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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 30 novembre 2020 alle ore 22:12
    Staremo assieme... d'ora in poi!

    Come comincia:  - Christine era una donna ancora molto bella, una persona senza dubbio interessante, attraente e ricca di charme nonostante fosse avanti negli anni ed avesse superato da un po' la crisi di mezza età che invero coglie anche gli uomini quando si accorgono di avere qualche capello grigio di troppo ed inesorabilmente cominciano a far cilecca a letto. Lei, essendo un tipo di carattere, lo aveva fatto con disinvoltura, da sola, senza subire particolari scosse e senza in alcun modo avvertire l'impellente necessità di doversi affliggere o di auto flagellarsi per averlo fatto, né (di) commiserarsi più di tanto. Non aveva neanche avuto bisogno di correre ai ripari, cioé ricorrere alle cure del chirurgo estetico per farsi ritoccare il suo aspetto (come capitava - da tempo - a tante sue amiche e conoscenti: chi a rifarsi le labbra, chi il seno e chi...il culo!) e porre riparo così, seppure in maniera effimera, ai danni che lo scorrere del tempo provoca su ogni donna. Infine, aveva ben pensato di non analizzarsi, in extrema ratio, né di farsi analizzare da qualcun altro (come spesso fanno, uomini e donne in egual modo, a volte senza senno, in certe fasi un po'..."strange" della loro esistenza, prescindendo dall'età anagrafica), e magari ricorrendo pure a sedute sin troppo noiose e costose, a volte inutili e qualche altra anche rischiose: quelle, infatti, possono riservare diverse insidie e spiacevoli soprese e rivelarsi alla fine, tout court, arma a doppio, triplo taglio non poco incerta o inaffidabile. Era successo proprio così, alla fine, alla sua carissima amica Hope la quale, essendo in crisi coniugale oramai da un bel pezzo, aveva ben escogitato d'affidarsi alle cure d'un celebre strego...luminare della psiche di Albany, in upstate New York; e la cosa, purtroppo, ebbe il seguente (illuminante) strascico: la poveretta era sì riuscita a districarsi dai meandri bui e torbidi in cui ristagnava il suo matrimonio, divorziando dal marito, ma in compenso abbracciò una relazione che sovente non vede via d'uscita stagliarsi all'orizzonte: quella con la bottiglia di gin! La donna così - ahilei - entrò nel tunnel della dipendenza e fu costretta a ricorrere alle cure cliniche no per migliorare il suo aspetto ma per disintossicarsi dall'alcol: in sei mesi appena riuscì a farlo anche grazie alle amorevoli attenzioni della giovane nipote, Jessica, con cui ora condivide un grazioso appartamentino con veduta panoramica vicino Central Park. Qualche tempo addietro Christine andò a trovarla (era da un bel po' che non incontrava la vecchia amica); un pomeriggio e prime ore della sera insieme, trascorse in allegria e spensieratezza. Quando si incontrarono, le due si abbracciarono a lungo e poi Christine disse all'amica:
     - Cara, sembri più giovane di me di trent'anni, sai?
     - Certo! - rispose quella. - Ma se tu ne hai ventinove, mi dici come faccio a sembrarlo? Christine, allora, udite queste parole, scoppiò in una risata a dirotto: il rumore del suo ridere era talmente fragoroso che attirò le attenzioni dei vicini e della nipote di Hope, indaffarata in cucina. La ragazza raggiunse le due donne in salotto, dove erano sedute sul divano, una di fianco all'altra, ed esclamò:
     - Cribbio, ma siete tutte matte? Siete riuscite a far abbaiare anche il cane dei Brown (un cocker spaniel molto vecchio, quello dei vicini di Hope e Jessica: è più facile vedere un asino che vola, nell'alto dei cieli, piuttosto che sentirlo abbaiare!). Le due amiche parlarono a lungo, dopo la risata fragorosa di Christine: evidentemente non del tempo atmosferico soltanto...lo fecero di - e su - cose serie e facete. Christine parlò all'altra anche del suo matrimonio, ma non ebbe consiglio alcuno da essa al riguardo: soltanto un'altro caloroso abbraccio ed un timido sorriso quando si lasciarono, oltre a...la promessa di rivedersi presto, magari molto prima di quanto non fosse accaduto adesso. Lungo il tragitto che la condusse a casa, Christine pensò a lei, alla sua vita, dentro di sé. Il matrimonio con Jack (aitante sessantenne ed avvocato di grido nella "grande mela"), iniziato all'incirca due decadi addietro, era oramai giunto a una fase critica, la quale definirla di stanca è forse eufemismo inutile: il cosiddetto punto morto o "punto k", come molti lo definiscono per distinguerlo dal punto d'incontro e dal "punto g". La differenza tra i due punti, quello k e quello g, i quali nel corso della vita di una donna sempre restano equidistanti tra loro, per fortuna (della donna, s'intende!) è questa: il secondo, se stimolato a dovere, procura intenso piacere alle rappresentanti del sesso gentile...non è sempre facile farlo, però (né per l'uomo né, tanto meno per la donna stessa: a entrambi, infatti, sfuggono sovente e volentieri le enormi potenzialità nascoste in quel misterioso e recondito meand...anfratto del corpo femminile!). Oltre quel punto, cioé, oltre i confini stabiliti dalla natura in quel precipuo punto i quali sono ben diversi dai confini e dai limiti geografico-territoriali convenzionalmente stabiliti dagli uomini e da quelli "mentali" che l'essere umano spesso si pone e che tendono a sminuirne - non di poco - la sua naturalezza, il candore suo primordiale finanche la sua ancestralità ingenua, è impossibile poter andare (a meno che...qualche sessuologo di una remota università della terra riuscisse ad asserire il contrario dop'averlo sperimentato di persona sulla propria pel...sul proprio corpo, ovvero sul suo punto g se sia una donna o su quello di un suo simile di genere opposto se trattasi, invece, d'un uomo). Mentre, oltre il punto k, che contraddistingue appunto una fase di stallo in un ménage di qualunque natura e qualsiasi tipo (tra cui, evidentemente, quello classico dato dal matrimonio tra un uomo ed una donna oppure tra due individui dello stesso sesso, che siano uomini o donne poco importa), si potrebbe pure andare: in molti, ad onor del vero, lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno a loro rischio e pericolo perché...ma le conseguenze di un siffatto comportamento quali sono? A niuno è dato sapere quali - e quante - possano essere di volta in volta, perché ogni singolo caso fa storia a sé e perché trattasi di storie di (e tra) esseri umani: il motivo, infatti, è che oltre quel punto (quello k) non vigono leggi specifiche dettate da codici di comportamento, usi, consuetudini e/o abitudini di sorta; oltre...colà vige l'ignoto nel senso vero del termine e l'imponderabilità del destino su cui non è possibile metter bocca (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso del punto g!) od agire. Dopo quel fatidico punto, a nulla serve affidarsi alla stella polare per proseguire a navigare sul mare della vita e orizzontarsi nei suoi meandri; quella stella che tanto cara fu, nel corso della storia della marineria e dei viaggi, ai naviganti...ci vorrebbe, piuttosto, una buona stella (anzi, una stella buona che faccia da paciere, veggente, psicologo e...tuttofare, insomma!). Ora, tra Christine ed il marito non c'era più nulla: neanche la mortale noia a intromettersi nelle loro esistenze che si trascinavano sul binario della monotonia. Quei due si ignoravano da tanto, troppo tempo e l'assurdo della situazione era che non provassero fastidio nel farlo. Lei si dimenava tra una serata di gala all'Astoria o alla Guggenheim Foundation di cui è socia, ed il bridge con le amiche a Chelsea. Il marito invece imperterrito continuava nella sua routine, nonostante tutto, tra una causa milionaria vinta e qualche scappatella con l'amazzone giovane di turno, a cui - immancabilmente - regalava poi un costoso gioiello o offriva la promessa di presentarla a qualche amico regista o direttore d'una casa d'alta moda. Una volta giunta a casa, Christine si svestì in tutta fretta e fece una doccia gelata; poi preparò un drink e si distese sul letto con la luce spenta: trascorse la notte interamente insonne...aveva negli occhi ancora quanto era accaduto alla sua amica ma continuò a riflettere anche su sé stessa. Non sopportava più di vivere quella situazione, non voleva tirare avanti a quel modo: dentro di sé ne era consapevole all'ottava potenza e se ciò fosse successo sarebbe potuta entrare, secondo lei, nel vortice dell'oblio e forse, chissà, giungere alla soglia dell'autodistruzione. Ma non poteva finire così, non lo voleva e...era troppo forte il desiderio di vita in lei! A Christine per nulla interessava il punto k, non voleva oltrepassarlo perché troppo rischiosa quella strada e piena di incognite, ma neanche quello d'incontro col marito per porre fine all'impasse che li attanagliava ed uscire da quella situazione insieme. A dire il vero lei anche aveva tentato, qualche tempo addietro, la carta del "viaggio", - dei viaggi turistici -  come fanno in molte, alla sua età e con i suoi soldi ma dopo...al terzo, al quarto (o al quinto, forse!) decise di dire basta perché la carriera di viaggiatrice impenitente, solitaria ed annoiata, di certo non li si addiceva neanche un pò: s'era resa conto di non essere tagliata per rincorrere un treno in una anonima stazione di provincia, prendere al volo un aereo in uno scalo super affollato né per circumnavigare il globo a bordo di una enorme e chiassosa nave da crociera. Erano cose, quelle, da cui pensò di sentirsi avulsa e a cui mai avrebbe fatto il callo. Lei era abituata ad altro (sempre era stato così nella sua vita, sin da giovane ed almeno all'inizio del matrimonio con Jack)...passione, sesso, sentimento, attrazione reciproca: un turbinio di emozioni ed ogni sfaccettatura dell'amore, insomma; da vivere in maniera intensa, accesa, incalzante...quello che non ti chiede mai nulla e non ti da respiro. Il mattino seguente a quella notte, tanto insolita ma anche importante per lei e per la sua vita, Christine parlò al marito come non faceva da tanto, pronta a non tornare indietro e senza rimpianti di sorta. Quello era appena rientrato da una notte altrettanto sveglia...campale coi suoi amici e colleghi di lavoro. Ma la stette ad ascoltare. La donna fece:
     - Jack, ho deciso!
     - Cosa, cara? - La chiamò ancora una volta con quell'aggettivo, in maniera sarcastica, evidentemente! (in effetti, era da molto che non lo faceva e...quella fu la penultima volta che avvenne).
     - Io mi fermo quì! Siamo giunti al capolinea! - rispose Christine. L'uomo aveva ben capito a cosa alludesse la moglie (non a caso: era un matrimonialista!) e non se lo fece ripetere ancora. Rispose per le rime.
     - Va bene, cara! Domani dirò ad Elsa (era la sua segretaria da dieci anni: sua ex amante, anche!) di preparare il necessario. Vedrai, sarà tutto rapido ed indolore per entrambi! Ascoltate queste parole, Christine lasciò l'appartamento e non vi fece più ritorno, mentre le sue cose li furono spedite tramite un corriere qualche settimana più avanti. Lei non consegnò mai le chiavi di casa al marito (l'appartamento in cui dimoravano era solo di Jack, la donna ne possedeva però uno tutto suo): le gettò, due o tre giorni dopo, nell'East River. Jack, però, fu di parola: preparò una separazione consensuale (i due si rividero solo una volta ancora, nello studio di Jack, a Manhattan, per firmare le carte) e senza colpa perché le differenze inconciliabili tra loro e la perdita di affetto a cui l'unione era giunta furono dovute in egual misura ad entrambi. Anche Christine, da par suo, fu molto conciliante ed accondiscendente visto che non tenne conto degli inciampi...ménage extra-coniugali a cui spesso il marito andava incontro: li considerò come fossero incidenti di percorso che fisiologicamente e per inerzia, quasi, avvengono...strada facendo. Jack presentò istanza al giudice che accolse le richieste in toto, anche quelle relative alla spartizione di beni e proprietà dei due in comune. La donna decise di dare un taglio netto a tutto ciò ch'era sta...col suo passato, per lo meno quello degli ultimi anni di matrimonio; e pensò bene di farlo dandosi alla bella vita: in fondo, per lei sarebbe stata proprio bella e "nuova". Cambiò in breve il suo modo di fare, di porsi e di vestirsi. Per prima cosa prese ad indossare - in luogo dei suoi tailleurs classici e sobri e delle sue camicette e gonne eleganti e firmate - jeans alla moda e pantaloni di pelle attillati, magliette o canottiere aderenti sopra cui portava giacconi di pelle, stivaloni scuri: il tutto condito con collane di varia foggia e dimensioni; eppoi si tinse i capelli facendoli ancor più be...biondo platino di prima, con una venatura ramata ai lati. Quegli abiti indossati e quei capelli così fatti non li stavano affatto male, tutt'altro: se mai, esaltavano ancor più le sue forme da cinquantacinquenne d'assalto, rendendo giustizia al suo bel culo e ai suoi seni ancora sodi e quasi perfetti, come...una ragazzina. Christine non passava di certo inosservata: non lo faceva ora come neanche prima!
     - Sei un tipo che "spacca"! - li diceva sovente il marito. - Lo farai comunque e dovunque, sempre! - Lo sostenevano pure tutti i suoi amici e le sue amiche: aveva ragione Jack e avevano ragione gli altri perché, in fondo, il fascino e la bellezza non lo danno gli abiti indossati, neanche la sensualità ed il sex-appeal del resto. Comprò poi una scintillante spider decappottabile rossa a bordo della quale si spostava la sera e di notte. Prese a frequentare i locali e le discoteche alla moda della città: quelli popolari, quelli vintage e chic, ma anche quelli più versatili, più squinternati e pericolo...malsani. Faceva "conquiste" occasionali e borderline, accalappiava tutto quanto li venisse a tiro, come una mantide bionda: sulla lunghezza d'onda, cioé, della sua fica e del suo culo, a seconda di chi avesse preso; sia uomini che donne, etero e gay, bisex, trans e travestiti, anche drag qualche volta. Si accoppiava sovente e volentieri con qualcuno - e qualcuna - di loro, singolarmente o a coppia: non aveva affatto la puzza sotto il na...al sedere! Sembrava una donna rinata, sprizzava voglia da ogni poro del suo corpo. Una sera, in estate, (era il 28 di luglio, la vigilia del suo compleanno: caldo torrido e afa terribile come spesso accade durante la bella stagione a New York), da "Henrietta Hudson", bar lesbo sulla Hudson Street al West Village, conobbe una ragazza coi capelli castani lunghi legati dietro e gli occhi scuri: indossava una canottiera rosa e una gonna cortissima; era senza reggiseno e non portava mutandine, Cristine lo notò di primo acchito. Aveva una rosa rossa tatuata sull'avambraccio sinistro e una piccola farfalla colorata di giallo e di verde sul polso destro: era davvero molto sexy e sembrava un tipo stravagante e fuori dal comune, anche lei. Le due si incontrarono con lo sguardo e si presero sin da subito, come fossero due calamite vaganti ognuna in cerca del polo di attrazione reciproco. Fu la ragazza a presentarsi, nonostante fosse molto più giovane di Christine. Le si avvicinò e disse:
     - Piacere, sono Pamela!
     - Ciao, Pam! - replicò la donna. Parole semplici ed essenziali, quasi scarne e...dopo alcuni minuti ed un drink ingurgitato all'unisono le due erano a bordo dell'auto di Christine: alla donna era capitato già di abbordare un'altra donna, in quattro e quattr'otto, era però la prima volta che lo faceva con una ventenne e per giunta con un bel culetto proprio come piacevano a lei! Guidò come una forsennata: aveva voglia di quella ragazza e del suo corpo giovane e provocante. In men che non si dica (poco più di dodici, tredici minuti al massimo) le due donne giunsero a casa di Pam, un accogliente quadrilocale ben tenuto sulla quinta avenue, vicino Union Square. La giovane viveva da sola, da un paio di mesi, dopo che la sua amica Lorraine, studentessa di architettura alla Cooper Union, era andata via per maritarsi. Era arrivata a New York due anni avanti dalla località di Metairie, sobborgo di New Orleans, in Louisiana. Lasciò i genitori, lì, volendo tentare l'avventura nella grande e sconfinata metropoli. Non appena giunse a New York, la sera prima del Labor Day, in settembre, conobbe una ragazza creola, Ester, al Bus Terminal sulla 57esima, che li presentò Lorraine. Inizialmente fece la cubista, per un po', in vari locali al Village, poi l'inserviente in un grande condominio ordinario sulla Lincoln Avenue, di fronte ad High Rock Park a Staten Island. Adesso lavora come cameriera, tutte le notti escluso il sabato, da "Julius'", al West Village: guadagna bene, a sufficienza per pagarsi da vivere e potersi divertire in una grande città, caotica e costosa come New York. Appena furono entrate in casa, la ragazza accese la luce nel piccolo corridoio davanti a loro e mise subito a suo agio Christine:
     - Accomodati, dai! - disse gentilmente. - Fa pure come se fosse casa tua! Ma Christine non rispo...non diede tempo a Pamela di dire altro né di fare nulla. Le si avvicinò come un felino, poi li prese il viso con entrambe le mani, lo portò alla sua bocca e cominciò voluttuosamente a baciarla: quella non oppose resistenza, desiderava la stessa cosa in fondo! Le due donne poi si spostarono in camera da letto. Fecero l'amore tutta la notte: con la luce accesa, Pam aveva paura del buio. La mattina dopo Christine si alzò per prima, di buon'ora. Chiese all'altra:
     - Uova con bacon e toast imburrati?
     - Sì, grazie, Chris! - Le rispose sorridendo. L'aveva chiamata a quel modo, la chiamava così come se si conoscessero da una vita. Era bastata una notte d'amore, la prima tra loro, affinché accadesse: il suo Jack non lo aveva fatto mai, in venti anni di vita trascorsi insieme! Christine aveva già deciso, lo aveva fatto dentro di sé un'attimo dopo aver ascoltato quelle parole. Preparò con calma la colazione e la portò alla ragazza che nel frattempo si era seduta sul letto. Le porse il vassoio e poi, dopo averla fissata negli occhi, per un sol momento, disse:
     - Staremo assieme...d'ora in poi! Pamela non replicò, neanche toccò cibo. Si alzò dal letto di scatto e corse nel soggiorno a vestirsi. Prese poi alcuni abiti dal guardaroba, li intrufolò alla rinfusa in una vecchia borsa di canapa blu e si mise sull'attenti davanti all'altra, esclamando:
     - Eccomi, sono pronta! Christine, la quale aveva capito che anche l'altra lo...avesse fatto, da par suo disse:
     - Anch'io, andiamo! Si presero così per mano (Cristine stringeva la mano sinistra dell'altra con la sua mano destra) e di filato si avviarono all'ascensore, dopo che Pam aveva sbattuto la porta di casa in maniera volutamente fragoro...col botto: voleva chiudere, anche lei, col suo passato, darci un taglio (simbolicamente) nonostante che - al contrario di quello dell'altra - esso non fosse stato "nero", però, tinteggiato di fosche tinte; tutt'altro! Quella porta chiusa a quel modo, tuttavia, se la lasciò alle spalle sapendo che non l'avrebbe più riaperta. Dopo trenta, trentacinque secondi appena (l'appartamento di Pam è al terzo piano) l'ascensore toccò terra: quando si aprirono le porte le due, che si tenevano ancora per mano, si avviarono al portone; uscirono poi in strada e si infilarono, come la sera prima era accaduto, nella spider di Christine posteggiata trenta metri più avanti. La donna mise subito in moto e poi disse:
     - Sai, Pam, nessuno lo aveva fatto sino ad oggi!
     - Cosa? - domandò l'altra.
     - Nessuno mi aveva chiamato a quel modo, come hai fatto tu, prima. Sono felice che lo abbia fatto...hai soltanto trent'anni meno di me, in fondo, ma sai già come trattare una donna! Grazie!
     - Di nulla, Chris! - disse nuovamente la ragazza. - Da adesso lo farò sempre, vedrai! - Christine, allora, mentre guidava staccò la mano destra dal manubrio e la pose per un attimo dolcemente su quella sinistra di Pam. Poi la tolse e riprese a guidare, con entrambe le mani: in direzione...era diretta al suo attico favoloso che possiede a Long Island, due passi soltanto da Astoria Park di fronte allo shoreline dell'East River (non disse nulla, però, all'altra: voleva metterla dinanzi al fatto compiuto...una sorpresa gradita, pensò tra sé!). Dopo aver imboccato a tutta bir..velocità la quattordicesima est, Christine svoltò a sinistra sulla Roosevelt Drive che costeggia l'East River: la percorse in pochi minuti sino a che non arrivò all'altezza del Queens Midtown Tunnel; pagò il pedaggio e in breve, dopo aver ancora svoltato alla sua sinistra, si trovò sul Vernon Boulevard che conduce a casa. Altri dieci minuti ancora e...le due erano arrivate. Christine indicò all'altra dove erano dirette: lo fece usando il medio della mano destra (è la che portava ancora la fede nuziale!). Pam le dette un bacio sulla guancia sinistra e poi sussurrò:
     - Andiamo! Le due uscirono dall'auto, dopo che Christine l'aveva posteggiata nei pressi dell'attico. Si presero per mano ed andarono. Sono ancora insieme, ora, dopo due anni da quel giorno. Jack invece ha continuato a vivere come prima; si dedica sempre - dopo il lavoro - al golf, alle riunioni al circolo e alle sue...scappatelle, che hanno smesso di essere extra matrimoniali: ora sono solamente extra! 

    Taranto, 2 dicembre 2020. 
     

