre “Bisogna far presto! Ce ne vogliono tante! La Festa è lunga e ricca d’invitati!” gherigli e gusci, gusci e gherigli a romper con le zanne s’alternano instancabili, destreggiandosi, confezionando i due lupi prelibate squisitezze, inzuppandoli nel miele fresco.
    E allo scoccar della mezzanotte fra gli applausi festanti, nel bel mezzo dell’oro fuso di miele denso, ecco la gran Sorpresa: Rosso Rubino il Re Melograno.
    “Auguri a tutti!!”  recita il lupo la sua poesia d’incanto “Auguroni!” ulula alla luna accanto alla dolce Betsabea, fra le noci croccanti, il suo haiku più bello “Segna già/ un melograno /novembre!”
     
     

  • 05 novembre alle ore 8:58
    BIS IN IDEM

    Come comincia: La chiesa era piena di colleghi di banca e di amici, Jolanda F. aveva fatto il pieno di emozioni con la morte del padre Antonino dopo mesi di cure per il carcinoma che gli portava dolori che Jol. cercava di attenuare con iniezioni di morfina; ora era stanca e senza forze e sinceramente le davano fastidio le condoglianze, gli abbracci, le strette di mano, non vedeva l’ora che la messa finisse e finalmente il prete diede fine alla cerimonia col classico ‘dominus vobiscum, ite missa est’. Con la sua vecchia Fiat 500 seguì il carro funebre sino al cimitero di Pace di Messina dove il feretro fu tumulato nella tomba di famiglia. Il direttore della banca Unicredit di piazza Cairoli, dove era impiegata, le aveva concesso una settimana di ferie che Jol. passò nella maggiore parte del tempo rinchiusa in casa in viale dei Tigli  sinché una mattina la portiera Francesca che alcuni inquilini, per sfottò chiamavano Checca, le bussò alla porta. “Signorina mi scusi per l’intromissione ma ora basta, ha accudito per mesi suo padre ma lei deve riprendere a vivere. Per intanto vada dal parrucchiere, anche per svagarsi.” Il titolare Antonio, conoscendo da anni Jol., evitò di porgerle le condoglianze. Per rompere il ghiaccio: “È troppo tempo che non cura la capigliatura, i capelli son troppi lunghi e pieni di doppie punte, vorrei…” “Faccia lei, mi fido.” Uscì dal salone completamente ‘rinnovata’ anche nello spirito, incontrò un’amica che la prese sotto braccio e “Andiamo al bar, ti offro un aperitivo.” Maddalena, il nome della signora notoriamente loquace ed anche invadente, infatti: “È ora che ti trovi un bel maschione!” A casa, ultimo giorno di vacanza, Jol. rifletté, se voleva ricominciare a vivere doveva riprendere i contatti e dire che in banca non le erano mancate le occasioni. A piazza Cairoli posteggiò la 500 dietro una Citroen DS targata francese, le ultime due cifre dell’auto erano il numero 75, se non ricordava male era di Parigi. Jol. aveva ripreso il suo bel sorriso e si sentiva anche di spirito. Aveva visto scendere dalla Citroen il signore di bell’aspetto che si era presentato davanti al suo sportello. Ricordando un po’ di francese imparato a scuola: “Bonjour, monsieur, que puis-je faire pour vous?” “Enfin una signora molto bella che parla la mia lingua! Mi chiamo Albert M., sono qui a Messina dove ho  inaugurato a Tremestieri un mio magazzino di elettrodomestici, ne ho altri in Francia, in Spagna, in Inghilterra e in America quello che preferisco è questo italiano forse perché in Italia ci sono belle ragazze…” “Se ha finito di farmi i complimenti…” “Devo cambiare mille dollari americani in €uro.” Jolanda si recò in una stanza interna dove c’era una cassaforte e ritornò con il corrispettivo in €uro che posò sul bancone. “Io in Italie apprezzo anche la cucina che ne dice di desinare, si dice così, insieme?” “Rien à faire monsieur, je suis au regime.” Jolanda si stava divertendo a prendere in giro il francese parlando nella sua lingua. “Non mi sembra che lei abbia bisogno di una dieta, ha tutte le sue belle cosine al loro posto! Sera pour une autre fois, au revoir madame.” “Mademoiselle!” Jol. rincorse il bel francese che aveva ‘dimenticato’ il suo denaro sul bancone:”votre argent, monsieur!” Jol.aveva una fame indiavolata (ammesso che tale aggettivo sia consono alla fame) e si recò in un  ristorante in via Risorgimento. Alfredo, il capo cameriere: “Benvenuta non ti vedo da un secolo!” È deceduto mio padre, ora mi vedrai più spesso, sono rientrata al lavoro.” Sorpresa sorpresa, nel locale si era appalesato Albert il francese, evidentemente aveva seguito Jol., non si dava per vinto! “Scusi signore ma per ora non ho tavoli liberi, forse fra un’ora…” Albert con mossa repentina mise  nella tasca della giacca di Alfredo un centone. “Una cortesia, che ne dice di chiedere a quella gentile signorina se mi accetta nel suo tavolo?” Cento €uro non è una mancia di tutti i gironi, Alfredo si avvicinò al tavolo di Jol. e le rappresentò la situazione. Jol. voleva fare la dura ma non ci riuscì ed esplose in una forte risata che fece girare molti avventori. “Alfredo mollalo qui questo signore ma, se puoi, portagli cibi avvelenati così finisce di rompere.” Anche Albert aveva una fame da lupo e i due si fecero  concorrenza a chi mangiava di più. Il pranzo finì con un eccellente Ananas ed un amaro dell’Etna (Alfredo era catanese). Usciti dal locale con un inchino da parte di Alfredo (ti credo cento €uro di mancia quando mai li avrebbe più rivisti!) Albert girò intorno alla 500 di Jol. “Mi sembra un’auto da museo ma è ben tenuta, ‘parva sed apta mihi’ direbbero i latini. Non si meravigli, io oltre alla mia lingua e l’italiano ho studiato inglese, spagnolo ed anche latino che amo particolarmente: Catullo, Cicerone, Plinio il vecchio ed il giovane..”Mi scusi mi sono fatto trascinare, non vorrei sembrare presuntuoso le chiedo scusa. A proposito (a proposito di che pensò Jol.) vuol provare la mia Citroen DS, l’ho acquistata