Oasi felice

Racconto presentato al concorso "In poche parole" quarta edizione 2026. tema: "I luoghi d'origine: distacco e riapprodo"
Dedico questo racconto alla mia famiglia, a chi c'è e a chi non c'è più.
Dedico questo racconto a chi, non conoscendomi da molto, si è fidato di me, raccontandomi di sé, inviandomi messaggi vocali o riflessioni a voce o scritte, dandomi così spunti per la sua stesura.
Dedica: Ma voi che siete nati dalle montagne, dalle foreste e dai mari potete scoprire in cuor vostro la loro preghiera (Gibran "Il profeta").
Oasi felice Il vento lambiva la costruzione, il sole riscaldava, essendo già alto, e il cielo era terso, senza nuvole. I fiori sbocciavano, la terra si stava svegliando dal lungo sonno invernale, la primavera era arrivata! Il luogo era idilliaco. Le rondini erano alle prese con la nidificazione sotto i tetti del paese. Si dice che una di loro non fa primavera, ma tante, per me, fanno Marche.
Avrei potuto prendere in prestito le parole "ermo colle" e "naufragar m’è dolce in questo mare" per portarvi direttamente in terra marchigiana, ma sarebbe stato banale, come dite? L’ho appena fatto? Ops, mi spiace… Per ora taccio, ma più avanti dovrò intervenire nuovamente. Dov’eravamo rimasti? Ah, sì!
‐ Buongiorno lettore, sono Margherita, detta Mita, sono qui dal 2013 e come l'autore, Luca sa, volevo trovarmi in un altro posto, diciamo più a contatto con la terra, era un piccolo appezzamento, a me sarebbe bastato, non avevo bisogno di grandi spazi, ma non credo sia stato possibile per alcune norme. Comunque non mi posso lamentare, sono al piano basso, ben visibile e riparato. Non sono originaria di qui, in realtà sono ligure. Ho fatto la sarta per una vita a Roma, dove ho incontrato Mario, lui sì marchigiano DOC. Si dice che sono poco socievoli, eppure, quando ti accettano, è per sempre. E anche se non ti abbracciano, lo sguardo dice tutto. O quasi. È un affetto che non fa rumore, ma resta. Persone che non ti dicono “mi sei mancata”, ma ti guardano come se fossi rientrata da cinque minuti e non da mesi. È quel tipo di affetto silenzioso, un po’ ruvido, che vale come un abbraccio. Gli operatori turistici hanno persino un motto: “adda’ finì l’estate”. Tradotto: “Tornerete a casa vostra”, ma ci si può anche innamorare e mettere su famiglia con uno di loro. È quello che è successo a me con Mario che è ancora qui accanto a me dopo tanti anni. ‐ Buongiorno, sono Mario, sono qui dal 2001 sono marchigiano e per questo Luca ha la fortuna di conoscere questa terra. Sono laziale, sì tifoso della squadra biancoceleste, e so quanto sta soffrendo in questo momento essendo dell'altra sponda del Tevere. Sono stato un gran lavoratore, un geometra, quasi sempre sulle mie, non ero un gran chiacchierone: un vero marchigiano insomma... Ricordo la corriera che mi portava a Roma inerpicandosi per i paesi attraverso le montagne. ‐ L’ho sempre pensato, i marchigiani sono seduti su una montagna d’oro e non la sanno sfruttare. In questi ultimi anni credo che qualche filone aureo siano riusciti a farlo affiorare, ma di lavoro ce ne sarebbe da fare… ‐ Mita non essere così catastrofica! Ti ricordi ai nostri tempi come era la nostra casa? D'inverno si tornava solo qualche giorno perché non c'erano grandi riscaldamenti e il freddo era veramente un elemento importante. Si dormiva sotto un mucchio di coperte che non erano certo di tessuto tecnico. Non esistevano i piumini di oggi. Si usavano il prete e la monaca per riscaldare i letti. Le stufe e i camini erano fondamentali. D'estate invece c'era il problema degli scorpioni, eravamo invasi. Si stava in casa, io con un po' di lavoro portato da Roma e tu passavi il tempo risolvendo cruciverba su “La settimana enigmistica”. Non c'era nemmeno la televisione, per non parlare della linea telefonica. All’inizio non c'era neppure il frigorifero ed era un bel problema conservare gli alimenti con il caldo estivo. Tutte