  • 28 novembre 2020 alle ore 9:49
    LA NONNA FATALONA

    Come comincia: “Indovina chi sono.” Edoardo, varesino di nascita,  romano di residenza stava per rispondere nel dialetto acquisito:  “ ’Na mignotta!” quando quella voce femminile ribatté: “Non riconosci più tua madre, il clima romano ti ha fatto rimbambire, dovresti ritornare qualche giorno a Varese per sistemarti la  testa!” “Scusa mamma, forse hai ragione, il troppo lavoro…” “Ne riparleremo a voce, è mia intenzione soggiornare nella capitale per qualche giorno ma,  per essere più libera non intendo abitare nella tua villa ma nella dependance.” “Mamma dovrei farla sistemare, è chiusa da tempo.” “Datti da fare quando è a posto telefonarmi sempre che ti ricordi il numero mio che è pure quello di tuo padre!” Edoardo  risiedeva a Roma da vario tempo, suo padre Gabriele a Varese era il titolare di una fabbrica di pellame, lui insieme alla moglie Elettra era il rappresentante per il Lazio ed anche titolare di un grande negozio di scarpe in via Due Macelli. “La venuta di tua madre da noi porterà degli scombussolamenti in famiglia, spero di sbagliarmi!” “Mammina cara quando verrai troverai una reggia,  tu sarai la…” “Lascia stare la monarchia, dì ad Elettra di venirmi a prendere a Fiumicino dopodomani alle quindici, spero che sia puntuale..” Elettra fu puntuale come pure l’aereo che proveniva da Milano. Recuperata la valigia dal tapis roulant Beatrice si diresse verso un’uscita, non riconobbe la nuora appoggiata al parafango di una Honda Jazz. “Mamma sono io!” “Vedo che tu e tuo marito non avete resistito al fascino di una auto giapponese, siate più nazionalisti, ad ogni modo grazie di essere venuta a prendermi, andiamo alla reggia annunciatami da tuo marito.” La nonna mostrò da subito di essere ‘diretta’ nel linguaggio. Durante il tragitto: “Come si chiama stó aggeggio che parla, conosce tutte le strade di Roma.” “È un navigatore satellitare, tutte le macchine moderne ne sono dotate.” Dietro il cancello della villa apparve un  cane piccolo abbaiante alla grande. “Non credo che stò animale morda, è una mezza pug…” “Mamma! È un Chihuahua, un cane da compagnia, si chiama chicco.” “Potevate chiamarlo Dumbo, con quelle orecchie…” “Edoardo ritornò in villa alle diciannove. “Scusa mamma il ritardo ma c’erano tanti clienti.” “Ringrazia la fortuna, di questi tempi …vatti a fare una doccia il tuo olezzo…” “Mammina devo metterti al corrente di una  novità, abbiamo adottato un bambino, Edoardo purtroppo…” “Non mi dire che tuo marito è impotente, da un padre che ‘sparge’ figli in tutta la provincia di Varese…” “È sterile, il bambino ha tredici anni, si chiama Andrey, ha sedici anni, è russo.” “Con tanti figli di puttana in Italia…” “Abbiamo provato ad adottarne uno italiano  ma da noi, causa la burocrazia l’iter è lungo e complicato, tra poco scenderà, sta studiando nella sua stanza, sta imparando bene l’italiano.” Andrey era stato ‘istruito’ come comportarsi con la nonna, entrando nel salone, fece un inchino alla dama e: “È un piacere fare la sua conoscenza, sono Andrey.” “Almeno si dimostra educato, certo per farlo passare per vostro figlio sarà difficile, ha occhi azzurri e capelli biondi, la gente dirà che tu hai svicolato…” “Mamma gli amici conoscono la verità, Rita e Anita avranno preparato una cena con piatti tipici romani, credo siano di tuo gusto.” “Spero che non mi facciano ingrassare, ho speso tanti soldi per sistemarmi il viso ed il corpo.” A tavola nonna Beatrice assaggiò un po’ di tutto ma con razioni molto ridotte, aveva affermato la verità, nel ‘Centro Estetico Venere’ di Varese Beatrice era riuscita a far sparire tutte le rughe tipiche dei suoi cinquant’anni. In una clinica privata si era  fatta aspirare il grasso della pancia ed anche impiantare ai seni due protesi di ultimo tipo, quelle dal disegno a pera e non tondo molto riconoscibili, aveva ‘acquistato’ vent’anni. Edoardo aveva fatto le cose ‘per bene’, la dépendance era diventata un gioiello con mobili moderni: due camere da letto con annesse toilettes, cucina, soggiorno e salone in cui ‘troneggiava’ un televisore da 50 inch (pollici per i non inglesizzati). Elettra: “Mamma ti accompagno io.” “Datemi solo le chiavi, ci andrò da sola.” Bea aprì tutte le finestre, si era in pieno luglio ed il caldo si faceva sentire. La nonnina si spogliò nuda, si rimirò allo ‘psiche’, uno  specchio ovale, era soddisfatta del suo fisico, con i soldi che ci aveva speso! La mattina fu svegliata dall’abbaiare del ‘difensore’ di casa, ricordò il detto che si attanagliava all’occasione: ‘più sò piccoli più fanno casino!’ Passeggiata di Bea nel parco della villa. “Cavolo ci mancavano pure le zanzare”. Chiamò il figlio al telefono: “Caro sono tutta ‘mozzicata’ dalle zanzare…” “Vuol dire che hai il sangue dolce, a me non danno fastidio, ti acquisterò un revulsivo.” In giardino: “Mamma questa è la ‘Citronella’ vedrai…come ti sei combinata, hai un bichini che non indossano nemmeno le modelle alla sfilata del Carnevale di Rio, a casa poi abbiamo un  bambino!” “Se cresce con sté idee ne farete un finocchietto, stavo distesa sotto un cipresso a godermi un po’ d’ombra.” “Mamma quello è un olmo.” “Al posto di stà foresta era meglio una piscina, io mi sono attrezzata così sperando di farmi un bagno!” “Anche una piscina di venticinque metri costava troppo e poi la manutenzione…” “Bussa a  denari a tuo padre Gabriele che usa la moneta per foraggiare le sue puttanelle, sei un braciolettone, da chi avrai preso…” Andrey era ritornato dalla scuola in bicicletta, alla vista della nonna in bichini gli uscirono gli occhi dalle orbite. “Nonna sei bellissima quanti anni hai?” “Giovanotto impara che alle signore non si chiede mai l’età, piuttosto dimmi come vai a scuola.” “I miei genitori adottivi mi hanno iscritto alla quarta ginnasiale, io mi impegno ma ho problemi specialmente nelle materie letterarie, la mia professoressa dice che mi mancano le basi, i primi anni sono andato a scuola a Mosca.” “Ci penserà la nonna a farti avere le basi, ogni pomeriggio escluso i festivi vieni nella mia reggia a studiare, ti comprerò libri di autori italiani sia poeti che scrittori, andiamo insieme al centro. Era un sabato, niente scuola per Andrey, con la Honda Jazz Bea arrivò in centro, fermò la macchina dinanzi ad una grande libreria: ‘Antiqua Bibliotheca’. I mobili interni rispettavano il nome del locale, erano antichi, di pregio, ben tenuti. All’entrata di nonna e nipote si avvicinò un commesso in linea col nome del locale, era piuttosto vecchio, gentile, si presentò con un inchino. “Sono a vostra disposizione, scegliete i libri, io li metterò da parte. Beatrice cominciò da Dante Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio per finire ai più moderni Manzoni, Ariosto, Tasso, Moravia, Fallaci, Eco, Saviano, Ferrante, Maraini, un bel mucchio. A questo punto si presentò il titolare del locale: “Sono Lucrezio Minutoli, vedo che la signora ha scelto un bel po’ di libri, come intende pagare?” Beatrice lo squadrò a lungo, l’aveva presa per una ‘morta di fame’: “Se l’accetta ho una carta di credito platino, è della Banca di Roma, la farò parlare col direttore, è un mio amico. “Mi scusi, mi sono espresso male, Romolo carica tutto nel bagagliaio dell’auto della signora. Romolo ce la faceva appena a stare in piedi. ”Lasci stare, ci penserà Andrey.” “Suo figlio è un bel bambino ed anche robusto, dallo sguardo deve essere un bravo ragazzo.” Il direttore si era dato ai complimenti per farsi perdonare la gaffe. Fu molto utile quando Bea e nipote si sedettero in auto e videro sul parabrezza il foglio verde di una contravvenzione: “Signora in tutta la strada c’è il divieto di sosta.“ Gli venne in aiuto il direttore della libreria: “Calogero la signora va via subito…” e così la contravvenzione, strappata finì nel cestino esterno al negozio. A casa incontrarono Gabriele che aperto il baule dell’auto rimase basito. “Chi li legge tutti stì libri. “Se vuoi anche tu, migliorerai la tua ignoranza!” Il figlio non aveva ancora una volta compreso che mammina era una dura, si pentì di aver aperto bocca. Andrey praticamente passava tutti i pomeriggi nella dépendance in compagnia della nonna, il giovane ogni giorno migliorava ‘magno cum gaudio’ di Bea che rinverdiva i suoi studi classici. “Caro non ti ho mai domandato come te la passi a femminucce, ormai sei grandicello, avrai qualche compagna particolarmente piacente e disponibile, attenzione a non farmi diventare bisnonna!” Andrey era diventato rosso in viso, non si aspettava quell’intrusione nella sua vita privata, non sapeva che rispondere, non aveva mai avuto un rapporto con una ragazza. “Vedo che sei entrato in crisi non è che ti piacciono i maschi?” “Nonna non so che dirti, a casa mia a Mosca i miei parenti erano tutti puritani, a scuola non insegnano sessuologia come in certi paesi europei, posso dire che sono… analfabeta.”  “Chiudi la porta d’ingresso a chiave, vai in bagno, fatti il bidet e poi sdraiati sul letto ad occhi chiusi. Andrey eseguì, si accorse che la nonna aveva preso in bocca il suo pisello che era aumentato in lunghezza ed in grossezza, dopo un po’ provò un piacere mai provato, riempì col liquido del suo uccello la bocca della nonna la quale: “Cazzo sei stato un fiume in piena nemmeno mio marito…” Patto fra nonna e nipote: il pomeriggio dopo pranzo studio sino alle cinque e poi vai alla grande. Andrey approfittò dell’esperienza della nonna per provare tutti le posizioni dell’ars amatoria. Elettra non era molto convinta degli studi di suo figlio con la nonna, durante un colloquio con i professori apprese che Andrey era molto migliorato in tutte le materie in special modo in quelle letterarie. Il giovane  non andava più a scuola in bicicletta ma con una  ‘Vespa’ con cui, nel tempo libero talvolta portava nel sedile posteriore la nonna ogni giorno più ringiovanita. Il nonno Gabriele fece la fine che forse, potendo avrebbe voluto scegliere: morì tra le braccia della giovane segretaria Stella. Beatrice prese il primo aereo per Milano e con tassì raggiunse Varese. A casa un subbuglio di persone, anche gli addetti alle onoranze funebri chiamati da una parente. Niente passaggio in chiesa per espressa volontà del defunto, era ateo, tumulazione senza discorsi nella cappella della famiglia. Finalmente Beatrice poté trarre un sospiro di sollievo ma sino ad un certo punto perché dovette prendere in mano l’azienda di famiglia. Giorni tumultuosi per i colloqui con i collaboratori di suo marito ed anche con il Sindacato che da tempo rivendicava aumenti salariati. Bea se la cavò piuttosto bene sino ad un calo psicologico, troppi avvenimenti spiacevoli e nient’affatto rilassanti. Una novità: “Nonna sono Andrey, volevo comunicarti una bella notizia, sono riuscito a conseguire la licenza di liceo classico, se sei d’accordo non vorrei frequentare l’università ma aiutarti in ditta, mi sento abbastanza in gamba di poter apprendere i segreti del mestiere.”  Un sospiro di sollievo, Bea non aveva pensato a quella soluzione del problema, ne fu entusiasta, andrò a prendere Andry alla Malpensa con l’auto del defunto marito, una Maserati Quattroporte. All’arrivo di Andrey baci e abbracci a non finire, qualche lacrima sulle gote della nonna, qualche passeggero li guardava perplesso. L’abitazione era splendida, costruita quando la ditta di pellami era la massimo dello splendore. Il giovane russo fece il parapaffio (volgarmente paraculo). “Buona notte nonna, sono stanco del viaggio…” e si girò di fianco sul letto matrimoniale. “Figlio di un cane, sono quindici giorni che aspetto questo momento e tu…” “Scherzavo, volevo vedere la tua reazione.” “ Potresti fare la fine di Bobbit quell’americano cui la fidanzata tagliò di netto l’uccello!” “E tu con chi scoperesti?” “Da quando è morto mio marito ho intorno tanti mosconi, purtroppo mi sono innamorata…” Una notte d’amore, Andrey sfogò tutta la sua gioventù sessuale, Bea rinverdì la sua. Era quasi mezzogiorno quando i due tornarono alla realtà, soddisfatti e sorridenti sotto la doccia, ambedue avvolti in un  accappatoio si recarono in cucina, si arrangiarono con panini imbottiti, la cameriera Maria, per non svegliare i due era andata via. Passeggiata lungo il lago e rientro a casa, la mattina seguente era una giornata impegnativa per il lavoro. Riunito tutto il personale della ditta Beatrice: “Signori questo è mio nipote Andrey, col mio aiuto ed anche del vostro prenderà in mano l’azienda, mi raccomando siate collaborativi.” Pian piano nei giorni seguenti Andrey comprese i meccanismi della fabbrica ma i sindacati andarono di nuovo all’attacco per l’aumento di stipendio. Il russo consultò il ragioniere della ditta che era anche il consulente tributario. “Ragioniere Antonino come siamo combinati?” “I bei tempi di una volta sono passati, c’è crisi dappertutto, anche la ditta ha dei problemi di vendita, non siano nella possibilità di aumentare gli stipendi.” Quella sera Andrey ‘saltò la seduta sessuale, non riusciva a dormire, il pensiero era come uscir fuori dal problema degli aumenti,  quasi all’alba ebbe un’idea che pensò originale. “Signori, alla fine dell’orario di lavoro una riunione con tutti voi, devo comunicarvi una mia decisione importante.” Tutti gli interessati con gran curiosità si riunirono nel locale più ampio. “Vengo subito al dunque: il ragioniere della ditta mi ha comunicato che non posso darvi l’aumento dello stipendio altrimenti la ditta fallirebbe nel giro di due mesi, penso di aver risolto il problema: nessuna aumento ma in compenso verrò incontro  a chi ha più bisogno di una aiuto finanziario, gli interessati mi faranno pervenire le loro esigenze scritte su un foglio di carta qualsiasi niente preventivi o cose del genere, parlo di chi ha molti figli, di chi ha malati gravi in famiglia o di vecchi da accudire, se qualcuno non è d’accordo alzi la mano. “Sono Alterio iscritto alla Cgil, preferisco un aumento di stipendio.” “Caro  Alterio non posso fare un’eccezione per te, l’unica via è che tu dia le dimissioni, fammi sapere.” Alterio non diede le dimissioni. Andrey non era più attivo sessualmente con Beatrice come i primi tempi, la nonna in un primo tempo pensò che il giovane amante, preso dai problemi della ditta la sera fosse un po’ spompato, perdurando la situazione Bea pensò ad un probabile ‘svicolamento’ di Andrey. Guardando fra le richieste di aiuto finanziario da parte dei dipendenti Bea si accorse che spesso ricorreva il nome di Diana, nubile non c’era motivazione per la richiesta di denaro. Andrey ritenne opportuno portare a conoscenza della nonna la verità, il figlio che Diana aveva in seno era suo. A Beatrice cadde il mondo addosso, ci vollero molti giorni per ‘inghiottire il rospo’, ragionando capì che era la miglior soluzione condividere Andrey con un’amante piuttosto che perderlo. Dopo otto mesi venne al mondo una bambina bellissima, bionda con occhi azzurri, nome Elettra in onore della nonna paterna. Beatrice ormai rassegnata comprese che era diventata bisnonna!

  • 27 novembre 2020 alle ore 11:15
    Ti guardo

    Come comincia: Voglio camminare, delegare alle gambe il fluire tempestoso dei pensieri affinché rotolino sotto i miei passi e restino indietro, e si allineino trovando essi stessi un proprio ordine, come biglie in fila. E poi fermarmi e voltarmi a guardarli, riconoscerli uno ad uno, vederli in sequenza. Fermarmi, dopo il fragore assordante delle loro voci tutte assieme, dopo i tonfi di ognuno nel precipitare dalla mente.
    Fermarmi e guardarli, riconoscerli, andare avanti; lasciarli: biglie cadute fra foglie secche.
    Mi fermo, guardo, voglio riconoscere. Ti guardo.
    Sei caduto anche tu, mio amico-avverso d'infanzia, nel regno di Plutone e non provo pena ma neanche la gioia della rivalsa; eppure vorrei sentire il morso di un'emozione qualsiasi, di un sentimento potente che dilaghi sul fluire tempestoso dei miei pensieri e li anneghi, li trascini come inetti mostri morti giù per la valle verso l’Ade, e li dissolva in particole infinitesimali, e poi sparire per sempre; quei mostri che mi hai chiesto di custodire al mio settimo compleanno, ricordi? il giocattolo segreto, proibita la condivisione al di fuori delle sbarre di quella stanza in penombra esposta a nord, al freddo, sulla mia pelle bambina e dentro la mia mente tempestata di pensiero-non pensiero convulso.

    Nelle lingue d’ombre, sorgenti dai pulviscoli dell’aria fra le fessure degli scuri accostati, sagome scure e lunghe le tue dita e il profilo del tuo naso aquilino e della lingua, ad accendere riflessi fra i riflessi delle mie tenere e bianche carni. E i tuoi sussulti e mugugni, e la mia figura di cera bianca stagliata nel centro di una sala oscura. Poi, silenzi ovattati e buio ovattato. Non ricordo che silenzio e buio e freddo ovattati, e una piccola figura di cera bianca stagliata nel centro. Fra le sbarre di quella stanza, ogni volta un’incisione nuova sulla membrana dell’anima; lì è stata inchiodata e crocifissa la mia innocenza, la mia luce, il mio riso garrulo, e i giorni che non ho più potuto vivere. Io sono la stanza sbarrata e la trascino nella mia vita tatuata di mostri, invisibili ma percettibili a chi carezza la mia pelle di donna, invisibili al mio silenzio di bimba strappata alla vita; invisibili alla mia mente che nell’ingurgitarli li ha rivoltati dissimulandone le sembianze, divenendo fragore assordante di voci tutte assieme.
    È impresso il colore annacquato dei tuoi occhi cerulei sulla mia retina, attraverso quel tremolio paludoso ho visto la vita passarmi accanto e sparire, e ti guardo, ora. Colore non ve n’è più nei tuoi occhi scomparsi oltre la pelle livida delle palpebre, ti guardo. Ho camminato tanto per arrivare fino a te, mi sono fermata e voltata indietro e ti guardo. C’è la tua anziana moglie accanto al tuo corpo imbellettato per l’ultima funzione, velo grigio sul capo a sfiorarle lo sguardo, mi par di sentire rancore frammisto a una sorta di gioia fluire e vibrare nella traiettoria che dal suo velo spazia verso te, ne sento la scia attraversarmi la pelle, nel semicerchio disegnato dal cenno che mi rivolge. Lei sapeva. Mi fissa, muta parla alla mia mente. Ascolto.
    Ci puoi vedere? Lo senti quante malevoli ombre tentano di sfuggire alle catene del tuo corpo? Ti arrivano i lampi delle emozioni frastagliate nei nostri animi confusi?
    È l’ora dell’addio per sempre, un tonfo e l’opercolo ti toglie alla nostra vista.
    Un tonfo nei miei pensieri tempestosi: li sento rotolare. Il nugolo di foglie secche si solleva in una danza circolare, si scompagina, si deposita lievemente ai nostri piedi, si placa il trambusto dei pensieri, e come biglie in fila trovano il loro ordine. Pensieri come biglie in ordine in attenta attesa fra quelle foglie secche.
    Si disintegrano le sbarre, cadono i muri, s’aprono gli scuri e la luce del sole disperde il pulviscolo, uccide le ombre, come cera liquida si liquefa la figura al centro della stanza. S’asciuga la saliva e si fermano i mugugni. Si sgretola ogni ombra.
    Mi perdono: lascio liberi i mostri tenuti stretti al seno che mi hai chiesto di nutrire, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

    Mi perdono: ero una bambina, non sapevo che il mostro eri tu, non lo sapevo, mi fidavo di te che amavi la mia famiglia.
    Mi perdono: eri tu che dovevi proteggermi dai mostri, non sapevo che il mostro eri tu.
    Mi perdono, mi libero.
    Non so se ho perdonato te, non riesco a sentire nessun sentimento, nessuna liberazione o catena e nemmeno so se mi dispiaccia per te, non lo so. So che sono quella bambina innocente che non conosce malizia, ma so che il mostro eri tu.

     

  • 17 novembre 2020 alle ore 10:56
    Domenica pomeriggio

    Come comincia: Certe volte è domenica pomeriggio. E' così raro! Il sole va e viene, la strada è silenziosa, le serrande dei negozi abbassate, nessuno lungo i marciapiedi. Domenica pomeriggio, la consapevolezza di un giorno di festa. Oggi è la giornata dedicata a tutti i poveri del mondo. Per loro un giorno di festa ci sarà mai? Girello, sedia a rotelle, piano, mi raccomando, ho accompagnato a tavola Paolo. L'ho imboccato ridendo un po' fra me perché ho acquisito quella particolare smorfia delle labbra di chi imbocca. Perché ridi? Dice lui. Perché ho un nuovo tic, rispondo io. E allora sorride anche lui. Mentre gli do da mangiare penso a quanto siamo fortunati ad avere cibo in abbondanza, soltanto da scegliere. E' domenica pomeriggio e adesso lui riposa e io sono qui a scrivere cose senza importanza ma è così piacevole sentire di avere questa energia, questa voglia di pensare anche agli altri e non solo a me. Forse perché da quando siamo rientrati dall'ospedale, quella appena trascorsa è stata la prima notte in cui ho dormito. E così mi sento forte, così forte da poter soffrire per i poveri, quelli che non hanno cibo, casa, salute. Domenica pomeriggio. Vado a dare un'occhiata a Paolo. E' tranquillo, sereno. Posso sedermi un po' sul divano a chiacchierare col mio sole che gioca a nascondino con le nuvole, sperando di non addormentarmi.

  • 15 novembre 2020 alle ore 15:33
    LUCIA LA BELLISSIMA.