di recente, è una favola!” Jol. non si riconosceva più, in passato mai avrebbe accettato un invito di quel genere, ora si trovava seduta al posto di guida di una fiammante auto francese con tanti nuovi ritrovati meccanici. Col telefono incorporato nel cruscotto chiamò il direttore della sua banca chiedendo la concessione di mezza giornata libera, fu accontentata. Altra situazione per lei inspiegabile, si stava dirigendo verso casa sua, arrivò, posteggiò nel cortile al suo posto macchina, scese, aprì il portone e la porta di casa, sembrava ipnotizzata…”Bellissimo panorama, quella dovrebbe essere la costa calabrese, non sono pratico dei luoghi”. Appoggiati alla ringhiera del balcone anteriore di colpo Jol. si trovò le labbra di Albert incollate sulle sue, il bello fu che non reagì anzi partecipò attivamente…Bacio finito i due si sedettero sul divano, ogni frase sarebbe stata inadeguata e quindi prevalse il silenzio sin quando Albert si allungò sul divano e pose la sua testa sulle gambe della baby. Jol. recuperò la realtà: “È ora che vai, tua moglie ti starà cercando.” “Ma belle amie sono felicemente scapolo, non posso andarmene con la mia auto, domattina non potresti andare in ufficio, la tua carriola…” Jol: riprese il suo spirito: “Non parlare male della mia 500!”Allora mangiamo qualcosa qui a casa tua e domattina…non ti preoccupare dormirò sul sofà e…farò il buono.” Gli avvenimenti sembravano procedere come previsto da Alberto solo che Jol. non riusciva a dormire, si rigirava nel lettone sin quando scese dal letto e si catapultò sul divano vicino al fustone che, intontito dal sonno ma non tanto da rimanere impassibile, sfoderò un cosone di cui Jol. restò affascinata sin quando lo stesso cominciò una lenta ma sicura marcia all’interno della sua cosina che più tale non  era più. Albert rimase un bel po’ di tempo nel caldo ‘giaciglio’ e ci lasciò la sua impronta liquida. Jol. aveva goduto varie volte e solo in ultimo. “Mi hai goduto dentro!” “Nessuna preoccupazione mi son fatto chiudere le tube” e ricominciò il tran tran sin quando Jol::”Basta non ne posso più.” Svegli nel lettone della baby (ma come c’erano arrivati?) alle dieci. Doccia, colazione e poi l’ospite col suo telefonino prese a fotografare tutta l’abitazione. “Vuoi un ricordo di casa mia?” “No, col tuo permesso cambierò tutto il mobilio, qualcosa di più moderno, je me ne intendo, posseggo anche negozi di arredamento.” Vacanza obbligatoria dall’ufficio da parte di Jol. la quale due mattine dopo vide arrivare in cortile un camion da cui tre operai cominciarono a scaricare mobili di tutti i generi compresi quelli di cucina e del bagno, una vasca favolosa, una Jacuzzi! Jol. nei giorni seguenti visse in una nuvola come nei fumetti, anche le pareti furono pitturate, la sua abitazione era irriconoscibile ovviamente nel senso di miglioramento. La notte? La notte grandi battaglie dalle quali Jol. ne usciva con le ossa rotte o meglio talmente distrutta sessualmente da non ricordare nulla di simile, in passato aveva avuto qualche avventura ma mai di questa intensità. Albert per il suo lavoro cominciò a viaggiare un po’ in tutto il mondo, non le faceva mancare telefonate affettuose, si diceva innamorato e  Jolanda a sua volta lo sentiva dentro di sé,  non solo materialmente. ‘Les affaires sont les affaires’, un detto francese; Alberto non poté ritornare a  Messina per molto tempo. Francesca la portiera, come tutti i portieri non si faceva i fatti suoi: “Signorina, i giorni passano e le donne invecchiano, ricorda la canzone, non può aspettare per sempre il suo principe azzurro!” La famosa pulce nell’orecchio, anche i bei ricordi con tempo sfumano, Jol. ricordò quella famosa poesia imparata a scuola: “Passa un giorno, passa l’altro più non torna il prode Anselmo…la sua donna le diede un sacro pegno.” Jol. non aveva ricevuto nessun sacro pegno e pian piano la bella figura dal suo amante le tornava in mente, come naturale,  più sfumata. Quello che poteva avvenire, avvenne: l’ultimo dell’anno fu invitata dalla padrona dell’appartamento sopra il suo: “Non vogliamo essere invadenti ma dato che è sola a me ed a mio marito farebbe piacere la sua presenza.” Jolanda aveva ricevuto in dono da Albert una vestito da sera rosa favoloso che lasciava in parte scoperti sia il suo bel seno che la schiena sino …in basso. Naturalmente Jol. attirò l’attenzione dei maschietti ma solo gli scapoli si permisero di invitarla a ballare, le mogli a forza di occhiatacce, avevano messo la ‘museruola’ ai rispettivi mariti! Ormai più matura rispetto al passato, Jol. passò in rassegna i vari pretendenti e, come compagnia serale, scelse quello che ritenne  più adatto, bel giovane ma non ‘sun of the beach’ (avrete capito!). “Io sono Jolanda F., lei?” “Roberto M.” Una gran risata da parte della baby che si scusò affermando che si trattava di un fatto personale. Ci mancava poco che il nuovo arrivato avesse lo stesso nome del precedente! Roberto era il rampollo di una famiglia agiata e molto seria. Jol. volle rendersi conto dell’ambiente del suo ormai fidanzato per evitare gaffes, niente di peggio dei puritani e così alla prima presentazione si acconciò con un vestito che la copriva dal collo ai piedi. Fu ben giudicata dalla futura suocera Giuditta V. ed anche dal relativo marito Alonso R., forse di origine spagnola, che però la squadrò con ‘ojo astuto.’ I due fidanzati raramente si potevano vedere per i relativi impegni di lavoro; Roberto, notaio, era impiegato in uno studio. I loro rapporti erano sporadici, anche quelli fisici si limitavano a quelli manuali o, al massimo, orali. Un giorno rimasta sola col suocero, quel porcellone di origine spagnola provò a fare il ‘viejo cerdo’ ,e  minacciato da Jol., non ci provò mai più. Roberto era proprietario di una bellissima Alfa Romeo Giulia quadrifoglio verde di color rosso che talvolta Jol. guidava in autostrada in maniera troppo ‘disinvolta’con la ‘strizza’ da parte del fidanzato. Jol. ritenne opportuno parlare di rapporti intimi confessando di non essere più vergine per la relazione, da giovanissima, con un compagno di scuola. Roberto non la prese bene perché in famiglia gli avevano inculcato l’idea che la verginità della futura moglie era importante ma, innamorato, accettò la situazione e prese ad avere qualche rapporto col preservativo ma Jol. provava sessualmente ben poco per l’inesperienza di Roberto e lei non aveva alcuna voglia di ‘scafarlo’ per non essere mal giudicata. ‘Passa un giorno,passa l’altro…il ritorno del prode Anselmo’. Un giorno Albert si presentò in banca tutto baldanzoso ma, preso da parte da Jol., fu messo al corrente della sua situazione sentimentale. “Ti aspetto al ristorante.” La mancia di cento €uro fece sempre piacere ad Alfredo che procurò ai due un tavolo in una stanza riservata. Conversazione azzerata, ambedue facce scure, Albert sempre innamorato avrebbe voluto a questo punto portare con sé Jol. ma lei non intendeva girare il mondo, era di natura stanziale e quindi…per non parlare del fatto che la madre di Roberto, donna dura ed invadente, aveva già fissato la data delle nozze e relativo contorno di addobbi della chiesa, invitati  duecento  ospiti, bomboniere insomma tutto preparato senza chiedere il permesso ai due nubendi con gran piacere di Roberto ma non di Jolanda la quale, seguendo il detto latino ‘mulieres plus virorum callidae sunt’ pensò qualcosa di rivoluzionario: far conoscere fra di loro di due fidanzati! Per telefono ne parlò a Roberto che rimase totalmente ammutolito e poi di persona al ristorante ad Alberto che ovviamente rimase basito. La baby si prese una settimana di ferie, sdraiata sul letto con vicino il telefono in attesa…Dopo tre giorni: “Voglio incontrare questo…questa persona, mi sento distrutto,  cercheremo una soluzione.” Roberto stava piangendo. Alberto, invece,  dopo l’ovvio smarrimento iniziale, recuperato il suo senso dello humor,  decise di proporre un incontro a tre in campo neutro, ma dove? Taormina perla del Mediterraneo, locale: ‘Septimo’ scelta effettuata da Alberto che per primo giunse nel posteggio con la sua Citroen DS ed anche primo nel locale per prenotare una saletta riservata con la solita generosa mancia al cameriere. Roberto e Jolanda con la Giulia arrivarono mezz’ora dopo, nessuno dei due aveva parlato durante il tragitto, ne avrebbero avute di cose da dirsi più tardi. All’arrivo nel locale fredda stretta di mano fra i due pretendenti, ordine al cameriere di spumante millesimato (Roberto era un nazionalista, niente champagne) poi prese in mano la situazione Alberto. “Io non sono per le discussioni lunghe ed inutili, c’è evidentemente un problema fra di noi tre, soluzioni: Jolanda sposa Roberto, Jolanda sposa me, Jolanda sta con tutti e due.” Il viso dell’interessata era estremamente pensieroso, non  si pronunziò subito ma:”Ballerò singolarmente con voi due, dopo un colloquio vi comunicherò la mia decisione.” A mezzanotte il grande orologio della sala scandì le ore. “Era già l’ora che volge il desio e ai navicanti  ‘intenerisce il  core, anche in Francia conosciamo Dante.” Così esordì Alberto ed i due quasi omonimi guardarono in viso Jol. che: “Anche se può sembrare fuori dell’ordinario sono innamorata di ambedue e quindi la mia decisione è quella di sposare Roberto ma avere rapporti anche con Alberto, chi di voi due non ci sta è fuori gioco.” (Furbissima la baby, pensava  di prendere due piccioni…) Dopo un attimo di riflessione i due maschietti si strinsero la mano, patto concluso. Al fine di evitare spiacevoli pettegolezzi Alberto acquistò ad un prezzo folle (il proprietario non voleva mollarlo)l’appartamento vicino a quello di Jol. e poi fece abbattere una parete divideva ch le due abitazioni al fine di evitare pettegolezzi da parte dei vari proprietari e soprattutto della simpaticona ma  chiacchierona portiera Francesca. Figurati se la suocera Giuditta non si interessava del vestito della sposa! Dovette però ingoiare la scelta di Jol. che  lo pretese di color rosa anziché bianco! Era il 26 giugno, la casa del Signore intestata a San Gabriele sulla circonvallazione di Messina era addobbata  in maniera superba, sembrava un giardino, lo spiazzale dinanzi alla chiesa era quasi esaurito da macchine la maggior parte di grossa cilindrata, solo dinanzi al portale c’era lo spazio per due auto, quella della sposa la Giulia rossa e quella del testimone, Alberto che brillava per la sua assenza. In casi analoghi di solito era la sposa che si faceva attendere ma stavolta  era accaduto il contrario con ansia da parte soprattutto di Jol. la quale preferì rifugiarsi in sacrestia invano consolata dalla suocera: “Un testimone lo troviamo non ti preoccupare!” ma Jol. voleva quella scelto da lei. Passò ancora un quarto d’ora sin quando spuntò un Alberto trafelato: “Ho bucato una gomma…”  Grande applauso dei presenti all’ingresso di Jol. al braccio di un Alberto sorridente anche se con mani sporche di grasso. Alberto consegnò la futura sposa a Roberto in attesa dinanzi all’inginocchiatoio. Festeggiamenti con ballo al ’Giardino di Giano’ sul lago di Ganzirri con Alberto che faceva il farfallone con deliziose fanciulle invitate dalla sposa la quale: “Smettila di fare l’imbecille altrimenti al primo incontro ti chiudo le…gli occhi nel cassetto!” Strana la vita, La gelosia non ‘albergava’ fra i due mariti ma nella  bi-consorte!
     