le sere si usciva dopo cena e si stava al bar o da qualche parte per un bel po'. La compagnia era sempre la stessa e ti fermavi a fare due chiacchiere. Cose così molto semplici: ogni tanto una passeggiata fuori dal comune per andare a trovare la particolarità: ti ricordi il mio amore per le ciambelle e le bombe che ho trasmesso anche a nostro nipote? All'epoca era praticamente l'unico. Durante le vacanze si faceva almeno una passeggiata in montagna, ma niente di speciale. Si parcheggiava la macchina e si andava a fare una breve sgambata. Negli anni la situazione è migliorata, abbiamo superato anche il sisma del 1997 che ci ha permesso di costruire una casa che ancora oggi è agibile per i nostri nipoti. ‐ Sono migliorate anche le strade e i tempi di percorrenza dei 250 km da Roma. ‐ Non sono i chilometri il problema, ma come vengono affrontati... a quale velocità: 70,100 o 130 km all’ora? Ti ricordi, Mario, cosa dicevi a tuo nipote guardando i lavori in esecuzione passando per la Valnerina? ‐ Certo! Come nel film d’animazione, ai nostri tempi si diceva cartone animato, “Il Re leone”, Mufasa dice a Simba: "Un giorno tutto questo sarà tuo" io la storpiavo con: “Un giorno, tu vedrai finita l'autostrada SS77 della Val di Chienti”. ‐ Rimarrà a te ‘coccu de nonno’. ‐ Mita! Non l’ho mai detto! ‐ Sarà... ma il dialetto ci sta bene e poi il tuo è percepito come più musicale e melodioso, mentre il mio è noto per suoni più duri e chiusi. ‐ Sarà… però io ricordo Fabrizio De Andrè con la canzone “Crêuza de mä” da una parte e un certo Fabri Fibra con la frase: “il regionale via da Senigallia” dall’altra. ‐ Questa frase dialettale da quest’anno lui può dirla a suo nipote per la Pedemontana sud o, forse, sarà così fortunato da vederla conclusa! Chissà! Ai posteri l’ardua sentenza! ‐ E ti ricordi come si arrabbiava quando perdeva a Scala 40? ‐ Quante sere e quante sigarette, MS rosse dure, fumate in sua compagnia. ‐ Ed è grazie a quel fumo passivo che non ha mai iniziato.
‐ Ehi voi due, là sotto, la smettete di parlare di mio figlio? Sono qui all’ultimo piano, come quando ero a Roma. Che maleducata, scusate lettori, non mi sono presentata. Buongiorno, sono Daniela, la loro figlia, insegnante di matematica al liceo scientifico, sono qui dal 2019. Ho portato sempre con me fieramente le origini di mio padre. Non ho vissuto la mia vita protetta da una campana di vetro. Non ho mai visto la città come fonte di disagio, anzi le esperienze che ti cambiano la vita sono difficili da descrivere se non le hai vissute. Ritornavo in paese con gli stessi sentimenti d’amore per la mia terra, ma la persona in me era cambiata, stava trovando la sua strada, la sua verità, il suo buono e il suo giusto. Nessun asso nella manica, dovevo riuscirci con le mie sole forze. Un anno dopo mi ha raggiunto Michele, mio marito, romano de Roma. ‐ Salve a tutti sono Michele, non potevo stare lontano da mia moglie, ho preferito raggiungerla in terra marchigiana che restare nella capitale. Ci sono luoghi che scegliamo e luoghi che ci adottano senza chiedere il permesso e così è stato per me.
Ho sempre preferito le montagne, che adesso ci circondano, al mare laziale, tranne che in alcuni casi per la salute e la felicità dei miei figli. ‐ Eh già! Ancora oggi mi incanto a vedere scendere la neve. Sono rimasta ore dietro i vetri della finestra mentre si imbiancava il paesaggio, soprattutto di notte, lo ritengo un elemento atmosferico quasi magico. Purché non diventi maltempo e crei danni alle case e problemi alla circolazione. ‐ Fortuna che non mi svegliavi quando succedeva. Durante l’estate, mentre la mia famiglia era lì in vacanza, preferivo partire il lunedì mattina alle 6.00 per raggiungere il mio “amato” posto di lavoro, così da restare di più con te e i nostri figli. ‐ E ti ricordi le chiamate serali al telefono dei vicini o quello a scatti del bar del paese, perché non esistevano ancora i cellulari?