    Come comincia: Con Lucia Lindberg la natura era stata benigna, bellissima era l’orgoglio di papà Lars e della mamma Margareta Eriksson. Sin da piccola aveva attirato l’attenzione dei pubblicitari per la vendita di pannolini, carrozzine, seggioloni, culle insomma tutto quello che poteva riguardare una fanciulla in tenera età. Il visino classico degli abitanti del nord Europa: occhi di un azzurro profondo, capelli biondi. Altra sua particolarità un carattere gioioso, sempre allegra e sorridente anche quando si svegliava dal sonno non piangeva, al massimo si esercitava con le gambette per richiamare l’attenzione della mamma per una meritata poppata di latte. Anche quando era in carrozzina nei giardini di Stoccolma attirava l’attenzione delle persone con le sue risatine ed il solito sgambettare. Crescendo all’asilo era coccolata dalle maestre come pure alle elementari. Giunta alle medie prese le sembianze di una donnina e in televisione con gran successo apparve nelle vesti di cappuccetto rosso. Alle superiori era ormai una fanciulla notevolmente bella e desiderabile, i mosconi crescevano di numero presi in giro dalle sue battute e barzellette tipo: “Sai qual è la città preferita dai ragni?” Scena muta da parte dell’interessato. “Imbecille, Mosca!” Oppure “Sai cos’è una zebra?” Solita scena muta del collega. “Sciocchino un cavallo uscito dal carcere!” Barzelletta scolastica: “Un tipo col tuo stesso nome, Benny, domanda alla maestra: ’Signora maestra posso essere punito per qualcosa che non ho fatto?’ L’insegnante: “Ovviamente no!”  “Bene, non ho fatto i compiti!” Lucia non era ben vista dalle compagne non belle come lei e dai maschietti allontanati con tanto di presa in giro, solo i docenti l’apprezzavano per la sua studiositá fuori del comune; già all’inizio dell’anno aveva letto ed imparato quasi tutto il  programma. All’Università si era iscritta in lingue: con la professione del padre diplomatico di carriera era stata a Parigi, a Londra, a Roma ed in ultimo a Madrid da cui era tornata nella natia Stoccolma con il padre giunto all’età  della pensione. Nel ‘peregrinare’ nelle varie città europee si era data alla bella vita sessuale senza però un amore fisso.  Laureatasi aveva preso ad insegnare lingue alcune delle quali apprese durante il soggiorno nel paese dove erano parlate. Ma anche per lei era giunto il momento dell’amore. Cupido aveva scoccato la freccia nei confronti di un suo collega molto bello ma che non si ‘faceva avanti.’ Una delle particolarità di Lucia era quella di voler ad ogni costo quello che desiderava, e così fece in modo di ‘agganciare’ il suo collega Lloyd Karlsson che passava il tempo libero a giocare al calcio senza altre distrazioni. Al ballo indetto dalla suola per fine anno scolastico si ‘strofinò’ a lui sperando che qualcosa aumentasse d volume nei suoi pantaloni, speranza delusa, Lloyd pensava solo alla danza. Non c’era altro da fare che  fargli una sorpresa andando a casa sua ‘non invitto  hospes’, gli aveva sottratto le chiavi dell’abitazione. Brutta idea: Lloyd fu scoperto mentre sul letto aveva un rapporto ‘ravvicinato’ con un altro uomo. I due rimasero basiti, a Lucia si piegarono le gambe, riuscì a scappare per raggiungere la sua auto posteggiata dinanzi alla abitazione del mancato fidanzato. La ragazza era molto sensibile di carattere, quell’episodio la colpì pesantemente, non che fosse una puritana ma l’omosessualità di Lloyd non l’aveva messa in conto. Cuore di mamma Margareta si accorse del cambiamento di umore della figlia, si fece raccontare quello che le era successo riferì al marito del desiderio della loro figlia di andare in un paese straniero, il papà non fece domande, pensò di sistemare Lucia a Roma quale addetta alla ambasciata svedese, aveva ancora degli amici al Ministero degli Esteri. E così fu che in una giornata nebbiosa a Stoccolma ma soleggiata a Roma, all’aeroporto di Fiumicino Lucia  fu accolta da una collega svedese Britt Isacson che con la sua Mini la condusse al Bed and Brekfst Roma Centro dove lui alloggiava e dove le aveva prenotato una stanza. Furono accolte dalla proprietaria contenta di aver come ospite una svedese, aveva una simpatia particolare per le nordiche. Sono Romilia Grassi ho a disposizione solo una camera matrimoniale, prezzo Euro trentanove a notte, pensione competa ottanta Euro al giorno, sono una brava cuoca.” “Grazie signora Romina…” Fu interrotta dall’interessata: “Mi chiamo Romilia forse per un errore a suo tempo dell’addetto all’anagrafe, tutti si sbagliano e mi chiamano Romina.” “Bene signora Romilia, mi sembra che il cognome non le si addica, lei è magrissima…” “Meglio il mio che il nome del mio defunto marito ‘Scattareggia’ che molti, per sciocco spirito cambiavano in scorr….!” Tutti pomeriggi più il fine settimana  Lucia era libera dagli impegni di  ambasciata. Non poteva contare sulla compagnia di Britt fidanzata con un romano,  spariva dalla circolazione. Lucia aveva fatto una considerazione sulla collega, non aveva nulla della razza svedese, mora sembrava più una siciliana, forse un ‘peccatuccio’ di sua madre. Su un giornale locale Lucia lesse un’inserzione in cui si richiedevano dei volontari che parlassero varie lingue per dar lezioni ad immigrati. Stanca di visitare musei e monumenti la ragazza decise di presentarsi nell’edificio indicato nell’annuncio, via Nizza 22, aveva acquistato di seconda mano una Fiat Abarth 695 ma preferiva andare a piedi per un’avventura capitatale allorché in via Cavour sfrecciò con l’auto a velocità superiore ai cinquanta chilometri previsti e fu fermata da un Vigile urbano. “Signorina patente e libretto.” “Jag förstar italienska, jag är svensk.” “Cazzo questa è svedese mortacci sua quant’è bona!” “E tu sei un porco, farò rapporto ai tuoi superiori.” ”Mi scusi talvolta sono impulsivo e sbaglio, il mio voleva essere un complimento, le chiedo scusa e vorrei riparare…” Il vigile di era tolto il cappello d’ordinanza, era veramente un bel ragazzo ma non femmineo come il suo ex fidanzato, emanava mascolinità da tutti i pori. “Il modo migliore è quello di invitarmi a cena, un pasto che le costerà metà del suo stipendio!” “Signorina svedese, lei non sa quanto misero sia il mio stipendio, potremmo andare in una bettola, a Roma dove anche in locali non di lusso si mangia bene.” “E bravo il mio vigile, come si chiama?” “Romolo Fumagalli, il suo nome è scritto nel libretto di circolazione, allora per la cena…” “Per me va bene sabato sera il locale?” “A Trastevere dalla sora Lalla, è una mia amica.” “Venga lei a prendermi all’Ambasciata Svedese in piazza Rio de Janeiro.” Io posseggo solo una moto, niente quattro ruote.” “Benissimo, andiamo in  moto, adoro il vento sul viso e poi non abbiamo paura di prendere una contravvenzione se andremo troppo veloci!” Lucia rimase abbagliata dalla moto. “È un mostro, come si chiama?” “MV Augusta Brutale 800 Dragster.” “Un nome che è tutto un programma, vada piano non vorrei tornare a Stoccolma in bara!” “Sarò delicato…” “Che vuol dire delicato, in che campo?” “Nell’usare l’acceleratore, non sia maligna.” “Glissons e muoviamoci, ho fame.” “Finalmente hai rimorchiato una bella topa non come quelle sciacquette che porti di solito, signorina come si chiama?” “Lucia ed ho fame.” Al cuoco:“Ah Cesare, ce sò dù morti de fame…” Sora Lalla era affezionata a Romoletto suo, lo conosceva sin da piccolo, avrebbe voluto che si sistemasse sposandosi una brava ragazza ma questa era troppo bella e le belle…Cesare mostrò la tutta sua valentia in arte culinaria romana, Lucia ad un certo punto alzò le mani in senso di resa, mai aveva mangiato tanto e così bene in vita sua.“ “Se permetti ti do del tu e pago io il conto, mi hai detto che lo stipendio dei Vigili lascia a desiderare.” “Ti pare che sora Lalla ci fa pagare, è come fosse mia madre che purtroppo non ho più.” Lucia capì che il suo nuovo amico vigile aveva messo in atto una furbata ma non era importante, vedeva le cose in maniera più ottimistica forse anche per effetto del Vino dei Castelli Romani. Ritornati nel cortile dell’Ambasciata i due si guardarono  in viso. Romolo: “Ho un collega siciliano che in casi come questo avrebbe detto:”Camaffare?” “Traduci per favore.” “Che dobbiamo fare?” “Lucia non era proprio in sé e: “Lo sai, si dice che darla la prima volta in cui ci si incontra è da mignotta…alla prossima.” e con la Fiat Abath rientrò nel Bed and Brekfast. Lucia per il  fine settimana successivo chiese a sora Romilia di poter invitare un suo amico per farle compagnia…”Che mestiere fa il tuo amico?” “È Vigile Urbano.” “Io sono contraria alle …visite personali, per questa volta passi.” Romolo si presentò alle diciannove con due mazzi di rose, uno per la padrona di casa ed uno per Lucia, furono apprezzati dalle interessate. Cena leggera e poi ‘ritiro’ nella stanza di Lucia, A turno il romano e la svedese in bagno per sciacquarsi i propri gioielli poi Romolo si distese sul letto in attesa …Lucia nuda apparve nel vano del bagno, una dea, bellissima, mai Romolo aveva avuto modo di conoscere una tal beltade che però gli fece un effetto non previsto, ebbe un raptus che lo portò a prendere Lucia per un braccio ed a sbatterla sul letto per poi penetrala subito in vagina. Ovviamente la situazione non piacque affatto alla svedese anche perché provocò in lei del dolore. Quando riuscì a riprendersi: “Sto male, vedi di andartene subito, dico subito!” Romolo sparì, in  corridoio incontrò Romilia che non salutò, uscì di casa lasciando la porta aperta, era fuori di testa, non aveva compreso la rozzezza che aveva commesso, Lucia cercò di riposare ma senza esito. La mattina Romilia bussò alla porta della sua stanza e:” Non ti domando quello che è successo, posso immaginarlo, vorrei esserti utile.” “Non mi sento di andare in ufficio, per favore fammi scrivere da un medico di tua conoscenza il riposo assoluto per sei giorni, grazie.” A metà mattinata Britt le telefonò per sapere sue notizie circa la sua salute. “Niente di grave, solo una raffreddatura ma siamo in inverno e voglio evitare complicazioni, a presto.” Romolo dimostrò una imbecillità totale, trovato spento il cellulare di Lucia telefonò alla padrona di casa per domandare notizie della ragazza. Romilia era di modi spicci e lo liquidò con un: “Vedi d’annattene artrove gran fijo de nà mignotta!” Coccolata dalla padrona di casa Lucia pian piano si riprese, uscì di casa e girò nelle vie intorno casa. Una sera un cartello ubicato sopra un portone attirò la sua attenzione. ’Scuola per immigrati, si cercano volontari come insegnanti.’ Lucia non ci pensò due volte, era la volta buona per far qualcosa di utile,  la sera si recò alla Scuola per Immigrati. Ad accoglierla una signora di mezza età: “Sono Maria Coltorti  direttrice di questo centro, da noi vengono immigrati che vogliono imparare l’italiano, occorre però che gli insegnanti conoscano le lingue estere.” “Io sono svedese ma ho girato tanti paesi, per me non è un problema.” Lucia la successiva serata, alle diciotto si presentò in aula, pian piano giunsero  circa quarantina alunni di tutte le età, religioni, razze e sesso, tutti si presentarono alla nuova insegnante, soprattutto i maschietti furono contenti della sua presenza, forse i predecessori di Lucia non brillavano per pulcritudine. Un giovane attirò l’attenzione della neo insegnante: alto, longilineo dalla carnagione appena ambrata, molto elegante nel vestire, probabilmente non era un immigrato in cerca di lavoro in Italia. Alla fine delle lezioni il cotale si presentò: “Sono Joseph, malgascio, il mio vero nome è un altro ma è lunghissimo e difficile da ricordare così dalle mie parti molti lo cambiano in uno francese, lingua che parliamo tutti, sono un appassionato di antichità, Roma è stata sempre la mia meta preferita. Mio padre è proprietario terriero ed allevatore di zebù, data la sua età matura mi ha lasciato in libertà per sei mesi poi dovrò ritornare in patria ed a dirigere tutta la baracca come dicono a Roma, per ora me la spasso intendo dire visitare musei, monumenti.” “Mi scusi la franchezza ma non e la vedo a naso all’insù a guardare le pitture della Cappella Sistina o le statue di Michelangelo, del Canova o di Donatello.” “Ho capito dove vuole arrivare gentile signorina ma quel genere di amusement lo trovo anche al mio paese…”  “Mi sono incamminata in un terreno minato, non volevo essere indiscreta.” “Ho visto un cartellone che  reclamizzava  un dentifricio, riportava la frase: Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi, penso le si addica. Qualora la mia compagnia non le dispiaccia potrei proporle di andare insieme a cena, se non ha fame al cinema, al teatro, non conosco le sue preferenze.” “Ho un certo languorino…” “Bene allora andiamo qui vicino al mio albergo, è il Continenltal. All’arrivo dei due il portiere si levò il cappello e fece un inchino quasi sino a terra, Lucia si mise a ridere: “Quante mance gli molli per essere tanto ossequiato!” “Mi ha raccontato la sua vita, ha cinque figli e lo stipendio non è altissimo. Preferisci cenare al ristorante o in camera.” “Avevo giurato eterna lotta ai maschietti per una mia recente disavventura ma voglio fidarmi del tuo viso di persona perbene…”  “Occupo la suite all’ultimo piano, qui non si usano le chiavi ma una scheda, andiamo in ascensore.” Al telefono: “Gaspare vorrei cenare in camera, siamo in due, per il menu pensaci tu.” Roma illuminata era uno spettacolo, Lucia d’impulso prese sottobraccio Joseph ma scivolò sul pavimento lucidato a cera e si trovò bocca a bocca con il malgascio.”Niente male ma non è stato voluto…sono un gentiluomo.” A Lucia parve spontaneo ribattere: “Perché i gentiluomini…” e sempre spontaneamente riprese a baciarlo sino  a quando bussarono alla porta. Due camerieri con due carrelli, Gaspare si era sbizzarrito ed aveva fatto preparare una cena luculliana. “Questo è un attentato alla mia linea…”  Lucia  come si dice in gergo parlò bene ma razzolò male soprattutto col contenuto della bottiglia di Brunello di Montalcino che apprezzò moltissimo per poi sedersi allungata su una poltrona, era un po’ groggy.  Si addormentò. Alle dieci del giorno successivo si ritrovò  sul letto matrimoniale in sottoveste, ci volle un po’ per orizzontarsi, Joseph aveva provveduto a spogliarla. Del malgascio nessun a presenza, solo un biglietto sul comodino: “Bene svegliata, sono al bar, se vuoi puoi farti portare la colazione in camera.” Lucia restò ancora a poltrire a letto poi andò nel vicino bagno per una doccia che la svegliò del tutto. Nel frattempo era rientrato in camera Joseph che: “Bello quell’accappatoio, ti dona.” “Dimmi quello che è successo stanotte, non ricordo nulla.” “Una nottata fiabesca, sei stata favolosa!” Lucia capì che Joseph aveva barato, si era controllato il ‘fiorellino’ che non mostrava segni di uso, fece un sorriso e si esibì in una battuta in perfetto dialetto romano che aveva sentito in ambasciata: “Ah buciardo!” “Con la Mercedes presa a nolo dal malgascio si recarono a Ostia nella pineta dove il vento emetteva un fruscio passando fra i rami degli alberi, un romanticismo che portò Lucia e mettere le mani fra i gioielli’ di Joseph con ovvie conseguenze, stavolta anche il fiorello ebbe la sua parte. Un amore era sbocciato fra i due che però non avevano fatto mente locale su un particolare: Joseph doveva ritornare al suo paese di origine e così sorse il dilemma: Lucia doveva seguirlo?  “Sinceramente per una serie di motivi non se la sentiva di  vivere in un’isola sperduta lontana dalla civiltà europea fra gente povera, Joseph purtroppo non poteva  fare a meno di ritornare in Madagascar. Gli ultimi giorni furono di una tristezza infinita, il destino superiore anche agli dei era una realtà incontrovertibile, Lucia non volle accompagnare il suo amato all’aeroporto, provava troppa amarezza. Così ebbe fine una storia romantica che lasciò nei loro animi una  sofferenza infinita ed in seguito anche rimpianti, l’amore che trionfa è un favola!

  • 13 novembre 2020 alle ore 11:34
    L'Abbraccio

    Come comincia: Un abbraccio per darci la buonanotte e tu ti sei addormentato subito.
    Io no, e mi ha invaso la consapevolezza del silenzio, del buio della camera, della nostra infinita ignoranza del prossimo giorno, della prossima ora, del prossimo minuto.
    Così piccoli, ho pensato, così soli, così disperatamente aggrappati l'uno all'altra, e io a raccontarmi la solita bugia: il tuo destino è nelle mie mani e il mio è nelle tue. Non è vero ma il desiderio di crederci è troppo grande.
    Siamo indifesi, siamo tutti indifesi e bisognosi di starci accanto, dobbiamo superare lo smarrimento che ci coglie quando meno ce l'aspettiamo. E allora sì, io ti abbraccio più forte, e mentre ti abbraccio più forte e mi rassicuro in questa nostra vita così modesta e tuttavia tanto ricca, mi chiedo se tutti quegli individui che soffrono di... come lo chiamano? Ah sì, delirio di onnipotenza ottuso cieco e crudele, in una notte qualsiasi abbracceranno il cuscino e comprenderanno che il loro delirio di onnipotenza è soltanto delirio.

  • 12 novembre 2020 alle ore 19:32
    Domani è come sempre...

    Come comincia:  Brian ed Arlene Donovan conducevano un'esistenza normale e sembravano una coppia apparentemente felice: lui immerso nel suo lavoro di ragioniere, lei impegnata nei suoi compiti segretariali in un famoso studio legale. Non avevano figli, non li avevano mai voluti per libera scelta. Passavano spesso le serate da soli in casa, a guardare silenziosamente il fuoco del camino ardere oppure raccontandosi a vicenda storie del loro lavoro. Arlene si sentiva diversa, inadeguata; li sembrava di essere rimasta in qualche modo fuori dal tempo...l'unica ad esserlo nella loro cerchia di amici. Qualche volta quando i due erano seduti sul divano di pelle arancione nel soggiorno di casa ne discuteva col marito, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Alla donna pareva che quelli conducessero una vita più intensa e brillante della loro: andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano spesso. Di solito accendeva una sigaretta, versava del gin al marito nel suo bicchiere di cristallo che lui custodiva gelosamente nella vetrina della biblioteca (lo stesso da quando erano ancora fidanzati, che aveva avuto in regalo dalla madre), lo guardava negli occhi e domandava:
     - Ma lo siamo per davvero? Siamo veramente felici? Ed ancora:
     - La felicità è l'unico mezzo possibile per non essere infelici?
     Quasi mai Brian rispondeva subito alla moglie, a volte annuiva soltanto piegando il capo in avanti, tra un sorso e l'altro di gin oppure quando lo faceva dava risposte concise ed insoddisfacenti alla donna:
     - Cara, sei sicura? Non ti sembra che siamo felici abbastanza? Quelli hanno tutto ma forse non li basta!
     E così lei continuava a parlare, il suo monologo interiore...quel farsi domande da sé (stessa) ridicolmente nevrotico sapendo che il marito non li avrebbe dato mai le risposte che voleva, mai li avrebbe detto ciocché voleva sentirsi dire. Dopo la discussione in genere i due concludevano la serata prendendo una boccata d'aria nella veranda di casa eppoi andavano a letto. Una sera, però, le cose andarono diversamente. Era quella del loro anniversario di nozze, il ventesimo. I due erano seduti sul divano e dopo che Brian ebbe finito di raccontare qualcosa, la donna fece:
     - Sai, gli Stone sono stati a Filadelfia, ieri l'altro, a trovare i figli, poi sono andati in Florida, al mare e al sole. Che bello!
     - Davvero? - rispose lui. - A Filadelfia? Ma noi non abbiamo figli, cara...in Florida, poi, è troppo distante. Sai bene che soffro la macchina!
     - Dai, Brian, - fece ancora lei, - sarebbe stupendo andarci, un viaggio...da quanto tempo. Fallo per me, ti prego! Che bello essere felici come loro!
     - Va bene! - rispose l'uomo. - Ci penserò, per Natale, forse...ma noi siamo già felici, vero? (mancavano tre settimane appena a quel giorno). La donna non rispose al marito ma dopo qualche attimo esclamò:
     - Saremo mai felici come loro? Quello allora la guardò dritta in mezzo agli occhi e disse:
     - Vuoi stare zitta, per favore?
     Arlene non disse nulla. Prese una sigaretta, l'accese è andò sulla veranda. Dopo qualche minuto Brian la raggiunse e disse:
     - Andiamo a letto, su! - Una volta che furono distesi sul letto disse ancora:
     - Spegni la luce, cara. Domani è come sempre...saremo felici, vedrai!

    Taranto, 12 novembre 2020.
     

  • 09 novembre 2020 alle ore 11:51
    Diario di bordo - Leggendo qua e là (sesta parte)

    Come comincia:   Innocence Project è una organizzazione non profit fondata nel 1992 ad opera di due avvocati (Barry Scheck e Peter Neufeld), ex studenti alla Cardozo School of Law, facoltà di giurisprudenza della Yeshiva University di New York, Stati Uniti. La facoltà, istituita nel 1976, prende il nome dal giudice della corte suprema Benjamin Nathan Cardozo ed è considerata tra le 100 migliori scuole di diritto del Paese dalla prestigiosa società di media, ratings ed analisi "US News&World Report". I due fondatori balzarono agli onori della cronaca e della ribalta in tutto il pianeta a metà anni novanta, per aver difeso - insieme ad altri quattro colleghi - O. J. Simpson, ex stella della National Football League statunitense, nel processo che lo vide accusato di duplice omicidio: la sua ex moglie, Nicole Brown, e l'amico (amante) di quella, Ronald Goldman. Lo scopo e la missione che l'associazione ed il relativo progetto si prefiggono di perseguire è quello (primario ed essenziale: anzi, essenzialmente primario!) di sostenere e possibilmente scagionare persone vittime di ingiusta detenzione a seguito di ingiusta condanna (o sentenza) ricorrendo al test del DNA, inoltre quello di riformare il sistema carcerario e della giustizia negli Stati Uniti. Il gruppo sostiene che la percentuale di innocenza tra i detenuti in America (lo fa citando vari studi condotti in merito) raggiunga la percentuale del 5% e nel settembre del 2018, alla precisa domanda "Quante persone innocenti ci sono in prigione?" diede la seguente risposta: "Non lo sapremo mai con certezza, ma i pochi studi che sono stati fatti stimano che tra il 2,3% e il 5% (come sopra scritto) di tutti i prigionieri negli Stati Uniti sia innocente (per il contesto, se solo l'1% di tutti i prigionieri è innocente, ciò significherebbe che più di ventimila persone innocenti sono in prigione). Più in generale, sappiamo che le persone innocenti sono spesso identificate come sospette dalle forze dell'ordine e che il test del DNA spesso le cancella prima di andare in giudizio, ma che il test del DNA è impossibile nella stragrande maggioranza dei casi penali.

  • 07 novembre 2020 alle ore 22:54
    La ricerca

    Come comincia:  Quante volte ti ho cercata, non sai quante amor mio: furono talmente tante che quando riuscii a trovarti ebbi nausea di te.

    Taranto, 7 novembre 2020.

  • Come comincia:  - Il "Circolo Pickwick" era una congrega di giovani e vecchie zitelle irlandesi in cerca di marito: fondato nel lontano 1641, in quel di Limerick, terza città d'Irlanda situata nella storica contea di Munster, esso chiuse baracca e burattini definitivamente nel marzo del 1846, mentre nel paese intero infuriava l'epide...la catastrofica carestia causata dalla distruzione dei raccolti di cereali e della patata. Il giorno seguente a quell'evento (tragico per le zitelle, sparse in ogni dove, soprattutto!) ne occorse uno molto più...luttuoso. Infatti, nel centro di Killarney, cittadina turistica sita a nord-ovest e non molto distante da Limerick, alle spalle della antica abbazia francescana di Muckross, quattro giovani zitelle (pardon "senza marito"!) si suicidarono dandosi fuoco. I loro miseri resti furono ricomposti e seppelliti in una fossa comune nel cimitero antistante l'abbazia (dove vi sono numerose tombe di poeti gaelici). Sulla lapide è incisa una scritta, colorata di rosso: "Quì giacciono i resti di quattro donne che avevano perduto la speranza di maritarsi".
     - Il "beowulf" è una razza di asino nano della Maremma toscana che anticamente veniva soprattutto usato per trainare carrucole, piene assai di sassi e detriti, nelle cave di marmo di Carrara oppure carbone nelle miniere del monte Amiata. Quella razza fu introdotta in Italia dai Fenici eppoi esportata dai Romani in Gallia, Britannia, Palestina ed altre province dell'Impero. I Romani lo usavano in agricoltura per trasportare grossi cumuli di terriccio e nell'edilizia urbana per spostare pietre e mattoni. Era di dimensioni veramente ridotte: misurava infatti, al garrese, appena 85-90 centimetri (poco più alto di un alano, insomma!); le femmine erano ancora più piccole. Caratterialmente era razza d'asino abbastanza vivace e testardo (molto più dell'asino comune), nonché dotato di intelligenza estrema. Il suo mantello di preferenza era grigio acciaio ma vi erano esemplari colorati anche con macchie marrone o uniformemente marrone (soprattutto la variante della Gallia). Narravano alcuni cacciatori che una volta esemplari vissuti in cattività tra i boschi della Maremma avessero tenuto testa a dei grossi cinghiali infuriati. Si estinse agli inizi del '900: l'ultimo esemplare (una femmina infertile di trenta anni) morì nell'ottobre del 1917 (era il 24, sul calendario Giuliano). Non vivevano nelle stalle ma nelle cucce che contadini o gli operai delle miniere costruivano appositamente per loro all'aperto, insieme ai cani: vi andavano d'accordo, in genere, nonostante la testardaggine!
     - La "dérobade" (che in francese sta per fuga, liberazione) è il nome dei primi modelli di materasso ad acqua ed ortopedici della storia: furono realizzati entrambi dall'inventore francese Edme Artaud, intorno al 1798 (nessuna parentela con l'Antonin, suo omonimo di cognome e connazionale, noto drammaturgo, attore, regista e saggista teatrale, vissuto qualche decennio più tardi). L'Artaud, che era originario di Grenoble, nel Delfinato, dopo essersi laureato in ingegneria nell'ateneo della natia città, si dedicò alla carriera delle invenzioni. Napoleone Bonaparte lo volle alla sua corte e col generale corso egli prese parte anche alla sciagurata campagna di Russia, dove perse l'uso di una mano (quella sinistra), congelata per il freddo. Scrisse diversi libri (non era mancino, fortunatamente!) sulla storia della tappezzeria (aveva anche messo a punto, nel 1815, un tipo di tappeto "volante" a motore che mai, tuttavia, venne brevettato ufficialmente) e molteplici trattati su variegati argomenti, tutti legati a utensileria ed artigianato. Era inoltre appassionato di forbici, coltelli ed altri utensili da cucina nonché...buongustaio amante della buona tavola (cucina esotica ed orientale, soprattutto) e gran intenditore di vini. La sua collezione, che contava oltre diecimila bottiglie (tutte rarissime, all'epoca) andò purtroppo perduta in un incendio della sua tenuta, nella Loira. Due copie della versione ortopedica del suo materasso (gli originali andarono persi) sono conservate al Musée Napoleonien di Ajaccio, in Corsica, e al Musée de l'Homme di Parigi. Ad Arras, cittadina nei pressi di Lilla, nel nord-ovest francese, dopo la seconda guerra mondiale venne eretto da ignoto (di fronte all'Hotel de Ville e vicino alla statua di De Gaulle) un piccolo busto in marmo in suo onore (l'opera non è mai stata abbattuta nonostante...). Su di esso è scritto: "Inventore del materasso ad acqua. I culi di Francia ti ringraziano!". 
     - Il "passero solitario" è il marito della passera in fiore, anzi, in calo...di testosterone (a volte) nonché padre della passerina in amore (al profumo del fiore di pesco). L'areale di questa specie di volatile abbraccia i cinque continenti del globo terracqueo, per questo è tra quelle più diffuse: essa non teme gli umori e le calamità del tempo atmosferico per cui non è soggetta a migrazioni stagionali che caratterizzano altre specie; al maschio li basta avere al fianco la dolce sua metà...a prescindere. In genere la femmina mette al mondo i figli in modo naturale, ossia dopo un rapporto sessuale completo ma a volte può avvenire che essa lo faccia per partenogenesi: in quel caso l'embrione viene fecondato in maniera asessuata, cioé senza contatti diretti tra maschio e femmina. Quando questo succede il maschio si isola per il tempo della gravidanza della femmina ed è il motivo per cui si chiama "solitario".
     - L'"Infinito" era il nome della nave ammiraglia della flotta di Aristotele Socrate Omero Onassis. Sembra che l'armatore greco avesse scelto quel precipuo nome in onore della sua prima moglie (Athina Mary Livanos, figlia di un altro celebre e potente armatore ellenico, sposata nel dicembre del 1945) e per il seguente motivo: ella era solita osservare il cielo nelle notti stellate e di luna piena e dopo averlo fatto spesso esclamava, appunto, "Oh infinito!".
     - La "nausea" è quel particolare stato d'animo, oltre ad essere - evidentemente - una fisiologica condizione di malessere passeggero, che prende in genere i cittadini di sesso maschile over settanta abitanti nelle estreme regioni meridionali francesi (Guascogna, Linguadoca e Provenza, da Biarritz nei Pirenei atlantici sino a Nizza, il versante opposto sito ai confini col Principato monegasco) quando sentono suonare a morto le campane delle chiese nelle loro città e nei propri paesi. Inoltre, compiono ogni volta un gesto rituale e scaramantico: si grattano con solerzia ed a lungo le parti basse e meno nobili del loro corpo, poste al di sotto del pene (altrimenti dette, secondo un noto intercalare semantico della Sicilia nord-occidentale, gabbasisi). Il sociologo e antropologo parigino François Delecour, noto nel mondo accademico per le sue teorie ed i suoi scritti sui pigmei Bambuti (egli stesso ha vissuto quindici anni insieme a queste popolazioni di cacciatori e raccoglitori nella foresta dell'Ituri, nel nord-est del Congo) ha condotto studi particolarmente accurati sul fenomeno. Qualche anno fa dichiarò, in una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: "Quegli uomini devono avere una particolare propensione naturale ad assumere tali atteggiamenti (tutto deriverebbe, tuttavia, secondo l'illustre cattedratico, dall'influsso sui loro polmoni della corrente del Golfo di Guascogna, nell'oceano Atlantico: proveniente, essa, dal mare del Nord, attraversa lo stretto di Dover, sulla Manica, dove si amalgama con quelle del Mare d'Irlanda e del Mare Celtico, che a loro volta sono sotto l'influenza della corrente del Golfo). Per ciò che concerne il momentaneo stato di nausea che li accompagna al rintocchio funebre delle campane, debbo dire che trattasi di un fenomeno psicopatologico su base endogena che si installerebbe sui soggetti in questione, particolarmente predisposti per motivi genetici ed ereditariamente complessi, a causa di due endorfine che si chiamano "tic" e "tac"...il tutto, poi, confluirebbe nelle cellule del sangue e nelle sinapsi amiotrofico laterali del cervello". Questa intervista non piacque a più di qualcuno soprattutto per il linguaggio un po' troppo "tecnico" e forse...incomprensibile. Dopo aver letto quelle righe Marcel Tavernier, cinquantottenne contadino di Lourdes, esclamò: "Quello lì è tutto matto. Lo fanno solo perché hanno una fottuta strizza della madonna che li prende su per il culo!".