     

  • 04 novembre alle ore 19:32
    Non hai niente da fare?

    Come comincia: giulfiurio landri
    Fri, Aug 23, 10:13 PM
    to liliana landri

    Ma non hai proprio niente da fare?
    Ma non avresti dei figli da crescere?

    liliana landri
    Sat, Aug 24, 8:37 AM (3 days ago)
    to doc, giulfurio

    Noi persone ipersensibili siamo iperefficienti mentali.

    Per quanto riguarda i figli da crescere fatti i 'beep' tuoi.

    I miei bambini ti hanno già inquadrato.

    Speriamo che si riprendano dal danno di avere delle 'beep' di parenti come voi.

    I miei bambini faranno quello che vorranno fottendose altamente del vostro giudizio e dei vostri pettegolezzi maligni. Anche i xxxxxxx se vorranno, tanto ce ne sono già tanti nella famiglia Landri, anche se dietro la maschera del perbenismo e dell'ipocrisia.

    A proposito, chiacchiere, il vostro stare sempre a giudicare ed a spettegolare malignamente, la vostra (ed ad un certo punto la mia apparente) anaffettività sono quello che hanno ucciso mio fratello e me.

    Metto il dottore in Cc, anche se lo metterò in imbarazzo, per mettere le carte in tavola una volta per sempre.
    Il signor Giulfurio se ne è andato per costruirsi la sua vita.
    Ed è giusto così.
    Ma se ne è anche andato per non subire i giudizi e le chiacchiere del paese.
    E, pensai, per non essere soffocato da mia madre.

    Eppure è stato capace di distruggere le nostre vite con le sue visite sporadiche (ed interessate da quando la moglie ha apprezzato la possibilità di fare le vacanze al mare).
    Ed i miei genitori si sono lasciati suggestionare dal suo atteggiamento impositivo e dal suo essere il primogenito. Maschio per giunta.

    Quindici anni fa mio padre si salvò perché ringraziando il cielo Giulfurio non mosse il 'beep' dalla sedia del suo ufficio.
    E pure quando arrivò, di sabato, fu capace di annientarmi.
    Cinque anni fa mi decisi per la prima volta ad andare da uno psicologo.
    I miei racconti partivano sempre da quello che Giulfurio fece in quel fine settimana.
    Io non sapevo se mio padre si sarebbe salvato facendolo trasferire da Eboli a Battipaglia. Non sapevo nemmeno quale delle due diagnosi (quella dei chirurghi di Eburum o quella del primario di chirurgia di Baptipalla) fosse quella corretta. Però mi assunsi le mie responsabilità e optai per quello che mi sembrò il meno peggio.
    Ero convinta che mio padre sarebbe morto sotto i ferri se quelli gli avessero tagliato l'addome per levargli il duodeno.

    Un anno dopo invece Giulfurio era qui. Era il ponte del 2 giugno. Era bel tempo ed era qui per farsi i bagni.
    E si impicciò nei fatti di nostro fratello solo per farsi bello.
    Ed io cedetti e lasciai che quella carogna che avevo affianco ed i nostri ormai anziani genitori gli permettessero di impicciarsi.

    Non so se mio fratello fosse stato seguito dalla dottoressa (che, mi riferirono in seguito, Giulfurio chiamò [parola che assomiglia a sbronza] per telefono) che mi era piaciuta per come aveva gestito una crisi, come sarebbero andate le cose.
    Per me era il meno peggio.
    Aveva affrontato quel marcantonio di mio fratello, lei minuta, solo con il potere della parola, della logica.
    La stessa logica che dopo dieci anni di persecuzioni John Nash, premio Nobel per l'economia, usò per gestire da solo la propria malattia. Se di malattia vogliamo parlare. E John Nash è morto a 83 anni in un incidente d'auto, mi sembra con la moglie.

    Quindici giorni prima due dottori, uomini, si erano spicciati con una iniezione.

    Buona giornata a tutti
    Liliana Landri

  • 01 novembre alle ore 16:16
    Quella notte di un giorno da cani

    Come comincia:                                                          Sino a che avrai una pistola fra le mani
                                                             pronunzierai parole di fuoco
                                                             tu uomo; ed emetterai gelide sentenze:
                                                             infine, spietatamente ucciderai!