‐ E quando sei dovuta tornare a Roma perché la famiglia di un tuo alunno aveva fatto ricorso alla bocciatura? ‐ Eh già, ma avevo ragione. La matematica non è un’opinione. ‐ È un incubo. ‐ Forse per te… ‐ Ma stiamo divagando. Quando ero in terra marchigiana compravo “Il Messaggero” con la cronaca di Roma per tenermi informato. Senza l'angoscia del traffico e del parcheggio. Un paradiso. ‐ Le Marche ti hanno adottato, caro Michele, come hanno fatto con i nostri figli, perché ci sono luoghi che non lasci davvero e ogni volta io ritrovavo le mie radici, la mia voglia di vivere all’aperto, le persone che hanno condiviso con me la parte più bella della vita e quindi anche con te, che siamo stati, per entrambi, il nostro amore con la A maiuscola. ‐ E qualcuno di loro ha già scelto la tomba del cimitero, forse in cima alla collina o con un angolo vista mare, sperando che il vento sfiori il marmo portando con sé gli odori della sua vita. ‐ E chissà anche quelli della cucina marchigiana: il ciauscolo, la pizza alle noci, i vincisgrassi, la pizza bianca sfogliata, il miele, i marroni non si sa mai.
‐ Sei sempre lo stesso… ‐ Fammi aggiungere che saranno pure semplici e genuini, ma raccontano la terra, la pazienza e il sapore autentico della vostra cucina.
Comunque ho amato anche la natura incontaminata, gli splendidi panorami sul paesaggio dei Monti Sibillini. Affascinanti per chi non è di là e forse banali per chi lo è. Come gli scorci di Roma per i romani….
Eccomi, sono Luca, come promesso sono tornato: Mi hanno sempre detto che il primo viaggio verso la regione natia di mio nonno l'ho fatto a tre mesi ed ho continuato ogni tre mesi per il resto della mia vita. Perché ogni tre mesi? Semplice: ‐ Natale o più precisamente S. Stefano, ‐ Pasqua o più precisamente Giovedì Santo ‐ L’estate. Il mio nome non è mai stato storpiato in dialetto ne: “Il cane”. E di questo devo ringraziare la mia comitiva di amici. Le Marche mi hanno sempre aiutato. Negli studi: al liceo ho portato una tesina dal tema “Il contrasto tra città e campagna” con in prima pagina una immagine aerea del paese. All'università, la mia tesi, “La rappresentazione nazionale delle realtà locali”, circa 500 pagine con foto e immagini, è partita da un piccolo libro in cui si descrive la storia della banda. Nella vita: mi rigenera ogni volta che ci torno e a chi mi chiedeva se non era meglio trasferirsi rispondevo che il mio rapporto con le Marche non sarebbe stato uguale. Se cammino per le strade del paese mi ricordo i luoghi delle accanite, come diciamo a Roma, cioè partite di calcio solo per la gloria. A rincorrere il pallone giù per la scalinata quando si segnava. La pista da bob improvvisata sulle scale del vicino perché la notte ne aveva fatta così tanta di neve che il pomeriggio già non c'era più. Lo struscio, dopo cena camminare con il gelato in mano e chiacchierare senza un domani su muretti o vicino alle aiuole dei giardini della piazza. Le feste disco tutti sudati e tornare a casa solo dopo aver fatto colazione al bar.
Le partite a biliardo e a bowling, tra una pizzetta e una partita ai videogiochi arcade. Il ritrovarsi al campetto delle medie quando eravamo più grandi. I capodanni cenando a casa di amici e poi la passeggiata in montagna dopo la mezzanotte. Sono stato lì tre mesi estivi, senza pensare al lavoro, per recuperare dalla seconda batosta, in poco tempo dalla prima, della mia vita, fino ad ora. Non mi mancano perché sono riuscito a trovare il modo di andare avanti attraverso me stesso, sostenendomi con le mie gambe, con l’aiuto delle persone che mi sono state vicine. E in ogni modo non sono stati i due funerali vicini nel tempo, la parte più pesante, anzi, quello è il meno, sono i tre anni di chemio in due ospedali diversi, opposti in una città come Roma, a cambiarti. È lì che ho trovato l'ispirazione per parte dei miei romanzi, perché non so mai quando arriva, anche alle 5 del mattino di una domenica d’aprile a Roma, come in questo caso, ma lì è più semplice. Un’ultima riflessione: noi italiani, in questo momento, siamo fortunati. Provate voi a essere privati del passaporto e non poter più viaggiare liberamente in Europa e nel mondo. Vi sentirete privati di un pezzetto di cuore come succede a chi, rifugiati e sfollati, in patria deve far fronte alla guerra.
Il sole scese dietro le montagne del cimitero.
PS: Come avrete capito Mario e Mita sono stati i miei nonni materni, Daniela e Michele i miei genitori tutti e quattro deceduti. Mario (12.05.1925 – 31.01.2001) Margherita (15.07.1924 – 4.11.2013) Daniela (11.11.1955 – 06.03.2019) Michele (26.05.1953 – 17.05.2020) Con questa informazione volete rileggere il racconto…