  • 05 novembre 2020 alle ore 18:29
    Ascoltando qua e là - Il mio quattro novembre

    Come comincia: O Gorizia tu sei maledetta (O Gorizia) 
    La mattina del cinque di agosto
    Si muovevano le truppe italiane 
    Per Gorizia, le terre lontane
    E dolente ognun si partì.

    Sotto l'acqua che cadeva al rovescio,
    Grandinavano le palle nemiche;
    Su quei monti, colline e gran valli,
    si moriva dicendo così:

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per molti non fu.

    O vigliacchi che voi ve ne state,
    con le mogli sui letti di lana,
    Schernitori di noi carne umana,
    Questa guerra ci insegna a punir.

    Voi chiamate il campo d'onore,
    Questa terra di la dei confini
    Quì si muore gridando "Assassini!"
    Maledetti sarete un dì.

    Cara moglie che tu non mi senti
    Raccomando ai compagni vicini
    Di tenermi da conto i bambini
    Che io muoio col suo nome nel cuor.

    Traditori signori ufficiali
    Che la guerra l'avete voluta
    Scannatori di carne venduta
    E rovina della gioventù.

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per tutti non fu.

    (Sandra Mantovani - Il Nuovo Canzoniere Italiano, dall'album "Bella ciao", 1965)

  • 05 novembre 2020 alle ore 10:22
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’ in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto stessa potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sarai stata solo mia. Forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 03 novembre 2020 alle ore 20:42
    Dal paese di...Vattelappèsca

    Come comincia:                                                                                                           Ai morti di amianto.           
     Loris emigrò in Germania nell'inverno del 1954, da un paesino del sud: Vattelappèsca. Aveva poco più di ventitrè anni, all'epoca. Prese il primo treno del pomeriggio, qualche minuto prima che un temporale da tregenda aprisse il cielo in due. Era vestito semplice, come semplice uomo era lui: una giacca, una camicia e nient'altro, portandosi appresso soltanto una vecchia valigia marrone legata con lo spago e carica di illusioni. Partì da Vattelappèsca ma...sarebbe potuto partire da "ovunque", perché Vattelappèsca non esisteva in concreto. Quello era un luogo immaginario che forse esisteva solamente nella testa di chi ha fervida immaginazione, pur restando sempre sobrio e col cervello in ghingheri. Tuttavia nel sud, chissà, quel paesino davvero esisteva (ad ogni sud di tutte le latitudini della terra ve ne potrebbero essere stati senza dubbio uno o più d'uno, tanto di quelli dove ancora i vecchi, sul lungomare, raccontavano storie ai più piccoli fumando il narghilé, quanto di quelli dove peones o bifolchi coltivavano i campi arandoli coll'aratro trainato dai buoi piuttosto che con giganteschi macchinari a motore), con tutti i drammi suoi - piccoli o grandi che potevano essere - e la miseria della gente che vi abita; con i bisogni della sua gente e dei suoi abitanti - vecchi o giovani che siano - , con tutti i sogni loro ed i disincanti e le...notti ed i giorni che anche là (a Vattelappèsca o nell'altro) tramontano eppoi nascono sempre uguali, muoiono, nascono o rinascono a nuova vita in un ritmo incessante e perenne, o ugualmente al modo stesso in cui lo fanno (il) sole e (la) luna per trecentosessantacinque giorni e notti all'anno. Quando il giovane arrivò a destinazione era quasi il meriggio del giorno successivo a quello in cui partì...i treni, allora, avevano i loro alti e bassi proprio come i cristiani...a loro immagine e somiglianza: mica come adesso, che non sono più umani! Ebbe solamente il tempo di sciacquàrsi il viso, in stazione (neanche quello di fumarsi una sigaretta o bersi un caffé in santa pace): di lì a poco avrebbe cominciato il turno di notte, in un cantiere navale dove trattavano l'amianto e costruivano pezzi di ricambio per le navi. Era operaio specializzato, Loris; aveva imparato il mestiere di saldatore dopo la scuola tecnica e in quel cantiere così vi lavorò per ben quarantadue anni, sino alla pensione: quasi una vita intera! Dopo di che tornò al suo paesino (Vattelappèsca o giù di lì, poco importa!). L'unica differenza rispetto a quando era andato via, quarantadue anni prima, fu una 127 bianca e blu comprata a scomputo, il resto tutto uguale: stessa valigia marrone legata con lo spago, svuotata però di tutti i suoi sogni ed un bagaglio al seguito di fatica sulle spalle, delusioni, disillusioni; le mani rugose e il viso segnato...da una vita vissuta in fretta, troppo forse, in un paese con abitudini diverse e distanti dalle sue; quella vita che mai li aveva concesso di fermarsi un istante: per darli tempo di guardarsi attorno, pensare a sé stesso, a qualcosa di diverso al di fuori del lavoro. Non aveva famiglia e neanche un amico; non si era mai sposato: chissà, se si fosse fermato - un attimo appena, qualche volta - avrebbe trovato magari quella giusta oppure...c'è chi dice che il destino sia scritto già da tempo per tutti, sin quando ognuno esce con il capo dalla vagina della propria madre (ad alcuni, a volte, è dato di farlo coi piedi!). Di lì a poco, purtroppo, per Loris sarebbero cominciati i guai, la sua odissea. Nell'estate del 1996, pochi mesi dopo il suo rientro a casa, i primi sintomi: tosse, capogiri, dispnea. Le visite mediche, il ricovero, gli accertamenti; eppoi la diagnosi infausta e crudele: cancro ai polmoni, dovuto alla prolungata vicinanza all'amianto. L'uomo lottò sin quando fu possibile e con tutto sé stesso. Morì una mattina d'inverno, tersa e mite, del 2000. Il suo nome non venne iscritto nel registro dei tumori. Riposa nel cimitero del suo paesi...di Vattelappèsca. Ogni tanto qualcuno porta un fiore sulla sua modesta tomba: a nessuno è dato sapere di quale morte sia morto. Un vuoto a perdere!

     - Perché di amianto si continua a morire...La "fibra killer" ogni anno uccide cinquanta persone. Così titolava il 6 dicembre dello scorso anno il quotidiano Brescia Oggi. L'articolo proseguiva in questo modo: "I numeri sono contraddittori, ma una certezza c'é: di amianto si continua a morire. Nel senso che risultano ancora letali gli effetti delle intensive inalazioni tossiche delle fibre di asbesto tra gli operai del settore, prima che la materia fosse messa al bando nel 1992. Ogni anno - si legge nell'ultimo rapporto dell'Istituto superiore della Sanità - l'Italia paga un tributo di 4000 mila vittime alle patologie correlate alla "fibra killer". Vengono inoltre diagnosticati oltre 15 mila casi di mesotelioma. L'incidenza della malattia maligna è in aumento, con un picco atteso nei prossimi 10-20 anni. Non basterà insomma aver smantellato tutto l'amianto entro il 2023, come imposto dall'Unione Europea, per limitare i danni alla salute. Secondo lo studio epidemiologico nazionale, in sei anni in Lombardia sono stati diagnosticati 4844 casi di tumori alla pleura. Nel Bresciano la quota è stata di 392. Nello stesso periodo i mesoteliomi pleurici in Lombardia sono stati 632, 47 nella nostra provincia. Ma ci sono autorevoli stime molto più pessimistiche. "In trent'anni ci sono 1500 morti a Brescia per cancro collegato all'amianto. E' una tragedia sconosciuta che la popolazione deve sapere. Nonostante la messa al bando, c'è una presenza residuale", ha affermato ieri Pietro Gino Barbieri, già direttore di Medicina del Lavoro, presentando il suo libro "Morire di amianto. Un dramma prevedibile, una strage prevedibile". I riscontri epidemiologici ufficiali parlano di 750 mesoteliomi maligni negli ultimi venti anni.   

    Taranto, 2 novembre 2020.       

  • 01 novembre 2020 alle ore 18:54
    La donna che ha vissuto come uomo (burrneshe)

    Come comincia:  Tomas ha quasi settanta anni oggi. Tanti anni fa (quando era una ragazzina) viveva con suo padre Karman (pastore, contadino, raccoglitore di erbe officinali, venditore di pelli) e con la sua famiglia (non vi erano figli maschi ma soltanto tre femmine più piccole di lei) in un piccolo villaggio della regione del Kelmend, nel nord dell'Albania al confine col Kossovo: tutt'intorno a lei un paesaggio fatto di aspre montagne, terre dure, arcigne ed inaccessibili ai più; di luoghi impervi dove d'inverno per la neve si può rimanere bloccati in casa anche per intere settimane. Per secoli nel nord dell'Albania l'uomo è stato tutto e la donna nulla: pura merce di scambio, equiparata al valore del bestiame in questi villaggi dediti a pastorizia ed allevamento, al commercio del legname e alla coltivazione dei prodotti della terra. Quì la collettivizzazione delle campagne attuata nell'immediato dopoguerra con l'aiuto di iugoslavi, sovietici e cinesi ha attecchito ben poco: i montanari hanno sfidato dapprima i turchi-ottomani eppoi il comunismo che governò l'Albania per decenni. Una società arcaica e patrilineare dove la sola ed unica legge conosciuta è quella del Kanun, codice fatto di usi e consuetudini molto dure e tramandate oralmente sin dalla fine del '400, quando fu raccolto da Leke Dukagjini, guerriero e patriota albanese, e poi trascritto, in dodici libri, nei primi anni dello scorso secolo, da Shtjefen Gjekòv, frate francescano di origini kossovare. Il kanun regola un mondo ed una società prettamente maschile: non permette, ad esempio, che una ragazza possa lasciare il fidanzato a cui è stata promessa  in moglie (qualora succedesse, l'evento potrebbe innescare una faida senza controllo, fatta di vendette ed azioni violente da parte della famiglia dello sposo verso quella della donna); poi, quando la promessa sposa diviene moglie (al momento dello "scambio" il padre della sposa riceve in contropartita un proiettile!) e va a vivere nella casa del marito, diventa - al tempo stesso - parte integrante del nuovo nucleo familiare, così recidendo per sempre i legami con la famiglia originaria, quel "cordone ombelicale" a cui era unita sin dalla sua nascita. In questo mondo così spietato, tra l'altro, nessuna donna può ereditare i beni dell'uomo nel caso quello muoia prima di lei (che sia genitore, fratello o il consorte poco importa). L'articolo 29 del Kanun recita: "la donna è un otre fatto solo per sopportare". Padre, fratello o marito posseggono potere di vita e morte su figlie, sorelle e mogli. Quando il padre di Tomas morì, schiacciato sotto un masso accidentalmente cadutogli addosso in montagna, egli (che allora si chiamava Xarita) di fronte si trovò ad una scelta inesorabile: continuare ad essere donna e schiava per il resto della vita (la donna non è bene che parli prima di un uomo e che lo guardi pensando che non abbia ragione, oppure che esso scelga dopo una donna, neanche è bene fumare per una donna, o svolgere mansioni maschili, o bere prima che abbia bevuto un uomo, imbracciare un fucile, scegliere il marito...né andare sola nei boschi senza un uomo: non sono comandamenti, ma leggi e comportamenti del Kanun che ogni donna deve rigorosamente seguire!) oppure diventare uomo. Scelse di sacrificarsi, per salvare l'onore della sua famiglia e i suoi miseri averi; di cambiare genere per essere paradossalmente libera e così godere del rispetto della comunità. Tomas era una bella ragazza bionda e cogli occhi azzurri come il cielo. Portava i lunghissimi capelli sempre sciolti, li tagliò poi e li tinse neri, cominciò a indossare pantaloni lunghi in posto della gonna. Fece giuramento dinanzi al consiglio dei dodici anziani del villaggio: diventò così burrneshe, che sta per uomo e donna assieme (nulla a che fare col travestitismo, le transgender ed il mondo trans, però!), fece voto di castità per sempre, nessuno più la guardò come donna. Girò per tutta l'Albania e fece vari lavori: a Durazzo operaia in conceria, a Scutari in una fabbrica di pneumatici per trattori. E' stata anche metalmeccanico durante il periodo della dittatura. In fabbrica ha perso il dito mignolo della mano destra, finito sotto una pressa, e parzialmente l'uso dell'occhio sinistro. Quando la madre morì anche le sue sorelle minori hanno scelto di diventare come lei: Stella, Samia e Gabrj diventarono Mark, Gjin e Stefan. Stefan ha lavorato in Turchia ed in Germania, ha fatto il camionista ed è stata sulle navi mercantili; Mark invece è stata anche in America: tutte hanno sempre tenuto nascosta la loro identità, ovunque siano andate e qualunque lavoro abbiano svolto. Molti si domanderanno: siamo sicuri, però, che diventare quello che non si è (per costrizione o libera scelta), magari assumere i panni di un'altra persona o travestirsi per apparire qualcos'altro sia solamente prerogativa di donne in quell'ambito ristretto di zona della terra? Oppure è un trend che sovente e volentieri molte persone (a prescindere dal sesso) mettono in atto nella vita d'ogni giorno? Ai posteri, come al solito, compete l'ardua sentenza...o semmai, per i più impazienti (in parte parafrasando le parole di una vecchia canzone di Bob Dylan) bisognerebbe dire questo: "è possibile che la risposta stia scritta nel vento o tutt'alpiù tra le stelle!". Tomas vive oggi sulla costa dalmata, vicino Spalato, in una modesta casa con veranda che da sul mare: lo ha sempre amato più d'ogni cosa, in fondo, nonostante sia nata ai piedi delle montagne.Trascorre la sua esistenza in maniera modesta ma dignitosa, con tranquillità; a farli compagnia i suoi gatti. Ha vissuto quasi sempre come uomo e un solo rimpianto l'accompagnerà per il tempo che li resta: non essere mai stata veramente una donna in vita sua! 

    Taranto, 23 ottobre 2020.  

  • 27 novembre 2019 alle ore 12:47
    ALBERTO E GENÉVIÈNNE (SECONDA PARTE)