     Ricordo quel maledetto e drammatico 8 dicembre del 1980 (quì da noi, a San Isidro, piovve a dirotto sino al tramonto) con notevole sgomento e, soprattutto, come se fosse vicinissimo nel tempo, come se fosse oggi (purtroppo, però, quando esso fa breccia - abbastanza spesso, direi - nella mia memoria, o meglio ritorna a galla, ed impietosamente, mi rendo conto che sono passati ben trentaquattro anni da allora: quasi una vita intera!). Ho ben impresse nella mente, nitide e...chiarissime, le immagini e le parole inerenti il fatto (ovvero il misfatto!) diffusi dai notiziari televisivi della CBS e della NBC a tarda notte e poi l'annuncio impietoso seppur stringato, quasi scarno direi, della morte del cantante (dato in contemporanea tanto sulla costa est, quanto su quella ovest e nel mondo intero, suppongo), come pure le struggenti immagini delle veglie spontanee, illuminate da migliaia di candele, createsi subito dopo in Central Park, a New York, in Jackson Park, a Chicago e in Lincoln Park, a San Francisco. John Lennon quel giorno, quella sera, quella notte di un giorno da cani fu ucciso ben due volte no una soltanto: la prima lo fu materialmente per mano - e con la sua 7,65 Stratton - di uno squilibrato (tale Mark David Chapman), stravolto dall'idea che l'ex Beatles avesse infranto i suoi ideali e sogni giovanili (e dire che egli stesso era stato accanito fan della band di Liverpool!); la seconda, invece, lo fu moralmente, per colpa di leggi inique ed assurde che nel nostro Paese, sin dalla "notte dei tempi", armano impunemente ed irresponsabilmente la mano di chiunque lo voglia (così sarà, infatti, di lì a qualche mese dal fatto tragico di cui si parla, per quella di John Hinckley, attentatore sfortunato di Ronald Reagan), mentre, d'altro canto non permettono ad un diciassettenne di bersi una birra o un drink! Al proposito voglio dirvi, miei cari amici/lettori, che qualche tempo prima che cominciassi a scrivere questo mio libro/racconto di strampalate memorie e altrettanto strampalati pensieri e/o impressions, mi capitò casualmente di sfogliare e leggere (chiedo scusa per l'involontario susseguirsi di assonanti termini propinatovi in questo frangente!) - a mia volta - un vecchio opuscolo ma molto importante, a quanto pare, che casualmente avevo ritrovato, facendo pulizia nello scantinato di casa, in alcune polverose scatole, dov'esso giaceva inerme - chissà da quanto tempo - insieme ad inutili cianfrusaglie ormai in disuso: era l'edizione 1967 dell' American Annual Facts&Feats, una guida preziosissima (penso che molti americani, compreso chi scrive, senza di essa giammai conoscerebbero tanti avvenimenti e fatti verificatisi nel proprio paese, anche nella nostra società pluriinternettizzata e digitalizzata) che sin dal lontano 1919 la casa editrice Mc Millan di New York pubblica con minuzia di particolari, dovizia estrema e passionevolmente;...e ciò che lessi, ritengo sia abbastanza pertinente con l'assassinio e la morte di Lennon, per cui di seguito lo riporto testualmente:
    AUSTIN (TEXAS) - Oggi, alle 11,40 a. m., un giovane di ventiquattro anni, John Talbot, studente di architettura, armato di due fucili da caccia e di una carabina di precisione con mirino telescopico, appostato al ventiseiesimo piano di un edificio dell'Università di Austin, ha ucciso tredici persone e ne ha ferito trentuno: prima di recarsi all'università aveva ucciso la moglie e la madre. Congedato un anno fa dal corpo dei marines dopo sei anni di servizio, Talbot soffriva di un tumore al cervello. Questo grave fatto di sangue viene ad aggiungersi ai molti delitti (circa cinquemila) che si perpetrano ogni anno nel nostro Paese con armi da fuoco. Come si sa, negli Stati Uniti è molto facile procurarsi armi (basti pensare che Lee Oswald si fece spedire il fucile addirittura per posta: un po'come potrebbe essere se un tale di nome Robert Foster lo acquistasse - oggidì - su Amazon e gli arrivasse a casa dopo due giorni!) e il Secondo Emendamento della nostra Costituzione espressamente sancisce che "il diritto del popolo americano a portare armi non deve essere violato". (notizia estratta dal The Daily Texan dell'1 agosto 1966). E'proprio il caso di dire che "il lupo (l'America) perde il pelo ma non il vizio" (l'uso improprio delle armi da sparo"). Lennon, al momento della sua uccisione viveva a New York, dove si era trasferito dall'Inghilterra nel 1971, con la consorte Yoko Ono ed il figlio Sean, nato nel 1975 dopo la riconciliazione della coppia. Conobbe - e sposò - l'artista nipponica nel 1969, quando, cioè, era ancora insieme ai Beatles (in prime nozze aveva precedentemente sposato Cynthia Palmer, da cui ebbe il primogenito Julian): ciò divenne uno dei punti d'attrito, insanabili purtroppo, insieme alla incipiente e galoppante incompatibilità artistico-caratteriale con Paul Mc Cartney (ma probabilmente fu l'unico, a detta della stampa) che causò la "morte" del gruppo inglese. Il periodo "post-Beatles", però, fu ricco di contrasti nella vicenda umana di Lennon: certamente un insieme ed un' alternanza di gioie e dolori, di luci e di ombre! Dal punto di vista sentimentale l'unione con Yoko toccò dapprima il punto più alto (quando i due facevano tutto insieme, senza staccarsi mai l'un dall'altro, come fossero due gattini siamesi in amore, nella vita come in musica) e poi quello più basso (quando i due, nel 1974, si separarono salvo poi riappacificarsi e tornare nuovamente insieme, l'anno dopo). Egualmente dal punto di vista artistico e musicale Lennon raggiunse livelli eccelsi con alcuni albums ("John Lennon/Plastic Ono Band", "Imagine", "Rock' n' roll"), e mediocri invece con altri ("Mind Games", "Walls And Bridges", lavori del periodo "post-Ono", ossia del biennio 1973-74); è da dire che in quel periodo, tra le altre cose, Lennon scrisse poesie (notevoli sono tanto l'ode alla madre e "Remember Liverpool", quanto "My great love", dedicato alla musica), dipinse quadri e tradusse in spagnolo e indiano (la lingua imparata durante il suo lungo soggiorno nel paese asiatico trascorso insieme agli altri "scarafaggi") diversi classici della letteratura americana e britannica, tra cui Blake, Fitzgerald e Twain. Nel nostro paese, inoltre, il cantante dovette affrontare una lunga e snervante sequela - durata ben cinque anni - di battaglie legali col governo, con l'FBI e con il Dipartimento dell'immigrazione per ottenere il permesso di soggiorno (e fortuna, aggiungerei, che non dovette essere costretto  a "soggiornare" in uno di quei famigerati centri di detenzione-lager, oggi disseminati su tutto il territorio degli States così come in gran parte delle nazioni cosiddette civili...ma all'epoca i suddetti eran ben lontani dal sorgere!). Tutta la vicenda - ed ancora aggiungerei fortunatamente - si risolse nel 1975, in modo alquanto positiva per il cantante inglese. Fu proprio in uno di questi centri, lurido, puzzolente e malsano (per la precisione nel "42° braccio" del Queens, a New York), che oggi sono più che mai in  uso nel nostro paese dopo le vicende dell' 11 settembre (dove, tanto per intenderci, i cittadini stranieri attendono generalmente il rimpatrio obbligato, e dove ci si può trovare rinchiusi forzatamente e senza tanti complimenti: a volte anche senza saperne il perché o senza un motivo ben preciso!), che il mio amico siriano Tarik Aziz, un percussionista con i fiocchi di ventisette anni, giunto in America alcuni mesi prima insieme alla madre Hamin, fu rinchiuso per otto lunghi mesi prima di essere rispedito a casa. Era stato bloccato nella fermata della metropolitana di Greenwich Park da alcuni agenti in borghese della polizia newyorkese per un futile motivo: aveva scavalcato il cancello della cassa, così per gioco come tante volte lo si fà, pur avendo vidimato il biglietto...e così, per gioco si era ritrovato immerso in un mucchio di guai, in uno stato e in una situazione di assoluto "non ritorno"! Non ritengo sia giusto, anzi, non è giusto per niente che un mucchio di brava - e buona - gente, rea soltanto di essere in cerca di un futuro migliore per sé e la propria famiglia, debba lasciare il nostro paese mentre un altro mucchio di emeriti figli di cagna (senza offesa per i soggetti a quattro zampe di sesso femminile!) e di troia (senza offesa per le squillo, o escort che dir si voglia le quali, sebbene lo facciano dietro compenso,sono pur sempre, a modo loro, dispensatrici di felicità e...piacere istantanei!) faccia il bello ed il cattivo tempo nonché il proprio porco comodo nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre vie, nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici, nella nostra politica, nelle nostre vite, e nel nostro tutto: abbiamo forse dimenticato di essere (stati) la Patria della più giovane e giusta democrazia del mondo? Di essere (stata) la Patria delle grandi opportunità per tutti? Credo proprio di sì...purtroppo!  (E questo lo avevano capito, fra gli altri e oltre quaranta anni fa, i Jefferson Airplane, o Starship, o...poco importa: maledetti lucidi profeti delle sette note;...son soltanto fottute divagazioni musicali, quindi lasciate perdere!).