    Come comincia: Tinto Brass. Era a metà pellicola quando percepì dietro di sè una presenza,  Monica era alle sue spalle..."Signora sono imbarazzato, io di solito...""Lei di solito vede film porno che, se ben fatti, come ho potutto vedere brevemente, sono piacevoli." "È la storia di una giovane che, spinta dal fidanzato macrò, aveva preso la via del casino pensando, ingenuamente, di risolvere i loro problemi finanziari (lui le aveva fatto intendere che aveva bisogno di soldi per aprire un'attività). Il film prosegue con la visita ginecologica da parte  di un dottore smaliziato dalla lunga carriera e dalla frequentazione professionale di tante 'signorine' e poi l'incontro col primo cliente, un bel marinaio, con cui si era fatto delle goderecciate superbe contrarie però alla filosofia di una casa chiusa. Non è solo una pellicola glamour ma anche una storia di costume che si svolge durante la seconda guerra mondiale con implicazioni anche politiche e col finale ottimistico della giovin signorina che, con l'eredità di un maturo cliente passato a miglior vita, aveva comprato una nave al bel marinaio suo grande amore." "Bella storia col finale ottimistico, la mia storia è solo tragica e col finale ancora da pronosticare. Genéviènne l'ha tratteggiata come un uomo speciale, affidabile, anticonformista molto simile a lei, anzi mi ha detto: 'Sono io vestita da uomo'. Detto da lei, che conosco bene, è un grosso complimento. Dovrò venire spesso a trovare Genéviènne, la mia e quella di mio figlio è una situazione delicata, complessa che mi coinvolge moltissimo come madre, le dico questo perchè penso che sarò costretta ad essere sua ospite per vari pomeriggi, sempre che non le crei problemi." "lo farò con piacere come con piacere le offrirò un the verde che tiene lontana la vetustas." Dopo mezzora una telefonata di Ge, Monica lasciò l'abitazione di Al .Dallo spioncino Al. vide accanto alla madre un ragazzo biondo che salutò affettuosamente Ge: "Ciao zia, a presto!" "Alberto preferisco parlare per telefono, attendo l'arrivo di mio marito e vorrei presentartelo ufficialmente prima di farti trovare in casa nostra. Penso ad una ovvia curiosità da parte tua, affermare che quella di Monica e una storia complessa è il minimo che si possa dire, lei mi ha pregato di non fartene cenno, se lo riterrà opportuno sarà lei a parlartene personalmente." Che la curiosità sia femmina è solo un luogo comune, quella di Al. era al parossismo, le ipotesi erano poche e poco consistenti, anche la fantasia ha un limite e Ge. era stata insolitamente abbottonata. "Cara ti prego, un breve accenno, ho il cervello in ebollizione, dammi una dritta!" "Ti posso dare dei cubetti di ghiaccio per abbassare la temperatura dell'encefalo, non insistere, l'ho promesso a Monica, la potrai rivedere domani pomeriggio." Mattinata successiva niente mare con grande irritazione da parte di Nadia nel vedersi Al. tra i piedi mentre ordinava l'appartamento. "Nadia oggi niente primo voglio restare leggero, solo secondo e frutta." Alle quindici arrivò dell'ascensore al piano, porta aperta dell'appartamento di Ge. e introduzione della madre e del figlio all'interno. "Ma che cacchio stanno facendo, Ge. doveva impertire lezioni di francese al pupo e allora che motivo c'era di perdere tanto tempo..." Suono del campanello nell'abitazione di Al, una attesa ingiustificata da parte del padrone di casa e poi apertura del portone d'ingresso. Lo sguardo fisso di Monica negli occhi di Al aveva un solo significato: "Stavi dietro la porta al mio arrivo, hai aspettato incollato allo spioncino e poi la sceneggiata per farmi aspettgare all'ingresso!" "Si accomodi signora, Genéviènne mi ha peannunziato il suo arrivo. L'ultima volta abbiamo effettuato un giro turistico della mia magione, ora la cosa migliore è quella di sedersi sul divano, dinanzi al televisore, e godersi la musica proveniente da canali satellitari aspettando la fine della lezione a suo figlio." "Da quello che mi ha accennato Genéviènne lei è una persona intelligente con molta esperienza della vita, non prendiamoci in giro, intanto penso che sia il caso darci del tu dato che passeremo molto tempo insieme. Ti toglierò la curiosità che appare evidente dal tuo viso e che Genéviènne non ha voluto dirimere, la mia non sarà una confessione ipocrita come quella cattolica, sarà solo un modo per sentirmi sollevata in una situazione complessa e dolorosa, sempre che ti vada di sentire le mie peripezie." "Sono tutt'orecchi, cerco una melodia del grande Amadeus come sottofondo, ti va?" "Anch'io apprezo Mozart. La mia storia inizia a Senigallia cittadina rivierasca delle Marche, sono laureata in Storia dell'Arte ma, per mancanza di lavoro, appena conseguito il dottorato presi ad aiutare i miei nella conduzione di una trattoria, lavoravamo soprattutto d'estate. I problemi sono sorti allorchè si è ammalato mio padre, una pielofrenite che lo ha portato alla dialisi, io e mia madre non eravano in grado di portare avanti da sole l'esercizio, tutte le incombenze della conduzione erano a carico di mio padre, mia madre in cucina, io alla cassa ed al servizio ai tavoli, eravamo in difficoltà. Una sera stavamo chiudendo il locale quando si sono presentati dei giovani di ambo i sessi, un pò brilli, che hanno chiesto di ritardare la chiusura del locale per una spaghettata, il bisogno di far cassa ci indusse ad accontentarli. Fra tutti il più caciarone era un biondo dagli occhi azzurri che sembrava il capo della banda. Quando gli passai vicino mi mise una mano fra le gambe, mi sentii morire, trattata come una prostituta, posai i piatti che avevo in mano e gli ingiunsi di uscire dal locale. Il mio atteggiamento raggelò la compagnia, una ragazza, forse la meno brilla,  cercò di sminuire l'episodio giustificandolo con lo stato di ebbrezza del giovin signore. La serata finì abbastanza tranquillamente con un buon miglioramento per le nostre finanze. L'episodio era stato da me dimenticato quando, due giorni dopo, all'ora di pranzo, si presentò il biondo con un gran mazzo di rose bianche. Senza pronunziare parola lo appoggiò sul banco della cassa e mi baciò la mano. Il fatto incuriosì i clienti del locale e mia madre. "Chiederle scusa è il minimo, non ricordo molto degli avvenimenti dell'altra sera ma Virginia, una mia amica, mi ha riferito del mio comportamento non da gentiluomo, le porgo di nuovo le mie scuse." "Scuse accettate con riserva, ero molto arrabbiata!" Tutti i giorni a pranzo ed a cena nel mio locale era presente Antonio F., la sua barca era ormeggiata al porto, un quindici metri nuovo e moderno, era di sua proprietà, lui girava tutti i porti d'Europa quale rappresentante del fratello, costruttore di barche con cantiere sito in una località vicino Messina, presto sarebbe ripartito per recarsi a Genova, al salone nautico dove erano esposti natanti di loro fabbricazione. Alla chiusura del locale, verso mezzanotte Antonio F. era dinanzi alla porta della trattoria. Chiesi consiglio a mia madre, unica risposta: sei maggiorenne, se tu dovessi sistemarti io andrei con tuo padre da sua sorella sulle colline marchigiane, è coltivatrice diretta e possiede una grande stalla, potrei lavorare lì. Non ero molto entusiasta di un eventuale matrimonio anche se Antonio ne l'aveva proposto più volte; una storia con un mio coetaneo aveva avuto un risvolto negativo per la gelosia di sua madre., accettai la proposta. Al ritorno di Antonio da Genova ci maritammo. Pochi amici e amiche, qualche parente compresa la zia Lella nella cui tenuta mia madre sarebbe andata a lavorare, il più accorato era mio padre che si riteneva colpevole della mia decisione di maritarmi. decisione che istintivamente non condivideva. Passammo la luna di miele in barca. Il viaggio Senigallia Messina fu intervallato da frequenti attracchi in porti abruzzesi, pugliesi e calabresi, finalmente a Messina. I nostri rapporti sessuali si rivelarono non molto gratificanti, Antonio non si dimostrava particolarmente conoscitore delle esigenze sessuali femminili e tutto finiva in un breve lasso di tempo. Dopo un anno la nascita di Antonella, una pupona bellissima, a detta di tutti la mia immagine precisa, una gioia indicibile. A Messina prendemmo alloggio in una casa vicino al mare nei pressi di un grande distributore di benzina, la stessa che occupo ora. Mi accorsi che c'era qualcosa di strano nel comportamento di mio marito: una volta invitò a casa un tale dal comportamento un pò femmineo, si giustificò affermando che era un probabile acquirente di una barca che aveva voluto conoscere la sua famiglia. Le sue amicizie avevano dato la stura a pettegolezzi che non giungevano alle mie orechie. Dopo quattro anni, in seguito ad un fugace rapporto sessuale, rimasi incinta, nacque Francesco ritratto preciso di suo padre, biondo con gli occhi azzurri. Il matrimonio aveva alti e bassi, il sesso non mi interessava più di tanto nè avevo intenzione di allacciare una relazione con un altro uomo, seguivo la crescita di Antonella e di Francesco con qualche apprensione considerata la totale assenza del padre nel menage familiare. Antonella cresceva ogni giorno più avvenente, era sempre allegra ed aveva molte amiche al contrario di Francesco che si dimostrava timido e chiuso di carattere. Antonella aveva superato brillantemente gli esami di maturità e si era iscritta all'università. Non avevamo problemi economici, Antonio si era dimostrato un buon venditore, guadagnava bene e faceva pervenire regolarmente alla famiglia del denaro anche quando era fuori sede per lavoro. Non ricordo di preciso quel che accadde tanto fu grande lo choc: mia figlia una sera non era rientrata a casa e solo la mattina seguente mi aveva telefonato dalla Calabria, era ospite di una sua amica, nessuna ulteriore spiegazione. Fu allora che conobbi Genéviènne che abitava nel mio stesso palazzo. Al supermercato mi era caduto a terra il sacchetto della spesa, mi sono messa a piangere e Genéviènne mi accompagnò a casa. Ogni giorno veniva a trovarmi e insieme decidemmo di rivolgerci ad un'agenzia privata di investigazioni per rintracciare Antonella. Dopo circa una settimana fui convocata dal direttore dell'agenzia; mi recai nel suo ufficio in compagnia della mia amica. Il titolare fu molto discreto e diplomatico, cercò di indiorare la pillola ma la realtà era che Antonella viveva in una villa vicino a Camigliatello, nella Sila, nell'abitazione di una facoltosa signora quarantenne, divorziata, che aveva propensione per le persone del suo stesso sesso. Svenni, mi trovai adagiata su un divano, Genéviènne mi massaggiava dolcemente il viso, fu un triste ritorno alla realtà. Pensai le cose più assurde, volevo acquistare una pistola per uccidere la maledetta lesbica che si era preso quel fiore di mia figlia, Genéviènne riuscì a farmi ragionare e a ripercorrere la vita passata di mia figlia. Effettivamente in casa non aveva mai invitato un coetaneo di sesso maschile, se aveva deciso di convivere con una lesbica voleva dire che pure lei... Riuscìì ad informare suo padre che era in Marocco, non avevo molte speranze che lui potesse sistemare la situazione ed infatti: "Cara se quella è la natura di nostra figlia non possiamo farci nulla, cercheremo di convincerla a venire a Messina per rivederla, chiaramente non è il caso di recarci in Calabria." Dopo circa sei mesi Antonella, dietro mie insistenze, venne a trovarmi. Forse sarebbe stato meglio non rivederla, era in ottima forma, sembrava più bella di quanto ricordassi, mi disse di essere felice di aver trovato una persona che amava, si amava una donna! Non la invitai più, mi dedicai tutta a Francesco che cresceva pieno di complessi, non dimostrava una mascolinità definita, era bello ma chiuso di carattere, non aveva molte amicizie e raramente qualche compagno di scuola frequentava la nostra casa. L'unica persona con cui confidarmi era Genéviènne per cercare di comprendere le problematiche di mio figlio. Circa venti giorni addietro Francesco è ritornato a casa piangendo, si era chiuso in camera sua e non aveva voluto aprire la porta per un giorno intero, solo l'intervento di Genéviènne aveva sbloccato la situazione così era venuta fuori la verità: Francesco aveva tentato di avere rapporti sessuali con una sua compagna ma non era riuscito a combinare nulla e la ragazza aveva sparso la voce che fosse impotente ovvero omosessuale. Per non fargli perdere l'anno scolastico l'ho iscritto in un istituto privato ma con poco successo negli studi, Francesco era rimasto molto turbato da quell'episodio, dovevo prendere energicamente in mano la situazione ma non era affatto facile trovare una soluzione. In questo frangente m'è venuto in aiuto l'amore materno, dopo una notte insonne decisi di chiedere a Genéviènne un favore che solo una madre può comprendere ma la mia amica non aveva avuto figli e non ero certa che potesse capire la situazione e venirmi incontro, la sapevo anticonformista e questo mi incoraggiò a chiederle di sacrificarsi per mio figlio. Quando le esposi il mio piano controllai le sue reazioni, considerava Francesco suo nipote tanto da essere chiamata zia. Mostrò sorpresa: avrebbe dovuto iniziare al sesso mio figlio per ridargli fiducia in se stesso! Temetti in suo diniego, ormai ero all'ultima spiaggia, non conoscevo nessuna altra donna che potesse aiutare Francesco e non intendevo ingaggiare una prostituta. Genéviènne non profferì parola, mi abbracciò e da questo capìì il suo assenso. Ci mettemmo d'accordo che l'avrebbe invitato a casa sua con la motivazione di dargli lezioni di francese e poi...Mio figlio non ha voluto la mia presenza, forse aveva compreso che in quella situazione c'era qualcosa di anomalo, sta di fatto che la mia amica ti ha pregato di ospitarmi durante le... lezioni, fine della storia." "Monica ti ritengo una persona fuori dal comune, penso che se Genéviènne non avesse accettato ti saresti sacrificata tu stessa." "Anche tu sei una persona straordinaria per essere entrato nei miei pensieri, sono contenta di averti conosciuto." La volta seguente Monica completò io quadro della sua famiglia:circa un anno addietro suo marito aveva deciso di andare in Brasile per aprire una succursale per la vendita delle barche di produzione della ditta di suo fratello, natanti di ultima geneazione molto richiesti da quel mercato. I loro contatti erano diventati rari; un messinese, al rientro dal Brasile, la mise al corrente che Antonio F. conviveva con un trans, mai come in questo caso 'nomem omen'. I giorni seguenti le lezioni pomeridiane Al. veniva messo al corrente dei progressi del pargolo: all'inizio solo ripetizioni di francese, nelle giornate successive una mano di Ge sulle adolescenti gambe, poi un pochino più al centro, sempre con la massima indifferenza, poi un ballo lento, un controllo sopra i pantaloni ed infine fuochi d'artificio sul divano. Ora il furbacchione voleva avere ogni pomeriggio lezioni dalla zia che gli fece chiaramente comprendere che lei era stato solo un mezzo per farlo ritornare nella giusta via per poter fare... amicizia con ragazze della sua età, finish! Monica appresa la notizia delle prestazioni sessuali di suo figlio volle abbracciare sia Ge. che Al. "Ge. ho riflettuto sulla vita sessuale di Monica, non pensi che anche lei abbia bisogno di una ripassatina?" "Brutto figlio di..." "Stavo scherzando, lo sai che ho l'animo di missionario! Torno subito all'esuberante, indipendente e deliziosa Genéviènne, che ne dici di farmi una sorpresa per movimentare un pò la vita?" "Ci sto pensando, non ti pentirai di quello che ti preparerò" "Che ne dici di un'anteprima?" "Niente anteprima altrimenti che sorpresa sarebbe?" Preso da un 'improvviso raptus, Al. fece letteralmente volare Ge. sul divano, sotto la vestaglia niente.Al. provò a girare di spalle l'amata la quale "Questo è riservato alle grandi occasioni, un pò come le posate d'argento, non si usano tutti i giorni." "Prendo nota e mi prenoto." "Prima di te nel mio carnet ci sono altri nominativi..." "Lallero!" Il martedi: sabato sera a casa mia verso le ventuno." La curiosità si era impadronita di Al, non era facile poter immaginare quale sorpresa potesse andare a scovare la immaginifica Ge, sicuro qualcosa in fatto di sesso ma cosa? L'interrogativo perseguitò Al per i restanti giorni sino al pomeriggio del sabato quando: "Mon ami alle ventuno troverai la porta di casa mia aperta." Per Al una scarica elettrica: una frenesia aveva invaso tutto il corpo, non riusciva a star seduto, doveva vestirsi adeguatamente per l'avvenimmento, qualcosa di inusuale, appariscente. Rispolverò un vecchio costume piuttosto vistoso: casacca con sfondo nero con dragone anteriore color rosso e oro, larghi pantaloni neri di seta, babbucce arabe color viola. L'ingresso qualcosa di inaspettato, a terra nel corridoio candele nere dentro bicchieri di cristallo poste sino all'ingresso del salone da cui proveniva la musica indiana di Ravi Shankar il cui tono aumerntava man mano che ci si addentrava nella stanza. Candele rosse con profumo di violetta poste nell'incavo del muro sovrastante il divano, al centro una pergamena con la scritta 'come inside!' Al. si diresse il suo interesse alla figura di donna tutta ricoperta da un velo azzurro trasparente che lasciava scoperti solo i piedi piccoli e delicati, il viso nascosto da una maschera dorata, la musica era la giusta completezza della scena. Al. non perse tempo, alzò il velo e si diresse con decisione verso il pube ricoperto di peli nerissimi ma una mano lo tirò per i capelli e l'altra gli indicò i piedini delicati, un'altra feticista! Al in ginocchio alla luce flebile delle candele vide due estremità da bambola, apprezzò il profumo della pelle e iniziò a mettere in bocca un alluce mordendolo delicatamente e succhiandolo con piacere. Dopo poco tempo da un tremito del corpo si accorse dell'effetto delle sue effusioni, la baby, emula di Ge, stava bellamente godendo. Benchè spinto da un'ciccio' decisamnente fuori di testa, Gi pensò bene di aspettare sino a che la deliziosa decidesse di poter riprendere le effusioni. L'attesa non fu lunga, la sconosciuta diresse il viso di Al. verso la sua lanugine allargando le cosce, assaporò una 'schiuma di venere' di un sapore mai provato in una donna, era simile al miele. Al. non rispose alle urgenti sollecitazioni di 'ciccio', preferì assaporare a lungo il prodotto di quella gatta deliziosa poi si avvicinò alla maschera che lasciava scoperta solo le labbra rosa corallo, privò a toglierla dal viso ma fu fermato, capì che non era padrone del gioco infatti le due manine lo avvicinarono alla sua bocca calda ed accogliente ma poi la scena si animò di colpo. Gi si ritrovò supino mentre la dolcissima iniziò a spegnere la 'candela' con lenti movimenti prima rotatori poi verticali, qualche colpo di pube su quello di Al. L'assatanata ansimava e, forse per le precedenti goderecciate, non dava segni di resa ma quando giunse l'orgasmo fu uno scoppiettare di fuochi d'artificio, il ritmo divenne veloce, un urletto finale ed unghie sul petto di Al che la seguì nella scala del piacere. Giacevano l'uno accanto all'altra ma Al. non potè soddisfare la sua curiosità, la bruna sparì dalla sua vista. Al. rimase supino sul divano coccolato dalla musica di Ravi Shankar. Forse si era appisolato, quel contatto fisico era stato favoloso, indimenticabile. Fu dolcemente risvegliato da una carezza di Ge, nessun commento, solo un  bacio sulla fronte. "Così mi baciava mia madre da piccolo quando facevo una marachella." "Niente marachella, sei stato favoloso!" "Preso atto della foga non ho più pensato a te, hai visto tutto?" "Sei l'uomo che ho sempre sognato anche in campo sessuale!" "C'è una spiegazione per cui hai voluto farmi 'assaggiare' da una tua amica?" "È difficile entrare nel pensiero delle persone soprattutto nel mio cervello, ho tanto parlato di te alla mia amica che mi ha chiesto di conoscerti a fondo, l'ho accontentata ma forse..." "Ci rifaremo in seguito!" "Mi va di stare solo con te, devo confessarti che quando godevi anch'io ho vissuto la tua gioia, in me non c'è gelosia ma la condivisione delle emozioni, è come se le avessi provate io." Non era solo il sesso a tenerli uniti ma la consapevolezza della loro unicità, si sentivano speciali, avevano condiviso sensazioni inconsuete, appassionate, piacevolmente sconvolgenti. "Fammi entrare nei tuoi pensiieri, cosa stai preparando, dal tuo sorriso..." "Stavolta saremo spettatori passivi, niente anteprima." "Va bene, appuntamento a?" "Sabato sera." "Sento qualcuno protestare, mi accontenterei anche di un piedino..." "Niente da fare per sabato ti voglio arrapatissimo!" Le giornate seguenti per Al. furono tumultuose: in macchina sino a Taormina, caffè al bar e ritorno, jogging sui Peloritani con ovvio indurimento dei muscoli non allenati, pasti consumati in fretta e controvoglia, film lasciati a metà, insonnia, addormentamento solo al mattino, risveglio dai rumori da parte di Nadia che rassettava la casa. Pensioro: "Mi faccio fare da Nadia un pompinio rilassante, meglio di no." Finalmente il sabato, la calma dopo la tempesta. Al. passò il pomeriggio in compagnia di un libro giallo di Mike Spillane. "Lascia la porta socchiusa, sta rientrando mio marito, passeremo la serata insieme." Bacino casto sulla fronte "Cosè quell'aggeggio che hai in mano?" "Ascolta..." "Aeroporto di Reggio Calabria, volo AZ Alitalia, pista libera potete atterrare." "È questa la goduria promessa, fare il controllore di volo?" "È un ricevitore, cambio frequenza, scolta adesso." "La voce di Dorella: "Amore mio una sorpresa che spero non ti dispiacerà, ho invitato a cena Lollo, uno studente calabrese mio paesano, ti ricordi quando fantasticavamo di farlo in tre..." "Sono eccitato e perplesso ci si può fidare?" "Garantito è un bisessuale  ma serissimo, lo chiamo al telefonino... Lollo: sesto piano, fai l'indifferente se incontri qualcuno." "Ge. non mi avevi detto che tuo marito è bisessuale." "È una novità anche per me. Ho sparso per casa varie microspie. Sono delle normali doppie prese di corrente elettrica con all'interno una cimice." "Organizzatissima, ora facciamo i guardoni o meglio, come si dice?" "Lascia perdere, godiamoci gli avvenimenti." "Tindaro, ti presento Lollo G., è uno studente universitario in medicina, se avrà dubbi in campo professionale potrà rivolgerti a te nel frattempo organizziamoci, la cena è già pronta, l'ho fatta preparare in una trattoria vicino al porto, il padrone è calabrese, omo, tanto simpatico. Lollo ed io andiamo in macchina a recuperala." Al. arrivò di corsa dinanzi allo spioncino e per poco non sbattè la testa sulla porta, voleva conoscere quei due. In attesa dell'arrivo dell'ascensore potè ammirare Dorella: un bambolotto con i capelli castani, ricci, divisi a metà da una riga verticale, occhi grandi ed espressivi, niente male a tette e anche a popò, benchè non molto alta calzava scarpe basse, una miniatura molto sensuale. Lollo: niente di speciale se non il fatto di essere completamente calvo, naso aquilino, pizzo ben curato. Questo particolare fece provare ad Al. un pò di nostalgia pensando quando amche lui ne faceva sfoggio prima che diventasse bianco.  Si spostò sul balcone e vide i due entrare in un a Wolkswagen Golf posteggiata nel cortile. Al. e Ge. poterono riprendere la loro 'guardonìa sonora. Dorella "Non so che abbia preparato il vecchio Cocò, in realtà si chiama Cosimo." "Lollo:"Dall'odore sembra pasta alla puttanesca, non ha certo lesinato il peperoncino..."Dorella: "Tindaro che vino abbineresti, che ne pensi di un rosso corposo?" "Non mi intendo di vini, ne prenderò uno di mia moglie... sull'etichetta c'è scritto 'Amarone', dovrebbe andar bene." Ge. incazzatissima: "Figlio di un cane quel vino ha dieci anni, l'avevo lasciato da parte per brindare con te." "Quando ti arrabbi sei favolosa, lo stesso atteggiamento di una Giunone cornuta, domani te ne comprerò una cassa, seguitiamo ad ascoltare ci sto prendendo gusto." Tindatro: "Quel tuo amico è un simpaticone: guarda pannocchie di granoturco con alla base la lanuggine della pianta, sembra un pene, finocchiona alla romana, wurstel giganti intagliati come la cappella di una cazzo, finocchi in gratin, due cose ovali arrosto, sembrano palle di toro." "Dorella: "Tutto buono, Cocò sarà un eccentrico ma è un buon cuoco, la pasta col peperoncino mi ha fatto accalorare, mi tolgo la maglietta... Tindaro non essere impaziante, intanto sappi che sono io la direttrice dei giochi, sarete ambedue miei schiavi e dovrete obbedire ad ogni mio capriccio, t'è capì? Guardate questi tre cannoli grossisimi, anche una bottiglia di champagne Veuve Cliquot e Ponsardin... mi strofino lo champagne sulle tette, una a testa come Romolo e Remo." Attimi di silenzio, le lingue sulle tette non fanno molto rumore... Dorella: "Ora basta, per rendere più particolare la serata vi darò gli ordini in latino, lingua che ambedue conoscete; mi metto in ginocchio sul tavolo, Lollo cunnilingus, Tindaro tergalinguus..

  • 27 novembre 2019 alle ore 12:20
    ALBERTO E GENÉVIEVIÈNNE

    Come comincia: Più che monotona Alberto M. riteneva la sua vita uniforme. Da buon misoneista non amava le novità che gli creavano problemi di assuefazione a qualcosa di non conosciuto a cui doveva, suo malgrado, adattarsi. Entravano in gioco sia la pigrizia mentale sia quella fisica ma questo stato d'animo non gli impediva di amare tutto quello che proveniva da qualche  femminuccia di passaggio da cui traeva ispirazione per sensazioni intense che riuscivano a scuoterlo dal torpore quotidiano. Cinquanta anni ben portati ma sempre cinquanta anni, i suoi un metro e ottanta di altezza erano diventati un metro e settantotto (misurati in farmacia da suo amcco Nino) e questo per un normale invecchiamento delle cartilagini che sostengono lo scheletro (ma perchè Nino non si faceva i fatti suoi?). Aveva dovuto radersi il tanto ben amato pizzo che gli dava quell'aria di tombeur di femmes (i peli diventati bianchi gli facevano assumere l'aria di babbo Natale), le palpebre degli occhi erano in parte scese e, secondo il dermatologo, doveva farsi operare per non assomigliare in futuro a quella razza di cani tutti rugosi, i capelli diradati e quelli rimasti grigiastri. Unica consolazione i denti ancora tutti ben allineati e sani che gli procuravano il piacere nel sorridere di dimostrare che non era possessore della aborrita dentiera. La sua abitazione a Messina, in contrada Conca d'Oro, era ubicata in una palazzina di sei piani (il suo era l'ultimo), veduta sullo stretto che si spingeva sino alla Calabria in condizioni di buona visibilità; di notte uno spettacolo da baia di Rio de Janeiro. L'ordine e la pulizia erano propri del suo appartamento. Alberto, non particolarmente rassettato, dopo la dipartita della consorte Francesca, era supportata dalla beneamata Nadia, cinquantenne ucraina che, lasciati a casa marito e figli, era giunta in Italia per guadagnare quegli €uro indispensabili per far laureare i pargoli. Non particolarmente avvenente, un pò larga di fianchi ma dal seno lussureggiante, era un punto fermo nella vita di Al. Ogni mattina si esercitava nella solita pantomima quando doveva raccogliere stanza per stanza l'abbigliamento che il suo datore di lavoro dimenticava in giro un pò dappertutto. Al era venuto a conoscenza da una paesana ucraina che era laureata in ingegneria edile, una sorpresa da quel momento ebbe maggior rispetto nei suoi confronti. Nadia dimostrava attaccamento ad Al, in particolare una mattina quando, entrando in camera  sua, l'aveva visto 'inalberato' e aveva ritenuto opportuno toglierlo da quell'incomoda posizione abbattendo 'l'albero'  con una monovra orale ben gradita da Al che aveva visto, per suo merito, il suo albero diventare un alberello. Maresciallo della G. di F pensione (trenta anni di servizio) Al aveva ereditato da una zia, morta novantenne, un gruzzolo con cui acqusstare, dopo anni di possesso di auto utilitarie, una Jaguar S munita di telefono, televisione, navigatore satellitare ed aggeggi vari, auto con cui transitava per le via di Messina con assoluta noncuranza ma attento alle occhiate decisamente invidiose degli ex colleghi con cui talvolta si incontrava in caserma al circolo riservato ai pensionati. Le consuete partite a tre sette erano il passatempo della mattinata, i perdenti al bar per pagare l'aperitivo a tutti i soci presenti e poi il rientro a casa dove trovava in cucina tutto pronto per prepararsi un primo piatto, il secondo già cotto e la frutta lavata. Il caffè, talvolta assunto al vicino bar, completava il pranzo. La pennichella di rito (da buon romano) portava Al sin alla soglia della cena con l'aiuto di una programma televisivo o l'uso del computer, da poco acquistato, con cui era in lotta quotidiana per reciproche incomprensioni. Il dopo cena veniva superato da Al in maniera diversa a sconda delle stagioni: d'inverno al cinema ovvero a teatro, solo commedie non apprezzava le opere, o anche un programma televisivo; d'estate passeggiate sul lungomare della Fiera o sul viale San Martino, talvolta in compagnia di amici al bar. Per le necessità di 'ciccio' provvedeva con qualche passeggiatrice dell'est (non amava le negre di cui non apprezzava i capezzoli e la cosina troppo scuri). L'uso del preservativo e la non possibilità di far l'amore nel senso più lato del termine lo lasciavano insoddisfatto, il tutto era molto simile ad un bisogno corporale. Una volta pensava di aver conosciuto una dea:  capelli nerissimi e lunghi sino alle spalle, occhi grandi a mandorla, bocca invitante, seni prosperosi, un lieve accento sudamericano. "Caro devo confessarti un particolare, ho qualcosa in più..." Quel qualcosa in più consisteva in un 'marruggio' grosso e lungo che fece sgranare gli occhi ad Al timoroso di poterselo trovare nel posto sbagliato... la cotale o meglio il cotale fu cacciato in maniera gentile ma ferma senza alcuna remunerazione. Una svolta nella vita di Al: una vecchia signora proprietaria dell'abitazione sita nel suo stesso piano era passata a miglior vita (si fa per dire), i figli avevani alienato l'immobile e i nuovi proprietari avevano iniziato a far eseguire le opere di ammodernamento. Alla mattina alle sette iniziavamno i lavori: i martelli pneumatici erano gli incontrastati signori dei rumori che finivano, momentaneamente alle dodici per poi riprendere, più rinvigoriti, alle tredici sino alle diciotto. Un dato era certo: i nuovi proprietari stavano smantellando tutto l'immobile di cui erano rimasti solo i muri perimetrali. I signori, oltre che essere degli 'scassazebedei' dimostravano anche di essere abbienti. Gi aveva fatto amicizia con gli operai  (cui offriva caffè e bibite) più che altro per curiosità: voleva conoscere i gusti del signore e della signora che, man mano che procefevano i lavori, stavano dimostrando di aver buon gusto nello scegliere i pavimenti, gli accessori, i bagni, la cucina, gli infissi, insomma non erano i soliti ricconi privi di stile. Dopo ben tre mesi, con la messa in opera della porta blindata ad Al fu precluso il suo ficcanasare, restava la curiosità di conoscere de visu i  neo padroni. Una mattina incrociò un individuo appena uscito dall'ascensore del suo piano. Era inverno, il cotale, più alto di Al, era intabarrato in un mantello nero di gusto ottocentesco con cappello pure nero a larghe tese, appena accennato il cenno di saluto. Interdetto, Al non riuscì a classificarlo, anche la lunga esperienza personale e di servizio non gli erano d'aiuto. Il tale non gli aveva fatto buona impressione, decise che sarebbe stato un vicino - lontano. Sorpresa sorpresa: il giorno seguente incontro sul pianerottolo con la consorte: "Signore penso che lei sia il padrone dell'appartamento di fronte, sono Genéviènne R. in C.." Un forte stretta di mano, una deliziosa erre moscia, altezza appena inferiore a quella di Al, colpivano i suoi occhi color nocciola di forma molto allungata, espressione ironica, guardava Al con misto di sicurezza e di curiosità. "Non è la solita espressione che si usa in questi casi ma sono sincero nell'affermare che sono felice di averla incontrata, sono Alberto M." "Il piacere è reciproco, ci rivedremo nei prossimi giorni, ho in casa una filippina per mettere in ordine l'appartamento, by by." Al smise di frequentare locali e amici, se ne stava rintanato in casa affacciato al balcone anteriore o a quello posteriore con in mano la fida Canon per... riprendere il panorama, nel frattempo sperava di rivedere la signora C. Si sentiva ridicolo, che senso aveva quella spiata giornaliera, il suo era un comportamento infantile! Fu tolto dalle ambasce dalla signora C. la quale un giorno, inaspettatamente, sporgendosi al di là della vetrata divisoria della terrazza anteriore: "Mi rassetto un pò e poi le farò visitare casa mia, vorrei evitarle il mal di collo che potrebbe colpirla per il suo fare in continuazione la 'vedetta lombarda'." Figura di cazzo e presa in giro ma almeno aveva raggiunto lo scopo di intrufolarsi in casa di Ge per vedere la mobilia della magione (ma forse gli interessava più la padrona di casa). Ge aprì la porta con indosso una vestaglia color turchese che combinava bene col suo colorito leggermente ambrato, nessun trucco, poteva permettersi di mostrarsi 'nature'. "Forse conosceva la disposizione delle stanze prima che rivoluzionassimo tutto, a sinistra è rimasta la cucina, poi una camera matrimoniale, un bagno, altra camera matrimoniale, altro bagno, studio di mio marito e poi salone, tutto qui." Al osservava tutto con coriosità: la cucina bianca dava più luce all'ambiente, quel che colpiva era il lampadario in ceramica con steli e foglie colorate che normalmente si trova in altre realtà della casa. La prima stanza matrimoniale (ma perchè due?) stile arte povera ma che di povero non aveva nulla, dietro il letto un arazzo con figure femminili e, sullo sfondo, un paesaggio, lampadario veneziano a sei luci, grande armadio stile ottocento con piedi di leone, primo bagno con vasca idromassaggio e mobiletti laccati, lampadario simile a quello della cucina, seconda camera matrimoniale copia della prima come pure il bagno, studio del marito con pareti rivestite in legno, mobili scuri stile inglese, tavolo con computer, due vetrine piene di statuette, lampadario in ferro battuto. Il salone merveilleux (in francese fa più chic): home thèatre con maxi televisore e altoparlanti stereo sparsi un pò dappertutto, video registratore, divano in pelle, alcune poltrocine stile giapponese. Al: "M'è venuta la malattia di Sthendal..." "Che tra poco si acuirà, che ne dice?" Ge  aveva slacciato la vestaglia mostrando un  delozioso nudo corpo longiloneo, tette non troppo pronunciate, vita stretta, pancia piatta, gambe affusolate , lunghe come quelle di una modella. Al inghiottì un paio di volte, il suo sguardo andava dalla testa ai piedi e viceversa, i piedi lunghi e stretti, bellissimi. "Questo è un attentato alle mie coronarie, non sono più giovanissimo..." "Le darò qualcosa di forte, un bevanda che amo particolarmente, il caffè sport Borghetti, mai provato?" Si sedettero sul divano, Al, ancora imbambolato, spostava lo sguardo dal viso di madame ai mobili per ritornare al viso. "Qualche domanda?" "Sono tante e si spingono fra di loro nel mio cervello, preferisco guardarla in faccia spero di non  infastidirla..." La rimirò a lungo, Ge lo assecondava cambiando espressione intervallata da risolini.   "Io sono fotogfrafo e la guardo da un punto di vista professionale..." "Sei un fotografo bugiardo , ho visto qualcosa aumentare di volume!" "Genéviènne, pensavo di essere anticonformista ma tu mi hai battuto su tutta la linea!" "Penso di riconoscere la persone al primo impatto e ti ho classificato simile a me, non ho sbagliato, riprenderemo a parlare la prossima volta, mio marito sta venendo a pranzo, ciao." Al rientrò in casa piacevolmente stravolto, Nadia stava ancora sfaccendando, alzò lo sguardo senzare commenti, forse aveva intuito qualcosa. Al finì il pranzo senza quasi accorgersi del cibo che a, sentiva in tutto il corpo come una linfa nuova, eccitante. Al ricordo della nudità di Ge 'ciccio' si alzò speranzoso, dire che fosse una situazione anomala era il minimo. Quella nudità sfoggiata senza pudore e con semplicità l'aveva conquistato, era proprio vero, Ge e Al erano molto simili di mentalità, forse uguali. Nelle sue fantasie Al. aveva talvolta sognato una tale situazione molto eccitante con futuri risvolti sicuramente piacevoli. Qualche domada si poneva: la figura del marito molto distante, a prima vista, dalla deliziosa consorte. Perchè quelle due camere matrimoniali, uno dei due russava? Spiegazione non convincente, sicuramentte sotto c'era una situazizone più complicata. Al preferì uscire di casa, aveva bisogno di riordinare le idee, stava per entrare nella Jaguar, alzò lo sguardo e vide Ge sul balcone sorridente. Gli effetti di quella nuova conoscenza, contraria a tutte le regole, si facevano sentire. Alberto guidava automaticamente, accelerava, frenava, tutto come in ipnosi. Guardando in giro vedeva le persone muoversi al rallentatore, gli edifici dai colori più vivaci, il cielo piacevolmente terso.. Lasciò la macchina al posteggio 'Cavallotti' vicino alla stazione ferroviaria per proseguire a piedi. All'edicola porse i soldi per 'La Gazzetta' a Nino il giornalaio, vecchio amico, senza salutarlo. "Gianluca ti senti bene?" "Tanto bene quanto non mai." "Sarà ma ti vedo stralunato, vieni al bar Santoro ti offro un aperitivo, liberati dal segreto, femminuccia?" "Quale femminuccia, una divinità, non ti sto a dire..." "Ho capito, amore a prima vista, da quanto la conosci e cosa dice il marito?" "Nino sarai pure maligno ma ci hai azzeccato, l'ho conosciuta ieri, è sposata con un buzzurro." "Tutte le donne belle sono maritate con esseri inferiori, piccoli, sciocchi, meschini ed anche buzzurri..." ""Se parli così non ti dirò più niente." "Non ci credo, hai bisogno di esternare al mondo la tua felicità, ti sei incamminato su una strada sdrucciolevole." "Me ne fotto, mi piace da morire!" "Nel caso ti ficcassi in qualche guaio sono a tua disposizione: conosco avvocati, qualche giudice ed anche impresari di pompe..." "Non fare l'uccello del malaugurio, ritorniamo all'edicola devo prendere il giornale." "Te lo sei messo in tasca... sei sulla buona strada!" Rientrato fra le mura domestiche gli ambienti gli apparvero più luminosi, anche Nadia sembrava aver perso qualche chilo... "Signor Alberto vuole che gli cucino gli spaghetti?" "No faccio tutto io" la prese per la vita e cominciò a ballare. Nadia era l'espressione dell'incredulità e della sorpresa, non capiva se il padrone di casa volesse da lei qualche servizio particolare (che le sarebbe stato pagato extra) oppure... Oppure, Al se ne andò nella stanza da letto e si catpultò sul talamo ancora vestito, Nadia, ancora confusa, si ritirò in buon ordine. Al non resistette oltre, pur nella consapevolezza di poter incontrare il marito bussò alla porta di Ge. Stessa vestaglia e viso senza trucco, affascinante. "Prima che tu favelli presagisco una richiesta impellente, il viso e la parte mediana dei tuoi pantaloni sono la spia." Per Al. fu la conferma di aver incontrato la donna sempre desiderata oltre che piacevolissima, aveva molto intuito. "Imbambolato sono sola, fra mezzora in camera mia, la seconda, non ti sbagliare, lascio la porta aperta."Bidet di rito, niente profumo non li aveva mai amati, le femminucce avevano sempre apprezzato il suo odore naturale. La prima camera da letto era vuota come pure la seconda, girò per casa, Ge sembrava essersi volatilizzata. Pensò ad un rientro imprevisto del marito, fra l'altro era più grosso di lui, stava per andarsene in gran fretta quando... "Mi sono nascosta nell'armadio è il posto dove solitamente si celano gli amanti... dì la verità hai avuto paura che fosse rientrato mio marito." "Lo ammetto ma per questo scherzo pagherai pegno e sarai la mia schiava per tutto il pomeriggio, spero che mi permetterai qualcosa di inusuale." Al supino sul letto (ciccio in posizione verticale da tempo) chiese a Ge di posizionarsi su di lui e di farsi penetrare lentamente, senza preliminari, con la vagina asciutta per provare, nell'addentrasi nel delizioso tunnel, una sensazioni fisica più vigorosa. E così fu, 'ciccio' si ininuò un pò a fatica ma il piacere, per entrambi fu più intenso. "Ti prego di non muoverti, vorrei parlare con te in questa posizione, vorrei sapere qualcosa di te di molto intimo, possiamo parlare a lungo, 'ciccio' si trova a suo agio e non ha fretta di uscire dal tunnel." "Sono svizzera, mio padre era capo stazione a Basilea, purtroppo il ménage fra i miei genitori era piuttosto burrascoso, incomprensioni, liti. Ero iscritta all'universià e lì conobbi mio marito che frequentava un corso di aggiornamento. È medico all'ospedale 'Papardo' di Messina, non voleva più restare in Svizzera, avevo avuto una storia con un mio coetaneo finita male. Tindaro, il nome della mia metà o meglio del mio doppio, prese a corteggiarmi, freddamente considerai la possibilità di lasciare la mia famiglia. Gli dissi di si con l'impegno di sposarmi prima di partire per l'Italia, dopo trenta giorni eravamo maritati e arrivammo a Messina. All'inizio abbiamo abitato presso i suoi genitori ricchi, anziani e rompiballe sino a quando gli ho imposto di avere un alloggio tutto nostro e..." Al. si accorese che 'ciccio' era stato circondato da qualcosa di umido, capì che Ge se n'era bellamente venuta. "Come hai fatto, non mi sono mosso di un centimetro." "Cheri io godo col cervello oltre che col fisico, datti una smossa pure tu poi seguitiamo a parlare." 'Ciccio' sbrigò la pratica in fretta e Ge. si abbandonò sul corpo di Al. Forse di erano appisolati, Ge per prima si staccò 'chiudendo' con la mano la sua cosina 'piangente' e si rifugiò in bagno. Gi andò nell'altro bagno inseguito da un urlaccio "Torna indietro! Vieni nel mio, il menage con mio marito è molto particolare, nessuno dei due deve oltrepassare i propri confini. Pur vivendo sotto lo stesso tetto, viviamo separati ma i nostri rapporti sono buoni. Tindaro ha per amante una sua infermiera, Dorella, ragazza calabrese allegra, simpatica, sorridente tutto l'oppposto di mio marito, forse per questo vanno d'accordo. Talvolta l'invita a cena a casa nostra, io non ho nulla in contrario anzi possiamo dire che siamo amiche ma i nostri bagni e le camere da letto sono personali e nessuno dei due deve invadere il campo dell'altro. A me va bene così come pure a Tindaro, separarsi e poi divorziare è spiacevole e complicato, tutta una trafila di avvocati, giudici, carte da firmare, tempi lunghi. Ci siamo accordati, ho una domestica fissa, oggi è il suo giorno di riposo, si chiama Assunta brutta ma servizievole e brava nel suo lavoro.. Bene, torniamo in camera, ci scommetto che ami molto essere coccolato." "Indovinato, la vostra storia è inusuale ma, come l'on dit, civile poi vorrei conoscere il maschietto che visita la tua 'micia'". "Mmmmm" "Ge vorrei fare un patto con te, qualsiasi avvenimento accada vorrei contare sull'assoluta reciproca lealtà." "Volevo proportelo io, cambiando discorso hai osservato bene i miei piedi?" "Di sfuggita, sono lunghi, signorili, mi piacciono, sono unici." "Ti va di fare un attimo il feticista, amo le sensazioni che provo quando me li baciano." "Nuovo giro, nuovo numero mi pare di essere al circo, dove comincio dall'alluce o dal mignolo?" "Da dove di pare, talvolta riesco a godere anche così" Ciccio aveva assunto la posizione di attenti, Ge se lo mise in bocca e Al cominciò a poppare l'alluce del piede destro, un sessantanove fuori del comune! Come prevedibile 'cicco' dopo un pò le fece assaggiare il suo prodotto seguito da Ge. che, inaspettatamente si mise a mugulare, stava godendo! La quiete dopo la tempesta, Al. e Ge. in poco tempo si erano conosciuti, si erano apprezzati ed avevano assaporato le delizie di un amore a dir poco singolare ed eccentrico come d'altronde erano loro stessi. Una mattinata di sole, affacciati al balcone, i due specialissimi si ritrovarono ad ammirare un panorama pittoresco, sempre piecevole da osservare soprattutto dopo una intensa pioggia notturna che aveva spazzato via la caligine e la Calabria si appalesava nella vividezza dei suoi colori. "Mio marito mi ha chiesto se avevo conosciuto il nostro vicino di casa senza chiedere particolari. Gli ho risposto che sei una persona da poter frequentare ma nessuno dei due si è sbilanciato nel chiedere di fornire ulteriori informazioni. Tindaro è molto riservato, parla poco, solo in presenza della piccola Dorella diventa irriconoscibile: allegro, spiritoso ed anche simpatico ricambiato da quella scimmietta piccola di statura (gli arriva alle spalle) ma dal sorriso accattivante, se fossi un uomo me ne innamorerei." "Un giorno ti chiederò dei tuoi rapporti con le femminucce ma non ora, voglio scoprirti un poco alla volta, hai presente il gioco del poker quando si aprono lentamente le carte, spero tutti assi." "Non conosco bene il poker, c'è un super asso?" "Si e si chiama Genéviènne, ti lascio vado al lido di Mortelle, ho affittato una cabina che, ovviamente, è anche a tua disposizione." "Niente mi farebbe più piacere ma non dobbiamo dare nell'occhio, non parrebbe vero ai vicini 'bagnarci il pane' e con mio marito abbiamo fatto un patto di essere discreti per la sua posizione in ospedale." "Avrei voluto vederti in bikini, sicuramente sarai più sexy che nella nudità completa, per stare insieme al mare dovremmo andare in una spiaggia lontana, magari a Milazzo. Ora munito del mio accappatoio nero (è molto chic) andrò in spiaggia e butterò l'amo..." "A parte che un accappatoio come il tuo fa molto messe nere lascia stare la 'canna da pesca', hai già la tua preda da sgranocchiare, sei solo all'inizio ed il futuro sarà pieno di sorprese." "Mi farò baciare solo dal sole, ciao." Anche se l'avesse voluto Alberto aveva poco da scegliere come prede; complice la giornata feriale la spiaggia era frequentata da persone anziane, donne non appetibili con prole al seguito che fracassava gli zebedei ma d'altronde aveva ragione Ge, aveva già la sua pannocchia da sgranocchiare... Lungo bagno per rilassarsi, sfoggio dell'accappatoio nero seguito dagli sguardi stralunati dei vegliardi perplessi, bibita al bar, ritorno a casa. Molto apprezzato il pranzo preparato da Nadia, stava per mettersi a letto nell'accogliente camera con condizionatore acceso, quando il telefono: " Mi devi fare un favore, è accaduto un fatto particolare e spiacevole ad una mia amica di cui non ti ho parlato, fra poco viene a casa mia con suo figlio, preferisco rimanere sola col ragazzo, tu devi trattenere la madre per il pomeriggio." "D'accordo Genéviènne. la mia curiosità è accresciuta a dismisura, sono a tua disposizione o meglio a disposizione della tua amica, come si chiama?" "Monica C., ha quarantadue anni, accoglila bene." Dopo circa mezz'ora dallo spioncino della porta d'ingresso Al. vide Ge. con accanto una signora bruna con i capelli a caschetto in compagnia di un ragazzo dell'età di circa quindici anni. Gi attese che Ge. suonasse alla porta prima di aprire- "Gianluca ti prego fa compagnia a Monica, io devo dare lezioni di francese a suo figlio Francesco." "Signora inutile dirle che si deve considerare a casa sua, non voglio metterla in imbarazzo con la mia presenza, qualora volesse rimanere sola le accendo la tv e mi ritiro in altra stanza." Madame Monica cercava di mostrarsi naturale cosa non facile da attuare causa una presentazione affrettata e non facilmente giustificabile; espresse il desiderio di visitare l'abitazione di Al. forse per rompere il ghiaccio. Era bruna naturale, viso regolare con un'unica particolarità: un occhio leggermente strabico che le dava un'aria seducente, lo strabismo di Venere! Nello studio: "Vedo che ha dei quadri di Orfeo Tamburi, scuola romana, i più richiesti, quelli parigini sono perlopiù commerciali." "Li ho ereditati da mio padre anche lui pittore anche se della domenica come si dice in gergo, andato in pensione da funzionario di banca ha preso a scrivere libri e a dipingere, i suoi tableau sono nel salone." Monica osservava lentamente i quadri di papà Armando, varie volte. "Suo padre era un uomo straordinario, dai dipinti si evince che non ha frequentato scuole di pittura ma i quadri stessi sono genuini, ovviamewnte naif, esprimono diversi stati d'animo. In questo domina una tristezza violenta, totale: nubi scure incombono su un paesaggio desolato con alberi senza foglie, immensi che sovrastano persone e animali. Quest'altro è l'esatto opposto: il cielo dipinto di rosa con uccelli che volano verso l'alto, gli alberi di altezza normale hanno al posto delle foglie grossi frutti rossi, un ruscello attraversa il paesaggio e, ai lati, rane che saltano nell'acqua, una siepe che separa due terreni con fiori sgargianti, e, massimo dell'ottimismo, pecore e lupi che si guardano con amicizia, sicuramente suo padre era un utopista!" "Ho compreso la natura di mio padre con gli anni, siamo molto simili, l'ho scoperto anche quando sono venuto a conoscenza di sue avventure con amiche di mia madre. Le vorrei mostrare il panorama, sicuramente per lei sarà una novità, non l'ho mai vista in casa di Genéviènne." "La mia amica ha cambiato casa da poco tempo, mi ha invitato varie volte ma c'è stata un'occasione spiacevole per cui..." Monica si era girata di spalle, piangeva silenziosamente. "Madame, la prego, si sieda sul divano, la lascio sola." Al. dinanzi al pianto di una donna rimaneva oltre che perplesso anche allarmato che la cotale potesse chiedergli qualche favore ma stavolta ebbe l'impressione che fosse genuino e che Monica avesse subito un forte choc. Perchè aveva accompagnato suo figlio da Ge? La giustificazione della lezione di francese non reggeva. "Monica mi permetta di chiamarla per nome. resti quanto tempo crede, io sono nello studio."  Al accese il computer e si trovò a gustare il film Paprika.

  • 27 novembre 2019 alle ore 9:44
    Nel lago senza vento

    Come comincia: Si allarga sempre più la macchia rossa, l’enorme lago senza vento. E tu eri il mio riparo, la mia brezza, dentro il midollo, ai timpani affilati. Mi dava il palpito l’afa rafferma e l’ardere della mia carne al vuoto. Ero un gheriglio trito in vortice di spine, privo dell’aria. E tu foglia che plana su altra sponda, tu mi eri inverno ormai, di pioggia che non cade.
    Strappata poi la stipola dal fusto, giaci rigonfia d'acqua inerte, in trappola. Non tremi più sulla mia pelle. Così il mio volto è calce su una spatola, non trova specchio alcuno, è niente, come il perdono che non posso chiedere. Ti ho spinto al nulla, lì sulla lama, in quella notte che continua dentro, con me nel buio senza fine.

  • 21 novembre 2019 alle ore 10:40
    STELLA E I DUE GEMELLI (2)

    Come comincia: Allo spumante, imitazione di eschimesi  (strofinio di nasi), inizio di ballo hawaiano da parte sua, rottura di balle da parte di Ivan, poi con la massima naturalezza Stella si slacciò il bikini e lo fece volare lontano e si sdraiò su una cuccetta. Ivan aveva sfoderato un'espressione da ebete. "Mai vista una donna nuda?" Ivan non aveva mai visto Stella nuda, ammirò il corpo flessuoso, i capelli sciolti, l'espressione del viso improntata a noncurnza...ancora una volta era riuscito a sorprenderlo, il bastone del comando era sempre in mano sua. "Se hai finito di fotografarmi vorrei esercitarmi in qualcosa di più consistente!" "In cosa consiste qualcosa di più consistente?" "Nell'avere scelto un fidanzato coglione!" Il 'ciccio' di Ivan aveva assunto una posizione di attenti, cosa subito apprezzata da Stella. "Ora va meglio." Ivan si era adagiato dolcemente su di lei che aveva provveduto ad allargare l'angolo di apertura delle gambe, il suo viso era rivolto alla sua sinistra, gli occhi chiusi per assaporare sino in fondo quel momento. Il giovin signore aveva timore di essere brutale e si avvicinava alla meta piuttosto lentamente, in ultimo si era ritirato per paura di provocarle dolore." "Ci vogliamo far notte oppure hai dei problemi?" Constatato che tutto era a posto, Stella si alzò sui gomiti con aria arrab- biata: "Niente anestesia, vai!" Ivan si meravigliò della relativa facilità con cui era riuscito a penetrarla, la baby era 'bagnata', solo all'inizio un pò di resistenza, poi... "Devo fare marcia indietro?" "Avanti tutto, scemo, ho preso la pillola." Ivan dette prova di valentia e riuscì a portar Stella al raggiungimento dell'orgasmo. "Basta mi fa un pò male."Tolto di mezzo Ivan, si controllò la 'gatta' era abbastanza soddisfatta, solo un pò di sangue bloccato da un assorbente previdentemente portato con sè. "Resto, in cuccetta a godermi il 'post ludium', riportami a casa sana o meglio mezza sana e salva, march!" Ivan capì che ormai era completamente in balia della dolce volpona: in posizione, caricare, puntare, fuoco, ritirata, tutto a comando. Rientrarono a Messina all'imbrunire; Stella dormiva avvolta in un lenzuolo, solo il viso fuori. Ci vollero tanti bacini per farla risvegliare, la baby si stiracchiò e chiese l'ora e prese a vestirsi lentamente .Sbadigliando scese dalla barca, aspettò che Ivan andase a prendere l'auto e poi a casa sua. "Ci sentiamo per telefono." Ivan aveva la testa nel pallone mentre per Stella era stata solo un'esperienza da effettuare. I due ripresero la solita routine: studio, fine settimana a svagarsi, qualche variazione nel loro rapporto c'era stata: per Stella tutto quanto accaduto rientrava nella normalità, Ivan invece era alle stelle. Passato il capodanno decisero di passare una settimana a Madonna di Campiglio; partenza da Messina in pulman, in aereo da Catania  a Verona, ancora in pulman sino a destinazione. Ambedue erano equipaggiati di tutto punto, approfittando dei saldi di fine stagione: Stella in salopette e giacca rossa con cappuccio bianco che faceva risultare l'avvenenza del viso, Ivan in tuta azzurra con cappellino rosso. Dimitri aveva espresso il desiderio di andare anche lui in vacanza, separatamente, a Madonna di Campiglio: "Faremo un sorpresa a Stella, vedrai che faccia quando ci vedrà insieme!" Ivan accettò malvolentieri la presenza del fratello nella stessa località. Anche in questa circostanza Stella dimostrò la sua voglia di indipendenza, pretese di avere una stanza tutta pe sè. "Scusa ma quale migliore occasione per stare insieme giorno e notte, ti assicurio che non russo e potrebbe capitare che 'ciccio', di mattina presto, si svegli pieno di buona volontà!" "Che mi hai preso per 'remedium concupiscentiae' di cattolico insegnamento, proprio per questi motivi voglio dormire da sola, da sola per modo di dire, ho visto un maestro di sci niente male..." "Il maestro di sci farebbe la fine di Giodano Bruno!" Ancora una volta Stella l'aveva spuntata e si era fatta assegnare una stanza in un altro piano, Ivan fu costretto ad ingoiare anche questo rospo. Dimitri si era fatto vedere da lontano, al loro passaggio fece finta di comprare un giornale ma li stava seguendo, pessima idea quella di soggiornare nella stessa località. La storia si era ripetuta più volte. Un giorno sulla pista di sci Dimitri era passato loro vicino indossando un casco per non farsi riconoscere. "È strano un adulto col casco, qui lo indossano solo i bambini, che ne dici Ivan?" "Avrà paura delle cadute, perchè ti interessa?" "Aveva un'aria familiare..." Ormai Dimitri era diventato l'ombra di Banco di shakespeariana memoria. Un pomeriggio Ivan lo incontrò per strada, Stella era rimasta in camera a schiacciare un pisolino. "Domani ti presento Stella, mi sento a disagio vedere che ci segui." "Fammi divertire ancora un poco,fratellino, ti vedo nervoso!" Dimitri aveva preso alloggio in un albergo alla periferia del paese, Ivan lo intravide nella hall dell'hotel dove alloggiava con Stella, non sapeva spiegarsi questo suo comportamento. A cena furono servite varie porzioni di 'mangiapreti' che, innaffiate con del buon Merlot locale, avevano appesantito lo stomaco di Ivan. "Stella mi ritiro in camera mia, se mi sentirò meglio ti verrò a trovare più tardi." I 'mangiapreti fecero una fine ingloriosa nella tazza del water rigettati da uno stralunato Ivan che, lavatisi di denti, preferì buttarsi sul letto a riposarsi. Stella in camera sua stava vedendo uno spettacolo televisivo quando sentì bussare alla porta, dallo spioncino riconobbe Ivan. "Ti sei ripreso subito, guardiamo un pò la televisione insieme." Ivan più che lo spettatore voleva recitare il ruolo di protagonista, si avvicinò a Stella e cominciò a baciarle il collo poi il seno ed infine le sfilò la vestaglia. Stella era accondiscendente. A un tratto: "Ma scusa ieri l'hai fatto due volte!" "Sei la mia droga, basta il tuo profumo per farmi..." "A proposito di profumo l'hai cambiato, è diverso da quello che usi abitualmente." "Sono entrato in un negozio per acquistare una schiuma da barba e mi son fatto convincere dalla commessa a provarne uno nuovo, la commessa era convincente!" "Perchè non sei andato con la commessa convincente?" "Tu sei un'altra cosa." Stella aveva chiuso gli occhi e assecondava le manovre di Ivan. "Che ne dici di provare qualcosa di diverso, per esempio il doppio gusto?" La curiosità era stata sempre una peculiarità di Stella, non fece obiezioni anche perchè Ivan la stava portando di nuovo in cielo.Quasi non si accorse che Ivan l'aveva girata di spalle, sentì penetrare lentamente  'ciccio' nel suo buchino posteriore, avrebbe voluto protestare ma non ne aveva la forza o forse la voglia, Ivan tintinnando il clitoride fece provare ad una  Stella stupita il famoso 'doppio gusto'. Alla fine erano stanchi ma appagati, Stella baciò Ivan sulla bocca per ringraziarlo, avevano scoperto un nuovo piacevole amplesso.La mattina seguente fecero colazione insieme, si erano alzati di buonora per evitare la fila per conquistare un posto sull'ovovia. In giro tante facce assonnate, la sera molti villeggianti preferivano divertirsi sino a tarda ora. Sistemati gli sci negli appositi spazi entrarono in cabina, con loro altri due sciatori, si appisolarono, Stella aveva poggiato le testa su una spalla di Ivan. Uno scossone li destò, fine del percorso. Stella infreddolita volle entrare nel bar. Il locale era spazioso, tutto foderato in legno, fuori sullo stipite dell'ingresso le immancabili corna di cervo. In montagna, prima di iniziare la discesa, solo gli sprovveduti assumono bevande alcoliche insieme agli amanti di Bacco ed anche a coloro che cercano di affogare i loro guai senza ottenere i risultati sperati. Ivan e Stella, che sprovveduti non erano, ordinarono due cappuccini molto caldi che andarono a sorbire seduti ad un tavolo in fondo al locale. Ivan alzò lo sguardo ed il cappuccino gli andò per traverso, Dimitri si stava dirigendo verso di loro. "Non pensi che sia giunta l'ora di presentarmi a Stella?" Stella aveva seguito la scena, Ivan non le aveva mai presentato il suo fratello gemello, due gocce d'acqua. "Finalmente riesco a conoscere la famosa Stella, ero veramente curioso." Stella guardava prima l'uno poi l'altro, non riusciva a parlare. L'intuito femminile le suggeriva di non chiedere nulla per non scoprire qualcosa di increscioso. Decise di andare in bagno ma, passando dietro le spalle di Dimitri percepì il profumo della sera prima, capì tutto, si mise a correre piangendo. I due fratelli rimasero in silenzio senza guardarsi, erano diventati nemici. Dal comportamento di Stella Ivan aveva compreso, in ritardo, quello che poteva prevedere considerato lo strano comportamento del fratello nei giorni precedenti. Si sentiva svuotato di ogni energia, non riusciva ad alzarsi dalla sedia. Raccolse le ultime forze e si diresse verso il bagno delle signore, Stella era seduta su uno sgabello in fondo alla stanza. "Giovanotto questo è il bagno delle signore!" la voce gracchiante di una vecchia lo fece fermare. "Non è che sei come i giovani d'oggi, guardandoti bene mi sembri un pò finocchio!" una risata sgangherata seguì la frase. Ivan si avvicinò a Stella, si mise in ginocchio dinanzi a lei, qualcosa si era infranto nel suo cuore. Dopo un pò riuscì a farle alzare il viso, impressionante il suo pallore, gli occhi cerchiati, infossati nelle orbite, irriconoscibili. Ivan dolcemente la condusse fuori, in albergo si trasferì nella sua stanza. Decisero di non partire subito, meglio far passare del tempo per cercare di rasserenare le loro menti, a Messina, in quello stato, potevano essere oggetto di domande imbarazzanti. Non si recarono più a sciare, la notte aveva nevicato, il laghetto sottostante l'albergo era ghiacciato, due ragazzi approfittavano dell'evento per pattinare facendo un gran chiasso. Ivan e Stella passavano la maggior parte del tempo a passeggiare, prima l'uno vicino all'altro, poi tenendosi per mano ed infine abbracciati. Solo una volta trattarono l'argomento, fu Stella ad informare Ivan che suo fratello aveva ottenuto quello che a lui non aveva mai concesso.
    Il tempo lenisce i dolori, talvolta fa guarire ma le cicatrici restano per sempre.Stella e Ivan si guardavano negli occhi, solo qualche piccolo bacio affettuoso, il trauma era stato enorme anche per due anticonformisti come loro.
    Al rientro in famiglia Stella accusò una colica addominale, Ivan non trovò più in casa suo fratello trasferitosi a Milano presso loro cugini. I genitori compresero che fra di loro era accaduto qualcosa di grave ma non ritennero opportuno andare in fondo alla questione e, con gran dolore, accondiscesero alla loro richiesta di vivere lontani l'uno dall'altro. Stella non era più la pazzerellona di una volta, si impegnò nello studio tanto da conseguire la laurea sei mesi prima del previsto. Anche Ivan si dimostrò studente modello, riprese anche l'hobby della fotografia e scattò una serie interminabile di foto a Stella, molte in bianco e nero da lui stampate personalmente. Le foto, tutte bellisime, venivano mostrate orgogliosamente a parenti e ad amici. I fidanzati avevano ripreso ad avere rapporti sessuali, il detto che l'amore supera ogni ostacolo si era dimostrato veritiero. Molto era cambiato dentro di loro, era sopraggiunta un'improvvisa maturità; le mattane di Stella erano un lontano ricordo, in fondo Ivan le rimpiangeva. Ambedue vivevano alla giornata senza far programmi, avevano preso a lavorare: Ivan insieme al padre, Stella in una ditta di import - export. Le due famiglie, ben contente del loro legame, vivevano in amicizia, appassionatamente, come in quel vecchio film americano. Gli dei, in questo caso Giunone invidiosa dell'umana felicità, aveva mostrato tutta la sua perfidia cercando di rovinare l'esistenza di due giovani mortali, non c'era riuscita, almeno non completamente come da suo spregevole disegno.