    Quando ero piccola ero solita stare
    con la mano sul cuore,
    e avrei voluto cantarti
    che tu eri mio figlio e mio amante,
    mio padre e mio fratello.
    Io credevo in te.
    Era così facile allora,
    era davvero così facile!
    Ma dove sei finita adesso?
    Sembra come se tu non possa più ascoltarmi,
    non più,
    può darsi che stia diventando
    troppo vecchia
    Ma ti ricordi 201 anni fa,
    quando eri giovane?
    Come sei diventata forte,
    promettendoti ad ognuno
    come dolce dispensatrice di libertà.
    Ora tu sai esattamente chi sono io.
    Mi sembra di dirtelo in continuazione.
    Dimmi allora tu la verità
    su di te:
    la tua vita dovrebbe essere tanto chiara 
    quanto la mia.
    Ci sono dei ragazzi che stanno morendo per te,
    e questo non mi suona come "libertà".
    Tu continui a mentire sul perché loro muoiano,
    quando invece dovrebbero essere stati generati nella libertà.
    Mostrati, mostrati a me.
    Tu sei quella che mi disse, ricordi?
    che io ero nata per essere libera.
    Apri tutte le tue porte: io voglio vedere
    tutte le tue porte e tutte le tue chiavi,
    voglio vederti e sentirti.
    Oh, sì, tutte le tue 88 chiavi,
    dammele.
    Mostra te stessa, mostrati a me.
    Io voglio vedere le stelle e le strisce
    che possano far urlare quelle corde.
    Mostrati, mostrati a me.
    Esponi te stessa: io voglio vedere la tua faccia.
    Vieni e dammela.
    Mostra te stessa,mostrati a me.
    Sei forse la RCA, la Standard Oil
    o la ATT? Voglio vedere.
    Dammi la tua faccia se ne hai una.
    Voglio vedere, vieni e mostra te stessa.
    Chi manovra tutto questo? Chi guida questo paese?
    Mostrami, mostrati, dammelo.
    Voglio che tu sappia che io voglio vedere,
    chi guida tutto ciò, chi lo fa girare?
    Mostrami, mostrami, mostrami la tua faccia.
    ("Mostra te stessa, America", da: Earth, 1978, dei Jefferson Airplane). 