  • 21 novembre 2019 alle ore 10:27
    STELLA E I DUE GEMELLI

    Come comincia:  La città di Messina lo stesso giorno, il 18 marzo 1967, aveva accolto i primi vagiti di Dimitri e di Ivan G., due gemelli. L'essere venuti al mondo in una città di mare aveva contribuito a far sì che fosse innata in loro l'attitudine per gli sport acquaitici nè poteva essere altrimenti dato che i loro geni provenivano dal papà ingegniere progettista di yatch e dalla mamma, una cavallona di un metro e ottanta, insegnante di educazione fisica.Ben presto i due gemelli erano diventati famosi: dopo pochi mesi dalla nascita erano stati ripresi dalle telecamere in una piscina mentre, con gli occhi aperti, il pannolino ai fianchi e il ciuccio in bocca notavano allegramente sott'acqua sotto lo sguardo vigile di mamma Leda.Le riprese erano state effettuate per conto di una nota ditta di prodotti per bambini e poi proiettate in televisione.Vari fattori avevano contribuito a far crescere i bambini spensierati ed allegri educati dai genitori in piena armonia in un'atmosfera distesa e gioiosa.Il papà Cateno non era complessato da un nome perlomeno singolare tipico soprattutto della Calabria; gli era stato imposto, malvolentieri, da suo padre per non scontentare il nonno legatissimo alle tradizioni di famiglia.Cateno era noto per le sue burle di cui erano vittime amici e parenti. Ammiratore del Boccaccio, aveva fatto delle canzonatura un'arte sopraffina, niente volgarità, solo puro divertimento (il suo).Famosa una beffa architettata nei confronti di 'signore per bene' amiche di sua sorella Esmeralda che di bello aveva solo il nome.Esmeralda maritatasi giovanissima (si diceva aver messo in atto la classica fuitina) era rimasta vedova 'bianca' perchè il di lei consorte, visto il suo attaccamento più all'acqua santa che al sesso, era sparito senza lasciar traccia.Esmeralda aveva considerato l'abbandono ingiustificato e letale per la sua reputazione, aveva perciò messo in giro la voce che suo marito era morto incornato da un bufalo, in Africa, durante una battuta di caccia grossa.Insoddisfatta della sua grigia esistenza e non in grado di rimorchiare altro straccio di uomo, aveva preso l'abitudine di mangiare con smodatezza e di sgranocchiare di continuo frutta secca, caramelle e cioccolatini. A chi le domandava perchè tenesse in casa tante leccornie, rispondeva che lo faceva per gli adorati nipotini. Le conseguenze per la linea del suo fisico si erano ben presto evidenziate e, pertanto, per mascherare la lardellosità, l'unico colore dei suoi vestiti era il nero fisso che, ufficialmente, indossava in segno di lutto per il mai dimenticato beneamato. Esmeralda era stata nominata presidentessa del circolo 'Pie signore della carità', congrega nata con lo scopo dichiarato di aiutare i bisognosi e quello effettivo di riunire signorine e signore tristi e scompagnate che avevano quale unica compagna la solitudine.I luoghi dove si svolgevano le riunioni erano stati inaugurati e benedetti dalle autorità ecclesiastiche sempre ben felici di poter contare su personaggi noti (e ricchi).Da buon moquer ateo, Cateno si compiaceva d'essere irriverente verso le istituzioni papaline di cui trovava ridicoli e grotteschi i dettami di comportamento.Abile nel disegno, aveva raffigurato in vari pannelli la famosa traslazione della casa di Maria da Nazareth a Loreto mentre la casa stessa perdeva, durante il tragitto, alcuni mattoni scatenando le ire della povera gente che veniva malamente bombardata. Le raffigurazioni in questione erano state esposte sulle pareti esterne del circolo ateo 'Uaar' (Unione atei e agnostici razionalisti) di cui Cateno era socio. Orrore, dispregio del sacro, le benpensanti signore e signorine si erano rivolte alle autorità ecclesistiche che, a loro volta, avevano interessato l'Autorità Giudiziria. Purtroppo per loro la costituzione italiana prevede la libertà di satira... La ferita lasciò un segno profondo in Esmeralda e nelle sue disperate amiche. Al confessore delle pie non rimase che invitarle a rivolgere le loro preghiere al buon Dio al fine di far rinsavire quell'iconoclasta di Cateno. Purtroppo le guiaculatorie non ebbero esito alcuno e i pannelli rimasero al loro posto. Dimitri e Ivan, seguendo le orme paterne, crescendo, avevano acquisito il suo spirito dileggiatore. All'età di tredici anni avevano messo in atto una beffa che costò loro l'alienazione della simpatia della zia Esmeralda e la fine dell'elergizione di regali da parte della stessa danarosa zia. Il 'petafono' era un aggeggio in gomma di forma ovale consistente in una camera d'aria che terminava in un buco con labbra frastagliate; una volta riempito d'aria e poi compresso emetteva un suono molto simile ad un rumoroso peto. Durante una riunione delle pie dame, i due simpaticoni avevano nascosto l'infernale aggeggio sotto il cuscino della poltrona della zia Esmeralda la quale, dopo un discorso sull'immoralità del mondo contemporaneo, molto applaudito dalle presenti, nel sedersi aveva fatto scattare la vile trappola con l'emissione di una risonanza talmente poderosa da far ammutolire la platea. Le presenti convinte della 'perdita' da parte di Esmeralda, cercarono di sminuire il nefasto avvenimento ma, una volta accertata la provenienza del cacofonico suono, da parte di Esmeralda fu dichiarata guerra totale alla famiglia Gurrieri: padre, madre e i due gemelli. A scuola le burlette predisposte dai due fratelli non erano, ovviamente, ben accette ai professori. Una volta Dimitri e Ivan ne avevano messo in atto una dalle conseguenze molto spiacevoli per l'odorato: avevano posizionato due fialette dal contenuto pestilenziale, acquistate nel negozio degli 'scherzi', sotto i piedi della sedia della professoressa di matematica molto preparata nella sua materia ma 'orribile visu'. Sedutasi l'insegnante vide provenire dal basso un fil di fumo che, giusto alle nari del suo lungo naso, l'aveva fatta scattare come una molla, destinazione: l'ufficio di presidenza. Subito individuati, i due gemelli erano stati sospesi dalle lezioni per tre giorni; Cateno era stato convocato dal Preside e, dinanzi ai professoti riuniti, aveva provveduto ad una lavata di capo ai due giovinastri. "Non so come comportarmi con loro, sarò costretto a spedirli in collegio!". Fuori dalla scuola: "Ragazzi non esagerate!" Anche se anticonformisti e decisamente rompiscatole i due, quando si impegnavano negli studi, ottenevano risultati brillanti con lo stupore degli stessi insegnanti che non si capacitavano di questa loro trasformazione. La conoscenza di Stella M. da parte di Ivan mutò radicalmente la vita di entrambi i fratelli.La signorina M., anche lei messinese, frequentava l'ultimo anno dell'istituto di ragioneria. Alta, bionda, occhi castani, viso armonico, longilinea, un seno prorompente a cui faceva da contraltare un lato 'b' che l'interessata faceva oscillare sensualmente. Il suo comportamente colpiva gli spettatori maschi; i loro occhi, incollati al suo corpo, erano solitamente improntati a espressioni di languida imbecillità. Le colleghe femminucce se la prendevano con loro: E chi sarà mai, pare che ce l'abbia solo lei!" Ivan l'aveva notata in ritardo perchè l'istituto per geometri, che lui frequentava, si trovava dall'altra parte dell'edificio. Non era facile avvicinare la pulsella sempre scortata da un nugolo di cicisbei speranzosi ed accondiscendenti a ogni suo desiderio. Regina incontrastata della scuola, non era ben vista nemmeno dalle professoresse che, però, non potevano muoverle alcun appunto sul profitto scolastico perchè Stella era una studentessa modello. Era disegno degli dei che Ivan e Stella dovessero incontrarsi ma la mano del destino doveva essere in pò forzata da parte del giovane. Rientrando a casa Ivan aveva informato Dimitri degli ultimi avvenimenti e gli chiese consiglio su come poter approdare su quella spiaggia che riteneva impervia. I due fratelli per volere dei genitori ed anche su suggerimentio del Preside, erano stati iscritti in due doversi istituti per geometri al fine di evitare che mettessero ancora in atto il vecchio trucco dello scambio di persona durante le interrogazioni. Il consiglio di guerra partorì un'idea: poichè la signorina in questione si recava a scuola in motorino, Ivan doveva far finta di venir da lei investito e di essersi infortunato. Talvolta la teoria non corrisponde alla pratica; Ivan aveva messo in atto la progettata sceneggiata ma non era stato tanto abile da ingannare Stella. "Come stuntman sei penoso, pratica dello Judo e impara a cader bene, la prossima volta potresti farti veramente male, sempre che ci sia una prossima volta!" "Ci sarà, ci sarà presago il cor mel dice." "Il cor può dire quel che vuole ma stavolta si sbaglia, prova a prendermi, vediamo se sei un velocista." Stella era partita col motorino di gran carriera, Ivan, ben allenato, era riuscito a seguirla per un buon tratto. La signorina M. era girata ed aveva apprezzato la velocità e lo stile del giovane, niente male, forse l'avrebbe rivisto ancora ma come cavolo si chiamava, aveva dimenticato di chiderglielo. Il giorno seguente, alla fine delle lezioni, Ivan aveva localizzato l'aula della bionda e, mentre lei guadagnava l'uscita, l'aveva sorpassata urtandola leggermente. "Spero che questa volta non cadi a terra, come attore sei un guitto!" "Grazie del complimento, io sono Ivan G." "Chi ti ha chiesto niente, lasciami in pace!"  Ivan capì che non era il caso di insistere. In sella al suo motorino la seguì da lontano e vide dove abitava: viale dei Tigli n.18. Doveva giocare d'anticipo; il giorno seguente marinò la scuola. Nel negozio degli 'scherzi' acquistò un vestito da carnevale, barba e baffi finti ed un cappellaccio da bandito. Verso le tredici e trenta si appostò sotto il portone dell'abitazione di Stella. All'arrivo della preda le si parò dinanzi e, cercando di camuffare la voce: "Signorina faccia la carità a un poveraccio!" "Il poveraccio si prende un calcio in culo se non se ne va via subito!" "Dai, con te non c'è gusto, a me piacciono le conquiste difficili ma tu esageri!" "Sono Stella M., abito al sesto piano ed ho un fratello con due spalle larghe così." "Senza offesa per tuo fratello ma io preferisco le femminucce, in particolare te." "Va bene rompiballe, domani all'uscita della scuola sempre che tu seguiti a frequentarla non come hai fatto oggi che hai saltato le lezioni." Ivan rimase piacevolmente interdetto, Stella si era mollata proprio quando lui non se l'aspettava. Il giorno seguente la baby, more solito, era circondata da maschietti appiccicosi ma con uno 'scusate' si era liberata e, avvicinatasi a Ivan, l'aveva preso sottobraccio. "Dì la verità non te l'aspettavi, io son fatta così e poi quelli m'avevano veramente rotto!" " Nooo, tutti i giorni sono abituato a ragazze che prima mi mandano a ... e poi, ammaliate dal mio fascino, ci ripensano e mi prendono sottobraccio, mi farai odiare dai tuoi corteggiatori." Forti della loro gioventù, Ivan e Stella avevano iniziato a percorrere il dolce sentiero dell'amore. Stella riusciva a mettere in crisi Ivan, talvolta si dimostrava gioviale ed espansiva ma in altre occasioni metteva in mostra tutte le caratteristiche negative del suo segno: l'ariete. Diventava aggressiva, impulsiva, testarda, irrequieta. Ivan riusciva a sopportarla con una buona dote di pazienza cosa per lui inusuale nei precedenti rapporti amorosi. Francamente gli piaceva ogni giorno di più, scopriva il lei particolari fisici che l'attraevano: le rughette vicino alla bocca, il movimento delle labbra, il sorriso canzonatorio. Talvolta gli capitava dei essere così preso a contemplarla da non sentir le sue parole. "Morto di sonno dove sei stato stanotte, dormi in piedi." "A letto a dormire, sognavo te." "Ma quando mai, chissà con quale donna di malaffare ti sei accoppiato..." "Ti giuro che non vado mai con prostitute, mai pagata una donna." "Ho capito, te la danno gratis, resta il fatto che non me ne frega niente di quello che fai." Ivan non riusciva a frenare quel fiume di irrazionalità, si sentiva depresso, non riusciva a trovare una soluzione valida per venir fuori da quel ginepraio. Il giorno seguente alla fine delle lezioni: "Stella pensi che abbia commesso qualcosa che ti ha offeso, credo che tu abbia qualche cruccio, ti scongiuro parlamene, risolveremo innsieme il problema... mi hai rivoluzionato a vita!" Stella si rese conto dello stato d'animo di Ivan, della sua situazione psicologica e dei problemi che gli stava creando, le aveva dimostrato quanto fosse diventata importante per lui, non voleva più ferirlo. "Un mio ex boy friend cerca di rimettersi con me, mi assilla ogni giorno tanto più che abita nello stesso mio palazzo... non pensare di fare lo sciocco, non voglio guai." "Ci voleva tanto a farti uscire il fiato, ti piace ancora?" No, il problema si può risolvere facilmente." Il giorno seguente Ivan accompagnò Stella sotto il portone di casa, stettero a parlare sino all'arrivo del suo ex."Tonino ti presento il mio fidanzato, spero che diventiate amici." Preso alla sprovvista, Tonino non seppe replicare, di violenza non se ne parlava proprio, Ivan era un palmo più alto di lui ed anche più robusto. "Sono Tonino M., con Stella siamo amici sin dall'infanzia. "Ivan G., penso che ci rivedremo." Non si incontrarono più; Tonino capì di aver perso la partita e, per non incontrare più Stella di cui era ancora innamorato, chiese ed ottenne il trasferimento in altro ufficio postale, alla sede di Catania.I giorni seguenti furono per entrambi estremamente piacevoli, Stella era cambiata ed Ivan l'ammirava stupito e felice di quel gradevole mutamento. Stella non pensi che meriti una ricompensa, ti sono stato molto vicino..." "Ricominci a fare lo zozzone?" "A parte che pensavo di andare a festeggiare insieme in un pub ma non mi risulta che con te abbia tentato... non ne ho avuto la possibilità." "Allora santo e martire ti annuncio ufficialmente che sono vergine, si vergine ma non in senso zodiacale ma proprio vergine. Se fossi volgare ti direi, alla messinese, che nessuno me l'ha mai 'nfilata' ma siccome non sono grossière ti dico semplicemente che sono illibata." Stella era riuscita a sbalordire Ivan e l'aveva lasciato senza parole, la guardava con faccia da ebete. "Non penso che voglia un certificato di un ginecologo." "Anche se avessi fatto marchette in mezzo alla strada ti vorrei ugualmente, non hai capito che mi sono rimbecillito per te!" La situazione era diventata troppo patetica e Ivan, ripreso il senso dell'umorismo, esordì: "Penso che mi debba organizzare, debbo studiare la situazione perchè non sono mai andato con una vergine, non vorrei fare una cattiva figura..." "Non farai nessuna figura nè bella nè brutta, non intendo mollartela, almeno per ora." "Devo scovare un luogo romantico: un bosco incantato cosparso di fiorellini profumati con alti alberi che fanno filtrare i raggi del sole oppure una spiaggia solitaria con sabbia fine ed acqua trasparente ovvero una suite d'albergo immersi in una vasca con acqua profumata mentre sorseggiamo spumante ed io ti infilo in bocca fragole con panna, che ne dici?" "Che andiamo a casa." "Hai rovinato tutto, mi hai fatto scendere dall'empireo per ritrovarmi... maledizione ti amo come un imbecille!" "Non aspettarti ponti d'oro, te la devi conquistare facendomi la corte tutti i giorni, dimostrandoti servizievole, innamorato, disponibile, riflessivo tutto il contrario di quello che dice il tuo segno zodiacale." "A parte che purtroppo è anche il tuo, penso che tu abbia dimenticato il lavaggio dei piedi come da ceromina papale." Non trattarono più l'argomento, Stella non si sentiva ancora pronta per il grande passo, I genitori di entrambi gli innamorati erano stati messi al corrente del loro legame, Stella anticonformista e libera di natura aveva deciso; niente ufficialità. Ivan senza alcun motivo particolare non aveva presentato Stella a Dimitri. Dopo il diploma, in autunno l'iscrizione all'università: Stella in Economia e Commercio, Ivan, in ossequio alla tradizione paterna, in ingegneria navale. Causa lo studio, i due giovani si frequentavano solo il fine settimana; con la Fiat 850 regalata ad Ivan dai genitori, giravano nei dintorni di Messina ed in particolare sui monti Peloritani ove il distensivo silenzio e l'atmosfera romantica avevano avuto un  peso preponderante per conoscersi un pò più intimamente. Stella pian piano aveva ripreso le abitudini sessuali (manuali e orali) che aveva avuto nel precedente rapporto con Tonino, Ivan era soddisfatto del cambiamento. Un pomeriggio: "Stella mancherò una settimana, devo andare a Genova a ritirare da un cantiere navale lo yatch 'Lula' per conto dei baroni Filippeschi." Ivan insieme al fratello Dimitri, dietro insegnamenti paterni, avevano conseguito il brevetto di skipper per condurre barche sino a quindici metri di lunghezza.Stella non accompagnò Ivan alla stazione ferroviaria, odiava gli addii anche se il loro era un arrivederci, Ivan ne fu contento, la presenza di Dimitri, anche senza un motivo preciso, gli avrebbe dato fastidio. Ad ogni stazione ferroviaria Ivan scendeva dal treno per telefonare a Stella: "Sono a Sapri." "Sono a Salerno." "Sono a Napoli." "Sono a Roma." "Sono a Firenze." "Sono a Genova." "Sono un cretino." Dimitri aveva mollato una battuta sfottente. Ivan aveva sorriso, non gli importava nulla di quello che aveva detto suo fratello. "Quando me la fari conoscere?" "Più in là." Ivan era diventato geloso e questo lo faceva sentire un imbecille, mai lo era stato, forse era quello il motivo di non voler presentare Stella a Dimitri. Il viaggio di ritorno fu molto più movimentato del previsto. Il mare, forza quattro, aveva messo in difficoltà l'equipaggio, nessuno aveva voglia di parlare, ognuno effettuava il suo turno per poi andare a riposare un cuccetta. La radio era andata in avaria. Il vecchio Nettuno, impietositosi delle fatiche dei conduttori del 'Lula', dopo Salerno decise di far calmare i cavalloni ed i marinai giunsero finalmente a Messina col mare quasi calmo. Dimitri durante il viaggio era perplesso dal fatto di non essere stato presentato alla fiamma di suo fratello, un giorno aveva intravisto Stella al braccio di Ivan, una vera gnocca! A casa i genitori erano preoccupati del silenzio dei due gemelli, mamma Leda si mise a piangere al loro arrivo. "Mamma mi stai stritolando" Ivan rideva soddisfatto, avrebbe riabbracciato presto l'amore suo grande.Alla telefonata di Ivan a casa di Stella ripose la sorella Anna. "C'è Stella?" "Ha sbagliato numero." "Non è casa M?" "Si ha sbagliato numero." "Non ho sbagliato numero, sono sfortunato a dover sopportare una cognata rompi..." "A coso ne devi da magnà de pagnotte prima de diventà mi cognato." Anna era fidanzata con un romano e si divertiva a imitarne il dialetto. "Se me la passi ti compro un lecca lecca." "Se fossi volgare ti direi dove ficcatelo il lecca lecca, meglio che non ci incontriamo.Stellaaaa, c'è uno che mi vuole comprare un lecca lecca, parlaci tu." Stella prese il telefono indecisa a rispondere. "Ciao amore mio." "...sei tu? Che cavolo hai detto a mia sorella, quella ha le unghie lunghe e un pessimo carattere, sono c..i tuoi se t'incontra." "Lascio stare la scimmia." "Anna Ivan t'ha chiamata scimmia!" "Questo campa poco o more presto." Anna non amava essere presa in giro da un signor coso che nemmeno conosceva. "Stella ti prego parlami, fammi sentire la tua voce." "La mia voce ti dice che durante il viaggio di ritorno non mi hai telefonato, stavo in pensiero." "SI è rotta la radio di bordo." "Potevi scendere a terra." "Dovresti ripassarti la geografia, da Genova a Messina si passa lontano dalla costa, prendi in atlante, traccia una linea fra i due porti e te ne renderai conto." "Tu attraccavi in un porto e mi telefonavi." "Amo la tua irrazionalità totale. Non era in gita di piacere, il padrone della barca aveva fretta di entrare in possesso del suo yatch." "Sta di fatto che non mi hai chiamato." "Sta di fatto che da sposato passerò un mucchio di guai." "Sta di fatto che non passerai nessun guaio perchà sei un illuso che io possa rimanere con te per sempre, non mi sei mancato e, durante la tua assenza, ho trovato un rimpiazzo.Sai quel ragazzo dai capelli rossi mio compagno di classe, mi ha accompagnato a casa tutti i giorni e vuol conoscere i miei." Ivan si era impantanato nelle sabbie mobili dell'irrazionalità di Stella come mai avrebbe fatto in passato, maledizione alla gelosia!" "Bene cara, mi hai preso in giro abbastanza, ci sono cascato, per farti pedonare mi farai un lavoretto extra, che ne dici?" "Penso che ti farai da solo un lavoretto extra, che ne dici?" "Dico che mi sto precipitando a casa tua." "Sconsigliabile, Anna non è il tipo che dimentica le offese, fra mezz'ora a piazza Cairoli." Ivan la vide arrivare la lontano, solita andatura leggermente ondeggiante, sguardo sopra le testa dei comuni mortali, borsa a lato dondolante. Fece finta di non  accorgersi di Ivan passando vicino al tavolo dove lui era seduto poi decise di finire la sceneggiata e posò le leggiadre membra su una sedia vicino Ivan, nemmeno un  ciao. Si accese una sigaretta, tipica mossa provocatoria.Stella si aspettava la classica domada "Da quando hai preso a fumare?" ma Ivan aveva appreso la lezione, si limitò ad un romantico finto baciamano. "Ora non ti accorgi che la tua fidanzata, sino a quando non lo so, ha preso a fumare?" "Da quello che mi risulta il fumo è un vaso costrittore ed ha effetti negativi solo sui maschietti, le femminucce, per motivi fisiologici ne sono immuni." "Non  sono venuta qui a farmi prendere per i fondelli, in questi giorni sono stata irritabile, ho liticato con tutti e ti ho maledetto cento volte!" Allungato sulla sedia, Ivan seguitava ad ammirarla con gli occhi semichiusi. Immaginò di essere a quattro zampe con un collare al collo al guinzaglio di Stella. Istintivamente si rizzò sulla sedia, quell'immagine gli suggerì in senso figurato quanto si sentiva sottomesso a quell'arpia, stava diventando uno yes sir o meglio yes madam, cosa che lo faceva incazzare di brutto. "Non mi piace l'espressione del tuo volto, hai la faccia lasciva di quello che da tanto tempo..." "Dissotterriamo l'ascia di guerra, godiamoci questi momenti, sinceramente sono felice anche solo guardandoti in viso." "Va bene, dissotterriamo, ordina per me un gelato grossissimo, devo farti spendere un mucchio di soldi!" Stella andava accettata così com'era perchè nei momenti di bonaccia era splendida, i grandi occhi sprizzavano allegria, sulla bocca un sorriso accattivante: emanava gioia di vivere. Ivan voleva assaporare quei momenti, aveva paura di perderla, di non riuscire a trattenerla, era troppo instabile e capricciosa.S'incontravano nei week end, nessun membro della famiglia abbozzava domande indiscrete, una cosa era certa:i due rampolli passavano il fine settimana in buona compagnia. Ivan cominciò a pensare dove trascorrere la 'prima notte di nozze' (ammesso che potesse mai avvenire, co stì chiari di luna...). In albergo? Troppo squallido. A casa di amici? Si sarebbero sentiti a disagio. In una località dei monti Peloritani lontani da tutti? No, troppo pericoloso. Alla fine ebbe un'idea geniale, quella di farsi prestare un cabinato dall'amico Giorgio e recarsi alle isole di sabbia sotto il monte Tindari, ci sarebbero arrivai in due ore. A questo punto la parte più dificile: convincere Stella a seguirlo. Anche in questo caso la pulsella si comportò in modo imprevedibile ed accolse la proposta della gita in barca con entusiamo; l'istinto femminile l'aveva portata a pensare a secondi fini da parte dell'innamorato ma l'idea non le dispiacque... "Giorgio mi occorrerebbe il tuo motoscafo da mattina a sera.""Nessun problema, devo recarmi a Milano con mio padre, queste sono le chiavi, nel frigorifero c'è un pò di tutto dallo spumante per festeggiare a qualcosa di più sostanzioso per riprendere le forze..." Ivan era leggermente arrossito, Giorgio aveva sfoderato un sorriso di complicità. Il motoscafo, un cabinato di quattordici metri, era ormeggiato dinanzi alla Prefettura sotto la statua del Nettuno il quale, commosso dall'entusiamo e dall'allegria dei due giovani e belli, diede disposizioni acchè il mare rimanesse pacifico per tutto il giorno. Durante la traversata Stella si era abbarbicata a Ivan il quale aveva difficoltà a manovrare il mezzo navale. "Buon segno" pensò il furbacchione, il suo cuore andava più veloce dei giri del motore. All'avvicinarsi alle isole di sabbia, Stella: "Fa arenare il motoscafo sulla spiaggia, saremo più tranquilli." Affermare che Ivan era in subbuglio era sminuire le sue sensazioni, vederla scalza, in mini bichini che offriva il suo corpo al sole ed al vento... "Vado sotto coperta, ho una sete indiavolata."Prima di seguirla, Ivan sistemò gli aggeggi di bordo; sotto coperta non la vide immediatamente, la splendida apparve dinanzi il frigorifero con in mano due flùtes di spumante. Piccola sceneggiata di Stella, braccia incrociate prima di bere, bacio la città di Messina lo stesso giorno, il 18 marzo

  • 21 novembre 2019 alle ore 5:36
    Olimpiadi di Lake Placid 1980: consuntivo finale

    Come comincia:  Con l'assegnazione delle ultime medaglie (quelle nel bob a quattro e nell'hochey) è calato il sipario sulle tredicesime olimpiadi invernali disputatesi a Lake Placid, piccola stazione sciistica nello stato di New York, già sede olimpica nel 1932 (allora le gare di combinata nordica si svolsero nella tedesca Garmisch), già sede di campionati mondiali in diverse specialità (fondo, salto e combinata nel 1950, biathlon nel 1973, bob nel 1949, 1961, 1969, 1973, 1978), abbastanza nota nel circuito della coppa del mondo di sci alpino e delle altre specialità invernali. Dopo un inizio quasi in sordina e una vigilia turbata dai gravi problemi di politica internazionale, i giochi sono vissuti sulle gesta di alcuni atleti - il pattinatore statunitense Eric Heiden, vincitore di ben cinque medaglie d'oro, il sovietico Nikolaj Zimijatov, autore di una prestigiosa doppietta sui trenta e cinquanta chilometri di fondo, lo svedese Ingemar Stenmark e la rappresentante del piccolo Liechtenstein Hannie Wenzel, dominatori degli slalom, la grande Anne-Marie Moser-Proell che ha finalmente trovato la vittoria olimpica, unico alloro mancante nella sua bacheca - che di sicuro entreranno nella leggenda degli sport invernali. Le imprese sportive di questi campioni hanno persino fatto dimenticare agli americani (almeno per qualche settimana!) il grave problema degli ostaggi rinchiusi nell'ambasciata di Teheran e il successo degli hocheisti di casa sugli eterni rivali sovietici nonché nel torneo stesso, ha destato tali e tanti entusiasmi da fare storcere il naso persino al presidente Carter e a tutti coloro i quali già "anelano" al boicottaggio delle prossime olimpiadi estive di Mosca. Questo episodio ha confermato che i giochi olimpici, così come le altre importanti manifestazioni sportive (campionati mondiali e rassegne continentali), altro non sono che una grossa occasione per far divertire la gente e per seguire i più grossi campioni per una volta riuniti tutti insieme, no di certo un motivo indecoroso - da parte dei potenti e dei governi, retti dai potenti della terra - di voler fare politica e strumentalizzare a loro piacimento lo sport. Tornando alle vicende sportive vere e proprie di questa olimpiade, è da registrare, purtroppo, il penoso comportamento degli azzurri che fanno ritorno in Italia con un ben magro bottino ed un bilancio di risultati alquanto sconsolante, come mai era accaduto in passato. Le uniche medaglie sono giunte dalla specialità meno nota - lo slittino - che ci ha regalato due argenti, abbastanza attesi, direi (nel singolo maschile con Paul Hildgartner e nel doppio con Karl Brunner e Peter Gschnitzer): due argenti che con un pizzico di fortuna in più sarebbero potuti essere ori, visto che l'altro azzurro in gara nel singolo - Ernst Haspinger - è stato messo fuori gara da un incidente quando era al comando, e che il doppio è stato superato da quello tedesco-orientale per soli trentatré centesimi di secondo (poco più di un'inezia!). Magra consolazione, quindi, per gli italiani, quella di aver conquistato due posti d'onore in una specialità cosiddetta "povera" tra tutte quelle inserite nel consesso mondiale degli sport invernali, che tuttavia ci vede ai vertici dei valori mondiali da sempre (soprattutto per merito di ragazzi e ragazze bilingui - tedesco, italiano - provenienti in maggioranza dalle valli del Trentino Alto Adige!) e che, seppur nell'ombra e lontano dai clamori, ci ha regalato (nel passato) già due titoli olimpici (con Erika Lechner, nel 1968 a Grenoble e col doppio Hildgartner-Plaikner, nel 1972 a Sapporo), numerosi titoli continentali e mondiali e molte vittorie parziali  in coppa del mondo. In seno alla squadra maschile di sci alpino si è verificata la delusione più cocente per i colori azzurri: la mancata partecipazione allo slalom di Piero Gros (campione olimpico uscente a Sapporo, nel 1972, e vice-campione mondiale a Garmisch, due anni orsono), caduto e seriamente infortunatosi nel gigante e sulle cui spalle pesava la grave responsabilità della conquista di una medaglia, o quanto meno di un piazzamento onorevole. Ma questa volta "santo Pierino" da Salice d'Ulzio (o Sauze d'Oulx, per dirlo alla francese!)  non è potuto essere - ahinoi! - il salvatore della patria, per cause non dipendenti dalla sua volontà! Ancora una volta, quindi, l'alfiere degli azzurri è stato il grande Gustav Thoeni, classe 1951, da Trafoi (Bolzano o Bozen, come pronunciano gli atesini di madrelingua tedesca) il quale, alla sua terza olimpiade (a Sapporo, nel 1972, fu oro in slalom e argento in speciale, alle spalle del sorprendente iberico "Paco" Fernandez-Ochoa; a Innsbruck, nel 1976, fu secondo - alle spalle di Gros - in speciale e solo quarto - dietro la coppia svizzera Hemmi-Good e a Stenmark - nel gigante) è riuscito a piazzarsi nei primi dieci (ottavo) nello speciale, gara che in passato lo aveva visto dominare anche ai Mondiali (oro a Saint-Moritz, nel 1974) e in coppa del Mondo (nove vittorie parziali e due vittorie in classifiche di specialità, nel biennio 1973-74). Anche la squadra femminile ha risollevato un po'gli animi del clan azzurro perchè nello speciale si è avuta la riconferma sia di quanto verificatosi durante la stagione di coppa del Mondo (non a caso i media definiscono la squadra "valanga rosa"), sia della bontà tecnica della nostra scuola; le azzurre sono tutte entrate nelle prime dieci, confermando, appunto, una costanza di rendimento davvero ottima ad alti livelli: Maria-Rosa Quario è stata quarta (a soli tre centesimi dalla elvetica Erika Hess, bronzo), Claudia Giordani (argento a Innsbruck, alle spalle della grandissima Mittermaier) quinta, Daniela Zini settima, Wilma Gatta decima. L'altra delusione si è registrata in seno alla squadra di bob, con i nostri rappresentanti piazzatisi soltanto quattordicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner) e sedicesimi (Italia 2, Soravia-Werth) nel doppio; undicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner-Werth-Modena) nel quattro. Anche questa specialità, in passato, ci ha visti primeggiare tanto sulla scena olimpica (con il doppio Dalla Costa-Conti, trionfatore a Cortina, nel 1956 e col leggendario Eugenio Monti, che fece doppietta a Grenoble, nel 1968), quanto su quella mondiale: Eugenio Monti fu ben nove volte iridato (sette volte nel doppio e due nel quattro: nel 1961 fece doppietta sulla pista di Lake Placid!); altri otto equipaggi italiani (affermandosi nella rassegna iridata) lo hanno imitato sulle piste di tutto il mondo. La colpa di tale insuccesso, a detta di tecnici e addetti ai lavori, è da addebitarsi alla attuale carenza strutturale ed organizzativa nel nostro paese. Le differenze con gli altri paesi all'avanguardia sono enormi: paesi come Svizzera, Germania o Austria hanno a disposizione decine di piste, le quali permettono agli atleti di effettuare cinquecento-seicento discese l'anno, mentre in Italia - attualmente - l'unica pista disponibile, seppure per un periodo di tempo limitato, è quella di Cortina che permette ai nostri atleti di punta di disputare un massimo di cento-duecento discese per stagione. Questa sostanziale differenza è alla base dei deludenti risultati dei nostri atleti: una questione matematica, direi, di pure e scarne cifre! In questa situazione ed alla luce di quanto detto non è da sorprendersi dei deludenti piazzamenti degli azzurri che, seppur dotati di notevole talento, si ritrovano sempre una spanna al di sotto degli altri alteti, sia a livello tecnico che fisico-atletico. Essendo in tema di "delusioni" non possiamo tralasciare quella relativa alla svizzera Marie-Thérèse "Maite" Nadig: l'atleta di Flums (piccolo centro di sport invernali situato nella Svizzera orientale, poco distante dalla frontiera austriaca ed abbastanza vicino al principato del Liechtenstein), che partiva favorita nella libera (era già stata campionessa olimpica, a Sapporo, in discesa e gigante, a soli diciotto anni!) è stata umiliata dalla eterna rivale Proell, vincitrice, che le ha inflitto un distacco inusuale ed inaspettato per una campionessa come lei (ottantaquattro centesimi di secondo), ed ha perduto l'argento (andato alla Wenzel) per soli quattordici centesimi!   

    24 febbraio 1980.

  • 20 novembre 2019 alle ore 16:53
    Orfani

    Come comincia: Hacine aveva sedici anni; come gli altri orfani, cresciuti sul molo, con una gran fretta di sembrare uomini. Da tanto vendevano il loro corpo nelle notti "clandestine"; da troppo tempo, ormai, quegli orfani avevano smesso di essere ragazzi ed erano diventati "uomini" di vita: quella vita che voleva proprio così; aveva deciso per loro e li voleva orfani cresciuti, senza essere stati mai, forse...ragazzi!

    Taranto, 28 luglio 2019.

  • 20 novembre 2019 alle ore 15:53
    Pensieri Sulla Follia

    Come comincia: Si può impazzire all’improvviso?
    Cosa scaturisce nella testa quando ciò avviene?
    Non capisco o non mi è dato sapere.

    La mente è così infinitamente vasta che quasi spaventa l’idea di dover o voler afferrare qualcosa che va oltre ogni comprensione.
    Un dolore, una gioia, un sentimento puro, uno buio, un altro a caso, l’altro pure;
    tutto ciò come può portare un uomo ad impazzire?
    Non parliamo di follia goliardica o triste, ma di quella follia che scatta e che acceca il corpo; come se il cervello iniziasse ad emanare una luce così forte e devastante, che ogni cosa diventa nulla. Si aprono le porte dell’intelletto come in un esplosione nucleare; e fuori tutto.

    La fragilità dell’uomo che implode di fronte a troppo provare, a troppo sentire; quell’attimo in cui si spezza tutto ciò ch’è connessione ed unione, BAM! Quell’attimo in cui ci si perde quasi per sempre, come se si superasse quella soglia dell’aldilà inconsistente della mente che dilaga come un immenso fiume di lava enorme che ingloba tutto.

    Cosa avviene nella testa quando s’impazzisce all’improvviso?
    Mi domando quale delle miliardi ipotesi posso credere per capire quando avviene quell’attimo.
    E mi chiedo come si fa a tornare indietro dopo che si è varcata quella soglia dell’infinito perdersi in quel chiarore turbolento di pensieri ed emozioni.
    Come si fa?

    Avevo un amico caro al quale erano accaduti episodi del genere; e lì, in quel caso, sapevo cosa poteva essere stato.
    Ma quando accade più di una volta e si ritorna in sè, siamo mai veramente noi a tornare? o in quel frangente perdiamo, rinunciamo a qualcosa che non sappiamo?
    E' veramente tornato indietro? o finge a se stesso? 

    Si dice che "gl'occhi sono lo specchio dell'anima"; penso si dica ancora.
    E quando guardavo quei suoi occhi innocenti, ho sempre creduto fosse tornato in lui; ma quando la fragilità emotiva si fa spazio tra i propri mostri, chissà se davvero torniamo in noi.

    Caro amico, spero tu possa tornare da quel mondo perduto chiamato follia. 
     

  • Come comincia:  Alla vigilia delle olimpiadi di Città del Messico il selezionatore della squadra americana, Hank Iba, si trovò nella impossibilità di poter schierare i più forti giocatori (nomi quali Lew Alcindor, poi divenuto Kareem Abdul Jabbar, Elvin Hayes, Wes Unseld, etc.) che, per passare al professionismo, in blocco decisero di rinunciare alla trasferta olimpica in terra messicana. Furono allora convocati molti giocatori di Junior College (piccola scuola di Trinidad, nel Colorado), tra cui Spencer Haywood il quale, a soli diciannove anni, si trovò ad essere il centro titolare della nazionale stelle e strisce. Malgrado le perplessità di molti, però, quella giovane squadra vinse la medaglia d'oro e lo stesso Haywood fu proclamato miglior giocatore del torneo. La facilità con cui gli americani si imposero alla Jugoslavia in finale si spiega col fatto che gli avversari furono costretti a marcare Haywood in due, facilitando così il compito dei suoi compagni di squadra, tra cui soprattutto l'ottimo Jo Jo White, attaccante inesorabile, già vincitore del titolo ai Panamericani del 1967 con la nazionale Usa nonché MVP (most valuable player,cioè miglior giocatore) della Big Eight Conference con la casacca dell'Università di Kansas.  Nato a Silver City (Mississippi) il 22 aprile del 1949, dopo le olimpiadi Haywood frequentò un anno ancora l'Università di Detroit (fu miglior rimbalzista della stagione
    con ventuno e cinque di media) e nel 1969 entrò nell'ABA (American Basketball Association, la lega rivale della NBA scioltasi nel 1976) per un milione di dollari (cifra davvero stratosferica all'epoca!), giocando per i Denver Rockets. Fu miglior marcatore della sua squadra, "Rookie of the Year" (matricola dell'anno), MVP ed entrò nel miglior quintetto della lega. L'anno seguente approdò alla NBA (National Basketball Association) e militò nei Seattle Supersonics, confermandosi stella di prima grandezza del firmamento professionistico. Nelle cinque stagioni ai Sonics si tenne sui venticinque punti di media a incontro e fu inserito nel miglior quintetto della lega nel biennio 1971-73. Nel 1975 passò a New York con i Knicks dove cominciò la sua parabola discendente, pur restando vicino ai venti punti di media a incontro. Dopo tre stagioni difficili nella "Big Apple" (grande mela), costellate da polemiche e screzi col tecnico Willis Reed, passò a New Orleans; con la maglia dei Jazz qualche lampo da campione e nulla di più! Nel 1979 fu dirottato ai Los Angeles Lakers in cambio di Adrian Dantley, la stella nascente di North Carolina, che aveva guidato la nazionale stellare Usa alla vittoria di Montreal, tre anni prima. Anche coi gialloviola della "City Angel" visse una esperienza negativa in toto: sempre meno gestibile caratterialmente, fu messo addirittura fuori squadra alla vigilia della finalissima coi Sixers di Filadelfia (L. A.vinse la serie per...ed il titolo) in quanto i dirigenti della squadra preferirono giocare le sfide decisive senza di lui pur di mantenere intatto l'equilibrio del "gruppo"! Nel 1980 giunse in Italia, sponda Carrera Venezia. La squadra vinse a mani basse il campionato di serie A-2 (gran parte del merito di quella impresa è da ascriversi allo statunitense, sebbene con lui giocassero fior di campioni come lo slavo Drazen Dalipagic e il nostro Carraro), ed Haywood mostrò sprazzi di vero genio cestistico ed un basket a tratti incontenibilie. Io stesso ebbi la fortuna di vederlo giocare, nel corso di quella stagione, sul parquet del palasport "Nuova Idea", a Brindisi, contro la Libertas di Elio Pentassuglia, Malagoli, Fischetto e Otis Howard (squadra anch'essa promossa in A-1 al termine della stagione). Poi a stagione ancora in corso, nel 1981, la "fuga" improvvisa negli Stati Uniti. In patria giocò ancora...stagioni prima del ritiro definitivo. Chiuse la carriera con le seguenti cifre...: punti, ...rimbalzi e ben quattro presenze negli All-Stars Game (la partita che ogni stagione mette di fronte le stelle delle divisions Est ed Ovest). Per concludere, si può realmente affermare che fu un giocatore di grande talento (forse uno dei cinque-dieci migliori in assoluto nella storia del basket americano: tanto dei college, quanto dei professionisti!), dotato di mezzi fisico-atletici veramente eccezionali (probabilmente fuori del comune, anche in un "pianeta" straordinario e florido come quello americano!). Il suo gioco, però, era ben troppo individualista: peculiarità che spesso è in disaccordo (se non in completo disamore) con uno sport come il basket che vive, di certo, sulle imprese individuali ma è prettamente retto dal lavoro di squadra.                 

  • 20 novembre 2019 alle ore 8:34
    Il pittore

    Come comincia:  In un mare lontano c'era un'isola grande, strana, solitaria: era quella dove le rose non fioriscono né appassiscono mai, abitata da un vecchio pescatore, Calabuig, da sua figlia Diana e da dieci cavalieri dell'arcobaleno. Un giorno sull'isola arrivò Bashir, giovane pittore arabo: da lontano, nel tempo e nello spazio! Cominciò a dipingere le stelle, sotto le stelle alla luce della luna; dipingeva anche tramonti in riva al mare. Conobbe il pescatore e si innamorò di sua figlia: poi si amarono e nacque una bambina, Francine, ch'era bionda come la luna e aveva gli occhi più azzurri del cielo. Quando essa crebbe divenne pittrice...girò per il mondo, dipingendo ogni cosa ed ovunque andasse "offrendo" alla gente i suoi capelli biondi e gli azzurri suoi occhi.

    Taranto, 23 luglio 2017.

  • 20 novembre 2019 alle ore 7:52
    Il giocatore

    Come comincia: La fessura m’ingoia immediatamente la mia banconota da 20 euro, senza la solita esitazione, che trovo ai distributori automatici di benzina. “ Scelga puntate da venti centesimi, come principiante, così il gioco si allunga.” La voce confortevole di questa giacca rossa, dai bottoni dorati, del croupier di S. Vincent mi conforta. Abbagliato dalle mille lucette colorate di questa macchinetta, provo ad accostarmi, forse, a età tropo tarda, alla fortuna delle slots. “Questo è il tasto d’avvio. Le varie combinazioni, le può trovare su questi altri tasti”. Continua la voce, mentre mi abbandona, chiamato da un’altra fila di macchinette. Al mio fianco, una giovane signora, in gonna nera e camicetta impalpabile, quasi in trance, con un movimento automatico della mano, spinge il bottone di start. L’occhio è fisso sulla combinazione ottenuta. Solo cinque o sei secondi e riparte con l’indice. Non mi vede, assorta com’è. Mentre io mi soffermo sulle variazioni di toni del suo maquillage. Le labbra sono serrate, sembrano vibrare. Provo a iniziare il gioco: lucette, suoni paradisiaci, mentre mi srotolano, davanti agli occhi, sagome di cuori, campane, farfalle. Il tutto si ferma. Guardo parole inglesi sconosciute che lampeggiano in vari colori. Ho perso i primi venti centesimi. Però! Una musichetta, da banda di paese, sta uscendo dalla macchinetta della signora in gonna nera, al mio fianco. Si è irrigidita sulla schiena. Appare il profilo dei seni. Il volto è di una serietà professionale. “Quattromila euro!” Pronuncia con voce metallica, alzando il braccio destro verticalmente. Il volto non ha mimica. La freddezza di un chirurgo. La mano ondeggia nell’aria a mo’ di richiamo. La giacca rossa è subito al suo fianco. C’è una verifica tecnica di pochi istanti. La schermo continua a lampeggiare 4000 euro in un arcobaleno di colori. La musica si è acquetata. La signora dalla gonna nera sta parlando con la giacca rossa. Parole brevi, senza sorrisi. Riprendo il mio gioco, con più speranza. Start! Si srotolano le varie combinazioni sino ad arrestarsi sotto il mio sguardo, in spasmodica attesa. Silenzio. Una lucetta mi comunica che ho perso i miei, secondi, venti centesimi. Il ragazzo dalla giacca rossa è tornato dalla cassa e consegna alla signora dalla gonna nera, un blocchetto di euro in pezzi da 100. La signora li depone alla base della slot. Prende un biglietto da 100 euro e lo infila nella fessura. Fredda, quasi un automa. Penso che non si sia accorta di me che la sto guardando. Non mi resta che ripartire con il pulsante. Rotolamenti a colori e silenzio finale: ho perso altri venti centesimi!

    l.p.r.