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

  • 28 novembre 2018 alle ore 19:01
    Il Perimetro della Musica, Fusione Temporale

    Come comincia: L’ultimo battito della prima Stella accende il firmamento, forgiando l’oscurità dell’Universo.
    L’ultimo battito della prima Stella in eterno risuona nei nostri cuori, ritmando l’anima.
    Su un oceano avvolto dalla notte, la vita comincia il suo lungo viaggio.
    Un viaggio senza futuro, percorrendo tenebre costellate da piccole speranze lontane miliardi di anni luce.
    Un viaggio ad occhi aperti in un Universo ad occhi chiusi, a velocità tale da fermare il tempo, sfiorando con timore l’invisibile oscurità.
    Ma come la notte, l’oscurità è la strada che porta ad una nuova alba!
    Una forza ignota rallenta il suo cammino e il tempo improvvisamente riparte.
    Sono qui, ti vedo, sei il mio passato, la nostra anima batte nel tuo cuore, sento l’onda dei tuoi sogni inondarmi la mente.
    Tra le mani il nostro tempo, che fonderemo per creare l’eternità.
    Il perimetro della musica si sgretola, libere note ci avvolgono, la fusione temporale ha inizio.
    Una nuova Genesi si manifesta, le mie dita si avvicinano e, trepidando, accarezzano il tuo respiro.
    Sono a pochi secondi dal mio passato, a pochi secondi  dalla nostra unione, a pochi secondi dalla nascita del futuro.
    Madre tempo della vita, nel  grembo Paradiso la sua nuova melodia è sbocciata.
    L’ultimo battito della prima Stella pulsa nel suo cuore.
    L’ultimo battito della prima Stella ha creato una nuova melodia, che risuonerà in eterno nel firmamento!
    Il figlio del tempo riprende il suo viaggio, un viaggio ad occhi chiusi in un Universo ad occhi aperti, a velocità tale da fermare il tempo, sfiorando con timore l’invisibile oscurità.
    Ma come la notte, l’oscurità è la strada che porta ad una nuova alba!

    Fabio Meneghella

  • 28 novembre 2018 alle ore 18:42
    Indietro nel tempo

    Come comincia: Non mi va oggi di parlare di pesca, di mare e di tutto quello che mi suscitano .
    Mi piace invece parlare di tutt'altro e cioè che al mare, mentre pesco, in attesa che la canna dia qualche piccolo segnale d’abboccata, spesso e volentieri vado indietro con la mente con i ricordi della mia giovinezza qui nel mio paese, Melito di Porto Salvo.
    Ricordi che come a tutti rimangono indelebili e che fa sempre piacere parlarne o, come in questo caso, scriverne.
    Ricordo per esempio quelle calde mattine d’estate quando mi alzavo, mi affacciavo e vedevo un lembo di mare dal mio balcone e gustavo il rumore immaginando il ritmo delle onde ed il vento che soffiava su di esse facendomi capire che mare ci fosse stato quel giorno e s’era “mosso” meglio ancora, per noi ragazzi.
    Con il mare “mosso" con gli amici si giocava a farsi trasportare dalle onde; ne s’attendeva l'arrivo e ci si lanciava a siluro nella direzione della spiaggia.
    La gara era "a chi arrivava più lontano" e per farlo esistevano due tipi di nuotatori: quelli che si lanciavano ad ogni onda rischiando anche di fare soli 5 metri beccandosi gli sfottò degli altri e quelli, come me, che studiavano il mare ed attendevano l'onda perfetta che li portasse a riva.
    Con il mare “calmo" invece si stava tutto il tempo in acqua sino a che le mani non ti diventavano come quelle di un anziano, sembrando quasi di aver perso il senso del tatto. Adesso è tutto un po’ cambiato. I ragazzi oggi giocano a carte sotto l'ombrellone o a pallavolo o a calcio sulla sabbia.
    Ricordo con un po' di nostalgia il percorso (400 metri del Corso Garibaldi) che mi portava lì, che mi separavano dal mare ed era un percorso pieno di ricordi.
    Ricordo gli odori di quando percorrevo quella strada, il profumo di caffè che usciva dai bar, l'invariata tiritera del dialetto delle solite persone che ogni giorno incrociavo, il caldo del sole battente sull'asfalto che ad ogni passo aumentava la voglia di tuffarmi in acqua. Adesso il paesello è diventato una cittadina che, con tutte le frazioni, conta circa 16.000 abitanti.
    Spesso, quando fa piuttosto caldo, mi piace pensare di camminare su quella spiaggia quasi tutta di sabbia fine ed avvicinarmi pian piano a quello splendido mare per rinfrescarmi.
    Questi pensieri...questi ricordi mi sovrastano sempre, facendomi godere quell'ultimo tratto di passeggiata che mi portava lì, dove ancora adesso mi sento pieno di vita e che tanto mi piace che la sera quando rientro dalla battuta di pesca, da una spiaggia ormai deserta ed il sole basso sull'acqua, è un tutt'uno con i ricordi, con i suoni ed i profumi del mare ed il ritmo delle sue onde, belle ed increspate.